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TAXI, ULTIMA CORSA “FAREMO L’INFERNO”

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

OGGI VERTICE DECISIVO, IL GOVERNO INSISTE: PIU’ LICENZE E TRASPARENZA DELLA TARIFFE… IL PDL SOFFIA SUL FUOCO PER RACCATTARE QUALCHE VOTO

Ce vonno precettà à à à “. Ci vogliono precettare.
Urlato a squarciagola da un giovane “tassinaro” romano, perchè tra bombe carta e altoparlanti a tutto volume nel catino gelato del Circo Massimo le voci si perdono.
Qui anche ieri si sono riuniti i tassisti di Roma, ma anche di Milano, Torino, moltissimi i napoletani, c’è anche un camper di tassisti di Sanremo.
È lo spettro della precettazione annunciata dal Prefetto della Capitale, a scaldare gli animi. Una trattativa che c’è, ma non si deve chiamare così, e che viene interrotta in serata, a infiammarli.
Tutto rinviato alle 12 di oggi. La guerra dei tassisti, “l’inferno” minacciato da Loreno Bittarelli, il leader di “Unitaxi”, è solo rinviata.
“Se ieri sera il governo ci ha solo ascoltato — ha detto — allora scateniamo la guerra. E se è stata solo una audizione, allora faremo sentire le nostre ragioni. Se vogliono davvero il braccio di ferro succede l’inferno” .
Bittarelli, che nei giorni scorsi aveva indossato la maschera della colomba, ritorna falco. Sente di nuovo soffiare prepotente il vento della solidarietà  spirare dalle parti del centrodestra e allora attacca.
“Ci sono delle liberalizzazioni che è giusto si facciano, energia, servizi finanziari e banche, ma queste saranno fatte con il piumino. Fare di tutta un’erba un fascio è una cazzata”.
Grande è la confusione dentro la leadership della cupola sindacale dei tassisti.
Bittarelli minaccia fuoco e fiamme perchè il governo mostra di non voler trattare, Raffaele Grassi, leader di Satam, consegna al governo un documento di 23 pagine con le richieste dei tassisti.
Un gesto che è l’anticamera di una trattativa vera e propria. No alla doppia licenza, territorialità  delle concessioni, e ruolo più marcato dei sindaci nella definizione del numero delle licenze da concedere.
Ovviamente assieme alla costituenda Authority proposta dal governo.
Ma è una foglia di fico, quello che interessa ai tassisti, soprattutto delle grandi città , è il ruolo dei sindaci, è con loro (figure che ogni cinque anni devono essere rieletti) che vogliono intavolare le trattative.
“Ho preso visione del documento unitario — ha detto subito il sindaco di Roma Alemanno dopo aver incontrato Bittarelli — e sono proposte che rispecchiano le esigenze della categoria, ma che sono in grado di migliorare questo servizio pubblico tutelando gli interessi dei cittadini utenti”.
Al Circo Massimo, cuore della protesta, i tassisti sbirciano sui cellulari le agenzie con le prime dichiarazioni politiche.
Quelle del Pdl che annuncia di “condividere gran parte delle proteste dei tassisti” e che sulle resistenze alle liberalizzazioni gioca una partita decisiva.
In ballo ci sono voti, quei consensi che il partito di Berlusconi, secondo i sondaggi, sta perdendo. Il braccio di ferro continua e si annuncia ancora più duro.
Perchè le proposte del governo, le indiscrezioni di queste ore (“Monti faccia circolare meno bozze”, è la critica di Bersani, “il governo prenda le decisioni, poi verranno le discussioni e gli aggiustamenti”) vanno in direzione opposta e contraria alle richieste dei tassisti.
Maggiore apertura, flessibilità , trasparenza delle tariffe e concorrenza, questa la filosofia di base.
L’obiettivo del governo è aumentare le licenze, operando una compensazione una tantum (i cui termini sono ancora da definire) in favore di chi è già  titolare.
I tassisti avranno la facoltà  di vendere o affittare le licenze e di farsi sostituire nel servizio da soggetti che ne abbiano i requisiti, ma dovranno accettare l’esistenza sul mercato di tassisti part-time e orari di lavoro flessibili.
Si cancella la territorialità  stabilendo che un tassista detentore di una licenza a Frosinone possa liberamente operare anche a Roma o in altre città .
Su questi punti, almeno fino a ieri sera, il governo non intende trattare . “E noi andremo avanti a oltranza con la protesta”, sono le voci che in tarda serata si levano dal Circo Massimo.
Che anche oggi sarà  presidiato dalle delegazioni di tassisti di tutta Italia.

Enrico Fierro
(“Il Fatto Quotidiano”)

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ORARI LIBERI PER LE FARMACIE, TARIFFARI ABROGATI, OBBLIGO DI PREVENTIVO PER I PROFESSIONISTI, SEPARAZIONE ENI-SNAM, SCONTO POLIZZE AUTO

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

ARRIVANO LE LIBERALIZZAZIONI: PREVISTA ANCHE L’INDICAZIONE DEL FARMACO GENERICO NELLE RICETTE PER I MEDICI, LICENZE PART-TIME PER I TAXI, ASTA PER LE FREQUENZE, RATEIZZAZIONE FISCO, ACQUISTO BENZINA DA PIU’ COMPAGNIE

