Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
NEL MIRINO GIUSTIZIA CIVILE, REVISIONE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI, REALIZZAZIONE OPERE PUBBLICHE
Un nuovo consiglio dei ministri nei primi giorni dell’anno (il 3 o 4), passaggio con i sindacati probabilmente il 9 per avviare il tavolo sulla riforma del lavoro, tutto pronto entro il 30 gennaio quando ci sarà il Consiglio europeo specificamente dedicato alla crescita.
Tre i pacchetti sui quali lavora il governo e dei quali si parla da molto: uno dedicato alle liberalizzazioni, uno dedicato alle infrastrutture e uno dedicato al tema giustizia-economia.
Il piano illustrato ieri da Monti durante le tre ore di consiglio dei ministri, prevede di dispiegare completamente la strategia della crescita dell’Italia in tempo per il 30 marzo quando sarà presentato il Piano nazionale di riforme in Europa.
Nelle priorità del governo anche la riforma del mercato del lavoro, soprattutto sotto forma di revisione degli ammortizzatori.
Sullo sfondo la possibile modifica dell’articolo 18 che trova l’opposizione di sindacati e Pd, mentre per i tagli alla spesa e la cosiddetta spending review sarà necessario tutto il primo semestre del 2012: sarà pronta in vista delle legge di Stabilità 2013.
Sul piano delle misure, bocche cucite.
Quello che è certo che saranno a costo assai ridotto o addirittura zero: come il taglio Irap per le assunzioni e l’Ace (defiscalizzazione per le imprese che investono).
Le risorse sono praticamente inesistenti e non è possibile (dopo 76 miliardi nel 2011) mettere in atto nuove manovre per recuperare fondi.
Per questo continua il pressing dall’esterno sul governo per la costituzione di un mega-fondo con attività mobiliari e immobiliari da far sottoscrivere a banche e imprese, ma che membri autorevoli dell’esecutivo giudicano un “prestito forzoso”.
Tuttavia qualcosa filtra: obiettivo del ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera è quello di coinvolgere i privati nella realizzazione delle opere pubbliche attraverso il cosiddetto “project financing”.
Mentre prende corpo l’idea di una abolizione totale, con un unico provvedimento, delle tariffe minime di tutte le professioni esercitando la delega della legge di Stabilità .
Liberalizzazioni.
Forse è la carta che il governo intende giocare con maggiore determinazione, sfidando le ire di avvocati, notai, architetti, e di tutte le altre professioni.
Si chiama abolizione delle tariffe professionali minime: la norma è già in mano al governo in base alla manovra d’estate e alla recente legge di stabilità .
L’esecutivo potrà agire con un semplice regolamento di delegificazione abolendo tariffe e altre norme per ciascuna professione.
Non è escluso che il governo, invece di trattare con ciascuna professione, vari un regolamento unico e un decreto in cui si abolisce l’articolo 2233 del codice civile in base al quale le tariffe devono essere calibrate “all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.
Il pacchetto liberalizzazioni dovrebbe recuperare anche gli interventi su taxi, farmacie e farmaci di fascia C.
Fin qui ciò che è probabile e che risulta da dichiarazioni di membri del governo o da indiscrezioni.
I nodi del dossier liberalizzazioni sono molto più ampi: nelle poste, ad esempio, la liberalizzazione non è ancora decollata per la mancanza di una authority specifica.
Ma soprattutto l’apertura totale ai privati dei servizi pubblici locali gestiti dai Comuni, dai trasporti, all’informatica, all’energia.
Gli enti locali possiedono 675 società , di cui 72 nell’energia, 52 aeroporti e interporti, 87 nel settore dell’acqua (la cui vendita tuttavia è bloccata dal referendum).
Tra queste società si sono veri e propri giganti.
Crescita e tagli.
Accelerare sui brevetti e coinvolgere le aziende: scuola e ricerca sono i punti forti esposti da Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, presidente del Cnr e ministro per l’Università .
Obiettivo: produrre più brevetti, riuscire a far sbocciare dal rapporto tra università e centri di ricerca nuove iniziative imprenditoriali.
L’idea è quella di aprire il Cnr e le Facoltà a parteniariati con Fondazioni bancarie e imprese.
Quanto di questo si tradurrà in norma non è ancora noto, tuttavia queste sono le intenzioni del ministro.
L’altro punto sul quale si conta, i cosiddetti “semi” per lo sviluppo, è costituito dal già varato taglio dell’Irap per chi assume giovani e donne e dall’introduzione dell’Ace (defiscalizzazione degli investimenti delle imprese).
Niente per ora c’è sul fronte dello stimolo dei consumi: la filosofia del governo è che al massimo si possono dare aiuti al reddito e alle famiglie disagiate.
L’unica possibilità di recuperare denaro sta nel taglio delle agevolazioni fiscali (alternativo all’aumento dell’Iva da ottobre) e dalla spending review ma sarà un lavoro lungo e difficile.
Il governo pensa di poterlo portare a termine entro giugno: si dovranno consolidare i tagli lineari dove sono stati efficaci e sostituirli con azioni mirate dove hanno prodotto vere e proprie strozzature nelle amministrazioni dello Stato.
L’obiettivo è comunque quello di aggredire i 480 miliardi di spesa dello Stato e delle amministrazioni periferiche.
Infrastrutture.
Un piano grandi opere anche con capitali privati. E’ questo l’altro nodo sul tavolo del governo Monti.
L’obiettivo è quello di rilanciare le infrastrutture: su questo tema dovrebbe esserci un ulteriore sblocco di fondi e nuove disposizioni per facilitare il project financing e semplificare le procedure.
Secondo quanto annunciato dagli stessi ministri Passera (Sviluppo economico) e Barca (Coesione Territoriale) si punterebbe a otto-nove grandi opere per il Sud, a misure per attrarre capitali privati sulle infrastrutture e a favorire la deburocratizzazione.
Il ministro Corrado Passera è al lavoro su questi temi da tempo e nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha fatto un primo passo: un provvedimento impone ad ogni ministero, dalla Sanità alla Difesa, di approntare un documento pluriennale di pianificazione dei programmi di investimento per opere pubbliche.
Lo stato di avanzamento delle opere sarà oggetto di un monitoraggio assai stretto: si terranno sotto controllo, con un sistema informatizzato, i lavori e l’utilizzo dei finanziamenti nei tempi previsti. In prima linea anche i Fondi strutturali.
Già 3,1 miliardi saranno concentrati su quattro settori: ferrovie, scuola, agenda digitale e occupazione dei lavoratori svantaggiati. Infine una nomina: su proposta del ministro per le Infrastrutture Corrado Passera, il consiglio dei ministri ieri ha nominato Pasquale De Lise direttore generale dell’Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali.
Mercato del lavoro.
E’ uno dei nodi più importanti sul tavolo del governo: la riforma del mercato del lavoro.
E l’articolo 18, che tutela i lavoratori licenziati senza giusta causa, è il tema più “caldo” sul quale il segretario del Pd Bersani e i sindacati hanno fatto muro.
