Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
SCATTA IL DIVIETO DI PARTECIPARE A CORTEI CONTRO LA MANOVRA… L’ESIGENZA DI DARE UNA IMMAGINE DI COMPATTEZZA SI SCONTRA COI MALUMORI ORMAI DIFFUSI NELLA BASE
La voce è girata per tutto il giorno: il consiglio federale della Lega (riunito in via Bellerio, dopo
una convocazione improvvisa alla mezzanotte di domenica) esaminerà la proposta di espulsione di Flavio Tosi.
Al sindaco di Verona, diceva il tam tam insistente, vengono contestate le forti prese di posizione contro la manovra del governo e, soprattutto, di aver mandato un avviso di sfratto a Berlusconi (l’ultimo domenica, in un’intervista).
Tosi, che è un fedelissimo di Bobo Maroni, non è nuovo a queste uscite, il passo indietro del premier aveva cominciato a invocarlo dopo la sconfitta subita dal centrodestra alle ultime amministrative.
Da quel momento è stata un’escalation di veleni contro il sindaco di Verona, che insieme a quello di Varese Attilio Fontana, anche lui maroniano, guida la protesta dei primi cittadini leghisti contro la manovra.
Roberto Calderoli li aveva già avvertiti: i nostri sindaci non devono parlare di politica nazionale.
E la Lega “di famiglia”, a cominciare dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone, era intervenuta per chiedere una decisa messa in riga dei “dissidenti”.
Magari con l’espulsione.
Ma così non è stato, anche se il capogruppo al Senato Federico Bricolo è tornato a prendersela con Tosi e soci, leghisti «fuori linea».
E in serata è lo stesso Maroni a derubricare a «voci certo messe in giro da qualcuno, ma prive di qualsiasi fondamento» la cacciata di Tosi.
E così il “federale”, per dirla con un altro sindaco ipercritico con la manovra (e con il premier) si è riunito per un’ora e mezza «per non decidere nulla».
In realtà qualcosa hanno concordato: una grande tregua in vista dell’appuntamento di domenica, giorno clou della tradizionale discesa del Po con tanto di cerimonia dell’ampolla, quando Umberto Bossi e i principali big leghisti parleranno da un palco a Venezia.
Eccola qui la tregua: bisogna dare un fortissimo segnale di unità in un momento difficile, e possibilmente attribuire alla Lega il merito di aver migliorato la manovra, «perchè le pensioni non sono state toccate – spiega un dirigente di primissima fascia – e perchè ai Comuni abbiamo evitato due miliardi di tagli rispetto all’impostazione precedente»
Per rafforzare questa posizione, ma anche per venire incontro in qualche modo alle richieste dei più inferociti nei confronti dei borgomastri pasdarà n, il “federale” ha approvato un delibera che vieta ai sindaci leghisti di partecipare alle manifestazioni dell’Anci contro la manovra.
Delibera votata anche da Maroni.
La ratio del provvedimento la spiegano così, in via Bellerio: il Carroccio è l’unico partito che si è battuto per migliorare la manovra, non c’è motivo perchè i suoi sindaci si uniscano alle proteste promosse da loro colleghi di altri partiti.
Sarà , ma c’è un problema di non poco conto.
Il varesino Fontana è il presidente dell’Anci in Lombardia, e se prendesse alla lettera il diktat lanciato ieri dovrebbe quanto meno dimettersi dall’incarico.
O, forse, dalla Lega.
Al momento si sa solo che il sindaco di Varese è parecchio abbacchiato. Ma questo è il prezzo da pagare in nome di un’unità , molto di facciata, da sbandierare domenica sulla Riva degli Schiavoni.
Con un’idea da far balenare ai moltissimi che non hanno preso affatto bene la scelta di abolire le Province per sostituirle con non meglio precisati «enti intermedi»: se non ci saranno più le Province, ecco l’osso da lanciare al popolo del Carroccio, sarà più facile far sparire anche le Prefetture.
Sì, dell’appuntamento di Venezia al “federale” si è parlato molto.
E con toni preoccupati.
Fanno impensierire i leghisti gli annunci via web che arrivano da antagonisti e centri sociali, intenzionati a rovinare la festa a suo di contestazioni.
Qualcuno ha proposto di utilizzare per il servizio d’ordine la Guardia Padana, ma è stato accolto da risatine molto esplicite.
Poi Maroni ha tagliato corto: «Dell’ordine pubblico mi occupo io, da ministro. Comunque non c’è nessun allarme particolare, i segnali che abbiamo sono gli stessi degli altri anni, e non davvero è il caso di drammatizzare».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
IN BRIANZA CALDEROLI INCONTRA I PRESIDENTI DELLE PROVINCE GOVERNATE DAL CARROCCIO PER DISCUTERE SULLA PROPOSTA DI ABOLIZIONE DELL’ENTE… GLI UFFICI NON FUNZIONANO COME MINISTERI, MA HANNO AGGIUNTO DUE VASI: MANCA UN GIACIGLIO E PUO’ ESSERE SCAMBIATO PER UN ALLOGGIO DI FORTUNA DEI FUGGITI DI CASA PADAGNI
I ministeri del nord assomigliano sempre di più a un ufficio politico della Lega Nord. 
