Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’AZIENDA DI SESTO CALENDE CHE LAVORA PER LA SWATCH I LAVORATORI RIFIUTANO LA PROPOSTA DEL CICLO CONTINUO
Lavoro domenicale? No grazie. 
Le commesse aumentano e l’azienda ha bisogno di produrre di più ma gli operai rifiutano l’accordo aziendale che introduce il ciclo continuo, anche se questo avrebbe significato l’assunzione per sessanta lavoratori precari.
Succede alla Lascor di Sesto Calende, azienda specializzata nella produzione delle casse degli orologi di fascia alta che fa capo al gruppo svizzero Swatch.
Gruppo che conferma il proprio buon momento con prospettive di forte crescita per il 2012. Una situazione insolita in tempo di crisi, che ha prodotto un risultato inaspettato e per certi versi opposto a quanto visto esattamente un anno fa nel caso Mirafiori.
Nel gennaio del 2011 i lavoratori della Fiat avevano accettato un accordo che prevedeva clausole peggiorative nella quasi totalità delle sue componenti.
Meno tutele per il diritto di sciopero, niente pagamento per i primi due giorni di malattia e nessuna traccia di investimenti.
Un accordo criticato pesantemente dalla Fiom Cgil, passato invece alla prova dell’urna con il voto favorevole del 54% dei lavoratori. In quel momento sullo stabilimento incombeva lo spettro della cessazione, della chiusura.
Così nella fabbrica torinese alla fine la prospettiva di salvaguardare il posto di lavoro aveva prevalso sulla legittima volontà di mantenere in essere i diritti acquisiti.
Alla Lascor di Sesto Calende la prospettiva è esattamente ribaltata.
Gli orologi svizzeri vendono più delle auto italiane.
C’è un gran bisogno dei prodotti che vengono realizzati nello stabilimento varesino e l’azienda si è trovata a dover far fronte per il secondo anno consecutivo ad una richiesta crescente di commesse.
Così partono le trattative con i sindacati e dopo qualche mese l’accordo è pronto: investimenti per 11 milioni di euro, ciclo continuo con quattro giorni di lavoro e due di riposo (solo nei reparti ad elevato uso di macchinari) in cambio di aumenti salariali tra i 300 e i 400 euro, oltre alla stabilizzazione di un cospicuo numero di lavoratori, una sessantina tra i circa 150 che ancora non hanno un contratto a tempo indeterminato.
Un accordo che sembrava poter soddisfare tutti, ma che è stato bocciato dal referendum aziendale di mercoledì che ha dato un esito sbalorditivo: hanno vinto nettamente i No. Alle urne si sono presentati 433 dei 530 dipendenti, 264 hanno votato “No” e solo 158 hanno approvato la proposta.
La dirigenza aziendale non ha il permesso di rilasciare dichiarazioni, men che meno sul fallimento dell’accordo.
Ma si intuisce lo stupore per un’iniziativa che sembrava potesse soddisfare tutti, anche perchè il rischio è che la casa madre si rivolga a un altro produttore e “una volta che una commessa è andata non si torna più indietro”.
Fuori dai cancelli, al cambio turno, il fronte del “No” rifiuta le critiche e si difende: “Adesso ci vogliono far passare come quelli che affossano i precari, ma non è così. Non diciamo fesserie”.
Ma quando si cerca di capire le ragioni che hanno spinto a fare una scelta in controtendenza con il periodo storico e con le esigenze aziendali, non si ottengono risposte.
Qualcuno a mezza voce azzarda: “Probabilmente c’è una parte sindacale a cui il compenso economico è sembrato troppo basso”.
Sullo sfondo di questo strano risultato l’ombra di una replica in chiave varesina di quanto già visto accadere altrove, con la Fim Cisl e la Fiom Cgil schierate su due fronti contrapposti: “Non trovo spiegazioni a questo esito se non nell’atteggiamento della Fiom che per mesi ha detto no a questo accordo, salvo poi dire sì a dicembre, dopo aver perso un proprio delegato” è stato il commento che Giuseppe Maraco (Fim Cisl) ha affidato al quotidiano locale La Provincia di Varese, ma la Fiom non vuole addossarsi la responsabilità della bocciatura: “L’atteggiamento della Fiom non c’entra — ha dichiarato Francesca De Musso -, certo non ci aspettavamo questo risultato. Pensavamo che i lavoratori avessero capito l’importanza di questo accordo ma bisogna rispettarne la volontà , siamo aperti ad altre possibilità ”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL DIETROFRONT DEL GOVERNO SULLA SEPARAZIONE TRA ENI E SNAM
Basterà la politica della concorrenza a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e del gas, cruciali per il rilancio dell’economia, o ci vuole dell’altro?
La risposta è: certo, ben venga più concorrenza, ma senza una forte politica industriale non andremo da nessuna parte.
E a dettarla non saranno nè l’Antitrust nè l’Autorità per l’energia.
Dettarla toccherà al governo, azionista di Eni, Enel e Terna e autorevole suggeritore delle maggiori ex municipalizzate, stabilire chi fa che cosa.
Il settore elettrico è già stato liberalizzato.
Dall’ex monopolista Enel viene oggi solo il 28% della produzione nazionale, tre concorrenti (le ex municipalizzate A2A e Iren, Edison e l’Eni) stanno sopra il 10%, il resto è frazionato tra soggetti comunque forti, spesso legati a operatori esteri.
La Borsa elettrica è decente.
La rete degli elettrodotti in alta e altissima tensione è stata affidata a Terna, una società indipendente, controllata dalla Cassa depositi e prestiti.
E Terna ha quintuplicato gli investimenti, grazie alla libertà dall’Enel e alla remunerazione in tariffa, generosa, ma non superiore alla media europea del 3%.
Eppure, l’energia elettrica resta più cara della media europea tranne che per le famiglie a bassi consumi e le imprese energivore, cui vanno 1,3 miliardi di sussidi pagati dagli altri consumatori.
Per le altre famiglie la bolletta è più alta del 12%, al lordo delle imposte, per le imprese del 26%. Il fatto è che l’Italia dilapida sussidi e usa le fonti più costose.
Ha chiuso il nucleare prima di ammortizzare le centrali atomiche, anticipando di decenni gli oneri miliardari di smantellamento.
