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MUTUO SENZA SOCCORSO: LE BANCHE HANNO CHIUSO LA SARACINESCA

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

ORMAI LA CASA E’ UN SOGNO ANCHE PER I GIOVANI CON UN LAVORO

La responsabile Mutui della filiale Cariparma si alza in piedi.
Si allunga verso l’altro lato della scrivania, prende le mani di quella giovane che le sta davanti: “Mi dispiace, cara”.
Le ha appena detto che il prestito per comprare casa se lo può scordare.
Lei era entrata lì dentro solo per farsi un’idea sull’ammontare dell’anticipo. D’altronde, che altri intoppi ci potevano essere? È una ragazza fortunata: ha 31 anni, un contratto a tempo indeterminato, guadagna 1800 euro al mese.
E con il nuovo anno ha deciso: si compra una casa. Certo, vive a Roma, dove ogni metro quadrato si paga oro.
Ma anche gli affitti sono esorbitanti: basta buttare via soldi, pensiamo al futuro. Se non ora quando? Mai, a quanto pare.
La dipendente di Cariparma capisce che può sbrigarsela in pochi minuti: quella che ha di fronte è una che non ha capito in che mondo siamo finiti. “Non è più come fino a due anni fa. Io lo dico a tutti che è difficile: le banche i mutui non li danno più”. Insistere? “Dunque: noi finanziamo fino al 60 per cento del valore dell’immobile. La rata non può superare il 30 per cento dello stipendio. Lei quanto guadagna? Di quanto ha bisogno? Ecco, non ci siamo proprio”.
Non le è servita nemmeno la calcolatrice.
“Non solo non è il momento, non so se ha letto i giornali — insiste nervoso il volto di Cariparma —. Ma poi se parte con una richiesta così, deve averne già  quasi la metà ”. La nostra 31enne, ovvio, non ha un euro di risparmi.
E le sue non sono richieste esorbitanti, considerato il contesto di Roma.
Con 150 mila nella Capitale si possono portare a casa al massimo 35 metri quadri a Torpignattara: un bilocale a Centocelle (terzo piano senza ascensore) tocca già  i 180 mila.
Cinquantotto metri quadri a Trigoria (altezza Grande Raccordo Anulare) sfiorano i 220 mila euro.
Se vuoi avvicinarti un po’ alla città , a Garbatella ti servono 250 mila euro per un monolocale di 40 metri quadri.
E arrivi a 300 mila se osi chiedere 75 metri quadri (da ristrutturare) a Cinecittà  o 60 metri quadri al Pigneto con vista tangenziale.
Eppure in banca se aspiri a non vivere come un criceto in gabbia chiedi “troppo”. “Settanta metri? O ti trovi qualcosa di più piccoletto…”.
O devi avere almeno la metà , lo ha già  spiegato. “Ti sarai fatta un giro nelle altre banche, no? Te l’avranno detto, no?”.
Alla filiale di Banca Intesa ha parlato con una signora che l’ha guardata per tutto il tempo come fosse sua madre.
Brava, una giovane che si dà  da fare, eccoli qua i nostri ragazzi, altro che bamboccioni.
Ma l’entusiasmo è durato poco. 200 mila euro? “In 40 anni, tasso fisso del 6,40, anticipo zero… Rata da 1156 euro al mese, non è fattibile”.
Variabile? “Tanto la fattibilità  si calcola sul tasso del fisso…”
Alternative? “Un co-intestatario o una fidejussione: con mio figlio sono intervenuta io — ammette la bancaria — altrimenti non l’avrebbe mai preso”.
Bisogna rassegnarsi: se uno stipendio da 1800 euro non basta nemmeno nella banca che concede mutui al 100 per cento, figuriamoci nelle altre, dove serve un 20 per cento di anticipo.
Mamma e papà , aiutatela.
“Un genitore, una zia, una sorella?”, chiedono all’Unicredit. Anche qui la donna allo sportello sciorina l’albero genealogico. “Anche se lei ha un reddito alto dovrebbe co-intestare o trovarsi un garante”.
La nostra 31enne pensa di avere l’età  per ballare da sola: “Lo capisco, ma allora deve avere una cifra iniziale più alta: noi finanziamo l’80 per cento, con il suo reddito possiamo concederle al massimo una rata da 585 euro… quindi siamo sotto i 100 mila euro di prestito: lo so, non ci compra niente”.
Che pessimisti.
Le agenzie immobiliari dicono che con quella cifra la nostra dipendente a tempo indeterminato può intestarsi una “piccola costruzione 20 mq con pergolato” messa in piedi in una terrazza del Labaro, oppure un “seminterrato di 27 mq in via Gradoli”, frequentatissima dai clienti dei transessuali romani.
Allo sportello del Monte dei Paschi di Siena il preventivo non lo provano nemmeno a fare: “Per carità , una richiesta formale si può presentare sempre, non voglio scoraggiarla. Sto solo cercando di essere realista”.
E il realismo dice che “siamo in una fase in cui la banca ha difficoltà  a erogare il credito”.
In compenso, non mancano i consigli. A lunga (“Sia ottimista per il futuro”) e a breve scadenza (“Cominci a mettere da parte una quota di reddito in vista di un momento migliore”).
Ma nel frattempo l’affitto con che “quota di reddito” lo paga?
Alla Deutsche Bank le condizioni sono più o meno le solite: finanziamento massimo dell’80 per cento, rapporto tra rata e stipendio che non può superare il 30 per cento. “Già  al 30,1 ce lo bocciano” spiega la consulente per far capire come ragionano i tedeschi.
Attenzione: il reddito lo calcolano sull’ultimo anno.
Se il contratto te l’hanno appena fatto, non vale nemmeno la pena di mettere piede in filiale. Lei comunque parte fiduciosa: “Proviamo con 240 mila euro”.
Il terminale quasi esplode: con un mutuo di 25 anni, la rata inciderebbe sul 73 per cento del suo stipendio.
Si ridimensiona all’istante: “Proviamo con 120 mila”, la metà .
Niente da fare: “711 euro al mese, non ci siamo. Il punto è che non vogliamo affamare il cliente”.
“Proviamo a spalmarli su 30 anni”. Macchè.
Quei 120 mila che dovrebbe restituire da qui al suo sessantunesimo compleanno sono ancora troppo pesanti per la sua busta paga.
“Niente, dobbiamo scendere ancora: dunque, 100 mila, per 30 anni…ok, ci siamo! 541 euro, è lo 0,28”.
E la casa? Con quella cifra le rimane solo il seminterrato di via Gradoli… “È il massimo a cui posso aspirare?”.
“Eh già . Oddio, c’è sempre l’ipotesi di vincere al Superenalotto”.

Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“NIENTE PRESTITI DALLE BANCHE? COLPA DELLE REGOLE DELL’EUROPA”

Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile

PER L’ECONOMISTA BENETAZZO L’UNICA SOLUZIONE È NAZIONALIZZARE GLI ISTITUTI DI CREDITO… “ERAVAMO POVERI, SIAMO DIVENTATI RICCHI. ORA TORNEREMO DI NUOVO POVERI”

L’età  del consumo e credito facile è finita.
Il nostro declino è già  iniziato, e se lo scenario attuale permane così è anche irreversibile.
Le banche stringono i cordoni perchè i vincoli di Basilea sono ineludibili. O le nazionalizziamo, oppure quello che sta accadendo è inevitabile: la Bce presta il denaro a loro, e loro non lo prestano a noi”.
Aveva scritto un libro, più di due anni fa — L’Europa s’è rotta — in cui pronosticava l’assalto speculativo all’Italia e la crisi dell’Euro.
Ne ha scritto un altro, l’estate scorsa, Era il mio paese, in cui lanciava l’allarme sulla deindustrializzazione e l’impoverimento dell’Italia.
Da anni — sul blog di Beppe Grillo — Eugenio Benetazzo tuona contro la moneta unica, lo strapotere delle banche, le scelte economiche che hanno messo in ginocchio le economie nazionali.
E oggi è ancora più pessimista: “Gli anni che abbiamo vissuto, quelli del credito facile, delle imprese che investono, della grande industria italiana sono finiti”.
Benetazzo, cosa la portava a prevedere la crisi dell’Europa a partire dalla Grecia, nell’estate prima della sua esplosione?
L’euro è una moneta troppo forte per i paesi dell’europa mediterranea. Solo cinque anni fa dirlo era una bestemmia, tre anni fa era ancora una eresia, ora anche gli economisti ufficiali ammettono che il ragionamento è sensato.
Perchè?
Paesi come il nostro hanno campato sulla svalutazione competitiva. L’euro ha cancellato questa possibilità . Non ci voleva la palla di vetro per capire che la Grecia, il paese più debole, sarebbe stata attaccata per prima. E che l’Italia sarebbe diventata un obiettivo successivo malgrado i suoi fondamentali sani.
La Bce poteva evitare quello che è successo?
L’unica preoccupazione della politica di Trichet è stata di contenere l’inflazione. Ma già  nel 2010 l’euro era una moneta non fallita, ma fallimentare sul piano sostanziale.
Cioè?
I tassi da pagare per rifinanziarsi viaggiavano, per noi, intorno al 3%. Dopodichè, in un momento ben determinato, siamo entrati in una spirale autodistruttiva.
In che senso un momento ben determinato?
L’assedio della finanza all’Italia inizia nell’estate del 2011 pochi giorni dopo il risultato dei referendum in cui la maggioranza degli italiani si pronunciavano contro il nucleare e a favore della proprietà  pubblica dell’acqua.
I mercati hanno voluto punire l’Italia? Mi pare esagerato.
Eravamo un’anomalia, e, senza evocare nessun complotto, in questo momento in Europa non sono tollerate anomalie. Se rilegge Era il mio paese troverà  un’altra previsione: Berlusconi, che non aveva più il consenso per sostenere questo livello di riforme mercatiste sarebbe stato liquidato e sostituito con qualcuno più idoneo ad adeguarsi ai parametri monetari. Non potevo prevedere che sarebbe stato Monti, ma tutto il resto era scritto.
Non ci sono prove di questo complotto…
Non è un complotto, ma un intento dichiarato: uno dei punti principale della lettera della Bce menziona anche la privatizzazione dei servizi pubblici.
Parliamo delle banche, e del ruolo che svolgono…
In questo momento hanno le mani legate. Stanno strangolando il credito, ma è inevitabile, dati i vincoli a cui sono sottoposte.
Spieghiamolo.
Le banche stanno vivendo un momento di grande difficoltà  a fronte dei processi di deterioramento della qualità  del credito. Il termometro di questa sofferenza è rappresentato dall’andamento delle quotazioni di borsa: nel 2008 le azioni del Monte dei Paschi valevano 3.5 euro l’una. Ora meno di 30 centesimi. Unicredit era a 6 euro, oggi è a meno di 70 centesimi…
Ma perchè allora le banche non prestano ?
È un processo matematico. Dati i vincoli imposti dalla Bce, devono rispettare e mantenere un determinato coefficente di solidità  patrimoniale dato tra il capitale di rischio proprio e il totale de prestiti erogati. Per aumentare questo rapporto o aumentano il numeratore ovvero cercano nuovo capitale di rischio dal mercato attraverso nuovi aumenti di capitale oppure diminuiscono il denominatore, ridimensionando, revocando e contraendo fidi, prestiti, in una parola credito.
Non c’è soluzione, quindi?
Finchè siamo in Europa e ci dobbiamo riscontrare con la Bce . La gente si metterebbe le mani nei capelli se sapesse come sono calcolati i quozienti di solvibilità  patrimoniale. Se vogliamo che cambino ci sarebbe solo da nazionalizzare. Invece di avere delle banche al servizio dell’economia, abbiamo l’economia al servizio delle banche.
Malgrado le critiche, anche lei pensa che non si possa rischiare il collasso del sistema bancario.
Le banche sono il cuore dell’organismo. Se smette di battere tutto crolla.
Quali sono stati gli errori?
I Tremonti bond sono stati una grande occasione persa: lo Stato ha messo a disposizione delle banche denaro senza pretendere nessuna garanzia sulla governance. Il meccanismo ora è impazzito e gli istituti pensano unicamente alla propria autotutela.
E l’Italia?
Quando un Paese come la Grecia raccoglie denaro all’8% è già  tecnicamente fallito. Noi ci siamo andati vicini. Ci salva la stratosferica ricchezza privata, immobiliare e finanziaria.
Però?
Però bisogna iniziare a convivere con l’idea che in questi due anni di crisi siamo entrati in un processo di deindustrializzazione, di crisi finanziaria e di sudamericanizzazione sociale.
Cosa prevede?
Eravamo poveri. Siamo stati ricchi. Torneremo poveri.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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OPERAZIONE 9.000 EURO: COME I PARLAMENTARI SI ADEGUERANNO ALL’EUROPA

