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L’ITALIA REALE: “NOI IMPRENDITORI CI SENTIAMO TRADITI DALLE BANCHE E DALLO STATO”

Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile

STORIE DI AZIENDE NEI TEMPI DIFFICILI DELLA CRISI: “IN 5 ANNI DI CRESCITA DA 5 A 35 DIPENDENTI, LE BANCHE MI FACEVANO LA CORTE, ORA CHIEDONO DI RIENTRARE DAI PRESTITI”

«Non resisto più». Si firma Matteo ed è un piccolo imprenditore.
Spiega come si senta assalito da tutto e da tutti: «Non so ancora quante umiliazioni dovrò subire. Quante telefonate, raccomandate, ufficiali giudiziari, responsabili vendite degli istituti giudiziari, notai, tutto per levare il protesto». Matteo si sente abbandonato a se stesso e racconta la storia amara «di quel direttore di banca che ogni anno mi faceva gli auguri dal compleanno a Natale».
Ceste di regali, vino, agende, calendari, «mi chiedeva se volevo soldi per ampliare, per costruire un nuovo capannone».
Oggi quando Matteo chiama in banca risponde la segretaria, «mi dice che il dottore è impegnato o malato e mi ricorda subito dello sconfino e del mutuo non ancora pagato, mi rammenta che è partita la raccomandata per il rientro immediato del castelletto, del fido, delle carte di credito. Lei sì che ha memoria».
Matteo è solo uno dell’incredibile numero di imprenditori e artigiani che hanno scritto al forum aperto da Corriere.it sulla crisi delle piccole aziende.
Uomini e donne che si sentono dimenticati, lasciati soli con i loro debiti e le loro angosce, con i dipendenti da licenziare e le speranze tradite.
«Tutti ti girano le spalle – scrive Alberto 46 – io e il mio socio avevamo un’azienda nel meccano-tessile, dinamica, innovativa, esportatrice».
In 5 anni sono passati da 300 mila a 5 milioni di fatturato, da 5 a 35 dipendenti poi «il tessile è stato il primo ad essere travolto, i pagamenti internazionali sono sempre più difficili, le banche aspettano solo i rientri». Provano a resistere, convocano i sindacati, i dipendenti, cercano nuovi azionisti, presentano un concordato.
«Io e il mio socio abbiamo perso tutto anche le nostre abitazioni che avevamo messo in garanzia. E ci domandiamo perchè all’imprenditore che fallisce onestamente non viene riconosciuta la stessa dignità  e lo stesso rispetto del lavoratore che perde il lavoro?».
Dimenticato si sente anche Miccad che aveva creato 7 posti di lavoro e a causa dei mancati pagamenti delle aziende municipalizzate si è vista la casa pignorata, la macchina venduta e il telefono staccato.
«È vero che ho 50 anni però conosco bene due lingue e appena finisco di pagare faccio i bagagli e vado all’estero. Vi vedrò dal satellite».
La tentazione di trasferirsi è contagiosa e anche un altro imprenditore che si firma provocatoriamente «Il fesso» scrive: «Mi trasferirò in Svizzera a fare le cose altamente tecnologiche, qui nessuna banca ti dà  retta e ti apre un conto».
Uomini e donne che non trovano più la solidarietà  delle comunità  e si trovano a dover fare scelte difficili.
Manuela racconta: «Insieme al mio compagno ho una piccola attività  in Sardegna ma il lavoro è praticamente fermo. Non riusciamo più nemmeno a pagare il telefono e lui ha deciso di lasciare qui me e i figli per cercare lavoro a Milano. Ma almeno una volta al mese dovrà  tornare a vedere i ragazzi? Ma sommando costo della vita e trasporti ce la farà ?».
Alzi la mano chi non ha mai sognato di aprire un agriturismo, business e benessere in un colpo solo.
Luka lo ha fatto nel 2003, ha comprato un podere in Toscana e l’ha ristrutturato.
La banca prima lo ha incoraggiato ad aprire, a comprare nuovi terreni e poi, con la crisi, lo ha lasciato in braghe di tela.
Commenta Graziano: «La verità  oggi è che l’andamento delle nostra attività  non dipende più dal nostro entusiasmo, dalle idee originali, dal nostro carattere o dalla capacità  di affrontare i problemi. Lo Stato impone e pretende, le banche ostacolano il credito. Mi sono reso conto di tutto ciò e ho chiuso l’azienda».
Prima di mollare la presa un artigiano che ama il suo mestiere fa di tutto per evitare il peggio come un lettore che si firma «Un fu imprenditore»: «Ho ridotto i costi all’osso tagliando ovunque, ora non so più dove tagliare e dovrò iniziare a non pagare i fornitori, come già  hanno cominciato a fare alcuni miei clienti. Dopo le utenze toccherà  ai dipendenti. La chiamano discesa controllata».
Nel settore calzaturiero i “piccoli” si sentono martellati dalla concorrenza sleale dell’estero e da chi produce fuori e poi scrivere sulle scarpe made in Italy.
Come Rudizzo «dopo 40 anni che la nostra azienda è sul mercato non ce la facciamo più, in più i signori delle banche ci stanno scavando la fossa e siamo costretti a chiedere aiuto ai fornitori».
La globalizzazione «è stata una mazzata sui piedi» aggiunge Lettore 333. «L’Unione europea si deve dare una regolata e mettere paletti alla delocalizzazione e ai rapporti con la Cina. E meno male che i cinesi cominciano giustamente a chiedere salari più alti!».
Qualcuno pur in questa condizioni di mercato sfavorevole ce la fa e se capita è grazie alla capacità  di esportare.
Come Ilaria Mugnaini che ha una piccola azienda di abbigliamento per bambini: «Ho diversificato il mio prodotto cercando di posizionarmi nella fascia alta e ritagliandomi una nicchia. La differenza l’ha fatta l’estero che assorbe il 70% del mio fatturato, il restante 30% di fatturato Italia è un disastro in quanto produci, fatturi ma non sai mai quando riscuoterai e questo non è giusto. Non possiamo noi imprenditori fare da banca per gli altri».
Sono un figlio di imprenditore scrive il giovane Amartya che si dice fortunato perchè è stato mandato a studiare fuori. «La società  di mio padre da 10 anni paga solo tasse senza vedere utili e come sia possibile ciò rimane un mistero italiano».
La parola Stato molti piccoli imprenditori la scrivono tutta in maiuscolo.
Uno psicologo potrebbe spiegarci che è una forma di soggezione, di paura. Lo chiamano «muro insuperabile», lo accusano di trattarli «da nemici», di tenere in piedi l’anacronistico articolo 18 ma soprattutto si lamentano perchè non paga.
Un imprenditore napoletano che si firma «Avvilito» sostiene che lo Stato è il suo debitore primario, rimborsa con 24 mesi di ritardo e non garantisce nemmeno i pagamenti tra privati.
«È l’unico Stato europeo con una polizia fiscale – rincara R.S. – ma abbiamo uno dei tassi di evasione fiscale più alti e quindi la Guardi di Finanza serve a poco».
Nella 1968 se la prende anche lei con uno Stato che «ci chiede di pagare le tasse su cifre mai incassate».
Ed è quasi un coro. «Ci sono alcuni mesi come maggio, agosto e novembre che il 16 del mese si spendono cifre mostruose tra tasse e Iva, quasi la metà  dell’utile di un anno, uno sproposito» denuncia Marco.
È assurdo anche il sistema che «ti fa pagare le tasse sulle rimanenze di magazzino perchè ci si paga pure l’Inps, pago l’Inps su del materiale che non ho venduto. E poi quando non si riesce a pagar tutto arriva Equitalia che nel pieno rispetto della legalità  si prende tutto quello che trova».
Il nome di Equitalia, l’agenzia pubblica di riscossione oggetto in queste settimane di attacchi dinamitardi, ricorre tante volte nei messaggi degli «imprenditori dimenticati» di Corriere.it .
I giudizi sono forti e gli epiteti ancora peggio.
L’accusa è di non comprendere le dinamiche della crisi e di essere la spada di Damocle che si abbatte impietosa su chi è stato ridotto al lastrico dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.
Uno Stato che non dà  ma mena.
«Sono un 35enne di Milano – scrive Fax76 – sono un lavoratore autonomo da sempre, mai fatto il dipendente, ho debiti per 350 mila euro dovuti a incassi non pervenuti e lo Stato non ti aiuta a riprenderli. Così sono entrato mio malgrado nel mondo dei decreti ingiuntivi».
Persino quando finanzia le imprese per la ricerca e l’innovazione lo Stato si mostra patrigno e profondamente ingiusto.
Spiega Paolo Sensini: «Chi prende i finanziamenti? Guardate i titoli delle ricerche proposte, dei progetti. È fuffa, fuffa allo stato puro nell’80% dei casi. E sono sempre i grandi a trarne beneficio. Quei grandi che scrivono bilanci di 200 pagine in cui tutto è possibile. Prendono i soldi, ci fanno cassa e nessuna ricerca».

