Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
ANCHE CHI GUADAGNA 4.000 EURO AL MESE DICHIARANDO IL GIUSTO NON POTREBBE PERMETTERSI CERTI LUSSI…IN GRAN BRETAGNA PER SENTIRSI RICCHI OCCORRE UN REDDITO DI ALMENO 230.000 DOLLARI
Le brutte parole cambiano: fino a ieri inseguivano facce nere, gialle, marron per non parlare dei rom che “sporcano” le periferie.
Ma la crisi sbriciola gli isterismi inventati da chi considera pericolose le nuove presenze innocenti.
Con l’acqua alla gola cerchiamo bersagli concreti: ecco che “ricchi” e “banchieri “ diventano nemici dei popoli dalla cinghia stretta.
Per non parlare di manager il cui stipendio moltiplica per 500 la paga degli operai. Inevitabile la coda dei protettori politici.
Giorno dopo giorno la rabbia accompagna chi va al lavoro con l’ansia di trovare uffici e fabbriche ancora in piedi.
Sconsolazione che avvilisce chi bussa alle casse di risparmio matrigne: nessuna comprensione per i piccoli senza fiato.
I giornali diffidano; le televisioni insinuano.
Spiano i privilegi di manager nascosti nei paradisi della vergogna. Pettegolezzi che affogano nel rancore.
E Cortina, Capri, Porto Rotondo, le Maldive, i 4 mila euro a notte nel Mamoulia di Marrakech, insomma, quei posti lì, gonfiano solo un dubbio: quante tasse sopportano per godersela così?
Spunta nei giornali della provincia la lettera di un ingegnere di Verona, quadro aziendale di rispetto, figlie all’università , Bologna e Milano: spiega come non sia semplice capire chi è ricco e chi non lo è.
A volte i numeri fanno confusione.
L’ingegnere informa del suo stipendio: 4.130 euro, tredici mensilità . Sogno irraggiungibile per il 99,23 per cento dei contribuenti.
Proprio così: l’ingegnere appartiene alla fascia dorata degli italiani che raggiungono i centomila lordi l’anno. Pochissimi: appena lo 0,77 di chi paga le tasse.
Per le statistiche ufficiali il resto d’Italia è quasi all’elemosina.
Invece l’ingegner 0,77 ha una vita senza problemi: Lancia di 4 anni fa, vacanze nella Puglia dai prezzi contadini.
Pesano le figlie fuori casa e infastidiscono insidie poco considerate.
Esempio, nessun ticket per visite e medicinali: fascia di stipendio superiore, pagano tutto. “Vorrei sapere come fanno gli altri ricchi a vivere come noi non riusciremo mai. Non parlo di autolusso, anche le borse griffate restano l’illusione delle mie tre donne incollate alle vetrine. Come comprarle se valgono un mese di stipendio di un professore di liceo”. Eppure se le vetrine si accendono vuol dire che le borse si vendono.
A chi?
Il problema dell’Italia Duemila è ormai l’assenza di una classe da considerarsi media per la capacità economica che la tradizione un tempo monetizzava nella cultura immaginata come assicurazione per il futuro.
Gli anni sono cambiati, l’ex borghesia precipita nelle classi grigie: impoverisce sull’orlo dello svanimento.
Poveri e semi poveri, da una parte; ricchi e nababbi in maschera dall’altra.
Si discute (con ipocrisia) se il blitz di Cortina sia il colpo di testa di chissà quale populista o l’abitudine civile dei paesi civili.
Ma è certo che il termometro fiscale comincia a prendere in considerazione le disuguaglianze dei furbetti ai quali si restituiscono i nomi dimenticati: fuorilegge è la parola giusta.
Nelle società ordinate i parametri sono precisi anche se Robert Frank, Wall Street Journal, conclude che la decisione del ritenere una persona ricca resta soggettiva: ricco è chi accumula più denaro di quanto gli serva per vivere senza problemi.
D’accordo, ma cosa gli serve?
Risposte inglesi: 145 mila dollari in tasca sembrano insufficienti ai fortunati di Londra; per sentirsi realizzati non vogliono andar sotto ai 230 mila.
Nel nostro paese nessun parametro serio e le polemiche diventano stravaganti: con l’Europa che trema sono impegnate a stabilire quanti euro è necessario ufficialmente “non” guadagnare per cavalcare auto di lusso senza polizie ficcanaso che rompano le scatole durante le vacanze.
Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
IN QUATTRO CASI SU DIECI VINCE IL CONTRIBUENTE… IN UN ANNO I NUOVI CONTENZIOSI SONO PARI A UNA MANOVRA: 34 MILIARDI DI EURO
Ogni volta che un contribuente ritiene illegittimo o infondato un atto emesso dal Fisco nei suoi confronti, ad esempio un avviso di accertamento o un una cartella di pagamento, può opporsi e fare ricorso.
Inizia così un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, un processo che in media dura 987 giorni. Ma l’odissea contro il Fisco può superare i 4 anni quando la controversia arriva in Cassazione, cioè fino all’ultimo grado di giudizio.
Forse è per questo motivo che, nel corso degli anni, le liti si sono accumulate davanti alle Commissioni tributarie e oggi i ricorsi pendenti ammontano a 743.876.
Un numero enorme, che non tiene però conto della definizione delle controversie minori, quelle fino a 20 mila euro, che l’Agenzia delle Entrate stima in circa 120 mila.
Soltanto nel 2010 sono stati presentati ricorsi per 34,3 miliardi di euro: quanto una manovra fiscale.
Dentro c’è un po’ di tutto: persone fisiche e società .
Il grosso delle liti (430.928) è fermo presso le Commissioni tributarie provinciali (Ctp), gli organi di primo grado, contro cui si può fare appello davanti alle Commissioni tributarie regionali (Ctr), che devono smaltire 104.282 casi.
A questi si aggiungono 176.432 ricorsi presso le Commissione tributarie centrali (Ctc), che fino a vent’anni fa rappresentava il terzo grado di giudizio per il contenzioso fiscale, poi soppresso nel ’92.
Oggi alle 21 Ctc regionali sono state riassegnati i procedimenti pendenti, per accelerare lo smaltimento del pesante arretrato.
L’arretrato si accumula perchè i tempi per dirimere le controversie sono lunghi: una Commissione tributaria provinciale impiega 823 giorni in media per arrivare a sentenza, mentre l’appello richiede in media 617 giorni.
In alcuni casi specifici, le sentenze di 2° grado possono essere impugnate davanti alla Cassazione (32.225 le liti tuttora pendenti) e qui i tempi si dilatano fino a 1.521 giorni.
«I tempi davanti alle Commissioni tributarie sono lunghi perchè il numero delle controversie è molto alto. Ma stiamo lavorando per ridurle. È l’obiettivo primario dell’Agenzia. Se diminuisce il contenzioso, aumenta la qualità del risultato», spiega Vincenzo Busa, direttore centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate.