Nel pomeriggio di lunedì 12 settembre, alla Villa Reale di Monza, è andata in scena una riunione tra il ministro per la semplificazione Roberto Calderoli e i presidenti di alcune province del nord, tutti rigorosamente leghisti.
Oggetto dell’incontro i chiarimenti sul provvedimento di abolizione delle province, che ha messo sul chi va là tanti presidenti, preoccupati “non per la poltrona”, come ha puntualizzato la presidente della provincia di Venezia Francesca Zaccariotto, ma piuttosto “per il gap di rappresentanza che si verrebbe a creare per alcuni territori, dove i piccoli comuni sarebbero schiacciati dalle Regioni, troppo grandi e lontane per ascoltare le loro istanze”, senza contare che le provincie “sono previste dalla Costituzione”.
Così uno alla volta sono arrivati tredici presidenti, al capo di altrettante provincie e si sono accomodati all’interno della sede ministeriale.
Tra gli altri anche Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso, tra i più critici sull’ipotesi di abolizione.
I convenuti si sono chiusi nell’ufficio di Calderoli, dove era stato allestito un tavolo per accogliere tutti gli amministratori.
Al gruppo, dopo qualche ora, si sono uniti anche i ministri Giulio Tremonti e Umberto Bossi.
I due non hanno rilasciato alcuna dichiarazione nè all’entrata nè all’uscita.
Il Senatur ha solo rivolto un cenno di saluto ai giornalisti che gli chiedevano un intervento, limitandosi ad un laconico ruggito d’intesa.
Tremonti è stato ancora più schivo ed è letteralmente scappato, preoccupandosi di non farsi inquadrare dalle telecamere.
Il super ministro, per mezzo di una nota ufficiale, si è anche affrettato a dichiarare di non aver incontrato nessuno e di essersi presentato a Monza solo ed unicamente per organizzare un convegno sul fisco (o giù di lì).
Difficile dire se si sia trattato di una bugia o meno, l’incontro si è svolto a porte (e persiane) chiuse, i curiosi sono stati tenuti a debita distanza.
All’uscita i partecipanti non hanno rilasciato dichiarazioni trincerandosi dietro la consegna del silenzio.
L’unico a parlare, per stemperare i toni accesi dei giorni scorsi è proprio Muraro, che si è detto sollevato affermando che dopo le puntualizzazioni ottenute nel corso della riunione con i tre ministri: “il federalismo è meno a rischio”.
Intanto, ai ministeri del Nord il clima sembra quello di qualche giorno fa, o quasi. All’anonimo ingresso è stato aggiunto un campanello e per ornare la porta sono comparsi due vasi con delle piante ornamentali.
Le finestre aperte, in mattinata hanno permesso di intravedere l’interno degli uffici. Qualche persone effettivamente c’era, probabilmente per mettere a punto i dettagli della riunione del pomeriggio.
Ma guai a provare a introdurre una telecamera, si viene subito redarguiti e invitati ad allontanarsi.
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Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
NIENTE SOLDI DALLO STATO, POCHE IMPOSTE, SI RISCHIA IL CRAC… DALLA LEGGE BASSANINI DEL 1997 CHE INAUGURO’ LA STAGIONE DEL DECENTRAMENTO, I FONDI TRASFERITI AGLI ENTI LOCALI SONO CROLLATI
Ha ragione il governo a tagliare ancora in periferia oppure i sindaci a scioperare giovedì contro la terza manovra «ammazza autonomie» in 13 mesi?
Se analizziamo i rapporti tra Roma e i comuni italiani nell’ultimo ventennio, più i secondi.
La Seconda Repubblica nasce infatti sull’elezione diretta dei sindaci e la promessa di federalismo targato Lega nord, ma oggi rischia di morire di troppo centralismo.
La serie storica è impressionante: nel 1992 i trasferimenti erariali dallo stato ai comuni valevano 17,5 miliardi, nel 2011 appena 12,5.
Solo in parte compensati da entrate locali e addizionali.
Per capire il paradosso occorre fare un passo indietro.
Nell’estate del 1970 nascono le regioni ma la riforma tributaria del 1971-73 smonta subito dopo il proto federalismo introdotto addirittura durante il fascismo.
Il passaggio alla finanza derivata elimina le entrate proprie, trasforma i comuni in accattoni e rende fiscalmente irresponsabili i territori.
Il boom del debito pubblico negli anni Ottanta è lì a dimostrarlo.
Il superamento dei rimborsi a piè di lista viene fissato solo nel 1990 (legge 142), poi applicato nel decreto legislativo 504 del 1992 che inaugura la stagione autonomista: tributi propri, addizionali, compartecipazioni e razionalizzazione dei trasferimenti dal centro.
Per i cittadini la svolta prende il nome di Ici, l’imposta comunale sugli immobili introdotta nel 1993, ancorata ad una base imponibile ampia che garantisce gettiti elevati con aliquote ridotte.
Il nuovo corso della finanza locale va a braccetto con la primavera politica.
