Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 333 LE NORME INUTILI CHE SPARIRANNO, MISURE PER PICCOLE E MEDIE IMPRESE, SCUOLE E APPALTI… LA CARTA D’IDENTITA SCADRA’ IL GIORNO DEL COMPLEANNO
Taglio a 333 leggi inutili, fondi per la social card, scadenza dei documenti d’identità il giorno del
compleanno, possibilità per i panificatori di lavorare anche la domenica, tir in circolazione anche nei giorni precedenti o successivi ai festivi.
Il decreto Semplificazioni si arricchisce di novità e viaggia verso l’approvazione del Cdm.
Obiettivo: ridurre gli oneri (amministrativi ma anche economici) per cittadini e imprese.
Ecco, in sintesi, alcune misure contenute nelle due bozze circolate:
Via 333 leggi inutili.
La prima disposizione prevede l’eliminazione di 333 leggi dall’ordinamento italiano. La più antica risale al 1947. Si va dalla legge sui prospetti paga a norme di singoli atenei o a disposizioni per Expò già fatte.
Torna la social card.
E’ prevista una “sperimentazione finalizzata alla proroga del programma ‘carta acquisti'”. Il progetto interesserà i “Comuni con più di 250.000 abitanti” ed è prevista una dotazione di risorse per 50 milioni di euro.
Bonus per assunzioni al Sud.
Prorogato il credito d’imposta per ogni lavoratore assunto nel Mezzogiorno a tempo indeterminato, introdotto lo scorso anno con il decreto di maggio: potrà valere fino al 2013. L’assunzione deve essere operata, per godere del credito di imposta, non più nei dodici mesi successivi alla data del decreto di maggio 2011 ma nel giro di “ventiquattro mesi”.
Faro Inps su spesa sociale.
La spesa per l’assistenza sociale verrà monitorata dall’Inps che invierà segnalazioni in caso di discordanza dei dati tra le prestazioni e l’Insee.
Gravidanza anticipata.
Si semplifica la procedura per l’astensione anticipata dal lavoro in caso di gravidanze più complesse.
Panificatori al lavoro anche di domenica.
Prevista la “soppressione del vincolo in materia di chiusura domenicale e festiva per le imprese di panificazione di natura produttiva”. Salta dunque l’obbligo di chiusura domenicale per i panificatori.
Documento d’identità , scade il giorno del compleanno.
I documenti di identità “rilasciati o rinnovati dopo l’entrata in vigore” del decreto avranno validità fino alla data corrispondente al giorno e al mese di nascita del titolare immediatamente successiva alla scadenza “che sarebbe altrimenti prevista per il documento medesimo”.
Circolazione tir.
Viene eliminata la norma che prevedeva il divieto di circolazione per i tir nell'”eventuale o eventuali giorni precedenti o successivi” ai giorni festivi. Il divieto di circolazione dei camion potrà essere deciso anche per altri giorni, “in aggiunta a quelli festivi, da individuarsi in modo da contemperare le esigenze di sicurezza stradale, connesse con le prevedibili condizioni di traffico, con gli effetti che i divieti determinano sulla attività di autotrasporto nonchè sul sistema economico produttivo nel suo complesso”.
Titoli di studio.
Equiparazione dei titoli di studio per i concorsi pubblici.
Bollino blu solo alla revisione.
Il controllo sui gas di scarico dell’auto si farà solo con la revisione, non ogni anno.
Sportello turista.
Si promuove l’istituzione con le locali camere di commercio di sportelli del turista.
Reti territoriali scuole.
Arrivano per le scuole le ‘reti’ territoriali. E l’iscrizione all’Università si farà solo via web così come le valutazioni per gli studenti.
Pareggio per oneri amministrativi.
La pubblica amministrazione dovrà “pareggiare” gli oneri amministrativi, cioè il saldo tra oneri aggiunti e oneri eliminati dovrà essere pari a zero a fine anno.
Commissario contro lungaggini.
Arriva un commissario ad hoc al quale il privato potrà rivolgersi in caso di lungaggini dell’amministrazione.
Certificato unico per i diversamente abili.
Un’unica certificazione per attestare lo status di diversamente abile e aver diritto a tutte le agevolazioni.
Tempi brevi per cambio di residenza.
Si accorciano i tempi per il cambio di residenza. La bozza del decreto prevede che “l’iscrizione per trasferimento della residenza con provenienza da altro comune o dall’estero produce immediatamente gli effetti giuridici dell’iscrizione anagrafica”. “L’ufficiale d’anagrafe – si legge inoltre nel provvedimento – provvede, nel termine di due giorni lavorativi, a informare il comune di precedente iscrizione anagrafica mediante comunicazione da trasmettersi per via telematica”.
Comunicazione atti solo via web.
Le comunicazioni e le trasmissioni tra comuni di atti e di documenti saranno effettuate “esclusivamente in modalità telematica”.
Imprese, via a sperimentazione .
Si prevede un periodo di un anno per attivare percorsi sperimentali di semplificazione amministrativa per gli impianti produttivi e le iniziative ed attività delle imprese sul territorio, in ambiti delimitati e a partecipazione volontaria. I percorsi sperimentali saranno attivati da convenzioni stipulate da Regioni, enti locali, Camere di commercio, associazioni di categoria. Ulteriori semplificazioni si prospettano entro fine anno, dopo che il governo avrà valutato i risultati della sperimentazione.
Controlli a imprese sul web.
Le amministrazioni dovranno pubblicare sul proprio sito e su www.impresainungiorno.gov.it la lista dei controlli a cui sono assoggettate le imprese.
Feste da ballo e testo unico pubblica sicurezza.
Le autorizzazioni di polizia dureranno 3 anni. Le feste da ballo pubbliche non dovranno chiedere autorizzazioni al questore.
Appalti, Banca dati dei contratti pubblici.
