Destra di Popolo.net

PARIGI E MONACO A BASSO COSTO, I TRENI SFIDANO GLI AEREI: TARIFFE CONCORRENZIALI MA I BIGLIETTI NON SI TROVANO

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

APPENA 20 EURO PER LA CAPITALE FRANCESE, 71 PER LA SPAGNA MA PRENOTAZIONI CON LARGO ANTICIPO

Parigi val bene un’offerta.
Parafrasando Enrico IV, ne sanno qualcosa Trenitalia e la Societè Nationale des Chemins de Fer che, dopo 12 anni di convivenza nella joint venture Artesia, lo scorso 11 dicembre hanno separato i rispettivi destini e ora viaggiano su binari differenti.
Ma con un medesimo obiettivo: conquistare a colpi di promozioni il mercato passeggeri tra il Nord Italia e la Ville Lumière, una delle direttrici dove ancora è possibile contenere la concorrenza del trasporto aereo che negli ultimi anni, grazie ai voli low cost, ha fatto incetta di viaggiatori.
E mentre gli italiani, in partnership con la società  privata francese Veolia Transev, puntano sui viaggi notturni affidati ai treni Thello, con le offerte «Smart» a partire da 35 euro per le cuccette a 6 posti e da 55 euro per quelle a quattro, la società  ferroviaria transalpina che per prima ha scommesso sull’alta velocità  in Europa – i Tgv festeggiano i trent’anni di esercizio – gioca la carta delle percorrenze diurne, proponendo piani tariffari dai 25 euro dell’opzione «Mini», diventata per due settimane (fino al 29 gennaio) il prezzo unico per tutti i biglietti.
La competizione tra gli ex partner si gioca sui dettagli.
Trenitalia prova a fare il pieno sull’asse lombardo-veneto, partendo da Venezia e raccogliendo passeggeri a Vicenza, Verona, Brescia e Milano, per poi puntare a Parigi, via Losanna, con un’unica tappa intermedia in territorio francese a Digione; la Sncf, che in Italia partecipa anche al capitale della Ntv di Montezemolo, resta fedele alla linea «classica» Milano-Torino-Lione-Parigi, con fermate a Oulx, Bardonecchia, Modane e Chambery.
E punta sulla continuità  territoriale strizzando l’occhio in particolare ai piemontesi, a cui offre il collegamento andata e ritorno in giornata tra Torino e Lione e gli stop nelle stazioni sciistiche della Val di Susa.
Il tragitto fra Milano e Parigi viene coperto in 7 ore e 15 minuti, contro le 9 ore e 51 dell’Euronight di Trenitalia.
Tempi in entrambi i casi lontanissimi da quelli dell’aereo, transfer e tempi di check in e ritiro bagagli compresi.
Non c’è solo Parigi tra le destinazioni europee per le quali Trenitalia propone biglietti a prezzi ribassati.
La tariffa «Smart» si applica anche ai convogli per la Svizzera (da 19 euro), agli Elipsos tra Milano e Barcellona (da 71), agli Euronight per Monaco di Baviera e agli Allegro per l’Austria (tutti a partire da 29 euro).
Ma proprio sulla direttrice brennero-bavarese le Fs devono fare i conti con un temibile concorrente, la società  pubblica tedesca Db che in collaborazione con le à–bb austriache lancia non solo la sfida della tariffa internazionale «Europa Spezial» (a partire da 39 euro, valida anche per il Francoforte-Bruxelles, mentre il Francoforte-Parigi è dato a 29 euro), ma anche quella delle tratte interne al territorio italiano, con biglietti da 9 euro per i collegamenti Verona-Bolzano, Verona-Bologna e Venezia-Bolzano: prezzo da regionale, servizi da eurocity.
Nel promuovere la tariffa Db non rinuncia ad uno slogan che suona come uno sberleffo alle nostre Ferrovie: «Viaggiare anche in Italia con lo stesso confort cui siamo abituati in Austria o in Germania».
Ma come già  avviene per i voli, le offerte promozionali vanno ben cercate e, soprattutto, trovate.
E provando a fare oggi una prenotazione online per un’ipotetica partenza il secondo sabato di febbraio, il biglietto super scontato fa fatica a saltare fuori.
Superata la deadline del 29 gennaio, trovare il biglietto a 25 euro sul Tgv per Parigi diventa una mission impossible e per la data da noi scelta non si scende sotto i 55 euro.
Che passano a 64 o 77 euro con il Thello (che chissà  perchè diventano 96 se la stessa prenotazione viene tentata dal sito di Trenitalia).
Anche provando a variare le date, le promesse delle pubblicità  non trovano conferme: accaparrarsi il ticket sottocosto è una lotteria.
Non così con l’aereo: per l’11 febbraio Ryanair propone effettivamente un biglietto Milano-Parigi ai 9,99 euro indicati nella rèclame e senza sovrapprezzi per tasse o check in, anche se a questa cifra andrebbero aggiunti i costi dei transfer da e per le città  (perchè in realtà  Milano è Orio al Serio e Parigi è Beauvais), vale a dire 8-10 euro a tratta con i bus convenzionati, e altri 15 euro per un eventuale bagaglio in stiva. Sul «fronte tedesco», invece, non c’è stato verso di acciuffare una tariffa «Smart» di Trenitalia per la Germania o per l’Austria: il Verona-Monaco lo abbiamo trovato a 73 euro con l’Euronight e a 71,40 con l’Eurocity tricolore.
C’era invece l’offerta Db a 39 euro.

Alessandro Sala
(da “Il Corriere della Sera“)

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TEA PARTY AL SANGIOVESE: “GIU’ LE TASSE E VIA L’IMU”

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IN EMILIA ROMAGNA SONO GIA’ UNA VENTINA: COMMERCIALISTI, NOTAI, AVVOCATI, IMPRENDITORI HANNO FONDATO IL MOVIMENTO CHE SI RIFA’ A SARAH PALIN: “SAREMO UN GRUPPO DI PRESSIONE”