Dopo il biennio tragico di Mani Pulite la riscoperta delle autonomie diventa la via italiana alla modernizzazione del Paese.
Cancellata un’intera classe dirigente, i sindaci incarnano per un tratto la vera riserva della Repubblica.
Se prendiamo i trasferimenti ai comuni, il primo grosso taglio di 4 miliardi (dai 17,6 miliardi del ’93 ai 13,6 del ’94) viene appunto compensato dall’avvio dell’Ici, il cui gettito vale 10mila miliardi di vecchie lire (quando nel luglio 2008 Silvio Berlusconi la abolisce sulla prima casa, rendeva 3,3 miliardi).
Per qualche anno i trasferimenti da Roma galleggiano intorno ai 13 miliardi.
Ogni calo si giustifica tendenzialmente con l’avvio di nuovi tributi locali.
Ad esempio il taglio di quasi 1,5 miliardi tra il 1999 e il 2000 viene compensato dalla partecipazione facoltativa a quote di gettito sull’addizionale Irpef.
Una leva che porta in cassa ai comuni 274 milioni nel ’99 e poi, progressivamente, 670 nel 2000, un miliardo nel 2001 fino ai 2,7 miliardi di oggi.
Nel frattempo nel biennio 1997-99 parte il processo di decentramento amministrativo conosciuto col nome di Leggi Bassanini. Fino ad arrivare nel 2001, ultima tappa dei travagliati governi dell’Ulivo, alla Riforma del Titolo V della Costituzione. In sostanza negli anni Novanta, pur tra mille conservatorismi, i comuni sembrano incarnare la versione aggiornata di un certo municipalismo sturziano.
Leva fiscale, autonomia impositiva e patto di stabilità intelligente.
Il ritorno alle origini di un’Italia consumata dal centralismo ma che resta, in fondo, il Paese dei mille campanili.
Ma sarà un fuoco di paglia.
Più l’approdo federalista si avvicina più da Roma aumentano i tagli, si (ri)centralizza la spesa, si bloccano le addizionali Irpef (lo fa il Berlusconi bis dal gennaio 2002 praticamente a fine mandato, poi Prodi le sblocca nel 2006 e il Cavaliere le ri-blocca nel 2008 per un triennio) e soprattutto si cambia il patto di stabilità .
Fino al 2001, con Piero Giarda alla finanza locale del Tesoro, la spesa per investimenti non rientra nel computo.
Con il ritorno del centrodestra a palazzo Chigi, dal 2004 si passa dalla tecnica dei tagli a quella dei saldi. Si fissano alcune voci di spesa corrente e in conto capitale e su queste si calcola il patto.
Sul triennio 2006-2008 il nuovo meccanismo ibrido produce un crollo degli investimenti del 25 per cento. Non basta.
Tra il 2003 e il 2007 scendono anche i trasferimenti da Roma (da 14 miliardi a 11,6).
Il flusso risale a 14,5 nel 2008 solo grazie alla finzione contabile dell’abolizione Ici prima casa: lo stato infatti restituisce l’introito calcolato sul gettito storico, ma sulle costruzioni post 2008 i sindaci incassano più nulla pur dovendo garantire i servizi.
Per un po’ gli enti locali tamponano usando il 75% degli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente.
Al prezzo di consumare suolo, barattano soldi facili (1,5 miliardi l’anno) con licenze a costruire. Ma oggi il Bengodi è finito e in attesa del Godot federalista sul piatto restano i tagli dell’ultimo biennio a valere sul 2011-2014, pari al 40% delle risorse trasferite nel 2010, quelli indiretti dalle Regioni, e un patto distabilità che blocca 43 miliardi di residui utilizzabili per riavviare lo sviluppo locale, nonostante a livello ‘macro’ i comuni abbiano contribuito a migliorare i saldi del debito pubblico per 3 miliardi di euro.
Per garantire i servizi, i sindaci saranno quindi costretti ad aumentare le tasse alzando al massimo l’aliquota Irpef (0,8%), trasformandosi in esattori per conto di un governo che scarica l’onere delle tasse in periferia.
«A partire dalla riforma del Titolo V la spesa dello stato è aumentata di 300 miliardi», riassume caustico Angelo Rughetti, direttore generale dell’Anci.
E soprattutto «si sono spostati 10 miliardi l’anno dai territori verso Roma».
Alla faccia del federalismo….
Marco Alfieri
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Settembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
NON E’ ANCORA LEGGE LA QUARTA VERSIONE DELLA MANOVRA ACCHIAPPASOLDI E GIA’ IL GOVERNO LAVORA A UNA NUOVA STANGATA ENTRO OTTOBRE
Facce tirate, parole gravi, sguardi preoccupati. 
Tra il capo dello Stato e il governatore Mario Draghi non è stato certo un colloquio di piacere.
Sul piatto la necessità di ridare credibilità internazionale all’Italia anche attraverso misure diverse da quelle contenute nella manovra che sta per essere licenziata dalla Camera (con un’altra fiducia, la 50esima).