Dario Di Vico

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GLI ITALIANI E LE TASSE, LA GUERRA DEI TRENT’ANNI: COSI’ L’EVASIONE E’ QUINTUPLICATA

Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile

DAI 54 MILIARDI DELL’81 AI 275 DI OGGI….E IN MEZZO TRE CONDONI E TRE SCUDI

“Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e poi entri nel tunnel». Cetto La Qualunque può stare sereno: l’Italia è da almeno tre decenni sulla strada della disintossicazione.
Se nell’agosto 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio, che in quell’incarico aveva al proprio fianco il giovane Giulio Tremonti, rivelò in una intervista al Mondo che l’evasione fiscale si poteva valutare «in circa 28 mila miliardi, pari a sette-otto punti del reddito nazionale», oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ci solleva: trent’anni dopo siamo fra il 16,3% e il 17,5% del Prodotto interno lordo.
Ossia fra 255 e 275 miliardi di euro. Più del doppio in rapporto al reddito del Paese.
E siccome i 28 mila miliardi di lire del 1981 equivalgono a 54 miliardi di euro attuali, significa che trent’anni dopo la denuncia di Reviglio l’infedeltà  fiscale si è in valore assoluto moltiplicata per cinque.
Un risultato che farebbe esultare lo straordinario personaggio creato dal comico Antonio Albanese per mettere il dito nell’occhio a una certa politica ingorda e affaristica.
Conseguito, peraltro, in seguito a ben tre condoni tombali che hanno coperto con la loro efficacia ben 25 di quei trent’anni.
Senza parlare dei tre diversi scudi fiscali che hanno consentito di regolarizzare con un pezzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente.
Redditometro e cavalli
Non servì la legge sulle «manette agli evasori», arrivata nel 1982, che fece una sola vittima illustre: Sofia Loren.
Non servì l’invenzione del redditometro, una specie di questionario spedito dal fisco ai presunti contribuenti facoltosi autori però di dichiarazioni modeste, che in Parlamento subì per anni un bombardamento a tappeto.
I diportisti ricorsero al Tar costringendo il governo a fare una parziale marcia indietro, la Lega pretese centri di assistenza comunale per aiutare i cittadini a compilarlo.
Poi un bel giorno del 1998 si scoprì che non si trattava, come speravano i suoi ideatori, di uno strumento perfetto.
Su 76.025 cartelle spedite ad altrettanti contribuenti sulla base delle incongruenze rilevate con il redditometro, in ben 32.081 casi i destinatari erano riusciti a dare spiegazioni plausibili mentre gli evasori conclamati erano «soltanto» 12.247.
Quasi tutti (10.271) salvi grazie al meccanismo dell’«accertamento con adesione», una specie di accordo con il Fisco grazie al quale si paga quel che si può.
E il redditometro subì un colpo, se non mortale, comunque letale.
Si passò allora al «riccometro», che venne bersagliato ancor più pesantemente. Il presidente della Confcommercio Sergio Billè lo qualificò come uno «strumento da epoca staliniana».
Al cattolico Pier Ferdinando Casini faceva invece venire in mente «l’Inquisizione». Mentre per l’aennino Adolfo Urso si trattava semplicemente di una cosa «barbara». Aggettivo che fu riservato anche a un’altra iniziativa: la «delazione» alla Guardia di finanza.
Bastava telefonare al 117, il numero del centralino delle Fiamme Gialle. Autore: l’ex ministro Vincenzo Visco, che per questo si attirò critiche di ogni genere.
Perfino dalla Chiesa. Il teologo dell’ Osservatore Romano Gino Concetti tuonò: «Nessuno Stato democratico può autorizzare i propri cittadini allo spionaggio fiscale». Ma all’inizio fu un successone. Nei primi dieci giorni arrivarono 12 mila telefonate. Poi, lentamente, la «delazione» scemò.
Nel 2007 la Cgia di Mestre calcolò che non arrivavano più di 25 chiamate al giorno.
Quell’anno fu la volta dell’Isee, ovvero «Indicatore di situazione economica equivalente»: serviva a verificare se chi accedeva per ragioni di basso reddito ai servizi sociali gratuiti e magari girava con una Mercedes da 100 mila euro ne avesse effettivamente diritto. Risultati, pochini.
Tanto che, scoppiata la crisi, non si è deciso di ridare vita a una nuova versione del redditometro.
Ovviamente fra i mugugni dei politici. «Non credo che sia opportuno inserire tra le voci per accertare il reddito le spese per le scuole private, anche se costose», ha eccepito il senatore del Pdl Stefano de Lillo.
Mentre il suo collega di partito Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità , ha chiesto di escludere anche gli equini: «Il cavallo dev’essere riconosciuto come animale d’affezione e non come bene di lusso».
Già , e chi non è affezionato alla sua Ferrari?
Ha raccontato Nunzia Penelope nel suo libro «Soldi rubati», recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie: «Nel 2010 la Guardia di finanza ha scoperto un evasore ogni ora, mentre nel 2009 erano solo uno ogni 71 minuti. In cifre, stiamo parlando di 8.850 imprenditori che hanno operato esclusivamente nel sommerso, responsabili di oltre 20 miliardi di ricavi non dichiarati, di 19 mila lavoratori in nero e di un’evasione contributiva per 600 milioni».
Yacht per nullatenenti
Ma se nello sport dell’evasione fiscale l’Italia è seconda soltanto alla Grecia e se da trent’anni a questa parte il fenomeno non ha fatto che crescere, nonostante ogni governo, di destra e di sinistra, si sia impegnato a combatterla, ci devono essere ragioni profonde.
Forse le stesse che hanno spinto l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a diramare, un giorno di febbraio del 2005 a Radio Anch’Io, questa specie di tanaliberatutti: «L’evasione di chi paga il 50% dei tributi non l’ho inventata io. È una verità  che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini».
E che si traduce, purtroppo per i nostri conti pubblici, in cifre raccapriccianti.
I contribuenti italiani che dichiarano al Fisco oltre 200 mila euro sono 77.273, pari allo 0,18%.