Meno tasse, meno centralismo, meno spesa pubblica.
Il programma non è quello della Lega Nord, nè tanto meno quello del Movimento 5 Stelle.
A tappezzare Lombardia, Piemonte, Veneto e l’Emilia di cartelloni che sostengono, non senza ironia, “Non rubare: lo Stato odia la concorrenza” sono i Tea Party in salsa italiana. Un movimento inedito nel panorama politico del continente che prende ispirazione dal più noto (e ambiguo) movimento Tea Party statunitense, quello dell’ex candidata alla vicepresidenza Usa Sarah Palin e dell’ultraconservatore e commentatore della Fox Glenn Beck tanto per intenderci, che dalle scorse presidenziali tengono sotto pressione con populismo e infelice estremismo il partito Repubblicano.
Ma quello nato a Prato nel 2010 non sembra voler avere niente a che fare con il suo omologo a stelle e strisce, anzi: nessuna agenda sull’aborto nè istruzioni su come deve comportarsi il perfetto cattolico.
Solo un motto, “Meno tasse e più libero mercato”.
Da due anni, quindi, i Tea partier italiani si sono organizzati, hanno registrato un marchio- Tea Party Italia- e si sono messi a battere tutte le regioni del produttivo nord in cerca di consensi.
E, manco a dirlo, li hanno trovati.
Commercialisti, notai, avvocati, imprenditori, liberi professionisti. Ma anche, a loro dire, pensionati e studenti che, di tasse, non ne vogliono sentire più parlare.
Nella sola Emilia Romagna, in meno di un anno, hanno messo insieme una cosa come 20 sostenitori per provincia, da Piacenza a Rimini, e si dicono pronti a girare di Municipio in Municipio per far passare la loro linea.
“Ma ben attenti- avverte tra un paziente e l’altro la coordinatrice regionale, Cinzia Camorali, di professione medico odontoiatra- non siamo un movimento politico”. E già , i liberali, liberisti e conservatori Tea partier non vogliono buttarla “in politichese” ma agire come “gruppo di pressione” sui politici, consiglieri comunali, parlamentari, sindaci e influenzarne- per quanto in loro potere- l’ordine del giorno su un’agenda che ha “meno tasse” come primo e unico punto.
“L’obiettivo- come precisa il coordinatore nazionale, David Mazzarelli- è quello di fare approvare in ogni consiglio comunale la nostra mozione contro l’Imu, tassa iniqua che punisce indiscriminatamente i cittadini italiani”.
Secondo Mazzarelli, infatti, la mozione potrebbe vincolare le amministrazioni locali ad abbassare l’aliquota Imu sulla prima casa dallo 0,4 allo 0,2% visto che è proprio a discrezione dei Comuni il ribasso o il rialzo (fino allo 0,6%) della nuova tassa sugli immobili.
E i consigli comunali in procinto di promuovere questa mozione sono già  diciassette, 10 in Lombardia e 7 nella “rossa” Toscana.
Il movimento sta quindi attraversando l’Italia cercando di aprire coordinamenti in ogni regione (prossimi obiettivi, Puglia e Marche) visto che ormai “il nord è coperto” e in cantiere si sono già  messi diversi appuntamenti con le realtà  locali- a partire da Parma- per promuovere e propagare il verbo “no tax”.
E ad essere attratti dai Tea Party Italia non è solo gente comune: Pdl, Lega e Terzo polo sembrano stuzzicate dall’idea di flirtare con il movimento di Prato a partire dalla prossima tornata elettorale.
“Ma noi non presenteremo un simbolo alle elezioni- ammette Mazzarelli- solo persone che si faranno portatrici delle nostre istanze”.
Specchio del malcontento da sovratassazione o radicalismo di protesta?
In entrambi i casi i Tea Party Italia mietono consensi là  dove il centrodestra ha fallito la propria battaglia liberale.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRE PROPOSTE SUL TAVOLO PER RIFORMARE IL LAVORO

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LE TRATTATIVE CON LE PARTI SOCIALI… OBIETTIVO RILANCIO DEL PIL CERCANDO NUOVE REGOLE

Giovani, occupazione, crescita, redditi. A Palazzo Chigi parte un confronto che per importanza e intensità  di attese è come quello del 1993 quando al governo c’erano ancora dei tecnici, quella volta guidati da Carlo Azeglio Ciampi.
Ma la missione è molto diversa: allora si trattava di contenere il costo del lavoro, adesso di rilanciare il Pil con nuove regole sul mercato del lavoro.
Più flessibilità  ma anche salari più ricchi per sostenere i consumi.
Tutti, governo, imprenditori e sindacati fanno sapere di essere pronti al confronto, purchè sia vero, costruttivo, depoliticizzato e aperto al dialogo.
Sul tavolo, come ha spiegato il premier Mario Monti, ci sarà  innanzitutto «la semplificazione, con la riduzione delle segmentazioni» e con un’attenzione particolare ai giovani e «al miglioramento qualitativo del loro ingresso nel mondo del lavoro».
Si partirà  quindi con ogni probabilità  dalla diminuzione del numero dei contratti per l’ingresso nel mercato del lavoro, dall’aumento della produttività  media e dei salari reali, dalla ripresa dell’occupazione e dalla riorganizzazione degli ammortizzatori sociali.
Nessun tabù – è stato lo stesso Monti a ribadirlo – sull’articolo 18 anche se la questione, già  esclusa dai sindacati, non dovrebbe essere oggetto del primo round di trattativa.
La Confindustria, con le parole del presidente Emma Marcegaglia, in questi giorni si è appellata più volte al senso di responsabilità  di tutti e si augura un dialogo costruttivo con il sindacato.
Per il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, occorre un «confronto vero». Ma lasciando cadere la discussione sull’articolo 18 «considerato dai sindacati nella categoria dei diritti e non dei problemi». Per la Cgil non c’è dunque nessuna ragione per intervenire su questo tema.
Solo tempo indeterminato, ma le tutele sono graduali
La riforma del mercato del lavoro proposta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi si caratterizza per essere a costo zero, perchè è rivolta a tutti (non solo ai giovani) e perchè prevede sin da subito un contratto a tempo indeterminato anche se per i primi tre anni viene sospesa quella parte dell’articolo 18 che prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.
Il meccanismo di base di questa proposta, presentata in Senato un anno fa e firmata anche da Franco Marini e Paolo Nerozzi, prevede che nei primi tre anni le tutele crescano gradualmente con la durata dell’impiego fino a rendere oneroso il licenziamento: alla fine del triennio l’imprenditore che decide di liberarsi del dipendente gli deve riconoscere 6 mensilità .
Se lo conferma, automaticamente si estendono tutti i diritti previsti dall’articolo 18. Questo contratto, che vale solo per i nuovi assunti, diventa «unico» ma non prevede l’abolizione di altri contratti.
Solo, li rende meno convenienti.
Per esempio quelli a tempo determinato (stagionali esclusi) si trasformano automaticamente nell’«unico» se la paga annua è inferiore a 25 mila euro lordi che salgono a 30 mila nel caso dei parasubordinati con monocommissione (esclusi praticanti negli studi dei professionisti).
Nel disegno di legge è contemplato anche un salario orario minimo garantito, che un’apposita commissione dovrà  individuare.
Volutamente nella proposta Boeri-Garibaldi non ci sono riferimenti alla riforma degli ammortizzatori sociali con l’indennità  di disoccupazione per tutti.
La decisione si spiega con la filosofia di base con la quale è stata progettata la proposta: quella del «costo zero».
Le risorse sono quelle che sono e, come si legge nel loro libro Riforme a costo zero , «le agevolazioni fiscali nel mondo del lavoro hanno sempre creato distorsioni del mercato».
Il «modello danese», elastiche l’entrata e l’uscita
Il modello del giuslavorista Pietro Ichino, proposto in un disegno di legge presentato al Senato nel 2009, si basa sul concetto di «flexicurity».
I lavoratori, tutti non solo i giovani, accettano un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma reso più flessibile con una tecnica di protezione della stabilità  diversa da quella attuale.
Al termine di un periodo di prova di sei mesi, il lavoratore viene assunto ma perde la protezione totale dell’attuale articolo 18: solo nel caso di licenziamenti per motivi economici od organizzativi (non quelli indiscriminati) il lavoratore incassa un’indennità  che può arrivare fino a un massimo di 18 mesi di stipendio. Contestualmente viene creata una assicurazione complementare contro la disoccupazione (oltre agli attuali strumenti) che porta l’assegno del senza lavoro a un livello paragonabile a quelli scandinavi.
La durata è pari al rapporto intercorso con l’impresa con un limite massimo di tre anni e una copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione decrescente nei successivi due anni fino al 70%.
La condizione per mantenere questo sussidio è che il lavoratore non si rifiuti di accettare le attività  mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione.
Le imprese si accolleranno il costo dell’assicurazione e dei servizi collegati, affidati a enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, il cui costo medio complessivo Ichino lo stima in circa 0,5% del monte salari.
Il principio di base è che più rapida è la ricollocazione del lavoratori più basso è il costo del sostegno a carico delle imprese.
La proposta Ichino è stata finora apprezzata dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, e dall’ex responsabile economia Enrico Morando ma respinta da Bersani e Fassina.
La proposta di legge è stata firmata anche da esponenti del Pdl e ha trovato condivisioni in Confindustria.
Apprendistato
Uno strumento «misto» contro la disoccupazione
L’apprendistato sembra al momento lo strumento più idoneo per affrontare senza tanti stravolgimenti normativi il problema della disoccupazione giovanile.
Sul suo rafforzamento e maggiore estensione per renderlo davvero fruibile a tutte le categorie di lavoratori c’è il sostanziale accordo dei sindacati e anche della Confindustria.
Anche perchè affronta in modo semplice la questione dell’articolo 18, prevedendone una sostanziale sospensione nei primi tre anni di lavoro-formazione-prova. L’apprendistato nella sua formula originaria è nato nel ’55 e ha avuto sei successivi adeguamenti normativi, l’ultimo nel dicembre 2007.
Si rivolge ai giovani tra i 16 e i 29 anni di età . Il rapporto di lavoro concepito con questo strumento dalle parti sociali è di «tipo misto», visto che si prevede l’onere per il datore di lavoro di una effettiva formazione professionale, sia mediante il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche sia mediante l’affiancamento pratico per l’apprendimento di abilità  operative.
L’assunzione di apprendisti richiede la stipula di un contratto di lavoro in forma scritta con allegato il Piano formativo individuale, mentre il numero degli apprendisti assunti non può superare quello dei lavoratori dipendenti qualificati effettivi.
Attualmente i contratti collettivi determinano la durata del rapporto di apprendistato, comunque per legge non inferiore a due anni e non superiore a sei
Nello schema dei sindacati, per costruire su questo impianto normativo quello più adatto ad affrontare il tema della disoccupazione giovanile, occorre rendere più appetibile lo strumento introducendo dei forti bonus fiscali e contributivi.
Come la proposta Ichino, anche l’apprendistato ha dunque un costo e, per le imprese, una certa controindicazione perchè riconosce ai sindacati un forte potere nello stabilire la durata del periodo di formazione.

Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera“)

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I FORCONI ARRIVANO IN TUTTA ITALIA: DUEMILA TIR BLOCCANO LE AUTOSTRADE

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

PROTESTA CONTRO IL CARO-GASOLIO, TICKET AUTOSTRADALI E IRPEF…CAMPANIA PARALIZZATA, DISAGI ANCHE AL NORD

Sono oltre duemila i tir che dalle prime luci dell’alba stanno bloccando il traffico autostradale in tutta Italia per lo sciopero degli autotrasportatori, che protestano contro il rincaro del gasolio, quello dei ticket autostradali e dell’Irpef.
All’alba di stamattina erano oltre sessanta i blocchi ai caselli delle principali arterie nazionali, ma il numero è in continuo aggiornamento. E non per difetto.
Si tratta di una sorta di Movimento dei Forconi su scala nazionale, per cui il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha promesso “massima attenzione” per un eventuale dilagare della protesta.
Il rischio del resto è più che concreto: il blocco totale del traffico autostradale, con i camionisti che fermano i loro mezzi e fanno volantinaggio nei pressi dei caselli per sensibilizzare gli automobilisti.
Lo sciopero è iniziato alla mezzanotte di ieri, con carovane di mezzi pesanti che si sono diretti ai caselli per organizzare il blocco della circolazione.
Il peggio, però, deve ancora arrivare: in queste ore, infatti, il numero degli sbarramenti continua ad aumentare, con i camionisti che continuano spontaneamente ad aderire alle proteste.
Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora.
”Grande adesione, superiore a qualsiasi aspettativa — ha comunicato in una nota il movimento Trasportounito — Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora. Proprio l’adesione — ha detto Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito — sta dimostrando la gravità  della crisi in atto. Trasportounito, in quanto organizzazione autonoma e indipendente, si sta facendo interprete di un disagio che è reale e tangibile per le imprese così come per le famiglie dei tanti autotrasportatori che si stanno battendo per la sopravvivenza”.
Tutti i punti interessati dalle manifestazioni sono presidiati dalle forze di polizia: attivo anche il monitoraggio di Anas e Concessionari autostradali.
Notizie aggiornate sulla percorribilità  di autostrade e viabilità  ordinaria sono disponibili tramite il Cciss, le trasmissioni di Isoradio ed i notiziari di Onda Verde sulle tre reti Radio-Rai; per l’autostrada A3 “Salerno Reggio Calabria” è in funzione, per le informazioni sulla viabilità , il numero gratuito 800 290 092.
Disagi e code da nord a sud sulla rete autostradale italiana a causa della protesta degli autotrasportatori, scattata alla mezzanotte.
Sul sito della società  autostrade l’elenco dei nodi e dei tratti interessati dalla protesta. Sulla A14 Bologna-Bari-Taranto sono chiuse per i veicoli merci le entrate di Poggio Imperiale, San Severo, Foggia e Andria.
Ancora sulla A14 chiusa per tutti i veicoli l’uscita di Cesena nord, incolonnamenti in uscita alla stazione di Forlì e a San Benedetto del Tronto.
Sulla A7 Genova-Milano si possono verificare disagi alla circolazione a Serravalle Scrivia e Vignole Borbera, code in uscita a Genova Bolzaneto, sempre sulla A7 code verso Milano tra il bivio con la A10 e Genova Bolzaneto.
Incolonnamenti anche in Lombardia sulla A4 in uscita a Dalmine, Bergamo e Seriate con una coda di 2 km tra Dalmine e Bergamo verso Brescia e 4 km tra Seriate e Bergamo in direzione di Milano.
Possibili disagi sulla A1 Milano-Napoli nel tratto compreso tra Ceprano e Napoli. Sulla A16 Napoli -Canosa si sono formate code in entrata alla barriera di Napoli est. Sulla A30 Caserta-Salerno 2 km di coda tra Castel San Giorgio e Mercato San Severino verso Salerno, incolonnamenti in entrata alla barriera di Salerno verso Caserta.
La situazione più critica in Campania, con blocchi sulla Salerno-Reggio Calabria, sull’A30 Caserta-Salerno e nelle uscite di Caserta Sud, Capua e Santa Maria Capua Vetere.
Blocchi stradali anche nel napoletano. A Nola, Palma Campania e sulla Statale 7bis, il blocco al traffico è stato fatto con una cinquantina di tir e un centinaio di persone.
Già  da ieri sera, nel nolano, c’era stato un primo raduno di mezzi, poi in nottata è maturata la decisione del blocco. Sul posto la polizia.
Alla barriera di Mercato San Severino (Salerno) sono oltre un centinaio i mezzi pesanti che sono fermi sulla carreggiata.
Presidi vengono segnalati anche sulla A/3, la Salerno-Reggio Calabria, alle uscite di Eboli, Sicignano degli Alburni e ad Atena Lucana, dove si registrano i maggiori disagi per la presenza sulla corsia nord di mezzi pesanti che occupano una corsia di marcia. Anche sulle A16 Napoli-Canosa blocchi effettuati da tir.
Uno è stato rimosso all’altezza di Baiano, anche se alcuni mezzi non si sono allontanati e non si esclude possano riprovare a provocare uno stop alla circolazione. Un altro blocco interessa Benevento, ed è ancora in corso.