Napolitano ha invocato passi avanti nel segno della crescita, ma a Palazzo Chigi e a via XX settembre pensano a tutt’altro.
Lo sanno anche Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che lo strappo che si è consumato venerdì alla Bce e le misere previsioni di crescita del Pil italiano non lasciano scampo.
E, infatti, il cantiere di una nuova manovra (la quarta da luglio), da 28/30 miliardi per rimettere in carreggiata i conti del 2011 e correggere il deficit nel 2012 è già stato aperto da giorni, anche se ufficialmente si nega l’esistenza di qualsiasi nuovo progetto di intervento sui conti pubblici “per non destabilizzare i mercati”.
Senza questi aggiustamenti il pareggio di bilancio nel 2013 diventa una pura dichiarazione d’intenti , destinata a infrangersi contro lo scoglio della stagnazione e l’alto costo del debito pubblico.
Nell’attesa di capire chi deciderà le prossime misure anti-crisi, dai cassetti dei tecnici del Tesoro sono rispuntate, come per incanto, nuove proposte di tagli e tasse.
Sarà una stangata pesante: nuovo ritocco all’Iva, beni dello Stato in vendita da subito e, soprattutto, addio per sempre alle pensioni di anzianità .
Si parla di un nuovo maxi-decreto, casomai in due tempi, ma comunque da mandare alle stampe entro la fine di ottobre.
Anche perchè i conti che il governo ha fatto per questa manovra non sono tornati.
È stata infatti prevista una crescita del Pil dell’1,1% nel 2011 e dell’1,4% nel 2012: numeri scritti sull’acqua perchè le stime più aggiornate parlano di una crescita dello 0,6-0,7% quest’anno e addirittura dello 0,5 l’anno prossimo.
In pratica, l’Italia si perderà per strada un punto e mezzo di Pil, peggiorando così il deficit e costringendo il governo a camminare in salita.
Tanto vale, dunque, incidere subito, anche perchè quasi 10 miliardi serviranno entro dicembre per raddrizzare i conti del 2011.
Altro che misure per la crescita, invocate da Napolitano.
In caso di vero tracollo, con le Borse sempre in subbuglio, il governo — sostengono informalmente alcuni tecnici del Tesoro — sarà costretto ad aumentare di un altro punto l’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento (la soglia massima europea è del 23), ricavando così altri miliardi, ma la trovata dell’ultima ora è stata quella di intervenire anche sull’aliquota agevolata del 10 per cento (sui beni di prima necessità ) che può consentire di ricavare altri 2 miliardi, se l’aumento sarà di un punto.
Le accise su benzina, sigarette e altri beni di consumo sono un’altra scorta fiscale preziosa, in grado di garantire altri 1-2 miliardi l’anno anche con ritocchi di un punto percentuale.
Ma la batosta fiscale non si fermerà qui.
Si torna, infatti, a parlare di un contributo di solidarietà più consistente del 3% e della famigerata patrimoniale sui ricchi.
A questo punto, i tagli agli enti locali saranno confermati.
E quindi Regioni e Comuni scaricheranno sui cittadini i costi dei servizi sotto forma di addizionali locali Irpef e Irap, come del resto è loro consentito dal federalismo fiscale.
Un quadro a cui, però, manca ancora il tassello più importante: le pensioni.
Si favoleggia che Berlusconi sia pronto a incontrare il leader della Lega Umberto Bossi già nei prossimi giorni per convincerlo a mollare sulle pensioni di anzianità ; una vera sfida all’Ok Corral.
Perchè la stretta che hanno previsto gli uomini di Tremonti prevede due possibilità .
La più leggera (che troverebbe sponda anche in una parte della Lega) è quella di rispolverare l’ex “scalone Maroni” (62 anni d’età e 35 anni di contributi) nel 2012 per arrivare nel 2015 a “quota 100” (65 anni di età e 35 di contributi o meno di 65 anni con più contributi ).
In questo modo, sarà impossibile andare in pensione prima di 60 anni e, rispetto ai requisiti, bisognerà comunque calcolare un anno in più (18 mesi per gli autonomi) per effetto delle finestre scorrevoli. In caso di emergenza (ecco il piano B) gli interventi potrebbero essere più drastici; qualcuno, a via XX settembre, ha persino fatto balenare l’ipotesi del blocco totale delle uscite fino al pareggio di bilancio: una misura che riguarderebbe circa 250 mila lavoratori l’anno con un risparmio di 2,5 miliardi.
Alla fine del blocco, si andrebbe in pensione con i requisiti della “quota 100” in modo da scaglionare le uscite di coloro che sono rimasti al lavoro più a lungo.
In ultimo, i “gioielli di famiglia” i beni dello Stato messi in vendita; ce n’è per 400 miliardi, ma chi — oggi in Italia — è in grado di comprare subito?
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
GENTILINI: “BASTA CON BERLUSCONI E LE PUTTANE”…IL VENETO NON E’ PIU’ INNAMORATO DEL SENATUR: GIA’ A SCHIO I LEGHISTI AVEVANO FATTO SELEZIONE ALL’INGRESSO PER EVITARE I FISCHI
Il Senatur annulla il comizio nella terra monocolore leghista.