E cita con soddisfazione un indice di vittoria nel 60% dei casi da parte del Fisco nel 2011. Come dire: ogni volta che un ricorso è arrivato a sentenza, l’anno scorso lo Stato ha avuto ragione 6 volte su 10. In miglioramento rispetto al passato. E la percentuale di vittoria aumenta al 71% se si considerano gli importi contestati. «Significa che la nostra attività non è temeraria, pretestuosa e vessatoria, come qualcuno sostiene, ma legittima e qualitativamente corretta», aggiunge il manager.
I numeri dicono che qualcosa si muove anche sul fronte dell’arretrato. «Stiamo facendo passi avanti. Quest’anno il numero dei ricorsi è diminuito del 17% rispetto alla fine del 2010 e per la fine del 2012 ci auguriamo che si arrivi a una flessione almeno doppia, diciamo almeno a un 30% di liti in meno».
Una delle chiavi per tagliare i tempi della giustizia tributaria è la drastica riduzione del micro contenzioso, molto diffuso.
La definizione agevolata della manovra correttiva dello scorso luglio ha permesso di chiudere 120 mila liti pendenti con il Fisco.
La scommessa è sulla mediazione, il nuovo istituto obbligatorio per le liti fino a 20 mila euro, che entrerà in vigore dal 1 aprile. Rappresenta «un’opportunità molto importante sia per i contribuenti che per le Entrate», valuta Busa, sapendo bene che «la partita ora si gioca sulle nuove controversie».
L’Agenzia delle Entrate avrà 90 giorni di tempo per risolvere una controversia che accede alla mediazione. Se non lo farà , il contribuente avrà diritto di rivolgersi alla Commissione tributaria provinciale. «E noi faremo di tutto per evitare un rinvio alla Ctp».
Ma Claudio Siciliotti, presidente del consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, dubita che la mediazione risolverà i problemi del contenzioso fiscale italiano. «Riguarda solo cause di una certa entità e inoltre si fa davanti all’Agenzie delle Entrate, che è una delle parti in causa. Sarebbe stato meglio un organismo terzo, indipendente», afferma.
E indica la sua soluzione: «La materia richiede un ripensamento. Per far funzionare la giustizia tributaria in modo efficiente, abbiamo bisogno di personale specializzato, con formazione continua, visto che le norme sono in continua evoluzione. Oggi invece abbiamo soltanto giudici distaccati alle funzioni tributarie. Il vincolo delle incompatibilità , comprensibile sulla carta, finisce inoltre per escludere molti professionisti esperti dalla possibilità di collaborare con le Commissioni».
Finchè non ci sarà una magistratura specializzata sarebbe «improponibile» ipotizzare di velocizzare il contenzioso tagliando i gradi di giudizio. Si taglierebbero i tempi, ma si correrebbe il pericolo di giudizi inappellabili non sempre accurati. E a pagare sarebbe sempre il contribuente, argomenta Siciliotti, che legge l’indice di vittoria dei ricorsi pro domo sua. Davanti alle Commissioni provinciali i contribuenti hanno ragione 4 volte su 10. Un margine di errore troppo alto per rischiare.
Giuliana Ferraino
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
MARCO TRAVAGLIO:”NEI PAESI SERI NESSUNO (A PARTE I LADRI) DIFENDE I LADRI”…. QUALCHE CITAZIONE NELL’ULTIMO DELIRIO
Nei paesi seri non c’è bisogno di spiegare la differenza fra guardie e ladri, perchè nessuno (a parte i ladri) difende i ladri.
Invece nel Paese di Sottosopra, come lo chiamava Bocca, sgovernato per nove anni su 17 da un noto evasore che giustificava l’evasione, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera deve discolparsi dall’accusa di leso Caimano per aver dichiarato “se si dice che evadere è giusto non siamo un paese civile”.
E Monti fa notizia perchè rammenta quella che in un altro paese sarebbe un’ovvietà — sono gli evasori a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” — e solidarizza con la Guardia di Finanza per i sacrosanti blitz a Cortina e a Portofino.
Intanto il primo partito della sua maggioranza solidarizza con gli evasori.
Ma non potendolo dire esplicitamente (gli elettori sono nervosetti), si arrampica sugli specchi della logica per tener buoni sia gli evasori sia gli onesti.
Quattro passi nell’ultimo delirio.
Fabrizio Cicchitto: “Si criminalizza un’intera città a scopi ideologici, politici e mediatici”. Anche se è Cicchitto, prendiamo sul serio le sue parole: quale sarà mai l’ideologia politica della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, i cui vertici li ha nominati il governo B.? Bolscevichi in divisa grigia? Mistero.
Osvaldo Napoli/1: “Non è vero che il contribuente onesto non ha nulla da temere. Gli accertamenti con metodi polizieschi colpiscono a caso e nella rete finiscono spesso contribuenti onesti”. E come dovrebbero essere gli accertamenti di una forza di polizia, se non polizieschi? E come fa un contribuente onesto a finire nella rete degli evasori? Risposta: non pagando le tasse.
Napoli/2: “L’Italia non è un popolo di evasori. Non c’era bisogno di arrivare fino a Cortina, bastava scendere nel bar sotto casa per scovare l’evasore”. Lievissima contraddizione: se basta scendere nel bar sotto casa, allora siamo un popolo di evasori.
Napoli/3: “Se il fisco si toglie l’elmo e invece della sciabola impugna il pc e anzichè invadere le strade di Cortina invita nei suoi uffici i contribuenti, la guerra all’evasione diventerebbe un accordo fra uno Stato vigile e dialogante e un contribuente meno reticente”. Ecco: si invita l’evasore in ufficio, gli si offre il tè coi pasticcini e si apre un dialogo per accordarsi: facciamo a mezzo?
Maurizio Lupi/1: “No a uno stato di polizia fiscale. Non va fatta di tutta l’erba un fascio, non siamo tutti evasori. Mi preoccupa la spettacolarizzazione mediatica, la repressione totale”. Appunto: proprio perchè non siamo tutti evasori, bisogna punire quelli che lo sono. La spettacolarizzazione mediatica fa parte della terapia: così l’evasore non ancora preso si spaventa e magari paga le tasse. Si chiama deterrenza. Quanto allo “stato di polizia”, non facciamo ridere: in America gli evasori finiscono su due piedi in galera: qui rischiano massimo una multa. Infine: come dovrebbe essere la repressione, se non totale? Parziale? Prendi due evasori e ne punisci uno solo? O li punisci tutti e due, ma solo un po’?
Lupi/2: “Non c’era bisogno del blitz per sapere che c’è evasione” Infatti i blitz non si fanno per sapere se si evade, ma chi evade.
Daniela Santanchè/1: “Ora chi va a Cortina è marchiato come evasore”. Ma perchè mai? Chi va a Cortina e non evade gode come un riccio nel vedere chi evade finalmente nei guai.
Santanchè/2: “A St. Moritz non ci sono forse evasori? Gli evasori stanno ovunque”. Giusto, ma St. Moritz è in Svizzera e dunque la Finanza non può andarci.
Santanchè/3: “Ora tutti andranno in vacanza a St. Moritz”. Vuol forse dire che “tutti” quelli che vanno a Cortina sono evasori? E perchè mai dovrebbero trasferirsi a St. Moritz, visto che con gli evasori la Svizzera è molto più severa dell’Italia?
