Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
LA MANOVRA COLPIRA’ MILIONI DI ITALIANI: MENO MACELLERIA SOCIALE DI QUELLA TEMUTA, MA DAL GOVERNO DEI PROFESSORI CI SI ATTENDEVA QUALCOSA DI PIU’
Le lacrime di Elisa Fornero sono una buona metafora di questo “decreto salva-Italia”. Un’operazione chirurgica di tasse e di tagli senza anestesia, sul corpo vivo della società italiana. Farà piangere alcuni milioni di persone, anche se farà un po’ meno “macelleria sociale” di quanto si temeva. Diciamo la verità . Dal governo dei Professori ci saremmo aspettati qualcosa di più.
In termini di qualità e di equità .
Non serviva un autorevolissimo tecnico prestato alla politica come Monti, che con i suoi atti ha combattuto in Europa i grandi trust del pianeta e che con i suoi articoli si batte da anni per la modernizzazione del Paese, per varare una manovra che ha comunque un vago sapore di stangata vecchio stile.
Non serviva una squadra d’èlite per mettere insieme un pacchetto di misure che comprendono la solita infornata di imposte per i contribuenti e la solita carestia di risorse per gli enti locali.
Su questa “cura” grava in parte la stessa ipoteca che aveva pesato sulle ultime due manovre del governo Berlusconi-Tremonti, che tra luglio e agosto avevano razzolato la quasi totalità del gettito sulle tasse, e solo per una quota marginale sulle spese (di cui l’80% sulle riduzioni per ministeri, enti locali e sanità ).
Ora, il pacchetto di misure varato dal Consiglio dei ministri ripete parzialmente lo schema: su un totale di 30 miliardi “lordi”, 17 sono aumenti d’imposta, 13 sono riduzioni della spesa.
Ancora una volta, la necessità di fare cassa fa premio sull’opportunità di ripensare più a fondo la natura e la struttura del bilancio pubblico.
È vero che urgeva ed urge una terapia d’urto, e che come dice il premier “il debito pubblico non è colpa dell’Europa, ma è colpa di noi italiani”.
Ma se è vero quello che la Banca d’Italia ripete da tempo, e cioè che nel prossimo biennio la pressione fiscale viaggia verso il record del 43,7% del Pil e la spesa primaria al netto degli interessi corre verso il 43,3%, allora la manovra resta ancora troppo squilibrata dal lato delle entrate.
Sul fronte fiscale, il “saio” cucito addosso ai contribuenti è pesante.
Monti (come del resto Tremonti) aveva promesso il passaggio della tassazione dalle persone alle cose.
Nella sua manovra di questa traslazione c’è una traccia ancora insufficiente.
Le “cose” vengono ri-tassate. La casa subisce un duplice, gravosissimo colpo: l’introduzione dell’Imu e l’aggiornamento degli estimi catastali.
I beni di consumo subiscono un’altra frustata: l’aliquota Iva aumenterà di altri 2 punti nel secondo semestre 2012, dopo il rialzo agostano già decretato dal governo forzaleghista, con un’alea difficile da calcolare sul possibile “propellente” inflazionistico che può generare. In compenso, con una scelta saggia propiziata anche dalla moral suasion dei partiti della “Grosse Koalition” all’italiana, le “persone” vengono tassate un po’ meno del previsto.
Il cospicuo ritocco dell’ultima aliquota Irpef, dal 43 al 46%, è stato opportunamente rimosso dal menù.
Si è risparmiato così l’ennesimo tributo sul ceto medio, e si è archiviata l’idea, non del tutto realistica, che i “ricchi” in Italia siano quelli che dichiarano più di 75 mila euro l’anno.
In realtà questo è anche il bacino sociale del lavoro dipendente che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, mentre il lavoro autonomo continua a ripararsi dietro dichiarazioni dei redditi scandalose, che non superano i 25-30 mila euro l’anno.
In compenso, salirà l’addizionale Irpef delle regioni.
La manovra di Monti ha recuperato in extremis un barlume di equità .
Con la pistola del Cavaliere alla tempia, il premier ha dovuto rinunciare a spostare drasticamente il prelievo, dal reddito al patrimonio.
È deludente che un governo tecnico non sia stato in grado di varare un’imposta sulle grandi fortune sul modello francese, e non abbia nemmeno tentato di riequilibrare l’imposizione sulle rendite finanziarie (ferma al 20%) rispetto a quella sul lavoro (ormai a quota 36%).
Ed è deludente che abbia rinunciato a tentare un affondo più convinto contro gli “invisibili” del sistema tributario, che ogni anno nascondono al Fisco 120 miliardi di euro: si poteva osare di più, e non limitarsi a reintrodurre la tracciabilità del contante solo dai 1.000 euro, dopo aver annunciato alle Camere l’intenzione di “chiedere di più a chi ha di più” e la volontà di “colpire l’evasione fiscale” per impiegare il maggior gettito per abbattere le imposte sui lavoratori e sulle imprese.
Ma in compenso, grazie alle pressioni del Pd, uno sforzo di giustizia sociale è stato fatto grazie alla tassa una tantum dell’1,5% sui capitali rientrati con l’ultimo scudo fiscale di Tremonti.
E sulla stessa linea si iscrivono l’estensione dell’imposta di bollo su diverse operazioni finanziarie (e non più solo sui conti correnti bancari), la tassa di stazionamento aggravata sugli yacht e i rincari del bollo sulle auto di lusso.
Misure che incidono effettivamente sulle categorie più benestanti, risparmiate in tutti questi anni dai sacrifici.
Tuttavia, anche in questo campo si poteva fare di più e di meglio, per rendere socialmente più tollerabile la distribuzione del prelievo.
Nel “decreto salva Italia” c’è comunque un elemento di qualità .
Sul fronte della spesa, l’intervento sulle pensioni è serio e strutturale.
È giusto correggere le iniquità del sistema dell’anzianità , anomalia tutta italiana nella quale si frantuma una parte del patto tra le generazioni.
È giusto superare la disparità del metodo di calcolo (retributivo o contributivo) a seconda che si sia stati assunti prima o dopo il 1978.