E’ istituita, presso l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, la “Banca dati nazionale dei contratti pubblici”. Dal primo gennaio 2013, si legge nella norma, la documentazione comprovante il possesso dei requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativo ed economico-finanziario sarà acquisita nella banca dati. Le stazioni appaltanti e gli enti aggiudicatori verificheranno il possesso dei requisiti esclusivamente tramite questo strumento.
Appalti solidali.
Arriva la responsabilità solidale negli appalti tra datore di lavoro, appaltatore ed eventuali subappaltatori.
Pmi, dichiarazione unica ambientale.
Per semplificare le procedure e ridurre i costi per le piccole e medie imprese arriva l’autorizzazione unica ambientale che “sostituisce ogni atto di comunicazione, notifica e autorizzazione previsto dalla legislazione vigente in materia ambientale”. L’autorizzazione sarà disciplinata da un regolamento che verrà emanato dal governo entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, su proposta dei ministeri dell’Ambiente, della Pubblica amministrazione, dello Sviluppo economico e dei Trasporti. Restano ferme le disposizioni in materia di autorizzazione integrata ambientale.
“Capofila” per progetti di ricerca.
Le aziende coinvolte in un progetto di ricerca potranno individuare un “capofila”, una sorta di regista che rappresenta le imprese nei rapporti con la p.a.
Cessione terreni annuale.
La vendita dei terreni agricoli pubblici non sarà “una tantum”, ma annuale.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
VIA LIBERA ALL’ACQUISTO DI 400 NUOVI VEICOLI: 10 MILIONI DI EURO PRONTI PER LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, CON IL LIMITE DI 1.600 CC DI CILINDRATA E ZERO OPTIONAL… MA SPUNTA L’OPZIONE DI AUTO “BLU MINISTERIALE”
Le auto blu, uscite dalla porta, rischiano di rientrare dalla finestra.
Il governo con un decreto ha deciso la stretta sui veicoli in uso alle pubbliche amministrazioni stabilendo tetti nella spesa, nuove regole per l’uso e per l’acquisto.
Ma dieci giorni dopo il ministero dell’Economia lancia un bando per acquistarne 400 nuove di zecca, personalizzabili con vari colori compreso un bel “blu ministeriale”.
Il tutto per la modica cifra di 10 milioni di euro.
L’incoerenza della politica, a quanto pare, non risparmia il governo dei tecnici.
Era il 13 dicembre quando il consiglio dei ministri dichiarava guerra al fenomeno, tutto italiano, delle auto di rappresentanza e di servizio in uso presso le amministrazioni pubbliche, centrali e periferiche.
Nel mirino non solo le auto blu ma tutto il parco dei mezzi in dotazione presso enti, comuni, province e regioni che secondo un censimento ancora in corso sarebbero oltre 70mila.
Un segnale importante per gli italiani in un momento in tempi di nuovi sacrifici, aumenti delle tariffe e liberalizzazioni.
“Stop all’auto blu come status symbol” è il messaggio che passa sui giornali.
Ma ecco che il 24 gennaio, sul sito del Ministero dell’economia e sul portale Aquistinretepa.it, compare un bando nel quale si annuncia proprio il contrario, cioè la disponibilità a comprare altre 400 vetture per le amministrazioni che ne faranno richiesta.
La base d’asta per le imprese fornitrici è di 9.571.000 euro e il termine per le loro offerte è fissato l’8 marzo.
Le cilindrate oggetto della gara sono tutte inferiori a 1600 cc con standard minimi di equipaggiamento (climatizzatore, abs, controllo di trazione e stabilità elettronici e ovviamente airbag) e accessori facoltativi ed “extracapitolato” come sensori di parcheggio e pressione pneumatici, sistema start&stop.
Gli acquisti saranno effettuati tramite il sistema centralizzato di gestione Consip in base alle diverse esigenze che perverranno dalle amministrazioni senza limitazioni.
Potranno aderire amministrazioni pubbliche senza distinzioni, centrali e periferiche, enti locali e territoriali, corpi di polizia, vigili del fuoco, Asl e così via.
Potrebbe essere una buona notizia per le forze dell’ordine che da anni lamentano un parco veicoli ormai obsoleto e insufficiente.
Ma da una vocina del capitolato si riaffaccia il rischio che, alla fine, anche chi vorrà far man bassa di auto blu avrà la strada spianata.
A leggere la documentazione allegata, le note tecniche e tutto il nutrito materiale del bando si precisa infatti che sono compresi colori base, come il grigio, e “colori di istituto”.
Così tra il verde “vem” per le vetture militari e il rosso “ral” per i vigili del fuoco ecco che spunta anche un bel “blu ministeriale”.
Il bando precisa poi che gli interni sono standard.
Non tutti però, perchè l’amministrazione potrà fare richiesta al fornitore di allestimenti diversi e aggiungere a sue spese “interni di pregio”, con relativi costi a proprio carico.
Insomma, la versione base è compresa, se vuoi quella elegante a scopo di rappresentanza devi metterci del tuo.
Che poi è sempre il nostro, perchè che a pagare sia l’amministrazione centrale o quella periferica, sempre di soldi pubblici si tratta.
La notizia stupisce per varie ragioni.
A partire dal fatto che solo dieci giorni fa il governo ha approvato con apposito decreto il taglio alle auto di servizio.
L’annuncio è stato riportato con enfasi e titoli a sei colonne: “Adesso tocca alle auto blu. Parola di governo”.
In realtà la stura alle auto di Stato non riguarda solo quelle blu che sono la pietra dello scandalo antico, ma tutte quelle in servizio alle amministrazioni e a carico del pubblico che dal punto di vista economico incidono in modo molto maggiore.
Così il decreto del 13 gennaio si abbatte su amministrazioni centrali dello Stato ma anche su comuni, province e regioni ed enti. Nessuno si salverebbe.
