Settembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL SENATUR ALL’ANGOLO DISERTA IL DIRETTORIO POLITICO CHE LO ATTENDEVA CON LA TORTA DI COMPLEANNO…E MARONI ASPETTA IL VOTO SU MILANESE
“Sono finito”. Il sindaco di Varese, Attilio Fontana, è l’unico ad ammetterlo, ma nel Carroccio sono in molti ad avere lo stesso timore: l’esercito armato di Roberto Maroni domenica si è presentato a Venezia certo che il generale portasse avanti la battaglia interna contro Umberto Bossi e il famigerato cerchio magico.
Invece, l’esercito si è ritrovato schierato in prima linea su Riva degli Schiavoni ma il nuovo capo ha suonato la ritirata.
Meglio aspettare: “Il Capo sarà travolto dalla caduta di Berlusconi, sarebbe una battaglia inutile”, confida un deputato maroniano.
Che con occhi quasi lucidi sussurra: “C’è Milanese”.
Marco Milanese, ex consulente di Giulio Tremonti, su cui giovedì a Montecitorio si voterà sulla richiesta di arresto, già bocciata dalla giunta per le Autorizzazioni, avanzata dalla magistratura campana. Il voto sarà segreto.
Quindi al sì che sembra ormai scontato della Lega, che a Montecitorio ormai risponde solo a Maroni, potrebbe accodarsi anche una parte del Pdl.
Dando così vita a quella “scossa” che invoca (anche) Flavio Tosi.
Perchè, ha spiegato, “vivacchiare un anno e mezzo è impensabile. Da un po’ di mesi il premier, non dico che non ne azzecca una, ma poco ci manca”, aggiunge il sindaco di Verona.
E se Berlusconi non ne azzecca una, Bossi non mostra risultati migliori.
Domenica è dovuto intervenire Calderoli per interromperlo.
Il leader del Carroccio, visibilmente stanco (ha impiegato due minuti per scendere i quattro gradini del palco, sostenuto dal figlio Renzo il trota), non aveva un discorso scritto e ha seguito gli umori dei pochi militanti arrivati fino a Venezia.
E a forza di sentir invocare la secessione, Bossi ha lanciato lì un “anche con il referendum, ma serve una via democratica”.
Una frase talmente buttata lì che persino Luca Zaia, a pochi passi da Bossi, non ha capito bene. “Non ho sentito parlare di referendum, mi è sembrato che il nostro segretario volesse dire che c’è il pericolo della secessione”, ha detto il governatore del Veneto.
Il fatto che Zaia pensi che Bossi consideri la secessione un pericolo mostra con evidenza la confusione che c’è nel partito.
La base invoca Padania libera, il Capo bofonchia un incomprensibile referendum, uno degli astri nascenti del partito interpreta liberamente.
Ma ormai il Carroccio è sfilacciato.
Ieri è andato deserto il consueto direttivo politico del lunedì in via Bellerio.
Nel quartier generale milanese, infatti, alle 16 era atteso, come ogni settimana, l’arrivo del Capo.
C’era anche una torta di compleanno, una piccola festa in occasione del suo 70esimo anno. Calderoli ha atteso qualche ora, poi è volato a Roma.
Roberto Cota, Rosi Mauro, Marco Reguzzoni e Federico Bricolo, sono rimasti più a lungo. Ma di Bossi nessuna notizia.
E’ il ministro per la semplificazione a tenere a bada i giornalisti.
Gli stessi che dal palco di Venezia domenica ha accusato di scrivere “cazzate: noi siamo uniti, le divisioni sono solo invenzioni, siete degli Iago”, ha tuonato. Per poi scagliarsi contro i sindaci leghisti (Tosi in primis) cui i giornali hanno dato voce. Li definisce “fratelli coltelli”, gli ricorda che “senza Bossi non sareste niente”.
E ieri, davanti alla sede della Lega, cerca di evitare le domande e si limita a una battuta sul compleanno del Capo: “Non li compie da 30 anni”.
Ma l’ha già detto Bossi a Venezia il giorno prima.
Ci si attacca dunque a quel che rimane.
E la secessione sembra essere diventato l’ultimo appiglio per salvare una parte della base. Così la Padania oggi in edicola tenta di legittimare la sparata: “Referendum per la libertà , le vie democratiche”.
Anche l’opposizione prende sul serio il ministro delle Riforme che invoca la secessione. Antonio Di Pietro invoca l’intervento del Capo dello Stato, mentre Giorgio Stracquadanio tenta di sminuire: “Non penso che al nord molti siano disposti a fare una guerra” per ottenere la secessione.
Maroni aspetta giovedì. E assiste in silenzio a quello che sembra essere l’ultimo vagito del Capo.
Uno che ha festeggiato due volte una laurea mai presa, può serenamente gridare alla secessione sapendo che non si realizzerà mai.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
PASSANO A MONTECITORIO GLI EMENDAMENTI DELL’OPPOSIZIONE, VIENE BOCCIATA LA RICHIESTA DELLA MAGGIORANZA DI RINVIARE IL PROCEDIMENTO IN COMMISSIONE… COLPO DI SCENA SULL’ART. 2: IL CARROCCIO VOTA CONTRO SE STESSO…PISANU: “IL GOVERNO NON REGGE”….FINI: “ESECUTIVO DEBOLISSIMO”
Pomeriggio difficile per il governo.