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

MONTECITORIO E PALAZZO MADAMA PAGHERANNO DIRETTAMENTE I PORTABORSE E COSI’ SCENDERA’ A 9.000 EURO LA RETRIBUZIONE COMPLESSIVA NETTA

Operazione novemila euro.
I presidenti di Camera e Senato non oseranno mai chiamarla così, ma la manovra che tenteranno di condurre in porto nelle prossime tre settimane è proprio quella di ridurre la retribuzione complessiva netta di deputati (oggi circa 12.500 tra reddito, diaria e rimborso portaborse) e senatori (circa 13.000) fino a quella soglia.
Il taglio secco dovrebbe variare tra i 3.690 euro di Montecitorio e i 4.100 di Palazzo Madama.
Ma non un colpo di forbici sul reddito in senso stretto, perchè quello non sarà  toccato: Schifani e Fini su questo punto concordano.
La tassazione italiana riduce già  il reddito netto dei parlamentari, appunto, a 5 mila euro circa alla Camera e 5.500 al Senato, come spiegava ieri la nota della presidenza di Montecitorio in risposta alla relazione Giovannini.
Piuttosto, si inciderà  sul budget da 4.100 del Senato e di 3.690 della Camera per il portaborse. L’obiettivo è sottrarlo alla disponibilità  di deputati e senatori perchè sia l’amministrazione a pagare il collaboratore.
Non sarà  un’operazione facile.
La rivolta di ieri mette già  in guardia da facili ottimismi.
Il presidente del Senato Schifani ha già  fatto sapere che «sarà  fatto tutto quel che è necessario, ma con cautela, responsabilità  e coinvolgendo tutti i senatori: nella più assoluta democrazia».
E i veti non mancheranno.
Fini, come Schifani, trascorre gli ultimi giorni di vacanza lontano dall’Italia.
Di fronte all’ondata delle polemiche legata alla relazione Giovannini, resta fermo nell’intenzione di intervenire e in fretta entro il 31 gennaio, come promesso.
Ma – confidava a chi lo ha sentito – per eliminare le «anomalie» italiane, quella del budget discrezionale sul portaborse in primis, «senza cedere all’antipolitica e a chi ritiene la democrazia un costo».
Uffici di presidenza già  al lavoro la prossima settimana.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)

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“LE NUOVE TASSE? SONO L’EREDITA’ DI BERLUSCONI”: UN ANNO DI MANOVRE CI COSTA 80 MILIARDI

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

IL DATO E’ CERTIFICATO DA UNA RICERCA DEL CENTRO STUDI EUTEKNE: SE L’AUMENTO DELLE IMPOSTE DA PARTE DI MONTI SI FARA’ SENTIRE NEL 2012, QUELLO DEL CAVALIERE GRAVERA’ SUL 2013… IL 72,43% DELLA CRESCITA DELLA PRESSIONE FISCALE 2013 E’ DETERMINATA DALLE SCELTE DEL VECCHIO ESECUTIVO, SOLO IL 27,57 DAL NUOVO