Motivo ufficiale l’operazione al braccio, ma pesa il malcontento della base.
E l’ex sindaco, idolo locale invoca la rottura definitiva con il Cavaliere
“No, stasera niente Umberto Bossi… dopo l’intervento al braccio ha deciso di annullare tutti gli impegni. Avremo però il ministro Calderoli e domani, forse, il ministro Maroni… è un bel colpo lo stesso, no?” .
Sarà .
Eppure a Treviso — dove la Lega Nord comanda in Comune, in Provincia, in Regione — il forfait del “Senatùr” alla festa provinciale del partito che si chiude domani, al Prato della Fiera (o, come dicono i “padani”, al Prà dea Fiera, un tempo roccaforte comunista della città ), si sente, eccome.
È un fatto che stride e che preoccupa anche i più ottimisti e fedeli tra i militanti.
Non bastano le saporite grigliate padane, i sostanziosi risotti con i funghi e la salsiccia e le bellezze in fiore viste sfilare in passerella lo scorso giovedì a lenire il vuoto.
“Bossi non viene perchè, dopo l’intervento chirurgico al braccio, ha deciso di annullare tutti gli appuntamenti che aveva precedentemente preso”, spiega il segretario organizzativo provinciale della festa, Roberto Loschi, che sceglie con cura le parole da usare per tentare di sgombrare efficacemente il campo da sospetti e illazioni.
Secondo fonti ufficiali, Bossi, operato a fine agosto in una clinica svizzera, avrebbe deciso di disdire l’impegno anche a Vigevano, a Cantù, in provincia di Como e a Torino.
Non si tratta di essere maligni se si rammenta con puntualità che, specialmente dall’estate scorsa, il Veneto pare non essere più molto “innamorato” del “suo” Bossi.
Non era mai successo prima che il Capo lasciasse in fretta in furia, di notte, l’albergo di Calalzo, nelle montagne del Cadore, dopo le accese proteste di diversi amministratori leghisti locali e dopo che la “base”, allarmata per il clima divenuto ormai “rovente”, aveva cancellato il suo comizio.
“E’ scappato come un ladro”, aveva commentato il giorno dopo il suo amico Gino Mondin, proprietario del Ferrovia — l’albergo dove ogni anno, ad agosto, Bossi va per festeggiare il compleanno di Giulio Tremonti — , rimasto letteralmente di stucco per la frettolosa dipartita dell’illustre ospite.
Non era nemmeno mai successo prima che la Lega Nord organizzasse un comizio con tanto di selezione “alla porta” (come al Billionaire…): è invece accaduto a Schio, ancora quest’estate, ancora nel timore di essere travolti da fischi e polemiche.
Sembrano proprio appartenere a un’altra era le sue festose “arringhe” venete di dieci, quindici anni fa.
Allora, rustico Masaniello del nord era venerato dagli uomini (e dalle donne) del Carroccio che lo portavano in trionfo tra piazze, zone industriali, tendoni allestiti alla bell’e meglio tra capannoni e campi coltivate a soia.
Allora il pubblico si spellava le mani a forza di applaudirlo e perdeva la voce a causa dei toni decisamente robusti con cui rispondeva alle sue promesse.
“Certo, rispetto alle precedenti edizioni della festa, questa (la settima, ndr) è contraddistinta da un malumore diffuso tra i militanti e i simpatizzanti. L’oggetto, però, non è Bossi, non è la Lega, ma sono le incertezze economiche, sono i loro portafogli che diventano sempre più vuoti”.
Loschi, il segretario organizzativo, cerca di gettare acqua sul fuoco: ma le fiamme, ormai, sono davvero troppo alte per essere spente con così poco. “ La gente non è delusa ma si aspetta dei cambiamenti forti. Nell’attesa di questi cambiamenti, è molto impaziente. Vuole vedere i risultati. D’altronde è una caratteristica di noi veneti: siamo il popolo del fare, non delle parole”.
E quando gli si obietta che la Lega, a partire da Bossi, ha invece preferito parlare anzichè fare, fa capire che la Lega fa quel che può all’interno del governo e che il potere dei suoi rappresentanti, è limitato.
Ma non tutti i militanti la pensano tutti come lui.
“Non riusciamo a capire come si stanno muovendo i nostri vertici”, afferma preoccupato Moreno Vanzin, uno degli addetti alla cucina.
“Dopo questa manovra sarà difficile andare avanti, soprattutto qui al Nord. È per questo che la base è spaesata e in difficoltà ”.
“Bossi? Dovrebbe farsi da parte — è l’amareggiato commento di Attilio Sultato — è il capo e lo sarà sempre, ma adesso ci vogliono idee nuove, giovani, come Tosi”.
Leghisti che, lo si è visto bene mercoledì scorso, sembrano non credere più molto alle promesse dei big, ne spuntano un po’ ovunque in terra trevigiana.
I vertici sono sentiti ormai come degli alieni in un territorio e da quella base che stava al centro del discorso politico della Lega.