Arriva la liberalizzazione degli orari, e dei turni, per farmacie, ma soprattutto una stretta ai costi della Rc auto. Sono queste alcune delle novità  contenute nella nuova bozza del Dl del governo sulle liberalizzazioni.
Si tratta, si legge nel documento, solo di “un primo intervento ad ampio raggio che è il frutto della convinzione di dover agire in tutte le direzioni, ovunque sia possibile inserire stimoli competitivi.
Dunque, è l’inizio di un lavoro, di una politica economica orientata alla crescita”.
In premessa è detto inoltre che ”Il quadro economico internazionale, il livello del debito pubblico e la crescita al rallentatore non consentono più al Paese sacche di privilegi e rendite di posizione”.
La bozza è composta da 44 articoli, 107 pagine inclusa una lunga relazione illustrativa sulle motivazioni del decreto e le relazioni ai singoli articoli.
Via l’Articolo 18.
Come richiesto dai sindacati, salta nella nuova bozza la proposta di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Non c’è più infatti l’articolo 3 della precedente bozza che prevedeva in caso di fusioni aziendali tra piccole aziende con non più di 15 dipendenti, un aumento della soglia di licenziabilità  a 50 lavoratori. In materia di lavoro, però, come Monti ha detto anche alla City, il governo intende ridurre il numero e i tipi di contratto per favorire “l’ingresso dei giovani” sul mercato.
Farmacie.
“Le farmacie – si legge nell’articolo 14 della bozza – possono svolgere la propria attività  e i servizi medici aggiuntivi anche oltre i turni e gli orari di apertura”, ma resta il tetto dei 3mila abitanti per l’apertura di nuovi esercizi.
“Si tratta sicuramente di un potenziamento del servizio a vantaggio dei clienti – commenta Alessandro Mazzocca, presidente di Essere Farmacisti (associazione che raccoglie le parafarmacie) – . Purtroppo, però, c’è da sottolineare che nel decreto nulla è previsto per le parafarmacie. Noi chiediamo al governo che ci sia, per quanto riguarda le aperture di nuovi esercizi, una sorta di ‘quota’ riservata ai titolari di parafarmacie che hanno maturato un’adeguata esperienza nel campo”.
Medicinali.
Ma quella per le farmacie non è l’unica novità : d’ora in poi medici di famiglia saranno obbligati, salvo particolari situazioni, a specificare nella ricetta medica l’eventuale esistenza del farmaco equivalente.
“Il medico – si legge nella bozza – salvo che non sussistano ragioni terapeutiche contrarie nel caso specifico inserisce in ogni prescrizione medica le seguenti parole: ‘o farmaco equivalente se di minor prezzo’, ovvero specifica l’esistenza del farmaco equivalente”.
Il segretario della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), Giacomo Milillo, definisce la norma una “forzatura” assurda della liberta di prescrizione del medico, che sarà  contestata in tutte le sedi.
Rc auto.
La bozza prevede che ”nel caso in cui l’assicurato acconsenta all’istallazione di meccanismi elettronici che registrano l’attività  del veicolo, denominati scatola nera o equivalenti, i costi sono a carico delle compagnie che praticano inoltre una riduzione rispetto alle tariffe stabilite”.
Il ministro Corrado Passera ha detto che l’obiettivo del governo è il ”contenimento dei costi Rc auto”. ”Il governo è intervenuto presso le associazioni delle imprese assicuratrici – ha aggiunto Passera – per approfondire e porre rimedio alla situazione di aumento generalizzato dei premi assicurativi e inviato una segnalazione all’Antitrust per attivare una verifica sull’eventuale esistenza di intese restrittive della concorrenza tra le compagnie di assicurazione”. Ania ha dichiarato di aver fornito al ministero dello Sviluppo Economico tutte le informazioni richieste sull’Rc Auto.
Carcere e radiazione per false perizie.
L’articolo 38 prevede il carcere fino a cinque anni e la radiazione dall’albo per i “periti assicurativi che accertano e stimano falsamente danni a cose conseguenti a sinistri stradali da cui derivi il risarcimento a carico della società  assicuratrice”.
Pagamenti alle imprese
Sarebbe prevista anche una misura per obbligare le amministrazioni pubbliche a pagare le imprese private entro il termine dei 60 giorni stabilito dalle direttive europee. In caso di mancato pagamento, infatti, scatterebbe una norma che prevede una mora dell’8%, oltre che gli interessi maturati. La misura è in via di definizione.
Taxi.
La nuova ‘Autorità  per le reti’, prevede ancora la bozza, determinerà  per i taxi l’incremento del numero delle licenze, la possibilità  per i titolari di averne più d’una, nuove licenze part-time, orari più flessibili, extraterritorialità  e tariffe più flessibili trasparenza. Intanto i tassisti hanno consegnato al governo il documento unitario, in rappresentanza di 23 sigle sindacali, che raccoglie le contro-proposte della categoria sulle liberalizzazioni..
Banche, conto e Bancomat meno cari.
La bozza prevede l’istituzione per legge del conto corrente bancario di base. In assenza di intesa con l’Abi, saranno stabilite per legge anche le commissioni che le banche applicheranno sui prelievi fatti con Bancomat.
Tariffe professionali.
“Sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime”, si legge all’articolo 10 della bozza, che punta “a rendere libera la contrattazione tra il professionista e il cliente” sul compenso dovuto, favorendo la concorrenza e portando così vantaggi al consumatore.
E’ confermato che i professionisti saranno obbligati a fornire ai clienti un preventivo scritto per la prestazione richiesta. Sono esclusi medici e professioni sanitarie.
Tirocini professionali.
“Le università  – prevede la bozza – possono prevedere nei rispettivi statuti e regolamenti che il tirocinio ovvero la pratica, finalizzati all’iscrizione negli albi professionali, siano svolti nell’ultimo biennio di studi per il conseguimento del diploma di laurea specialistica o magistrale; il tirocinio ovvero la pratica così svolti sono equiparati a ogni effetto di legge a quelli previsti nelle singole leggi professionali per l’iscrizione negli albi”. Il testo precisa che “sono esclusi i tirocini per l’esercizio delle professioni mediche o sanitarie”.
Aumentano i notai.
Entro il 2014 ci saranno 1.500 posti di notai in più. Lo prevede l’articolo 15 del decreto liberalizzazioni. I primi 500 saranno assegnati per concorso da svolgersi entro il 30 giugno del 2012, altri 500 con concorso bandito entro il 30 giugno 2013 e ulteriori 500 entro il 30 giugno 2014.
”Per gli anni successivi entro il 30 giugno è comunque bandito un concorso per la copertura di tutti i posti che si rendono disponibili”.
Stop a esclusiva benzinai.
I gestori degli impianti di distribuzione dei carburanti titolari anche della relativa autorizzazione petrolifera possono liberamente rifornirsi da qualsiasi produttore o rivenditore.
Nella bozza si consentono anche “aggregazioni di gestori di impianti di distribuzione di carburante” e la vendita ai distributori anche di alimenti e bevande, quotidiani e periodici e tabacchi.
Separazione rete gas.
La bozza prevede che entro sei mesi dall’entrata in vigore del Dl il governo dovrà  emanare un Dpcm per la separazione di Snam Rete Gas da Eni.
La separazione netta fra la figura del fornitore del servizio e del proprietario della rete di distribuzione è stata ribadita da Monti nel discorso alla City.
Il problema si pone anche per Trenitalia- Ferrovie dello stato rispetto alla rete ferroviaria nazionale, ma qui il passaggio sembra più complicato. L’articolo 40 della bozza prevede che l’Autorità  per l’Energia diventi “Autorità  per le reti” e si occupi anche del settore dei trasporti.
Ricerca idrocarburi.
La bozza del decreto liberalizzazioni prevede, poi, una semplificazione delle attività  di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.
In sostanza, l’attività  è libera laddove non è vietata e verrà  svolta in seguito a rilascio di un titolo abilitativo unico, che potrà  sviluppare il giacimento in caso di ricerca dall’esito positivo.
Entro un anno, poi, verranno individuate le aree all’interno delle quali selezionare i blocchi da assegnare tramite gara europea agli operatori.
Scende da 12 a 5 miglia il limite per la ricerca di idrocarburi in mare nelle zone circostanti le aree protette, dato che, come si legge nella relazione tecnica, la norma attuale ”ha avuto rilevanti impatti economici sulle attività  del settore”, ”senza peraltro apportare un significativo miglioramento della tutela ambientale”.
Imprese ferrovarie.
Non c’è più l’obbligo, per le imprese ferroviarie e per le associazioni internazionali di imprese ferroviarie che operano in Italia, di osservare i contratti collettivi nazionali di settore, anche con riferimento, salvo rispetto delle leggi vigenti, alle prescrizioni in materia di condizioni di lavoro del personale.
Vendita giornali.
La bozza del decreto liberalizzazioni sopprime il limite minimo di superficie per la vendita della stampa quotidiana e periodica, agli esercizi commerciali e alle librerie.
È prevista, inoltre, la possibilità  che le condizioni economiche e le modalità  commerciali di cessione delle pubblicazioni possano variare, in funzione dei risultati conseguiti dall’esercizio   e dei volumi di giornali acquistati nel punto vendita.
La disposizione – spiega la relazione alla norma – rimuovendo taluni vincoli alla distribuzione di giornali quotidiani e periodici, amplia l’offerta dei punti vendita così favorendo un più ampio volume di vendite.
Vengono anche potenziate le condizioni di concorrenza tra i venditori.
Promozioni commerciali.
Vendite commerciali promozionali e bollini a premio più semplici e più trasparenti sono previsti dall’articolo 2.
Le vendite abbinate promozionali sono ammesse anche al di fuori delle occasioni tradizionali o stagionali, purchè siano accompagnare da adeguata informazione semplificata ai consumatori.
Questo in quanto, ”possono essere un’utile opportunità  per i consumatori e un interessante strumento concorrenziale”.
Beauty contest.
Il ministro Passera ha annunciato che porterà  la questione del beauty contest delle frequenze tv all’attenzione del consiglio dei ministri di venerdì.
Sembra confermata l’intenzione di azzerare l’assegnazione gratuita fatta dal governo Berlusconi per procedere alla gara con assegnazione delle frequenze al miglior offerente.
Smaltimento nucleare.
La bozza del decreto liberalizzazioni prevede un’accelerazione delle attività  di smantellamento dei vecchi siti nucleari.
In particolare si prevede una specifica procedura per accelerare la valutazione dei cinque progetti di disattivazione presentati da almeno 12 mesi, autorizzazioni più semplici per interventi urgenti, la previsione del valore di ‘autorizzazione unica’ per gli atti relativi all’esecuzione dei progetti e delle opere di disattivazione, ferme restando le specificità  relative al Deposito nazionale.