È giusto equilibrare le aliquote contributive delle categorie autonome che in questi decenni sono state abbondantemente al di sotto della media.
È anche giusto, benchè doloroso, accelerare l’innalzamento ed equiparare l’età di vecchiaia per uomini e donne, anche se non si può non accompagnare un vero e proprio “scalone” sull’accesso alla pensione femminile con un sistema di Welfare finalmente inclusivo per chi deve coniugare lavoro e cura della famiglia e dei figli.
Ma il blocco della rivalutazione degli assegni, sia pure salvando quelli al minimo e fino al limite dei 940 euro al mese, è a tutti gli effetti una “tassa sul pensionato”, che oltre tutto non risparmia i trattamenti compresi tra i 1.000 e i 2.000 euro al mese.
Il 48% del totale, e in questa fascia sociale non si tratta certo di “pensioni d’oro”.
Per il resto, sui tagli di spesa non c’è molto altro di veramente “qualificante”.
L’abbattimento dei costi della politica è ancora allo stadio iniziale, a dispetto del gesto di buona volontà del premier che rinuncia al suo stipendio. Il colpo di scure sulle Autority e sulle Province, oppure la soppressione dell’Enit o dell’Agenzia per il nucleare, aiutano ma non risolvono.
Volendo amputare sul serio la spesa improduttiva e gli enti inutili si sarebbe potuto e si potrebbe affondare la lama molto più in profondità .
La stessa cosa si può dire per il pacchetto di misure sulla crescita presentate dal ministro Passera.
Le liberalizzazioni si limitano ai farmaci di fascia C nelle parafarmacie, e con una serie dettagliata di vincoli. Il credito d’imposta per la ricerca è troppo basso.
La deduzione Irap sui costi del lavoro, a vantaggio delle imprese, è solo un primo passo, ancora troppo timido.
Monti, in queste settimane, aveva costruito la sua manovra su una “triade” inscindibile: rigore, equità , crescita.
Dei tre assi, per ora ne ha calato davvero uno solo, cioè il primo. Era necessario.
Ma se il premier non si affretta a giocare fino in fondo anche gli altri due, la sua partita sarà difficilissima.
In Parlamento, e soprattutto nel Paese.
Massimo Giannnini
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
ABBANDONARE L’EURO COSA COSTEREBBE ALLA NOSTRA ECONOMIA E QUANTO INCIDEREBBE NELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA?
Molti sono convinti che dovremo prima o poi abbandonare l’euro. 
Ma quali sono i vantaggi di cui abbiamo goduto e a cui dovremmo rinunciare?
Chi dice che con la vecchia lira si stava meglio, non sa (o fa finta di non sapere) che l’euro ha portato grandi vantaggi all’economia italiana.
In primo luogo, ci ha garantito quasi 15 anni di bassa inflazione.
In altre parole, il potere d’acquisto dei salari e dei risparmi degli italiani ha goduto di condizioni che non avevamo più visto dai tempi dell’ormai mitico miracolo economico degli anni Sessanta.
Senza l’euro avremmo subito in modo ben più grave i rialzi dei prezzi (in dollari) delle merci a cominciare da quello del petrolio.
Se soffrite ogni volta che fate il pieno, pensate che con la vecchia lira, che non si sarebbe certo rafforzata rispetto al dollaro, sarebbe stato molto peggio.
L’euro ha portato vantaggi alle imprese italiane?
Con una lira debole al posto di un euro forte, le imprese italiane avrebbero probabilmente esportato di più.
Il condizionale è d’obbligo perchè oggi non ci si può illudere di competere con i Paesi asiatici solo grazie a prezzi bassi.
La qualità e la tecnologia sono fattori ben più importanti.
E la perdita di competitività delle imprese italiane non dipende dai salari (che sono cresciuti anche meno degli altri Paesi), ma dalla bassa produttività che dipende anche da insufficienti investimenti in ricerca e sviluppo, cioè problemi che l’industria italiana aveva anche prima di entrare nell’euro.
È poi certo che le imprese hanno pagato tassi di interesse molto bassi sui loro debiti. Secondo i dati Mediobanca riferiti a tre quarti del sistema produttivo italiano, nel 2010 gli oneri finanziari erano il 3 per cento del fatturato, contro il 5,5 del 1991.
Se si considera che oggi l’utile netto si colloca al 4,8 per cento del fatturato, è facile capire che con l’incidenza di allora degli oneri finanziari, i profitti sarebbero praticamente dimezzati.
…e la Germania?
Anche la Germania ha avuto grandi vantaggi, in primo luogo perchè ha potuto esportare più facilmente i suoi prodotti all’interno di Eurolandia, che rappresenta la stragrande maggioranza del suo commercio estero.
Non solo: a fronte dei suoi surplus commerciali ha acquisito crediti nei confronti dei Paesi che importavano.
È sbagliato quindi dividere l’Europa in cicale spendaccione e formiche laboriose: le prime compravano anche Mercedes e Volkswagen e si indebitavano con le banche tedesche.
Era una situazione squilibrata d’accordo, ma finora le banche e le imprese delle formiche hanno prosperato grazie alle cicale che hanno comprato i prodotti e pagato gli interessi sui debiti accumulati per comprarli.
Cosa succederebbe se uno o più Paesi decidessero di abbandonare l’euro?
La situazione, già molto grave, precipiterebbe.
Nell’imminenza del provvedimento, le banche di quei Paesi sarebbero soggette a deflussi di fondi difficilmente sopportabili e le loro passività dovrebbero essere congelate.
Per evitare fughe di capitali che metterebbero definitivamente in ginocchio l’economia, bisognerebbe introdurre controlli sui movimenti dei capitali e forse anche restrizioni all’acquisto di valuta per motivi turistici.
In breve, si dovrebbe vivere per un po’ di tempo in una condizione da stato di guerra analogo a quello sperimentato dall’Argentina quando abbandonò l’ancoraggio al dollaro della sua moneta.