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LO STATO SI COMPRA L’INCENERITORE DI ACERRA PER 355 MILIONI DI EURO, I PRIVATI RINGRAZIANO

Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO L’ACQUISTO DA PARTE DELLA REGIONE CAMPANIA DELL’IMPIANTO AL CENTRO DI   UN PROCESSO A CARICO DI IMPREGILO… UTILIZZATI I SOLDI DEL FAS, QUELLO DEI FONDI DESTINATI ALLE AREE SOTTOSVILUPPATE CHE ANDREBBERO COSI’ NELLE CASSE DEI PRIVATI

La questione rifiuti campana entra nell’agenda del governo, lo schema di decreto legge su “misure urgenti in materia ambientale” contiene un comma che dovrebbe sancire la conclusione della querelle sulla proprietà  dell’inceneritore di Acerra, oggetto di polemiche nel recente passato.
Per quell’impianto e per l’intero ciclo di gestione dei rifiuti in Campania c’è un processo in corso davanti al Tribunale di Napoli a carico dei manager di Impregilo e dei vertici del commissariato di governo, a partire dall’ex governatore Antonio Bassolino.
Ma, nonostante tutto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, richiamando il decreto che sancì la fine dell’emergenza rifiuti, apre all’acquisto con fondi pubblici dell’inceneritore.
Sarà  la Regione Campania a comprare il forno mentre la gestione è affidata, ormai dal 2008 e per 15 anni, alla multiutility bresciana A2 attraverso la controllata Partenope ambiente.
Le modalità  che sanciranno il passaggio da una spa ad un ente di stato con soldi pubblici vengono chiarite al comma 3 dell’articolo 1 della bozza di decreto: “La Regione Campania è autorizzata ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e coesione sociale 2007-2013 relative al programma attuativo regionale, per l’acquisto del termovalorizzatore di Acerra ai sensi dell’articolo 7 del decreto legge n.195 del 2009. Le risorse necessarie vengono trasferite alla stessa regione”.
In realtà  il fondo per lo sviluppo altro non è che, sotto altro nome, il fondo per le aree sottoutilizzate che verrà  utilizzato per compare l’impianto di incenerimento al costo di 355 milioni di euro, secondo una valutazione dell’Enea del 2007, oggetto anche di un ricorso pendente presso la Corte Costituzionale.
I dettagli della vicenda vengono chiariti da Gianfranco Polillo, sottosegretario all’economia, che, in commissione bilancio della Camera, ha spiegato: “Il decreto si limita a prorogare il termine per il trasferimento della proprietà  dell’impianto” da fine dicembre 2011 a fine gennaio 2012. La cessione dovrebbe prevedere anche la risoluzione del contenzioso ancora pendente tra Impregilo e protezione civile.L’inceneritore napoletano usufruisce dei Cip 6, gli incentivi destinati, solo in Italia, a chi produce energia bruciando rifiuti, incentivi che il primo ministro Mario Monti da Commissario Europeo definì “droga illiberale nel mercato delle tecnologie ambientali”.
All’inizio del 2008, A2a rinunciò alla gestione dell’impianto perchè privo dei Cip6. Successivamente un decreto del morente governo Prodi introdusse i benefici pubblici, per un periodo di 8 anni, e A2a tornò interessata assumendone la gestione.
La multiutility spiega che il contratto, compresa la gestione dello Stir di Caivano, prevede che “La società  venga remunerata con una quota pari al 49% dell’energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore tramite la combustione dei rifiuti ad esso conferiti a seguito del trattamento negli Stir”.
Produzione incentivata dal Cip6 di cui la A2a beneficia per la quota di energia che le spetta come compenso.
I ricavi per A2a nel 2010 sono intorno ai 57 milioni di euro da cui vanno sottratti i costi di gestione degli impianti.
Un dato in crescita nel 2011 visto che l’inceneritore ha raggiunto il 100% della capacità  produttiva bruciando 600mila tonnellate di rifiuti.
Un ottimo investimento per A2a nella gestione del forno di Acerra così come Impregilo nella vendita.
A perderci saranno le tasche dei cittadini che vedranno volatilizzarsi 355 milioni di euro di denaro pubblico destinato al fondo per le aree sottoutilizzate.

Nello Trocchia e Matteo Incerti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NAUFRAGIO DEL “CONCORDIA”: RECUPERE LA NAVE O NO?

Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile

TRA ASSICURAZIONE E DANNO AMBIENTALE…”COSTA PIU’ RECUPERARE LA NAVE CHE AFFONDARLA”

Recuperare o non recuperare la Concordia. Questo è il problema.
“Per Costa, l’ipotesi meno onerosa sarebbe che la nave affondasse. Poi, in subordine, che venisse demolita. L’eventualità  peggiore è che si possa recuperare: si incasserebbe meno e si avrebbe una nave ‘rattoppata’. Tanto più che l’immagine della Concordia non è una bella pubblicità ”, racconta un esperto di brokeraggio marittimo che preferisce non essere citato.
La sorte del colosso di 300 metri è un rebus.
Si intrecciano problemi tecnici, ambientali e assicurativi.
Il destino, fortunatamente, ha voluto che la Concordia si fermasse sulla spiaggia, altrimenti la tragedia avrebbe assunto proporzioni inimmaginabili.
Ma la nave ferma a riva deve essere rimossa, con sforzi e costi enormi.
Per farne che cosa? All’indomani del disastro, Massimo Gronda, del noto Studio Ansaldo di Genova (consulenti della Costa), aveva spiegato: “Ci vorranno mesi per rimuovere la nave. Ma sarà  impossibile usare i rimorchiatori. Prima di tutto lo scafo dovrà  di nuovo essere reso stagno, poi lo si farà  galleggiare con enormi “palloni”.
Quindi la Concordia sarà  spostata, per essere demolita o riparata”.
Ecco, passata l’emergenza, si dovranno affrontare le questioni assicurative.
E la battaglia è già  cominciata perchè qui ci ballano 500 milioni.
“La nave, varata nel 2005, era costata oltre mezzo miliardo. Oggi è assicurata per 460 milioni (il premio pagato dalla compagnia era di 500mila euro l’anno, ndr)”, ricorda dal canto suo Carlo Allodi, vice-presidente della Cambiaso Risso, società  nota nel settore delle assicurazioni navali.
Aggiunge: “Adesso Costa e assicurazioni dovranno valutare se demolirla oppure ripararla. Se le riparazioni dovessero costare più del valore assicurato, è ovvio che si debba demolire”.
Una previsione? “Mi sembra impossibile che la nave torni a navigare. Ci sono lo squarcio nello scafo, il sistema elettrico distrutto e buona parte delle cabine allagate”.
Quindi? “Se la nave fosse affondata in mare aperto, non ci sarebbero questioni. Invece va rimossa”.
La Concordia allora dovrà  essere trasferita in un porto. E saranno altri costi. Immensi, paragonabili alla costruzione di una nuova nave, se dovesse essere riparata.
Comunque pesanti in caso di demolizione, perchè fare a pezzi e smaltire un colosso da 114mila tonnellate è impresa da far tremare i polsi.
Ma chi paga in questo caso? “La demolizione è a carico dell’armatore”, spiega Allodi. Cioè Costa. Una bella sberla.
Ma l’assicurazione di una nave che vale quanto una piccola manovra finanziaria non è come una polizza Rc auto.
Ci sono contratti diversi.
Spiega Allodi: “Il primo, si diceva, è l’assicurazione ‘scafo e macchina’, una specie di kasco. Poi c’è la responsabilità  civile che copre i danni ai passeggeri, alle famiglie delle vittime e all’ambiente. Si chiama “P&I” (Protection and Indemnity insurance) e attinge a un fondo creato da armatori e proprietari di navi, una specie di mutua (nel caso di Costa parliamo della norvegese Standard). La copertura è illimitata. Soltanto per l’inquinamento c’è il tetto di un miliardo. Oltre risponde l’armatore”.
Insomma, se uscisse il carburante dalla Concordia (i serbatoi ne contengono 2.400 tonnellate) e inquinasse l’arcipelago toscano, Costa rischierebbe il crac? “Credo che non ci sarà  un disastro ambientale. Il carburante è già  solidificato”, è convinto Allodi.
Ma le incognite per la compagnia genovese (controllata dal colosso americano Carnival) sono anche altre: la nave ospitava fino a 3.780 croceristi, parliamo di mancate entrate per milioni ogni settimana.
Alcune compagnie, poche, sono assicurate contro questi rischi.
Ma il numero uno della Costa, Pierluigi Foschi, ha parlato di 93 milioni di dollari di danni a carico della società .