Ps. Ieri il Suv della Santanchè è stato inopinatamente multato per divieto di sosta a Courmayeur. Un altro duro colpo all’economia del Paese. Ora tutti i Suv andranno in vacanza a St. Moritz.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
“L’ITALIA DEVE TORNARE ALLA LEGALITA’: DA FEBBRAIO NUOVI BLITZ STILE CORTINA”….”LE IMPOSTE SERVONO A PAGARE I SERVIZI DI CUI BENEFICIANO TUTTI I CITTADINI: CHI LE EVADE COMMETTE UN VERO FURTO AI DANNI DI TUTTI”… “GRAZIE ALL’INCROCIO CON I DATI DEL PRA SUI PROPRIETARI DI AUTO DI LUSSO, ABBIAMO FATTO RIEMERGERE 160 MILIONI DI TASSE EVASE”
“Lo ringrazio, ce n’era davvero bisogno…”. Per una volta, Attilio Befera può dismettere i
panni di San Sebastiano.
Nella guerra agli evasori fiscali il presidente del Consiglio si schiera senza se e senza ma a difesa dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia.
E l’uomo che riscuote i tributi per conto dello Stato, contestato dai furbetti delle tante Cortine d’Italia, bersagliato dai reietti dell’eversione violenta e accusato dagli inetti di una destra illiberale, sente finalmente lo Stato dalla sua parte.
“Noi facciamo solo il nostro dovere. E lo facciamo sulla base delle leggi votate all’unanimità , da tutto il Parlamento. E continueremo a farlo, perchè questo Paese deve decidere da che parte stare: con o contro lo Stato di diritto”.
Il 42% dei possessori di barche di lusso, il 31,7% di proprietari di auto di altissima cilindrata e il 25,7% degli intestatari di aerei da diporto dichiarano redditi inferiori ai 20 mila euro l’anno.
Le categorie del lavoro autonomo denunciano in media 18 mila euro l’anno, contro i 25 mila euro denunciato dal lavoro dipendente.
La Guardia di Finanza fa un blitz a Cortina, scopre che su 133 possessori di auto di lusso 100 dichiarano meno di 30 mila euro e fa lievitare fino al 400% il volume dei ricavi di negozi e commercianti certificati dall’emissione di scontrini e ricevute fiscali.
Di fronte a questo scandalo della democrazia, che destabilizza le fondamenta del patto sociale e altera le basi del libero mercato, succedono due cose incredibili. Un pezzo di Paese grida all'”oppressione fiscale”.
E un pezzo di Parlamento difende i “ladri” e accusa le “guardie”.
Ancora una volta, come sempre accade quando l’Italia si sporge sull’abisso della bancarotta finanziaria e il governo di turno costringe gli italiani alla penitenza tributaria, la questione fiscale diventa il cuore di un’irrisolta frattura politica e di un’impossibile coesione sociale.
Befera è un capro espiatorio perfetto.
Monti chiede sacrifici pesanti agli italiani, e aumenta le tasse per accelerare il pareggio di bilancio.
L’amministrazione finanziaria prova a stringere la morsa intorno all’evasione fiscale, con qualche accanimento eccessivo non contro chi non paga perchè è disonesto, ma contro chi non ce la fa a pagare perchè c’è la crisi.
Ma intorno a questo disagio, oggettivo ma circoscritto, monta una colossale e paradossale campagna contro gli “strozzini” di Equitalia.
Si evoca lo “stato di polizia”.
Si denunciano le “inutili operazioni ad effetto” nelle località dei vip.
E qualche delinquente tira le sue “conclusioni”: bombe carta contro i servitori dello Stato, proiettili per posta nelle sedi dell’Agenzia delle Entrate.
Nel Pdl, da Cicchitto a Gasparri, le parole volano comne pietre.
Befera è preoccupato: “C’è stata tanta, troppa leggerezza in questi giorni, nel commentare questi episodi. Per questo ora ringrazio il presidente del Consiglio, per la posizione molto forte che ha preso a Reggio Emilia. Noi facciamo solo il nostro dovere, nei confronti di contribuenti che spesso non lo fanno”.
La vergogna della “Gomorra delle Dolomiti”, come Francesco Merlo ha provocatoriamente definito Cortina d’Ampezzo, sta lì a dimostrarlo.
“Diciamo che con la nostra operazione abbiamo fatto andar bene gli affari…”, ripete Befera con un po’ d’ironia.
Ma la questione è invece molto seria.
“Vede, questo Paese deve davvero scegliere se continuare sulla strada di questi ultimi anni, o tornare a praticare la legalità e il senso civico. Prima di tutto, dobbiamo ricordarci sempre che le imposte servono a finanziare i servizi di cui tutti i cittadini beneficiano, dagli ospedali alle scuole. E per questo io credo che chi evade le tasse commette un vero e proprio furto nei confronti di tutti noi. E aggiungo che chi non paga tasse e contributi viola la concorrenza, e fa un danno enorme agli imprenditori onesti, e quindi all’intero sistema economico”.
Per questo i “blitz” in stile Cortina “non si fermeranno, ma anzi andranno avanti”, come annuncia Befera.
Le prossime missioni della Guardia di Finanza scatteranno non subito (perchè gennaio “è mese di bassa stagione”), ma da febbraio.
E si concentreranno nelle località turistiche più rinomate, soprattutto quelle invernali, a caccia dei “soliti ignoti” del Fisco.
Altro che “azioni demagogiche e spettacolari”, come strepita la Santanchè, chiedendo i danni per l’amata Cortina e le dimissioni per l’odiato Befera. “Facciamo il nostro lavoro, e abbiamo dimostrato che dà risultati”.
Li dà sul territorio, ma li dà anche negli uffici.
E qui il numero uno di Equitalia ci tiene a dare un’altra risposta a chi, da destra, critica l’invio di tanti “operativi” delle Fiamme Gialle per scoprire fenomeni di occultamento delle imposte che si potevano scoprire consultando semplicemente gli elenchi del Pubblico Registro Automobilistico.
“Noi non facciamo solo operazioni sul territorio. Di controlli incrociati, attraverso il supporto informatico, ne abbiamo sempre fatti”.
C’è un dato, ancora inedito, che da la misura di questa attività ispettiva e dei suoi risultati: nel 2011, grazie a 3 mila controlli effettuati con l’incrocio tra i dati del Pra sui proprietari di auto di lusso e le dichiarazioni dei redditi, l’Agenzia delle Entrate ha fatto emergere 160 milioni di imposte evase.
Circa 1.000 contribuenti controllati hanno aderito all’accertamento fiscale, e hanno pagato oltre 60 milioni di tasse aggiuntive.
Anche questa è l’Italia, purtroppo.
È il raccolto avvelenato della semina di questi anni, che hanno visto un presidente del Consiglio inquinare il discorso pubblico con i germi della Vandea fiscale permanente.
“Se lo Stato mi chiede il 50% di quello che guadagno mi sento autorizzato ad evadere”. Oppure “non metterò le mani nelle tasche degli italiani”.
Silvio Berlusconi ha “diseducato” così i suoi elettori, di fronte al rispetto dei doveri del civismo, della legalità , della solidarietà .