Nel 1992 ha varato il Cip 6 che, per le fonti assimilate (il gas trattato come una fonte rinnovabile), finirà per costare 20 miliardi di euro di incentivi in bolletta, lungo i 15-20 anni di esercizio.
Nel 2007, l’Autorità , presidente Alessandro Ortis, riuscì a imporre un taglio di 600 milioni l’anno interpretando in modo rigoroso la componente tariffaria del costo evitato di combustibile.
Ma è durata due anni. Poi, il consiglio di Stato ha accolto i ricorsi dei grandi gruppi, che avevano fatto incetta delle risorse pubbliche. È dunque in arrivo la stangata di ritorno.
Nel 2012 stanno andando a regime gli aiuti alle rinnovabili, 160-170 miliardi nel trentennio 2005-2034, con una concentrazione in questo decennio.
Un salasso in bolletta senza nemmeno costruire una forte industria manifatturiera nazionale di settore come, invece, si è fatto prima in Germania e poi in Cina.
L’ex ministro dell’Industria, Alberto Clò, calcola che nei 12 mesi compresi tra il settembre 2010 e l’agosto 2011 le importazioni di apparati per il fotovoltaico siano ammontate a 11 miliardi, mangiandosi un quinto del saldo manifatturiero.
Se si rapporta questo deficit all’energia utile prodotta, dice ancora Clò, l’equilibrio economico si avrebbe con il petrolio a 670 dollari il barile, che salirebbero oltre i mille aggiungendo i sussidi di cui sopra. Nel 2011 la media del barile è stata di 111 dollari.
Che può fare la concorrenza davanti agli errori di politica industriale? Può il governo limitarsi a dire pacta sunt servanda ?
Magari deve, ma perchè per taxi e pensioni non lo sono?
D’altra parte, l’altra causa dell’alto prezzo dell’energia è il gas, che sale per ragioni in apparenza misteriose.
Oggi sul mercato spot all’ingrosso al valico del Tarvisio costa 32 euro al MWh (come ora si misura anche il gas) contro i 23-24 al confine austro-slovacco di Baumgarten. Il tubo è lo stesso, il gas russo idem.
La differenza di prezzo dà margini all’Eni, dominus delle importazioni all’ingrosso, e copre qualche perdita sui contratti take or pay .
L’Eni ha ceduto la sua quota di questa infrastruttura estera alla Cassa depositi e prestiti: la Ue l’aveva costretto a disfarsene. Ma ha conservato i diritti di passaggio.
E così i tubi sono solo parzialmente saturati. Secondo la Ref-E di Pia Saraceno, il Tag, il gasdotto che viene dalla Russia, è sfruttato al 68% nel 2011, il tubo algerino al 60%, quello libico al 20%, il tubo dall’Olanda al 50%.
Colpa anche delle rivolte in Tunisia, del conflitto in Libia e delle frane sulle Alpi, ma anche l’anno prima l’infrastruttura era andata a scartamento ridotto. E il rigassificatore di Panigaglia funziona al 40%.
Se le infrastrutture e i diritti di passaggio fossero gestiti da una Snam Rete Gas indipendente, anzichè controllata dall’Eni, sarebbero forse utilizzati più intensamente. D’altro canto, oggi la rete è sufficiente e addirittura abbondante perchè l’economia è ferma e i consumi di gas sono regrediti, ma con la ripresa e i consumi a 100 miliardi di metri cubi si rischia di nuovo la strozzatura.
La separazione delle reti dal servizio non è un dogma di fede. Dipende dalla tecnologia e dai conti.
Nel gas è utile o no? Paolo Scaroni, capo dell’Eni, si dice possibilista da un paio d’anni. Ma preferisce la soluzione dell’ unbundling , l’affitto controllato della rete consentito dalla Ue. Il governo Monti e l’Antitrust di Pitruzzella sembravano voler fare di più.
E così erano addirittura cominciati gli esercizi per individuare soluzioni.
Dalle parti di Terna si era addirittura ipotizzata la possibilità di acquistare dall’Eni il 29,9% di Snam Rete Gas, così da evitare l’Opa.
L’idea di una società unica delle reti energetiche presenta sinergie limitate sul piano industriale, più interessanti su quello finanziario.
Sulla carta Terna verserebbe 3-4 miliardi all’Eni che, con l’occasione, potrebbe ricavarne altri 2,5 cedendo ad terzi anche il 22% residuo e potrebbe infine deconsolidare 11 miliardi di debito.
Un beneficio consistente, utilizzabile sia per remunerare i soci (tra cui il Tesoro) sia per aumentare gli investimenti nel settore minerario, il core business del cane a sei zampe. Terna potrebbe finanziarsi senza chiedere nulla ai soci ma cedendo a fondi infrastrutturali parti della sua rete, una volta che l’Autorità ne abbia fissato il rendimento, e tuttavia conservandone la gestione.
Poi potrebbe sostenere gli investimenti di Snam ricollocandone le attività commerciali come Italgas.
Ma questo è altri progetti sono al momento destinati a restare mere esercitazioni. Il governo Monti ha fatto marcia indietro e l’Antitrust, ieri, si è allineata.
Per il sottosegretario Antonio Catricalà , il caso Snam non è una priorità ; esistono altre soluzioni per le imprese energivore.
Ma, scrive Diego Gavagnin sul Quotidiano Energia , «di altri rimedi ne esiste uno solo: far pagare di più agli altri».
Massimo Mucchetti
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
LE COOP ROSSE INVESTONO CENTINAIA DI MILIONI IN UN’AZIENDA IN STATO PREFALLIMENTARE… PENALIZZATI I PICCOLI RISPARMIATORI, ULTIMA PAROLA ALLA CONSOB
Mettetevi nei panni di un piccolo azionista di Fonsai. 
Negli ultimi tre anni ha visto precipitare il valore delle sue azioni del 90 per cento.
Nel 2011 non ha ricevuto il dividendo e non incasserà la cedola nemmeno nel 2012. La primavera scorsa è stato chiamato a sottoscrivere un aumento di capitale per evitare il dissesto della compagnia.