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CONCORRENZA E RISPARMI: COSA CAMBIA PER LE FAMIGLIE

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

CON LE LIBERALIZZAZIONI, SECONDO LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI, SI AVRANNO RISPARMI FINO A 1.800 EURO A FAMIGLIA… LA CAUTELA DEGLI ECONOMISTI E DI CHI RICORDA ESPERIENZE NEGATIVE IN PASSATO

In Via delle Liberalizzazioni ci potrebbero essere grandi vantaggi per le famiglie, dicono le associazioni dei consumatori.
Entrando in una strada virtuale già  ridisegnata secondo le regole allo studio del governo – dal distributore di benzina al supermercato, facendo un salto pure in farmacia–si potrebbe risparmiare parecchio.
Fino a 1.800 euro l’anno secondo Adiconsum che taglia la sua ipotesi sulla bozza di ieri sera, che potrebbe ancora cambiare, e considerando una famiglia di quattro persone che vive in una grande città  e ha un reddito lordo di 80 mila euro l’anno.
Possibile?
Sull’altro piatto della bilancia non ci sono soltanto le critiche delle categorie che con il «disarmo multilaterale» messo in cantiere dal governo perderebbero qualche rendita di posizione.
Ma anche le perplessità  di numerosi esperti che alle liberalizzazioni sono pure favorevoli ma invitano a non leggerle così.
A non considerarle, insomma, una bacchetta magica che dopo un tocco in consiglio dei ministri può cambiare la vita agra del consumatore ai tempi della crisi.
E suggeriscono, piuttosto, di cambiare punto di osservazione, di guardare alla deregulation come stimolo alla crescita.
Vista da qui la lenzuolata di Monti potrebbe portare ad un aumento del Prodotto interno lordo pari all’1% secondo la Banca d’Italia, dell’ 1,4% per il Cermes Bocconi.
Ma cosa potrebbe cambiare davvero nella vita di tutti i giorni?
Entriamo in Via delle Liberalizzazioni e proviamo a capire.
Farmacie
Tra medicine e prodotti da banco la famiglia tipo disegnata dall’Adiconsum risparmierebbe 70 euro l’anno.
Un risultato raggiunto grazie alla cancellazione dei paletti previsti oggi per gli orari e i turni. Ma soprattutto perchè adesso il medico deve indicare nella ricetta il farmaco generico, meno caro. Secondo Farmindustria, però, il consumatore non risparmia nulla e l’unico effetto è quello di «spostare milioni di confezioni prodotte in Italia verso il mercato estero».
Chi ha ragione? Qualche vantaggio ci potrebbe essere ma bisogna tener conto anche di quanto è grande l’intera torta.
Calcola l’ufficio studi della Cgia di Mestre che per i farmaci di fascia C, quelli interamente a carico del paziente, una famiglia italiana spende in media 126 euro l’anno.
Benzina
La famiglia tipo che abita in Via delle Liberalizzazioni ha due macchine.
E alla fine dell’anno, sempre secondo i consumatori, il salasso al distributore potrebbe essere meno caro di 250 euro.
Questo se la nostra strada virtuale è fuori città , dove non ci sono più limiti per i self service.
E se il gestore è proprietario dell’impianto, perchè in questo caso può comprare la benzina non solo da un produttore come avviene oggi ma da più fornitori, provando a spuntare un prezzo migliore.
Funziona? Disegnato così, secondo alcuni sindacati del settore, il decreto riguarda solo 500 impianti su 25 mila.
E secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, qualche vantaggio potrebbe arrivare piuttosto dai grandi distributori dei centri commerciali.
Dove ci sono, hanno trascinato verso il basso di 4 centesimi al litro anche il prezzo delle stazioni di servizio tradizionali che si trovano nella stessa zona.
Avvocati
Lo studio legale non può più applicare le tariffe minime e nemmeno quelle massime.
Il prezzo viene fissato liberamente tra avvocato e cliente e così se i professionisti di chiara fama possono guadagnare ancora di più, quelli all’inizio della carriera hanno la possibilità  di attirare clienti offrendo parcelle low cost.
È diventato obbligatorio anche il preventivo che, con i tempi lunghi della giustizia italiana, può mettere il cliente al riparo da quelle «revisioni al rialzo» che sono spesso la regola.
Dicono i consumatori che la famiglia tipo, considerando non solo gli avvocati ma tutti i professionisti, potrebbe risparmiare fino a 400 euro l’anno.
L’organismo unitario dell’avvocatura protesta e dice che così si vuole ridimensionare la funzione del legale.
Negozi
Le regole sono già  cambiate più volte e sempre nella stessa direzione.
Ma adesso per i negozi arriva una libertà  praticamente totale negli orari di apertura e anche nei turni di chiusura.
Diventa possibile comprare il latte sotto casa anche tornando tardi a casa dal lavoro. E, sempre secondo i consumatori, questo potrebbe innescare un meccanismo di concorrenza che farebbe risparmiare alla nostra famiglia tipo 350 euro l’anno.
I commercianti dicono che non è vero. Secondo loro una competizione così spietata costringerà  i piccoli negozi a chiudere sotto i colpi della grande distribuzione.
E alla fine per comprare il latte dovremo lasciare Via delle Liberalizzazioni, prendere la macchina e andare al centro commerciale.
Banche
La nostra famiglia tipo ha deciso di comprare casa e deve fare un mutuo.
La banca non può più aggiungere un’assicurazione sulla vita, solo quella prendere o lasciare. Ma deve far scegliere il cliente tra le polizze offerte da almeno due compagnie diverse.
Un meccanismo di concorrenza che allo sportello di Via delle Liberalizzazioni potrebbe far scendere il costo di 150 euro, sempre secondo i consumatori.
Ai quali aggiungere altri 50 euro l’anno che, entro tre mesi, potrebbero arrivare dalla possibilità  di avere il conto corrente base che deve garantire una serie di servizi minimi gratuiti.
E anche con le nuove regole sulle commissioni che mettono ordine nella selva delle tariffe applicate e spesso modificate unilateralmente dagli istituti.
Rc auto
In questo caso lo sconto è previsto per legge. E si applica a chi decide di mettere sulla propria macchina la scatola nera che, un po’ come sugli aerei, registra i movimenti del veicolo anche in caso di incidente.
Così diventa possibile complicare la vita a chi simula un tamponamento per ottenere il rimborso. E le compagnie hanno sempre detto che le truffe sono uno dei motivi per cui le polizze italiane sono le più care d’Europa.
Adesso non hanno più alibi anche perchè i periti che certificano il falso rischiano fino a cinque anni di carcere.
Il nostro assicuratore in Via delle Liberalizzazioni, poi, al momento della firma del contratto deve parlarci anche delle condizioni proposte da altre tre compagnie. Stimano i consumatori che in tutto si risparmieranno 350 euro l’anno.
Taxi
Pur senza arrivare al modello New York, del resto possibile solo senza traffico privato, anche in Via delle Liberalizzazioni l’aumento del numero delle licenze si è fatto sentire.
Gli orari e le tariffe sono più flessibili, c’è concorrenza e abbassare il costo della corsa può essere lo strumento per avere più clienti.
Dicono i consumatori che la nostra famiglia tipo risparmierà  100 euro l’anno.
Possibile? Non ci sono solo le proteste dei tassisti che hanno fatto un mutuo per comprare una licenza che oggi non vale niente. In Italia il taxi è un servizio per pochi, di fatto disponibile solo nella grandi città .
L’ufficio studi della Cgia di Mestre calcola che oggi la spesa media delle famiglie italiane è 48 euro. Davvero difficile risparmiarne 100 se ne spendiamo la metà .
Bollette
Che succede alle bollette che arrivano a casa della nostra famiglia tipo?
Dicono i consumatori che adesso sono meno salate, 150 euro in meno l’anno.
Questo per effetto del nuovo metodo di calcolo deciso ogni tre mesi dall’Autorità  dell’energia, agganciato non più ai vecchi contratti di lungo termine ma a quelli spot, più vantaggiosi.
Anche la separazione fra Snam ed Eni potrebbe avere degli effetti positivi, anche se ci vorrà  più tempo.
Ma le cose stanno proprio così? Dice Tito Boeri, coordinatore del sito Lavoce.info: «Nel medio periodo le liberalizzazioni avranno sicuramente un effetto positivo sui prezzi per famiglie ed imprese». Si chiedono però i più scettici: non è possibile che una parte del prezzo più basso venga recuperato su un’altra voce e che, ad esempio, il pieno costi di meno ma il benzinaio ricarichi tutto il resto? «Il rischio c’è ma anche qui il meccanismo della concorrenza dovrebbe regolare i prezzi rimodulati arbitrariamente, cioè premiare chi è meno caro. Tuttavia è riduttivo guardare alle liberalizzazioni solo in termini di risparmio per le famiglie. Il vero obiettivo è sbloccare il Paese, a questo servono davvero».
E su questo punto è d’accordo Linda Lanzillotta, presidente di Glocus, che pure alle liberalizzazioni non è certo contraria: «Qualche effetto ci sarà  ma viste in questo modo rischiano di creare delle aspettative inappropriate e difficili da mantenere».
Giuseppe Roma, direttore del Censis, fa l’esempio delle telecomunicazioni: «Con i telefoni la liberalizzazione c’è stata, ma se il prezzo del servizio singolo è sceso la spesa finale delle famiglie è aumentata. Intendiamoci, quest’operazione deve servire a creare lavoro e quindi a far crescere il reddito. Non a far spendere meno le famiglie che non hanno più un euro perchè adesso pagano più tasse».
Troppo ottimisti i consumatori, allora? Così pensa l’ufficio studi della Cgia di Mestre che guarda alle liberalizzazioni del passato, su 11 beni e servizi di largo consumo. Il costo delle assicurazioni è cresciuto quattro volte più dell’inflazione, quello delle autostrade il doppio.