Battuto per ben cinque volte sulla legge sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, alla fine alza bandiera bianca e si rimette all’Aula su tutti gli emendamenti al testo, “evidenziando che si vota qualcosa che non ha copertura finanziaria”.
Ad ammettere la resa è stato il sottosegretario all’Ambiente Elio Belcastro dopo l’ennesima sconfitta della maggioranza, andata sotto per ben quattro volte sugli emendamenti di Pd e Radicali e battuta anche al momento di votare la richiesta di rinvio del testo in Commissione avanzata dal relatore, il leghista Angelo Alessandri.
A permettere il blitz dell’opposizione, le assenze nei banchi della maggioranza e lo stato di confusione che regna nel centrodestra che neppure la richiesta di sospensione di Alessandri è riuscita a risolvere.
Le correzioni al testo chieste da Pd e Radicali sono relative ad aspetti giudicati poco “pesanti”, vista anche la materia della legge all’esame di Montecitorio, ma l’aspetto clamoroso di quanto accaduto oggi pomeriggio in Aula è che sul secondo articolo della legge, comunque approvato, ha votato contro solo il gruppo della Lega.
Una circostanza che il democratico Roberto Giachetti ha commentato così. “Visto che il relatore del testo è della Lega, vuol dire che nella Lega ci sono problemi”.
E che la maggioranza non sia più in grado di reggere alle pressioni economiche e giudiziarie è tornato ribadirlo anche un esponente di spicco del Pdl come Giuseppe Pisanu.
“Nel nostro paese – ha detto – si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica, l’una alimenta l’altra”.
L’ex ministro dell’Interno, dopo aver chiesto già nei giorni scorsi un segnale di rottura da parte della maggioranza, ha spiegato che “a mio avviso la debolezza politica è dovuta al fatto che abbiamo un governo che non è in grado di reggere il peso dei problemi che incombono e abbiamo un Parlamento che non è in grado di cambiare un governo che pur avendo la maggioranza numerica” non è in grado di tenere la situazione.
“L’Italia non è stata mai stata così a rischio”.
Un giudizio condiviso dal presidente della Camera Gianfranco Fini che cita proprio quanto accaduto oggi a Montecitorio.
Il presidente Pisanu, ha confermato Fini, “fotografa un dato di realtà . Il governo è debolissimo ed è stato battuto quattro volte (poi diventate cinque, ndr) in Aula”.
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA DICE SI’ ALLA PATRIMONIALE…”IL GOVERNO FACCIA LE RIFORME O VADA A CASA”
«L’Italia è un paese serio e siamo stufi di essere lo zimbello internazionale».
Salgono i toni di Emma Marcegaglia dopo il taglio al rating dell’Italia.
La presidente di Confindustria chiede ormai con regolarità quotidiana al governo le riforme che consentano al Paese di evitare il baratro.
« Ci siamo resi disponibili ad accettare nuove tasse sui patrimoni e altre cose purchè si abbassino le tasse su lavoratori e imprese per recuperare competitività e capacità di crescita» ha detto Marcegaglia parlando a una platea di imprenditori a Bologna.
Marcegaglia ha raccontato del malessere dell’imprenditori italiani quando vanno all’estero con i loro prodotti «di vederci considerati con il sorrisino perchè siamo gente seria che vuole essere giudicata su quello che fa e sui prodotti» che presenta.
«Non vogliamo essere derisi – ha concluso la presidente di Confindustria – per colpe che non abbiamo. Non va bene per l’orgoglio nazionale e non va bene neanche per le esportazioni e la nostra capacità di vendita».
O il governo vara «riforme serie e impopolari» nell’immediato «oppure questo governo deve andare a casa: non ho paura di dirlo, è evidente che è così» ha insistito Marcegaglia.
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Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
MA NEL PDL STUDIANO UNA LEGGE ELETTORALE PER IL DOPO-SILVIO…. I DUBBI SULLA LEGA E IL TIMORE SUL VOTO PER L’ARRESTO DI MILANESE… CASINI BOCCIA OGNI APERTURA FINCHE’ C’E’ BERLUSCONI
Nemmeno le mura di villa Campari riescono a tener lontano il clangore dell`assedio che lo circonda.
«Ci sono molti sciacalli in giro, anche tra i nostri, ma se vogliono cacciarmi devono venire allo scoperto. E trovare i voti per sfiduciarmi in aula».
Persino la lettura del Giornale, ieri mattina, gli ha procurato un dispiacere, visto che in prima pagina un Giuliano Ferrara senza peli sulla lingua gli suggeriva addirittura di presentare agli italiani` «scuse formali».
Un rimprovero presentato in maniera affettuosa, ma che tuttavia lo ha molto colpito, se è vero che il Cavaliere ha avvertito il bisogno di telefonare all`amico giornalista per chiarirgli che no, lui non sentiva davvero di aver commesso alcunchè di cui dover chiedere scusa.