In quel caso, fu necessario congelare di fatto i depositi bancari per 12 mesi ed emettere dei buoni statali chiamati (con sublime ironia involontaria) patacones.
Quando la moneta muore (come dice il titolo di un bellissimo libro sulla fine della Repubblica di Weimar) il problema tecnico è difficilissimo da gestire, quelli che pagano sono le categorie meno protette e ogni scenario politico diventa possibile.
Senza il disastro inflazionistico di allora, Hitler non sarebbe mai arrivato (con elezioni) al Reichstag.
Ma perchè lo scenario di uscita dall’euro deve essere così catastrofico?
Il problema sono i debiti in euro accumulati dai Paesi che intendessero uscire dall’euro.
Per evitare di dover rimborsare con una moneta svalutata, dovrebbero anche dichiarare default, cioè proporre un rimborso parziale.
A quel punto si innesca una reazione a catena come in una centrale nucleare impazzita.
Lo ha affermato a chiare lettere proprio nei giorni scorsi un organismo autorevole e indipendente come l’Ocse, che ha testualmente previsto: ‘Forti cadute del Pil dei Paesi Ocse, ma soprattutto nell’area dell’euro’, che potrebbe essere ancora più forte se uno o più Paesi decidessero di abbandonare l’euro, nell’illusione di ottenere vantaggi di breve periodo.
In quel caso avremmo una svalutazione delle monete nazionali che implica “enormi perdite per i possessori di titoli, a cominciare dalle banche che diventerebbero insolventi”. Un quadro di ‘massiccia distruzione di ricchezza, fallimenti e crollo della fiducia nell’integrazione europea porterebbero a una profonda depressione’ non solo per i Paesi che escono, ma anche per quelli che rimangono.
E ovviamente, sarebbero le categorie più deboli, a cominciare dai lavoratori e dai risparmiatori quelli che non avrebbero alcuna difesa.
In altre parole, la svalutazione sarebbe uno choc inflazionistico micidiale per i lavoratori e per i detentori di obbligazioni, pubbliche o private.
Come è accaduto in Italia negli anni Settanta, quando peraltro la copertura della scala mobile era molto elevata e quindi il potere d’acquisto dei salari era relativamente protetto.
Oggi si tratterebbe di un salto nel vuoto senza paracadute.
Marco Onado
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
I CAPITALI RIENTRATI CON LO SCUDO FISCALE TASSATI DELL’1,5%, SI ALZA L’ETA’ PENSIONABILE, SI PAGHERA’ LO 0,4% SULLA PRIMA CASA, SALTANO MOLTE POLTRONE NELLE PROVINCE…MONTI RINUNCIA ALLO STIPENDIO DI PRIMO MINISTRO E DA’ L’ESEMPIO…SI POTEVA FARE DI PIU’ MA IL RISCHIO ERA CHE LO STATO NON RIUSCISSE A PAGARE PIU’ GLI STIPENDI….I PARTITI CHE HANNO SFASCIATO IL PAESE (COME LA LEGA) ORA FANNO I CRITICI
C’è qualcosa di simile ad una patrimoniale. Ma non è come ci si aspettava. Ritorna l’Ici (che colpisce tutti, però), i bolli sui conti correnti e le rendite finanziarie.
E anche un superbollo per le auto di lusso, la tassa sulle barche sopra i 10 metri e sul possesso di aerei e elicotteri.
Poco, però, per incidere davvero sul privilegio.
Per il resto, si picchia durissimo su pensioni, nuova Ici e Iva. Aumenteranno persino le accise sulla benzina.
Qualche passaggio forte sulla lotta all’evasione così come detassazioni a lavoro e imprese; per il resto, però, la sostanza resta quella di tagli e tasse. Anche se Monti ne ha parlato come di qualcosa di “rivoluzionario”, unica nel suo genere almeno fino ad oggi.
E ha respinto ogni accusa. In modo credibile, ma quanto vero lo si scoprirà oggi, quando il decreto sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
La manovra “salva Italia” — come è stata ufficialmente battezzata — firmata Mario Monti, contenuta in un unico decreto, e che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe far restare il Paese saldamente ancorato all’Europa, non delude le aspettative sul rigore, mostra timidi segnali di sviluppo (sgravi Irap alle imprese sul costo del lavoro), e tocca anche un po’ la Casta, ma senza fare troppo male; ridisegna l’organizzazione delle Province, tagliando a 10 il numero dei consiglieri e rendendo gratuito “ed onorifico” il ruolo, rende più trasparenti le dichiarazioni dei redditi dei parlamentari e del governo ma, soprattutto, taglia gli stipendi dell’esecutivo.
Mario Monti ha rinunciato (ripetendola due volte a causa di una domanda fuori luogo dell’ex parlamentare e giornalista Gustavo Selva) al suo stipendio di presidente del Consiglio e di ministro dell’Economia, “in linea con i sacrifici chiesti agli italiani”.
Su Parlamento, benefit e privilegi parlamentari, però, nessun cenno.
Solo una riduzione dei componenti delle varie Authority operanti in Italia, dalla Consob al Garante per la concorrenza e tutte le altre; una razionalizzazione, insomma, più che un vero taglio.
Sarà soppressa anche dell’Agenzia per il nucleare.
Una mazzata, tuttavia, è arrivata sui capitali rientrati in Italia attraverso lo scudo fiscale.
Monti li tasserà dell’1,5%.
Tremonti non ci avrebbe mai neppure pensato. “La lotta all’evasione è una priorità del governo — ha detto Monti — e dunque il primo passo è non ricorrere più a condoni che riducono la base imponibilie futura e danno un gettito inferiore al dovuto”.
L’obiettivo del governo è “evitare la possibilità stessa dell’evasione” e dunque “è implicita la scelta di non procedere a condoni”.
Al contrario, Monti ha annunciato “meccanismi sistematici che allargano la base imponibile in settori individuali, nelle imprese artigiane, per i quali verrà creata una fiscalità non punitiva opzionale”.