Lorenzo Salvia
(da “Il Corriere della Sera”)

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ECCO LE MISURE DEL GOVERNO SULLE LIBERALIZZAZIONI: AVANTI SU PROFESSIONISTI E RETE GAS, UN PASSO INDIETRO SU FARMACIE E RC AUTO

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

OGGI IL CONSIGLIO DEI MINISTRI VARA LE MISURE SULLA CONCORRENZA… I CREDITI DELLE IMPRESE CON LO STATO: 70 MILIARDI PAGATI IN TITOLI PUBBLICI

Pronto al via il decreto sulle liberalizzazioni che sarà  varato quest’oggi dal Consiglio dei ministri.
Il provvedimento che inaugura la “fase due” del governo per il rilancio dell’economia e la crescita ha ricevuto pieno sostegno anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ieri ha incontrato al Quirinale il premier Monti.
Mentre a Palazzo Chigi sono stati ricevuti i rappresentanti di Pdl e Terzo Polo, per un primo confronto politico con la maggioranza di governo (ma non quelli del Pd che, polemicamente, chiedono conto della mancata convocazione).
Tra le novità  dell’ultima ora si segnala anche la possibilità  che il corposo debito della Pubblica amministrazione con le imprese – circa 70 miliardi di euro – sia erogato in titoli di Stato, per dare fiato alle imprese strozzate dal credit crunch, la stretta creditizia.
Un’ipotesi ventilata già  da alcune settimane, caldeggiata dal ministro Passera e che non dispiace a Confindustria, artigiani e commercianti. Il dossier riscuote per ora le perplessità  di Ragioneria e Tesoro.
Il decreto sulle liberalizzazioni, che sarà  forse accompagnato da altri due decreti (uno sulle semplificazioni e un altro per bloccare l’asta gratuita delle frequenze tv), prosegue il suo cammino con le ultime limature tra veti di lobby, pressioni più o meno rumorose innescate da categorie e settori infastiditi dalla “rivoluzione a 360 gradi” del governo Monti per contrastare “privilegi e rendite di posizione”.
Si registrano passi avanti sul fronte dei professionisti e sulla separazione tra Snam Rete gas ed Eni. Ma anche dietrofront nel campo di assicurazioni, commercio, carburanti, ferrovie, farmacie.
Altri se ne potrebbero aggiungere oggi su taxi, Poste e concessioni balneari.
Commerci
Frenata sullo sconto libero, i saldi diventano “elastici”
Nella prima bozza di decreto campeggiava già  all’articolo 2: “Libertà  di praticare sconti”.
E invece la possibilità  per le attività  commerciali di decidere in autonomia quando, come e per quanto tempo proporre “sconti, saldi o vendite straordinarie”, senza “obblighi preventivi di comunicazione alla amministrazione”, non si legge nell’ultima bozza del decreto.
Il governo sembra optare per una formulazione più prudente.
Viene favorita, per questo, la “semplificazione e liberalizzazione di alcune modalità  di promozione”. In pratica, saranno possibili alcune promozioni anche al di fuori della stagione canonica dei saldi.
Farmacie
Regioni “commissariate” se negano nuove aperture
Cinquemila farmacie in più e Regioni “commissariate” se non provvederanno all’assegnazione di almeno l’80 per cento delle nuove licenze a concorso.
Ma rispetto al testo originario verrebbe frenata la vendita di farmaci di fascia C alle parafarmacie.
Il testo del decreto liberalizzazioni, secondo quanto emerso fino ad oggi, scontenterebbe tutti: Federfarma, minaccia serrate mentre le parafarmacie temono la progressiva scomparsa dei loro quattromila punti vendita.
Secondo il testo in circolazione il settore si troverebbe a competere con ulteriori nuove farmacie senza poter dispensare liberamente i farmaci di fascia C, ovvero quelli a carico del cittadino e con obbligo di ricetta.
Carburanti
Via libera ai self service soltanto fuori dalle citt�
Doppia corposa retromarcia che fa piacere ai petrolieri (“Si torna al buon senso”, è il commento prevalente).
Nella nuova bozza scompare l’obbligo di vendere la metà  degli impianti in mano alle compagnie (ora subentra la “facoltà ” dei gestori di accordarsi per riscattare gli impianti “ad equo indennizzo”).
E viene ammorbidito il divieto di esclusiva nel rifornimento. I gestori proprietari potranno acquistare carburante senza vincoli di marca per il 50% dell’erogato.
Quelli non proprietari non più (prima era il 20%).
La libertà  di aprire impianti completamente automatizzati, ovvero i self service, verrebbe infine mantenuta, ma solo fuori dai centri abitati. Confermata anche la possibilità  per le pompe di vendere prodotti non oil (giornali, tabacchi, cibo).
Rc auto
L’agente monomandatario non rappresenta più compagnie
Indietro tutta sugli agenti assicurativi che non saranno più tenuti a offrire polizze di più compagnie al cliente.
Obbligo sostituito da una più rassicurante raccomandazione alla trasparenza: “Sono tenuti, prima della sottoscrizione, a informare il cliente in modo corretto, trasparente ed esaustivo sulla tariffa e sulle condizioni contrattuali di almeno tre diverse compagnie assicurative non appartenenti a medesimi gruppi”.
Un confronto non obbligatorio e che non rompe i rapporti di esclusiva. Confermato, invece, lo sconto sull’Rc auto per chi accetterà  di installare la scatola nera sul proprio veicolo e su chi lo farà  ispezionare prima della stipula e la stretta sulle frodi per i risarcimenti.
Professionisti
Il termine “tariffe” sparisce anche dal nostro codice civile
Le tariffe, sia minime, sia massime dei professionisti, sono abrogate.
Nel mirino di questo articolo del decreto ci sono le categorie che fino ad oggi hanno goduto di una larga autonomia circa gli oneri da scaricare in capo al loro cliente.
La norma prevedere l’abolizione delle tariffe dei notai (il capo V, titolo III, della legge 16 febbraio 1913, n. 89). Cancellato pure il termine “tariffe” nel primo comma dell’articolo 2233 del codice civile. Il giudice, nel caso in cui il compenso non possa essere determinato “secondo gli usi”, decide secondo equità  e non più previa acquisizione del parere dell’ordine professionale a cui appartiene il professionista.
Taxi
Gara per i nuovi permessi ma salta la doppia licenza
Novità  in arrivo anche per i tassisti.
Sia la “territorialità “, ovvero le aree nelle quali è possibile “caricare” clienti, sia la possibilità  di mettere in gara nuove licenze, saranno demandate alla Autorità  della Rete in accordo con i Comuni e i rappresentanti di categoria.
Salta, invece, la concessione della doppia licenza per ogni taxi (“un tassista una licenza”, gridano da giorni gli autisti delle auto bianche) e della possibilità  di cumulo dei permessi.
In compenso la categoria propone aperture sui tempi di lavoro. I taxi driver sono anche pronti ad allungare o gestire diversamente i turni e a rilanciare il servizio con nuove tecnologie e offerte “innovative”.
Autostrade
Si cambia, tetto al pedaggio limitato ai nuovi contratti
Sui gestori autostradali non si abbatterà  la temuta norma che introduceva un price cap sulle tariffe per tutti a partire dal prossimo anno.
L’articolo che sarà  vagliato oggi dal plenum dei ministri del governo Monti, prevede invece che il sistema del “tetto al prezzo” degli incrementi tariffari (oggi decisi da Anas e ministero delle Infrastrutture e Trasporti alla fine di ogni anno), verrà  fissato dall’Autorità  della Rete ma solo per i nuovi contratti di gestione.
E quindi sono salvi gli attuali concessionari, a cominciare da Autostrade. Altra novità  – se confermata dal testo oggi in Cdm- la possibilità  di aprire nuove aree di ristoro o di servizio lungo strade e autostrade.
Ferrovie
Le Fs conservano la rete: addio alla separazione
Salta la separazione proprietaria della rete ferroviaria Rfi dalla holding Fs. La questione non sembrerebbe archiviata del tutto, ma rimandata a quando la nuova Autorità  per le reti – che si occuperà  anche di trasporti (taxi compresi), oltre che di energia (assorbirà  le Authority dei due settori)- presenterà  al governo una relazione in materia.
Relazione che fotografi il grado di concorrenza potenziale (anche alla luce dell’ingresso di concorrenti come Ntv)
Altro snodo, venuto meno nell’ultima versione di decreto, è l’obbligo di gara per l’affidamento del trasporto regionale da parte delle Regioni. In questo settore quindi si allontana la prospettiva di un forte ingresso dei privati