(da “La Repubblica”)

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SONO CENTO LE CARCERI INUTILIZZATE IN ITALIA, MA SI PARLA DI USARE LE CELLE DI SICUREZZA

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

SONO LASCIATI MARCIRE O CON PROGETTI DI RICONVERSIONE: DIVENTATI RIFIUGI PER SBANDATI, DEPOSITO PER RIFIUTI, PALESTRE, PASTIFICI…MA LA PAROLA D’ORDINE E’ COSTRUIRE E FAR GIRARE SOLDI

Per la maggior parte si tratta di case mandamentali.
Istituti, che, secondo il Dap, “non rispondono alle reali esigenze del sistema penitenziario”.
Eppure due anni fa la Corte dei Conti si è espressa contro la decisione di chiuderle.
“Un’anomalia tutta italiana”, l’ha definita il ministro della Giustizia Paola Severino parlando dei 28mila detenuti in attesa di giudizio rinchiusi nelle patrie galere.
Durante la presentazione del suo decreto legge, che fra le altre cose prevede la custodia nelle camere di sicurezza delle persone in attesa di processo per direttissima, il Guardasigilli ha ribadito la necessità  di agire “tempestivamente” e “senza tentennamenti”.
Eppure c’è un altra anomalia ancora più assurda che andrebbe presa di petto: in Italia ci sono almeno cento penitenziari, inutilizzati, che marciscono abbandonati a se stessi. Oppure, quando va bene, vengono riconvertiti e riutilizzati nei modi più disparati e fantasiosi.
Come ad Accadia, un piccolo paesino di montagna in provincia di Foggia, dove hanno in progetto di trasformare il vecchio carcere nel primo centro italiano di produzione di idrogeno da energia rinnovabile.
Un caso isolato? No.
A Monopoli per esempio l’ex prigione è stata per anni dimora abusiva degli sfrattati, a Cropani, in provincia di Catanzaro, la casa mandamentale è stata trasformata dal sindaco in deposito per la raccolta differenziata e archivio del Comune.
Ad Arena, a due passi da Vibo Valentia, la struttura ospita una onlus, mentre a Petilia, vicino a Crotone, l’edificio diventerà  la nuova caserma dei Vigili del fuoco.
A Frigento, in Irpinia, i muri delle celle sono stati abbattuti per farne una palestra e una piccola fabbrica.
Pochi chilometri più a sud, a Gragnano, la vecchia casa circondariale diventerà  un pastificio.
Nessuno sa, invece, che fine farà  l’istituto di Villalba, in provincia di Caltanissetta, abbandonato dal 1990 e scelto lo scorso anno come set per il film “Pregate, fratelli”.
Si tratta per la maggior parte di case mandamentali, i vecchi istituti di custodia degli imputati a disposizione del Pretore o condannati all’arresto per non oltre un anno. In tutto novanta strutture, che oggi potrebbero rivelarsi utilissime alla luce delle nuove disposizioni del Guardasigilli e, soprattutto, del sovraffollamento cronico dei penitenziari italiani.
Eppure per Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “le case mandamentali costruite nei decenni scorsi non rispondono alle reali esigenze del sistema penitenziario.
Quando se ne parla si ignora che sono state cedute al demanio già  all’inizio del 2000, spesso senza essere mai utilizzate perchè antieconomiche”.
Insomma, quegli istituti sarebbero inutili. Ma non tutti sono d’accordo.
Non lo è l’Associazione Antigone, che nel report 2011 sul sistema carcerario italiano include molte case mandamentali nell’elenco delle carceri ‘fantasma’ segnalate in Italia. E non lo è neppure la Corte dei Conti, che già  due anni fa bocciava la decisione di chiuderle, specificando che la valutazione costi-benefici del ministero avrebbe dovuto comprendere anche “la comparazione tra gli aspetti negativi connessi alla conservazione della funzione penitenziaria degli istituti in questione e le conseguenze, altrettanto e forse ancor di più, negative scaturenti dal sovraffollamento delle carceri”.
In altre parole: viste le condizioni dei penitenziari italiani, forse era il caso di tenere ancora in piedi quelle strutture o, quanto meno, di recuperarle.
Anche perchè, quando è successo, i risultati sono stati evidenti.
Come a Spinazzola, in Puglia, dove la riconversione della casa mandamentale a centro di custodia per sex offenders ha avuto talmente tanto successo da scatenare le ire di detenuti, poliziotti, associazioni, e anche deputati alla notizia della decisione del Ministero di sopprimerla.
Ma nella politica carceraria italiana non c’è spazio per il recupero.
La parola d’ordine è solo una: costruire. E far girare soldi. Una montagna di soldi.
Oltre tremila miliardi di euro negli ultimi trent’anni, buona parte dei quali appaltati con gare segretate.
È il caso, ad esempio, dei nuovi penitenziari sardi, la cui costruzione fu assegnata con gara informale direttamente dal Siit (Servizi integrati infrastrutture e trasporti) di Lazio, Abruzzo e Sardegna.
Era il dicembre 2005 e fino a quattro mesi prima a capo della struttura c’era Angelo Balducci, poi nominato presidente del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. Eppure, tre dei quattro nuovi istituti furono affidati comunque a imprenditori finiti con lui nell’inchiesta sulla cricca dei lavori del G8 della Maddalena: la Anemone Costruzioni srl per il carcere di Sassari, la Opere Pubbliche spa per quello di Cagliari, e la Gia. Fi. per Tempio Pausania.
Tre appalti da duecento milioni di euro, che avrebbero dovuto portare sull’isola carceri nuovissime e ultramoderne già  un anno fa.
E invece se tutto va bene i cantieri si chiuderanno per la fine del 2012.
Quando, cioè, dovrebbe essere finalmente raggiungibile anche il penitenziario di Reggio Calabria: una struttura all’avanguardia, se non fosse che dopo anni di lavori ci si è accorti che manca la strada d’accesso e i detenuti in carcere non possono neppure arrivarci.
Una storia grottesca almeno quanto quella di Gela e Rieti.
Qui le strade ci sono e le carceri hanno aperto, ma interi padiglioni nuovissimi costati milioni di euro sono ancora sigillati, e i detenuti ammassati in spazi ristrettissimi.
Il motivo? Mancano agenti di polizia.
Nessuno ci aveva pensato.