Eppure, nonostante il segretario del Pdl si sia immolato sull`altare dell`ortodossia, blindando la leadership del premier a costo di gettare a mare le aperture di Pier Ferdinando Casini, la casa è in fiamme.
«Berlusconi non si dimette e noi lo difenderemo», ha annunciato il delfino designato, affossando ogni ipotesi di «larghe intese» aperte all`Udc.
E infatti il leader centrista ha fatto sapere: «Ma quali aperture, finchè c`è Berlusconi io nemmeno discuto».
Una presa di posizione dura, personalmente anche rischiosa (visto che proprio Alfano è stato il protagonista in queste settimane delle trattative sotterranee con Casini) e tuttavia necessaria per provare a stroncare le tentazioni di alcuni settori non marginali del partito.
Non è un mistero infatti che Gianni Alemanno stia ormai apertamente lavorando in una logica post-Berlusconi, fianco a fianco con un altro big del calibro di Roberto Formigoni.
Anche quelli che una volta si chiamavano “teocon” sono in fibrillazione, soprattutto per l`imbarazzo che la vicenda escort provoca in Vaticano.
«Soffro in silenzio», si è lasciato sfuggire Marcello Pera, uno che ha scritto un libro a quattro mani insieme a un certo Ratzinger.
Ma ormai anche la base è difficilmente controllabile.
Tanto che ieri, mentre Alfano difendeva a spada tratta il premier alla festa del Pdl di Cortina, nella sala attigua alcune amministratrici del partito si ammutinavano indossando delle T-shirt contro Nicole Minetti.
La marea è montante e se ne è accorto anche Bobo Maroni, che nelle conversazioni private di questi ultimi giorni ha indicato il voto sull`arresto di Marco Milanese come il passaggio più complicato della legislatura.
Ieri il titolare del Viminale ha cominciato ad uscire dal cespuglio, assestando un colpo micidiale all`alleanza del Nord.
«Noi – ha tuonato a Venezia riferendosi al sottobosco dei Tarantini- siamo diversi da questa gentaglia».
Un attacco che è stato immediatamente riportato a Berlusconi, amplificando i sospetti sul comportamenti dei deputati fedeli a Maroni (la maggioranza del gruppo) in caso di voto segreto giovedì sull`arresto dell`ex braccio destro di Tremonti.
Questa sera, per provare a blindare la Camera, il premier vedrà Bossi ad Arcore.
Ma non è prevista la partecipazione di Maroni.
Intanto, mentre Berlusconi si arrocca e si prepara a resistere all`assedio, i più avvertiti nel Pdl cercano una via d`uscita politica per salvare il salvabile.
Il pericolo numero uno per la maggioranza, dopo l`assalto dei pm, è l`appuntamento con il referendum elettorale.
Se la Corte costituzionale dovesse ammettere il referendum, per la (discussa) teoria della “reviviscenza” tornerebbe in vita la legge precedente, ovvero il maggioritario con i collegi uninominali.
E nel Pdl temono che gli elettori leghisti, quando si troveranno nel collegio un candidato berlusconiano, non daranno più il loro voto, garantendo così la vittoria alla sinistra.
Calcoli alla mano, gli esperti elettorali del Pdl hanno iniziato quindi a ragionare su sistemi proporzionali senza premio di maggioranza, come quelli in vigore in Germania e Spagna, per evitare il referendum e riagganciare Casini.
Sistemi più adatti a un partito che si sente ormai orfano di un leader carismatico.
Nei prossimi giorni, se il governo riuscirà a superare la prova Milanese, se ne parlerà a via dell`Umiltà in maniera approfondita.
Contando sul fatto che il Terzo Polo sarà un interlocutore attento.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI AGITA LO SPETTRO DELLA SEPARAZIONE DEL NORD ATTRAVERSO UN REFERENDUM… L’ENNESIMA PALLA LEGHISTA: IL CARROCCIO SAREBBE SONORAMENTO SCONFITTO ANCHE IN VENETO E IN LOMBARDIA, LO DICONO I DATI
Umberto Bossi, ieri, a Venezia ha concluso la manifestazione che, da 15 anni, celebra la secessione padana.
Il mito che mobilita e fornisce identità alla Lega e ai suoi militanti. L’ha fatto invocandola, puntualmente. La secessione. Unica via di uscita per una democrazia in pericolo.
Dove, anzi, “il fascismo è tornato con altri nomi e altre facce”.
Parole sorprendenti, in bocca al ministro delle Riforme istituzionali per il Federalismo.
Al leader di un partito che governa da 10 anni, salvo una breve pausa – meno di due anni.
La “Lega di governo”, ben insediata a Roma. Soggetto forte della maggioranza e alleato affidabile di Berlusconi, anche in tempi cupi come questi.
Bossi torna ad agitare lo spettro della secessione, per via democratica. Attraverso un referendum. Ma abbiamo motivo di dubitare che alle parole seguiranno fatti concreti. Che davvero la Lega possa e voglia perseguire la secessione – seppure per via democratica.