Lucio Cillis e Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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PALERMO, “CAPITALE” SENZA SPERANZA, ORA IMPUGNA I FORCONI

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

LA CACCIA AI POLITICI E LA CRONACA DI UN FALLIMENTO

Palermo è fallita. E non per i debiti.
Per la mancanza di prospettive, di speranze.
Restano rabbia e dolore, cui un capopopolo scaltro e disperato ha dato un simbolo: i forconi.
Prendiamo il sindaco, Diego Cammarata, che si è dimesso lunedì scorso.
Ha governato per dieci anni la quinta città  italiana, la capitale di un’isola-nazione conosciuta nel mondo intero, e nessuno se n’è accorto.
Sui quotidiani nazionali finì solo quando Striscia intervistò il dipendente pagato dal Comune per tenergli la barca.
«Il peggior sindaco di tutti i tempi» ha sentenziato il presidente della Regione, Lombardo. Ma no, Cammarata non è stato neppure il peggiore. Semplicemente, non è stato.
Fu eletto in quanto famiglio di Miccichè, famiglio di Dell’Utri, famiglio di Berlusconi. «Nuddu ammiscatu cu’ nenti» lo definisce un ambulante al mercato del Capo: il Nulla. Poi ride spalancando la bocca sdentata.
La prima azienda è la Regione: 28 mila dipendenti, precari compresi.
La seconda è il Comune: 19 mila.
Un apparato produttivo da Nord Africa, costi burocratici da Nord Europa.
La Palermo del 2012 ha angoli di bellezza struggente e altri da Terzo Mondo.
Impossibile restituire con le parole l’incanto dei mosaici della Cappella Palatina appena restaurati; poi esci, entri nei vicoli, e a duecento metri dalla sede del Parlamento più antico e più pagato al mondo ti inoltri tra le macerie dei bombardamenti del ’43, entri in una stalla con abbeveratoio, biada e tutto, cammini su selciati da asfaltare, avanzi a zigzag per evitare l’immondizia.
Oggi la città  è strozzata da una nuova emergenza: la jacquerie, la rivolta spontanea, senza partiti nè sindacati, che ha preso il nome immaginifico di «Movimento dei forconi» e firma comunicati come questo, scritto tutto maiuscolo:
«È INIZIATA LA RIVOLUZIONE IN SICILIA! STANOTTE TUTTI I TIR AI PRESIDI! GRIDIAMO FORTE L’INDIGNAZIONE CONTRO UNA CLASSE POLITICA DI NEPOTISTI E LADRONI! ».
Sono camionisti, contadini, pescatori.
Bloccano i rifornimenti alla città : vuoti e quindi chiusi i distributori di benzina, nei supermercati cominciano a mancare frutta e verdura.
Ce l’hanno con tutti, da Lombardo a Sarkozy, da Cammarata alla Merkel, con Roma e con Bruxelles.
I camionisti, molti con il ritratto di Padre Pio sul cruscotto, chiedono aiuti per il gasolio.
I contadini vogliono più controlli sui prodotti stranieri e più sussidi per i propri: «Vendiamo il grano a 23 centesimi il chilo, paghiamo il pane a 3 euro e 50».
I pescatori hanno occupato l’ingresso del porto per denunciare che le norme europee impediscono il lavoro, il pescespada è specie protetta, il novellame neanche a parlarne, «intanto i giapponesi che avrebbero due oceani a disposizione vengono qui a pescarci sotto gli occhi il tonno migliore».
Il capopopolo che si è inventato il logo si chiama Martino Morsello, ha 57 anni, gira con un forcone di legno in pugno e firma mail come questa:
«IL SISTEMA ISTITUZIONALE È AL COLLASSO! I POLITICI RUBANO A DOPPIE MANI, E LO STESSO FANNO I BUROCRATI. LA RIVOLTA DEI SICILIANI È NECESSARIA E URGENTE. A MORTE QUESTA CLASSE POLITICA COME SI È FATTO CONTRO I FRANCESI CON IL VESPRO!».
Anche se su Facebook lancia proclami sanguinosi, nella realtà  Morsello è un ex assessore socialista di Marsala, fondatore di un allevamento di orate finito male.
Vive in camper con la moglie. Tre figli, tutti disoccupati.
Esposti al prefetto e processi in corso contro le banche e la Serit, versione isolana di Equitalia.
Una passione per la storia siciliana, in particolare per le rivolte che, sostiene, scoppiano quasi sempre tra gennaio e marzo: i Vespri appunto, ma anche i Fasci siciliani.
«Nel 1893 qui vicino, a Caltavuturo, cinquecento contadini che avevano occupato le terre furono attaccati dai carabinieri. Tredici morti. Esplose una rivolta nazionale. E sa che giorno era? Il 20 gennaio! Oggi in Sicilia, domani in Italia!».
Boato dei camionisti del presidio.
I carabinieri li guardano con aria interrogativa. Sul camper c’è anche Rossella Accardo, vedova del capocantiere Antonio Maiorana, madre di Stefano, entrambi scomparsi, forse uccisi dalla mafia.
L’altro figlio, Marco, è caduto dal settimo piano, non si sa come. Ecco l’ultimo proclama:
«NELLE PROSSIME ORE I MANIFESTANTI AGIRANNO CON MANIERE FORTI PER CHIEDERE AL GOVERNO REGIONALE I PROVVEDIMENTI ADEGUATI. IL 70% DEL COSTO DEL CARBURANTE È TASSA CHE ALIMENTA GLI STIPENDI DI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI. LA RIVOLTA DIVENTERA’ NAZIONALE».
Ai blocchi sono partite le prime coltellate, un venditore ambulante di carciofi ha sfregiato un camionista.
Più che i forconi, la Palermo borghese teme però gli ex carcerati della Gesip, la società  che riunisce le cooperative sociali: duemila dipendenti, molti reduci dall’Ucciardone, che finora campavano di lavori socialmente utili.
I soldi finiscono a marzo, loro minacciano di «mettere la città  a ferro e a fuoco». L’espressione in questi giorni si spreca, ma loro hanno già  mostrato di intenderla alla lettera, incendiando i cassonetti dei rifiuti che l’Amia fatica a smaltire: dopo i fasti delle consulenze d’oro e dei funzionari in vacanza a Dubai, la municipalizzata è inmano a tre commissari e sull’orlo del fallimento.
L’Amat, l’azienda dei trasporti, attende 140 milioni dal Comune e da tempo non garantisce la revisione dei bus, come segnala la velenosa nuvola nera che si alza a ogni fermata come dalla coda di uno scorpione.
