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CONTINUA LA FUGA DI CERVELLI: IL 7% DEI RICERCATORI VA ALL’ESTERO

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

DEI 1300 “FUGGITI” IL 41,2% RISIEDEVA NEL NORD ITALIA, il 23,3% AL CENTRO E IL 24,2% AL SUD….MA LA MIGRAZIONE E’ ANCHE INTERNA AL PAESE E SEGUE LA DIRETTRICE SUD-NORD

Originario del Centro-Nord Italia, con una famiglia dall’elevato livello di istruzione e con il dottorato conseguito entro i 32 anni: è questo l’identikit del dottore di ricerca “mobile”, cioè quello che si sposta all’estero dopo il conseguimento del prestigioso titolo di studio. Su 18mila dottori di ricerca, quasi 1.300 (il 7%) si sono infatti spostati all’estero.
Questo, il risultato dell’analisi condotta dall’Istat tra dicembre 2009 e febbraio 2010: di questo 7% lo 0,6% risiedeva già  all’estero.
E all’interno della percentuale rimanente, sono di più i maschi delle femmine (7,6% contro 5,1%).
A spostarsi di più sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età  (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione.
Dei 1.300 ricercatori ‘fuggiti’, il 41,2% risiedeva nel nord Italia, il 23,3% al Centro e il 24,2% al Sud.
Le regioni settentrionali presentano le quote più elevate di spostamenti verso l’estero: si va dal minimo dell’Emilia-Romagna, pari al 6,9% (dei dottori di ricerca residenti prima dell’iscrizione all’universita’) al massimo del 10,5% della Liguria.
Inoltre, i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all’estero al momento dell’intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9% contro 6,4%); un risultato, almeno in parte, attribuibile al sostegno della cultura della mobilità  da parte delle istituzioni nazionali ed europee.
L’incidenza della mobilità  verso altri Paesi cresce all’aumentare del livello d’istruzione dei genitori. In particolare, il 10% dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all’estero al momento dell’intervista.
Gli originari del Centro e del Mezzogiorno provenienti da famiglie con un elevato livello d’istruzione hanno scelto di vivere in un altro Paese nel 7,8% e nel 5% dei casi.
Ma la fuga di cervelli non riguarda solo i paesi esteri: frequente è anche lo spostamento dalle regioni meridionali a quelle del nord Italia.
“Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la direttrice Sud-Nord, riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già  prima del dottorato. Più dell’80% dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità  di trattenimento (inferiore al 70%) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”, sottolinea l’Istat.
“La capacità  attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24% dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno, il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università ) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la Sicilia (bilancio negativo di oltre il 20%).
L’attitudine alla mobilità  è più frequente per i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche, matematiche e informatiche e dell’Ingegneria industriale e dell’informazione”. Oltre il 56% del collettivo presente nel Centro-Nord proveniente dal Meridione ha fatto scelte di mobilità  precedentemente al dottorato (trasferendo la residenza nel Centro-Nord e/o conseguendo la laurea in una sede universitaria ubicata nell’area centro-settentrionale del Paese)”, aggiunge l’Istat.
“In definitiva, la mobilità  interna rimanda spesso alle dinamiche proprie del primo periodo universitario (iscrizione al corso di laurea), caratterizzato da consistenti spostamenti dal Meridione verso il Centro-Nord non necessariamente formalizzati con cambi di residenza”.

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VIAGGIO NEL PAESE DEL BERGAMASCO DOVE TUTTI HANNO LO STESSO COGNOME: “DA NOI ARRIVANO TURISTI STRANIERI, L’EURO SERVE”

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

“LA LEGA? PER CARITA’, A QUELLI INTERESSA SOLO LA POLTRONA”