In primo luogo, perchè rischierebbe di trovarsi da sola, con poche persone al seguito. Come avvenne nel settembre del 1996, quando la marcia per l’indipendenza padana, promossa dalla Lega, andò largamente deserta.
Poche decine di migliaia di militanti. Un po’ pochi per marcare il “confine naturale” del Nord padano.
D’altronde, basta ragionare sui dati elettorali (come ha fatto ieri Francesco Jori su Il Piccolo e su altri quotidiani del Nord).
Nel 1996, quando la Lega raggiunse il risultato più ampio fino ad oggi, nelle regioni del Nord padano si fermò, comunque, al 23%.
Nel 2008 al 19%.
Alle Regionali del 2010 nel Lombardo-Veneto, dove è più forte e radicata, si è attestata al 30% (dei voti validi. Cioè, molto meno se si considera la popolazione intera).
In ogni caso: una “larga minoranza” dei cittadini del Nord – e pure del Lombardo-Veneto.
Tuttavia, ricondurre “tutti” gli elettori leghisti al verbo secessionista è improprio e, anzi, largamente sbagliato.
Basti pensare a quel che avvenne dopo il 1996, quando la Lega, da sola, proseguì nel progetto indipendentista.
Riducendosi a poco più del 3% alle Europee del 1999. Ciò che la indusse a rientrare a casa. Meglio: nella Casa delle Libertà . Accanto a Berlusconi.
D’altronde, ancora nel 2006, la Lega raggiungeva appena il 4% in Italia, ma restava di poco sotto al 10% nel Nord.
Il fatto è che il successo della Lega dipende da ragioni che poco hanno a che fare con la secessione.
Come dimostrano numerosi sondaggi condotti sull’argomento.
In un’indagine recente 3 (Atlante Politico di Demos, giugno 2011), la quota di elettori che si dice d’accordo con l’affermazione: “Il Nord e il Sud dovrebbero dividersi e andare ciascuno per conto suo” è del 12% in Italia, sale al 14% nel Nord Ovest e al 26% nelle regioni del Nord Est (esclusa l’Emilia Romagna, altrimenti il dato medio si abbasserebbe).
Fra gli elettori leghisti risulta elevata: intorno al 40%.
Cioè, di nuovo, una “larga minoranza”. Che resta, però, minoranza.
Per contro, l’85% degli elettori del Nord padano e oltre il 70% di quelli leghisti considerano l’Unità d’Italia una conquista “molto o abbastanza positiva” (Demos per Limes, marzo 2011).
Mentre oltre l’80% degli elettori del Nord (padano) e della Lega si sentono “orgogliosi di essere italiani”.
Infine, più di otto persone su dieci, tra gli italiani ma anche fra gli elettori del Nord, ritengono che fra 10 anni l’Italia sarà ancora unita.
E fra i leghisti questa convinzione appare solo un po’ meno diffusa: 77%.
Insomma, la “via democratica alla secessione” non porterebbe lontano la Lega.
Perchè non piace al Nord ma neppure alla maggioranza degli elettori leghisti, che si sentono molto più italiani che padani.
Allora perchè Bossi continua a richiamarla, come un mantra?
Anzitutto, per contrastare il malessere dei suoi elettori.
I più fedeli e, a maggior ragione, quelli “tattici”, molto numerosi nelle aree economicamente più dinamiche. I quali la votano per manifestare contro Roma e il Sud. Contro l’inefficienza dello Stato e la pressione fiscale, troppo alta.
Contro i privilegi della casta e del sistema politico. “Romano”.
La usano, cioè, come una sorta di sindacalista del Nord. Che oggi, però, rischia di risultare inefficace.
Altri dati di sondaggi recenti (Demos, settembre 2011 4) dicono, esplicitamente, che la manovra finanziaria del governo non piace nè al Nord (circa 70% di giudizi negativi e 23% positivi) nè ai leghisti (49% di giudizi negativi e 42% positivi).
Agli elettori leghisti, in particolare, non piace Berlusconi, grande alleato della Lega e di Bossi.
Solo un terzo di essi ne valuta l’operato con un voto “sufficiente”.
Insomma, la “Lega di governo” è in difficoltà di fronte al suo elettorato, fedele e “tattico”.
Cerca, per questo, di riproporre le parole d’ordine della “Lega di protesta”. E secessionista.
Anche se fa specie che sia il Ministro delle Riforme istituzionali a presentarsi come portabandiera dell’opposizione.
Ma il leader della Lega agita la minaccia secessionista anche per sopire le divisioni che attraversano i dirigenti del suo partito. Coinvolti, com’è stato osservato, assai più che dalla “secessione”, dal tema della “successione”.
Che vede in Roberto Maroni il candidato più accreditato. Ma anche il più osteggiato. Esempio più evidente e recente di queste tensioni: il servizio appena pubblicato da Panorama, dove si accusa la moglie di Bossi di “guidare” il partito insieme a un “cerchio” ristretto di uomini fedeli al Senatur.
Raccoglie voci note da tempo. Con la differenza – e la novità – che a rilanciarle è un periodico della galassia editoriale di Berlusconi.
Il che suggerisce quanto le tensioni siano, ormai, ineludibili. Indifferibili. Nella Lega e nel Centrodestra.