C’è bisogno di chiarezza, di concretezza: per questo lo slogan urlato a gran voce dai militanti all’indirizzo dell’ottantaduenne pro-sindaco sceriffo del capoluogo, Giancarlo Gentilini (“Ricandidati”) è un segnale chiarissimo che chi sta in alto non dovrebbe più sottovalutare.
E “Genty”, lui sì, ancora una volta non li delude: “Questo matrimonio politico doveva essere un divorzio immediato — tuona — sono tre anni persi a fare da zerbini a Berlusconi e andare dietro alle puttane. I leghisti non ne possono più, è tempo che qualcosa cambi, o il nostro movimento è pronto a sfaldarsi”.
Quanto ai due leader maximi, “Bossi e Maroni,dovrebbero cospargersi il capo di cenere”.
Monica Zornetta
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
BOCCIATA IN COMMISSIONE LA RIDUZIONE DEGLI STIPENDI DI DEPUTATI E SENATORI… LA LEGA SI SUPERA: PRIMA PRESENTA UNA PROPOSTA DI TAGLI, POI VOTA CONTRO LA STESSA
I parlamentari hanno il diritto di essere rispettati, quindi niente tagli alle indennità .
E` finita così, con la Commissione bilancio della Camera che ha bocciato gli emendamenti alla manovra presentati dalle opposizioni che puntavano a ripristinare il taglio del 50% dell`indennità dei parlamentari.
La Lega ha votato contro il proprio emendamento, che prevedeva il taglio degli stipendi.
Il sottosegretario Cesario ha spiegato che il governo ha cambiato idea in materia «dopo un lungo dibattito in Commissione al Senato e, sentita la maggioranza, ha ritenuto di decidere in tal senso».
Nonostante all`orizzonte si profili il ricorso al voto di fiducia anche alla Camera (con relativa blindatura del provvedimento uscito dal Senato), alcuni membri del Carroccio provano a modificare il comma dell`articolo 2 che riguarda il contributo di solidarietà .
L`emendamento prevede di inserire, soltanto per i calciatori professionisti, un contributo di solidarietà del 6% sui redditi oltre 200mila euro ed un ulteriore contributo del 5% «per ogni giornata di sciopero effettuata durante l`anno fiscale».
Tanto per far vedere che i padagni sono per il contenimento degli stipendi (degli altri)
La manovra ieri ha incassato anche il no dei magistrati che entrano in stato di agitazione.
Nel mirino ci sono, in particolare, il mantenimento del contributo di solidarietà che si applica ai dipendenti pubblici e ai “pensionati d`oro” – pari al 5% della parte eccedente i 90mila curo e del 10% le somme percepite oltre 150mila euro – oltre al prelievo del 3% per i redditi privati superiori ai 300mila euro.
Un duplice intervento sul quale il parlamentino dell`Associazione nazionale magistrati esprime la propria «indignazione».
«Sono misure che penalizza- no esclusivamente i dipendenti pubblici, senza colpire in alcun modo i possessori di grandi ricchezze e gli evasori fiscali e senza intervenire sulle numerose fonti di spreco del denaro pubblico».
Per il sindacato delle toghe «appaiono evidenti l`iniquità e la contrarietà al principio di eguaglianza e di parità contributiva del mantenimento del contributo di solidarietà per i redditi superiori ai 90mila euro solo per il pubblico impiego».
Negativo quindi il giudizio sulla eliminazione dell`imposta sui redditi dei privati oltre 90mila euro.
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Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PREPARA UN DDL DI POCHI ARTICOLI DA FAR APPROVARE CON LA FIDUCIA..TRAMONTA L’IPOTESI DECRETO CHE NON AVREBBE PASSATO L’ESAME DEL QUIRINALE
Il decreto sulle intercettazioni? Un miraggio. Irrealistico e irrealizzabile. 
Certo, il Cavaliere lo vagheggia, ma non ce la fa a condurlo in porto.
Meglio il ddl che sta alla Camera o uno ex novo, smilzo, pochi articoli, mirato solo a bloccare l’uscita delle registrazioni.
Con dentro l’obbligo di punire per “ingiusta intercettazione” (proposta Vitali) il pm che ne abusa.
Da votare con la doppia fiducia tra Camera e Senato. Di certo, però, non ad horas.
Di questo si discute tra palazzo Grazioli e via Arenula: se è possibile dimostrare che ci sono “le ragioni di necessità e urgenza” per sottoporre a Napolitano un decreto per “tombare” le telefonate.
Un dl da fare prima che il 15 escano le conversazioni di Bari Tarantini-Berlusconi sulle escort.
Il verdetto dei tecnici è drastico: questo dl non si può fare.
Tocca al Guardasigilli Nitto Palma accollarsi la marcia indietro. Decreto? “Non ne ho mai sentito parlare”. L’ex Alfano lo sponsorizza. Al suo posto? Palma: “Velocizzare il ddl che sta alla Camera”.
Dice Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia alla Camera, uno che sa cosa bolle nelle stanze del premier: “Basterebbe una settimana per licenziare quel ddl”. Un testo, sottolinea Costa, “diverso da quello originario, ma che coinvolge una base parlamentare che va oltre la maggioranza”.