Niente da fare, la società è arrivata comunque al collasso. Ma c’è una luce in fondo al tunnel. Ecco un compratore.
C’è l’Unipol, pronta a comprare il gruppo fin qui gestito da Salvatore Ligresti.
Finalmente un piccolo risarcimento, penserà il nostro azionista Fonsai.
Arriverà un’offerta pubblica d’acquisto rivolta a tutti gli azionisti. E invece no, niente Opa.
Non è prevista nel piano studiato da Mediobanca e Unicredit per mettere in sicurezza la compagnia in crisi e soprattutto i loro crediti verso i Ligresti.
Peggio: i soci di Fonsai dovranno presto sottoscrivere un altro aumento di capitale. Non è ancora finita: c’è anche la beffa. Mentre i risparmiatori pagano i costi del salvataggio, la famiglia Ligresti si defila con una buonuscita che si aggira sui 77 milioni.
Di più: la compagnia bolognese è disposta a riconoscere 700 mila euro l’anno per cinque anni a Salvatore Ligresti e ai suoi eredi Giulia, Jonella e Paolo come compenso per un patto di concorrenza.
Fin troppo facile ironizzare sulla pericolosa concorrenza che potrebbe arrivare da una famiglia che è riuscita a demolire un colosso come Fondiaria.
Storia finita? Tutto deciso? No, ancora no.
L’ultima parola spetta alla Consob, che potrebbe imporre a Unipol il lancio dell’Opa su Fonsai. In questo caso la compagnia delle Coop ha già dichiarato che farebbe marcia indietro. Mediobanca e Unicredit sarebbero costrette a cercare un altro compratore, ma quantomeno ai piccoli azionisti di Fonsai sarebbe risparmiato l’ennesimo affronto, quello di dover pagare per l’ennesima volta per i guai combinati da altri.
Resta da vedere, adesso, che cosa deciderà il presidente della Consob, Giuseppe Vegas e gli altri quattro commissari.
C’è un precedente. Anzi, ce ne sono due.
Nel maggio scorso la Commissione decise che non c’era obbligo di Opa quando con l’aumento di capitale di Fonsai e della controllata Milano, il creditore Unicredit rilevò una quota del 6,6 per cento della stessa Fonsai.
All’epoca la banca stipulò anche un patto parasociale con Premafin, la holding dei Ligresti.
“Si tratta di un salvataggio aziendale”, spiegò all’epoca la Consob e quindi, in base all’articolo 49 del regolamento emittenti, l’Opa non è obbligatoria. In sostanza, senza i soldi dell’aumento di capitale la compagnia rischia il crac. Di conseguenza la tutela dei piccoli azionisti avviene con il salvataggio della società più che con un’eventuale offerta pubblica.
Qualche mese prima però la Consob si regolò in modo diverso quando furono i francesi di Groupama a farsi avanti per entrare con il 17 per cento nel capitale di Premafin in accordo con i Ligresti.
“Opa obbligatoria su Premafin e anche su Fonsai”, deliberò la Commissione, perchè cambia il controllo del gruppo.
Adesso Unipol, dopo aver rilevato le azioni Premafin dei Ligresti per circa 77 milioni, sarebbe pronta a lanciare un’Opa solo sulla holding, ma non sulle controllate Fonsai e Milano assicurazioni.
Entrambe rischierebbero il fallimento senza aumento di capitale, che è stato richiesto dall’Isvap, l’Authority delle assicurazioni. Si tornerebbe così nella situazione della scorsa primavera quando la Consob esentò Unicredit dall’Opa.
C’è quindi la possibilità concreta che Vegas decida di dare via libera all’operazione senza offerta pubblica.
E questa, davvero, sarebbe la beffa definitiva per i piccoli azionisti di Fonsai.
A giochi fatti, gli unici a uscire di scena con le tasche piene sarebbero i Ligresti, a cui Unipol è pronta a pagare 0,36 euro per ogni azione Premafin.
Un’offerta a dir poco generosa, visto che negli ultimi mesi la holding ha viaggiato in Borsa con una quotazione compresa tra 0, 10 e 0, 25.
Quotazioni comunque generose se si pensa che Premafin all’attivo può vantare la quota del 35 per cento in Fonsai che ai prezzi di Borsa vale un centinaio di milioni, mentre al passivo ci sono oltre 300 milioni di debiti con le banche. In altre parole Premafin si trova in uno stato prefallimentare.
Unipol però fa finta di niente.
Anzi, valuta la holding oltre 150 milioni, ne gira 77 ai Ligresti e il resto andrà a pagare le azioni acquistate in sede d’Opa.
Va ricordato che tra i beneficiati dell’offerta ci saranno anche i misteriosi soci di Premafin, forti di quasi il 20 per cento, schermati da società off shore.
Non c’è da sorprendersi, allora, se nel movimento cooperativo siano molte le perplessità sull’accordo per l’acquisizione di Fonsai.
Tra l’altro, in base ai piani annunciati, la stessa Unipol aumenterà il capitale di una somma forse superiore ai 700 milioni.
Come dire che le coop socie dovranno investire decine di milioni nel salvataggio Fonsai.
Un prezzo ritenuto troppo alto da molti manager delle cooperative, soprattutto se una parte di quei soldi serve a pagare la buonuscita ai Ligresti.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2012 Riccardo Fucile
IL DECRETO SULLA CONCORRENZA VERRA’ VARATO ENTRO LA PROSSIMA SETTIMANA… SODDISFATTE LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI… SECONDO L’ANTITRUST SI GUADAGNA UN PUNTO E MEZZO DI PIL
“Finalmente il governo ha ascoltato i consumatori”.
Esultano tutte le associazioni – da Adusbef a Federconsumatori, da Altroconsumo ad Adoc, dal Codacons al Movimento di difesa del cittadino – dopo la diffusione della bozza di decreto sulla concorrenza.
L’arma segreta del governo Monti per rilanciare la crescita nella “fase due” dovrebbe vedere la luce entro il 20 gennaio e per ora raccoglie il plauso dei consumatori.
“Le liberalizzazioni proposte, seppur non ancora confermate – dicono le associazioni – si allineano a quanto da noi richiesto”.