Nel suo discorso di insediamento in Parlamento Monti ha assicurato che “non verranno modificati i rapporti di lavoro stabili in essere” e ha fatto riferimento ad un nuovo ordinamento.
In che direzione? Lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, il sostegno alle persone senza impiego volto a facilitarne il reinserimento nel mercato del lavoro, costruito sul modello della flexsecurity danese e l’intenzione di colmare il fossato che si è creato tra garantiti e non garantiti.
Dopo lo sciopero di tre ore post manovra e i presidi dei tre segretari di Cgil-Cisl e Uil di fronte a Montecitorio i rapporti sembravano ai ferri corti tuttavia l’annuncio del ministro Fornero (Lavoro e Welfare) di un convocazione per il 9 gennaio sembrerebbe riaprire la partita.
Certamente il pacchetto di richieste dei sindacati, che ha in prima linea modifiche alla riforma delle pensioni e interventi sul potere d’acquisto, non coinciderà con le proposte del governo sul mercato del lavoro.
Ma una prima carta che potrà giocare la Fornero è quella dei nuovi ammortizzatori sociali e del contratto unico di inserimento.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PUO’ ANCORA INDIRE UN’ASTA E RICAVARE UN MILIARDO DI EURO: O IN ITALIA SI FANNO PAGARE SOLO I CITTADINI?
Dopo quello delle frequenze televisive c’è un secondo beauty contest che Mario Monti dovrebbe fermare.
Sono rimaste poche ore ma è ancora possibile far pagare il giusto ai signori del gioco. Poco prima di Natale è circolata la voce che le concessioni per le slot machines stanno per essere assegnate, gratis.
Manca ancora il decreto e c’è tempo per impedire l’ennesimo regalo ai dieci concessionari (Bplus, Sisal e Lottomatica in testa) del gioco, tuttora in causa con lo Stato per decine di miliardi di euro per le loro inadempienze del passato.
Non è più ammissibile in un’epoca di sacrifici che queste società continuino a macinare utili milionari grazie a un quadro normativo e politico che le favorisce.
Già conosciamo l’obiezione: le concessioni dovrebbero fruttare circa 135 milioni per il pagamento di un diritto di 15 mila euro per ognuna delle nuove VLT (grande slot di nuova generazione) e 200 euro per ciascuna nuova slot installata.
In realtà questa cifra è una miseria rispetto ai miliardi di euro che i re del gioco incasseranno di qui fino al 2021.
Il pallino è in mano all’Aams, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato diretta da Raffaele Ferrara.
La legge del Governo Berlusconi prevede che il settore più redditizio dell’economia sia assegnato in concessione gratuita per 9 anni.
Ma se le licenze fossero assegnate a pagamento con una gara pubblica, come si vuole fare per le frequenze televisive, sarebbe possibile incassare una somma vicina al miliardo di euro.
Segnate bene in mente questo numero: 42 miliardi di euro.
A tanto ammonta la raccolta annuale delle slot machines legalizzate nel nostro paese nel 2011.
Parliamo di un giro di affari superiore di dieci miliardi a quello realizzato in tutto il mondo dall’intero gruppo Fiat.
Contribuiscono a questa cifra (preoccupante per le conseguenze sociali) due famiglie di apparecchi da intrattenimento: le piccole “new slot” disseminate nei bar che permettono di vincere fino a 100 euro e le più grandi e potenti VLT, presenti ormai in centinaia di grandi sale che non hanno nulla da invidiare a un vero casinò, che permettono di vincere fino a 500 mila euro con il jackpot. Introdotte alla fine del 2010 grazie al decreto Abruzzo hanno raccolto da gennaio a novembre del 2011 ben 11 miliardi di euro.
Mentre le vecchie “new slot” hanno incassato poco meno di 27 miliardi.
In tutto sono 38 miliardi ai quali bisogna aggiungere l’incasso previsto per dicembre per arrivare alla cifra mostruosa di 41 miliardi.
Se si eliminano le vincite resta una cifra comunque enorme: da gennaio a novembre sono 7 miliardi e 636 milioni di euro.
Si può prevedere che nel 2011 le slot e le vlt trattengano nelle loro casse una cifra superiore agli 8,3 miliardi di euro.
Non a caso la società italiana cresciuta di più in borsa nel 2011 è Lottomatica, il più grande dei 10 concessionari per dimensioni ma non per quota di mercato.
In testa con un buon 25 per cento del parco macchine, infatti, troviamo Bplus, una limited company con sede a Londra controllata da Francesco Corallo, figlio di Gaetano, vecchio amico del boss catanese Nitto Santapaola.
Gaetano è stato condannato negli anni ottanta a 7 anni e 6 mesi (poi ridotti a 4 dall’indulto) per associazione a delinquere per la scalata proprio ai casinò italiani di Sanremo e Campione.
La società del figlio, che dice di non avere nulla a che fare con il padre e che è stato prosciolto in due inchieste della Procura di Roma (che lo vedevano indagato per traffico di droga e riciclaggio con il padre nel 2000 e 2009), ha ottenuto la concessione per riscuotere le tasse dello Stato italiano.
Nonostante la struttura societaria della società basata alle Antille olandesi, Corallo jr è il primo esattore delle tasse del gioco in Italia.
Il beauty contest del gioco è stato indetto anche per sanare questa situazione paradossale ma il prezzo è troppo caro.
Lo Stato italiano, dopo avere assegnato il compito di riscuotere miliardi di euro di imposte a società che non hanno rispettato gli impegni e che talvolta non si sa nemmeno a chi appartengono, ha deciso di donare loro una concessione novennale.
L’ennesimo regalo di una storia che inizia nel 2004.
Quando Berlusconi decide di fare emergere questo enorme settore sommerso affida ai dieci concessionari il compito di collegare le slot in rete con il computer della Sogei e di controllare il rispetto delle regole.
I requisiti per selezionare questi esattori e controllori del gioco erano però superficiali. Nessuno chiese informative prefettizie per conoscere nel dettaglio la storia degli amministratori nè tanto meno fu imposta una struttura societaria italiana trasparente. Le dieci concessioni dovevano scadere nel 2008 ma sono state prorogate, sempre gratis, per tre volte, l’ultima pochi giorni fa fino all’aprile del 2012.
Non solo.
Anche le nuove Vlt, molto più redditizie, sono state affidate senza gara ai dieci concessionari nella misura arbitraria di 14 vlt per ogni 100 esistenti nel parco macchine singolo concessionario.
In tal modo lo Stato ha perpetuato il regalo del 2004 mantenendo intatte le quote di mercato anche nel nuovo settore delle vlt.
A ottobre finalmente è arrivata la gara per le nuove concessioni.
Un po’ come nel beauty contest delle tv però sono stati privilegiati i concessionari attuali che potranno conservare le loro slot e vlt se rispetteranno i criteri stabiliti per legge, tra i quali finalmente c’è anche l’obbligo di far sapere chi è il proprietario. Mentre i tre nuovi entranti qualificati saranno costretti a crearsi prima una rete di vecchie slot per potere poi chiedere di entrare (sempre in ragione di 14 nuove VLT per ogni cento macchinette) nel nuovo mercato.