Mi metto in marcia alle dieci del mattino verso Tomasoniland, come dieci anni fa.
Stesso sole bergamasco, stesso freddo azzurro e ottimista, stesse montagne in rosa e in posa per le cartoline che nessu- no spedisce più.
Stessa aria sospesa di Capodanno: anche quest’anno succederà  di tutto, ma non sappiamo cosa. Stesse monete in tasca. Il 1°gennaio 2002 festeggiavamo, apprensivi, il primo giorno di vita dell’euro. Il 1°gennaio 2012 dobbiamo ammettere che, finita l’infanzia, il giovanotto ci dà  problemi.
Cambia la compagnia. Il figliolo – allora aveva nove anni – è in pianura, in altre faccende affaccendato; Luna la dalmata ha deciso che la temperatura non è adatta a una cagnolina di una certa età .
Cos’è rimasto uguale? La moglie, che ne approfitta per far spese; e la grinta orobica dei Tomasoni di Bratto e Dorga (comune di Castione della Presolana), che non si fanno certo spaventare da una moneta.
Seguo lo stesso itinerario, cerco le stesse persone – anzi, gli stessi Tomasoni.
Nel minimarket di Tomasoni Ines ora c’è il nipote Tomasoni Stefano, che si porta in spalla la figlia Tomasoni Rebecca, tre anni.
Dieci anni fa ero rimasto stupito dall’organizzazione: cassetto pieno di monete da 2 euro, 1 euro, 50, 20, 10, 5, 2, 1 cent. «E avevo allenato i clienti con le banconote fac-simile ritagliate dal bollettino dell’Associazione Commercianti», ricorda Stefano.
E oggi? «Il lavoro è calato, ma la colpa è della crisi, non dell’euro».
Tornare alla lira? «Scherziamo? Un disastro».
Alla Casa del Vino di Tomasoni Fabrizio regna la calma post-alcolica del primo dell’anno: c’è un tempo per brindare e un tempo per meditare, lo sanno bene i bergamaschi.
Con la moglie Dominique al fianco, ricorda: «Solo qualche anziano continua a tradurre in lire.
Tornare indietro? No.
Stanno arrivando i polacchi, sulle nostre montagne, ci sono già  gli ungheresi, i francesi e i tedeschi: se vogliamo essere europei, teniamoci una moneta europea».
Avete aumentato i prezzi? Il giusto, dice il mio sguardo mentre carezza i rossi di Valcalepio.
Più sopra, al Thomas Market di Tomasoni Alberto ora c’è il figlio Tomasoni Beppe con la moglie Mea. «C’è allarmismo, sono tutti spaventati».
Danno la colpa all’euro, i suoi clienti? «No, direi di no. Certo qualcuno, ogni tanto, dice Quan gh’era la lira..! ».
Dieci anni fa, a fine mattinata, erano entrati 162 clienti; oggi sembra più tranquillo.
Al Thomas Market sono convinti di svolgere un servizio sociale: «Come può una località  turistica vivere senza mini-market? Me lo dica lei».
All’uscita incontro i genitori di Federica, che nel 2002 era stata la prima cliente di Thomas Market a pagare in euro. Ora ha vent’anni, è a Bruxelles con amici: paga in euro anche lì.
omasoni Alberto ha ragione. A Tomasoniland – da Clusone al Passo della Presolana – hanno chiuso una dozzina di mini-market; e diversi negozi di elettrodomestici.
Tra questi quello di Tomasoni Franco, che ha 60 anni ed è in pensione con 45 anni di contributi.
Il 1°gennaio 2002 ero stato il suo primo cliente a pagare in euro: due lampadine € 1,08. «Com’è andata? Perdita di potere d’acquisto. E poi c’è la crisi. Dalle nostre parti è pieno di bravi operai, ma non trovano lavoro. Difficile riscuotere: la gente non ti paga». La Lega Nord qui va forte: sfrutterà  il malcontento, convincerà  la gente a tornare alla lira?
«La Lega? Ma per carità . Qui non siamo mica stupidi. Abbiamo capito: anche a loro interessa una cosa sola. La scragna, la seggiola».
Salutiamo la moglie del signor Tomasoni Francesco al balcone della Pizzeria Edera (chiusa da anni), e scendiamo verso la parte meridionale di Tomasoniland. Chiusi, per il Capodanno, gli Arredamenti Tomasoni di Danilo Tomasoni e F.lli; chiuso il distributore di Antonella e Claudio Tomasoni, dove l’euro festeggia il decennale a modo suo, girando vorticosamente sui contatori delle pompe self-service, tra gli improperi soffocati degli automobilisti.
Davanti al gommista Tomasoni Simone si ferma una Panda nera, e scende un ragazzo in tuta con un berretto Ski Club Presolana (probabilmente un Tomasoni): «Euro? Dieci anni? Non so niente: deve parlare con mia mamma per queste cose».
Non potendo aspettare la signora Tomasoni, torno verso casa e chiamo Tomasoni Clemente, fratello di Tomasoni Valentino.
Il 1°gennaio 2002, battesimo della nuova moneta, per tre tagli d’erba fatti in estate, chiese 7.550 (settemila cinquecento cinquanta) euro: colpa di un convertitore giapponese tarato su una misteriosa valuta orientale, scoprimmo poi. «Tranquillo eh! – mi dice -. Ho imparato».
Hanno imparato tutti, devo dire, i Tomasoni di Bratto e Dorga.
Non uno che neghi la crisi; ma nessuno che dia la colpa all’euro, nel giorno del suo decimo compleanno.
Alle messa delle 18, il barbuto Don Paolo (assai eloquente, molto atalantino), sotto gli evangelisti bonari che un po’ gli somigliano, dice: «I tempi per alcuni sono grami, per altri non così disastrosi. Chissà  che non troviamo, tutti, modi nuovi e migliori di vivere. Di vivere oggi. Con le nostalgie del passato e le ansie per il futuro non si va da nessuna parte».
I Tomasoni presenti (e tutti gli altri) assentono: in montagna sono saggi, e sanno come festeggiare gli anniversari.

Beppe Severgnini
(da “Il Corriere della Sera”)

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LA RETE GLOBALE DEL POTERE FINANZIARIO: UN PUGNO DI SOCIETA’ CONTROLLA IL MONDO

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

UNA RICERCA SVIZZERA TRACCIA IL QUADRO DELLE RELAZIONI TRA GRANDI GRUPPI: 150 MULTINAZIONALI DETTANO LE REGOLE DEL MERCATO E STROZZANO LA CONCORRENZA…. UNICREDIT NELLA TOP 50

Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati.
Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità .
E’ l’immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo “La rete globale del controllo societario” secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.
Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame   le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società  transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, “sproporzionato” lo definiscono i relatori, sull’economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della “mappa del tesoro”.
Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio.
In questo caso ci troviamo di fronte ad un’analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici.
Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.
I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston)   infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità  dell’intero sistema.
In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perchè, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell’economia del pianeta.
“Quali sono le implicazioni per la stabilità  mondiale?”, si chiedono gli autori. “Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà , perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l’angolo”.
Per quanto riguarda l’Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.