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L’ALTRA FACCIA DELLA CROCIERA: DIPENDENTI A 500 EURO AL MESE PER 84 ORE LAVORATIVE A SETTIMANA

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

CONTRATTI A TEMPO, NESSUN RISPETTO DELLE REGOLE E MAESTRANZE STRANIERE PER I POSTI UMILI… MA CI SONO ANCHE ITALIANI A 900 EURO AL MESE

I dipendenti a bordo delle 25 navi della Costa Crociere sono in totale 18 mila.
“L’80% di loro ha meno di 40 anni e proviene da 70 paesi diversi”, dice l’azienda. Fatta eccezione per gli ufficiali, quasi tutti italiani e ben pagati, i membri dello staff sono per lo più giovani provenienti da Asia e da America Latina. I più numerosi sono i filippini, seguiti da indiani e indonesiani.
A loro vengono affidati i compiti più umili, come la pulizia delle camere o il lavaggio delle stoviglie.
Gli europei lavorano invece a contatto con il pubblico, dall’animazione all’accompagnamento turistico.
Funzionava così anche per i 1.026 membri dell’equipaggio della Concordia, tra cui c’erano 296 filippini, 202 indiani, 170 indonesiani e 144 italiani.
Le condizioni di lavoro?
Herbert Rodelas è un filippino di 28 anni sbarcato a novembre dalla Costa Magica. Lavora per la compagnia dal 2005 come uomo delle pulizie: “Il mio ultimo stipendio è stato di 547 dollari al mese. Lavoro in media 12 ore al giorno, sette giorni su sette”. Va un po’ meglio ai camerieri. Brijesh Patel, indiano, ha lavorato per Costa Crociere dal 2000 al 2007: “Lo stipendio iniziale era di 550 euro, ma con le mance capitava di raggiungere anche 1.500 euro”.
I ritmi di lavoro? “Dalle 12 alle 14 ore al giorno, sette su sette”.
Brijesh Patel è stato fortunato: il suo stipendio gli è sempre stato versato in euro.
“A febbraio del 2010”, racconta Herbert Rodelas, “la compagnia ha iniziato a pagare noi extracomunitari in dollari. Con un cambio uno a uno: quindi i miei 547 euro si sono trasformati in 547 dollari”.
Una perdita secca, a valori attuali, di circa 150 dollari al mese.
Proteste? “Nessuna, temevamo di perdere il posto”.
Già , perchè i contratti di lavoro sulle navi sono a tempo determinato, vanno dai quattro agli otto mesi.
E non esistono garanzie di rinnovo.
Anche gli europei non se la passano bene. Monica Lommi, 35 anni, è stata a bordo delle navi Costa come accompagnatrice turistica, posto per cui è richiesta la conoscenza di almeno tre lingue: “Lavoravo dalle 10 alle 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Così per tutti i sei mesi di contratto. Lo stipendio? 900 euro al mese”.
La legge italiana prevede che sulle navi da crociera non si possa lavorare in media più di 11 ore al giorno.
Leo Gaggiano, referente unitario della Cgil per il gruppo Costa Crociere, assicura che “i dipendenti della compagnia lavorano al massimo 10 ore, ogni settimana beneficiano di una giornata di pausa e le loro paghe sono superiori a quanto stabiliscono le organizzazioni internazionali”.
Tutti i lavoratori del gruppo contattati sostengono però un’altra versione.
Come Melissa Virdi, 30 anni, operatrice al front desk, compito per cui è richiesta la conoscenza scritta e orale di almeno quattro lingue: “Ero occupata sette giorni su sette, per almeno 12 ore al giorno, turni notturni compresi, e lo stipendio era di 700 euro al mese”.
Come è possibile? Il trucco lo spiega una manager che per Costa Crociere continua a lavorare e perciò preferisce l’anonimato: “Ogni 15 giorni dobbiamo inserire in un modulo elettronico le ore lavorate dai dipendenti del nostro ufficio. Il programma non permette però di riportare una media superiore alle 11 ore al giorno, quindi i dati ufficiali non sono reali”.
Ecco spiegata la bella vita di chi lavora sulle navi da crociera.
Gente che dorme in cabine da 6 metri quadri, da dividere in due, senza un oblò perchè quelli sono riservati ai clienti.
Gente che ci ha rimesso la vita davanti all’isola del Giglio.
È così, grazie all’abbattimento dei costi della manodopera, che i clienti possono permettersi crociere a prezzi abbordabili.
Anche in virtù di quei filippini bistrattati perchè incapaci di parlare italiano. D’altronde sarebbe difficile trovare migliaia di connazionali disposti a ricevere uno stipendio di 500 dollari al mese per una media di 84 ore lavorative a settimana.
E infatti, nonostante la maggioranza dei clienti sia italiana, parlare la nostra lingua non è indispensabile per lavorare sulle navi della Costa.
Il requisito fondamentale è la conoscenza basilare dell’inglese.
Su una cosa i dipendenti tengono però a fare chiarezza: la preparazione alle emergenze.
Tutti i lavoratori prima di imbarcarsi devono sostenere a spese proprie (500 euro) il Basic Safety Training, un corso di tre giorni in cui vengono addestrati alle tecniche antincendio, al salvataggio in mare e alle operazioni di primo soccorso.
A ciò si aggiungono le simulazioni di abbandono nave: procedure che ogni lavoratore deve svolgere una volta iniziato l’imbarco.
Sono le stesse esercitazioni che i passeggeri saliti a Civitavecchia avrebbero svolto sabato, a 24 ore dall’inizio della crociera, proprio come prevede la legge.