“È la peggiore espressione che si possa immaginare”, commenta Befera, che risponde facendo appello al “senso dello Stato, e al senso di appartenenza a quella comunità che si chiama Italia, alla quale tutti apparteniamo, con gli stessi diritti e gli stessi doveri”.
Resta da dire che anche Equitalia ha commesso e commette molti errori, dalle “cartelle pazze” ai pignoramenti indiscriminati, spesso a danno di contribuenti non possono pagare per le difficoltà economiche in cui si trovano e per l’avidità delle banche che chiudono i rubinetti del credito.
Sono problemi seri, anche questi, che non possono essere sottovalutati. Befera non si sottrae, ma ripete che “su 10 milioni di cartelle esattoriali emesse ogni anno, i casi di errore non sono più di 1.000”.
Vanno evitati, Equitalia si impegna a farlo.
Ma considerare queste “eccezioni come un sistema è ingiusto e sbagliato”. Per questo i controlli andranno avanti.
Quelli a tavolino, che si sono sempre fatti e si continueranno a fare.
Ma anche quelli sul territorio, perchè hanno “un evidente effetto-deterrenza”, come dimostra il blitz cortinese, che ha convinto decine di esercenti e ristoratori a fare quello che altrimenti non avrebbero mai fatto: battere uno scontrino, emettere una ricevuta fiscale.
Gesti normali, in una sana democrazia politica ed economica.
“Atti sovversivi”, nel Paese dei tanti, troppi Cetto Laqualunque nati nella Prima Repubblica del Caf e cresciuti nella Seconda Repubblica berlusconiana.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
COME SONO DISTRIBUITI IMMOBILI E TITOLI: IN MEDIA 1,6 MILIONI, VENTIDUE VOLTE DI PIU’ DEI CETI POPOLARI… E’ AFFONDATA LA CLASSE MEDIA E SONO CRESCIUTE LE PROPRIETA’ DI IMPRENDITORI E COMMERCIANTI…I CITTADINI HANNO TRA RISPARMI E RICCHEZZA 8.600 MILIARDI, PARI A QUATTRO VOLTE IL DEBITO PUBBLICO
Tosate i ricchi. Con le pensioni, l’appello ad una severa imposta patrimoniale è stato uno dei temi più dibattuti in questi mesi, suscitando passioni che sembravano scomparse dalla scena politica, fino a indurre anche parecchie vittime potenziali della tassa a rivendicarne l’attuazione.
La crisi ha, infatti, messo a nudo un rancore crescente verso l’ineguaglianza sociale e verso il paradosso che vede l’Italia come uno dei paesi più ricchi del mondo, senza che questo venga riconosciuto nell’esperienza quotidiana. Un paese ricco, abitato da poveri, si è detto.
Per sciogliere il paradosso, bisogna rispondere a due domande.
Quanti sono i ricchi, in Italia? E quanto sono ricchi?
La risposta è che una delle duecentomila famiglie di straricchi, in Italia, ha, in media, un patrimonio che vale 65 volte quello di cui dispone una qualsiasi della maggioranza delle famiglie italiane.
In termini statistici complessivi, non sembra una gran novità : l’Italia era un paese più egualitario negli anni ’70 e ’80, ma, dai primi anni ’90, è andata avvicinandosi agli squilibri sociali tipici di paesi come Usa e Gran Bretagna.
Negli ultimi vent’anni, tuttavia, la situazione è rimasta, più o meno, stabile. Questo, però, è uno dei tanti miraggi delle statistiche.
Due fattori hanno profondamente modificato, in quantità e qualità , la piramide sociale italiana.
Il primo è che, avvertono gli studi della Banca d’Italia, si è aperta una spaccatura verticale: un travaso progressivo di ricchezza, dai lavoratori dipendenti agli autonomi: imprenditori, liberi professionisti, commercianti.
Il secondo è il lungo ristagno dei redditi, che ha svuotato e affondato i ceti medi. Quando si sono accorti di non essere affatto sulla strada per diventare ricchi, anche nei ceti medi si è risvegliata l’insofferenza verso gli squilibri sociali.
Secondo le indagini della Banca d’Italia, la ricchezza netta degli italiani (tolti, cioè, mutui e prestiti) era pari, nel 2010, a 8.640 miliardi di euro.
Una cifra imponente, pari ad oltre quattro volte la montagna del debito pubblico. In media, significa una ricchezza di poco inferiore a 400 mila euro, per ognuna dei 24 milioni di famiglie italiane.
Ma, naturalmente, quei 400 mila euro sono il consueto miraggio statistico. Il 50 per cento delle famiglie italiane possiede, infatti, dice sempre Via Nazionale, meno del 10 per cento di tutta quella ricchezza.
Ovvero, 12 milioni di famiglie si spartiscono, in realtà , un patrimonio di non più di 860 miliardi di euro.
Questi 12 milioni di famiglie più povere costituiscono quelli che i sociologi di una volta avrebbero definito ceti popolari.
Un termine che, con il progressivo svanire di operai e contadini, è diventato sempre più sfuggente e che, oggi, probabilmente, comprende soprattutto impiegati, insegnanti e la massa dei precari. In media, la ricchezza di ognuna di queste famiglie è di 72 mila euro in tutto, al netto di mutui e prestiti, ma casa e risparmi compresi.
L’altra metà degli italiani ha, invece, le mani su quasi 8 mila miliardi di euro.
Ma non è così che va vista la divisione della torta.
Al di sopra dei ceti popolari e dei ceti medi in via di affondamento ci sono, elaborando i dati della Banca d’Italia, quelli che possiamo chiamare ceti medi benestanti.
Circa 9 milioni 600 mila famiglie, il 40 per cento del totale, che controlla il 45 per cento della ricchezza italiana: 3 miliardi 880 milioni di euro. In media, ognuna di queste famiglie benestanti ha un patrimonio, fra case e investimenti finanziari, pari a 405 mila euro.
Da qui in su, si entra nel mondo dei ricchi.
Il 10 per cento delle famiglie italiane, cioè circa 2 milioni 400 mila famiglie, controlla il 45 per cento dell’intera ricchezza nazionale.
Quanto 10 milioni di famiglie benestanti e oltre quattro volte quello di cui dispone la metà meno fortunata del paese.
Sono gli altri 3 miliardi 880 milioni di euro di ricchezza che ancora mancavano al totale. In media, ognuna di queste famiglie ricche ha un patrimonio di 1 milione 620 mila euro, oltre 22 volte la ricchezza di quella metà d’Italia che sono le famiglie dei ceti popolari.
Ma sono davvero questi i ricchi italiani? O ci sono anche gli straricchi?
La risposta è che gli straricchi ci sono, sono pochi, ma hanno abbastanza soldi da modificare profondamente la mappa sociale del paese.
Proviamo, infatti, a togliere l’1 per cento di famiglie più ricche – gli straricchi – dal plotone del 10 per cento di ricchi. Il 9 per cento di ricchi che è quasi in cima, ma non ci arriva, corrisponde a 2 milioni 160 mila famiglie.