Livia Ermini

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LE MOSSE DELL’ESECUTIVO: GOVERNO A CACCIA DI 5 MILIARDI

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

NEL MIRINO OLTRE 25.000 VOCI E 11 TIPOLOGIE DIFFERENTI… LA CORTE DEI CONTI VIGILA SULLA SPESA PUBBLICA

E’ caccia aperta a 5 miliardi di nuovi tagli alla spesa pubblica.
Nulla, se paragonato al totale delle uscite che viaggiano verso quota 800 miliardi, tanto se si considera che negli ultimi tre-quattro anni la scure su ministeri, enti locali e trasferimenti è calata più volte.
Lo stesso governo Monti, col decreto Salva-Italia, ha introdotto numerose misure di risparmio (pensioni e stipendi pubblici in primis). Ma non basta.
Perchè, per effetto della manovra della scorsa estate firmata Berlusconi-Tremonti, per quest’anno bisogna raccattare altri 5 miliardi.
Poi ci sarà  da far marciare le misure del decreto Salva-Italia, alcune già  scattate come le nuove norme sulle pensioni.
Si tratta di una manovra tutta in crescendo: 10 miliardi tagliati quest’anno, 25 sul 2013 e 29 quello ancora dopo.
Il grosso dei risparmi arriva da 4 voci: patto di stabilità  interno ed enti locali, ovvero minori risorse trasferite a comuni e regioni (6,9 miliardi nel 2012, che salgono a 9,2 in ognuno dei due anni seguenti), previdenza (3,5 miliardi di risparmi quest’anno, che salgono a 7,1 nel 2013 e a 10 nel 2014) e spesa sanitaria (-2,5 miliardi nel 2013 e -5 nel 2014).
Ultimo capitolo, tutto da affrontare, la razionalizzazione degli acquisti e la riduzione della spesa dei ministeri.
Che nei programmi di Monti dovrebbe portare a 8,1 di risparmi quest’anno, 7,1 nel 2013 ed altri 5,9 nel 2014.
Detto questo, complice il cattivo andamento della ricchezza nazionale, l’incidenza della nostra spesa pubblica rispetto al Pil cala a fatica: dal 51% del 2010, l’anno passato si è scesi al 50,5%.
Quest’anno risalirà  al 50,7 per tornare sotto quota 50 (49,6%) nel 2013.
A forza di manovre la spesa primaria è sotto controllo, a crescere e a preoccupare è invece la spesa per interessi, che continuerà  a salire, sia per l’aumento dello stock del debito e sia per l’aumento degli interessi il cui peso passerà  dai 77 miliardi del 2012, ai 94 di quest’anno per superare poi quota 100 l’anno successivo.
Dove trovare i 5 miliardi che servono subito?
La parola magica è «spending review». Una procedura introdotta in via sperimentale nel 2007 che sta piano piano prendendo piede.
In pratica, si tratta di effettuare una analisi approfondita, voce per voce, di tutte le uscite, andando ad identificare quelle non necessarie o che si possono ridurre, e cercando allo stesso tempo di riqualificare la spesa per renderla sempre più efficiente.
Questo è uno dei compiti che è stato affidato in tandem al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli e al ministro per i rapporti col Parlamento Piero Giarda, che in qualità  di esperto fino a pochi mesi fa aveva guidato la commissione sulla spesa pubblica. «Spending review» sul bilancio di Palazzo Chigi, innanzitutto, come ha annunciato nel suo discorso di insediamento Mario Monti.
Posto che col governo precedente le spese della presidenza del Consiglio, gravata di un’infinità  di compiti, una ciurma di sottosegretari e ministri senza portafoglio (a cominciare da Bossi e Calderoli) era lievitata sino a quota 4,7 miliardi di euro con un aumento del 46% rispetto al 2006, come denunciava nelle settimane passate un’inchiesta de «L’Espresso».
Ci sarà  una ricognizione a tutto campo delle oltre 25 mila voci di spesa che compongono il bilancio pubblico partendo dall’indagine conclusa Giarda la scorsa estate («Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica», si intitola il rapporto finale) frutto di uno dei quattro tavoli istituiti da Tremonti in vista della riforma fiscale.
Nel mare magnun della spesa pubblica si nascondono tuttora «sprechi ed inefficienze, scriveva Giarda nella sua relazione finale, che si possono classificare in tre grandi comparti: inefficienze produttive, inefficienze gestionali ed inefficienze economiche. In tutto venivano catalogate una decina di differenti tipologie di spreco (vedere schede sotto).
Il governo punta a concludere il lavoro entro la fine di aprile quando dovrà  presentare a Bruxelles l’annuale Piano Nazionale di riforma, ma una prima griglia di interventi dovrebbe essere pronta ben prima.

Paolo Baroni
(da “La Stampa”)

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BALDASSARRI: “RUBERIE MOSTRUOSE DA CANCELLARE”

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA, SENATORE DI FLI: “FORNITURE, APPALTI, ACQUISTI ALL’ESTERNO: ALTRO CHE INDENNITA’, SONO QUESTI I VERI COSTI DELLA POLITICA”… COME SI POSSONO RISPARMIARE 50 MILIARDI