Come questo dato si possa conciliare con quello delle 206 mila auto di lusso (costo medio, 103 mila euro) vendute ogni anno nel nostro Paese, è francamente incredibile. Il bello è che il Fisco lo sa da decenni.
Come sa, ha scritto nell’agosto del 2010 l’ Ansa , che «il 64% degli yacht che circolano in Italia sono intestati a nullatenenti o ad arzilli prestanomi ultraottantenni o a società  di comodo italiane o estere per evadere le tasse».
Oppure che lungo gli 8 mila chilometri delle nostre coste sono disseminate 42 mila imbarcazioni di un certo valore i cui proprietari dichiarano, se va bene, 20 mila euro l’anno.
Ecco perchè i risultati ottenuti recentemente dall’Agenzia delle entrate di Attilio Befera, con un recupero di 10 miliardi di imposte evase nel 2010, per quanto importanti, non sono che una goccia nel mare.
Tanto più perchè è il sistema a essere profondamente marcio. Esclusivamente, va detto, per tornaconti elettorali e responsabilità  di una classe politica miope e incapace.
Ispezioni (e scorte)
Prendete gli studi di settore. Sono un’invenzione di metà  anni Novanta per evitare la minimum tax che voleva Giuliano Amato.
Di fatto, è un patto scellerato fra l’amministrazione fiscale e i lavoratori autonomi, elettori considerati evidentemente molto preziosi. Ai quali il Fisco dice: puoi evadere fino a quel punto.
Se lo superi, ti veniamo a controllare.
Una scelta in qualche modo obbligata, visto anche la scarsità  di mezzi per eseguire i controlli. Basta dire che la Guardia di finanza, forte di 65 mila effettivi, deve assicurare anche una quota dell’ordine pubblico (avete visto i finanzieri con i blindati alle manifestazioni) e delle scorte ai politici e agli alti burocrati statali.
Carabinieri e poliziotti da soli non ce la fanno: nella sola città  di Roma, ha raccontato il Messaggero , ci sono 2 mila persone sotto tutela.
E per ognuna delle cinquanta volanti addette alla sicurezza dei cittadini, circolano nella capitale 400 (quattrocento) auto blu di scorta.
Va da sè che in un sistema del genere si annidano anche illegalità  di ogni genere. Come quelle dei 100 mila lavoratori autonomi, ha rivelato Roberto Ippolito nel suo libro «Evasori» pubblicato tre anni fa da Bompiani, che scontano l’acquisto di beni strumentali senza però averli fisicamente.
Si parla di 3.329 ristoranti senza cucina o tavoli, 480 farmacie senza scaffali, 555 lavanderie senza lavatrici e perfino 137 tassisti senza il taxi.
Insomma, in un mondo perfetto gli studi di settore non dovrebbero esistere. Anche perchè in qualche caso riescono a essere perfino vessatori.
Il fatto è che il nostro è un mondo altamente imperfetto: diversamente non ci troveremmo in questa situazione.
Nel regno dell’ingiustizia fiscale ha poi un posto di rilievo una burocrazia assurda, che alimenta anche la corruzione.
Basta pensare ai 68 adempimenti e 19 uffici in media da contattare per aprire un’attività  in Italia: dove, dice la Confartigianato, sono appena 112 su 8.101 i Comuni in grado di consentire a un imprenditore lo svolgimento di tutte le pratiche online, senza doversi fisicamente recare allo sportello.
Per non dire dell’impunità .
Nel Paese europeo a più elevato tasso di evasione non c’è neanche un detenuto in carcere con quell’accusa. Invece negli Stati Uniti, dove non pagare le tasse è considerato un reato molto serio, fra il 2000 e il 2007 hanno varcato la soglia di una galera federale 11.691 persone. Detenzione media: 30 mesi.
L’oro del Canton Ticino
Come stupirsi allora che oltre al record dell’evasione l’Italia detenga pure quello, altrettanto poco invidiabile, dell’esportazione illecita dei capitali?
Ma se è vero, come sempre ripete la Corte dei conti, che i condoni sono il più grande incentivo per l’evasione, gli scudi fiscali non sono forse il miglior viatico per la fuga dei capitali?
Dopo il primo «scudo» del 2001-2003 l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti annunciò su questo giornale tolleranza zero verso gli spalloni. Prefigurando perfino l’installazione di telecamere alla frontiera con la Svizzera.
Sei anni dopo, ecco invece un nuovo scudo fiscale, che ha consentito di regolarizzare una somma addirittura superiore a quella del 2001-2003, cioè 104 miliardi di euro contro una settantina.
Denari di proprietà  per il 66% di cittadini residenti in Lombardia e per il 58% depositati nei caveau delle banche svizzere.
Delle due l’una: o quei soldi non erano rientrati con il primo «scudo», oppure le minacce non hanno affatto dissuaso gli esportatori.
Nè tanti quattrini, ripuliti quasi gratis, hanno alleviato le difficoltà  dell’Italia.
A dispetto di quello che aveva dichiarato Tremonti il 16 dicembre 2009: «È una colossale manovra di potenziamento della nostra economia, mai verificatosi per un Paese, dato dal fatto che capitali che erano fuori tornano in Italia e servono per tenere aperte le imprese, non licenziare, gestire i rapporti fra creditori e debitori».
Per giunta, con la crisi la fuga dei capitali è ripresa alla grande.
Se è vero, come dicono voci attendibili, che le cassette di sicurezza delle banche elvetiche hanno fatto il pieno di beni e valori provenienti dal Bel Paese.
Nel solo mese di settembre hanno preso la strada del Ticino 13 tonnellate d’oro provenienti dall’Italia. Paolo Stefanato ha scritto sul Fatto Quotidiano che l’Associazione banche ticinesi «stima in 130 miliardi di euro i fondi neri depositati da soggetti italiani in Svizzera».
Ma c’è pure chi parla di somme molto superiori: 300 miliardi, forse più.
Che sono fuori dalle nostre frontiere e lì resteranno, a meno di qualche miracolo. Per esempio, un nuovo elenco di depositi made in Italy sul modello di quei 5.439 contenuti nella lista sottratta alla filiale ginevrina della Hsbc dall’ex dipendente Hervè Falciani.
La Guardia di finanza ha accertato un’evasione di 180 milioni soltanto per 774 di quei patriottici correntisti: oltre metà  lombardi. E poi dicono che gli italiani sono sempre più poveri…