Il dato emerge dall’ultimo report del Centro Studi Eutekne.
E se l’aumento delle imposte da parte di Monti avrà  effetto nel 2012, quello del Cavaliere si farà  sentire dal 2013.
Alla scadenza della legislatura.
L’ultima polemica, in ordine di tempo, l’aveva lanciata un paio di settimane or sono l’ex ministro Giulio Tremonti con un intervento, inutile negarlo, capace di lasciare il segno.
L’Italia, aveva spiegato alla vigilia della pausa natalizia, avrà  bisogno di una nuova manovra di correzione dei conti da approvare entro aprile per completare il percorso di risanamento contabile in linea con le esigenze imposte dall’Ue. Un’ipotesi nettamente smentita da Corrado Passera cui ha fatto eco, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno anche il premier Mario Monti ma che pure, è noto, continua ad aggirarsi come uno spettro nelle stanze del Palazzo. Le indiscrezioni non mancano e suggerirebbero una cifra di circa 40 miliardi.
Un nuovo maxi intervento da scongiurare a tutti i costi.
Nel frattempo è però possibile valutare con precisione il valore complessivo delle manovre che si sono succedute nel 2011 e, soprattutto, il loro effetto sugli anni seguenti.
Il risultato è una cifra a dir poco esorbitante: 81 miliardi di euro, un dato senza precedenti.
A rendere noto il calcolo è stato oggi il Centro studi Eutekne che, analizzando i documenti economico-finanziari pubblicati nel corso dell’anno ha individuato in 48,3 i miliardi di euro di rientro programmati per il 2012.
La cifra totale del triennio è però destinata a salire a 75,6 miliardi nel 2013 e ad 81,2 dal 2014.
Analizzando i programmi delle manovre — nota ancora Eutekne — si scopre che quasi 3/4 dell’ammontare totale della correzione dei conti (oltre il 73%) è stato approvato dal Governo Berlusconi, il resto dal Governo Monti.
Ancora più interessante l’analisi degli strumenti di rientro, divisi, non proprio equamente, tra tagli alla spesa (il 37,32% della manovra, circa 30,3 miliardi di euro) e aumento delle entrate (il 62,68% ovvero 50,9 miliardi).
L’aspetto più rilevante è dato però dalle priorità  delle strategia: quasi l’80% della manovra in atto per il 2012 sarà  costituita da incrementi nelle entrate il che, di fronte a un programma di dismissione del patrimonio pubblico quasi assente, equivarrà  in sostanza a un aumento della tassazione.
Secondo i calcoli di Eutekne, nel 2012 la pressione fiscale si attesterà  al 45,1% contro il 42,7 previsto in estate, per poi salire al 45,7 nel 2013 (previsione iniziale del 42,6%) e calare, finalmente, solo nel 2014 a 45,5% (contro il 42,4 precedentemente ipotizzato).
E qui viene la parte più interessante.
Nel 2012, spiega Eutekne, gli aumenti della pressione fiscale sono attribuibili per il 55,51% alle scelte varate dal Governo Berlusconi e per il 44,49% a quelle del Governo Monti.
Ma per gli anni successivi la tendenza cambia radicalmente: il 72,43% della crescita della pressione fiscale 2013 è determinata dalle scelte del vecchio esecutivo contro il 27,57 del nuovo.
Il divario aumenta nel 2014: 76,69% per Berlusconi, 23,31% per Monti.
In pratica è come se il precedente Governo avesse scelto di caricare i maggiori aumenti della tassazione a partire dal 2013 (cioè dopo alla scadenza naturale del mandato), cosa che, spiega al telefono il direttore di Eutekne.info Enrico Zanetti, “ha influito sulla percezione della gente determinando l’impressione di una maggiore durezza dell’ultimo decreto Salva Italia”.
Ma come detto la realtà  è diversa.
“Il precedente Governo — ha scritto lo stesso Zanetti nel suo editoriale odierno — ha le sue brave ragioni quando rivendica di essere stato esso a varare la parte nettamente preponderante della manovra lacrime e sangue finalizzata a mettere in sicurezza i conti pubblici italiani. Non ne ha invece alcuna quando rivendica di averlo fatto prevalentemente con tagli di spesa, a differenza del Governo attuale, perchè è vero, invece, che la parte preponderante dell’aumento della pressione fiscale, che i cittadini italiani sentiranno sulla loro pelle a partire da questo 2012, è frutto proprio delle scelte di quel Governo, confermate e ulteriormente amplificate da quello attuale”.
Nel piano di Monti, l’inizio del 2012 contempla l’avvio del programma di rilancio della crescita economica, il vero e proprio tallone d’Achille del sistema italiano. Sul tavolo, è noto, la liberalizzazione del mercato del lavoro e di alcuni settori specifici (con prevedibili battaglie campali contro tassisti e farmacisti), tutti elementi che concorreranno a formare il “pacchetto crescita” che, salvo ritardi, dovrebbe essere presentato il prossimo 23 gennaio a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo.
Per il momento si è discusso di molti aspetti, dall’articolo 18 agli ammortizzatori sociali fino alle norme pro concorrenza, ma i punti fermi sono davvero pochi e l’impressione è che tutto sarà  condizionato dall’esito di una mediazione particolarmente insistita con i sindacati e imprese (e chissà  che il Governo non si dichiari disposto a ridiscutere la contestata riforma delle pensioni).
L’aspetto più significativo, per ora, è affidato alle stime più recenti di Confindustria: nel corso del 2012, hanno spiegato nelle scorse settimane gli industriali, il Pil italiano si contrarrà  dell’1,6% mentre la disoccupazione salirà  al 9% colpendo in modo particolare i giovani lavoratori, che si ritroveranno senza lavoro nel 25% dei casi.
Non bisogna dimenticare, inoltre, come la riduzione delle entrate a causa della recessione (23 miliardi) varrà  quasi tre volte tanto l’aumento del costo dell’indebitamento da parte dello Stato (circa 8 miliardi).
“Tutto quindi dipende dalle prospettive di crescita” spiega ancora al telefono Enrico Zanetti.
“Se l’effetto della manovra sarà  ulteriormente recessivo un ulteriore ritocco dei conti sarà  inevitabilmente necessario”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PENSIONATI ALIAS CARNE DA SPORTELLO