Chi si aspettava che dopo i colloqui avuti soprattutto con i sindacati, i “bocconiani” al governo rivedessero e limassero almeno alcuni passaggi sul regime pensionistico e sull’aumento dell’Iva, soprattutto nell’aliquota agevolata (quella che comprende quasi tutti i prosotti alimentari), oppure sulla deindicizzzione delle pensioni, come chiesto a gran voce dalla Camusso per prima, ma più o meno da tutte le sigle sindacali, si è sbagliato di grosso.
E’ solo che questa misura è costata molto, anche a livello personale e psicologico, alla ministra del Lavoro, Elsa Fornero.
Che è scoppiata in un pianto dirotto (leggi l’articolo) a far capire quanto possa essere dura una misura come questa su chi percepisce una pensione di poco più di mille euro.
Le lacrime e il sangue, insomma, ci sono tutte.
E l’equità , per quanto elemento dirimente e imprescindibile dell’intero decreto, a quanto sottolineato più volte da Monti, ce n’è di meno, molto meno.
Per Monti, tuttavia, questa è la migliore possibile.
Ma non tutti i suoi ministri la pensavano, evidentemente, allo stesso modo se durante il lungo consiglio dei ministri (durato tre ore) per il via libera alle misure, si sono registrati parecchi malumori; la Fornero, insomma, non ne voleva sapere di toccare l’indicizzazione delle pensioni, e altri ministri erano con lei, ma Monti è stato inamovibile.
Alla fine il via libera.
Con Monti che ha avuto la meglio; le misure erano quelle necessarie, nessun ritocco.
Lo ha “twittato” persino il ministro Passera: “Capisco il disagio dei cittadini, ma la catastrofe incombe e va evitata, anche se costa”.
Ma, intanto, Passera ha annunciato “il rafforzamento forte del Fondo di garanzia per assicurare almeno 20 miliardi di credito alle piccole e medie imprese”.
“Abbiamo rimesso in moto l’Ice, lo abbiamo ricreato”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico.
E, inoltre, “la nostra fiscalità finora oggi quasi quasi penalizzava aziende che avevano molto costo di lavoro — ha spiegato ancora Passera — per questo abbiamo deciso di defiscalizzare l’impatto dell’Irap sui risultati dell’ azienda e questo è una cosa molto concreta”.
Così come il forte rafforzamento del Fondo di Garanzia per le imprese, una misura che ha strappato l’applauso, nel pomeriggio, da parte di Confindustria e della Marcegaglia che, non a caso, aveva sottolineato la sua “soddisfazione”.
Sullo specifico delle misure, spiegate da Grilli e Giarda, non sono previsti interventi sull’Irpef, come invece anticipato, anche se le Regioni potranno scegliere se aumentare l’addizionale.
I nodi veri della manovra, comunque, ruotano su due punti: le pensioni e il ritorno dell’Ici.
La prima: scattera’ dal primo gennaio 2012 per le pensioni il metodo di calcolo contributivo pro-rata per le lavoratrici.
Si alza l’età pensionabile, con l’obiettivo di arrivare dal 2022 a un’età non inferiore a 67 anni.
Fermo restando il diritto di andare in pensione con le regole ora vigenti per i lavoratori che al 31 dicembre del 2011 abbiano maturato i requisiti, dal prossimo anno l’età pensionabile sarà innalzata.
L’accesso alla pensione di vecchiaia sale da 60 a 63 anni.
Il requisito anagrafico è ulteriormente incrementato di un ulteriore anno dal 1° gennaio 2014, di un ulteriore anno a decorrere dal 1° gennaio 2016 e di un ulteriore anno a decorrere dal 1° gennaio 2018 fino ad arrivare a 66 anni.
Per le lavoratrici autonome, si passa da 60 a 63 anni e 6 mesi, requisito anagrafico ulteriormente incrementato di un ulteriore anno a decorrere dal 1° gennaio 2014, di un ulteriore anno a decorrere dal 1° gennaio 2016 e di un ulteriore anno a decorrere dal 1° gennaio 2018, fino a 66 anni e sei mesi.
Si alza anche l’età della pensione anticipata.
Dal primo gennaio, si potrà andare in pensione solo con 42 anni e 1 mese se si maturano i requisiti nel 2012.
Chi chiederà la pensione anticipata prima dei 63 anni avrà una decurtazione del 3 per cento per ogni anno che manca.
Dall’anno prossimo poi saranno abolite le cosiddette finestre mobili. In sostanza, nel 2022 ci vorranno 67 anni per andare in pensione.
La seconda: l’Ici (che si chiamerà Imu) sulla prima casa ci sarà già dal 2012, con una aliquota dello 0,4% e fino al 2014.
L’andamento a regime dell’imposta è fissato al 2015.
L’aliquota ordinaria dell’imposta, è pari allo 0,76% sulla rendita catastale, ma i comuni potranno modificare, in aumento o in diminuzione, l’aliquota di base sino a 0,3 punti percentuali o fino a 0,2 punti per l’abitazione principale e per gli immobili locati.
L’aliquota è invece ridotta allo 0,4% per l’abitazione principale e per le relative pertinenze, oltre che per gli immobili locati.
Tra le misure varate questa sera anche l’obbligatorietà , per società e imprese, di dichiarare il pagamento del canone Rai, la soppressione di Enpals e Inpdap, enti previdenziali che confluiranno in una sorta di nascendo “super Inps”.
Quindi è stata stabilita la tracciabilità del contante sopra i mille euro.
E non bisogna dimenticare, poi, l’aumento del 2% delle aliquote Iva a partire dal secondo semestre 2012.
“Molte cose che non abbiamo fatto oggi — ha concluso Monti — siamo ben determinati ad andare oltre, soprattutto sul terreno del lavoro e del welfare”. “Naturalmente — ha poi ammesso all’ultimo tuffo — per quanto riguarda i costi della politica si poteva fare di più, vogliamo avviare un iter per fare in modo che non si finisca qui…”.
Si vedrà .
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
DALL’IVA ALL’IMPOSTA PRIMA CASA FINO ALLA STRETTA SULLE PENSIONI… COSA CONTIENE IL DECRETO MONTI
Arriva la manovra firmata Mario Monti. 