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL VERO LUMBARD: CHI HA ACCETTATO SENZA FARE UNA PIEGA CHE AUTO DI STATO VENISSERO UTILIZZATE PER SCARROZZARE LE ESCORT DEL SULTANO, FAREBBE MEGLIO A TACERE

Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile

CALDEROLI SU MONTI HA PROPRIO SBAGLIATO STRATEGIA, ACCUSANDOLO DI AVER MANGIATO IL COTECHINO A FINE ANNO…PER FAR DIMENTICARE ALLA BASE LEGHISTA IL NULLA COMBINATO A ROMA DAI DEPUTATI DEL CARROCCIO, E’ INUTILE TIRARE PETARDI CHE POI TI ESPLODONO IN MANO

Non conosco personalmente Calderoli e non avete idea di quanto ne soffra: quell’uomo è a conoscenza di segreti, riguardo alla scelta degli abiti e degli aggettivi, che temo mi resteranno preclusi per sempre.
Se però avessi confidenza con lui, gli direi che su Monti sta sbagliando strategia.
Accusare il premier di aver mangiato il cotechino di san Silvestro a Palazzo Chigi con la sua famiglia di noti trasgressivi è stato un errore.
E non solo perchè ha offerto il destro al perseguitato di prendere elegantemente per i fondelli il persecutore, fornendo la lista dei negozi in cui la moglie aveva fatto la spesa.
Molto più grave, dal punto di vista di Calderoli, è che la rivelazione sulle gozzoviglie montiane non avrà  indotto i patrioti padani a scandalizzarsi, ma a riflettere sulla circostanza che, da buon lumbard, Monti aveva lavorato anche l’ultimo dell’anno.
Capisco che per scaldare la base leghista e farle dimenticare il nulla combinato a Roma dai suoi rappresentanti sia necessario tirare petardi contro il nuovo governo.
E’ la mira che mi sembra scentrata.
Di questo presidente del Consiglio si potrà  dire che è un tecnocrate, che è il genero preferito dai tedeschi, persino che appartiene a una setta di banchieri o di vampiri, ammesso sia ancora possibile cogliere la differenza.
Ma fare le pulci alla sobrietà  di Monti è come esplorare il cotè razzista di Obama: vano esercizio retorico.
Specie se a farle, le pulci, è uno che ha condiviso l’avventura politica e stilistica di Berlusconi, accettando senza fare una piega che le auto di Stato venissero usate per scarrozzare le escort del sultano.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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L’EVASIONE NASCONDI E SCAPPA: NEL SUPERMARKET DELLA FINANZA OCCULTA

Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile

SOCIETà€ OFFSHORE E RESIDENZE FITTIZIE AL SERVIZIO DEI FURBONI DELLE TASSE

Una palazzina anonima in viale Campania, poco distante dal centro di Milano. Niente nomi altisonanti sui citofoni, targhe in ottone o arredi sfarzosi nell’androne d’ingresso.
Ma chi bussa a quella porta sa benissimo dove andare e a chi rivolgersi.
Benvenuti nel supermarket della finanza occulta.
Basta prendere appuntamento e il gioco è fatto.
Sugli scaffali, scaffali virtuali, c’è tutto quel che serve per nascondere all’estero patrimoni di ogni taglia.
Può partire da qui, da questo studio tributario specializzato in fiscalità  internazionale, la giornata tipo dell’evasore medio.
Per dire, serve una società  off shore a cui intestare la barca, l’auto di lusso, la casa o
perfino l’aziendina di famiglia?
Ce n’è per tutti i gusti e gli esperti professionisti dello studio di viale Campania sapranno indicare le soluzioni migliori.
Finanziarie con base in Irlanda, Nuova Zelanda, a Londra e negli Stati Uniti.
Ce ne sono a decine, tutte con base oltrefrontiera e un domicilio italiano a Milano.
Nomi come Mesa yachting, Tualatin, Belior, Dikson, Coind e tante altre ancora con i marchi più strani ed esotici, come emerge da una recente indagine della Guardia di Finanza. Supermarket dell’evasione come questo, nascosti dietro il paravento di rispettabili studi professionali, sono decine e decine in Italia. Passa da lì, il grande fiume del denaro nero. Denaro sottratto al Fisco che viaggia per centinaia, a volte migliaia di chilometri semplicemente da un computer all’altro.
Certo non mancano gli evasori fai da te, quelli che si avventurano in terra svizzera con la valigia gonfia di bigliettoni da 500.
Oppure di lingottini ”oro, che di questi tempi, complice una sapiente e occulta pubblicità  delle banche elvetiche, vanno alla grande.
Il grosso del lavoro, però, si può fare dal salotto di casa, con l’assistenza, ovviamente, di un esperto del settore.
Prendiamo il caso di un imprenditore che voglia dare un taglio al reddito aziendale per pagare meno tasse.
La soluzione, vecchia come il mondo, è quella della fatture per prestazioni inesistenti emesse da società  create ad hoc, le cosiddette cartiere.
Il Fisco non accetta documenti emessi da società  off shore con base nei Paesi della cosiddetta black list, tipo Panama o le Antille, ma con l’Inghilterra, che fa parte della Ue, tutto diventa più semplice.
L’ideale è trasferire a Londra addirittura la propria residenza fiscale.
Una residenza fittizia, ovviamente, perchè il furbetto in questione trascorrerà  sulle rive del Tamigi solo poche giornate all’anno.
Infatti la legge del Regno Unito prevede la tassazione solo del reddito prodotto all’interno di confini del Paese.
Chi svolge attività  altrove, per esempio in Italia, non paga nulla al fisco britannico e spesso riesce anche a farla franca anche con il nostro erario perchè non risulta residente in Italia.
È una soluzione adottata soprattutto da professionisti, artisti, cantanti.
Per smascherare l’evasore il fisco dovrebbe riuscire a dimostrare che il sedicente residente a Londra ha mantenuto il centro dei suoi affari in Italia, dove trascorre più di metà  dell’anno. L’imprenditore evasore può poi trasferire il denaro nero sul conto aperto in una banca svizzera.
Anche in questo caso però non c’è bisogno di spalloni e di avventurosi attraversamenti della frontiera.
Molto semplicemente succede che il professionista di fiducia dell’evasore nostrano contatta il suo corrispondente a Lugano chiedendogli di depositare una certa somma su un determinato conto bancario a disposizione del cliente italiano.
La stessa operazione viene completata in Italia per conto del fiduciario svizzero che così si vede restituito il denaro anticipato.
Semplice no? Si chiama compensazione e tra i furbetti delle tasse va alla grande.
Una volta arrivato in Svizzera, però, il denaro nero sempre più spesso prende di nuovo il volo verso altre destinazioni ritenute ancora più sicure.
Un esempio: giusto un mese fa la Banca della Svizzera italiana (Bsi) uno dei più importanti istituti sulla piazza di Lugano ha aperto la sua terza sede ad Hong Kong, che si aggiunge a quelle già  attive a Singapore.
Gran parte del denaro che affluisce da quelle parti arriva dall’Europa e in particolare dall’Italia. Perchè l’estremo Oriente è considerato una zona al riparo dalle offensive del fisco di Roma. Particolare importante: la Bsi batte bandiera italiana perchè appartiene alle Assicurazioni Generali.

Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’IRA DEL PDL DOPO IL BLITZ A CORTINA TRA I VIP, MA BEFERA REPLICA: “NON SIAMO ANDATI A CORTINA PER CASO”

Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile

PER IL PDL “L’AGENZIA DELLE ENTRATE FA PROPAGANDA E INCITA ALL’ODIO SOCIALE”…IL DIRETTORE: “A PAROLE SONO TUTTI CONTRO L’EVASIONE, MA SOLO QUANDO NON LI RIGUARDA PERSONALMENTE”