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

SCHIAVIZZATI DAL CONTO CORRENTE, ADDIO BANCONOTE STRETTE IN TASCA

Tanti anni fa nei piccoli paesi chi non andava a Messa la domenica e non praticava i Sacramenti era messo al bando.
Per la nostra società  è intollerabile l’idea che qualcuno possa sopravvivere senza mettere piede in una banca: che sia questa la nuova religione?
Ad ogni angolo di strada chiudono negozi e aprono filiali di banche, noi pensionati sopra i mille euro siamo la carne da sportello per riempirle e giustificare l’investimento.
Che male facciamo noi fedeli al rito della fila all’ufficio postale e al fruscio delle banconote contate una per una e ricontate per sicurezza?
Nella fila ritrovavi le stesse facce, con un minimo di ricambio: qualcuno aveva preso il pullman per l’Ultima Gita, sostituito dalle new entry (sempre di meno, per la verità ).
Tornavi a casa, impugnando strette in tasca le banconote, le dividevi in tanti cassetti, un tanto per l’affitto, un tanto per la spesa al mercato, un tanto per le bollette, e così via, fino agli imprevisti.
Senza contare gli spiccioli che si perdevano nelle tasche e servivano per il Gratta e Vinci.
Mio figlio, tornato dall’ America, mi ha spiegato che là  ti guardano con sospetto se paghi in contanti; pazienza, vuol dire che rinuncerò a far la spesa nella Quinta Avenue.
Lo facciamo per il vostro bene, si sono affannati a spiegarci; così non correte più il rischio di essere rapinati nel tragitto dall’ufficio postale a casa.
Ma li leggete i giornali? L’ultima rapina al pensionato che usciva dalla posta è stata vent’anni fa. Saranno delinquenti ma non sono scemi, adesso fanno saltare lo sportello del Bancomat, perciò caso mai è lì che corriamo qualche rischio.
Oppure mettono una micro telecamera per filmarti mentre batti il codice.
Le sirene delle banche insistono: cosa sarà  mai aprire un conto?
Avrai il tuo libretto di assegni, la tessera del Bancomat, a Natale ti diamo il calendario…
Non è che vischio per attirarci nella trappola, un passo dopo l’altro.
I banchieri sono delle sirene, come per i cellulari: hai vinto, puoi mandare gratis 1000 sms nelle prossime 24 ore, così per farcela in tempo devo imbottirmi di caffè.
La banca ti premia: tanti punti per ogni operazione.
Con soli 1000 punti vinci un week end per due persone in una beauty farm; bene, quanti punti ho accumulato finora? 54, ma a fine anno scadono e devi ricominciare da capo.
Ma se noleggi una limousine ti regaliamo 500 punti. Il passo successivo sarà  quello di convincerti a passare allo sportello on line.
Ti daranno un codice di adesione di otto numeri, dovrai crearti un Pin (sarà  almeno il decimo da mandare a memoria!); ma non basta, avrai una chiavetta con otto numeri che cambiano ogni 60 secondi e sempre mentre li stai battendo, così dovrai ricominciare da capo e al terzo tentativo fallito, entrerai nella lista dei trenta delinquenti più pericolosi.
Dimenticavo: il direttore della filiale ci scriverà  una lettera affettuosa e commovente, dicendo di essere a nostra completa disposizione per consigliarci al meglio per i nostri investimenti.
Buono a sapersi, ci sono dei mesi in cui riusciamo a mettere via anche 18 euro, potremmo partire di lì, purchè il piano di investimenti sia spalmato su diversi prodotti, in modo da proteggerci contro il rischio di default…

Bruno Gambarotta
(da “La Stampa”)

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RIFORME DEL LAVORO: TRA LE IPOTESI SPUNTA IL CONTRATTO PREVALENTE

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

MONTI FISSA INCONTRI CON LE PARTI SOCIALI IN TEMPI STRETTI… IL GOVERNO STAREBBE PENSANDO ALL’INTRODUZIONE DI UNA NUOVA FORMA CONTRATTUALE CHE ELIMINEREBBE LE 40 GIA’ ESISTENTI…SI SALVEREBBERO SOLO L’APPRENDISTATO E IL CONTROLLO STAGIONALE

Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro: sono questi i due provvedimenti primari che il governo Monti cercherà  di raggiungere all’inizio del 2012.
Obiettivo? Rilanciare l’economia italiana e rispondere così alle richieste pressanti dell’Europa.
Per raggiungere quanto prefissato, il premier — che ha già  in agenda due consigli dei ministri ad hoc — è già  a lavoro, come dimostrano le telefonate di ieri con i sindacati, a cui seguiranno nuovi ‘contatti’ dal nove gennaio in poi.
A quanto pare, si tratterà  di una serie di incontri bilaterali che gestirà  in prima persona il ministro per il Lavoro, Elsa Fornero, il che significa solo una cosa: non ci sarà  alcun tavolo comune o di “concertazione”.
Dalle riunioni con le sigle sindacali, del resto, dovrebbero giungere soltanto indicazioni e suggerimenti, poi spetterà  all’esecutivo la valutazione nel merito e l’eventuale presentazione alle Camere.
Le parti sociali, però, non condividono questa strategia, rilanciando la richiesta di condivisione delle scelte.
“Troverei curioso che la discussione sia fatta senza chi deve applicare quelle regole” ha detto il segretario della Uil, Luigi Angeletti, secondo cui “bisogna cambiare le norme sul mercato del lavoro coinvolgendo anche le imprese”.
Più articolata la posizione del leader della Cisl Raffaele Bonanni. “Noi non ci prestiamo a questo clima surreale dove tutti gridano che bisogna fare qualcosa per andare avanti ma nessuno vuole rendere trasparente davvero il da farsi” ha detto Bonanni, secondo cui “senza concertazione il Paese andrebbe allo sbando. Monti deve fare un salto di qualità . Andare avanti così, senza discutere con la politica, senza consultare i sindacati, mettendo la fiducia susciterebbe un clima torbido”.
Esposta la tesi, Bonanni è passato alle richieste e in tal senso la proposta non cambia: servirebbe un patto tra il governo con imprese e sindacati.
Quanto al nodo dell’articolo 18, invece, il segretario generale della Cisl non entra nel merito, ribadisce la posizione “di chi non ha mai posto veti e non accetta veti da parte di nessuno” e si dice disponibile a “una discussione a tutto tondo senza soluzioni preconfezionate”.
Nel frattempo, trapelano le prime indiscrezioni sui ‘piani’ del governo, che in vista degli incontri con i sindacati starebbe lavorando all’ipotesi di un contratto ”prevalente”, con un lungo periodo di prova (fino a tre anni) a sostituire le oltre 40 forme contrattuali esistenti (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale).
Se tale ipotesi dovesse divenire realtà , verrebbe rispedita al mittente la ‘proposta Ichino’, che prevede per i nuovi assunti la possibilità  di licenziamento per motivi economici.
Cosa ben diversa, quindi, dal diritto al reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo previsto dall’articolo 18.
La posizione dei sindacati, invece, è sempre la stessa: unificazione dei contributi previdenziali per tutte le categorie (ora i lavoratori dipendenti pagano il 33 per cento, i collaboratori al 27,72 per cento, commercianti e artigiani arriveranno al 24 per cento nel 2018).
Forme contrattuali a parte, il pezzo grosso sul tavolo della riforma è un altro: trattasi degli ammortizzatori sociali, tema che ha fatto deragliare gli ultimi Governi a causa della mancanza di fondi.
Quasi impossibile, del resto, rendere più elastico il mercato del lavoro senza pensare a indennità  di disoccupazione più sostanziose e ‘allargate’ a tutte le categorie. Il “confronto col governo Monti non va sprecato”, avverte la Cgil, che non vuole essere succube dei tempi stretti imposti da Monti; per il sindacato del segretario Camusso, inoltre, “occorre definire le priorità ” a partire da fisco, crescita, lavoro, produttività , pensioni e rappresentanza.
I sindacati comunque avvertono che nella riforma del mercato del lavoro vanno coinvolte anche le imprese.
Le prossime mosse del governo Monti, inoltre, mettono in difficoltà  anche i partiti. Al Pdl diviso al suo interno (e a rischio fughe di parlamentari verso il centro) fa eco il Pd, costretto a fare i conti con i problemi legati alla riforma del lavoro: se una parte dei democratici vuole appoggiare le misure di Monti, allo stesso tempo ce n’è un’altra che teme di essere scavalcata a sinistra dai sindacati.
‘Rilassata’, invece, la situazione interna all’Udc, sempre più in completa sintonia con la linea di Monti, il quale oggi ha scambiato gli auguri di buon anno con i leader.
In tale occasione, il premier avrebbe annunciato di voler “allargare la platea delle categorie interessate” dalle liberalizzazioni, senza nessuna intenzione di “forzare la mano” su un argomento così delicato.
I partiti, dal canto loro, attendono dal governo le prime indicazioni, per poter valutare eventuali controproposte.
In tal senso, non mancano le indiscrezioni.
Il Pdl, ad esempio, punterebbe a una riforma mirata alla crescita e alla valorizzazione della contrattazione aziendale, magari anche attraverso la modifica dell’articolo 18, sulla scia della proposta di legge di Pietro Ichino.
A dicembre, del resto, è stata annunciata una proposta elaborata dall’ex ministro Maurizio Sacconi per un provvedimento che punti anche alla crescita e alla ripresa degli investimenti in Italia da parte di gruppi stranieri.
Diversa la posizione del Partito Democratico, che su un punto in particolare non intende cedere: la riforma dovrà  avere come bilanciamento la tutela di chi è più debole in questa fase.
Per quanto riguarda le pensioni, per il Pd c’è una grande necessità  di riformare gli ammortizzatori sociali, specie con il passaggio al contributivo per tutti.
Un no secco a toccare l’articolo 18, invece, è arrivato dal segretario Pier Luigi Bersani. Nessun preconcetto a cambiare l’articolo 18, invece, dal Terzo Polo, il cui obbiettivo è quello di abbattere il precariato “con interventi incisivi anche se graduali”.
A parte la cautela di facciata (e di strategia), è tuttavia innegabile che per l’esecutivo le barricate alla libera concorrenza rappresentano i bastian contrari del rilancio economico. Da questo dato di fatto, si spiegherebbe anche la fretta di Mario Monti, che a gennaio ha fissato una serie di incontri internazionali in cui vuol presentare almeno una bozza del suo programma di riforma del mercato del lavoro.
L’agenda ha già  le date sottolineate in rosso: il 6 gennaio volerà  a Parigi per partecipare ad un convegno insieme ai ministri Corrado Passera e Enzo Moavero.
Il 18, invece, Monti andrà  a Londra da Cameron, il 21 a Tripoli per incontrare il nuovo governo libico, il 23 a Bruxelles per l’Eurogruppo e il 30 sempre nella capitale belga è in programma il Consiglio europeo straordinario.
Non c’è ancora una data, invece,per l’incontro da tenere a Roma con Nikolas Sarkozy e Angela Merkel.

argomento: economia, Lavoro, Politica | Commenta »