Stefano Vergine
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE SUPERVILLE DEI CASALESI ABBANDONATE DALLO STATO

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

MOLTE DELLE ABITAZIONI CONFISCATE RESTANO ABBANDONATE: NEL 30% DEI CASI LA BUROCRAZIA BLOCCA O ALLUNGA A DISMISURA I TEMPI

Le ville dei boss le riconosci subito. Sono concepite e costruite nel segno dell’ostentazione.
Abbondano tutte di colonnati, marmi, capitelli, archi. Alcune sembrano rivisitazioni trash del Partenone.
All’interno non manca quasi mai la vasca idromassaggio, il camino, scalinate ricoperte di marmo pregiato e ogni tipo di fregio.
Poi c’è il bunker nascosto da qualche parte. Si entra da una botola e si va sotto terra.
uella di Francesco Schiavone detto “Cicciariello”, cugino e omonimo del più famoso Sandokan, capo dei casalesi, non si discosta troppo.
Ma in via Bologna ce ne sono una dietro l’altra. Alcuni la chiamano “la via degli Schiavone”. Praticamente c’è tutta la famiglia. O meglio, c’era.
Molte di queste abitazioni lo Stato le ha confiscate o lo sta per fare.
Ma poi restano abbandonate. Ed è peggio che se ci abitasse ancora il boss.
La villa di Cicciariello doveva diventare un asilo nido. La regione Campania aveva concesso anche il finanziamento. Da sei mesi è tutto fermo.
La società  Agrorinasce che si occupa del recupero del beni sottratti alla camorra è in attesa di un certificato: una perizia sismica.
Da sei mesi l’ufficio del Genio civile – che dipende sempre dalla Regione Campania – non ha istruito nemmeno la pratica.
Intanto gli affiliati al clan hanno vandalizzato tutto. Distrutto il mobilio, sventrato porte e finestre, incendiato la cucina, sradicato le piante nel giardino.
Così, non solo lo rendono inutilizzabile, ma moltiplicano i costi per lo Stato che deve recuperarlo.
Secondo l’Agenzia nazionale dei beni confiscati nel 30 % dei casi la burocrazia blocca o allunga a dismisura i tempi di consegna degli immobili confiscati (a causa di ipoteche sul bene, comproprietà  di quote, azioni giudiziarie, etc).
Un caso emblematico è quello della “masseria degli Schiavone” a Santa Maria la Fossa.
E’ un’area di 220 ettari, appartenuta alla Cirio.
Prima della confisca ci lavoravano 800 persone ma oggi è un paesaggio spettrale.
Gli eredi del boss hanno messo in campo i migliori avvocati per tentare la revoca della confisca.
In pratica accusano lo Stato di procedere senza averne titolo.
«Il paradosso è che dopo circa un anno di attesa, un giudice è cambiato e ora bisogna rifare tutto daccapo» dice sconsolato Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce.
In altri casi, per ritardare l’assegnazione, è bastato che alcuni tecnici comunali facessero una errata o imprecisa individuazione del bene da confiscare.
Ma non sempre è merito degli avvocati del clan. Molto spesso è lo Stato a complicarsi la vita. Con situazioni che rasentano il ridicolo.
A Casapesenna c’è una bellissima villa a tre piani.
Apparteneva a Vincenzo Zagaria, altro camorrista in galera.
Da 20 anni è abbandonata perchè – sembra incredibile – i magistrati inserirono nel dispositivo di confisca solo il fabbricato e non il giardino circostante.
Per il Tribunale, infatti, il fabbricato risulta essere il frutto di attività  illecita ma non il terreno su cui nasce, intestato ai genitori.
Oggi per accedere alla casa occorre chiedere il permesso ai familiari del boss. Che naturalmente lo negano.
La percentuale dei beni abbandonati sale se si aggiungono quelli consegnati ma che lo Stato non riesce a utilizzare per mancanza di soldi.
Poco distante da quella di Sandokan, c’è la villa di Luigi Venosa, altro boss condannato all’ergastolo. La confisca risale a circa 12 anni fa.
Ci sono voluti 5 anni solo per trovare un finanziamento (in questo caso è intervenuto il ministero dell’Interno).
Nel frattempo hanno portato via i pavimenti, le finestre, le ringhiere e persino le piastrelle della cucina.
Tutta la trafila che va dal sequesto all’assegnazione da parte dei comuni può durare dai 10 ai 15 anni.
Dopodichè arrivano alle cooperative specializzate nella riconversione dei beni mafiosi.
Che riescono a compiere veri e propri miracoli. Proprio accanto a un terreno confiscato e abbandonato, un gruppo di ragazzi ha fatto nascere le terre di don Peppe Diana. Tutto è coltivato e produttivo.
Un’insegna colorata dice che lì la burocrazia e la camorra hanno perso.

Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera”)

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ITALIA DEI POVERI O DEI FURBETTI? REDDITI DA 16.000 EURO L’ANNO

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

I DATI UFFICIALI DEL MINISTERO, REDDITI MEDI: ORAFI 12.300 EURO, TAXI 14.200, NEGOZI DI SCARPE 7.700, LAVANDERIE 8.800, CENTRI DI BELLEZZA 5.300, MECCANICI 24.300, PROFUMERIE 10.800