Il cdm l’ha approvata al termine di una lunga giornata di incontri con le parti sociali e i rappresentanti delle autonomie locali.
Vale 24 mld, 20 al netto della delega fiscale, con una correzione lorda di 30 mld, considerando gli interventi di spesa a favore della crescita, del sistema produttivo e del lavoro per oltre 10 miliardi.
Il provvedimento prevede un nutrito pacchetto fiscale, la stretta sulle pensioni, i tagli alla spesa, con 5 mld di sacrifici chiesti agli enti locali.
Ma anche il taglio all’irap sul costo del lavoro per le imprese.
Ecco le principali novità .
Manovra da 20 miliardi netti
La manovra è di 20 miliardi al netto e di 30 al lordo . Lo ha detto il viceministro Vittorio Grilli, aggiungendo che tale entità risponde in pieno alle richieste della Ue: “Se prendiamo un anno medio di dati – ha detto Grilli – di riduzione di spesa, ci sono circa 12-13 miliardi di riduzione di spese e il resto fino ad arrivare a 30 miliardi di aumento delle entrate”.
Irpef, non cambiano aliquote
A sorpresa, è stato escluso l’intervento sull’Irpef. Nelle prime bozze c’erano un ritocco dell’aliquota al 41% per i redditi superiori ai 55mila euro, poi tramontato; e uno di 3 punti per i redditi superiori ai 75mila euro: dal 43% al 46%.
Anche questo è stato accantonato nella bozza finale. La rinuncia al ritocco è compensata con un leggero aumento dell’addizionale Irpef (con corrispondente diminuzione dei trasferimenti alle regioni).
Secondo fonti delle Regioni, l’addizionale verrebbe ritoccata dello 0,33%, dallo 0,9 all’1,23%.
Tassa per scudo fiscale
E’ previsto un “bollo” una tantum dell’1,5% sui capitali rientrati tramite l’ultimo scudo fiscale. Le somme, ha detto il premier Mario Monti, serviranno a coprire l’inflazione per le pensioni fino a 960 euro.
Casa
L’imposta municipale unica sostituisce la vecchia Ici e si pagherà anche sulla prima casa con un’aliquota dello 0,4% rispetto allo 0,76% dell’aliquota ordinaria. E’ prevista anche la rivalutazione del 5% degli estimi.
Nuove pensioni
Estensione del metodo contributivo per tutti. Sarà flessibile la scelta delle pensioni nel settore privato da un’età minima di 62 anni a 70 calibrata su incentivi per chi resta e disincentivi per chi va via prima.
Per le donne la fascia andrà da 62 a 70 anni, per gli uomini da 66 a 70. Le fasce entrano in vigore nel 2012 ed è prevista la convergenza tra l’età di uomini e donne nel 2018, a 66 anni.
Saranno abolite le finestre di uscita. Inoltre è previsto l’aumento delle aliquote dei lavoratori autonomi ed un contributo di solidarietà per regimi speciali.
Iva
E’ previsto un aumento dell’imposta sul valore aggiunto: sarà del 2% (dal 21 al 23%) dal primo settembre 2012.
Sarà a copertura della clausola di salvaguardia e da attuare “solo nel caso in cui sia necessario”.
L’aumento è a copertura della delega fiscale del precedente governo che ha previsto risparmi di 4 miliardi nel 2012 tagliando sgravi e agevolazioni.
Le somme recuperate, ha detto il sottosegretario Giarda, andranno “a favore delle famiglie, delle famiglie giovani e delle donne”.
Enti previdenziali
La manovra prevede la soppressione degli enti previdenziali Inpdad ed Enpals, le cui funzioni saranno passate all’Inps.
Limiti al contante
La soglia della tracciabilità viene abbassata a mille euro. Al di sopra di questo tetto non saranno possibili operazioni in contanti. La soglia è abbassata a 500 euro per i pagamenti effettuati da pubbliche amministrazioni per stipendi e prestazioni d’opera.
Autorities ridotte o sopresse
Il governo prevede la riduzione dei componenti delle varie Authority operanti in Italia, dalla Consob al Garante per la concorrenza ecc. ecc. E’ prevista inoltre la soppressione dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, dell’agenzia per il terzo settore, dell’agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, dell’ente nazionale per il microcredito e dell’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.
Fondo garanzia per imprese
La manovra prevede un potenziamento del fondo di Garanzia con almeno 20 miliardi di credito a disposizione delle piccole e medie imprese, ma anche la ricostituzione dell’Istituto per il commercio estero e la creazione di un’autorità nei trasporti per accompagnare il processo di liberalizzazioni.
Irap
Le imprese potranno dedurre dall’Ires e dall’Irpef la quota di Irap “relativa alla quota imponibile delle spese per il personale dipendente e assimilato”.
L’Irap alle imprese “verrà sgravata” anche “per chi prevede” l’assunzione di “donne e giovani”. La misura in questione “va a ridurre il gettito dell’Irap per le Regioni e sarà perciò compensato con un aumento dei trasferimenti statali”.
Addio lire
La bozza prevede anche la prescrizione anticipata delle lire in circolazione. Le banconote, i biglietti e le monete in lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell’Erario con decorrenza immediata per essere riassegnate al Fondo ammortamento dei titoli di Stato.
Tagli a enti locali
Per le Regioni si prevedono ulteriori tagli per 3,1 miliardi a decorrere dal 2012. Le Regioni a statuto ordinario concorrono per per 2,1 miliardi, mentre le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano per 1,035 miliardi. Per i Comuni oltre i 5mila abitanti previsti tagli per 1,450 miliardi nel 2012; della stessa entità , ma dal 2013, i tagli ai Comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per le Province, la riduzione dei trasferimenti sarà di 415 milioni a partire dal 2012.
Farmaci liberalizzati
Via libera alla liberalizzazione dei farmaci di fascia c, quelli a pagamento, che potranno essere venduti anche nelle parafarmacie, ma “nell’ambito di un apposito reparto delimitato, rispetto al resto dell’area commerciale, da strutture in grado di garantire l’inaccessibilità ai farmaci da parte del pubblico e del personale non addetto, negli orari sia di apertura al pubblico che di chiusura”.