A prescindere della spending review sulla spesa pubblica che il governo Monti ha già  intrapreso, secondo Mario Baldassarri si può incidere in maniera significativa sugli sprechi stabilendo alcune regole semplici che possono garantire da sole risparmi per 40-50 miliardi di euro all’anno.
Perchè non è al numero di parlamentari o al loro stipendio che bisogna fare la guerra, secondo il senatore… ma alle «ruberie mostruose» che si annidano nella amministrazione pubblica.
Monti ha confermato che sta facendo la spending review che dovrebbe aiutare a impostare una politica seria di tagli alle spese
«Se spending review vuol dire fare l’inventario di tutte le spese delle amministrazioni pubbliche non ne usciremo mai, altro che governo tecnico: ci diamo appuntamento tra 30 anni».
In un recente rapporto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda sottolinea che «in tutti i decenni passati la velocità  di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del Pil».
«Con Piero Giarda eravamo nella commissione tecnica della spesa pubblica 25 anni fa e già  allora scoprimmo che una penna Bic poteva costare da 300 a 3000 lire. I veri costi della politica non sono negli stipendi o nel numero dei Parlamentari. Se impostassimo un taglio di metà  dei loro stipendi e del numero di deputati e senatori risparmieremmo 450 milioni di euro all’anno. Invece ne buttiamo altrove 45 miliardi. Sono questi i costi della politica veri».
E dove si può incidere?
«Partiamo dal totale della spesa pubblica. Sul 2011 la spesa pubblica ammonta a 820 miliardi di euro, più o meno il 52 per cento del Pil.
Le voci più importanti sono anzitutto gli stipendi della pubblica amministrazione (181 miliardi), le pensioni (250 miliardi) e gli interessi sul debito (87 miliardi).
Le prime due sono bloccate, sulla terza, ahimè non si può intervenire. Una quarta voce riguarda gli investimenti ma è una voce che abbiamo costantemente tagliato, che non si può sacrificare ulteriormente e che vale 36 miliardi. Quindi bisogna incidere sulle voci che mancano».
Quali?
«È su queste ultime, che riguardano gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, che si annida un 30 per cento di ruberie mostruose. Questa voce comprende forniture, appalti, global service, insomma le lenzuola, le medicine o le siringhe dell’ospedale. Sono 137 miliardi di euro. Infine, una voce molto nascosta negli ultimi anni, è quella dei contributi alla produzione, 42 miliardi che nel 2011 scendono a 39. Il totale è un patrimonio da 180 miliardi che si può aggredire con enormi risultati».
E perchè non si è mai fatto sinora?
«Perchè il nodo è politico: significa tagliare il brodo di coltura di 300 mila persone che si nasconde e prospera nella zona grigia che sta tra politica, economia e affari. Faccio un esempio. Ogni posto letto italiano consuma ogni giorno nove siringhe. La degenza media è di nove giorni. Mediamente ogni paziente che esce da un ospedale dopo nove giorni dovrebbe avere 81 buchi…
Un altro elemento di riflessione: mentre i fondi perduti sono stabili, nel 1990 gli acquisti per beni e servizi erano 52 miliardi; nel 2000 erano lievitati a 86 miliardi; ma nel 2011 sono letteralmente esplosi a 137 miliardi. Solo nella sanità  abbiamo registrato un aumento di queste voci del 50 per cento in ultimi cinque anni — neanche ci fosse stata un’epidemia di colera!».
Cosa si può fare?
«Tutti i sussidi vanno trasformati in credito d’imposta. Io ti do il sussidio, ma tu stai sul mercato, mandi avanti l’azienda e riscuoti quando paghi le tasse. Mentre sugli acquisti bisogna dare un budget.
E dire: tutte le p.a. possono spendere sulle voci di spesa quello che hanno speso nel 2009, più l’inflazione. I risparmi così ammonterebbero secondo me a 40-50 miliardi all’anno.
Occorrono tagli verticali sulle voci sospette, non orizzontali. E i tagli di Tremonti sono stati un errore non solo perchè erano orizzontali ma perchè calcolati sull’andamento tendenziale. Il trucco era: ti taglio il 10 per cento su quello che spenderai l’anno prossimo. Ma magari tu prevedevi di spendere il 20 per cento in più. Ecco perchè la spesa pubblica continuava a salire nonostante Tremonti desse l’impressione di tagliare sempre».

Tonia Mastrobuoni
(da   “La Stampa”)

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VIAGGIARE IN AUTO? ROBA DA RICCHI: AUTOSTRADE PIU’ CARE DEL 5% E CARBURANTE ALLE STELLE

Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile

ANNO NUOVO, AUMENTI VECCHI: RISPETTO AL 2010, UN PIENO ORMAI COSTA 17 EURO IN PIU’… SOLO PER DIESEL E BENZINA UNA FAMIGLIA PAGHERA’ 300 EURO IN MEDIA IN PIU’ ALL’ANNO, PER LA GIOIA DI CONCESSIONARI E SPECULATORI