Un compromesso. Chiamiamolo col suo nome.
Siglato nel maggio 2010 tra Berlusconi, Fini e la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno. Cancellò la stretta del Senato (bavaglio tombale, mani legate ai pm, pene abnormi per giornalisti ed editori), che Napolitano non avrebbe mai firmato.
Il testo, in calendario alla Camera per fine settembre, ha il lasciapassare del presidente. Che a Berlusconi ha consigliato di approvarlo così com’è.
È la linea di Niccolò Ghedini, l’avvocato del premier, che considera un errore non aver già approvato quel testo più rigido delle norme attuali sulle intercettazioni, non pubblicabili neppure per riassunto, nè nel contenuto, fino al processo.
Un testo che non piace alle opposizioni. Nel Pd Felice Casson lo considera “incostituzionale”. Donatella Ferranti vede un bavaglio “inopportuno adesso”.
L’Idv Federico Palomba chiede che ci si fermi.
Nel Pdl ci sono perplessità . Ma in direzione opposta.
“Acqua fresca” chiosa l’ex sottosegretario Luigi Vitali che vuole punire in via disciplinare, per “ingiusta intercettazione”, il pm che ne abusa.
Norma che piace a Berlusconi. Manlio Contento è stufo che “si riscopra la legge ogni volta che c’è un’inchiesta”.
Il Guardasigilli si copre dietro Napolitano: “La penso esattamente come lui che ha espresso alcune riserve sull’abuso di questo strumento investigativo”.
Poi parla come il Cavaliere: “La sinistra non riesce a vincere nelle urne con il Pdl e percorre la strada della spallata giudiziaria”.
Ancora: “I processi si celebrano nei tribunali, non sulla stampa”. “La spallata giudiziaria avviene con la fuoruscita di notizie che non hanno rilevanza processuale”.
E che dovrebbero restare segrete.
Musica per le orecchie di Berlusconi.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Settembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
LE ASSOCIAZIONI DENUNCIANO TAGLI TRA I 20 E I 40 MILIARDI IN TRE ANNI …CORTEI A ROMA
Un maxistriscione di 10 metri per 15 sventola su Piazza del Popolo, al centro di Roma. 
A calarlo, giovedì mattina dal balcone del Pincio, un gruppo di persone con disabilità che, sulle loro carrozzine, sfidando ghiaia e gradini, hanno effettuato un blitz a sorpresa per protestare contro i tagli all’assistenza e ai servizi alle persone più fragili.
Un blitz che prepara le grandi manifestazioni con cortei indette dalle associazioni di categoria per sabato 10 e domenica 11 settembre nella capitale.
«Hanno ignorato i nostri appelli e non c’è stata nessuna marcia indietro sull’assistenza — afferma Pietro Barbieri, presidente della Fish, la Federazione italiana superamento handicap, che ha organizzato l’azione dimostrativa – . Nella Manovra di luglio e in quella in via di approvazione è prevista una delega al Governo per la riforma assistenziale e fiscale che deve recuperare tra i 20 e i 40 miliardi di euro in tre anni».
L’iter legislativo è ancora nebuloso.
«Di certo — ragiona Barbieri — la mannaia si abbatterà , a scelta, su invalidità civile, pensioni di reversibilità , detrazioni fiscali: una di queste tre prestazioni andrà persa».
Ci sono poi i tagli agli enti locali. «Incidono pesantemente sui servizi erogati ai cittadini — continua il presidente della Fish – . Significa, quindi, meno assistenza domiciliare, centri diurni, RSA (Residenze sanitarie assistenziali), progetti per la vita indipendente».
Altro che servizi di qualità e vita il più possibile autonoma.
«Si cancellano d’un colpo diritti acquisiti — incalza Barbieri -. Si fa ricadere tutta la spesa dell’assistenza sulle famiglie che, non essendo in grado di sostenerla, dovranno mandare i loro figli in Istituto».
Ma c’è anche il rischio di «ricoveri impropri che faranno lievitare i costi sanitari».
E forse nessuna Regione, ancor più quelle con un piano di rientro, potrebbe permetterselo.
«Siamo i primi a dire che ci vuole una riforma assistenziale — chiarisce Barbieri – . Ma servono servizi migliori, più efficienti, che rispondano ai reali bisogni delle persone, che favoriscano l’inclusione e non la segregazione. E serve una riforma che sostenga le persone e le famiglie, che fissi dei livelli essenziali di assistenza. Non con l’accetta, col vincolo immediato di recuperare tra i 20 e i 40 miliardi. Non sarebbe più una riforma».
La discussione sulla Riforma dell’assistenza fiscale e assistenziale dovrebbe cominciare la prossima settimana alla Camera.
Prevede tagli di spesa di 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013, 20 nel 2014.
«Oltre alla revisione di molti supporti economici (invalidità , reversibilità , indennità di accompagnamento) e al taglio di servizi sociali, manca ogni riferimento ai livelli essenziali delle prestazioni. Ma l’assistenza non si può ridurre a carità », chiosa il presidente della Fish, che annuncia altre azioni di protesta nei prossimi giorni.