Tassa su elicotteri e aerei privati
La bozza prevede un’imposta erariale annuale sugli aeromobili privati immatricolati nel registro aeronautico nazionale. La tassa è calcolata in base al peso ed è raddoppiata per gli elicotteri privati.
Tassa su auto di lusso
La tassa sul lusso è prevista anche per le auto più potenti: “A decorrere dai pagamenti dovuti dal 1° gennaio 2012 – si legge nella bozza – per le autovetture è dovuta un’addizionale erariale della tassa automobilistica, pari a 20 euro per ogni chilowatt di potenza del veicolo superiore a 170 chilowatt (231 hp), da versare alle entrate del bilancio dello Stato”.
Aumento su accise
La bozza di manovra prevede un aumento delle accise sui carburanti a partire dal primo gennaio 2012. La misura dovrebbe assicurare nuovi introiti per un miliardo di euro che potrebbe essere reinvestito nel trasporto locale.
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Dicembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
LA CGIA DI MESTRE RIVELA: RC AUTO AUMENTATE DEL 184%, COSTI BANCARI DEL 109%… SONO CALATE SOLO LE TARIFFE DEI MEDICINALI E QUELLE TELEFONICHE
Per la Cgia di Mestre le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei
consumatori italiani.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rileva l’organizzazione artigianale mestrina, si è registrata una vera e propria impennata dei prezzi o delle tariffe.
Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, solo i medicinali e le tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione del costo.
Per tutte le altre voci del paniere preso in esame, invece, è successo il contrario.
“I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale – denuncia il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni -. Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”.
Il flop più clamoroso è avvenuto per le assicurazioni sui mezzi di trasporto (Rc auto) che dal 1994 ad oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).
Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie).
Sempre tra il 1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l’incremento dell’inflazione è stato pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono aumentati 2,5 volte in più dell’inflazione).
Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%.
Se per i servizi postali l’aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressochè pari all’incremento dell’inflazione avvenuto tra il 1999 ed il 2011 (+30,3%), per l’energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell’inflazione (che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%).
Solo per i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori.
Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%.
Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.
“Alla luce del risultato emerso in questa analisi – conclude Giuseppe Bortolussi – invitiamo il nuovo Governo Monti a monitorare con molta attenzione quei settori che saranno prossimamente interessati da processi di deregolamentazione”.
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Dicembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL PDL, DOPO AVER SFASCIATO INSIEME ALLA LEGA I CONTI DEL PAESE, ORA SI OPPONE ALLA REINTRODUZIONE DELL’ICI E ALLA TASSAZIONE DEI GRANDI PATRIMONI
La prima casa potrebbe essere salva. E la patrimoniale è in bilico.
Nella manovra in preparazione, che avrà un’entità intorno ai 25 miliardi di euro (5 di delega fiscale), è in corso un braccio di ferro pesante tra Monti e le forze politiche dell’ex maggioranza.
Se la Lega ha già ribadito la sua più ferma contrarietà alla modifica del regime pensionistico sul fronte dell’anzianità , nel colloquio con Angelino Alfano di questo pomeriggio il premier Monti si sarebbe sentito ribadire la netta chiusura del Pdl all’introduzione della patrimoniale sui capitali anche oltre il milione di euro.
Nelle parole di Alfano, che subito dopo ha pubblicamente invocato “equità e attenzione alle famiglie”, non si può non leggere il tentativo estremo degli uomini di Silvio Berlusconi di tutelare non solo il proprio elettorato di riferimento ma, soprattutto, il Cavaliere stesso.
Certo, difficilmente il Pdl si prenderà la responsabilità di bocciare la manovra Monti, ma il segnale politico potrebbe arrivare anche da un’astensione, in modo da far passare la manovra solo con i voti dell’ex opposizione.
Le voci che circolano in queste ore parlano anche della possibilità che Monti, vista la situazione, possa anche chiedere la prima fiducia del suo esecutivo sull’intero pacchetto, in modo da costringere il Pdl a uscire allo scoperto e fare una netta scelta di campo, ma sulla questione si sta trattando.
La manovra, così come l’ha presentata Monti ad Alfano, non piace proprio al partito azzurro.
L’incontro si è infatti protratto per oltre due ore.
Anche sull’aumento dell’Irpef Alfano si sarebbe mostrato perplesso ma pure su questo, come poi sottolineato dall’avvocato Paniz, “la cosa non ci piace ma possiamo digerirla comunque”.
La patrimoniale, però, è un’altra faccenda, colpirebbe il cuore dell’elettorato azzurro.
A poco sarebbero servite le motivazioni di Mario Monti, che avrebbe parlato di una serie di misure mirate, tali da costituire comunque nel complesso una tassa sul patrimonio, ma calibrate a seconda dell’effettiva sostanza posseduta, sia in termini mobiliari ma, soprattutto, immobiliari (la tassa di stazionamento delle imbarcazioni sarebbe solo un aspetto del problema e non la sua sostanza principale).
Nel mirino di questa manovra, infatti, pare esserci soprattutto un fattore: il mattone.
Monti vuole reintrodurre l’Ici, ma anche in questo caso non in modo indiscriminato, bensì attraverso un aumento delle rendite catastali e solo successivamente con l’introduzione graduale della tassa tolta da Berlusconi.
La prima casa, allo stato attuale della trattativa in corso, possa dirsi parzialmente in salvo.
La reintroduzione dell’Ici, infatti, dovrebbe riguardare soprattutto il possesso di altre case (la seconda, la terza e cosi’ via).
La prima casa dovrebbe evitare il prelievo perchè si pensa di garantire un franchigia sulla rendita catastale al di sotto della quale consentire una fascia di esenzione.
Ad esempio, per i possessori di prima casa, l’Ici non è dovuta fino a una rendita catastale di 50 mila euro.
Mentre invece, nelle seconde e terze case, l’aliquota della nuova Ici sarà progressiva e salirà .