Motivo di tanto entusiasmo è il risparmio atteso dagli interventi a 360 gradi su benzina, farmacie, professioni, taxi, ferrovie, autostrade, servizi pubblici, treni, negozi.
L’intera operazione di “deregulation” riporterebbe nelle tasche di ogni famiglia italiana almeno 900 euro l’anno grazie all’apertura dei diversi mercati e al conseguente abbassamento di prezzi e tariffe.
Questo almeno in teoria.
Una ricaduta totale pari a 21,6 miliardi, un punto e mezzo di Pil, come confermato dall’Antitrust.
Un dato tuttavia sottostimato, dicono gli esperti. I risparmi potrebbero essere più generosi anche per i benefici in termini di qualità dei servizi offerti.
La vera, inaspettata, novità del decreto liberalizzazioni è l’articolo 6 della bozza sulla class action.
La normativa viene potenziata con l’eliminazione di alcuni meccanismi insidiosi che spesso bloccano le cause collettive.
Non sarà più necessario che tutti i ricorrenti abbiano una posizione “identica” (ad esempio uno stesso importo del danno da risarcire). Basterà la più logica “omogeneità “.
Solo un’apparente formalità , usata tuttavia dalle aziende come arma di difesa per ritardare i contenziosi.
Viene anche reintrodotta una misura presente nella legge Prodi, poi annacquata dal successivo governo Berlusconi: la possibilità di aderire all’azione collettiva fino al giudizio di appello (oggi fino a 120 giorni da quando il giudice ammette la causa). Innovativo anche l’articolo 5: a decidere se una clausola di un contratto è vessatoria o meno non sarà più solo il giudice su ricorso del consumatore o dell’associazione, ma l’Authority.
La misura più attesa dai consumatori era senz’altro quella sulla benzina, visto i continui rincari alla pompa che falcidiano i bilanci familiari.
La possibilità per i benzinai (sia proprietari che non, ma in misura diversa) di acquistare benzina, gasolio o gpl in modo libero e dunque da grossisti e rivenditori diversi dal marchio dell’impianto, apre squarci di possibili ribassi.
Così come la possibilità dei proprietari di trasformare l’impianto in self service.
E quella di vendere giornali, tabacchi, caramelle e altri beni.
Altroconsumo calcola in 3 miliardi il risparmio totale annuo (tra benzina e gasolio) che si traduce in 144 euro di minori aggravi per ogni famiglia. Adoc, Codacons, Unione nazionale consumatori e Movimento difesa del cittadino alzano il “bonus” a 200 euro.
Almeno 18-19 centesimi in meno al litro, 216 euro annui, per Federconsumatori-Adusbef, grazie alla trasformazione dei distributori in “plurimarchio”.
L’abbassamento del “quorum” consentirà una maggiore capillarità di farmacie sul territorio: una ogni 3 mila abitanti, dice la bozza di decreto.
Contro i 4 mila attuali per i Comuni sopra i 12.500 abitanti e 5 mila per quelli al di sotto.
Questo comporterà l’obbligo per le Regioni di mettere a bando, entro l’1 marzo 2013, 3.891 nuove sedi, di cui 882 nelle città più grandi (con più di 70 mila abitanti).
Se almeno l’80 per cento di queste nuove aperture non saranno assegnate, perchè la Regione non organizza i concorsi o li fa per una percentuale inferiore, allora la vendita dei farmaci di fascia C (quelli con obbligo di ricetta medica, ma a totale carico del cittadino) sarà liberalizzata e dunque possibile anche nelle parafarmacie e nei corner degli ipermercati, sempre alla presenza di un farmacista.
Roma dovrà assegnare 198 sedi in più, Palermo 49, Verona 20, Milano 11, Napoli 10, Firenze 5. Ma Bologna e Genova un tondo zero.
Saldi liberi tutto l’anno, senza limiti di tempo, durata nè ampiezza degli sconti praticati. E senza chiedere preventive autorizzazioni al Comune.
La misura piace moltissimo ai consumatori e riguarda 750 mila piccoli negozi, 10 mila supermercati, 600 ipermercati.
Secondo il Codacons, le mancate liberalizzazioni nel settore del commercio costano ai consumatori 8 miliardi di euro l’anno: 5,5 miliardi nel commercio al dettaglio alimentare, il restante 2,5 in quello non alimentare.
La deregulation dei saldi consentirebbe al commerciante di scegliere quando, come, per quanto tempo offrire il proprio magazzino prodotti a sconto.
I clienti avrebbero, così, un ventaglio di scelta più ampio e probabilmente più a buon mercato.
La spesa delle famiglie per i saldi stagionali, come li conosciamo, si è dimezzata dal 2007 ad oggi.
Un 50 per cento in meno dovuto certo alla crisi e che i venti di recessione sembrano confermare.
L’abolizione delle tariffe professionali (quelle minime erano state tolte da Bersani nel 2006, ma era rimasto il riferimento), accompagnata dall’obbligo per il professionista di produrre un preventivo, prima di ricevere il mandato, nel quale indicare sia la tariffa offerta secondo un “criterio di equità “, sia l’esistenza di un’assicurazione per eventuali danni provocati al cliente, dovrebbero portare ulteriori vantaggi per il consumatore.
Secondo Altroconsumo, il risparmio generale sulle tariffe applicate dai professionisti sarebbe del 30 per cento.
Nel caso dei notai, se allineassero la parcella di un rogito per l’acquisto di un appartamento, ad esempio, alle tariffe più basse del mercato, si avrebbe un risparmio di 579 euro su una parcella di 2 mila euro.
Una causa di separazione da 1.500 euro, invece, scenderebbe a mille. Secondo Codacons e Adoc il risparmio medio a famiglia sarebbe di 200 euro.
Valentina Conte
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 14th, 2012 Riccardo Fucile
FONDAZIONE IN ROSSO, IL DENARO CHE EROGAVA E’ EVAPORATO… ALL’UNIVERSITA’ UN BUCO DA 200 MILIONI
Piena di storia e di bellezza, adorata dai turisti, con un problema di debiti troppo grande.
E una classe dirigente che si è rivelata drammaticamente inadeguata, per aver prima ignorato e poi sottovalutato i segnali che l’aria stava cambiando e che poi, in qualche caso, ha cercato di nascondere l’evidenza.