SALE LA PROTESTA CONTRO I CACCIA F35: “COSTANO TROPPO, IL GOVERNO NON LI COMPRI”

Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile

SI ALLARGA LO SCHIERAMENTO DI CHI DICE NO ALL’AQUISTO DI 131 CACCIABOMBARDIERI…DA DI PIETRO A RAISI, DA BONELLI AL PD

Meno spese militari, c’è la crisi.
Le difficoltà  economiche del nostro Paese si portano dietro l’allargamento del fronte “pacifista” che una volta reclamava a gran voce il taglio delle spese militari.
Ebbene quello schieramento, un tempo terreno di militanza della sinistra, si estende adesso a insospettabili sostenitori.
Da Fli all’Idv è un coro: c’è la crisi, stop alle spese militari.
Ed è una protesta basata su ragioni prettamente “economiche”.
A farne le spese soprattutto il recente acquisto dei 131 caccia F35 da parte dell’esecito italiano 1. Una spesa non da poco: più di 200 milioni ad aereo.
Troppo, in tempi di magra. Tanto che persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.
Ed ecco che il fronte degli oppositori trova nuovi seguaci.
“E’ giunto il momento – scrive l’esponente di Fli Enzo Raisi – di rompere un tabù, o almeno di rimetterlo in discussione. E’ quello degli sperperi in spese militari legate ancora al vecchio schema degli anni della guerra fredda. Ad esempio, il recente acquisto dei caccia F35, per un valore analogo a quello di una manovra finanziaria”.
Secondo Raisi, “il governo Monti dovrebbe riflettere e riaprire anche il capitolo della dismissione dell’enorme patrimonio di ex caserme e strutture abbandonati dalla difesa: si individuino procedure-lampo per immetterli sul mercato visto che quelle esistenti sono lunghissime e inefficaci”.
Il tema è da tempo nel mirino dell’Idv. Per questo Di Pietro ne rivendica la primogenitura: “Meglio tardi che mai. Alla fine anche la grande stampa e qualcun altro si sono accorti che scandalo insopportabile siano i miliardi di euro che buttiamo in spese militari. Soprattutto se si pensa che per il Servizio civile nazionale, invece, i fondi sono precipitati dai circa 170 milioni del 2010 ai 68 del 2012. Quando il ministro della Difesa ammiraglio De Paola ha detto che a tagliare le spese militari non ci pensava proprio, nessuno tranne noi aveva fiatato”.
Incalzano anche i Verdi: “Dal governo non è ancora arrivata nessuna risposta sul taglio delle spese per gli armamenti che in Italia hanno raggiunto cifre da capogiro – dichiara il presidente Angelo Bonelli – Ognuno di questi aerei da guerra costa più di 120 milioni, ossia l’equivalente di quanto è necessario per costruire e far funzionare 83 asili nido”.
E Nichi Vendola, su Twitter, che chiama in causa il ministro della Difesa: “Le Forze Armate sono sovradimensionate, costano troppo, ci sono troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottoufficiali: così più o meno il ministro Di Paola nel suo messaggio di fine anno. In tutto180 mila militari, spese record, sprechi, inefficienze, privilegi ingiustificati. Ridurre e modernizzare il personale? L’idea del ministro è questa, insieme salvando, ovviamente, i sistemi d’arma, gli F35, la missione in Afghanistan. Tagliare da una parte — se si taglierà  — per avere più risorse da destinare agli armamenti e alle missioni. Il rischio è questo. Da contrastare”.
Dal Pd si alza la voce critica della senatrice Roberta Pinotti, ex responsabile nazionale Difesa: “Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l’acquisto a 40-50”.
Il collega di partito Ignazio Marino chiede un deciso taglio degli armamenti: “Con il solo costo di due cacciabombardieri F-35 si potrebbero trovare fondi per il sostegno dei giovani precari oppure sostenere investimenti per la ricerca e l’innovazione”.

argomento: economia | Commenta »

COME MORETTI SPUTTANA I SOLDI DEGLI ITALIANI: BUTTATO IL VAGONE EXTRALUSSO, LA CABINA “EXCELSIOR” ABBANDONATA AL DEGRADO SUI BINARI A ROMA CON VELLUTI, RADICA, DOCCIA E SPAZIO BAR

Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

MENTRE PER GLI 800 DIPENDENTI “TAGLIATI” NON C’E’ FUTURO, LE FERROVIE SPUTTANANO MILIONI DI SOLDI PUBBLICI… UNA DELLE 20 CARROZZE COSTATE 15 MILIONI DI EURO E’ DIVENTATA A ROMA UN RIFUGIO PER BARBONI: MORETTI VERGOGNATI!