Il testo, messo a punto dal ministro Patroni Griffi, si propone dunque di sfrondare l’intero parco mezzi ma cerca anche di dare una regolata al loro uso, limitando quello di rappresentanza a poche categorie ben individuate.
“L’auto sarà concessa al ministro ma non al direttore generale, al sindaco ma non agli assessori o al segretario comunale”, spiegava lo stesso ministro Griffi.
Che prometteva anche maglie più strette per i controlli e per la verifica degli acquisti eliminando la possibilità per le amministrazioni di comunicare entro trenta giorni l’acquisto effettuato al Dipartimento della funzione pubblica.
D’ora in poi, dice il decreto, la segnalazione deve essere immediata.
Ma a frenare gli entusiasmi è un dettaglio non da poco.
Il taglio, infatti, non scatta subito come molti vorrebbero.
E il motivo è che — nonostante gli sforzi compiuti — ancora oggi non si sa neppure quante siano le auto blu in Italia.
Il ministero ha infatti avviato un censimento già lo scorso anno tramite il Formez ma i dati finora pervenuti sono solo parziali: al censimento hanno risposto 5.600 amministrazioni per un conteggio di 50mila auto e all’appello mancano ancora 2.500 amministrazioni, il 30% del totale.
Così, da una parte e si ipotizza un parco superiore ai 70mila veicoli e dall’altro si rimanda la stretta a quando si avranno dati completi, utili anche per capire cosa fare delle vetture in eccesso (per le quali il governo ipotizza una vendita all’asta).
Il punto è che nell’interludio tra nuove e vecchie regole, non è scattato l’auspicato stop agli acquisti.
Anzi, mentre il governo prendeva provvedimenti per riportare la spesa delle quattro ruote sotto controllo già si preparava il bando procedere a nuovi acquisti.
La notizia causerà qualche malumore anche perchè il decreto del governo è stato accompagnato da un corredo di dati e di episodi non proprio “illuminanti” sulla diffusione e sull’uso dell’auto blu.
Si è scoperto ad esempio che le vetture in uso esclusivo sono 1.737, 1.692 e 44.356 quelle di servizio.
Nell’Italia che fa i conti con il rischio default la media di vetture di rappresentanza è di 2,6 ogni centomila abitanti, molto superiore a quella di paesi europei dall’economia meno disastrata. Solo la Lombardia, capofila tra le regioni, ha 200 vetture con uso esclusivo, 230 non esclusivo e 7.100 di servizio.
Non si capisce come facciano ad andare avanti le amministrazioni di Liguria, Molise, Basilicata, Calabria e Trentino che, tutte insieme, non arrivano a tanto.
E al censimento mancano ancora le dotazioni ministeriali, cosa non di poco conto se si pensa che solo il Ministero della Difesa ne conta 700 (oltre alle 9 Maserati blindate fonte di tante polemiche).
La pubblicazione dei primi dati è stata poi accompagnata da un poco edificante corredo di aneddoti e cronache circa l’uso disinvolto che si fa di questo patrimonio pubblico su gomma: il Messaggero Veneto, ad esempio, ha pizzicato il presidente del consiglio regionale a scorrazzare in lungo e in largo per il Friuli tra partite di calcio e impegni private.
L’ultima la racconta l’Espresso e riguarda l’assessore siciliano Gaetano Armao che cede l’Audi 6 regionale alla fidanzata.
L’autista, pagato dai contribuenti, va a prenderla sotto casa e attende la fine dello shopping, poi la riaccompagna alla sua abitazione.
Dettaglio: lei si chiama Lara Bartolozzi, è un magistrato della sezione fallimentare del Tribunale di Palermo e come tale è sicuramente edotta di cosa significa l’espressione abuso del bene pubblico.
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Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
NEL DECRETO LIBERALIZZAZIONI E’ CONTENUTA UNA NORMA CHE CONSENTIREBBE AL GRUPPO DI INCASSARE MILIONI DI EURO GRAZIE ALL’EXTRA-GETTITO DELL’IVA
“Quella norma del decreto liberalizzazioni a noi sembra applicabile a una sola grande opera: il nuovo porto di Vado Ligure”, parola di Francesco Nerli, presidente di Assoporti, l’associazione che riunisce le autorità portuali italiane.
Ma c’è un altro punto: il progetto di Vado che vede tra i principali finanziatori (con 100 milioni di euro) la Biis, fino a pochi mesi fa guidata da Mario Ciaccia, oggi viceministro alle Infrastrutture.
Non solo: la Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo (Biis, appunto) fa capo al gruppo Intesa, di cui era numero uno Corrado Passera, oggi ministro dello Sviluppo economico con delega alle Infrastrutture.
Quella che sembra una polemica del mondo dei porti si rivela un altro capitolo del potenziale conflitto di interessi degli ex manager di Intesa.
A Genova e in altri grandi porti italiani qualcuno, scherzando, definisce la nuova norma una legge “ad bancam”.
Il porto di Vado è oggetto da anni di polemiche al calor bianco.
Un colosso di 210 mila metri quadrati (costo 450 milioni, previsti 700 mila container l’anno).
La politica si è in gran parte espressa a favore, così come il mondo dell’impresa. Ma la popolazione è contraria, tanto che il sindaco Attilio Caviglia ha vinto le elezioni con una lista trasversale sconfiggendo centrodestra e centrosinistra che erano favorevoli. Vado è stata per decenni sede di industrie inquinanti.
Il paesaggio oggi è dominato dalle ciminiere alte 200 metri della centrale elettrica Tirreno Power, che da quarant’anni brucia fino a 5 mila tonnellate di carbone al giorno.
La nuova piattaforma portuale, grande quanto trenta campi da calcio, secondo molti rischia di essere una pietra tombale sull’ambiente.
Ora la polemica diventa politica. E arriva al governo.