Per raccontare di Siena di oggi, com’è finita in questo pasticcio e come spera di uscirne basta però percorrere i pochi passi che separano tre tra i palazzi più belli di questa città . Il palazzo comunale, al centro di piazza del Campo.
La Rocca Salimbeni, dall’altro lato della piazza.
E palazzo Sansedoni, poco più in là lungo la passeggiata che ogni buon senese percorre con regolarità all’ora dell’aperitivo.
Il Monte dei Paschi è una banca particolare. Sta lì dal 1472 ed è il terzo gruppo bancario italiano.
Ma il suo cuore oltre che il suo controllo sono saldamente dentro alle mura della città e in mano alla città e ai gruppi di potere e interessi essa esprime.
Dei trentamila dipendenti del gruppo, circa 4000 sono in città e provincia.
Con l’indotto, significa che in ogni famiglia almeno un membro dipende dal «Monte», come lo chiamano i senesi.
Prima fonte di reddito per la città insieme all’Università : con i suoi circa 20 mila iscritti in maggioranza studenti fuorisede che pagano lauti affitti per un buco in centro. Anche all’Università c’è un buco: 200 milioni, con strascichi di inchieste e indagati illustri dai quali sta cercando di tirarsi fuori.
Neanche il Monte del resto se la passa troppo bene. Il suo presidente, Giuseppe Mussari, deve trovare entro il 20 gennaio 3,2 miliardi di euro per rafforzarne il capitale.
I problemi del Montepaschi oggi sono comuni a tante altre banche italiane e non: l’economia non gira, i Btp che pesano nel portafoglio.
In passato c’è stata l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi nel 2008, giusto un attimo prima che venisse giù il mondo.
Proprio oggi a Rocca Salimbeni arriva l’uomo che cercherà di traghettare la banca fuori dalle secche della crisi.
Si chiama Fabrizio Viola, ha la faccia simpatica e la fama di bon vivant e sarà lui che, con Mussari, dovrà convincere Bankitalia che il Monte si potrà rafforzare anche senza fare il secondo aumento di capitale in pochi mesi, il terzo in tre anni. E qui arriva il secondo protagonista di questa storia.
La Fondazione Mps è l’ostinato e ormai anacronistico azionista di maggioranza assoluta della banca.
Dalla sua istituzione nel 1996 a oggi ha gestito, sotto forma di erogazioni, il fiume di soldi che le arrivavano dalla banca sotto forma di dividendi.
Oltre 1,9 miliardi in quindici anni, l’85 per cento dei quali nel territorio di Siena e provicia.
Ha ristrutturato scuole e palazzi, finanziato la ricerca biomedica e i poli museali, sistemato strade e promosso piccole imprese.
Ha anche dato soldi a pioggia, dalle bocciofile ai circoli di cicloamatori alle sagre paesane.
Perchè di soldi ce n’era tanti e sembrava non finissero mai. Pur di rimanere con più del 50 per cento, in questi anni, si è venduto quasi tutto quello che poteva vendere e si è indebitata.
A guidarla è, dal 2006, Gabriello Mancini, ex funzionario della Asl di Colle Valdelsa diventato principale azionista di una delle principali banche del paese.
Un giorno di fine novembre Gabriello Mancini comunica che i soldi non solo non ci sono più ma ne mancano parecchi. È successo che la fondazione si è indebitata per un miliardo e ha ipotecato ciò che aveva di più caro, ovvero le azioni della banca.
E messo fine per qualche anno al fiume di denaro descritto sopra.
Nel terzo palazzo, la sede del Comune, abita da qualche mese Franco Ceccuzzi. Quarantacinque anni, funzionario di partito (Ds poi Pd) e poi parlamentare, nella rossa Siena rappresenta comunque un’anomalia: è il primo sindaco dalla fine degli anni ’80 che non sia anche dipendente del Monte.
Da Rocca Salimbeni venivano gli ultimi tre sindaci, per un totale di cinque mandati da primo cittadino.
Ceccuzzi, «grande elettore» della Fondazione ha dato il via ad una sorta di spoil system alla senese.
Mussari, che lo aveva già annunciato da tempo, lascerà ad aprile la guida della banca. Mancini resiste, ma a Siena si assicura che dovrà anche lui cedere la poltrona.
A Ceccuzzi spetta il compito, difficile, d’inventarsi una città nuova, da gestire con meno soldi e più idee.
La prima si chiama Siena capitale europea della cultura: Ceccuzzi ha candidato la città toscana per il 2017 e da lì conta di ripartire.
Gianluca Paolucci
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Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA BOZZA DEL DECRETO INTERVENTI SU POSTE, PROFESSIONI E TRASPORTI… DEROGA SULL’ART.18 PER LE FUSIONI
“Nei prossimi giorni dovremmo arrivare ad un provvedimento molto ampio per quanto
riguarda le liberalizzazioni”, ha annunciato ieri il premier Mario Monti durante la conferenza stampa con la cancelliera tedesca Angela Merkel.
“Lo scopo di tutta questa operazione -ha spiegato – è quello di conseguire più crescita e più equità “.
La “rivoluzione per decreto”, che scandirà la fase due dell’esecutivo tecnico per rilanciare la crescita, fa dunque il suo esordio.
E non solo come annuncio.
Una prima bozza diffusa ieri (anche se palazzo Chigi nega l’esistenza di un testo definitivo) riporta difatti in 28 articoli le possibili liberalizzazioni che il governo potrebbe trasformare in decreto entro il 20 gennaio.
Spicca, tra gli altri, anche una norma sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che lo arricchisce di un comma 1bis.
L’obbligo di reintegro, in caso di incorporazione o di fusione di due o più imprese che occupano un numero di dipendenti pari o inferiore a 15, scatta solo se il numero complessivo di lavoratori è sopra le 50 unità .
Tra gli altri punti della bozza di decreto c’è un capitolo che riguarda la “promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali”.
L’Antitrust vigilerà sulla effettiva liberalizzazione e la reale concorrenza nei servizi erogati dagli enti locali: dal trasporto pubblico ai servizi integrati, ad eccezione dell’acqua. In questo caso le competenze resterebbero all’Autorità per l’energia elettrica e il gas.