La linea di pullman per l’aeroporto ha gasolio per una sola settimana. I tassisti non lavorano. Pure il museo di arte contemporanea, nuovo di zecca, è già  a rischio chiusura.
A quanto ammontino i debiti del Comune non lo sa nessuno, neppure il sindaco dimissionario, che annuncia una ricognizione definitiva.
Fino a qualche mese fa, una pezza la metteva il governo Berlusconi. A ogni Finanziaria qualche decina di milioni arrivava, magari per intercessione di Schifani che, come già  i Borboni, ogni Natale distribuisce ai poveri il pane con la milza della focacceria San Francesco, marchio esportato in tutta Italia.
Ora i soldi sono finiti, la manovra di agosto ha tagliato i contratti, migliaia di precari perderanno anche quei 500 euro al mese che non garantivano futuro, crescita, dignità , ma almeno sopravvivenza.
E Morsello col forcone ha buon gioco a dettare alle agenzie: «IL MOVIMENTO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I SICILIANI PER LIBERARE LA SICILIA DALLA SCHIAVITU’ DI QUESTA CLASSE POLITICA!».
Un’occasione ci sarebbe già  a maggio: Palermo elegge il nuovo sindaco.
Ma la confusione è massima.
Per dire, l’emergente Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia, è dato ora come candidato di Pd e Lombardo, ora di Pdl e Udc.
In realtà , il centrodestra punta sul rettore dell’università , Roberto Lagalla.
Ci proverebbe volentieri pure Ciccio Musotto, ex presidente della Provincia incarcerato per mafia e assolto, figlio di un grande personaggio della Palermo borghese, la pittrice Rosanna, discendente di garibaldini («il Generale è per me persona di famiglia, ho ancora il suo portaocchiali, quando scendeva Craxi a Palermo dovevamo nascondergli i cimeli»). Il Pd, che qui non tocca palla da quindici anni – «la sinistra siciliana è più debole che ai tempi del fascismo» ama dire Calogero Mannino –, si divide tra chi vorrebbe un candidato centrista, appoggiato da Lombardo e Terzo polo, e chi vorrebbe risolvere la questione con le primarie del prossimo 26 febbraio: Rita Borsellino contro il trentenne Davide Faraone, allievo di Matteo Renzi.
Poi ci sarebbe Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia.
Ma di mafia a Palermo nessuno parla volentieri. Al più, ci si scherza.
Come l’albergatrice che racconta: «I clienti stranieri mi chiedono sempre se nel quartiere c’è la mafia. All’inizio rispondevo di no, per tranquillizzarli. Loro però ci restavano malissimo, e uscivano delusi. Ora ho imparato a dire che sì, certo che c’è la mafia. Così escono con l’aria circospetta, strisciando lungo i muri, e si sentono davvero in un altrove».
Un altrove resta Palermo, di cui è giusto denunciare ogni guaio ma anche ricordare la commovente bellezza, gli stucchi del Serpotta più elaborati di quelli di Versailles, i fregi liberty del Basile degni dell’art nouveau parigina.
Una terra da sempre produttrice di miti, oggi inaridita.
Ci sarebbe Camilleri, che però ha quasi novant’anni e da sessanta vive a Roma; qui non tutti lo amano, se Lombardo lo voleva assessore Miccichè lo definì «grandissimo nemico, prezzolato ideologico, assassino del Polo».
Più che da miti, Palermo sembra abitata da fantasmi.
La grande editrice Elvira Sellerio. I grandi preti: il cardinale Pappalardo, che si ritirò a contemplare la città  dall’alto dell’eremo, e padre Pintacuda, che salì sulla montagna di fronte, nel Castello Utveggio, a dirigere per conto di Forza Italia il centro studi della Regione.
Anime morte, come don Turturro, cugino dell’attore americano, il parroco antimafia che faceva innamorare popolane devote e giornaliste straniere: condannato per pedofilia.
Dal carcere sono usciti i killer del dodicenne Di Matteo sciolto nell’acido, ed è entrato–lontano, a Roma–Totò Cuffaro, cui non è bastato collezionare crocefissi, santi, ritratti di don Bosco e immagini della Bedda Madri (dell’Atto di affidamento della Sicilia al Cuore Immacolato di Maria stampò un milione di copie, «e le assicuro che l’Atto funziona, lo sa che abbiamo avuto due terremoti senza un solo morto?»).
Dal carcere è uscito Mannino – «al terzo mese cominciai a pisciare sangue» –, dopo anni di processi per stabilire se il suo soprannome fosse Lillo, come lo chiamano i parenti, o Caliddu, come dicevano i pentiti.
Leoluca Orlando, che vorrebbe candidarsi a sindaco per l’ennesima volta, colleziona invece nella sua villa liberty statuette di elefanti e ceramiche Florio («il massimo sarebbe un elefante in ceramica Florio. Lo cerco da sempre. Mai trovato»).
Sotto la camicia, porta una mano di Fatima e la piastrina che lo certifica come affetto dalla sindrome di Kartagener, «siamo in quattro in tutto il mondo, stampati al contrario, il cuore a destra il fegato a sinistra».
Ma in tutto il mondo non si trova una città  come questa, nel bene e nel male.
Palermo (pan-ormos: tutto porto) è città  madre, tonda, avvolgente, che accoglie ogni cosa come in un abbraccio, e ogni cosa racchiude: i mosaici come a Bisanzio, i suq come a Fes; il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis è più bello di qualsiasi danza macabra germanica; nella chiesa della Catena, gotico catalano, sembra di essere a Barcellona; San Domenico, barocco coloniale spagnolo, pare Cuzco.
All’apparenza basta a se stessa, i calabresi disprezzati, i napoletani ignorati, i padani compatiti. In realtà , è figura dell’intero Paese.
Di una città  come Palermo, di una Palermo risanata, l’Italia ha bisogno.
Oggi si impugnano i forconi e si grida di rabbia; domani una soluzione si deve cercare. Perchè non possiamo dire: se la cavi da sola.
Se Palermo fallisce per sempre, è un fallimento nostro.

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)

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