Al centro della questione l’extra-gettito Iva, un’agevolazione destinata a finanziare nuove infrastrutture anche portuali.
Spiega Nerli: “In pratica gli scali in via di costruzione dovrebbero generare nuovi traffici e produrre un gettito extra di Iva. La legge prevede che il 25 per cento delle nuove entrate sia destinato a chi realizza le opere”.
Non parliamo di bruscolini, ma di centinaia di milioni di euro.
I porti italiani con le loro imposte (essenzialmente l’Iva) ogni anno portano allo Stato 2 miliardi di euro.
L’idea di puntare sull’extra-gettito era nata con il governo Prodi nel 2007. Giulio Tremonti pareva non amarla. Adesso è stata rispolverata dal decreto Monti.
Ma ecco il punto: “La nuova disciplina si riaggancia a quanto stabilito da Berlusconi a novembre. In pratica si dice che saranno favorite le nuove infrastrutture ‘le cui procedure sono state avviate … e non ancora definite’.
Questa descrizione si applica a un solo caso: la piattaforma Maersk di Vado”, sottolinea Nerli.
Qui ecco l’aggiunta del governo Monti: “Il precedente governo non faceva cenno all’extra-gettito, che è previsto nel decreto liberalizzazioni”. Ma soprattutto: “Il meccanismo prevede che il gettito Iva finisca direttamente alle società di progetto, cioè ai privati e che il soggetto pubblico (le autorità portuali) sia scavalcato”.
In concreto, secondo un operatore portuale ligure che non vuole essere citato: “Beneficiaria della legge sarebbe l’Ap Moeller (del colosso Maersk), che utilizzerebbe le risorse per restituire i finanziamenti alle banche, tra cui Banca Intesa“.
Niente di illegale, ma riemerge il potenziale conflitto di interesse.
E una questione di opportunità .
“Noi non siamo contro l’extra-gettito e nemmeno contro Vado, ma non capiamo perchè la legge debba riferirsi a poche opere, anzi, sembrerebbe a una. E non capiamo perchè i soggetti pubblici debbano essere tagliati fuori. Perchè non prevedere che le agevolazioni sull’Iva siano stabilite, caso per caso, dalle autorità portuali?”, si chiede Nerli.
Ma la norma affogata nel mare del decreto liberalizzazioni suscita preoccupazioni anche nei porti vicini a Vado (che fa capo all’autorità portuale di Savona).
Raccontano tra Genova e La Spezia: “Il meccanismo dell’extra-gettito era stato studiato in periodi di vacche grasse, pensando che un nuovo porto soffiasse traffico ai porti stranieri. Oggi siamo in crisi, nuovi traffici non se ne prevedono, e Vado potrebbe ‘rubare’ container agli scali vicini”.
Non solo: l’extra-gettito prevede nuovi traffici.
Se Savona con le sue agevolazioni togliesse container a Genova e alla Spezia, si ridurrebbero anche gli incassi per lo Stato.
La bolla del traffico marittimo rischia di scoppiare: nel Nord Europa il problema della over-capacity ha provocato una guerra di carte bollate contro l’ampliamento dei porti di Rotterdam e Southampton. Le navi da trasporto inutilizzate sono passate in pochi mesi da 210 a 268 (+ 27 per cento).
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
CON LA PUBBLICAZIONE DEI BILANCI 2011 SI ALZERA’ IL SIPARIO SU EMOLUMENTI E PREMI DELL’ANNO
La polemica sulla bolla degli stipendi d’oro dei manager è uno di quegli argomenti ciclici che anche in Italia tende ad accendere gli animi per poi scomparire dalle agende fino al nuovo giro di boa.
La prossima, peraltro, si avvicina: le società quotate hanno l’obbligo di comunicare le politiche di remunerazione dei vertici nei bilanci e così tra marzo e inizio aprile, con la pubblicazione dei bilanci 2011, si alzerà il sipario su emolumenti e premi dell’anno appena chiuso.
Rispetto alla classifica 2010, quella degli ultimi dati disponibili, le novità non mancheranno.
Un anno fa Alessandro Profumo con 40,59 milioni doppiava ampiamente tutti i colleghi alla guida di grandi aziende in virtù della liquidazione monstre da 38 milioni ricevuta in uscita da Unicredit il 20 settembre 2010.
In seconda posizione, per dire così, figurava Luca Cordero di Montezemolo con 8,713 milioni, ma anche qui nel 2010 si è chiuso il pluriennale legame con la Fiat che ha presieduto fino al 21 aprile.
A seguire figuravano Marco Tronchetti Provera con 5,95 milioni, Cesare Geronzi con 5,088, Paolo Scaroni con 4,42 e Pier Francesco Guarguaglini con 4,314 milioni.
Insomma, alcune pedine si sposteranno visto il valzer di poltrone realizzatosi nel frattempo, anche se a non cambiare sarà la sostanza.
E in tempi di austerity per tutti e di messa in discussione dello stesso sistema capitalistico-finanziario occidentale questo dovrebbe spingere ad affrontare in un’ottica più strutturale il dibattito sui tetti agli stipendi d’oro.
Quando basta? E quando è «immorale», termine dèmodè ma efficace, una busta paga faraonica con un multiplo astrale tra il capoazienda e il suo dipendente tipo?
Proprio nel 2011 dentro il frullatore del dibattito era finito Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat, non perchè fosse il caso «peggiore» ma perchè il gruppo era in piena ristrutturazione.
Nel 2010 il manager ha guadagnato 3,473 milioni ma mettendo in fila le sue buste paga dall’arrivo alla guida del Lingotto fino all’ultimo dato disponibile era stato calcolato che il suo stipendio medio giornaliero lordo (15.500 euro) poteva essere confrontato con quello annuale di un metalmeccanico di fascia media.
Il che corrisponde a un multiplo tra il capoazienda e l’operaio, considerando anche bonus e premi (ma non stock option), pari a circa 365.