Benzina e autostrade.
Un mix di aumenti che può costare assai caro agli italiani (ancor di più se sul piatto si mette anche la Rc auto).
Per i carburanti l’impennata è già  una dura realtà : ieri il prezzo consigliato nei distributori dell’Eni stabiliva un nuovo record (1, 722 euro al litro per la ‘verde’ e 1,694 per il diesel).
Un anno fa, per capirci, si pagavano quasi trenta centesimi al litro in meno: questo significa, a stare a un calcolo del Codacons, che un pieno di gasolio per un’auto di media cilindrata in dodici mesi è aumentato di 17,3 euro, di 13 euro se si va a benzina.
Vale a dire, con un paio di pieni al mese per un anno, un salasso che supera i 300 euro.
La colpa, dice Luca Squeri, capo della Federazione dei benzinai (Figisc), è dei governi Monti e Berlusconi: “Se le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti finiti hanno pesato per il 25 per cento sull’aumento dei prezzi in Italia, per il 75 per cento vi hanno invece influito gli aumenti di accisa e Iva. Oggi, senza quegli aumenti, la benzina costerebbe 19 centesimi/litro in meno e il gasolio 22″.
Critica condivisa da Carlo Rienzi, ma il presidente del Codacons ci aggiunge pure “i soliti aumenti speculativi dei prezzi alla pompa che si registrano puntualmente in occasione delle grandi partenze”.
Come che sia, pare che grazie a questi prezzi record durante queste feste se ne andranno in fumo — letteralmente — 215 milioni di euro in più in tutto.
Disperati gli agricoltori: per loro, infatti, non solo aumentano i costi di produzione, ma prosegue quel circolo vizioso per cui i consumatori spostano sul trasporto quanto prima spendevano per la tavola.
Poi c’è il problema delle tariffe autostradali, che sono una fonte di guadagni enormi per i titolari di concessioni (Benetton, Toto, gruppo Gavio, enti locali, Anas) nonostante un rischio di impresa pari a zero.
Un recente studio della Cgia di Mestre spiega meglio di mille parole quello che è successo al prezzo dei servizi pubblici in questi dieci anni: “Se in poco più di un decennio — dal 2000 all’ottobre di quest’anno — il costo della vita è aumentato del 27,1 per cento, la tariffa dell’acqua potabile, per esempio, è cresciuta del 70,2 per cento, quella della raccolta rifiuti del 61 per cento, i biglietti dei trasporti ferroviari del 53,2 per cento”.
Buoni quarti, proprio i pedaggi autostradali: + 49,1 per cento, ventidue punti più dell’inflazione.
Nel 2010, per dire, l’aumento medio è stato superiore al 6 per cento con un picco straordinario del 19 per cento per la Torino-Milano.
Insomma, una crescita che non conosce sosta e non ha più ragion d’essere nella remunerazione dell’investimento iniziale (la costruzione dell’autostrada), ormai ammortizzato del tutto o quasi, nè per la qualità  e tempestività  degli investimenti fatti sulla rete: per la prima ognuno può giudicare viaggiando in macchina, per la seconda basti citare la Banca d’Italia, secondo cui molti concessionari non hanno completato neanche il 60 per cento degli ampliamenti previsti nel 1997 e appena il 3 per cento di quelli proposti nel 2004.
Nonostante questo le società  del settore raccolte nell’Aiscat hanno chiesto quest’anno aumenti medi tra il 3 e il 5 per cento.
D’altronde è così che funziona.
Il meccanismo che regola le tariffe autostradali si chiama price cap, una sorta di tetto al prezzo di un servizio che si usa in caso di monopoli naturali, laddove cioè la spinta all’efficienza e alla diminuzione dei costi sarebbe pressochè nulla.
Nel merito, per stabilire il costo delle autostrade si usano vari parametri: il recupero del 70 per cento dell’inflazione programmata, gli investimenti sulla rete, la qualità  del servizio (tra cui il numero di incidenti), gli obiettivi di risparmio indicati dal regolatore (Anas).
Teoricamente, insomma, potrebbe anche darsi che le tariffe diminuiscano, solo che non è mai successo: a settembre i concessionari presentano la loro proposta di adeguamento tariffario, l’Anas fa la sua istruttoria per capire se il prezzo è giusto e presenta la sua (non necessariamente la stessa) ai ministeri competenti — Tesoro e Infrastrutture — che devono prendere una decisione entro il 31 dicembre.