È difficile fare una stima del valore delle 13 concessioni in assegnazione.
L’incasso netto delle vecchie slot si può stimare in 600 milioni di euro all’anno. Mentre l’importo che resta in cassa a Bplus, Lottomatica, Sisal e compagni per le vlt è più piccolo in valori assoluti ma molto più elevato in termini percentuali.
Le grandi slot hanno trattenuto in cassa dopo il pagamento dei premi “solo” 1,2 miliardi di euro nel 2011.
Ma lo Stato si è accontentato di una tassazione pari solo al 2 per cento contro l’11,5 per cento dell’aliquota chiesta alle vecchie slot.
L’aliquota generosa (portata solo da pochi mesi al 4 per cento) è stata giustificata con un versamento una tantum di 15 mila euro per ogni macchina.
In realtà quel versamento si ripaga al massimo in un paio di anni mentre la concessione dura 9 anni.
Se il trend si mantiene simile a quello della fine del 2011, si può stimare che per 7 anni almeno i concessionari incasseranno un miliardo all’anno dalle vlt al netto delle tasse .
E altri 600 milioni di euro dalle slot, stavolta per nove anni. In tutto l’arco della concessione gli introiti potrebbero superare i 12 miliardi di euro.
Anche considerando i costi fissi per l’affitto delle sale, per le macchine e per il personale, la concessione resta un ottimo affare, un asset che i tredici concessionari iscriveranno nel loro bilancio e che non c’è alcuna ragione che non paghino a caro prezzo.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
È LA CIFRA CALCOLATA DALLA CORTE DEI CONTI: SOLDI CHE NON SONO MAI STATI INCASSATI… MIGLIAIA DI APPARECCHI ERANO SCOLLEGATI DALLA RETE CHE REGISTRA LE GIOCATE
Ottantanove miliardi e mezzo di euro. 
È la somma che, secondo la Procura della Corte dei conti, le concessionarie delle slot machine devono ai Monopoli, quindi allo Stato, per non aver rispettato la convenzione da loro stesse firmata.
Avete letto bene, miliardi, con nove zeri. Quasi quattro volte la manovra del governo Monti. Se entrassero in cassa, non ci sarebbe più bisogno dei tagli alle pensioni, delle tasse sulla casa, di niente.
L’Italia uscirebbe dalla crisi, senza chiedere un euro ai cittadini.
Già , ma il condizionale è d’obbligo.
Tutti con il fiato sospeso: l’ultima udienza della Corte dei conti è del 23 novembre scorso, entro un mese potrebbe arrivare la sentenza che l’Italia aspetta da quattro anni.
Da quando lo scandalo finì sul Secolo XIX e l’Espresso.
La battaglia sarà dura. Primo, perchè i magistrati devono districarsi in un mare di ricorsi e
controricorsi delle concessionarie, devono navigare tra norme e clausole di cui sono disseminate le convenzioni.
Ma non solo: le manovre per spianare il cammino delle potentissime concessionarie sono state tante.
Con lo Stato che non pare essersi battuto a sangue per ottenere il massimo risarcimento e riempire le sue casse esangui. Invece gli amici delle slot hanno contatti nel mondo politico: a cominciare da quella che fu An, proprio con i finiani.
Amedeo Laboccetta, ex plenipotenziario di Fini a Napoli era amministratore di Atlantis Group of Companies Nv (oggi è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot).
Non è comunque l’unico.
Per non dire del convitato di pietra, la criminalità organizzata che ha scommesso sulle slot. Cosa Nostra, ma anche la camorra.
Anzi, proprio intorno al gioco legale, secondo gli inquirenti napoletani, si sarebbe saldata un’alleanza che va dai Casalesi a Palermo.
Il motivo è semplice: alla malavita ogni apparecchio può rendere oltre diecimila euro al giorno.
Ma torniamo alla nostra storia: è il 2006 quando il Gat-Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Finanza prende in mano la pratica.
E comincia un’indagine capillare seguita dal procuratore Marco Smiroldo, giudice ragazzino tanto mi-te quanto tenace che a 35 anni si trova a fronteggiare le multinazionali del settore.
Gli uomini della Finanza passano al setaccio ogni singolo apparecchio e scoprono che decine di migliaia di slot machine non sono collegate alla rete che registra le giocate. Addirittura in un locale di Riposto (Catania) risultano depositate 26.858 slot in 50 metri quadrati.
Quando gli agenti tentano una stima del denaro dovuto allo Stato non credono ai loro occhi: si sfiorano i 90 miliardi.
Il calcolo si basa sulle penali previste dalla concessione firmata da Monopoli e concessionari: in caso di mancato collegamento delle macchinette è previsto un tot per ora per il mancato versamento del prelievo legato al gioco. Una questione matematica.
Intanto lavora anche una commissione di esperti guidata da Alfiero Grandi (Pd), sottosegretario all’Economia del governo Prodi. Un tipo tosto. Con lui il generale delle Finanza Castore Palmerini. L’inchiesta produce un documento bomba. Ma in tanti sono interessati a disinnescarla .
Il lavoro della Commissione, del Gat e della Corte dei conti finisce, però, sui giornali.
E l’opinione pubblica si scatena: migliaia di lettere arrivano a Palazzo Chigi. Romano Prodi promette: “Non ci sarà un colpo di spugna” (Silvio Berlusconi ha taciuto sulla vicenda).
La Procura inizialmente parla di penali per 31 miliardi e 390 milioni per il concessionario Atlantis World. Poi Cogetech con 9 miliardi e 394 milioni, Snai con 8 miliardi e 176 milioni, Lottomatica con 7 miliardi e 690 milioni, Hbg con 7 miliardi e 82 milioni, Cirsa con 7 miliardi e 51 milioni, Codere con 6 miliardi e 853 milioni, Sisal con 4 miliardi e 459 milioni, Gmatica con 3 miliardi e 167 milioni e infine Gamenet con 2 miliardi e 873 milioni. In totale, 89,5 miliardi.
La battaglia, però, è soltanto all’inizio.
Lontano dai riflettori gli uomini delle slot muovono le loro pedine. Le concessionarie ricorrono al Tar e al Consiglio di Stato; i Monopoli dello Stato, che sarebbero la controparte, non presentano nemmeno una carta.
Tocca poi alle audizioni parlamentari per rinegoziare la convenzione.
Dagli atti parlamentari dell’audizione di Giorgio Tino (l’allora numero uno dei Monopoli cui la Corte dei conti ha chiesto 1,3 miliardi di danni) emergono le posizioni degli onorevoli. Gianfranco Conte (Forza Italia) disse: “Chi è esperto del settore si è accorto della stupidità della Commissione (gli esperti che denunciarono lo scandalo, ndr)”. Insomma, la politica non usa il pugno di ferro con le concessionarie.