Da ciò, l’ultima spiegazione.
La Secessione, come la Padania, è un mito fondativo, una sorta di orizzonte proiettato lontano nel tempo.
Mentre la manovra finanziaria, che appare a 8 italiani su 10 inaccettabile, è reale. Attuale. Come il crollo di consensi che ha travolto il governo e, anzitutto, il Presidente del Consiglio.
La Lega e Bossi, in primo luogo, potrebbero staccare la spina. Se volessero fare Lega d’opposizione. Proporre altri candidati premier. Oppure nuove elezioni (com’è avvenuto in Spagna).
In questo caso, però, dovrebbero rinunciare alla posizione dominante che il Carroccio occupa nel governo e in molte amministrazioni.
Rischiare l’emarginazione, come dopo il 1996. Ma, soprattutto, se Berlusconi uscisse di scena, Bossi potrebbe seguirne la sorte. E senza Bossi nella Lega si aprirebbe una guerra di successione. Dall’esito incerto.
Anche per la Lega, di cui Bossi costituisce tuttora l’Icona Unificante.
Per cui sempre meglio minacciare e poi rinviare. La crisi di governo, le elezioni. Meglio, tanto meglio, invocare la Secessione. La Padania.
Ma più in là . Domani è un altro giorno. Si vedrà .
Ilvo Diamante
(da “La Repubblica“)
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Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
AL RADUNO DI VENEZIA META’ DEI LEGHISTI ATTESI NON SI VEDONO… MARONI PER ORA NON DARA’ BATTAGLIA PER LA SUCCESSIONE, ASPETTA CHE CADA BERLUSCONI E SI TRASCINI DIETRO IL SENATUR… BOSSI E’ ORMAI UN LEADER STANCO, RIPETITIVO E SENZA ARGOMENTI
Roberto Maroni rinuncia alla battaglia per la successione. Almeno adesso. Cada il governo
Berlusconi, che si trascinerà dietro Umberto Bossi, poi avanzerà con naturalezza lui, il ministro dell’Interno che oggi a Venezia, come mesi fa a Pontida, è invocato dai militanti come presidente del Consiglio.
Il suo discorso dal palco è istituzionale, rivendica i risultati ottenuti dal suo ministero, e pacifico, negando qualsiasi contrasto con Calderoli.
La guerra interna è dunque vinta.
Ora c’è da aspettare un incidente parlamentare, un pretesto che possa far scivolare Berlusconi e il suo governo.
Sarà poi Bossi a lasciare la guida del partito.
Del resto il leader è stanco, ripetitivo, senza più argomenti.
Quando sale sul palco, davanti a una piazza molto più vuota degli ultimi anni, cerca un’idea nuova.
Si trova acclamato suo malgrado dallo slogan “secessione”, ripetuti dai militanti.
E lui butta li: “Serve una via democratica, magari quella del referendum“.
E poi ritrova vecchi slogan: “Alla fine ci sarà la lotta di liberazione per la libertà ‘”.
In tutto questo, Maroni si è letteralmente nascosto, per timore di essere acclamato. Ed è sparito quando dalla piazza, mentre Bossi parlava, si sentiva il grido “Maroni insieme, Maroni insieme”.
Lui s’è sfilato. E non s’è neanche fatto vedere alla cerimonia delle ampolle.
Prima degli interventi dei leader del Carroccio, però, la giornata leghista era iniziata all’insegna di un grande spiegamento di forze dell’ordine, specie alla luce degli incidenti di ieri.
Da piazza San Marco a Riva degli Schiavoni ci sono cinque ponti da attraversare.
Settecento metri attraversati da un fiume verde e presieduti da centinaia tra poliziotti, carabinieri, uomini delle Fiamme gialle. Venezia stamani si è svegliata assediata. Non c’è angolo, ponte, via d’acqua che non abbia almeno sei agenti e un gommone pronti a intervenire
C’è Marco Reguzzoni, che si protegge dal sole sotto un gazebo, e Roberto Cota. Il presidente della Regione Piemonte apre gli interventi dal palco. Pochi minuti: “Siamo stufi di andare a Roma con il cappello in mano” e “viva Bossi“. Poi il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha salutato “i dodici agenti feriti negli scontri di ieri, che erano qui a fare il loro dovere” ha detto, conquistando un applauso tiepido.
Sotto il palco, tra i militanti, Mario Borghezio in camicia verde d’ordinanza, stringe mani e saluta, accolto come un amico.
Ma il partito lo ha sostanzialmente epurato: è senza tessera e la Padania, il quotidiano sempre pronto ad ospitare il Borghezio pensiero e farne bandiera, gli ha messo il silenziatore.
E non è più l’oratore che apre i comizi per scaldare la piazza.
E qui a Venezia si vede.
Ci prova Rosy Mauro. “Se non fosse stato per la Lega saremo già Africa”, dice. “Senza di noi la finanziaria avrebbe colpito tutti”.
Ci riesce Calderoli a svegliare gli animi. Ma per una lotta interna al partito. Quando il ministro per la semplificazione si scaglia contro i “tanti criticoni” della Lega, i sindaci (da Fontana a Tosi), a cui ricorda: “senza Bossi noi non esisteremmo”. “Polvere siete e polvere tornerete”, dice.