Non è ancora chiaro se Monti e Passera concederanno aumenti fino al 5 per cento come chiedono i concessionari: se può essere un indicatore, però, negli ultimi due giorni la Atlantia dei Benetton ha guadagnato quasi due punti in Borsa.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IN DIECI ANNI LA PERDITA DEL POTERE D’ACQUISTO PER IL CETO MEDIO E’ STATO DEL 39,7%

Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL CODACONS: OGNI FAMIGLIA BASE DI 4 PERSONE PER AUMENTO DEI PREZZI, RINCARI DELLE TARIFFE, MANOVRE ECONOMICHE, CARO-AFFITTI E CARO-CARBURANTI, HA PERSO 10.850 EURO… ORA I PEDAGGI AUTOSTRADALI AUMENTANO DEL 3,51%, LA TARIFFA DELLA LUCE DEL 4,9%, QUELLA DEL GAS DEL 2,7%

Dal primo gennaio i pedaggi della rete Autostrade per l’Italia aumenteranno del 3,51%.
L’adeguamento tariffario, spiega Autostrade per l’Italia, è il risultato della somma di diverse componenti: un aumento dell’inflazione registrata nel periodo 1° luglio 2010 — 30 giugno 2011 e un incremento relativo alla percentuale e alla remunerazione dei nuovi investimenti previsti.
E nuovi rincari sono annunciati anche per le bollette energetiche.
Dal primo gennaio, secondo quanto deciso dall’Autorità  per l’energia, la luce registrerà  un aumento del 4,9% e il gas del 2,7%.
Una sostanziale perdita di oltre 50 euro per un nucleo familiare base composto da 4 persone.
Le stangate delle tariffe arrivano mentre il Codacons comunica i dati di uno studio effettuato sui consumi degli italiani negli ultimi 10 anni: da quando c’è stato il passaggio dalla lira all’euro, da gennaio 2002 a gennaio 2012, la perdita del potere d’acquisto per il ceto medio è stato del 39,7%, e una famiglia media ha subito un taglio, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti, di circa 10.850 euro.
Da quando il nostro paese ha aderito alla moneta unica gli aumenti su quasi tutti i prodotti sono stati esponenziali: del 207,7% per l’acquisto di una penna a sfera, del 198,7% per un tramezzino, del 159,7% per un cono gelato.
Lo studio del Codacons riporta che fra i prodotti che hanno subito i maggiori rialzi di prezzo ci sono la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+92,3%).
Nella lista di cento prodotti stilata dall’associazione a difesa dei consumatori, l’unico ad aver subito un calo di prezzo è stato il francobollo di posta prioritaria passato da 0,62 a 0,60 euro (-3,2%), e che nel 2006 ha sostituito quello di posta ordinaria, che costava 0,45 centesimi.
La pizza margherita costava, a dicembre 2001, l’equivalente di 3,36 euro mentre oggi è indicata a 6,50 (+93,5%), un jeans di marca per uomo è passato da 64,56 a 126 euro (95,2%), un chilo di patate da 0,62 a 1,12 euro (+80,6%), cappuccino e brioche costavano l’equivalente di 1,19 euro e oggi si pagano 2 euro. Per un chilo di pane si spendeva 1,80 euro mentre oggi 2,85 (+58,3%), il quotidiano costava 77 centesimi e oggi 1,20 (+55,8%).
Fra i prodotti per cui i rincari sono stati contenuti ci sono il Cd, da 20,14 a 22 euro (+9,2%), una confezione da sei di uova da 1,03 a 1,20 euro (+16,5%), e quella da due omogeneizzati da 2,69 a 2,99 euro (+11,2%).
E mentre l’Eni ha decretato un ulteriore aumento della benzina, superando il livello raggiunto dal leader del mercato e toccando un nuovo record storico a 1,724 euro al litro nei distributori a marchio Ip, le associazioni dei consumatori (Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori) indicono per il 5 e 6 gennaio due giorni di sciopero della benzina per protestare contro i rincari dell’ultimo mese dei carburanti: “I cittadini italiani sono invitati ad astenersi dal fare rifornimento di benzina e gasolio, come forma di protesta contro i continui aumenti delle accise” hanno dichiarato i promotori che aggiungono: “L’abnorme situazione dei carburanti in Italia determina non solo una stangata sul pieno, che sfiora i 200 euro annui ad automobilista, ma anche un effetto negativo sui prezzi al dettaglio dei beni trasportati su gomma”.
Dal primo gennaio, intanto, Piemonte, Liguria e Toscana applicheranno maggiorazioni che, comprese di Iva, alzeranno i prezzi di 6,1 centesimi al litro.
Ad aumentare sarà  anche l’addizionale nelle Marche (compresa di Iva arriverà  a 9,1 centesimi in più rispetto al livello nazionale), così come Umbria e Lazio che introdurranno per la prima volta la maggiorazione rispettivamente di 4,1 e 3,1 centesimi al litro.
Buone notizie solo in Abruzzo, dove l’addizionale introdotta il primo gennaio 2011 verrà  invece abrogata.