A scorrere il dettagliato elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi che il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha messo in rete ieri, si ha l’idea di un Paese poverissimo, dove i cittadini lavorano per il gusto di farlo e non per portare a casa un qualche guadagno.
Un Paese, dove, sotto ai notai, ai farmacisti e ai medici, categorie privilegiate, si agita una plebe cenciosa di tassisti, noleggiatori, orafi, sarti, costruttori di barche, ristoratori, negozianti di scarpe, pellicciai, gestori di stabilimenti termali o balneari, albergatori e baristi, che non riesce ad arrivare alla fine del mese.
Dalle complicate tabelle degli studi di settore relativi al periodo di imposta 2009 (quello delle dichiarazioni dei redditi 2010), fanno capolino gestori di discoteche che invece di fare soldi – come uno immaginerebbe – perdono di media 4.700 euro l’anno, centri benessere e terme, attività  già  avviate (la statistica non tiene conto del primo anno di esercizio) che stanno aperti solo per perderne 5.300.
Noleggiatori che passano ore in auto per portare a casa, a fine anno, una perdita netta di 6.100 euro di media.
Un Paese disgraziato e bizzarro, quello che emerge dai numeri della contabilità  della finanza pubblica, dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7.700 euro l’anno (641 euro al mese), che non solo è ampiamente sotto la soglia di povertà  (indicata dall’Istat in mille euro al mese, e circa 1600 con due figli a carico), ma è anche sensibilmente più basso di chi, quello stesso lavoro, lo esercita senza avere un negozio. Il commerciante ambulante di calzature e pelletterie dichiara infatti 11.100 euro l’anno. Sempre povero, ma meno povero.
Certo più ricco di chi confeziona abiti su misura. Lavoro che dovrebbe essere considerato alla stregua di un hobby se in un anno porta a un guadagno dichiarato di 7.500 euro (625 euro al mese).
Così come gestire un impianto sportivo. In media frutta 100 euro l’anno.
È un paese povero, il nostro.
Sono poveri i parrucchieri (11.900 euro l’anno).
Sono poveri i baristi (15.800 euro l’anno, quasi meno dei loro dipendenti).
Sono poveri gli orafi, che con 12.300 euro l’anno di reddito medio chissà  come faranno ad acquistare la materia prima per le loro creazioni.
Fanno vita grama i gestori di stabilimenti balneari (13.600 euro l’anno), le profumerie (11.400 euro), i cartolai (10.800 euro), le agenzie di viaggio (11.300).
Avere una lavanderia è un bidone. In un anno produce un reddito di 8.800 euro.
Poveri tassisti. Il governo si è messo in testa di liberalizzare un settore già  ridotto alla fame. Avere un taxi significa portare a casa un reddito di 14.200 euro l’anno, meno di un operaio. Una miseria.
Molto peggio dei farmacisti (che almeno 109.700 euro l’anno li dichiarano), dei notai (310.800 euro di media), degli studi medici (68.300 euro), anche degli idraulici (30.500 euro), da sempre considerati evasori d’imposta.
I tassisti guadagnano meno dei salumieri (17.100), dei fruttivendoli (15.300), dei pescivendoli (14.300), dei ricchissimi panettieri (25.100).
Anche gli erboristi (14.700) e i pasticcieri (19.000) possono dirsi fortunati di non aver pensato, nella vita, di mettersi alla guida di un’auto pubblica.
Gli psicologi dichiarano 20.800 euro l’anno, poco più dei veterinari (19.200).
Sono poveri i librai (12.500), i grossisti di mobili (15.900), i venditori di animali (10.300).
Gli architetti, con 30.500 euro l’anno, sono meno abbienti dell’ampia schiera degli avvocati (58.200), dei gestori di sale giochi (41.900), delle agenzie di pompe funebri (48.700).
Sono numeri che, annota il ministero dell’Economia, risentono della crisi di questi anni. E, probabilmente, anche di un certo tasso di furbizia e mancanza di controllo tutta italiana.

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LIBERALIZZAZIONE DELLE SPIAGGE: LA BATTAGLIA CONTRO MONTI DEI BAGNINI

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

CONCESSIONI DI QUATTRO ANNI, POI CHIUNQUE POTRA’ PARTECIPARE ALLA GARA… LA NOTIZIA FA ARRABBIARE LA COOPERATIVA DEI PROPRIETARI

Addio vecchie spiagge, addio.
Il refrain non lo vogliono proprio cantare questi bagnini romagnoli.
“Guardatevi intorno — ti dicono in mezzo agli stabilimenti imballati in questo assolato e freddo pomeriggio d’inverno — chi pensate che abbia fatto la fortuna di questa terra dove il mare non è bello come da altre parti?”.
C’è tensione alla Cooperativa bagnini, 200 associati.
Un numero che ne fa una potenza in una cittadina di 30 mila abitanti che dalle località  di Milano Marittima, giù fino al confine con Cesenatico, in piena stagione conta 500 mila turisti.
Oggi alla riunione con un gruppo di soci il presidente parla in un’assemblea delle notizie poco incoraggianti per la categoria che arrivano da Roma.
“Dobbiamo far capire a Monti che con queste liberalizzazioni magari lo Stato guadagna un po’ di più dalle aste, ma poi al consumatore finale i costi potrebbero aumentare”.
Proprio giovedì nelle bozze del pacchetto liberalizzazioni uscito da Palazzo Chigi, all’articolo 26 si parla esplicitamente del capitolo stabilimenti balneari.
“In conformità  alla normativa dell’Unione europea — recita la bozza dell’esecutivo — a tutela della concorrenza, la selezione del concessionario sui beni del demanio marittimo avviene attraverso procedure ad evidenza pubblica trasparenti, competitive e debitamente pubblicizzate, secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. A favore dei precedenti concessionari è riconosciuto un diritto di prelazione, ove adeguino la propria offerta a quella presentata dal concorrente risultato vincitore della procedura”.
Poi la bozza dell’esecutivo prosegue: “Le concessioni non possono avere durata superiore a quattro anni e non possono essere automaticamente prorogate. In ogni caso, per il rinnovo si ricorre a nuove procedure competitive”.
È la concorrenza, bellezza. “Nessuno nega che lo Stato riesca a fare più cassa, e ce n’è bisogno, ma in questo modo si fa un danno enorme ai consumatori”, spiega il presidente della cooperativa della cittadina romagnola, Danilo Piraccini.
Ci tengono a non passare per una casta privilegiata questi bagnini.
Le cronache degli ultimi anni hanno visto la categoria spesso al centro di polemiche proprio per le lunghe concessioni (spesso pluridecennali) e affidate senza gara.
Poi c’è la storia dei canoni, poche migliaia di euro versati allo Stato per interi pezzi di spiaggia: “Sì, lo ammettiamo forse i canoni sono bassi, ma riusciamo a tenere i prezzi bassi grazie a questi canoni. Se domani arriva uno che offre 100 mila euro l’anno poi quell’investimento lo dovrà  recuperare sulle spalle dei turisti e sui listini dei servizi di spiagge”.
E poi c’è la paura delle grandi aziende che potrebbero arrivare, prendere più bagni e formare una sorta di oligopolio, magari sollevando i prezzi per guadagnare “tutto e subito” e ripagarsi dei canoni più alti pagati.
“Abbiamo un accesso libero alla battigia, una serie di servizi che vendiamo agli alberghi a 7-8 euro e a un po’ di più ai privati. I prezzi sono bassi e la concorrenza c’è già ”, dice Piraccini. “Qualsiasi legge europea non può mirare a distruggere i posti di lavoro”.
Sulla questione delle lunghe concessioni poi, Piraccini si difende: “Qui a Cervia abbiamo una rotazione media ogni 12 anni e chiunque può comprare una licenza, non è vero che ci si blocca. Ogni anno il 10-15 % degli imprenditori balneari cambia, vende o compra”.
Sono i quattro anni di concessione a spaventare.
Secondo chi guida gli stabilimenti balneari nessuno farebbe un investimento per soli quattro anni col rischio poi di dovere smantellare tutte le strutture, dai casotti ai chioschi, ai giochi. “La nostra industria potrebbe perdere di qualità  e di appeal senza investimenti”, spiega Giorgio Lelli che gestisce un bagno a Milano Marittima.
Intanto il Governo proprio venerdì è sembratoi fare parziale marcia indietro aprendo a una soluzione 4 + 4, proprio per evitare la precarizzazione del lavoro e degli investimenti. Ma sono ancora tutte ipotesi, mentre l’Europa preme.