Non bastano le cifre che fotografano una situazione del tutto fuori controllo.
Al Pdl il blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina proprio non piace. Quei funzionari del Fisco in giro per la celebre località  turistica nei giorni di Capodanno rappresentano uno spettacolo da non replicare, tuonano dall’ex maggioranza di Berlusconi, mentre la Lega chiede polemicamente che analoghe azioni vengano fatte anche al Sud.
Nel mirino finisce direttamente Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate e presidente di Equitalia, il “profeta” del fisco “forte e gentile” caldeggiato da Tremonti.
“L’Agenzia delle entrate non deve assumere una configurazione politica, mediatica e anche propagandistica” tuona Fabrizio Cicchitto, al quarto giorno consecutivo di esternazioni sull’argomento.
Befera, dice il capogruppo Pdl alla Camera, “non è all’altezza di ruoli e compiti che, lo ripetiamo, richiedono sobrietà  e senso di responsabilità “. Segue a ruota il deputato Osvaldo Napoli (Pdl) che denuncia come “solleticare sentimenti di rivalsa o di odio sociale sia l’ultimo gradino della deriva dell’Italia”.
La premessa di ogni commento è sempre uguale: il governo Berlusconi ha fatto moltissimo contro l’evasione e nessuno contesta i controlli, ma il modo in cui sono stati fatti.
Però, poi, il fuoco di fila è diretto.
Secondo Giancarlo Galan, ex governatore veneto e ministro del governo Berlusconi, il blitz a Cortina sa di “trovata propagandistica”, fatta da “un fisco poliziesco”.
Il sistema delle Agenzie delle Entrate, aggiunge Galan lanciando una stoccata all’ex collega Tremonti, “non mi piace, è stato costruito in un modo odioso, eliminando cose che non funzionavano, ma anche ciò che andava bene e creando un qualcosa che non va”.
Chiede che il fisco guardi anche oltre il confine del Po Maurizio Paniz, componente della commissione Giustizia della Camera: “Vedremo se lo stesso avverrà  a Capri, Taormina o in Costa Smeralda perchè il Nordest non deve continuare a sostenere, con l’impegno dei suoi lavoratori, il peso del resto d’Italia”.
Ancora irritato è il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, che minaccia cause per danni di immagine e bolla le informazioni sul blitz dell’Erario come “incomplete, superficiali e costruite solo per creare un caso”.
“Contro l’evasione si sta sviluppando lo stesso odio qualunquistico e giacobino che circola da mesi contro la politica – afferma Francesco Pionati, segretario dell’Alleanza di centro – . Così il Paese si avviterà  sempre più in una spirale senza via d’uscita, con un aumento della violenza”.
Ma anche alla Lega il blitz non è andato giù.
Il governatore del Veneto, Luca Zaia, si dice convinto che tutta la faccenda sia un attacco ai primati turistici del Veneto, mentre l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, invita gli ispettori a rivolgere le proprie attenzioni alle “riviere marine e le città  turistiche nelle quali c’è l’abusivismo degli insediamenti mafiosi”.
Voci critiche si alzano ancora dai commercianti. “Uno show mediatico che non si è visto “nemmeno per la cattura di un boss mafioso”, taglia corto la Confcommercio di Cortina d’Ampezzo.
Dietro il caso Cortina, però, i dati danno ragione all’Agenzia delle Entrate e i controlli proseguiranno: “Al di là  di singole località  ci dobbiamo aspettare ulteriori attività  di questo genere, ma non ci sarà  bisogno di aspettare quest’estate, la stagione invernale è ancora lunga. Ce le dobbiamo aspettare anche in altre località  di turismo tipicamente invernale” spiega Luigi Magistro, direttore dell’accertamento all’Agenzia delle entrate.
Il direttore Befera, invece, ironizza sulle polemiche: “A Cortina – dice – abbiamo fatto andar bene gli affari, in quel giorno. I ristoranti hanno aumentato i loro ricavi del 300% rispetto allo stesso giorno dell’anno precedente. Quindi non abbiamo danneggiato il turismo, tutt’altro: abbiamo favorito gli esercizi commerciali”.
Rispondendo a una domanda su una datata dichiarazione di Silvio Berlusconi (“se uno Stato mi chiede il 50% di quello che guadagno mi sento moralmente autorizzato ad evadere”), Befera aggiunge: “Se si dice che evadere è giusto vuol dire che non siamo in un mondo civile. In ogni caso se i controlli li abbiamo fatti a Cortina non è per un pregiudizio verso qualcuno, ma perchè sapevamo, segnalazioni alla mano, a cosa andavamo incontro”.
“I controlli – conclude Attilio Befera – si faranno ancora” e “gli italiani devono decidere che cosa vogliono. E lo dico a chi, come Beppe Grillo, sull’argomento mi pare in confusione. Perchè a parole tutti sono d’accordo a fare la lotta all’evasione, ma solo quando non li riguarda”.

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ORARI DEI NEGOZI TRA LIBERALIZZAZIONE E RESISTENZA DEI COMMERCIANTI

Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI FAVOREVOLI ALLE NUOVE REGOLE PREVISTE DAL DECRETO SALVAITALIA, MA C’E’ IL NO DI CONFCOMMERCIO E CONFESERCENTI…. E ANCHE MOLTI ENTI LOCALI SONO PRONTI AD OPPORSI CON UN RICORSO ALLA CONSULTA

Liberi di alzare e abbassare le saracinesche a qualsiasi ora, domeniche e festivi inclusi. Da oggi possono farlo i titolari di bar, negozi e ristoranti di tutta Italia: a loro va il potere di scegliere autonomamente come e quando lavorare.
Le associazioni dei consumatori salutano la novità  con entusiasmo. Ma le norme sulla liberalizzazione degli orari – previste dal decreto salva-Italia – hanno scatenato anche un mix di perplessità  e critiche.
A guidare il fronte del no sono i commercianti, mentre gli enti locali si dividono.
La polemica è stata particolarmente forte a Roma, dove il Comune ha diramato persino una circolare al comando di polizia municipale e ai municipi per ricordare l’entrata in vigore della legge.
Ben più cauto e dubbioso il Comune di Milano, che resta in standby.
Attende, infatti, un pronunciamento scritto della Regione Lombardia.
La competenza in materia infatti spetta alle Regioni, che potrebbero fare muro contro la scelta del governo presentando ricorso alla corte costituzionale.
Hanno tre mesi per decidere.
E la Regione Toscana ha già  deciso: lo farà .
“Per gli organi regionali non è prevista la possibilità  di recepire o meno la legge. E’ arrivata senza consultazione o accordo ma è di fatto in vigore su tutto il territorio nazionale”, spiega Luigi Taranto, segretario generale Confcommercio.
“A nostro avviso, si tratta di una forzatura”.
Un deciso “no”, quindi, è quello espresso dall’associazione di categoria.
“Siamo contro la scelta del governo – continua – sia per ragioni di metodo che di merito. Si pigia ancora una volta il pedale dell’acceleratore sul commercio mentre gli altri processi di liberalizzazione, come quello delle professioni o del trasporto ferroviario, restano al palo. Riteniamo che ci siano già  regole vigenti a garanzia dei servizi perfettamente in linea con l’Ue. Inoltre, la scelta di totale deregolamentazione degli orari nei giorni festivi, domenicali e infrasettimanali è davvero insostenibile per le piccole imprese e troppo costosa per le grandi”.
La preoccupazione per una concorrenza a suon di orario di apertura e chiusura, con ricavi che potrebbero rivelarsi modesti, è condivisa dall’altra associazione di categoria:
“Non è questo il modo per far aumentare i consumi – ha detto Giuseppe Dell’Aquila, dell’ufficio legale di Confesercenti.
“Al massimo si indirizzano tutti nel week end. A trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, pagheranno i piccoli esercizi che pian piano saranno costretti a chiudere di fronte all’ennesima difficoltà . I centri storici quindi si spopoleranno e di conseguenza le fasce più deboli della popolazione, come anziani e disabili, saranno daneggiate: per fare i loro acquisti dovranno spostarsi nei grandi centri commerciali”.
E in campo c’è già  un’azione: “Stiamo scrivendo una lettera alle Regioni per spingerle ad un’opposizione decisa”.
Il mondo della politica, invece, si divide.
Sul fronte del sì – oltre al Comune di Roma – c’è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Nello schieramento dei contrari, oltre alla Regione Toscana, anche gli assessori al commercio del Comune di Torino e della Regione Piemonte, che parlano di provvedimento inutile.
Tra i consumatori, invece, tutti d’accordo: “Il nostro è un assoluto “sì” alla legge – ha dichiarato Paolo Martinello, presidente nazionale Altroconsumo – la possibilità  per il cittadino di non avere vincoli d’orario per gli acquisti è un vantaggio enorme. Pensate a chi lavora ed ha poco tempo. E fare la spesa con più calma significa anche avere modo di scegliere e confrontare i prodotti. In questo modo, si favorisce anche l’acquisto di qualità . E, con la maggiore concorrenza che ne deriverà , i prezzi potrebbero diminuire.
Federconsumatori, invece, sebbene porti alta la bandiera della liberalizzazione, suggerisce una regolamentazione locale tra commercianti: una “turnazione intelligente” degli esercizi di un quartiere seguendo lo slogan “Mai tutti aperti, mai tutti chiusi”.
Francesco Avallone, vice presidente di Federconsumatori: “E’ un modo per riqualificare e far rivivere il quartiere, andare incontro alle esigenze dei consumatori ma anche al diritto al riposo dei commercianti oltre che alle difficoltà  che avrebbero nell’integrare personale per garantire più ore di servizio”.
Il rappresentante dei consumatori mette in guardia:”Occorre fare attenzione ad un fenomeno che potrebbe aumentare: quello del lavoro nero. Pur di tenere aperto l’esercizio commerciale e tener testa alla concorrenza si potrebbe arrivare anche a questo”.