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2011: FUGA DALLA CULTURA: SPECIE IN ESTINZIONE

Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile

SEMPRE MENO SPETTATORI SECONDI DATI SIAE

Nel 1955 andavano al cinema 819 milioni e passa di italiani.
Nel 2010 ci sono andati 120 milioni e mezzo.
Oggi spendiamo poco più di 15 euro a testa ogni anno per andare al cinema. E questo è il settore della cultura e dello spettacolo che se la cava meglio nei gusti degli italiani. Figuriamoci il resto: musei, musica e teatro in testa.
Adesso che è in sella il governo Monti cambierà  qualcosa? Finora questi settori non sono stati in cima ai pensieri dei governanti.
Le critiche di inizio 2011 dei lavoratori del cinema, il disfacimento continuo di Pompei, la chiusura forzata dell’ETI e di conseguenza di vari teatri alcuni dei quali occupati e autogestiti per protesta sono esempi eclatanti di un disinteresse vecchio e diffuso.
Ma cosa si pretende quando l’ex ministro Tremonti, a chi chiedeva più soldi ai beni culturali, rispondeva provocatoria-mente di mangiarsi un “panino con la Divina Commedia”?
Negli ultimi 15 anni la cultura è stata vista come categoria noiosa e improduttiva, oppure era sdoganata soltanto attraverso i sottoprodotti televisivi.
Eppure tanti, in Italia e all’estero, sostengono con ragione che il petrolio italiano è la sua creatività  e il suo patrimonio culturale.
E non è forse con un più forte sostegno a spettacolo e cultura che si troverebbe una spinta anche all’economia?
Se non altro per motivare la creazione di nuovi spettatori e utenti e per stare al passo con la grande tradizione di mecenatismo per cui la nostra Penisola è stata famosa in tutto il mondo.
Purtroppo oggi i dati dell’Osservatorio dello spettacolo della Siae parlano chiaro: gli investimenti statali sono stati deboli e gli italiani se ne fregano di cultura e spettacolo.
Gli ultimi dati certi sono relativi all’anno 2010, mentre per il 2011 abbiamo soltanto le spese al botteghino del primo semestre.
Entrambi sono incredibilmente chiari. Incredibili perchè dimostrano lo sfacelo culturale italiano, chiari perchè li pubblica proprio l’agenzia che lo Stato impegna nella riscossione dei diritti d’autore su tutto quel che si muove e respira nella Penisola, dai concerti alle partite di calcio, dal free-jazz al ballo liscio, dalle marionette del circo alle rappresentazioni teatrali di Pirandello (qui prendiamo chiaramente in esame solo dati emersi, che non tengono conto di quelle attività  che vengono svolte senza il pagamento del biglietto certificato dall’agenzia).
Analizziamo, quindi, quanto spendono gli italiani per lo spettacolo, che tra teatro, cinema e altro è una forma diretta di acculturazione, contro la voracità  della tv.
Chiaramente dobbiamo prendere il numero di spettatori congruo, che può corrispondere (per difetto in età  minore ed eccesso in età  maggiore) al dato Istat di 47 milioni di persone tra i 18 e gli 80 anni.
Nei dati Siae si analizza la “spesa al botteghino” che indica quanto gli italiani hanno speso per i biglietti di ingresso ai vari spettacoli dei settori indicati.
Ne esce fuori un monitoraggio non proprio confortante del Belpaese. In una famiglia di quattro persone sarebbe già  un miracolo che una soltanto andasse a teatro (si intende: prosa, lirica, cabaret, circo, marionette, ecc.) una volta a settimana.
Ma i miracoli non sono di questo mondo.
Cinema
Spesa al botteghino nel primo semestre 2011, 368.991.041,43 euro = 7,85 euro a testa. Cioè, ogni italiano è andato al cinema solo una volta tra gennaio e giugno 2011.
La spesa al botteghino nel 2010 è stata di 772.772.356,55 euro = 16,44 euro annui a testa. Cioè, ogni italiano ha speso in un anno poco più di 15 euro per andare al cinema.
Gli incassi cinematografici di Natale, poi — secondo i dati diffusi da Cinetel — vedono un -13,08% rispetto al 2010.
Nei tre giorni più importanti per gli incassi (dalla Vigilia a Santo Stefano), si è passati dai 21 milioni 249 mila euro di un anno fa a 18 milioni 470 mila euro.
Attività  teatrale (voci riunite: Teatro + Lirica + Rivista e commedia musicale + Balletto + Burattini e marionette + Arte varia + Circo).
Spesa al botteghino nel primo semestre 2011, 169.817.143,90 euro = 3,61 euro a testa, quindi la tendenza (se si raddoppiasse la cifra proiettandola empiricamente su dodici mesi) sembra in flessione rispetto al 2010.
Infatti la spesa totale nel 2010 del pubblico è stata di 392.657.328,18 euro = 8,35 euro annui a testa.
Ogni italiano ha speso quindi in un anno meno di 9 euro per il teatro, dove per teatro si intende un guazzabuglio enorme che contiene dalle marionette ad Albertazzi, il Lago dei Cigni e Puccini, il circo e il cabaret.
Cioè un italiano in un anno non va neppure una volta “intera” a vedere uno spettacolo qualunque esso sia, e la cifra che spende comprende anche spese accessorie come programmi di sala, ecc.
Attività  concertistica
Musica classica + leggera + jazz
Spesa al botteghino nel primo semestre 2011, 105.436.555,19 euro = 2,24 euro a testa Spesa del pubblico totale nel 2010, 248.424.754,36 euro = 5,28 euro annui pro capite.
Per la musica classica, per esempio, che è una parte degli introiti di questo settore (e riunisce classica, concerti per bande, cori libretti di sala), facendo una media per difetto di 6,50 euro a biglietto (che è il costo medio di un biglietto del cinema), si scopre che un solo italiano su dieci ha assistito a un solo spettacolo in un anno.
Attività  sportiva
Spesa al botteghino nel primo semestre 2,66 euro a testa.
Spesa del pubblico 341.607.967,64 euro = 7,26 euro annui pro capite.
Gli italiani non vanno più nemmeno allo stadio. E questa voce non comprende solo il calcio, ma tutto lo spettacolo sportivo. Per il calcio la spesa annua di ogni italiano è di 5,77 euro (neppure un mese di un abbonamento a Sky Tv).
Ballo e concerti
Spesa al botteghino nel primo semestre 2011, 141.209.809,81 euro 3,00 euro a testa. Spesa al botteghino 6,60 euro annui pro capite. Si deve tener conto che in questo settore gli italiani spendono tre volte di più per le bibite legate al ballo e ai concertini che per le attività  stesse.
Mostre e esposizioni
Spesa al botteghino nel primo semestre 2011, 53.018.075,75 euro = 1,12 euro a testa. Spesa del pubblico 110.939.335,78 euro = 2,36 euro annui pro capite. Un misero ultimo posto per il popolo che ha dato il più grande e importante contributo alla storia dell’arte mondiale.
Con questi dati possiamo pensare che il primo problema per il legislatore nel campo delle arti performative sia la pirateria o la crisi discografica, come spesso vogliono farci credere?
Sembra piuttosto che il vero problema italiano per la cultura e lo spettacolo siano ormai l’ignoranza e il disinteresse diffusi.
Si potrebbe imputare alla crisi economica attuale questa scarsa disponibilità  a spendere per musica o teatro, ma non sembra questa la motivazione di tanta miseria.
I dati Siae sono disponibili da anni, e la spesa dell’italiano medio per gli spettacoli non è mai stata superiore a queste cifre neanche in tempi di stabilità  economica.
Al contrario la spesa media per cosmetici maschili, per auto di lusso e imbarcazioni di lusso in Italia è in forte aumento e gli italiani sono la popolazione che possiede più telefonini in Europa: un cellulare ogni 1,5 persone.
Una questione di scelte, in cui forse il berlusconismo come cultura del disimpegno e della presunta felicità  nel disinteresse civile ha avuto la sua massima espressione.
Potrà  un governo tecnico remare in controtendenza a questa distrazione nazionale?
Siamo in una situazione cronica e profonda di disinteresse culturale non propriamente legata alla crisi economica.
La stessa Siae conferma che i dati sono in miglioramento nell’ultimo anno.
Ovvero, proprio nei due anni di maggiore crisi economica si registra +5,7% di biglietti per i concerti classici (primo semestre 2010 rispetto a primo semestre 2009).
Ma questi dati indicano un maggiore interesse per gli spettacoli o soltanto un aumento dei controlli e delle azioni contro l’evasione da parte della Siae?