Così si arriva a stabilire nuove penali, ridotte a meno di un centesimo: da 50 a 0,5 euro l’ora per ogni apparecchio non collegato.
Con una sorpresa: “C’è chi sostiene che la nuova disciplina debba valere anche per il passato. Mai vista una cosa simile, di solito vale la convenzione in vigore al momento dell’inadempienza”, sostiene un esperto del settore che resta anonimo.
La parola quindi alla commissione tecnica Oriani-Monorchio che dovrebbe indicare come vada interpretata la convenzione.
Infine i magistrati della Corte dei conti chiedono una consulenza della Digit (Ente nazionale per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione).
A ogni passaggio il conto si assottiglia: prima si scende a 840 milioni. Un centesimo del calcolo della Procura. Poi si applica la nuova convenzione a 70 milioni.
Meno di un millesimo. Si mette l’accento sul ruolo dei Monopoli nel pasticciaccio delle slot, si alleggeriscono le responsabilità dei concessionari.
Fino all’udienza 23 novembre scorso.
Con Smiroldo che ripete la richiesta: 89 miliardi. In subordine 2,7 miliardi (comunque un decimo della manovra) oppure, appunto, 840 milioni.
Ma le concessionarie sperano che alla fine il conto sia un altro: zero euro.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
L’ADEGUAMENTO DEI VALORI POTREBBE INCIDERE SULLE COMPRAVENDITE E SULLA TASSA DELLA CASA
Il governo Monti è pronto a mettere mano al catasto e a riformarne i valori. Un’operazione che servirà a fare cassa anche se non immediatamente e che si pone come base per eventuali e futuri interventi sul principale bene degli italiani, la casa. L’obiettivo principale è di aggiornare le rendite adeguandole al mercato e di riequilibrare gli estimi delle grandi città sperequati tra centro e periferia.
L’operazione porterebbe da subito maggiori entrate nell’ambito delle compravendite. Ma – spiega una fonte di governo all’Ansa – all’adeguamento dei valori base dovrà corrispondere una riduzione delle aliquote.
Il nuovo provvedimento potrebbe arrivare velocemente, per consentire una reale applicazione prima della fine della legislatura.
L’ultimo tentativo di riforma, avviato nel 2006 dal governo Prodi con un “collegato” alla legge Finanziaria, finì nel dimenticatoio proprio per l’arrivo anticipato della fine della legislatura.
“E’ noto – è scritto nel documento – che le attuali rendite catastali, su cui si basa in larga parte la tassazione immobiliare, non sono più congrue rispetto ai valori di mercato”.
L’ultimo rapporto dell’Agenzia del Territorio indica in particolare che per le abitazioni il valore corrente di mercato è pari, in media a 3,73 volte la base imponibile ai fini Ici. Se si guarda all’Irpef, invece, lo stesso rapporto oscilla tra il 3,59 della abitazioni principali e il 3,85% delle seconde case.
I canoni di locazione, poi, sono superiori di 6,46 volte a quelli delle rendite catastali.
A tracciarne le basi del nuovo catasto è un documento elaborato dal ministero dell’Economia che fissa i cinque criteri che saranno utilizzati.
“Il disegno di riforma – spiega il ministero dell’Economia – è imperniato sui seguenti elementi: 1) la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione; 2) la rideterminazione della classificazione dei beni immobiliari; 3) il superamento del sistema vigente per categorie e classi in relazione agli immobili ordinari, attraverso un sistema di funzioni statistiche che correlino il valore del bene o il reddito dello stesso alla localizzazione e alle caratteristiche edilizie; 4) il superamento, per abitazioni e uffici, del “vano” come unità di misura della consistenza a fini fiscali, sostituendolo con la “superficie” espressa in metri quadrati; 5) la riqualificazione dei metodi di stima diretta per gli immobili speciali”.
Sul punto 2), la “rideterminazione della classificazione dei beni immobiliari”, oggi, ad esempio, per le sole ‘abitazioni’ sono previste 11 classi: dalla Casa signorile ai castelli (A9), passando per abitazioni di tipo economico (A3), popolare (A4)e ultrapopolare (A5) che spesso, con i cambiamenti avvenuti nel corso degli anni, non rispettano più la realtà .
Il documento del ministero fa espressamento un esempio: “Tipicamente – è scritto – abitazione classate come popolari (A4) lo sono rimaste nel tempo, anche se oggi, pur essendo ubicate in zone centrali, il loro valore è di fatto più elevato di edifici di “civile abitazione (A2) ubicati in zone semicentrali o, addirittura, periferiche”.
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Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
SOCIETA’ “ESTEROVESTITE” E “TRANSFER PRICING”: COSI’ SI FRODA IL FISCO…RISPUNTANO GLI SPALLONI CON LE VALIGETTE, BOOM DI SEQUESTRI A MALPENSA E AI CONFINI CON LA SVIZZERA
Via dall’Italia. In qualsiasi modo.
In questo anno che si sta chiudendo, la Grande Fuga dei capitali all’estero – e parliamo soltanto di quella accertata dalla Guardia di Finanza – ha raggiunto gli 11 miliardi di euro, più o meno un quarto dell’intera base imponibile evasa individuata dai controlli (46 miliardi).
Di questi 11 miliardi, il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società con sede legale all’estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese.
Il 18 per cento con l’antico strumento elusivo della cosiddetta “estero-vestizione” di società e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia.
Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto “transfer pricing”, la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con “altre manovre evasive”.
Ma c’è di più.
Dal pozzo nero della nostra memoria degli anni ’70 e ’80 riaffiorano gli spalloni.
Riempire una ventiquattr’ore destinata oltre frontiera con banconote da 500 euro (riescono a starcene fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro) è tornata ad essere un’opzione ricorrente.
E, per quanto empirici, i dati dei sequestri di valuta negli ultimi tre mesi ai valichi normalmente utilizzati dagli spalloni (Ponte Chiasso e gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino) crescono fino al 50 per cento rispetto alla vigilia dell’estate.
Con picchi significativi tra ottobre e novembre scorsi, le ultime settimane dell’avventura berlusconiana, quando il Paese si è trovato dinanzi all’abisso del default (in questo periodo, soltanto al confine svizzero, sono stati sequestrati 2 milioni e 600 mila euro, mentre a Malpensa, si sono toccati i 3 milioni).
La nuova stagione del governo Monti e la stretta fiscale sono evidentemente percepite come una minaccia.
“E’ ben possibile – chiosa il generale Bruno Buratti, comandante del III reparto Operazioni della Guardia di Finanza – che l’esportazione illegale di valuta riprenda a crescere con dati statisticamente significativi”.