La rivalutazione delle rendite catastali che sta studiando il governo dovrebbe aggirarsi attorno al 15%.
C’è da dire, comunque, che il tetto dei 50 mila euro come base di esenzione è piuttosto basso mentre l’aumento delle rendite catastali è in grado di garantite un gettito immediato di svariati milioni di euro provenienti soprattutto dai centri storici della grandi città dove le aliquote catastali non sono state riviste da almeno vent’anni.
La trattativa con Monti prosegue, ma all’orizzonte non si staglia il sereno, specie sul fronte della maggioranza che dovrà accogliere le misure in Parlamento già lunedì mattina.
C’è aria di burrasca soprattutto nella maggioranza e in zona Di Pietro, dove soprattutto le voci Irpef e pensioni hanno riportato l’ex pm di Mani Pulite sull’Aventino: “Se ancora una volta — ha detto Antonio Di Pietro — l’aumento delle tasse sarà per tutti, allora la persona onesta finirà per essere ‘cornuta e mazziata’ e in questo caso non c’era bisogno di un governo Monti, lo sapeva fare pure Berlusconi”.
Al momento non è ancora chiaro se Monti riuscirà ad anticipare a stasera il consiglio dei ministri in modo di trovarsi con le misure già approvate all’apertura dei mercati di lunedì mattina.
Ma questo è l’intento del premier tecnico.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SI POTREBBERO RECUPERARE 3-4 MILIARDI DALLA FREQUENZE TV, MA NESSUNO DICE NULLA
Il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, può cancellare un pasticcio del governo
Berlusconi e recuperare 3 o 4 miliardi di euro con un’asta pubblica.
Come per la vendita di frequenze per le telecomunicazioni, fruttata al Tesoro 4 miliardi di euro, quasi il doppio dei 2,4 previsti. Basta una firma.
Un decreto del ministero che annulli la farsa del beauty contest, il concorso a punti per assegnare alle televisioni le frequenze del digitale terrestre. L’Europa chiedeva di aprire il mercato a nuovi concorrenti, l’ex ministro Paolo Romani, fedelissimo del Cavaliere, pensò bene di confezionare una procedura che facesse subito partire Mediaset favorita.
Il bando gratuito mette in palio 5 multiplex , pacchetti di frequenze per trasmettere in alta definizione.
Un capitale tecnologico dal valore di 2 miliardi di euro che in un’asta a rilanci si può moltiplicare.
La procedura è praticamente finita, manca il responso di una commissione nominata da Romani con tre giudici considerati da alcuni dei partecipanti non proprio al di sopra delle parti: addirittura l’avvocato Giorgio D’Amato, ex segretario generale per l’Ufficio del Garante, decise che la proprietà de il Giornale era di Paolo Berlusconi, non del fratello Silvio, quindi nessun conflitto di interesse per il Cavaliere.
Il giochino dei gemelli diversi funziona sempre.
La gara prevede che l’azienda con più risorse e dipendenti arriva prima, dunque Mediaset avrà diritto a scegliere le frequenze migliori, e poi Rai e La7 si accodano volentieri.
Sul beauty contest, però, pendono i ricorsi al Tar di numerose emittenti locali, praticamente dissanguate con il passaggio analogico-digitale terrestre. Fiutato l’inganno, nonostante le battaglie legali per partecipare, Sky Italia ha ritirato due giorni fa la sua partecipazione al beauty contest per testare l’indipendenza del governo di Mario Monti.
Il gruppo di Murdoch non è impazzito: la mossa a sorpresa serve a mettere in difficoltà il ministro Passera, offrendogli un’occasione per annullare il concorso e ricominciare da zero.
Rai e La7 tacciono perchè conviene.
Mentre Pier Silvio Berlusconi ha già avvisato il professor Monti e l’ex banchiere Passera con un’intervista al Corriere: “Se l’assegnazione delle frequenze dovesse avvenire con un’asta a rilanci, vorrei vedere quale operatore tv sarebbe disposto a partecipare davvero”.
L’avvento del digitale terrestre, gestito direttamente dal governo Berlusconi, rende immortale la posizione dominante di Mediaset.
Il sottosegretario Antonio Catricalà , ex presidente Anti-trust, prima di tornare a Palazzo Chigi, s’è liberato di una pratica scottante: ignorando la supremazia di Mediaset nell’infrastruttura, torri e tralicci, strumenti necessari per trasmettere i programmi. Il potere del Biscione è immune, quasi automatico.
Per proteggere la forza di Mediaset, il governo del Cavaliere ha spogliato le emittenti locali. Prima con l’esproprio per l’asta per le telecomunicazioni promettendo 240 milioni agli editori (ma ne vogliono almeno 480), poi con il beauty contest per accontentare il Biscione.
Risultato: in regioni di confine, di terra o di mare, il segnale è debolissimo.
E i canali locali non si vedono. Mediaset è così sicura di vincere che già utilizza in prova le frequenze messe in palio con il beauty contest.
L’uscita di scena di Sky, stranamente, non preoccupa La7: “Non ci ritireremo mai. Di più: vogliamo pure le frequenze Rai”, dicono dal gruppo.
Curiosa la coincidenza: proprio in questi giorni, a parte le smentite di rito, l’imprenditore Tarak Ben Ammar pare interessato a una quota del capitale di Telecom Italia Media, proprietaria di La7.
E Ben Ammar è da sempre un amico d’affari del Cavaliere. Anche la Rai è in corsa al beauty contest, più per inerzia che per un preciso disegno strategico.
A Passera la sentenza. Non ci sono scuse valide, per il ministro.
L’Europa sarà clemente, il sistema beauty contest è un’idea geniale di Romani. A Bruxelles s’aspettano che l’Italia inizi a rompere il duopolio Rai-Mediaset, non certo una distribuzione di frequenze gratis come gustose caramelle.
Passera può fermare la truffa con un decreto e convocare un’asta a partire dal valore dei cinque multiplex per arrivare a 3 o 4 miliardi di euro di gettito per lo Stato.