“Quando la gente va a votare mette la croce sullo spadone di don Giussano, mica sullo spadino di quattro pirla”.
Ma quando sul palco è stato annunciato Roberto Maroni è partita un’ovazione. Con coro “presidente, presidente” rivolto al ministro degli Interni. Adotta un profilo basso, governativo.
Niente camicia verde, giacca blu e cravatta. “Vorrei ricordare i risultati alla lotta alla mafia e all’immigrazione”, dice (le solite palle n.d.r)
Nulla rispetto agli slogan gridati di Mauro e Calderoli, eppure incassa applausi e cori.
Gli basta un “sinistra cialtrona” per far scatenare la piazza.
Ed ecco il politico padano. Azzera i contrasti con Calderoli: “Voglio ringraziare Calderoli, quelle dei giornali sono tutte balle, noi lavoriamo”.
Calderoli lo abbraccia, anche se due minuti prima si era scagliato proprio contro i “coltelli padani”.
La guerra alla successione da qui, come da Pontida tre mesi fa, ha evidentemente un vincitore ormai condiviso da tutti: Roberto Maroni.
“Non ne possiamo più di case fantasma comprate da chissà chi a sua insaputa, non ne possiamo più di leggere le intercettazioni: non siamo andati a Roma per questo” ha detto il ministro degli Interni, con i militanti che rispondono con slogan: “secessione, secessione” e, di nuovo, “presidente, presidente”.
Per quanto riguarda la durata del governo, Maroni non ha dubbi: “Andrà avanti, anche se è difficile, e comunque finchè lo dirà Bossi“.
Il senatùr sale sul palco alle 12.40 e, come sempre, scatena la “pancia” dei militanti. E rilancia la secessione, “anche con il referendum magari”, perchè, dice, bisogna trovare la via.
“Come si fa a stare in un paese che sta perdendo la democrazia, il fascismo è ritornato, con altri nomi e altre facce — ha detto il leader del Carroccio — se l’Italia va giu la Padania viene su. Bisogna solo trovare la via, io sono per la via democratica. E’ evidente che la gente ne ha piene le scatole, non puo più mandare a Roma un sacco di soldi. Non ne abbiamo più neanche per noi. Bisogna trovare la via d’uscita”.
E se la prende con i giornalisti, in particolare con l’articolo che Panorama ha dedicato alla moglie Manuela Marrone. “Iago della carta stampata, attaccano la mia famiglia”.
I giornali, la carta stampata: “fanno tutti gli amici, ma sono tutti contro la lega. La gente perde la pazienza“.
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Settembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRIMO CITTADINO DI VIGGIU’, L’ITALO AMERICANA SANDY CANE, HA DECISO DI SCIOPERARE NONOSTANTE LA DELIBERA DEL DIRETTIVO DEL CARROCCIO…”NON SIAMO IN URSS E LA MANOVRA E’ SBAGLIATA”
Se il sindaco di Varese Attilio Fontana ha dovuto accettare il diktat di Bossi, rinunciando in un
colpo solo allo sciopero dei sindaci contro i tagli ai Comuni e alla presidenza di Anci Lombardia, tra i leghisti c’è chi ha scelto una strada diversa e ha deciso di sfidare i vertici incrociando le braccia contro una manovra che ritiene iniqua ed eccessivamente penalizzante per le amministrazioni locali.
Lo ha fatto Sandy Cane, sindaco di Viggiù (Varese), già balzata agli onori delle cronache per essere la prima donna di colore (per di più leghista convinta) a guidare un Comune italiano.
È proprio lei, italo-afroamericana dal Dna leghista e maroniano, a incarnare la volontà e il pensiero della gran parte dei sindaci del Carroccio, trovando il coraggio, a differenza di tanti altri, di andare oltre le parole e passare ai fatti: “Chiudo il Comune perchè si tratta di una protesta doverosa e sacrosanta. Lo devo ai miei cittadini che sono il mio unico datore di lavoro. Se il partito poi vorrà espellermi, me ne farò una ragione”.
Sono le dichiarazioni che la stessa Sandy Cane ha rilasciato al quotidiano La Provincia di Varese, dicendosi poi pronta ad affrontare le conseguenze della sua scelta: “Probabilmente sarò espulsa dalla Lega, ma non posso tirarmi indietro. Io rispondo prima di tutto ai viggiutesi che mi hanno eletto e per i quali lavoro 24 ore al giorno. È per loro che oggi protesto”.
Così, la delibera emanata dal direttivo federale leghista a Viggiù è rimasta lettera morta, tanto che oggi le porte dell’anagrafe e dello stato civile sono rimaste chiuse.