L’investigatore la dice come fosse un eccentrico paradosso. “Ricorda l’Hawala? Dopo l’11 Settembre, il mondo scoprì che Al Qaeda e il network del radicalismo islamico raccoglievano e trasferivano contante tra i quattro angoli del pianeta con una rete informale di mediatori che non lasciava traccia nè elettronica, nè cartacea. I mediatori erano legati tra loro da un sistema di compensazioni che rendeva superfluo il movimento del contante. E dunque quegli stessi mediatori, proprio in ragione delle compensazioni, potevano rendere disponibile ai loro clienti qualsiasi cifra a destinazione senza che un solo euro o dollaro si fosse mosso. Bene, oggi funziona così in Italia per molti esportatori illegali di valuta. L’Hawala è diventato un italianissimo strumento di “spallonaggio”.
Il denaro non è più di Mohammed o di Kalil. Ma del dottor Mario, del signor Luigi”.
Semplice a dirsi. E, a quanto pare, anche a farsi.
Perchè per chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d’affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi.
La somma depositata in Svizzera uscirà dalle disponibilità del mediatore B e dunque si muoverà solo all’interno dei confini di quel Paese, regolarmente.
Ma quella somma, in realtà , da quel momento sarà nella esclusiva disponibilità del signor Rossi, cittadino italiano, che l’avrà consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno “in compensazione” quella somma.
Come fossero due banche.
Le “commissioni” per questo “spallonaggio” silenzioso, che non sposta fisicamente denaro ma lo materializza a destinazione, frequente per chi muove in nero fino a 1, 2 milioni di euro, oscillano tra il 2 e il 5% e sono pagate “alla fonte”. Più convenienti di un vecchio “scudo” alla Tremonti. E con un solo nemico: le indagini di polizia giudiziaria.
Quelle fatte di intercettazioni, pedinamenti, fonti confidenziali.
Come un pesce pilota con lo squalo, l’esportazione illegale di valuta e in genere l’accumulazione nera di capitali in contanti destinati allo “spallonaggio” oltre frontiera offrono una traccia che le indagini e i sequestri della Guardia di Finanza hanno dimostrato in questi anni essere inequivocabile: le banconote da 500 euro.
Un taglio sproporzionato e pressochè invisibile nella routine delle transazioni quotidiane per contanti.
Con una significativa concentrazione nella sua circolazione.
Proprio sulla base delle segnalazioni del circuito bancario alla Finanza, si scopre infatti che oggi, all’interno dei nostri confini, i quattro quinti delle banconote da 500 si concentrano in tre aree: i comuni a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (la porta di accesso alla Repubblica di San Marino, al segreto delle sue banche e delle sue finanziarie), il tri-Veneto. Guarda caso le tre “rampe” di fuga dei nostri capitali verso l’estero, così come del loro rientro clandestino.
In un Paese che per legge ha abbassato da 2.500 a mille euro la soglia massima delle transazioni per contanti, il pezzo da 500 dovrebbe avere vita impossibile.
E lo stesso dovrebbe dirsi dell’intera area dell’Unione, dove per altro il ricorso alla moneta elettronica e dunque la tracciabilità dei pagamenti presenta percentuali decisamente superiori alla media italiana (nel nostro Paese, quello con una delle più alte concentrazioni di bancomat in Europa, il contante resta il principale mezzo di pagamento).
Al contrario, come documentano i dati della Banca d’Italia, il numero di banconote da 500 circolanti all’interno dell’Unione Europea, è passato dai 167 milioni di pezzi del 2002, ai 600 milioni di pezzi del novembre di quest’anno.
Con un significativo incremento dell’incidenza percentuale del valore complessivo delle banconote da 500 sull’intera massa liquida in euro in circolazione. Dal 23,27%, al 34,57%.
Un punto percentuale in più dei pezzi da 50, la banconota con maggiore circolazione.
In fondo, per capire come siamo ridotti, basterebbero due parole. “Tango” e “Cash”. Sono i nomi dei due giovani “Labrador” dell’unità cinofila della Finanza all’aeroporto di Malpensa. I
due cani non annusano nè cocaina, nè hashish, nè eroina.
Sono addestrati per impazzire se all’olfatto avvertono l’odore di inchiostro e filigrane delle banconote. Euro, dollari, franchi svizzeri, nascosti in valige, cinture, scarpe, container, biancheria intima.
L’Italia è uno dei cinque Paesi in tutto il mondo (con noi, l’Inghilterra, dove i cani anti-banconote sono stati testati la prima volta, Sud Africa, Israele, Stati Uniti) ad aver deciso che sono ormai una necessità e, dall’autunno scorso, altri otto “Labrador” hanno raggiunto i valichi di Chiasso (Svizzera), degli aeroporti di Torino, Venezia, Roma e Napoli.
Perchè – dicono – “funzionano”. E perchè gli spalloni hanno ripreso a viaggiare.
Soltanto tra giugno e novembre scorsi, nell’intero Paese, sono stati sequestrati 27 milioni e 300 mila euro di valuta, con picchi tra settembre e novembre scorsi, quando il cielo dell’Italia si è fatto nero e il “nero” d’Italia ha ripreso l’antica strada dei conti in Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein.
L’ultimo “acchiappo” di “Tango” e “Cash” è stato del 12 novembre scorso. A Malpensa.
Due milioni di euro. Negli stessi giorni, “Zeb”, il nuovo “cucciolo” di Ponte Chiasso, ha annusato nel reggiseno e nelle scarpe di una distinta signora 65 mila euro.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DELLA G.D.F. METTE IN LUCE 3.300 CASI… CON O SENZA PARTITA IVA ALCUNI DIRIGENTI E FUNZIONARI SVOLGONO ALTRE ATTIVITA’
C’è chi timbra il cartellino ed esce subito dopo, chi sbriga in ufficio le pratiche dei suoi
clienti privati.
Addirittura chi accetta consulenze su progetti che poi dovrà valutare per conto dell’Amministrazione.
Sono i dipendenti pubblici che svolgono il doppio lavoro senza aver ottenuto l’autorizzazione. E in questo modo causano un grave danno all’erario.
Sono i numeri a dimostrarlo.
Negli ultimi tre anni sono circa 3.300 gli impiegati e i funzionari, anche di livello alto, scoperti dalla Guardia di Finanza e dagli ispettori della Funzione pubblica a svolgere attività esterne.
Hanno guadagnato illecitamente oltre 20 milioni di euro, causando un danno alle casse dello Stato che sfiora i 55 milioni di euro.
Il settore degli sprechi nella spesa pubblica si conferma, dunque, quello dove maggiormente bisogna intensificare controlli e verifiche per recuperare denaro e soprattutto evitare ulteriori perdite.
La dimostrazione è nella relazione annuale delle Fiamme gialle sul fenomeno dei «doppi stipendi» che evidenzia i dati relativi al periodo che va dal 2009 al 2011 e soprattutto fa emergere i casi più eclatanti.
E nella quale viene sottolineata «l’importanza di intervenire nel settore degli sprechi della spesa pubblica che da un punto di vista ragionieristico pesa quanto e forse più di quello delle entrate fiscali.