Intanto, di ora in ora, aumentano le adesioni alla petizione lanciata nei giorni scorsi dalla FISH insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità ), l’altra principale associazione che riunisce persone con disabilità .
All’insegna dello slogan “No al taglio dell’assistenza! Fermiamoli con una firma!”, le persone con disabilità rivolgono un appello al Presidente del Consiglio, ai Ministri dell’Economia, del Lavoro e delle Politiche Sociali, ai capigruppo parlamentari del Senato e ai segretari dei partiti politici perchè « la Riforma assistenziale sia sganciata da ogni automatico vincolo di cassa».
Grazie a un vero e proprio tam tam attraverso la rete, in meno di una settimana sono state raccolte oltre 17 mila firme.
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA PAGHERANNO IN 34.000, MA SONO 600.000 GLI ITALIANI A POSSEDERE OLTRE 500.000 EURO… UN ABISSO TRA I DATI FISCALI E QUELLI DELLA ASSOCIAZIONE PRIVATE BANKING
Anche i 34 mila italiani con un reddito superiore a 300 mila euro e che pagheranno il contributo di solidarietà previsto dalla “manovra 4” del governo, appartengono alla categoria dei “tartassati” dal fisco.
Sì, certo, sono ricchi, ma non più di altri. Anzi.
La differenza è che – rispetto agli “altri” – loro sono conosciuti al fisco: per oltre il 60 per cento sono lavoratori dipendenti con tanto di prelievo mensile in busta paga e aliquota marginale di fatto superiore al 45 per cento per effetto delle addizionali Irpef locali.
Lavoratori dipendenti che non sfuggiranno al contributo di solidarietà .
Che, invece, non verseranno quelli – ricchi – che le tasse le evadono o le eludono. Quelli degli yacht, delle ville e delle macchine di lusso intestati a nullatenenti o a società di comodo.
E anche questo è un segno – o la conferma – di quanto sia bislacca la manovra messa in campo dal governo.
Per sfuggire alla patrimoniale, che avrebbe colpito una platea assai più vasta – Berlusconi & co – si sono rifugiati in un mini-contributo simbolico dal gettito poco significativo (144 milioni in tre anni contro i 3,8 miliardi attesi dal contributo prima versione richiesto al ceto medio alto).
Preleveranno, già per il 2011 con efficacia retroattiva, il 3 per cento dal reddito complessivo (non solo quella derivante dal lavoro ma escludendo però la prima casa) eccedente i 300 mila euro; lo faranno per tre anni.
Ma se nel 2013 il pareggio di bilancio (ce l’ha imposto la Banca centrale europea) non sarà raggiunto il prelievo automatico proseguirà ancora
Ma, appunto, i ricchi sono solo 34 mila (lo 0,075 per cento di tutto i contribuenti) nel Paese dove – dati della Banca d’Italia – il 10 per cento più ricco della popolazione possiede ben il 44 per cento della ricchezza nazionale?
Difficile crederlo.
E infatti è difficile anche sovrapporre i 34 mila ricchi, secondo le stime del ministero dell’Economia, con i 611 mila italiani – dati dell’Associazione italiana private banking – che possiedono un patrimonio finanziario (esclusi quindi i beni immobili) superiore a 500 mila euro, cioè mezzo milione.
Qualcosa non torna.
Perchè è come se a pagare il contributo di solidarietà fosse solo il 5 per cento dei ricchi.
E torna anche poco – o forse spiega molto – il fatto che tra i super-investitori ci siano sempre più casalinghe così identificate dall’indagine dell’Aipb: vedove, divorziate, ereditiere con un’età media di 65 anni.
È un pezzo importante dell’Italia che vive di rendita, sfuggendo alle tasse.
E forse è la stessa Italia a cui pensava il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, quando per rassicurare sulla saldezza finanziaria dell’Italia e sulla sua solvibilità ricordava «la grande ricchezza privata». Forse inconsciamente pensava anche lui a una patrimoniale.
Ma, ormai, è acqua passata.
Dunque possiamo dire che una bella fetta di super-ricchi, invisibili al Fisco ma assai visibili nei consumi di lusso, la farà franca anche questa volta.
Non, invece, i pensionati e dipendenti pubblici.
Perchè loro il contributo – che scatta da 90 mila euro in su e non da 300 mila euro – lo stanno già pagando i secondi da gennaio, i primi dallo scorso mese.
Pagano il 5 per cento fino a 150 mila euro e poi il 10 per cento.
E mentre per i 34 mila ricchi il contributo sarà deducibile, per i dipendenti pubblici no. Il perchè non si sa.
Si dirà , infine: il provvedimento deciso dal governo italiano non è molto diverso da quello adottato ultimamente da Nicolas Sarkozy, terrorizzato dall’idea di una retrocessione da parte delle agenzie di rating.
Vero, ma in Francia l’evasione fiscale non si avvicina minimamente ai nostri 120 miliardi di mancati introiti l’anno.
Questa continua a essere la nostra anomalia.
Anche con il contributo a carico del 5 per cento dei super-ricchi.
Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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