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NAVI DA CROCIERA TROPPO ALTE RISPETTO ALLO SCAFO: PIU’ LUSSO E CONFORT, MENO SICUREZZA

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

I GRATTACIELI DEL MARE SONO ALTI FINO A 70 METRI: LA PARTE EMERSA E’ MOLTO PIU’ GRANDE DI QUELLA IMMERSA

Raggio metacentrico. Momento di raddrizzamento. Doppia carena.
Termini tecnici, che i passeggeri di una nave non conoscono.
Eppure la loro vita dipende da quei numeri, perchè significano capacità  di non inclinarsi (rendendo il salvataggio meno drammatico di come è successo al Giglio), di non capovolgersi e di resistere agli urti.
Il disastro del Giglio mette sotto processo i grattacieli del mare (tutti, non solo la Costa Concordia): alti fino a 70 metri, come palazzi di 25 piani.
La parte emersa è enormemente più grande di quella immersa. La nave è più comoda, più spaziosa, ma meno stabile.
“Una nave da crociera di ultima generazione ha un raggio meta-centrico di un metro. Un decimo di una nave militare”, racconta un esperto.
In pratica significa che i colossi del mare con migliaia di passeggeri hanno minore stabilità  (perfino dei transatlantici di mezzo secolo fa).
Dubbi che gli studiosi avanzano da anni. Non solo: una nave alta è più esposta al vento.
Proprio la Costa Concordia in un giorno di burrasca del novembre 2008 urtò il molo del porto di Palermo, squarciandosi la prua.
Andiamo al Giglio dove gli inquirenti sono al lavoro. E dove, nonostante le proporzioni della tragedia, le autorità  del Governo non si sono viste. Nè sentite.
Ma che cosa è successo al largo dell’isola? “Scafi come questi sono progettati per resistere agli urti più violenti. Ci sono paratie stagne ogni dieci, venti metri. Ma lo squarcio della Concordia sembra lungo 70-80 metri, pare aver interessato tre, quattro compartimenti della nave. Le paratie non sono state sufficienti”, riflette Riccardo Damonte, perito navale dello studio Ansaldo di Genova, uno dei più prestigiosi del mondo. I suoi esperti sono consulenti della Costa e già  ieri erano al Giglio.
I dubbi sui grattacieli del mare restano. Basta guardare i dati della Costa Concordia, una nave moderna, ultimata nel 2005 (i superstiziosi, che nel mondo della marineria abbondano, ricordano che al varo la bottiglia lanciata contro lo scafo non si ruppe): 114. 147 tonnellate di stazza, 292 metri di lunghezza, 52 di altezza.
Per non dire delle 1. 500 cabine, dei 5 ristoranti, dei 13 bar. Una città  galleggiante: l’ammiraglia Costa era capace di portare 4. 880 persone (3. 780 passeggeri e 1. 100 membri dell’equipaggio).
Certo, ci sono sistemi di salvataggio molto avanzati, ma l’evacuazione di cinquemila persone è un’impresa, soprattutto se la nave sta affondando.
Che differenza rispetto ai modelli del passato!
La Michelangelo (uscita dai cantieri di Sestri Ponente come la Costa Concordia) era alta poco più della metà . Portava 2. 500 persone.
Ma poi ha vinto il modello “americano”, studiato per croceristi a stelle e strisce.
Addio alla sobria eleganza delle navi italiane, si punta sui casinò galleggianti. Bastava visitare i saloni della Costa Concordia (e delle concorrenti) per rendersene conto: ecco il salone centrale, decine di lampadari di cristallo, luci verdi, rosse e blu, specchi ovunque.
Poi il centro benessere di 2. 100 metri quadrati, le 4 piscine. Le vetrate tanto vicine alla poppa e alla prua per far godere il panorama.
Sulla Michelangelo era tutto diverso, doveva affrontare le onde di trenta metri dell’Atlantico.
Oggi no, le nuove navi non amano le tempeste, le evitano grazie alla strumentazione avanzata.
Spiega Damonte: “Le navi da crociera rispettano norme della navigazione severe come mai. E la Costa Concordia era all’avanguardia”.
Ma transatlantici e traghetti così alti rischiano di essere meno stabili delle altre navi? “Sono sicuri. È vero, il raggio metacentrico di solito va da un metro a un metro e mezzo. Petroliere e navi cisterna arrivano a sette”.
Perchè? “Per ragioni di comfort”.
Una nave che “sente” più le onde presenta meno rischi di ribaltamento. Una corvetta militare, che ha un raggio di 10 metri, risente di rollio e beccheggio, ma difficilmente si capovolge”.
Già , il comfort, ma anche il bisogno di costruire navi con saloni degni di una reggia e capaci di trasportare cinquemila persone.
O si allungano o si aumenta l’altezza.
E poi c’è la questione del doppio scafo, se cede il primo, resta sempre il secondo: “Nessuna nave da crociera ce l’ha”, spiega Damonte. Perchè? “Toglierebbe spazio per motori e passeggeri. Ce l’hanno solo petroliere e navi cisterna, ma per evitare fuoriuscite di greggio”.
Sarà  l’indagine a dire perchè la Concordia è andata contro gli scogli. Ma se avesse avuto il doppio scafo probabilmente non avrebbe imbarcato tanta acqua.
E se fosse stata più bassa, non si sarebbe inclinata così.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA BEFFA DELLA CASERMA “SVENDUTA” E IL TRIPLO AFFARE DEI FRANCESI

Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile

IL CASO DELLA MIALE DI FOGGIA, CEDUTA ALLA BNP PARIBAS E POI PRESA IN AFFITTO…DOPO SETTE ANNI LO STATO LA RIVUOLE SBORSANDO IL DOPPIO