Il loro patrimonio complessivo è pari a 2.765 miliardi di euro, un terzo della ricchezza nazionale. In media, ognuna di loro dispone di un solido patrimonio, pari a 1 milione 280 mila euro.
Infine, l’1 per cento di straricchi: meno di 240 mila famiglie.
Fa capo a loro il 13 per cento dell’intera ricchezza italiana, ovvero oltre 1.120 miliardi di euro, almeno quelli rintracciabili nel catasto e nelle banche nazionali. In media, ognuna di queste famiglie straricche dispone di un patrimonio di poco inferiore a 4 milioni 700 mila euro.
Non basta, insomma, essere un paese in cui l’80 per cento delle famiglie è proprietaria della casa in cui vive per riequilibrare la piramide rovesciata della ricchezza nazionale.
Del resto, le abitazioni (che, nelle indagini della Banca d’Italia, vengono valutate a prezzo di mercato) costituiscono la parte maggiore della ricchezza nazionale, ma non di molto: quasi 5 miliardi di euro su un totale di 8.640 miliardi.
Una eventuale patrimoniale sui soli grandi patrimoni immobiliari escluderebbe quasi 3.600 miliardi di euro di investimenti finanziari che, si deduce dalle indagini a campione di Via Nazionale, sono più comuni e frequenti, man mano che si sale nella scala della ricchezza. I dati disponibili non consentono di ripartire questi investimenti fra benestanti, ricchi e straricchi.
Permettono, però, di abbozzarne una geografia, anche se monca: i dati si riferiscono a quanto è depositato e investito presso banche italiane.
Di quanto si trova in Svizzera o in Lussemburgo, sappiamo molto poco.
Ci sono, dunque, quasi mille miliardi di euro depositati nei conti presso le poste o le banche italiane.
Non si tratta solo di soldi parcheggiati per le piccole necessità quotidiane.
Il 30 per cento di quei mille miliardi – esattamente 276 miliardi di euro – è depositato in conti fra i 50 mila e i 250 mila euro.
Un altro 13 per cento, circa 120 miliardi di euro, si trova in conti che superano i 250 mila euro.
Chi tiene tutti questi soldi in banca? Non lo sappiamo.
Al massimo, dice l’aritmetica, mezzo milione di persone ha un conto in banca almeno di 250 mila euro.
Probabilmente, sono assai di meno.
Se, per pura ipotesi, supponessimo che ne sono titolari le 240 mila famiglie straricche, ne ricaveremmo che ognuna di loro ha, in media, mezzo milione di euro sul conto in banca.
Poi ci sono i titoli.
Fra azioni, obbligazioni e fondi comuni, ci sono oltre 1.500 miliardi di euro depositati nei conti titoli delle banche italiane.
Un terzo è piccolo risparmio, cioè conti titoli inferiori a 50 mila euro.
Un altro terzo, è risparmio, per così dire, benestante: titoli fra i 50 mila e i 250 mila euro.
Poi ci sono 150 miliardi di euro, investiti in titoli per 250-500 mila euro. Il risparmio, probabilmente, si ferma qui. Il resto è investimento ed è un salto: 300 miliardi di euro in conti titoli superiori a 500 mila euro.
Roba da straricchi.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
LE PROPOSTE TECNICHE INVIATE AL PARLAMENTO: SCORPORARE IL BANCO POSTA DA POSTE ITALIANE, ABOLIRE IL TARIFFARIO DELLE PROFESSIONI, AUMENTARE IL NUMERO DELLE FARMACIE, INTERVENTI SUI SERVIZI PUBBLICI LOCALI, LICENZE COMPENSATIVE SUI TAXI… SUPERARE GLI EGOISMI E GARANTIRE EQUITA’
Dai servizi pubblici locali alle poste, dai trasporti alle banche all’energia, fino alle professioni
e alla semplificazione dell’attività amministrativa.
Sono queste alcune delle proposte tecniche inviate dall’Antrust al Parlamento per favorire la concorrenza e “fare ripartire al più presto la crescita economica”.
Così da “superare gli egoismi di parte e le resistenze”.
Ma se le liberalizzazioni sono necessarie, vanno però “accompagnate con interventi che garantiscano l’equità sociale e che favoriscano, anche attraverso le opportune riforme del diritto del lavoro, nuove opportunità di inserimento per i soggetti che ne uscissero particolarmente penalizzati”.
Secondo l’Antitrust la “legge annuale sulla concorrenza è lo strumento con il quale procedere: per vincere ostacoli e resistenze dei gruppi che si sentono danneggiati, occorre infatti recuperare la dimensione dell’interesse generale e la sua prevalenza sui vari egoismi di categoria, procedendo con interventi di ampia portata che contestualmente sciolgano i nodi anticoncorrenziali su mercati diversi e con attori economico-sociali differenti”.
L’Antitrust, si legge ancora nel testo di 90 pagine, “ha consapevolezza che per superare le numerose incrostazioni corporative e le resistenze dei grandi attori economici ad un’effettiva apertura del mercato, la politica di liberalizzazioni dovrà inevitabilmente essere “una sorta di work in progress ma – aggiunge – l’urgenza della crisi richiede di non indugiare e di attuare gli interventi di immediata applicazione”.
Per l’autorità “non vanno sottovalutati i costi sociali sottesi, nel brevissimo periodo, alle liberalizzazioni”.
Poste.
Scorporare Banco Posta da Poste Italiane, ridefinire il servizio universale, limitandolo ai servizi veramente essenziali e ridurre la durata dell’affidamento a Poste, attualmente fissata a 15 anni. E’ quanto si legge nella segnalazione a Governo e Parlamento dell’Antitrust, che spiega: “Per Banco Posta, occorre prevedere la costituzione di una società separata da Poste, che abbia come oggetto sociale lo svolgimento dell’attività bancaria e che risponda ai requisiti della normativa settoriale”.
Carburanti.
L’Autorità propone una più incisiva razionalizzazione della rete distributiva con misure che favoriscano lo sviluppo di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere anche attraverso forme di aggregazione di piccoli operatori e/o di gestori di impianti. Per garantire l’assenza di ostacoli all’accesso a nuovi operatori non integrati verticalmente (pompe bianche e GDO), occorre vietare alle Regioni di inserire vincoli alla apertura degli impianti non previsti dalle norme nazionali e eliminare la norma che impedisce la realizzazione di impianti completamente automatizzati. Per sviluppare una rete distributiva maggiormente indipendente dalle compagnie petrolifere si dovrebbe consentire l’utilizzo, nei rapporti tra proprietari degli impianti e gestori, di tutte le tipologie contrattuali previste dall’ordinamento eliminando il vincolo della tipizzazione tramite accordi aziendali. Verrebbe così, da un lato, introdotta una piena autonomia del gestore rispetto al soggetto proprietario dell’impianto incentivando, ad esempio, forme di aggregazione di piccoli operatori nell’attività di approvvigionamento. Dall’altro, questo potrebbe consentire alle società petrolifere di rifornire anche punti vendita non appartenenti alla propria rete (rendendo possibile la nascita di impianti multimarca).
Professioni.