Il commercio.
Saldi liberi tutto l’anno, senza vincoli di sconti e durata, per negozi grandi e piccoli e senza previo avviso al Comune di appartenenza.
L’articolo 2 della bozza, riservato alla “Libertà di praticare sconti”, prevede che “ogni impresa commerciale anche al dettaglio, in qualunque settore merceologico, può decidere in autonomia il periodo nel quale effettuare sconti, saldi e vendite straordinarie, la durata delle promozioni e l’entità delle riduzioni”.
Gli “obblighi preventivi di comunicazione all’amministrazione” verrebbero dunque eliminati. Così come le vendite “straordinarie” (liquidazione, fine stagione, promozionali), ricomprese nella più generale possibilità offerta agli esercenti di decidere come, quando, per quanto tempo offrire alla clientela la propria merce ribassata.
I consumatori.
La class action, ovvero il procedimento o azione di classe che i consumatori possono esercitare collettivamente per ottenere il risarcimento di un danno, ispirato alla legislazione anglosassone e ora tutelato dal Codice di consumo all’articolo 140-bis, potrebbe essere rafforzata.
Stando all’articolo 5 della bozza di decreto sulla concorrenza, il campo di applicazione delle class action verrebbe esteso e liberati i coaguli che ne bloccavano gli esiti, qualora si fermavano alla situazione e alle richiesta “individuale” ora superata dal concetto di omogenea.
L’articolo 6 rende più stringenti i tempi.
La Corte d’appello decide entro e non oltre 40 giorni. In caso di conciliazione le parti devono trovare un accordo sulla liquidazione entro 90 giorni.
Le professioni.
Abolite, in modo definitivo, le tariffe professionali. Architetti, avvocati, commercialisti che le usavano ancora, ma solo come “riferimento” (le minime furono cancellate da Bersani), potrebbero essere chiamati a farne a meno.
“Sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime”, comprese quelle dei notai, specifica l’articolo 7.
I professionisti (con esclusione dei medici del servizio nazionale) “concordano in forma scritta con il cliente il preventivo per la prestazione richiesta”.
E nel preventivo hanno l’obbligo di indicare l’assicurazione stipulata per gli eventuali danni provocati al cliente. Il praticantato per l’accesso alle professioni potrà essere svolto nell’ultimo biennio di studi universitari.
Più in generale, abrogate “autorizzazioni, licenze, nulla osta” per l’avvio di un’attività economica.
I notai.
Brutte notizie per i notai italiani che verranno duramente colpiti dalla riforma. A 99 anni esatti dal varo della legge che regola la professione, alcuni punti cardine dell’Ordinamento del notariato vengono stravolti dalle liberalizzazioni.
I riferimenti alle tariffe dei notai, come quello contenuto nell’articolo 74, vengono cancellati. Sparisce il passaggio “gli onorari, i diritti accessori e le spese dovute in rimborso al notaro sono determinati dalla tariffa annessa alla presente legge”.
Alla pari delle altre categorie professionali, quindi, anche l’acquisto di un immobile potrebbe risultare meno oneroso per il compratore. Inoltre la nuova norma prevede l’incremento di 500 posti di notaio all’anno fino al 2013 per un totale di mille professionisti in più.
I benzinai.
Rivoluzione in arrivo nella distribuzione dei carburanti.
Se quanto contenuto nella bozza di decreto del governo sarà confermato, i benzinai titolari del distributore, potranno acquistare benzina, gasolio o gpl presso rivenditori e grossisti diversi dal marchio che campeggia sull’impianto.
Anche gli altri benzinai che non sono proprietari dell’impianto, potranno rifornirsi di prodotti raffinati per almeno il 20 per cento dell’erogato medio dell’anno precedente o del fabbisogno.
I distributori di benzina potranno trasformarsi in veri e propri minimarket (dai tabacchi ai giornali, fino ad altre tipologie di beni).
Inoltre la bozza apre la facoltà dei proprietari di pompe di benzina di trasformare più facilmente il proprio impianto in self service.
Possibili anche gruppi di acquisto tra benzinai per abbassare i costi.
Le spiagge.
Novità anche per il demanio marittimo e le spiagge che dovranno adeguarsi alle normative esistenti nell’Unione europea.
Il decreto impone la concessione dei beni attraverso «procedure ad evidenza pubblica trasparenti e pubblicizzate attraverso l’offerta economicamente più vantaggiosa».
Resta a tutela dei vecchi gestori, un “diritto di prelazione”, ma solo a patto che questi adeguino la loro offerta a quella risultata vincente nella gara.
Decadono anche le concessioni “a vita”: le cessioni del demanio marittimo non potranno avere durata maggiore di quattro anni. E non potranno, tra l’altro, essere prorogate automaticamente. In ogni caso, ogni rinnovo dovrà passare per nuove gare competitive.
I treni.
L’articolo 23 della bozza di decreto liberalizzazioni dispone la “indipendenza di Rete ferroviaria italiana dalle imprese operanti nel settore dei trasporti”. In pratica Rfi, la società di Ferrovie dello Stato che gestisce orari e le linee su ferro, verrà scorporata dal gruppo e riportata in totale autonomia e solitudine tra le braccia del ministero dell’Economia.
E quindi Trenitalia, al pari di altri concorrenti (come ad esempio la Ntv di Luca di Montezemolo), non avrà più corsie preferenziali ma dovrà mettersi in fila come altre società di trasporto ferroviario per richiedere eventuali autorizzazioni, tracce orarie, linee.
Anche il contratto di lavoro del settore viene eliminato.
Le farmacie.
La proposta del governo di ampliare “la pianta organica” delle farmacie, ovvero la loro capillarità sul territorio, anticipata nei giorni scorsi dal sottosegretario Catricalà , entra anche nella bozza del decreto all’articolo 11.
Il “quorum” scelto, cioè il rapporto tra numero di farmacie e abitanti, sarebbe quello di 1 a 3 mila.
Scenderebbe così dall’attuale, posto a 4 mila per i Comuni sopra i 12.500 abitanti e 5 mila per quelli al di sotto. Asticella, questa della numerosità degli enti locali, che scomparirebbe del tutto. La quota di 3 mila potrebbe trovare concordi anche Federfarma, che proponeva 3.500, e le associazioni delle parafarmacie, che rilanciavano a 2.500.