Una scelta che il sindaco Cane ha spiegato ai cittadini con una lettera, pubblicata anche sul sito del Comune: “Si tratta di una forma di protesta molto forte alla quale siamo arrivati perchè non siamo riusciti a far cambiare una manovra economica necessaria, ma sbagliata nelle parti che riguardano le istituzioni territoriali — spiega -. Non vogliamo peggiorare la qualità della vostra vita ma cercare di migliorare i servizi e le prestazioni in tutti i settori e di difendere i vostri diritti. Oggi non è più possibile perchè si preferisce togliere ai Comuni invece di andare a vedere dove le risorse si sprecano realmente. Ogni anno i Comuni hanno portato soldi alle casse dello Stato per un totale di oltre 3 miliardi di euro. Lo Stato continua a sprecare e noi siamo costretti ad aumentare le tasse o a chiudere i servizi. Ho deciso di scrivervi per far conoscere a che punto siamo arrivati e perchè ognuno di voi possa rendersi conto che la protesta che i Comuni e l’Anci stanno facendo non è la protesta della ‘casta’, ma di chi lavora seriamente per rendere i nostri Comuni e il nostro Paese sempre più solidi, competitivi e vivibili”.
Una posizione inflessibile, che la prima cittadina leghista chiarisce con motivazioni culturali: “Sono di origine americana e i veti su di me non hanno mai avuto effetto — ha dichiarato -. Li ritengo intollerabili. Non siamo nella vecchia Unione Sovietica. Quanto poi alla protesta, ritengo sia doverosa perchè non possiamo penalizzare ulteriormente i nostri cittadini. E lo dice una che non ha mai scioperato una volta in vita sua. Nemmeno a scuola. Questa sarà la prima volta”.
Non vuole tirarsi indietro dunque, Sandy Cane, “nonostante l’ordine del partito. Che anzi mi ha ulteriormente delusa, amareggiata. Per non dire disgustata. Anche per il modo con cui ci è stato comunicato: lo abbiamo saputo prima dai giornali che dalla nostra segreteria”.
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Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
MANUELA MARRONE, MOGLIE DEL SENATUR VIENE DIPINTA COME CHI TIRA LE FILA DEL CERCHIO MAGICO… CALDEROLI PARLA DI “CAROGNATA”, BERLUSCONI SI AFFRETTA A SMENTIRE QUALSIASI PATERNITA’ DELL’OPERAZIONE, VISTO CHE PANORAMA E’ DI SUA PROPRIETA’…I MARONIANI TACCIONO
La Lega è sempre più divisa, nei fatti (vedi la manifestazione dell’Anci alla quale ha partecipato il sindaco leghista di Viggiù) e sulla carta.
Al centro delle polemiche c’è questa volta un articolo apparso sul settimanale Panorama in cui la moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, viene dipinta come una matrona che tiene le redini del partito, dopo la malattia che ha colpito il leader leghista, suscitando per questa ragione le antipatie della corrente maroniana della Lega.
I militanti del Carroccio la definiscono “l’anima nera del partito”; un sindaco della provincia di Varese, di cui non si fa il nome nell’articolo, la apostrofa come una “matrona, patrona e un po’ terrona”.
Sarebbe stata lei a mettere al fianco di Bossi, l’attuale vice-presidente del Senato Rosy Mauro, “permettendole — si legge nell’articolo — di arrivare a scrivergli l’agenda e a decidere chi poteva avvicinarlo”.
Le correnti interne al partito sono due: i “cerchisti”, il cosiddetto cerchio magico, fedeli al leader e alla moglie (che vuole creare una rete attorno al figlio Renzo per una futura successione alla guida del partito) e i “maroniani”, simpatizzanti di Roberto Maroni.
Anche se il Ministro dell’Interno ha dichiarato recentemente che “i maroniani non esistono”.
Il Ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli definisce “l’attacco alla moglie di Umberto Bossi ignobile, inqualificabile, ingiustificato e privo di senso”.
Per il capogruppo della Lega al Senato Federico Bricolo si tratta di “un articolo vergognoso”. Un richiamo dunque all’unità da parte dei più vicini al Senatur.
Calderoli prosegue: ”Tutti nel movimento dobbiamo ricordarci che senza l’impegno di queste persone nessuno di noi oggi sarebbe niente, compresi i furbetti del movimento. Grazie Umberto, grazie Manuela, noi siamo con voi!”.
In cima alla lista dei “furbetti” ci sono il sindaco di Verona Flavio Tosi e quello di Varese Attilio Fontana, che secondo l’articolo sarebbero a rischio espulsione.
E tra pochi giorni c’è un appuntamento chiave per la Lega Nord: il 18 settembre, a Venezia, i leghisti sono chiamati a raduno per la “Festa dei popoli padani”.
Il senatur deve compiere un altro sforzo per tenere unito il suo partito.
Una situazione che si trascina da mesi, cioè da quando i cerchisti avevano tentato di spodestare Giancarlo Giorgietti, segretario nazionale della Lega in Lombardia.
I maroniani hanno risposto tentando di sostituire il cerchista Marco Reguzzoni come capogruppo del carroccio alla Camera, con Giacomo Stucchi: un’operazione bloccata all’ultimo momento proprio da Bossi.
Reguzzoni ha appena annunciato di voler querelare Panorama, il suo direttore e la giornalista autrice dell’articolo.
Anche il premier Silvio Berlusconi si esprime sull’articolo incriminato: “Dissento nel modo più totale da ciò che ha scritto Panorama. Ho avuto la fortuna di conoscere la signora Manuela, la stimo e la apprezzo come una persona straordinaria”.