Nel settore delle professioni occorre l’abolizione espressa di qualsiasi forma di tariffario mentre gli Ordini vanno riformati, garantendo che la funzione disciplinare sia svolta da organismi che garantiscano un ruolo terzo. Anche nel settore della formazione professionale il potere dei Consigli degli Ordini va limitato alla fissazione di requisiti minimi dei corsi di formazione, senza alcuna necessità di autorizzazioni o riconoscimenti preventivi. E’ inoltre necessaria la revisione della pianta organica dei notai, in modo da aumentare significativamente il numero dei posti. Per tutti gli Ordini va infine abrogata la norma che prevede il controllo, da parte degli Ordini stessi, sulla trasparenza e veridicità dei messaggi pubblicitari veicolati dai professionisti.
Edicole.
Va consentita una remunerazione differenziata dei rivenditori in base a parametri oggettivi, che tengano conto della qualità delle prestazioni rese e dei risultati conseguiti dall’esercizio, affrontando anche le problematiche relative alla filiera distributiva per garantire i rifornimenti.
Banche e Rca.
Secondo l’Antitrust è preferibile limitarsi a intervenire sulla metodologia di calcolo e sul livello delle commissioni interbancarie multilaterali, piuttosto che prevedere prezzi massimi o minimi delle commissioni applicate dalle banche agli esercenti. Va inoltre introdotto il divieto per la banca che stipula un mutuo o un finanziamento di vendere contemporaneamente una polizza collegata a quel contratto. Sul fronte della Rc Auto occorre migliorare il meccanismo del risarcimento diretto, prevedendo soglie ai rimborsi ricevuti dalla compagnia del danneggiato modulati in funzione degli obiettivi di efficienza che devono essere raggiunti dalle compagnie. Dall’ambito della procedura di risarcimento diretto vanno comunque esclusi i danni alla persona.
Energia.
Per l’Autorità occorre in tempi brevi ridurre il gap di informazione tra i distributori e venditori finali non integrati verticalmente con i distributori stessi, aumentando la concorrenza a valle. Per questo occorre introdurre specifici obblighi informativi e ampliando la quantità e la qualità dei dati da mettere a disposizione. l’Autorità ritiene inoltre necessario che in tempi brevi vengano adottate misure pro-concorrenziali relative ad agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture di importazione di gas.
Taxi.
Incentivare la liberalizzazione dei tax attraverso misure compensative per chi già possiede le licenze. “Va incentivato l’aumento del numero delle licenze dei taxi, almeno nelle città dove l’offerta del servizio presenta le maggiori carenze, prevedendo adeguati meccanismi di ‘compensazione’ per gli attuali titolari delle licenze – afferma l’Antitrust -. In particolare, al fine di rendere effettivamente praticabile la riforma, minimizzandone l’impatto, l’autorità suggerisce di dare la possibilità agli attuali titolari delle licenze di vedersene assegnata un’altra gratuitamente. La nuova licenza potrebbe essere venduta, recuperando la perdita di valore del titolo originario e, comunque, l’offerta del servizio di taxi registrerebbe un miglioramento significativo”.
Strade e aerei.
Secondo l’Antitrust “va modificato il sistema di revisione delle tariffe previsto dalla Convenzione tra Anas e Autostrade per l’Italia, passando a un meccanismo che preveda la sottrazione dal tasso di inflazione del tasso di produttività attesa e, soprattutto, un consistente premio per un miglioramento della qualità del servizio e per i progetti di investimenti futuri, ove verificabili”. Va ridotta la durata cinquantennale delle concessioni “che va invece commisurata alle caratteristiche dell’investimento e alla possibilità di una sua remunerazione. Nel caso di investimenti non completamente ammortizzati, le procedure di affidamento possono comunque prevedere, laddove il subentrante sia diverso dal precedente concessionario, adeguate forme di compensazione”.
Servizi pubblici.
“Occorre introdurre l’obbligo per gli enti locali di definire in via preliminare gli obblighi di servizio pubblico. Stabilito il perimetro, dovranno verificare la possibilità di una gestione concorrenziale con procedure aperte di manifestazione di interesse degli operatori del settore a gestire in concorrenza i servizi. Solo in caso di fallimento di questa procedura gli enti locali potranno mantenere la gestione in esclusiva affidata con gara a un privato, mentre l’affidamento in house (direttamente gestito dall’ente pubblico con una sua società ) è consentito solo a fronte di un’analisi di mercato che ne dimostri in modo chiaro i benefici diretti. Occorre – prosegue l’autorità – accelerare le scadenze degli affidamenti che non sono il frutto di un confronto competitivo, dando però all’ente locale la possibilità di evitare la scadenza anticipata attraverso l’immediato avvio di una procedura di cessione a privati con gara delle quote della società pubblica (totalitaria o mista). La procedura dovrà concludersi entro un termine ravvicinato, pena sanzioni per l’ente locale”.
Farmacie.
Sul fronte farmaceutico occorre liberalizzare la vendita dei farmaci con prescrizione medica ma a totale carico del paziente (i cosiddetti farmaci di fascia C) e rimuovere gli ostacoli all’apertura di nuove farmacie, aumentando la pianta organica delle stesse. Va ampliata la possibilità¡ della multi-titolarità in capo a un unico titolare, aumentando il numero massimo da 4 a 8.
Burocrazia.
Secondo l’Antitrust occorre affidare al Governo la delega per un testo unico relativo a tutti i procedimenti di autorizzazioni, con espressa abrogazione di quelli non necessari. In caso di mancato rispetto dei termini per effettuare la ricognizione, scatta l’effetto ‘tagliola’ con cessazione di tutti i regimi di autorizzazione oggi previsti. Infatti, l’efficacia di alcune misure pro-concorrenziali dipende anche dall’attuazione da parte delle amministrazioni del principio di liberalizzazione delle attività economiche e, in parte, anche del diverso principio di semplificazione delle procedure. Anche le Regioni e gli enti locali dovranno adeguarsi. Per disincentivare in futuro la reintroduzione di nuovi oneri burocratici per cittadini e imprese, l’Autorità propone di introdurre il principio della detraibilità per cittadino e imprese delle spese sostenute per l’adeguamento a nuove normative, che introducono nuovi oneri burocratici: obiettivo, “costringere” il legislatore a reperire le risorse in caso di approvazione di nuove leggi che comportano aggravamenti per cittadino e imprese e che devono avere, sotto tale profilo, copertura finanziaria. Identico meccanismo dovrà valere per le Regioni.
Ferrovie.
Per il trasporto ferroviario, l’Antitrust auspica che sia resa rapidamente operativa l’Autorità dei Trasporti: sarà così possibile vigilare sulla “terzietà ” della gestione di tutte le infrastrutture ritenute essenziali per lo svolgimento di un corretto confronto concorrenziale nei servizi di trasporto ferroviario merci e passeggeri.
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA CHIAMANO “INDENNITA’ COMPENSATIVA DI PRODUTTIVITA’”, E’ UNA VOCE “PENSIONABILE” E SI RIFERISCE ALLA RINUNCIA A FESTIVITA’ SOPPRESSE E ALL’INCREMENTO DELL’ORARIO LAVORATIVO DURANTE LE SEDUTE D’AULA
Si scrive indennità compensativa di produttività , si legge sedicesima mensilità .