Un’importanza che oggi traspare in maniera ancor più evidente in ragione del perdurante momento di crisi e degli impegni politici assunti dall’Italia nei confronti della comunità internazionale, i quali impongono che le risorse disponibili siano spese sino all’ultimo euro per sostenere l’economia e le classi più deboli, eliminando sprechi, inefficienze e – nei casi più gravi – distrazioni di fondi pubblici che rappresentano un ostacolo alla crescita del Paese».
I progetti di geometri e ingegneri
La legge che disciplina «le incompatibilità , il cumulo degli impieghi e gli incarichi» consente ai dipendenti pubblici di eseguire attività professionali al di fuori dell’orario di lavoro, «purchè lo svolgimento del lavoro venga preventivamente portato a conoscenza della Pubblica amministrazione di appartenenza ai fini della valutazione della sussistenza di situazioni di incompatibilità o di conflitto d’interesse con la stessa».
Ed è proprio questo il nodo che ha evidentemente impedito a queste migliaia di persone di chiedere l’autorizzazione.
Nel dossier gli analisti della Finanza sottolineano come «non sia possibile stereotipare il profilo del dipendente pubblico che viola queste norme, perchè si va dai lavoratori con bassa qualifica fino a dirigenti con posizioni apicali», ma chiariscono che «i doppi lavori esercitati sono dei più eterogenei, spaziando dai lavori più umili alle alte consulenze professionali e tecniche prestate in cambio di laute retribuzioni. In sostanza si va da chi tenta di arrotondare magri stipendi a chi invece con il doppio lavoro incrementa redditi già invidiabili».
Tra le denunce del 2011 spicca quella di un geometra in servizio in un’amministrazione provinciale che ha percepito consulenze per 885 mila euro senza aver mai chiesto alcun nulla osta.
Ma la circostanza più grave è che i pareri riguardavano nella maggior parte dei casi le pratiche che doveva poi esaminare nello svolgimento del proprio incarico presso l’Ente locale.
Poco meno ha guadagnato un ingegnere che è riuscito a ottenere compensi extra per poco più di 514 mila euro grazie al rapporto che aveva con alcuni studi specializzati.
L’esperto di Fisco dell’Agenzia
Sembra incredibile, ma persino alcuni dirigenti dell’Agenzia delle entrate hanno accettato di svolgere mansioni per cittadini e società private in materia fiscale.
Il record spetta a un alto funzionario che senza chiedere alcuna autorizzazione ha svolto incarichi per 850 mila euro.
Introiti di tutto rispetto anche per un professore universitario che oltre alle lezioni presso l’ateneo, ha percepito 266 mila euro di compensi aggiuntivi.
Nel suo caso – come spesso accade – è stato l’organo di vigilanza interno ad attivare l’Ispettorato, ma molto più spesso i controlli vengono effettuati su segnalazioni di cittadini – talvolta colleghi di chi risulta al lavoro e invece non si presenta – oppure grazie a indagini autonome attivate dalla Guardia di Finanza.
Nel 2009 le Fiamme gialle hanno effettuato 738 interventi.
Risultato: «Sono stati 738 soggetti verbalizzati, 15 milioni e mezzo di euro le sanzioni contestate a fronte di 1 milione e 161 mila euro di compensi percepiti senza autorizzazione».
L’anno del boom è stato certamente il 2010, quando l’allora ministro Renato Brunetta chiese un’intensificazione delle verifiche proprio in questo settore. Il dato registra «983 interventi effettuati, 1.324 denunce e ben 28 milioni 296 mila euro in sanzioni, a fronte di introiti illegittimi che superano i 13 milioni di euro». Buoni risultati anche nei primi 10 mesi di quest’anno (il dato contenuto nella relazione arriva fino agli inizi di novembre).
Pur essendo calato il numero dei controlli a 722, le persone scoperte sono state 1.029 e 10 milioni e mezzo di euro l’ammontare complessivo delle contestazioni a fronte di cinque milioni e mezzo di euro guadagnati dai dipendenti pubblici senza autorizzazione».
Il record di 62 consulenze
È proprio nella relazione pubblicata a fine ottobre scorso dagli ispettori del ministero allora guidato da Brunetta che viene citato il caso di «dodici tra funzionari e dirigenti in rapporto di lavoro con Aziende sanitarie che hanno ricevuto compensi superiori a 100 mila euro ciascuno» per attività extra.
Ma il vero record l’ha raggiunto un dipendente statale citato in giudizio dalla magistratura contabile.
Si legge nella relazione della Funzione pubblica: «Anche il procuratore capo della Corte dei conti della Regione Lazio ha citato durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 la “vicenda paradossale” di un dipendente sottoposto a giudizio per un’ipotesi di danno erariale di 2 milioni e mezzo di euro.
Il dipendente è risultato titolare contemporaneamente di più rapporti di pubblico impiego, espletando altresì in un arco temporale di qualche anno ben 62 incarichi e consulenze professionali, figurando come avvocato e fatturando con la partita Iva della quale era titolare in quanto intestatario – tra l’altro – di un’attività commerciale di ristorazione».
La direttiva d’intervento del comandante generale della Guardia di Finanza per il prossimo anno impone che l’attività dei vari reparti debba essere intensificata – oltre che nella lotta all’evasione fiscale – proprio sugli sprechi della spesa pubblica, così come del resto è stato più volte sollecitato dal governo.
E quello dei doppi stipendi è certamente uno dei settori in cima alle liste di priorità per incrementare i «fondi di produttività » dei dipendenti pubblici (che servono tra l’altro a pagare gli straordinari); la legge prevede infatti che vengano incamerate non soltanto le somme ingiustamente percepite dai lavoratori, ma anche «gli introiti delle sanzioni comminate ai soggetti committenti, per lo più privati, che si avvalgono irregolarmente delle prestazioni dei pubblici dipendenti».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
RIMBORSI NON DOVUTI, ASSEGNI E PENSIONI DI PARENTI DECEDUTI
Quello delle truffe all’Inps è certamente il settore che genera maggiore allarme visto che l’ammontare del deficit continua ad aumentare, nonostante l’intensificazione dei controlli. Perchè è vero che il lavoro «nero» rappresenta una vera e propria piaga, ma anche gli illeciti compiuti grazie a false certificazioni o alla complicità di dipendenti dell’istituto di previdenza – soprattutto nelle sedi periferiche – provocano una vera e propria emorragia di fondi pubblici.
In attesa dei dati consolidati per il 2011, sono le segnalazioni di infrazione già trasmesse al comando generale della Guardia di Finanza a dimostrare quale sia il livello degli illeciti compiuti.
C’è chi ritira la pensione del parente morto e chi continua a percepire l’indennità di accompagnamento nonostante sia ricoverato in una struttura di lungodegenza a totale carico dello Stato.
C’è chi ha ottenuto il rimborso per la sospensione della propria attività dopo il terremoto in Abruzzo e ci sono le migliaia e migliaia di falsi braccianti che causano ogni anno una perdita milionaria all’Erario.