Metri, solo poche centinaia di metri separano l’Italia di chi difende mille euro di stipendio da chi sputtana milioni di soldi pubblici.
Roma, via Prenestina: i ferrovieri del servizio “treni notte” dal 24 novembre hanno occupato una palazzina di Trenitalia; poco più avanti giace la prestigiosa cabina Excelsior, un cadavere abbandonato con i suoi velluti, la radica, spazio bar, doccia e pure le suite.
Lorenzo, Roberto, Claudio, Giuseppe, Simone e Mario (alcuni degli 800 lavoratori delle aziende Rsi, Servirail ex-Wagon Lits) nell’edificio diventato il loro avamposto di lotta riordinano invece la stanza dove vivono e dove hanno deciso di rimanere perchè per loro l’accordo firmato a Milano, nel palazzo della Regione Lombardia il 30 dicembre, non ha valore. “Scatole cinesi di appalti su appalti che in questo caso riguarderebbero comunque solo i colleghi lombardi” spiega Roberto Scarbotti sfogliando le quattro pagine che Cgil e Filt-Cgil non hanno firmato.
Lo schema finale del verbale sul cosiddetto “piano di tutela” dei lavoratori parla unicamente di una regione e della possibile collocazione di 161 dipendenti.
E degli altri? “Non c’è traccia e nessuno sembra volersene interessare” prosegue Giuseppe Maggiolini che ripete come la vicenda dei “treni notte” vada gestita dal governo e non tanto sul piano regionale.
I ferrovieri hanno scritto ai ministri Passera, Fornero e al presidente Napolitano promettendo che continueranno la loro protesta.
Loro cercano di difendere il diritto di lavorare mentre a poca distanza c’è la carrozza simbolo del peggio il cui nome evoca grandi successi: Excelsior appunto, i cui costosissimi interni sono stati immortalati in un video..
Questa carrozza, ora diventato rifugio di senza tetto, è solo una delle 20 costate milioni di euro (circa 15) che oggi non solo non circolano più ma sono state abbandonate al degrado.
Pensare che solo il 22 aprile 2008, alla stazione centrale di Milano, in pompa magna ne avevano presentate ben 4 frutto di un restyling.
Gli uffici stampa parlavano di una nuova proposta viaggio del gruppo Fs, adeguatamente pubblicizzata prima dei ponti di primavera durante i quali erano attesi oltre 2 milioni di viaggiatori: “Ambienti realizzati con arredi e soluzioni tecnologiche all’avanguardia, come ad esempio un sistema di comunicazione con l’operatore di bordo, un sistema di videosorveglianza”.
Tante parole, soldi buttati, tutto finito nelle immagini della Excelsior in via Prenestina.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: economia, ferrovie, Roma, sprechi | Commenta »

IL DIRITTO DI FARE FIGLI E LAVORARE

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

TASSO DEMOGRAFICO PER LE ITALIANE DI 1,29% CONTRO IL 2,13% DELLA MEDIA EUROPEA…LA META’ DELLE PRECARIE NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MATERNITA’…OCCORRE IMPEDIRE LA PRASSI DELLE DIMISSIONI IN BIANCO

A Bologna nella notte del 31 dicembre, da genitori ambedue italiani del piccolo paese di Monterenzio, è nata Linda, la prima cittadina dell’anno che viene.
Poco dopo a Roma si è affacciata al mondo Sofia, di mamma vietnamita e di papà  italiano.
E ancora, a Torino, Takwa, di genitori tunisini, che sarebbe assurdo che restasse straniera nella nostra terra, come ci ha ricordato ancora una volta Napolitano nel discorso di fine d’anno.
Sono 78.000 ogni anno i bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Uno su cinque, sul totale di 561.900 neonati stimabile anche per l’anno prossimo, avrà  almeno un genitore straniero.
Una benedizione del cielo, anche per chi il cielo lo vede poco stellato e vuoto di dei.
Le mamme italiane, infatti, sono stanche.
Se dipendesse solo da loro il tasso di fecondità  sarebbe dell’1,29%, uno dei più bassi del mondo.
Le straniere non sono delle fattrici senza posa. Semplicemente si adeguano ai tassi degli altri Paesi sviluppati.
Arrivano al 2,13, come in Francia e negli Stati Uniti, e ci permettono per ora di tenere il nostro ricambio demografico un po’ più vicino al pelo dell’acqua.
Eppure le donne italiane non sono particolarmente stravaganti.
Quando l’Istat le interroga sui loro desideri di maternità  rispondono in grande maggioranza di desiderare almeno due bambini.
Insomma vorrebbero che l’Italia, anche da questo punto di vista, fosse un Paese normale. Perchè lo sia – dicono i demografi – occorrono politiche non estemporanee, di lungo periodo, che permettano alle giovani donne di cogliere una tendenza che cambia e di fidarsene.
Il nuovo governo parla spesso di patto intergenerazionale per rendere il mercato del lavoro meno ingiusto verso i giovani.
Non sarebbe male che il patto non riguardasse un sesso soltanto.
Le donne attempate si preparano ad andare in pensione più tardi e ad accettare, anche loro malgrado, i vincoli dei tempi più grigi.
Ma le giovani madri possibili, tanto coccolate dalla retorica e tanto dimenticate dalla politica? Quasi la metà , per via dei contratti atipici, non ha diritto all’assegno di maternità .
Un quinto esce dal mercato del lavoro dopo la nascita del primo figlio, talvolta perchè costrette a dimissioni preventive per aggirare il divieto di licenziamento.
Pressochè nessuna può contare su un compagno che si prenda cura di un nuovo essere che è caro anche a lui, perchè in Italia non esistono congedi di paternità  obbligatori per un tempo significativo.
La ministra del Lavoro e del Welfare Elsa Fornero ha rifiutato di ricevere una delegazione di giovani composta solo di maschi: pensava che testimoniassero di una pessima visione del futuro. Speriamo che rifiuti anche di firmare misure «Cresci Italia» in cui gli unici a non nascere e a non crescere continuino ad essere i nostri bambini.
Per cominciare a cambiare rotta non ci vuole molto: l’assegno di maternità  per tutte le madri, indipendentemente dal loro contratto di lavoro (ma rispettando i diritti acquisiti dei contratti di lavoro stabili), il ripristino di una legge del 2007 che impediva le dimissioni in bianco attraverso soluzioni tecniche efficaci, l’estensione fino a dodici settimane, anche in momenti diversi della vita del figlio, del congedo di paternità  obbligatorio.
Costa? Sì, costa.
Ma costa di più essere un Paese di vecchi.

Mariella Gramaglia

argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »

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