E’ quella che percepisce il personale del Senato dal 2004, ovvero da quando è stata introdotta questa nuova voce all’interno del regolamento di Palazzo Madama (articolo 17 comma 3).
Non si tratta, tuttavia, di un mese in più di stipendio, bensì — come scrive Il Sole 24 Ore, che ha dato la notizia — di una compensazione corrisposta al personale (da 37 ore e mezzo a 40 ore).
Questi soldi, inoltre, vengono inseriti in due tranche nelle buste paga di aprile e di settembre. Un po’ come avviene per la quindicesima, che il personale del Senato percepisce per il cinquanta per cento in primavera e per la restante parte a fine estate.
Metà quindicesima e metà sedicesima insieme, quindi, negli stipendi di aprile e settembre: in altre parole, due mensilità in più.
A differenza di quest’ultima, tuttavia, la cosiddetta ‘sedicesima’ influisce sul calcolo dell’assegno pensionistico, cosa che invece non accade per le altre voci dello stipendio di chi lavora a Palazzo Madama e a Montecitorio, comprese tutte le indennità .
Uno dei tanti marchingegni per rimpolpare lo stipendio della “casta privilegiata” dei dipendenti del Parlamento italiano, senza dare troppo nell’occhio.
Mentre gli statali non hanno neanche la quattordicesima, chi lavora a fianco dei politici è gratificato persino della sedicesima.
Potere della Casta…
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA DEL “FATTO” AL COSTRUTTORE CHE RIDEVA DOPO IL TERREMOTO IN ABRUZZO E CHE ORA HA DECISO DI COLLABORARE CON LA MAGISTRATURA CHE INDAGA SULLA “CRICCA”….”HO PAGATO UN MILIONE DI EURO” : TRA I BENEFICIARI ANCHE L’ATTUALE SOTTOSEGRETARIO CARLO MALINCONICO
Francesco de Vito Piscicelli riassume così al Fatto la molla che lo ha spinto a collaborare con la Procura di Roma: “Quelli che andavano in vacanza gratis o che ho pagato sono tutti ai loro posti al ministero e alla presidenza del Consiglio. Io che lavoravo e pagavo per non avere rotture, sono trattato come se fossi il mostro. Mi braccano le troupe di Mediaset perchè atterro sulla spiaggia per il vento? Ora mi incazzo e racconto tutto”.
I pm romani hanno fatto il punto con i Carabinieri del Ros. Piscicelli sarà risentito.
Gli indagati sono cinque e tra questi ci sono il commissario dei mondiali di nuoto Claudio Rinaldi e il magistrato contabile Antonello Colosimo.
Gli altri tre sono funzionari che hanno avuto un ruolo nel controllare i cantieri dei mondiali del nuoto.
Piscicelli ha accettato di parlare con il Fatto e finalmente fa nomi e cifre: “Ho pagato un milione di euro in contanti complessivamente ai funzionari più tanti favori e incarichi di lavoro. Mi hanno spennato come un pollo, capito? Altro che mostro. E ora mi minacciano anche”.
Piscicelli chi la minaccia?
Ho appena finito una lunga seduta per una denuncia con i carabinieri della caserma di Orbetello. Stamattina sono uscito dal cancello della mia villa all’Argentario e ho trovato ad aspettarmi tre persone, tutte con la pistola che si vedeva sotto il maglione.
Mi hanno minacciato pesantemente. È la seconda volta che succede.
La prima volta era stato a piazza di Spagna, all’uscita da un ristorante. Ero da solo e anche allora ho denunciato tutto ai magistrati. Quel giorno mi hanno detto: ‘Stia attento a quello che fa’. Non sembravano delinquenti comuni, ma persone di un certo livello. Non vogliono che parli con i pm.
Piscicelli perchè all’improvviso ha deciso di collaborare?
A luglio mi sono presentato spontaneamente ai pm perchè non sopportavo più questa situazione. Mi trattano come se fossi colpevole di chissà cosa. Solo per una telefonata maledetta nella quale mio cognato dice quella battuta da c…., sui terremotati scusi il termine e io non lo contraddico perchè ero stanco nella notte. Ma io non ho mai lavorato a L’Aquila.
A dire il vero gli investigatori sostengono che era proprio lei a parlare. Comunque la sua immagine è rimasta inchiodata a quella telefonata. Ad altri è andata meglio. Carlo Malinconico, che ha fatto le vacanze a spese sue, è sottosegretario
Io non ho nulla contro Malinconico. Non ho mai lavorato con lui ma l’ho conosciuto e lo considero una bella persona. Ma le pare possibile che a mi fanno fuori da tutto, mi mettono in carcere e mi trattano come un mostro mentre lui invece è diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio? A me sospendono la licenza di volo solo perchè mi chiamo Piscicelli e non certo per l’atterraggio sulla spiaggia in pieno inverno con il vento forte, mentre a lui nessuno dice nulla. Ma si è accorto che ieri non c’era traccia in nessun articolo del nome di Malinconico mentre io, pure se collaboro con la Procura, sono sempre il mostro? Non sarà che c’entra il fatto che lui era presidente della federazione degli editori dei giornali e ora è alla Presidenza del consiglio?
Allora ce la racconti finalmente questa storia delle vacanze di Malinconico a Porto Ercole
Dunque un giorno mi chiama Angelo Balducci e mi invita a prendere un aperitivo nel centro di Roma. Io vado e lui mi dice: “Francesco mi devi prenotare due vacanze. La prima a Capri per due amici francesi, che però pagano loro e non ti devi preoccupare di altro che di prenotare. La seconda, invece all’hotel Pellicano di Porto Ercole, l’ospite è Carlo Malinconico, però in questo caso ti prego di anticipare tu la somma”.
Piscicelli, ma lei è un ingegnere o un agente di viaggio? E poi che vuol dire anticipa tu?
Angelo Balducci era potentissimo allora. Sapeva che conoscevo bene Roberto Sciò, il padrone dell’hotel Pellicano e non potevo dire di no. Gli feci solo presente che una camera al Pellicano costa 1500 euro a notte. Così anticipai i soldi e ancora oggi aspetto che Balducci me li restituisca.
I Carabinieri del Ros di Firenze hanno accertato che lei ha pagato 9 mila e 800 euro, come da fattura alla sua società . Ma sostengono che lei avrebbe pagato ancora altre volte. Insomma quell’aperitivo con Balducci quanto le è costato?
Sì è vero, un’altra volta Diego Anemone mi chiese di prenotare di nuovo pagando ma non mi sono fatto fregare e ho chiesto a Diego di anticiparmi i soldi. Ho pagato in contanti sì ma con i soldi suoi.
Ha chiesto i soldi indietro a Malinconico o a Balducci?
Ma scherza? Malinconico non mi aveva chiesto nulla. Quanto a Balducci, non è elegante fare una cosa del genere. In certi ambienti non si usa. Certamente speravo che Balducci me li restituisse, ma non avrei mai osato chiederli. Mi costituirò parte civile nel processo e me li ridarà .