Eccessivo anche per chi è famoso per il superlavoro.
Peraltro Marchionne scivolò su un’infelice battuta il cui senso era: un operaio non farebbe a cambio, visto la vita che faccio.
Qualche cambiamento è in arrivo: da quest’anno con le nuove regole Consob le società dovranno pubblicare più ampi dettagli sui guadagni dei top manager.
Un esempio è l’oggettività degli obiettivi con il clawback (con la restituzione dei super-gettoni se un anno dopo gli obiettivi che sembravano raggiunti in realtà non lo sono).
Almeno, un pizzico di trasparenza in più.
Certo la bolla delle buste paga dei vertici non è una specificità italiana.
Non a caso se ne discute in Inghilterra come a livello europeo.
Anzi, il fenomeno è occidentale: l’industria delle banche d’affari Usa ha scritto pagine vergognose nel «pre» ma anche nel «post» crac-Lehman.
Basterebbe leggere il best seller «Too Big To Fail», del giornalista del New York Times , Andrew Ross Sorkin.
Per ora a prevalere resta il diffuso malinteso tra liberismo e assenza totale di regole.
Massimo Sideri
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
INDEBITATO IL 27,7% DEI NUCLEI FAMILIARI, IN MEDIA PER OLTRE 43.000 EURO… UN TERZO RITIENE INSUFFICIENTI LE ENTRATE
Il 27,7 per cento delle famiglie italiane è indebitato, per un ammontare medio di 43.792 euro. 
È quanto emerge da un’indagine della Banca d’Italia secondo cui il rapporto tra debito e reddito disponibile, un indicatore di sostenibilità dell’indebitamento che indica quante annualità di reddito sarebbero necessarie a estinguere lo stock di debito detenuto, risulta pari al 45,6 per cento per la famiglia indebitata mediana, corrispondenti a circa 5 mesi.
La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), nel 2010 presenta un valore mediano di 163.875 euro.
La Banca d’Italia sottolinea inoltre che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale contro il 44,3 per cento registrato nel 2008.
La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61).
Si restringe il reddito medio delle famiglie italiane che nel 2010, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Secondo la ricerca di via Nazionale in termini reali il reddito medio nel 2010 è inferiore del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991.
Tra il 2008 e il 2010 il reddito familiare è rimasto sostanzialmente invariato, con un aumento dello 0,3% in termini reali, dopo essersi contratto di circa il 3,4% nel biennio precedente.
In termini di reddito equivalente, cioè quello di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive, la variazione delle entrate tra 2008 e 2010 risulta leggermente più sfavorevole (-0,6%) a causa di un lieve aumento nella dimensione media della famiglia osservata nel periodo.
Nel 2010 il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia.
Banca d’Italia che sottolinea come rispetto alle precedenti rilevazioni emerga una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà .
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
LA NOVITA’ DELL’ULTIMA ORA E’ IL PAGAMENTO DI 5,7 MILIARDI DI EURO AI CREDITORI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E L’IMPOSTA DEL 20% PER I REDDITI DI NATURA FINANZIARIA
Il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti dei fornitori per un
totale di 5,7 miliardi: è questa la principale novità contenuta nel testo finale del decreto per le liberalizzazioni che, trasmesso per le vie brevi ad alcuni senatori, e che è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dopo la firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
I circa 6 miliardi di pagamenti della Pubblica amministrazione ai creditori sbloccati con il decreto liberalizzazioni “sono una cifra limitata”, rispetto all’enorme ammontare dello scaduto, “ma si tratta pur sempre di 11mila miliardi di vecchie lire” ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, intervenendo a Ballarò.
Nel decreto, per i redditi da capitale ed i redditi di diversa natura finaziaria è prevista un’aliquota del 20 per cento.
Più alta, quindi, di quanto previsto l’estate scorsa in un provvedimento del governo Berlusconi.
Per il resto i 97 articoli confermano in gran parte le indiscrezioni circolate il giorno del varo da parte del Consiglio dei ministri, dalle norme sui taxi a quelle sulle farmacie (con mini ritocchi), da quelle sui notai alla possibilità di creare Srl da parte di giovani con un solo euro, dal gas alla Rc Auto.
La vera novità è rappresentata dalle misure per accelerare il pagamento dei crediti commerciali vantati da parte delle imprese nei confronti della amministrazioni statali.
L’articolo utilizza tre diverse forme di finanziamento per complessivi 5,7 miliardi.
2,7 miliardi saranno messi a disposizione riutilizzando i fondi speciali derivanti dai residui passivi; 1 miliardo, recuperato riallocando alcune poste contabili, servirà ad estinguere i crediti relativi ai consumi intermedi; 2 miliardi saranno pagati tramite titoli di Stato e l’assegnazione di tali obbligazioni statali non sarà computata nei limiti delle emissioni nette dei titoli di Stato indicata nella legge di bilancio.
Tra le novità introdotte ci sono due articoli relativi alla filiera agroalimentare, le norme consentono l’attivazione di un volume di investimenti nel settore Food e No-Food quantificabili – spiega la relazione tecnica – in 250-300 milioni di euro, l’intervento – viene spiegato – assume carattere di urgenza in considerazione della fase di crisi economica e dell’esigenza di rilancio degli investimenti che, in particolare, il comparto attende da oltre tre anni.
Ma questa norma viene accompagnata anche da una disciplina sulle “relazioni commerciali in materia di cessioni di prodotti agricoli e agroalimentari” che servono a limitare pratiche commerciali sleali che, vista la crisi, rischierebbero di ampliarsi nei prossimi mesi.