«SPQR: Sono Pazzi Questi Risanatori», ridono i francesi di Bnp Paribas, facendo il verso ad Asterix, se pensano a certe cartolarizzazioni all’italiana: traffico di coca e d’armi a parte, dove lo trovi un investimento che renda in 7 anni oltre il doppio del capitale come la caserma «Miale» di Foggia?
Una pazzia da manuale. O da inchiesta penale.
«Tesoro: immobili; no “svendopoli”, cambio d’uso per valorizzare», titolava l’Ansa il 23 agosto 2001 spiegando che Giulio Tremonti voleva risanare i conti a partire dalla vendita di migliaia e migliaia di edifici di proprietà  pubblica come certi edifici militari nel quartiere Prati di Roma e tanti altri sparsi per la penisola.
Un anno dopo, un’altra Ansa spiegava che era in arrivo «la più grande cartolarizzazione mai fatta in Europa».
Si è trattato, in realtà , di due percorsi paralleli.
Uno seguito con l’obiettivo di vendere, nelle più rosee speranze, 90 mila immobili di vari enti pubblici e portato avanti attraverso la costituzione di un paio di società  in Lussemburgo («Con un capitale di 10 mila euro, due fondazioni olandesi come azioniste e un cittadino scozzese di nome Gordon Burrows alla presidenza», rivelò l’Espresso ) dal nome sventurato (Scip: Società  cartolarizzazione immobili pubblici) ideale per i titoli giornalistici sugli edifici «scippati». L’altro con la parallela dismissione di strutture militari.
Quale sia stato l’esito della prima operazione lo hanno spiegato varie inchieste giornalistiche («un saldo negativo di 1,7 miliardi») e il procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci. Il quale un paio d’anni fa, bollando il risultato come «poco lusinghiero» (disastroso, con parole non «magistratesi») invitò chi volesse insistere a pensarci settanta volte sette giacchè una nuova «alienazione deve essere attentamente dosata nel tempo e studiata in modo da conseguire risultati migliori di quelli derivanti dalle recenti cartolarizzazioni che a fronte di un portafoglio di 129 miliardi, ha fruttato ricavi per 57,8 miliardi, con un rapporto ricavi/cessioni pari al 44,7%».
Molto meno della metà .
Quanto alle caserme, il tragicomico esempio foggiano è illuminante.
Dovete dunque sapere che a Foggia, a due passi dalla facoltà  di Giurisprudenza e a poche centinaia di metri dal cuore storico che ruota intorno alla cattedrale barocca della Beata Maria Vergine Assunta in cielo, c’è un grande edificio ottocentesco ancora in ottime condizioni, la «Caserma Miale da Troia».
Nelle foto dall’alto e su Google Maps è inconfondibile: è il palazzo più grande del centro cittadino.
Elegante, tre piani, si sviluppa su circa 16 mila metri quadri coperti e ha un cortile interno di altri 6.500, pari (si calcola com’è noto il 25%) a un totale di 17.625 metri quadri.
Valore? Altissimo, dice l’attuale proprietario trattando la vendita all’Università  di Foggia: dove lo trovi uno spazio altrettanto grande e appetibile nel cuore del capoluogo?
Eppure grazie alla «cartolizzazione» tremontiana, quel proprietario, il Fondo «Patrimonio Uno» gestito dai parigini di «Bnp Paribas Rei Sgr», comprò poco più di sei anni fa quel ben di Dio (all’interno di un pacchetto con altri edifici) per una cifra intorno agli 11 milioni di euro. Pari, per capirsi, a circa 624 euro al metro quadro. Un affarone.
Affarone raddoppiato dalla decisione parallela del ministero degli Interni di prendere contestualmente in affitto la caserma venduta dal Demanio per poterci lasciare dentro la Scuola di polizia fino al 2023.
Canone concordato: un milione e 160 mila euro l’anno.
Facciamo i conti in tasca ai francesi?
Comprata per 11 milioni, la caserma avrebbe loro fruttato in soli 18 anni (un battito di ciglia, per una banca) la bellezza di quasi 21 milioni di affitti (per l’esattezza 20.880.000) dopo di che sarebbe rimasta comunque loro la proprietà  rivalutata.
Rovesciamo le parti?
Lo Stato italiano fece la parte del giocatore impazzito che, rovinato dal demone febbrile della roulette o del poker, svende a un usuraio la casa in cui vive per prenderla poi in affitto a un canone stratosferico. Un delirio.
Ma l’ingloriosa avventura finanziaria della Miale non era ancora finita.
Due anni dopo (solo due anni!) aver firmato il contratto di vendita e di affitto, infatti, il Viminale ha deciso che la Scuola di polizia, lì dove stava, a quei prezzi, non gli serviva più. E l’ha chiusa.
Risultato: l’edificio è oggi utilizzato solo in minima parte (diciamo un dieci o al massimo un quindici per cento) per la mensa della Questura, per una foresteria di poche stanze e per le esercitazioni del poligono di tiro.
E intanto i cittadini italiani continuano a portare sul gobbo il canone stratosferico di 96.666 euro al mese: 3.178 al giorno.
A metterci una pezza, come dicevamo, è arrivata l’Università  di Foggia.
La quale, come spiega il rettore Giuliano Volpe, il primo a essere scandalizzato per la vicenda, potrebbe trarre «enormi vantaggi dall’acquisizione di questa struttura (nelle immediate vicinanze delle Facoltà  di Giurisprudenza e di Economia), per la sistemazione del Rettorato, dell’amministrazione centrale e poi di aule, laboratori, servizi agli studenti, residenze e così via».
L’altro ieri se ne è discusso al Cipe e grazie ai «fondi Fas» nell’ambito del «Piano per il Sud» pare che la cosa, per la quale anche Nichi Vendola si è speso molto, possa andare in porto.
Prezzo concordato per il «riacquisto» da parte dello Stato: 16 milioni e mezzo di euro.
Cinque e mezzo in più di quelli ricavati dalla vendita del 2005.
Ma poi, ammiccano i francesi fregandosi le mani, c’è da contare gli affitti incassati in questi sei anni e passa.
Facciamo cifra tonda? Sette milioni di euro di canoni.
Per un totale (16,5+7) di 23,5 milioni. Il doppio abbondante di quanto era stato investito.
Visto dalla parte nostra: abbiamo fatto la parte dei baccalà .
Ammesso, si capisce, che si sia trattato di baccalà  sventurati ma in buonafede e non baccalà  furbetti ingolositi da qualche «esca» inconfessabile…
E dopo aver visto svendere ai soliti «amici» attici a San Pietro da 113 mila euro e case al Colosseo da 177 mila e poi caserme come la Miale con le modalità  descritte vogliamo venderci ancora i gioielli di famiglia?
O cambia tutto o mai più, così.
Mai più.

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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