Alessandro Agostinelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’AUMENTO DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI: UN FAVORE AGLI “INTOCCABILI” BENETTON

Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

DAI MAGLIONI ALLE RENDITE: INCASSANO DALL’AUMENTO DEI PEDAGGI MA GLI INVESTIMENTI NON SI VEDONO

“Siamo votati allo sviluppo e ci daremo da fare, nei limiti delle nostre responsabilità  e delle nostre possibilità , per la ripresa del Paese, nel momento molto duro che stiamo attraversando, ognuno dovrà  fare la sua parte”. Si è preso un bell’impegno a Venezia il presidente di Edizione srl Gilberto Benetton, dall’alto del suo impero familiare nato sui maglioncini colorati della sorella Giuliana.
Un impero che oggi si regge principalmente dalle concessioni pubbliche via Autostrade e Autogrill, senza contare le posizioni di peso (e le disavventure) nella finanza che conta in Italia.
Benetton può fare affidamento su un patrimonio personale di 2,4 miliardi di dollari, secondo la stima della rivista americana Forbes nel marzo scorso.
Una somma in crescita di 300 milioni sul 2010 e di 900 milioni rispetto al 2009 e identica a quelle attribuite agli altri tre fratelli Giuliana, Carlo e Luciano con i quali ha fondato l’impero di Ponzano Veneto.
Assieme a loro occupa il quinto posto nella classifica degli uomini più ricchi d’Italia.
“L’Italia purtroppo si trova a fronteggiare un debito molto alto, dovendosi dare da fare di più rispetto ad altri Paesi per essere all’altezza la situazione. Dovremo essere noi stessi, questa generazione, a pagare le malefatte del passato, dandoci da fare per risolvere il debito”, ha poi puntualizzato dopo aver tributato fiducia al governo Monti e auspicato, come molti, le misure per lo sviluppo nel breve periodo.
Sacrifici per tutti, ma i Benetton, nel loro piccolo, si consoleranno con l’imminente adeguamento delle tariffe autostradali che per il 2012 dovrebbe aggirarsi intorno al due per cento.
Certo, non è il quattro per cento medio annuo che il mercato si aspettava qualche anno fa prima che gli aumenti venissero vincolati agli investimenti effettuati dalle concessionarie (per evitare che il regalo fosse troppo smaccato), ma coi tempi che corrono non è affatto poco.
E soprattutto, a differenza dei salari e delle pensioni di molti comuni mortali, costituisce una rendita certa e continuativa anche con la crisi e la recessione in arrivo nel 2012.
L’incremento dell’1,92 per cento del 2011, per esempio, è valso un beneficio complessivo stimabile in 41,6 milioni, che ha quantomeno compensato il calo dei ricavi da pedaggio valutato in 19 milioni collegato alla diminuzione del traffico .
Senza contare il ruolo chiave degli Autogrill (sempre in mano ai Benetton) che soltanto nei primi nove mesi del 2011 ha portato nelle casse di Ponzano Veneto 799,6 milioni (+2,9 per cento) di ricavi dalle vendite nei punti di ristoro.
Le due società  presentano una posizione debitoria non rassicurante, specialmente Atlantia, cui fa capo Autostrade per l’Italia, che a fine settembre aveva un debito di 8,844 miliardi contro gli 1,441 miliardi di Autogrill.
E nelle orecchie degli osservatori del settore delle infrastrutture echeggiano ancora le parole dell’ex governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che nell’ultima relazione annuale del maggio scorso aveva denunciato i ritardi negli investimenti di Autostrade: “A oggi sono stati completati poco più del 60 per cento degli ampliamenti concordati nel 1997 tra Anas e la principale concessionaria autostradale e meno del tre per cento di quelli decisi nel programma del 2004, il programma più recente, quello del 2008, è ancora in fase di studio”, aveva tuonato. Parole che oltre a rinnovare la polemica sulle proporzioni di colpe tra privati e “sistema”, avranno probabilmente riaperto le ferite per la mancata fusione — o cessione, come venne bollata all’epoca — con la spagnola Abertis, bloccata dal governo Prodi nel 2006.
Una delle conseguenze è stata che poi i soci stranieri nelle autostrade i Benetton se li sono trovati comunque, per di più in Lussemburgo, paradiso fiscale dove sono poi state trasferite le quote di maggioranza relativa delle infrastrutture di Ponzano che oggi fanno capo al fondo lussemburghese Sintonia partecipato da investitori finanziari e fondi stranieri e poi ricondotto all’Italia attraverso la controllante Edizione.
È lo stesso Gilberto, da sempre il più attivo nella finanza tra i fratelli di prima generazione, a dire che: “Possiamo protestare, inveire, ma siamo tutti colpevoli di questi problemi, anche perchè i politici che ci hanno portato a questo punto li abbiamo nominati noi”.
Ma è la stessa politica che ha privatizzato autogrill e autostrade.
E sempre con la politica si intrecciano investimenti chiave come quelli negli aeroporti, ma anche operazioni sul filo dello scambio come l’ingresso in Telecom Italia accanto a Marco Tronchetti Provera.
Quando quell’avventura è finita, nel 2009, il costo per il gruppo Benetton è stato una minusvalenza di 303 milioni.
O ancora l’avventura in Alitalia accanto a Roberto Colaninno e soci: quest’anno ha portato nel bilancio di Atlantia un segno negativo (per la rettifica del valore della partecipazione) di 25 milioni.
Di contro la diversificazione dai maglioncini delle origini (60 milioni di utili a fine settembre contro i circa 125 di Autogrill e i 713 di Atlantia) sostenuta proprio da Gilberto ha spalancato ai Benetton le porte di snodi cardine del potere finanziario italiano come Mediobanca ed Rcs (l’editore del Corriere della Sera, di cui hanno il cinque per cento).
E, in generale, in postazioni chiave dalle quali la riservata famiglia veneta si trova spesso nel ruolo di ago della bilancia.
Come accade anche oggi nella guerra per il controllo del campione nazionale di costruzioni Impregilo, dove i Benetton dovranno decidere se schierarsi con l’ex amico Gavio o con il rampante Salini.
In ballo proprio le principali partite per il rilancio del Paese che il ministro Corrado Passera sceglierà  di giocare.
O, eventualmente, le contropartite. Ma per ora da Ponzano arrivano solo echi di no comment.

Giovanna Lantini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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