Tra le altre novità un articolo prevede l’applicazione della deducibilità degli interessi passivi per le società , a prevalente capitale pubblico, che forniscono acqua, energia, teleriscaldamento e servizi di smaltimento e depurazione. Alcune modifiche di dettaglio vengono introdotte anche per la tassazione delle rendite finanziarie con l’aliquota unica prevedendo la soppressione dell’esclusione della tassa del 20% sui redditi di capitale e sui redditi differenti di natura finanziaria (la norma ha valore interpretativo) ma anche l’applicazione dell’aliquota del 12,5% sui pronti contro termine su titoli pubblici emessi da Stati esteri e dell’11% sui fondi pensione Ue (per rispondere ad una procedura di infrazione comunitaria).
Nel testo vengono fissate con dettaglio anche le norme sull’autotrasporto e rispetto all’ultimo testo vengono introdotte alcune novità che sembrano confermare la volontà di sterilizzare l’effetto degli aumenti dei carburanti per il settore.
La modifica – spiega la relazione tecnica – si è resa opportuna per equiparare la normativa italiana a quella degli altri Paesi europei ma anche per limitare l’esposizione finanziaria che gli aumenti delle accise comportano in attesa del rimborso, che è oggi annuale e diventerà trimestrale. Nella relazione tecnica infatti il governo riconosce che “i recenti aumenti delle accise sul gasolio per autotrazione stanno mettendo a dura prova la tenuta del comparto, che ha già dovuto sopportare ulteriori rincari di altre voci di spesa come assicurazioni e manutenzione dei veicoli, in un contesto economico che è tuttora al di sotto dei livelli antecedenti alla crisi”.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
LASCIA UN BUCO DI QUASI 4 MILIONI DI EURO: GRAZIE A UNO DEI SUOI CAVALLI CHE CORRE E VINCE, LO STATO HA GIA’ RECUPERATO 150.000 EURO
Quando la crisi ha iniziato a mordere le aziende del Nordest lui ha deciso di darsi all’ippica, nel vero senso della parola: ha messo sulla strada i suoi 300 dipendenti senza pagare contributi previdenziali e stipendi, e con i soldi “risparmiati” ha comprato una decina di ottimi cavalli da corsa.
Tra loro c’è Mustang Grif, uno dei tanti figli del supercampione Varenne, che stravince negli ippodromi di mezza Europa.
È l’incredibile storia di un piccolo imprenditore dell’Alta Padovana, erede e figlio anche lui.
Lo stalloncino-imprenditore ha ereditato da papà una florida azienda di trasporti e facchinaggio alle porte di Limena, lungo la statale che da Padova porta a Bassano del Grappa.
Il rampollo ha 25 anni, una bella moglie e un villone con giardino alle porte del paese. Macchine di lusso, tanti viaggi all’estero e la passione sfrenata per le scommesse e gli ippodromi: insomma un tenore di vita che pochi suoi coetanei possono permettersi.
Gli affari trottano come i suoi cavalli, ma a un certo punto il meccanismo si inceppa: la ditta di trasporti inizia a imbarcare acqua e allora tac, eccola la soluzione: licenziare tutti i 300 operai tra diretti e appartenenti alle imprese di subappalto.
Senza pagare gli ultimi stipendi, senza contributi previdenziali, senza niente: solo una stretta di mano, non ci sono più soldi, arrivederci e grazie.
“In realtà ci siamo insospettiti perchè quando sono avvenuti i primi licenziamenti l’azienda era ancora molto fiorente — racconta il capitano delle Fiamme gialle di Padova Ivano Maccani — infatti gli operai licenziati si sono rivolti a noi perchè i conti non tornavano”.
Le indagini, avviate un paio di anni fa, portano le Fiamme Gialle davanti a un buco nero enorme, un’evasione fiscale per 2,2 milioni di euro di contributi non versati ai dipendenti, ai quali si aggiungono 1,5 milioni per il mancato pagamento dell’Iva e di tutte le ritenute Irpef.
Una vicenda che sfocia alla svelta nel penale, dove si aggiungono il sospetto di un meccanismo di riciclaggio internazionale – per il quale è accusata anche la moglie dell’imprenditore — e le accuse di bancarotta fraudolenta e impiego di beni di provenienza illecita, accusa estesa a un terzo personaggio che pur sapendo dell’origine dei cavalli li ha fatti gareggiare lo stesso in gare internazionali.
“Milioni di euro venivano riciclati tramite una fiduciaria svizzera — spiega Maccani — e rientravano successivamente in Italia per essere reinvestiti nell’acquisto dei cavalli da corsa”.
Una truffa milionaria ai danni dell’Erario per “foraggiare” le corse dei cavalli: un gioco che ora stava diventando sempre più pericoloso.
Infatti ieri mattina le Fiamme gialle hanno bloccato per un soffio due furgoncini dove erano stipati 10 quintali di carte: tutte le prove cartacee dell’enorme truffa dell’azienda, in partenza per destinazione ignota. “Volevano far sparire tutto alla svelta”, dice Maccani.
L’unica nota positiva di questa storiaccia di evasione fiscale senza vergogna, germogliata proprio nella terra degli imprenditori suicidi per il disonore di non poter pagare gli stipendi, è legata a Mustang Grif.
Da quando è scattato il sequestro dei beni – ora l’azienda è in fallimento pilotato — il cavallino campione è diventato di proprietà della Guardia di finanza e corre con le insegne dello Stato.
Un acquisto che finora ha già portato 150mila euro alle casse del Fondo unico di giustizia, insomma alle casse pubbliche.
Bravo Mustang, almeno tu sei un erede di razza!
Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
TRA I SENZA LAVORO, 74,8 MILIONI HANNO TRA I 15 E I 24 ANNI… QUEST’ANNO SARANNO TRE MILIONI LE PERSONE A RESTARE SENZA OCCUPAZIONE
Nel mondo ci sono 200 milioni di disoccupati, tra questi 74 milioni e 800mila hanno tra i 15 e i 24
anni e nel 2012 altri tre milioni di persone rimarranno senza lavoro.
Sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) intitolato “Tendenze globali dell’occupazione 2012: prevenire una crisi ancora più profonda”.
Per poter garantire una crescita sostenibile e mantenere la coesione sociale, la “sfida urgente” è creare 600 milioni di posti di lavoro produttivi nei prossimi dieci anni.
E per farlo i governanti dovrebbero agire in modo “deciso e coordinato” per fare in modo che il settore privato “possa tornare ad essere il principale motore della creazione di posti di lavoro”.
La ripresa economica, spiega l’Organizzazione mondiale del lavoro, è stata “più debole del previsto” e come risultato “è difficile che i mercati del lavoro si riprendano dalla tensione che li ha tenuti sotto pressione dall’inizio della crisi”.
“Dopo tre anni di crisi continuata dei mercati del lavoro e di fronte alla prospettiva di un ulteriore peggioramento della situazione economica mondiale – scrive l’Ilo – la disoccupazione mondiale ha raggiunto la cifra di 200 milioni di unità ” (27 milioni in più rispetto all’inizio della crisi, visto che la ripresa del 2009 è stata “di breve respiro”).
Nei prossimi dieci anni sarebbero necessari oltre 400 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire la crescita annuale di manodopera stimata in 40 milioni l’anno.
Il mondo dovrà poi confrontarsi con un’ulteriore sfida: creare posti di lavoro dignitoso per circa 900 milioni di lavoratori che vivono sotto la soglia di povertà dei due dollari al giorno, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.
“Il fatto che le economie non creino posti di lavoro sufficienti – osserva l’Ilo – si ripercuote nel rapporto occupazione-popolazione, che ha registrato un declino record tra il 2007 (61,2%) e il 2010 (60,2%).
“Nonostante il vigoroso impegno dei governi, la crisi dell’occupazione continua senza sosta, con un lavoratore su tre nel mondo (circa 1,1 miliardi di persone) che è disoccupato o vive al di sotto della soglia di povertà “, sottolinea il direttore generale dell’Ilo Juan Somavia.
“Quello che serve – aggiunge – è che la creazione di posti di lavoro nell’economia reale diventi la nostra priorità numero uno”.
I giovani continuano ad essere le principali vittime della crisi occupazionale, evidenzia il rapporto, che avverte: “Viste le tendenze attuali, sono poche le speranze di vedere un sostanziale miglioramento delle loro prospettive di impiego nel breve termine”.
Secondo l’Ilo nel 2011 erano disoccupati 74,8 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni, quattro milioni in più rispetto al 2007: a livello globale, un giovane ha circa tre possibilità in più di essere disoccupato rispetto a un adulto.-
Aumentano inoltre i lavoratori con un impiego “vulnerabile”: nel 2011 ammontavano a 1,52 miliardi, 136 milioni in più rispetto al 2000 e circa 23 milioni in più dal 2009.
In particolare, il 50,5% delle donne ha un’occupazione “vulnerabile”, rispetto al 48,2% degli uomini.
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE AZIENDE ITALIANE IN CRISI SONO STATE OGGETTO DELL’INTERESSE DEI GRANDI GRUPPI STRANIERI, IN PRIMIS FRANCESI E CINESI… IL CONTROVALORE E’ CRESCIUTO DELL’80% E VALE LA META’ DELLA FINANZIARIA DEL GOVERNO
L’ultima in ordine di tempo è la Ferretti group, passata alla società cinese Shandong Heavy Industry Group — Weichai.
Solo il tempo di festeggiare il Capodanno (occidentale) del 2012 e il Dragone ha messo il sigillo su un gioiello dell’industria italiana, maggior produttore mondiale di yacht di lusso.
Ferretti era incappata nei guai per l’eccesso di debiti accumulati in successivi passaggi di mano di fondi di private equity, e i cinesi hanno vinto la partita grazie all’accollo dell’indebitamento con un esborso complessivo di 374 milioni di euro — di cui 178 milioni in investimenti e 196 milioni per il finanziamento del debito del gruppo — per il 75% della società italiana.
Il compratore è una società statale, dotata quindi di fondi pressochè illimitati, ma assolutamente estranea al mondo degli yacht.
Non è un problema, l’importante è accaparrarsi le tecnologie e il “saper fare” artigianale degli italiani, farli propri e svilupparli successivamente in madre patria, dove i milionari sono molti e gli yacht di lusso un giocattolo sempre più ambito.
Compratori attenti, i cinesi.
Venditori distratti del loro patrimonio manifatturiero gli italiani.
La nostra manifattura è la seconda in Europa per importanza, dietro solo a quella tedesca e a prezzi di realizzo causa crisi e (apparente) disinteresse degli imprenditori italiano.
I dati elaborati dalla società di consulenza Kpmg non lasciano dubbi.
Nel 2011 le imprese straniere hanno fatto man bassa delle aziende italiane.
Sono in tutto 108 acquisizioni tra grandi e piccole, per un controvalore totale di 18 miliardi di euro.
Per fare un paragone, stiamo parlando della metà della manovra finanziaria lorda con cui il governo Monti ha messo in sicurezza i conti statali a fine 2011.
Tanti, tanti soldi per un periodo di crisi, contando che sono scomparsi i cosiddetti “megadeal” tipici dei periodi di espansione economica, grandi acquisizioni con numeri talvolta superiori al Prodotto interno lordo di interi stati africani o centroamericani.
Nel 2010 le operazioni “estero su Italia” come si chiamano nel gergo della finanza, erano state 83, con una crescita quindi del 30 per cento e addirittura del 76 per cento se si considerano i controvalori investiti, che nel 2010 sono stati 10 miliardi.
Vale la pena di notare che le imprese italiane si accontentano di affari minori.
Le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero” sono state rispettivamente 157 e 64, ma la somma del loro controvalore totale è pari a 10 miliardi di euro. L’80 per cento meno degli stranieri.