Laura Bonasera

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EVASIONE ALLA LUCE DEL SOLE: AUTO DI LUSSO E REDDITI

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

CI SI SCANDALIZZA DEI RISULTATI DEI CONTROLLI A CORTINA, MA CONFRONTANDO I DATI CON LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI IL FENOMENO APPARE FUORI CONTROLLO….AUTO, BARCHE E AEREI DI LUSSO: SOLO UN 30-40% POTREBBERO PERMETTERSELE IN BASE AL REDDITO DICHIARATO

E’ vero, fa effetto vedere la Guardia di Finanza che fa irruzione a Cortina come in un club di spacciatori di droga ma il senso dell’operazione è tutta qui: nell’enorme disparità  fra dichiarazioni dei redditi e auto di lusso circolanti.
Nella fattispecie a Cortina sono state controllate le dichiarazioni dei redditi di gente che girava con Scaglietti, 599, Porsche Panamera Turbo, per un totale di 251 supercar.
Risultato? “Su 133 intestate a persone fisiche – spiegano l’Agenzia delle Entrate del Veneto – 42 appartengono a cittadini che fanno fatica a ‘sbarcare il lunario’, avendo dichiarato 30.000 euro lordi di reddito”.
Certo, si può discutere a lungo sul concetto di “auto di lusso di grande cilindrata” come spiega ufficialmente la Guardia di Finanza ma basta leggere solo le dichiarazioni dei redditi degli italiani per capire che il fenomeno è macroscopico.
Fra i neo proprietari che hanno appena acquistato un’auto oltre i 185 chilowatt, il 31% dichiara meno di 20.000 euro e il 36% tra 20.000 e 50.000 euro.
E parliamo di redditi lordi.
Certo, stabilire il valore di una macchina con la potenza è sbagliato e fuorviante ma, comunque, se si guadagnano meno di 900 euro al mese risulta difficile riuscire a comprare un’auto nuova da 250 cavalli…
Insomma, pur contestando il metodo di rilevazione che punta sui KiloWatt e non sul valore reale del mezzo, ci troviamo innegabilmente davanti a fenomeni macroscopici di evasione.
E il discorso diventa ancora più evidente se prendiamo in considerazione anche barche e aerei privati.
Spulciando le statistiche fiscali, si scopre infatti che oltre il 42% dei possessori di barche sono contribuenti Irpef sotto i 20.000 euro.
Tra i fortunati che navigano con mezzo proprio c’è poi quasi il 26-27% che dichiara al fisco un reddito compreso tra i 20.000 ai 50.000 euro l’anno.
Solo poco più del 30% del popolo dei ‘navigatori’ italiani può dunque definirsi ricco, sotto il profilo fiscale.
Ci sono contribuenti dal reddito modesto anche tra i possessori di aeromobili: quasi il 26% dichiara di vivere con meno di 20.000 euro l’anno.
Un altro 30%, sempre tra coloro che si muovono con l’aereo personale, guadagna, almeno questo è quanto figura nei loro modelli 730 o Unico, dai 30.000 ai 50.000 euro.
Vincenzo Borgomeo

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LA SORPRESA DEI CONTROLLI A CORTINA: I VILLEGGIANTI POVERI CON AUTO DI LUSSO

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

I RISULTATI DELLA MAXI OPERAZIONE CONDOTTA A CAPODANNO: 215 AUTO DI LUSSO INTESTATE A 133 PERSONE FISICHE, 42 DELLE QUALI DICHIARANO 30.000 EURO DI REDDITO LORDO…COME SI SPARGE LA VOCE DEI CONTROLLI, BOOM DI INCASSI IN NEGOZI E RISTORANTI… MA PER IL PDL E’ STATA SOLO UN’OPERAZIONE MEDIATICA CON METODI DA STATO DI POLIZIA