L’articolo 27 della bozza, poi, toglierebbe il potere all’Aifa di accertare l’esistenza di brevetti nell’autorizzare il commercio dei farmaci generici.
Taxi e autostrade.
Un corposo capitolo riguarda i trasporti. In particolare l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori servizi e forniture prenderà in mano tutte le decisioni del settore, da quelle relative al numero di licenze di taxi da assegnare ai Comuni, fino alle tariffe autostradali (che saranno definite col criterio del price cap dal gennaio 2013) e ora proposte dall’Anas al ministero dello Sviluppo.
La nuova autorità secondo la bozza, avrà competenze su autostrade, ferrovie, aeroporti, porti, mobilità urbana legata a stazioni, scali aerei e porti.
Deciderà i propri interventi in base alle necessità del momento e valutata la presenza, o meno, di concorrenza in tutti questi settori. Compresi le licenze taxi che potrebbero così aumentare in alcune aree metropolitane.
Le poste.
Fa il passo definitivo la liberalizzazione dei servizi postali.
Cadono le ultime restrizioni a favore dell’ex monopolista Poste italiane per la spedizione di pacchi e raccomandate e assicurate che sarebbero comunque sparite a giugno prossimo. Il governo sta comunque pensando di favorire la concorrenza, magari con una gara aperta anche a operatori stranieri, anche il cosiddetto “servizio universale” cioè l’obbligo di mantenere in vita la circolazione della corrispondenza in ogni parte del territorio nazionale.
Il testo prevede che “in via transitoria Poste continui a garantire tali servizi fino alla chiusura delle procedure concorsuali senza ulteriori oneri per la finanza pubblica”.
Nessun riferimento invece sui servizi finanziari realizzati attraverso Bancoposta.
Lucio Cillis e Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
NON SOLO TAXI, EDICOLE E FARMACIE: PERCHE’ NON SI INTERVIENE PRIMA SU GAS, ACQUA, FERROVIE, ENERGIA, RIFIUTI CHE SONO IN MANO PUBBLICA?
Come Fiorello, che ne ricava un divertente video quotidiano su Twitter , ognuno di noi alla
mattina va dal giornalaio, scambia due chiacchiere col benzinaio, saluta la farmacista, salta su un taxi.
Sono giornate di grandi discussioni.
Noi consumatori sosteniamo che se questi mestieri si aprissero a un po’ di concorrenza, spenderemmo qualche euro in meno e avremmo qualche occupato in più.
Loro ci mostrano i volti di gente modesta e lavoratrice, che di certo non ha passato le vacanze a Cortina, e che comincia a soffrire di una sindrome da accerchiamento.
Su un punto hanno ragione: non meritano di portare da soli la croce dei ritardi italiani in materia di libero mercato, nè di essere additati come l’ostacolo principale alla crescita.
L’altra sera in tv Antonio Catricalà ha detto che il governo sarà «senza pietà » con chi evade, e analoga inflessibilità ha annunciato nei confronti delle categorie cosiddette protette.
Ma lo stesso sottosegretario, a una domanda sui vantaggi che porterebbe la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas, ha invece risposto che «non è una priorità » del governo.
Ora, poichè noi italiani paghiamo il gas fino al 50% in più del Paese più liberalizzato d’Europa, la Gran Bretagna (fonte Istituto Bruno Leoni), e poichè negli ultimi dieci anni abbiamo pagato il gas il 43,3% in più (fonte Cgia di Mestre), e poichè una famiglia tipo pagava 1.050 euro nel 2010 e ora ne paga 1.209 (fonte senatore Morando e onorevole Testa), ci domandiamo perchè mai non sia una priorità intervenire in questo settore. Quanti giornalai e tassisti e farmacisti liberalizzati ci vogliono per fare un mercato del gas liberalizzato?
L’equità , stella polare dichiarata di questo governo, deve valere anche per i lavoratori autonomi e i professionisti.
Prima di cercare la pagliuzza nell’occhio dei «piccoli» e dei «privati», bisogna rimuovere la trave in quello dei «grandi» e dei «pubblici».
Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c’è più grasso da raschiare.
Negli ultimi quattro anni l’impennata maggiore l’hanno registrata le bollette dell’acqua (+25,5%) e i biglietti dei trasporti ferroviari (+23,6%), a fronte di un’inflazione del 4,9%.
Si parla tanto di concorrenza nell’Alta velocità , ma pochi sanno che un recente decreto legge del governo Berlusconi proibisce ai concorrenti delle Fs sulle tratte regionali di effettuare fermate tra una regione e un’altra, con l’esplicita finalità di… evitare la concorrenza alle Fs, i cui treni locali sono sussidiati con i soldi dei contribuenti.
Quanto ci costa tutto ciò?
E quanto ci costa spostare un conto corrente da una banca a un’altra?
E quanto pesa sulle nostre bollette il grande business degli incentivi che paghiamo non solo alle energie «rinnovabili» ma anche a quelle cosiddette «assimilate», al punto che in Italia in nome dell’ambiente diamo soldi perfino ai petrolieri?
E perchè le tariffe della raccolta dei rifiuti urbani sono cresciute del 60% in dieci anni, e quelle delle assicurazioni auto quattro volte più dell’inflazione dal ’94 a oggi
Di barriere da rimuovere per liberare la crescita il governo ne ha dunque a sufficienza. Siccome è tecnico, non può avere timore di cominciare da quelle che proteggono i santuari più ricchi e più inaccessibili.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
I CARABINIERI RACCOLGONO DATI SU NAZIONALITA’, COMPENSI MEDI E ABITAZIONI IN AFFITTO
Per tre mesi i carabinieri della compagnia Bologna centro e i colleghi del radiomobile hanno battuto i viali per censire le prostitute «bolognesi».
Come si chiamano, da dove vengono, da quanto tempo e dove si vendono, e soprattutto, quanto guadagnano.
Insomma, hanno fatto i conti in tasca alle lucciole.