Napoleone Bonaparte aveva avuto buon occhio per i capolavori dell’arte italiana.
Una volta varcate le Alpi era stato attentissimo nel selezionare quadri e sculture di assoluto valore artistico per impreziosire i propri musei.
Due secoli abbondanti dopo, mutatis mutandis, la Francia repubblicana è tornata in forze sul territorio italiano a fare incetta di altri “gioielli” della nostra epoca.
Nessun uso della forza, solo strategia e soldi. I cugini transalpini sono stati gli assoluti protagonisti sul mercato delle acquisizioni nel 2011, confermando l’attenzione per il tessuto economico italiano dove nel periodo 2007-2011 sono i secondi assoluti per deal dietro solo alla superpotenza americana.
Cinque delle 10 maggiori acquisizioni di gruppi italiani portano infatti il marchio dei bleus, a cominciare dalla maison del gioiello Bulgari finita a marzo al colosso mondiale del lusso Lvmh di Bernard Arnault per 4,15 miliardi di euro circa. La famiglia Bulgari è entrata nel cda francese ma nessun gruppo del lusso italiano ha rilanciato.
Appena il tempo di digerire la perdita di questo importante marchio nostrano ed è stata la volta di Parmalat, secondo gruppo agroalimentare italiano finito ai francesi di Lactalis per 3,7 miliardi di euro.
Uno smacco in piena regola per un’azienda che veniva da una fase di ristrutturazione finanziaria complicata post crac Tanzi.
La beffa è ancora maggiore se si pensa che il gruppo di Collecchio era un piccolo forziere con 1,4 miliardi di euro di liquidità derivante dalle azioni revocatorie e risarcitorie contro le banche.
Non solo: come ogni azienda agroalimentare è anche il terminale di una filiera spesso complessa che ha origine nel mondo agricolo, settore fragile.
Anche in questo caso nessuna resistenza degna di nota.
L’ex ministro Giulio Tremonti, spaventato dal possibile contraccolpo sull’opinione pubblica aveva annunciato norme antiscalata sul modello proprio di quelle francesi, ma poi partorì poco o niente e l’acquisizione andò in porto con il benestare di IntesaSanpaolo (ex azionista forte di Parmalat) guidata dell’attuale ministro Passera. Così come è andato in porto l’acquisto di Edison da parte della società statale transalpina Edf, che a fine anno ha messo le mani sul secondo player commerciale di luce e gas in Italia.
L’intervento di Passera, in versione ministro, ha lasciato in mani italiane la controllata Edipower, attiva nella generazione.
Il lato grottesco dell’operazione è che gas ed energia elettrica privatizzati e aperti al mercato sono finiti a una società statale, con gli utili che ingrasseranno l’Eliseo.
Sempre nel lusso sono passati a società francese la società abruzzese Brioni, quella degli smoking di James Bond e di tantissime celebrità mondiali, acquisita dalla Pinault Printemps Redoute (Ppr) interessata alla forza lavoro zeppo di sarti di alto profilo artigianale dello stabilimento di Penne, e Moncler, dov’è entrata con il 45 per cento la finanziaria Eurazeo.
Italiani bravi a creare marchi e aziende, incapaci di creare anche nei settori tradizionali del made in Italy campioni di livello internazionale.
E tra gli ultimi colpi di mercato anche il vino, con la casa vinicola Gancia finita all’imprenditore tartaro Roustam Tariko, attivo nella vodka e banchiere.
Prima di lui la Ruffino era finita agli americani di Constellation Brands. Insomma, siamo i primi o secondi produttori di vino al mondo e non abbiamo un’azienda di livello internazionale. Continuano i paradossi.
Che la razzia delle imprese italiane stia diventando un problema sembra se ne siano accorti anche nel governo che potrebbe studiare una nuova norma antiscalate per difendere le società italiane da attacchi esterni e diminuirne così la contendibilità .
Non è chiaro ancora cosa ne verrà fuori, ma quelle che sono ben visibili sono le prede. A cominciare dal disastrato sistema bancario italiano, alla ricerca disperata di liquidità e con valori di borsa bassissimi in questo momento.
Basti pensare che che a fine mese, con la chiusura dell’aumento di capitale Unicredit, si capirà qual è il nuovo azionariato e potrebbero esserci sorprese asiatiche o mediorientali, sotto forma di fondi sovrani. Il solo sistema cinese ha pronti per l’Europa 300 miliardi di euro da investire, e attende di allocarli al meglio.
Altre prede possibili sono Alitalia, dov’è presente AirFrance Klm come azionista che potrebbe voler crescere di peso nelle more di un risanamento dei “capitani coraggiosi” che però è messo sempre più a rischio dai conti della stessa società francese; i treni di Ansaldo Breda messi ufficiosamente in vendita da Finmeccanica e con la francese Alsom possibile interessata insieme ai canadesi di Bombardier; la maison Valentino cui sarebbero interessati gli spagnoli di Puig.
Un caso a parte potrebbero essere le Assicurazioni Generali, gioiello della finanza italiana che Mediobanca, dove il francese Bollore è ancora salito leggermente di quota, non avrebbe la forza di difendere da un attacco portato in grande stile.
Potrebbero tornare i progetti di privatizzazione delle aziende energetiche Eni ed Enel? E’ un’ipotesi molto remota, ma nessuno in questo momento si azzarda a negare nulla. Di certo, dicono da Kpmg, “uno dei pericoli delle vendite a gruppi esteri che spesso viene sottovalutato è che il pian piano i centri gestionali si spostano dalla società acquista alla casa madre, inaridendo quel che è il tessuto professionale interno.
Nel lungo periodo è una perdita di professionalità che intacca la possibilità di sviluppo e crescita futura”.
Come dire: prima inglobati e poi svuotati.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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