Dichiarazioni di facciata a parte, ormai nella Lega siamo al regolamento di conti quotidiano.
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI VORREBBE UN GOVERNO ISTITUZIONALE… I PARTITI: PD 27,5%, IDV 6%, SEL 7,5%, PDL 26,5%, LEGA 9%, UDC 7%, FLI 3,5%, API 2%….A FAVORE DEL GOVERNO TECNICO IL 44% DEGLI ELETTORI, CONTRO IL 29%, SENZA OPINIONE IL 27%
Berlusconi e il suo governo raggiungono (in discesa) livelli di fiducia “imbarazzanti” nel
sondaggio mensile di Ipr Marketing, mentre le intenzioni di voto sono decisamente a favore del centrosinistra e gli italiani dimostrano di apprezzare l’idea di un governo istituzionale per uscire dalla crisi e condurre il Paese a nuove elezioni.Il premier, dunque, perde 5 punti e crolla a quota 24 interpellati su 100 che dicono di avere molta o abbastanza fiducia in lui, mentre 64 affermano di averne “poca o nessuna” e 12 non si esprimono.
Il suo esecutivo raccoglie un misero 19 di “fiduciosi” (contro 66 negativi e 16 indecisi).
Siamo ai livelli in cui gli anglosassoni (che i sondaggi li hanno inventati) dicono
che non c’è “sopravvivenza” politica del soggetto “sondato”.
La caduta libera di Berlusconi, iniziata nel luglio del 2009 quando per la prima volta è sceso sotto quota 50% è davvero impressionante.
In due anni ha perso 26 punti e ne ha lasciati 38 sul suo massimo di 62 raggiunto nell’ottobre del 2008.
La caduta ha più o meno lo stesso andamento: 36 punti in meno rispetto al top di 55 raggiunto nel giugno del 2008.
Il calo della fiducia si traduce anche in un dato interessante sulle intenzioni di voto.
Il centrosinistra raggiunge quota 44% con un vantaggio di 6 punti e mezzo sul centrodestra (37,5%) con il terzo polo fermo al 13%.
A giugno, Ipr Marketing stimava il divario in 3 punti e mezzo (42,5% a 39%). Un’estate disastrosa, dunque, per il Cavaliere.
Per la prima volta, infine, questo mese, Ipr ha posto al suo campione (lo scorso 13 settembre) una domanda sull’ipotesi di un governo istituzionale formato dai rappresentanti di maggioranza e opposizione: il 44% degli elettori (63% di quelli di centrosinistra e 19% di quelli del centrodestra) ha detto di essere favorevole, il 29% (12% del centrosinistra, 57% del centrodestra) è contrario e il 27% (centrosinistra e centrodestra si equivalgono intorno al 25%) non ha un’opinione. Il 90% degli elettori del Terzo Polo è decisamente contrario a questa ipotesi.
A quota 24 interpellati su 100 che esprimono “molta” o “abbastanza” fiducia nel premier, siamo praticamente al di sotto dello zoccolo duro dei suoi stessi elettori che, secondo il sondaggio (fra Pdl, Lega e altri di centrodestra) dovrebbero essere il 37,5% del totale.
Come dire, con un ragionamento arbitrario ma tecnicamente plausibile, che neppure tutti gli elettori del Pdl (26,5%) hanno fiducia nel loro leader e che ipoteticamente, neppure un elettore della Lega Nord ha fiducia in Berlusconi.
Insomma, un disastro che peggiora ancora se si guardano i dati sull’esecutivo.
Un governo democraticamente eletto in un Paese civile dovrebbe avere di default un tasso di fiducia superiore.
Per fare un paragone numerico, alle ultime elezioni politiche (2008) il 19 per cento dei voti validi corrispondeva a circa 7 milioni di suffragi (grosso modo la somma di Lega Nord, Idv, Udc e La Destra) su un totale di 35 milioni di persone che si erano espresse.
Intenzioni di voto.
In tre mesi (e nonostante l’effetto negativo sul Pd del caso Penati) il centrosinistra ha scavato un solco di 6,5 punti sull’attuale maggioranza. Il Pd, infatti scende dal 27,5% del 12 giugno al 27% del 13 settembre, ma l’Idv guadagna un punto e mezzo (è al 6%) e il Sel cresce dal 6,5% al 7,5%. Calo dei Verdi (dall1,5% al’1%) fermi radicali e socialisti.
Nel centrodestra continua la discesa del Pdl (dal 27,5 al 26,5) e della Lega che lascia sul terreno un altro mezzo punto collocandosi al 9%, A primavera era sopra il 12%. Gli altri di centrodestra sono fermi al 2%.
Il Terzo Polo è sempre al 13% con l’Udc al 7%, l’Fli al 3,5%, Alleanza per l’Italia al 2% e Mpa allo 0,5%, tutti esattamente sulle stesse posizioni di giugno.
Massimo Razzi
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bersani, Bossi, Casini, Costume, Di Pietro, elezioni, governo, PD, PdL, Politica | Commenta »