I falsi braccianti agricoli
Il fenomeno è molto più esteso di quanto si creda: nel 2011 la Guardia di Finanza ha scoperto complessivamente più di 6.500 falsi braccianti agricoli che hanno provocato un danno alle casse dell’Inps di oltre 42 milioni di euro.
L’indagine più capillare è stata certamente quella condotta dalla tenenza di Capo d’Orlando, in Sicilia, che ha esaminato circa 33.000 istanze di disoccupazione.
I risultati sono stati sorprendenti.
È stato infatti accertato come «1.759 individui avevano ottenuto circa 7,5 milioni di euro dalle casse dell’Inps, in quanto – pur essendo in realtà titolari di partita Iva e svolgendo attività professionali, commerciali o imprenditoriali – avevano presentato all’Istituto false autocertificazioni in cui dichiaravano di versare nella condizione di “disoccupato”.
Tutti i soggetti, che hanno percepito assegni che variavano tra i 1.500 e i 9.000 euro annui, sono stati denunciati all’autorità giudiziaria per falso e truffa ai danni dello Stato». Gli stessi reati sono stati naturalmente contestati ai datori di lavoro che, «al fine di dimostrare l’esistenza del rapporto facevano spesso ricorso a transazioni commerciali coperte da fatture false, utili da una parte a giustificare l’operatività di quei braccianti e, dall’altra, ad abbattere il reddito delle imprese».
E questo ha fatto anche individuare «69 evasori totali e redditi non denunciati per circa 30 milioni di euro».
Ricoveri, lungodegenze e indennità d’accompagnamento
Chi percepisce l’indennità di accompagnamento deve segnalare un eventuale ricovero in lungodegenza se si tratta di una prestazione erogata dal servizio sanitario nazionale.
Una procedura che non sempre viene rispettata, come è stato scoperto dal nucleo di polizia tributaria di Lecce che ha effettuato 1.467 controlli sui «soggetti ricoverati in strutture sanitarie in regime di lungodegenza con retta a totale carico dell’Asl o di altre pubbliche amministrazioni, che risultavano essere anche percettori dell'”indennità di accompagnamento”».
Alla fine delle verifiche sono state denunciate 443 persone per aver percepito complessivamente oltre 3 milioni e 800 mila euro di indennità non dovute.
In particolare «26 persone hanno riscosso l’indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale, di fatto, risultavano ricoverate in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello Stato.
Gli stessi soggetti, attraverso la dissimulazione di circostanze esistenti hanno indotto in errore l’Inps che ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 270.823 euro.
Gli altri 417 soggetti hanno riscosso l’indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale erano anch’essi ricoverati in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello stato.
A differenza dei primi, hanno omesso di comunicare all’Inps le informazioni dovute – in particolate l’avvenuto ricovero con pagamento della retta a totale carico dello Stato – e hanno indotto in errore il medesimo Istituto di previdenza che, pertanto, ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 3.550.892».
Conservare i benefici dei familiari già morti
La più determinata è una donna di Palermo che è riuscita a percepire la pensione della madre morta dieci anni prima.
Ma sono decine e decine i casi scoperti dai finanzieri di Palermo di persone che grazie a un’autocertificazione con dati fasulli sono riusciti a riscuotere per lungo tempo la pensione del familiare morto.
Le verifiche sono state effettuate ricostruendo i flussi finanziari transitati su centinaia di conti correnti postali e bancari per individuare il reale beneficiario e hanno consentito di scoprire che numerosi soggetti, proprio per sviare eventuali indagini, avevano fittiziamente spostato la residenza in altri Comuni del territorio nazionale o addirittura all’estero.
Alla fine degli accertamenti sono state denunciate 441 persone con un danno erariale che supera gli 800 mila euro. «Il sistema di frode – è scritto nella segnalazione – ha consentito agli indagati di percepire le somme di danaro, con riscossione direttamente allo sportello, attraverso la redazione e sottoscrizione di una dichiarazione con cui si attestava falsamente l’esistenza in vita del titolare della pensione. In altri casi, invece, la morte del titolare della pensione veniva completamente taciuta e, quindi, mensilmente, continuava ad avvenire l’accredito diretto su conti correnti postali o bancari».
Contributi e sciacalli del sisma del 200
Tra le agevolazioni concesse alle vittime del terremoto in Abruzzo del 2009 c’era anche l’indennità per chi era stato costretto a sospendere la propria attività . Ed è proprio per verificare il rispetto delle procedure che la Finanza ha avviato controlli su tutti coloro che ne avevano fatto richiesta.
Si tratta di professionisti, lavoratori autonomi, artigiani e piccoli imprenditori, coltivatori diretti e commercianti, che avevano presentato l’istanza allegando «autocertificazioni attestanti danni a immobili, impianti e macchinari o altri impedimenti».
Ma per 56 di loro quella documentazione si è rivelata falsa: gli investigatori hanno accertato che – nonostante avessero percepito indennità per 300 mila euro – avevano continuato a svolgere regolarmente il proprio lavoro».
Sciacallaggio come quello compiuto da sei persone, denunciate nel corso della stessa operazione, che hanno ottenuto i 600 euro mensili previsti per chi non aveva più l’abitazione agibile con un danno complessivo già quantificato in 50 mila euro.
F.Sar.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
LE BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO SONO 416 E RAPPRESENTANO IL QUARTO GRUPPO BANCARIO ITALIANO…ANCHE LORO SONO COSTRETTE A TAGLIARE I PRESTITI
“Siamo gli ultimi a togliere le mani dal fuoco», dice orgoglioso Luca Barni, brillante direttore della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, 19 sportelli tra varesotto e milanese laborioso.
«In questi mesi abbiamo continuato a fare la banca senza tagliare impieghi a imprese e famiglie. Ovviamente se il territorio soffre, noi soffriamo con lui…».
Un sacrificio che si paga salato: la sua Bcc chiuderà il 2011 con 1,2 milioni di utile, -79% rispetto al 2007, quando su 18 milioni solo 3 venivano messi a rettifica di valore. «Nell’ultimo biennio, il rapporto si è completamente invertito…».
All’altro capo del Lombardoveneto, il mitico Bepi Maset – dopo aver trasformato una banchetta trevigiana mono sportello (la ex cassa rurale di Orsago) in un istituto (Bcc della Marca) capace di accompagnare il boom della sinistra Piave – è stato strappato alla pensione dalla Bcc Monsile, lo tsunami richiede un timoniere esperto: «Restiamo in trincea – spiega il neo dg – anche se la crisi aumenta le sofferenze» in un territorio dove alcune imprese cominciano a non pagare la bolletta del gas e chiedono soldi in banca per saldare le 13esime ai dipendenti.
Nate dalle collette promosse tra contadini e artigiani dal parroco del paese, le Banche di credito cooperativo sono il presidio al centimetro dell’Italia dei campanili.
Non c’è praticamente distretto lombardo, veneto, piemontese, emiliano o trentino che non sia cresciuto accompagnato da una Cassa rurale in cui i soci siano diventati prima metalmezzadri e poi capitalisti molecolari.