Le domande, molto particolareggiate, sono stampate su un modulo «operativo», cioè consegnato ai singoli carabinieri impegnati nei controlli, dal titolo inequivocabile: «Annotazione di servizio relativa alle attività d’indagine volte al contrasto del fenomeno della prostituzione su strada».
Una sorta di questionario sul sesso a pagamento.
Dopo aver dato atto che «alle ore x del giorno y i sottoscritti agenti/ufficiali di pg hanno proceduto al controllo della sottonotata persona esercitante l’attività di meretricio», alle lucciole fermate in strada, oltre a nome e cognome, residenza, luogo e data di nascita, recapito telefonico ed estremi del documento d’identità , si chiede da quanto tempo «svolge l’attività di meretrice», qual è «il guadagno medio giornaliero», a quanto ammonta «il compenso medio della prestazione», se sono sfruttate e quanto pagano d’affitto.
L’iniziativa, partita alla fine dell’estate su input del comando provinciale, è finita nel mirino di associazioni e comitati che tutelano i diritti delle prostitute.
Per loro è una sorta di schedatura vietata dalla legge Merlin del ’58 che non consente alle forze di polizia di registrare in modo diretto o indiretto chi esercita la professione più antica del mondo.
L’Arma però si difende: «Non è un questionario, nessuna schedatura, è un modulo che serve per capire chi sono le prostitute, in che condizioni vivono, se pagano affitti regolari e quanto guadagnano. I dati verranno poi girati all’Agenzia delle Entrate per le verifiche fiscali».
L’idea è tracciare i guadagni delle prostitute e magari sottoporli a tassazione.
Un modo «pioneristico» per «contrastare un fenomeno che crea disagi e degrado soprattutto sui viali», fanno sapere dal comando di via dei Bersaglieri.
I controlli su strada non si sono fermati solo al questionario.
Nel corso dei servizi sono state fotosegnalate e denunciate una trentina di ragazze: c’è chi ha fornito false generalità , chi si è fatta pizzicare in atteggiamenti osceni e chi era poco vestita per stare sulla pubblica via.
Spesso poi per verificare l’esatta corrispondenza tra la residenza dichiarata e quella effettiva, sono stati fatti ripetuti controlli nelle abitazioni.
«Sono state fotosegnalate solo le prostitute che hanno commesso reati, le altre sono state solo identificate – puntualizza l’Arma –. I controlli nelle case, spesso bugigattoli fatiscenti e pericolosi, sono stati fatti col consenso delle ragazze e senza alcuna arbitrarietà . Tutto si è svolto nel rispetto delle norme».
Fin dal suo insediamento al comando provinciale, il colonnello Alfonso Manzo ha dedicato molte energie al contrasto della prostituzione in strada, un fenomeno molto diffuso, per di più a ridosso del centro, da sempre oggetto di segnalazioni e proteste.
Ma il questionario e i successivi controlli hanno fatto storcere il naso a più di un carabiniere e innescato le proteste delle lucciole.
Gianluca Rotondi
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER ITALIANO CHIEDE IL RICONOSCIMENTO CHE L’ITALIA NON SIA PIU’ CONSIDERATA UN RISCHIO PER LA STABILITA’ EUROPEA
“Grande rispetto” per le riforme messe in campo dall’Italia è arrivato dalla cancelliera
tedesca Angela Merkel, al termine del bilaterale con il premier Mario Monti.
”L’Italia ha fatto cose straordinarie”, ha sottolineato la Merkel che si è detta ”impressionata dalla velocità con la quale sono partite le riforme” nel nostro Paese.
Riforme che, ha aggiunto Merkel, ”rafforzeranno l’Italia”.
“Noi abbiamo seguito con grande rispetto l’attuazione. Credo che il lavoro del governo italiano in questo modo viene onorato”.
Con Monti abbiamo avuto ”colloqui molto intensi e amichevoli ulla situazione dell’Unione europea” ha detto la cancelliera. “Il presidente del Consiglio italiano ha adottato la manovra nel giro di pochissimi giorni”.
Non “ricompense”, ma il “riconoscimento” che l’Italia non è più un “rischio” per la stabilità dell’Europa.
È quanto chiede il premier Mario Monti all’Europa.
Il premier italiano ha ricordato la “maturità ” degli italiani nell’accettare i sacrifici, che “merita non ricompense da parte dell’Europa perchè queste misure sono state adottate nell’interesse dell’Italia, ma un riconoscimento da parte dell’Europa che non deve più temere l’Italia come possibile fonte di infezione per la zona euro, ma può contare su un’Italia pronta a fare appieno la sua parte nella conduzione della Ue verso la stabilità “.
La Germania è disponibile, se lo faranno anche gli altri Paesi, ad aumentare le risorse a disposizione del fondo salva stati, ha affermato la cancelliera tedesca, che ha aggiunto: “Ognuno deve fare la sua parte. Siamo una entità unica nel mercato internazionale”.
“Insieme possiamo trovare la migliore soluzione”, ha rilanciati Mario Monti, sottolineando il ruolo fondamentale dell’Unione europea per superare la crisi. L’Europa – ha aggiunto – è una delle migliori costruzioni dell’Umanità alla quale l’Italia ha partecipato.
“Non è che la Germania non abbia nulla da imparare dagli altri paesi Ue. Qui dobbiamo scambiare le nostre esperienze”. Lo ha detto il cancelliere Angela Merkel.
“La prossima settimana dovremmo arrivare ad un provvedimento molto ampio per le liberalizzazioni”, ha detto Monti, in conferenza stampa, aggiungendo di aver “illustrato alla cancelliera i risultati avanzati della nostra fase 2”.
Oltre alle liberalizzazioni, c’è la riforma del mercato del lavoro: “Lo scopo è quello di conseguire contenporaneamente più crescita e più equità “.
Già al vertice europeo del 30 gennaio “Avremo fatto dei passi in avanti” sulle nuove regole di governance economica che i Paesi dell’area euro e dell’Ue intendono darsi, ha annunciato la cancelliera della Germania, al termine di un incontro a Berlino.
Inoltre “abbiamo parlato del fatto che il prossimo Consiglio europeo dovrà anche occuparsi di come rafforzare la crescita economica e in questo modo la crescita dell’occupazione”.
argomento: economia, Esteri, Europa, governo, Monti | Commenta »