Neve, impianti aperti, luci di un Natale appena finito e, a sopresa, controlli fiscali a tappeto. Così nei giorni di fine anno gli incassi degli esercizi commerciali di Cortina d’Ampezzo – tra alberghi, bar, ristoranti, gioiellerie, boutique, farmacie, e saloni di bellezza -, “sono lievitati rispetto sia al giorno precedente sia allo stesso periodo del 2010”.
A comunicarlo è l’Agenzia delle entrate del Veneto, diffondendo i primi risultati dell’operazione di prevenzione dell’evasione condotta nel primo giorno dell’anno.
“I ristoranti – sottolinea l’Agenzia – hanno registrato incrementi negli incassi fino al 300% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno, i commercianti di beni di lusso fino al 400% rispetto allo stesso giorno dell’anno prima, i bar fino al 40% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+104% rispetto al giorno prima)”.
Ma i dati più eclatanti arrivano dai controlli incrociati a partire dalle auto di lusso, un sistema che il governo Monti ha annunciato di voler potenziare.
A Cortina sono state controllate le dichiarazioni dei redditi dei 133 proprietari di 251 auto di lusso di grossa cilindrata: 42 di queste sono risultate di proprietà  di “cittadini che fanno fatica a ‘sbarcare il lunario'”, avendo dichiarato 30mila euro lordi di reddito sia nel 2009 sia nel 2010; altre 16 auto sono risultate intestate a contribuenti che negli ultimi due anni fiscali dichiarato meno di 50 mila euro lordi.
Le restanti 118 supercar “analizzate” erano intestate a società : in 19 casi, società  che negli ultimi due hanno dichiarato bilanci in perdita; in 37 casi società  che hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi.
L’operazione, messa in campo nella celebre località  del Cadore lo scorso 30 dicembre, ha impegnato 80 agenti che hanno effettuato controlli in soli 35 esercizi commerciali (su un totale di quasi mille) ed ha portato, dice l’Agenzia veneta delle entrate, “risultati e informazioni utili per il recupero dell’evasione”.
Non sono mancati singoli episodi particolari, dichiara l’Agenzia, come quello di un commerciante che “deteneva beni di lusso in conto vendita per più di 1,6 milioni di euro, senza alcun documento fiscale”.
Il blitz ha suscitato violente polemiche, non solo da parte degli operatori turistici cortinesi. Operazione “mediatica, chiaramente ispirata a una concezione ideologica del controllo fiscale”, l’ha definita il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto.
Sbagliato il metodo scelto anche per Daniela Santanchè, habituè della località  sciistica.
“Sono assolutamente contraria – dice l’ex sottosegretario – a questi metodi da polizia fiscale e trovo sbagliato colpire la ricchezza”.
Sulla stessa linea Maria Stella Gelmini: per l’ex ministro dell’Istruzione, l’operazione delle Fiamme Gialle fa passare “l’idea che la ricchezza sia male”.
L’Agenzia veneta, invece, sottolinea che rientrava nella “normale attività  di presidio del territorio di competenza dell’Agenzia delle entrate, svolta non solo in Veneto, ma su tutto il territorio nazionale “.
Oltretutto, malgrado il numero degli agenti impiegati, “l’esperienza e la professionalità  dei funzionari dell’Agenzia è tale per cui il controllo è stato effettuato con il minimo intralcio allo svolgimento dell’attività  commerciale, evidenziato anche dagli episodi nei quali i funzionari sono stati addirittura scambiati per commessi dalla clientela”.
“I controlli e la lotta all’evasione sono sacrosanti – ribatte il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi -, ma pensiamo ci voglia più rispetto per la gente che lavora e che dà  lavoro. Non comprendiamo perchè ci volessero 80 ispettori sul posto per scoprire che 133 auto di grossa cilindrata intestate a persone fisiche appartenevano a persone che dichiarano pochissimo. Sarebbe bastato un semplice controllo incrociato dei dati già  in possesso dell’Agenzia, fatto direttamente dall’ufficio, senza mettere in scena uno spettacolo hollywoodiano che ha dato la sensazione di vivere in un vero e proprio stato di polizia”.
Il regista Carlo Vanzina, romano con antiche frequentazioni cortinesi, fa un altro ragionamento: “Vedo tanta gente nuova, macchinoni, ristoranti di lusso pieni di gente che magari paga in contanti. Personaggi, diciamo, ‘sospetti’; ben vengano i controlli. Io pago le tasse e se si colpisce l’evasione non posso che essere contento”.
Un grande evasore, aggiunge, sarà  il protagonista del suo prossimo film.
Infine, in questo bailamme di finti poveri e veri ricchi, il parroco don Davide Fiocco prova a riportare Cortina lontano dagli estremi: “C’è un paese di montagna che fa i conti come tutti con le ristrettezze economiche e nel quale – dice il sacerdote – ogni tanto arrivano i vip”.

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LO STENOGRAFO DEL SENATO GUADAGNA COME IL RE DI SPAGNA: BUSTA PAGA DA 290.000 EURO

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

A FINE CARRIERA STIPENDI QUADRUPLICATI.. AI COMMESSI FINO A 160.000 EURO DI STIPENDIO

Può un senatore guadagnare la metà  del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così.
Il gioco è sempre quello: citare solo l’«indennità ».
Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.
Sono settimane che va avanti il tormentone.
Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese.
Di là  l’insistenza sulla sola «indennità ».
E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito.
Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»?
Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?
Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori.
Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema.
Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società  miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.
Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato.
Dove le professionalità  di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo.
Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».
Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto».
Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna?
Sembra impossibile, ma è così.
Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro.
Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà  a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.
Per carità , non «ruba» niente.
Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto.
Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga.
E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.
Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila.
E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità .
Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato.
Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama.
Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l’Espresso, 485 mila euro l’anno.
Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica.
Va da sè che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l’anno.
È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari.
Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni.
Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età  assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità  contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione.
Se poi decide di tirare avanti fino all’età  di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.
Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori.
A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60 º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà  raggiungere quei livelli mai.
E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età  pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti.
Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla.
A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà  applicare il sistema del contributivo «pro rata».
Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà  superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina.
Il confronto non si annuncia facile.
Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.
E tutto si arenò nei veti sindacali.
Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti.
Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio.
Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro.
Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni.
Da allora, finchè non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà  per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.
Per 15 mensilità  l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità  dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando.
Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila.
Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici.
Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.
Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps.
I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro.
Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons.
E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro.
Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro.
Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora.
Perchè nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari».
Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro.
Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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