Piccole, le 416 Bcc italiane lo sono sempre.
Ma raccolte in Federcasse hanno 1,1 milioni di soci, prestano quasi 140 miliardi di euro a famiglie e imprese sotto i 10 dipendenti (quota di mercato pari al 12%, che sale a 22% per quelle artigiane) e soprattutto nel triennio orribile 2009-2011 hanno continuato a pompare risorse (+9,7%) trasformandosi in sportellorifugio per le tante Pmi strozzate dal taglio dei fidi delle grandi banche.
Un ruolo prezioso riconosciuto da Bankitalia.
Per il vicedirettore generale, Anna Maria Tarantola, nella crisi il sistema ha rappresentato «un fattore di stabilità perchè ha garantito continuità nei prestiti alle piccole imprese, quando gli intermediari di maggiori dimensioni incontravano vincoli severi dal lato della provvista».
Sono stati anche gli anni della seduzione tremontiana, la suggestione della Banca del Sud e il riconoscimento politico del ruolo Bcc.
Un protagonismo virtuoso pagato a caro prezzo.
L’impatto della crisi del debito «è rilevante: la solidità è minore di 3 anni fa», ammonisce oggi Tarantola. Nei primi 9 mesi 2011 «la raccolta complessiva è aumentata dello 0,6% grazie al mercato interbancario, al netto si sarebbe registrata una diminuzione dello 0,3%».
Morale: il paracadute aperto su imprese e territori sta lasciando «visibili tracce nei bilanci».
La qualità degli attivi è molto peggiorata: «la crescita annua delle sofferenze supera il 35%…».
Basta un numero per riassumere tutto: nel 2007 il sistema Bcc faceva 4 miliardi di utili, nel 2010 sono crollati a 400 milioni (-90%).
Al netto della dozzina di banche commissariate dalla Vigilanza per «frodi», «inosservanza delle disposizioni in materia di trasparenza», «carenze nel processo di credito» o «nei controlli interni», per la prima volta ci sono Bcc sane che chiudono in rosso per la crisi.
Nel 2010 ben 9 su 40 nel ricco Veneto. Otto su 44 nella opulenta Lombardia.
Cose mai viste. «E quest’anno sarà peggio», assicura un banchiere cooperativo.
Ognuno in fondo ha le sue spine.
Se le grandi banche hanno problemi di liquidità perchè impegnate a ricapitalizzarsi, alle prese con i criteri contabili dell’Eba, i bond in scadenza e i titoli di stato da sostenere, al piano di sotto la galassia Bcc, polmone delle province industriali, sconta la scarsa redditività tipica di quando raccogli e presti soldi in un’economia in semi recessione.
Dove c’è molta cassa integrazione, il circuito dei pagamenti tra imprese è bloccato e aumentano i fallimenti (gennaio-settembre 2011 in Italia sono saltate 8.556 imprese, +8,7% sul 2010), costringendo decine di Bcc ad alzare i tassi di interesse per coprire le perdite.
Fino al difficile accesso alla liquidità messa a disposizione dalla Bce. Insomma difficoltà di redditività più che di capitale. «Il nostro patrimonio di vigilanza medio è pari al 14,1% contro il 9% di Intesa San Paolo, la migliore tra le big», assicura Barni. Il punto è che «ogni milione di utile in meno sono 20 di minore credito al territorio…».
Di qui la necessità di «una revisione profonda delle strategie e dei modelli operativi» come ha chiesto Tarantola.La creazione del Fondo di garanzia istituzionale è utile ma non basta. Ci vorranno economie di scala nei servizi. Fino al tabù delle fusioni. Dentro al sistema qualcuno comincia a parlarne. «Crescere per non morire…».
Marco Alfieri
(da “La Stampa”)
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Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
LA NUOVA TARIFFA STANDARD PREVEDE CHE I PASSEGGERI NON POSSANO ACCEDERE ALLE CARROZZE BAR/RISTORANTI…PER TRENITALIA E’ “UNA SCELTA DI MARKETING”, IL CODACONS DENUNCIA: “FINITI I TEMPI DELLE DEPORTAZIONI”
Chi sceglie la classe Standard (la più economica) sui nuovi Frecciarossa di Trenitalia, sappia che, per quasi tutta la durata del viaggio (Milano-Roma, Roma-Napoli), dal suo vagone potrà accedere solo agli altri tre riservati a chi ha pagato la tariffa più bassa.
Avete capito bene: niente «passeggiatine» per sgranchire le gambe se non all’interno dei quattro suddetti vagoni. Le porte sono bloccate.
E soprattutto niente pausa caffè alla carrozza ristorante/bar, che resta accessibile esclusivamente a quanti hanno prenotato un posto di livello superiore.
Il nuovo Frecciarossa con i quattro livelli di servizio (cui corrispondono inevitabilmente 4 diverse tariffe) è attivo dal 25 novembre: quattro i treni interessati che percorrono ogni giorno la tratta Milano-Roma-Napoli.
Niente più distinzione tra prima e seconda classe, ma un’ampia gamma di modalità di viaggio che va dall’Executive, con poltrone singole e reclinabili e poggiagambe regolabile, fino alla Standard, passando per i livelli Business e Premium.
Un biglietto Standard Roma-Milano costa il 6% in meno della «vecchia» II classe (86 euro invece che 91): è possibile navigare grazie al Wi-fi e intrattenersi con informazioni e news sui monitor di bordo.
Un carrellino bar consente di acquistare qualcosa da mangiare e bevande calde o fredde.
Sul sito di Trenitalia la foto di una allegra famigliola, padre madre e bambino tutti e tre stranieri e sorridenti, sponsorizza il livello «standard» e, a leggere bene, delle carrozze bloccate non si fa mistero.
«Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive».
Tuttavia, per chi prenota il biglietto con tariffa Standard l’effetto sorpresa è inevitabile.
«È una scelta di marketing – fa sapere Trenitalia -, finalizzata a garantire livelli di servizio adeguati alle richieste. In altri termini, se hai prenotato un viaggio Milano-Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato. E poi nessun problema in termini di sicurezza, visto che sui quattro vagoni «Standard – assicurano – c’è sempre un capotreno cui far riferimento».
Le associazioni dei consumatori, però, mal digeriscono il fatto che a chi viaggia in Standard sia inibito il passaggio alle altre carrozze.
«E se un passeggero soffre di claustrofobia?», chiede un po’ provocatoriamente Alessandro Miano, di Assoconsumatori.
«Può presentare un esposto-denuncia e forse ci sono addirittura i termini per ravvisare dei reati».
Ancora più critico il presidente di Codacons Lombardia Marco Donzelli, che definisce «ridicola» la politica aziendale di Trenitalia e annuncia battaglia. «Qualcosa la faremo di certo – spiega -, su una cosa così si può un giudice potrebbe persino sollevare la questione di costituzionalità ».
Niente scusanti o mezzi termini, per Donzelli. «È finito – dice – il tempo delle deportazioni».
Cristina Argento
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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