A chi ha dato i soldi?
Questo lo deve chiedere ai magistrati. Io noto che i funzionari che lavoravano con me sono ancora tutti lì. Per esempio Paolo Zini che dirigeva i lavori o il commissario Claudio Rinaldi. Un magistrato mi ha chiesto di mettergli a disposizione il mio autista per un anno. Il coordinatore per la sicurezza, Pierpaolo Gandola, voleva uno stipendio in nero di 2 mila e 500 euro al mese. Ma l’ho pagato un mese solo e poi ho detto basta. Poi ho dato un incarico di progettazione spendendo 700 mila euro a un team all’interno del quale c’era il figlio della dottoressa Natalia Muzzatti, Fabio Frasca, perchè era una funzionaria importante del ministero e mi chiese Angelo Balducci, tramite l’ingegnere Bentivoglio di aiutare il figlio.
Dichiarazioni tutte da verificare. Il magistrato contabile Antonello Colosimo che però ieri ha dichiarato “sono completamente estraneo”. Mentre Fabio Frasca replica: “Facevo parte di un team con altri due progettisti e mi occupavo della parte strutturale per tutte le gare a cui ha partecipato Piscicelli per i mondiali di nuoto, il compenso stabilito era di 80 mila euro”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
SARKOZY SI ALLEA CON MONTI: NON BASTA IL RIGORE, OCCORRE DIFENDERE LA MONETA, RAFFORZARE IL FONDO E STIMOLARE LA CRESCITA
Mario Monti si presenta all’incasso. 
È cominciata ieri a Parigi la tournèe europea del capo del governo italiano il cui obiettivo è quello di trasformare in aiuto e solidarietà il credito politico che ha accumulato con la manovra di risanamento dei conti pubblici italiani: uno sforzo «che non ha eguali nel resto dell’Unione europea».
Monti ha due valide ragioni a sostegno delle sue richieste.
La prima è che effettivamente lo sforzo compiuto dal Paese è di gran lunga superiore a quello degli altri partner europei e che i conti pubblici italiani risanati non giustificano in termini razionali una così pesante penalizzazione del nostro debito pubblico.
La seconda è che, proprio per questi motivi, l’Italia oggi sta pagando il prezzo di una sfiducia dei mercati che non riguarda tanto le nostre capacità intrinseche di risanare il bilancio, quanto la tenuta complessiva dell’euro e la disponibilità della Germania a difendere la moneta unica.
È chiaro che chi scommette contro la valuta europea lo fa prendendo di mira gli anelli più deboli dell’Unione monetaria.
Ma, se fino a ottobre gli alti tassi italiani riflettevano l’inazione e la scarsa credibilità del governo Berlusconi, dopo il varo della manovra di dicembre essi rispecchiano soprattutto le esitazioni e le ambiguità della Germania.
Quello che Monti sta andando a spiegare in Europa è che i contribuenti italiani non possono pagare, oltre che per i propri errori passati, anche per i dubbi della cancelliera Merkel e per le sue preoccupazioni elettorali.
Ma in politica, e soprattutto nella politica europea, avere ragione non basta. Occorre anche saperla imporre ai partner.
E l’unico vero interlocutore di Monti, oggi, è la cancelliera tedesca.
Proprio per questo la strada che da Roma porterà il presidente del Consiglio mercoledì a Berlino passa per Bruxelles e per Parigi.
Se vuole riuscire a strappare la Merkel dalle sue amletiche esitazioni, il Professore ha bisogno che le istituzioni comunitarie e soprattutto Sarkozy cambino il tono e il volume del loro discorso europeo.
Due anni di timide resistenze alle pressioni tedesche e di ancor più timidi messaggi lanciati alla Germania ci hanno condotti sull’orlo dell’abisso.
Ora è tempo di mettere le timidezze da parte e di esigere con fermezza che i tedeschi riempiano la loro parte del “patto di Bruxelles”: quando, all’ultimo vertice, la Merkel ottenne di iscrivere in un nuovo trattato le regole del rigore di bilancio in cambio di una promessa ad accettare meccanismi di solidarietà che mettano il debito europeo al riparo dagli attacchi speculativi.
È ancora presto per dire se Monti sia riuscito nel suo proposito.
La «totale identità di vedute» tra Italia e Francia, di cui ha parlato ieri Sarkozy proprio nel momento in cui l’Italia reclama pubblicamente a gran voce misure di consolidamento della moneta unica, lasciano sperare che il presidente francese, avendo finalmente trovato nell’italiano un alleato di peso e prestigio, metterà da parte le cautele degli ultimi due anni.
Il vertice tripartito di Roma, il 20 gennaio, potrebbe dunque diventare il punto di svolta che consenta all’Europa di accoppiare al rigore di bilancio anche quegli strumenti di difesa della moneta, dagli eurobond al rafforzamento del Fondo ad un diverso ruolo della Bce, che finora la Germania ha ostinatamente negato.
Ma il compito di Monti, già di per sè non facile, è reso ancora più arduo da un secondo obiettivo europeo che il presidente del Consiglio non può certo trascurare.
Nel negoziato che è ripreso ieri a Bruxelles sul testo definitivo del nuovo Trattato sull’unione di bilancio, l’Italia è infatti impegnata a cercare di ammorbidire le condizioni sul ritmo di riduzione del debito e a ritagliare uno spazio di manovra che permetta ai governi misure per stimolare la crescita.
Su entrambi questi fronti, le richieste italiane si scontrano con l’indisponibilità della Germania.
Berlino, proprio grazie ai bassissimi tassi di interesse che la crisi dell’euro le garantisce sia sul debito pubblico sia sul finanziamento delle imprese, non ha troppa difficoltà nè a ridurre il debito nè a stimolare la crescita economica. L’Italia ha invece un bisogno vitale di evitare condizioni capestro sul risanamento e di trovare in Europa quel sostegno alla crescita che i conti nazionali non permettono.
Il governo Berlusconi aveva risolto il problema da par suo, ottenendo una ambigua formula sulla considerazione di «fattori rilevanti» nella riduzione del debito che aveva venduto in patria come la garanzia che non saremmo stati costretti a manovre troppo drastiche.
Una ennesima operazione di immagine che si è rivelata priva di sostanza: il nuovo Trattato, infatti, per ora non prevede gli sconti che erano stati promessi dal precedente governo.
Monti quindi si trova nella difficile condizione di dover convincere la Merkel a fare concessioni sui termini del Trattato, e allo stesso tempo di esigere dalla Germania che dia il via libera ad un sistema di garanzie congiunte sul debito europeo.
In termini negoziali, non è certo una posizione di forza.
Ma il presidente del Consiglio sa che l’Italia non è in grado di sopravvivere nè ad un Trattato capestro, nè ad un prolungarsi dell’instabilità dell’euro.
Nella partita che si giocherà da qui a marzo deve vincere su entrambi i fronti, pena il tracollo del Paese.
Una ipotesi, quella del collasso italiano, che, fortunatamente, fa paura ai nostri partner almeno quanto fa paura al Professore.
E questa, in fondo, è forse l’unica vera arma che ha a disposizione per cambiare il corso della storia.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)
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