Circa quanto vale a regime l’intervento sulle pensioni.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
DA CIACCIA A MILONE ECCO I CASI CHE FANNO DISCUTERE…DOPPIO STIPENDIO PER PATRONI GRIFFI, MINISTRO E GIUDICE DEL CONSIGLIO DI STATO
C’è un “incubo” conflitto d’interessi che aleggia sul governo Monti.
Riguarda ministri e sottosegretari, freschi di nomina, ma i cui nomi e cognomi ormai si rimpallano
sui siti e nelle rassegne stampa più per le contraddittorie anomalie tra la loro vita passata e quella attuale da freschi componenti del governo, che per quanto hanno potuto già fare dal giuramento in avanti.
Una situazione imbarazzante, e in più di un caso non risolvibile, che oscura la caratura tecnica e anzi fa esplodere la contraddizione tra chi, fino al giorno prima, era al vertice di una banca, e quello dopo detta legge sulla politica economica del governo.
Questa “black list”, per usare un’espressione un po’ forte, non può che partire da Corrado Passera, il nuovo ministro per lo Sviluppo economico, ma anche per le Infrastrutture e i Trasporti.
Lui, fino a ieri amministratore delegato di Intesa San Paolo, arriva al vertice di un dicastero strategico in cui la sua vita, la sua attività precedente, i suoi rapporti non potranno essere cancellati d’un colpo.
E ovviamente pesano e spingeranno tutti a monitorare le sue scelte col microscopio. Non basta. Stesso ministero, due dei quattro sottosegretari, Mario Ciaccia e Guido Improta, entrambi con delega alle Infrastrutture e Trasporti, con lo stesso problema.
Ciaccia, un passato alla Corte dei conti e alla presidenza del Consiglio, è stato l’amministratore delegato della Biis, la Banca per l’innovazione, le infrastrutture e lo sviluppo, controllata da Intesa, che si occupa di intermediazione tra aziende private e denaro pubblico.
Dunque Ciaccia continuerà a fare esattamente, ma dal fronte governativo, quello che faceva prima.
Idem per Improta, sponsorizzato da Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali, che ha svolto il delicato incarico di responsabile delle relazioni istituzionali di Alitalia, compagnia di cui Intesa è azionista. Improta, tra le sue deleghe ministeriali, avrà anche quella all’aviazione civile e si troverà a poter favorire il gruppo per cui lavorava prima.
Situazione anomala pure per Carlo Malinconico, sottosegretario alla presidenza con delega all’editoria, cui l’imprenditore Anemone regalò un soggiorno all’Argentario, ex presidente della Fieg, consigliere d’amministrazione dell’Ansa, presidente dell’Audipress, ha una sua società , la Malinconico e associati, per le consulenze aziendali. Tutto in conflitto, quindi.
E in più di un caso il conflitto si sposa con un’ulteriore anomalia.
La più appariscente è quella di Filippo Milone, da Paternò, sottosegretario alla Difesa, già capo della segreteria e uomo ombra di Ignazio La Russa nello stesso ministero, una condanna per concorso in abuso di ufficio a un anno e sette mesi, seguita però da riabilitazione, citato nelle intercettazioni del manager di Finmeccanica Lorenzo Borgogni perchè chiedeva soldi per la festa del Pdl a Milano. Non basta.
Era nell’Ansaldo, una controllata da Finmeccanica, fornitrice della Difesa.
È in imbarazzo Michel Martone, nominato al Welfare, 37 anni, figlio di Antonio Martone, magistrato coinvolto nel caso P3, tuttora presidente della Civit, la commissione per la trasparenza nella pubblica amministrazione.
Padre e figlio finiti nel mirino delle denunce del senatore Pietro Ichino.
Lo stesso Ichino che ha sanzionato il doppio stipendio di Filippo Patroni Griffi, ex capo di gabinetto di Brunetta, uno che ha lavorato con Frattini, Bassanini e Amato e che Sabino Cassese scelse come capo dell’ufficio legislativo allo stesso ministero.
Lui, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, dipende dal ministero che dovrebbe riformare.
Per giunta il decreto milleproroghe del 29 novembre 2010 consente «ai membri della Civit che sono anche dipendenti pubblici di restare in ruolo e svolgere contemporaneamente le due funzioni».
Una norma dipinta su di lui che è componente della Civit.
Un conflitto anche per un procuratore della Repubblica che diventa sottosegretario all’Interno. Che potrebbe lasciare indagini fresche che riguardano personaggi del governo.
È Giovanni Ferrara, che da piazzale Clodio s’insedia al Viminale. E lascia il posto a uno dei suoi vice, quel Giancarlo Capaldo sotto inchiesta al Csm per una cena con Tremonti e Milanese.
A tre giorni dal giuramento a palazzo Chigi resta pure un interrogativo sul Franco, o Francesco, Braga destinato a diventare il nuovo sottosegretario all’Agricoltura.
Hanno nominato quello sbagliato, il Franco Braga indicato dall’ex ministro Altero Matteoli per le Infrastrutture, mentre il sottosegretario giusto, Francesco, è rimasto inutilmente in attesa in Canada.
Il Braga scelto, se dovesse finire alle Infrastrutture, sarebbe in conflitto con se stesso per aver fatto parte di numerosi consigli di amministrazione.
Ma forse, alla fine, resterà all’Agricoltura.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
I PREZZI SONO TRIPLICATI E I PASTI CALANO DEL 70%….GESTORI VERSO L’ADDIO, VENTI RICHIESTE DI CASSA INTEGRAZIONE
Ah, i bei tempi d’oro… Al ristorante del Senato, fino a tre mesi fa, il filetto di orata in crosta di
patate si gustava per 5,23 euro e per il carpaccio di filetto con salsa al limone ne bastavano 2,76.
Ma dalla fine di agosto i prezzi sul menu di Palazzo Madama sono triplicati e i senatori hanno rivoluzionato le loro abitudini.
Adesso, nelle pause dei lavori d’Aula, o si fermano alla buvette per un riso all’inglese (rapido ed economico), o escono a mangiare nelle trattorie a due passi dal Pantheon. D’altronde, spiegano senza troppi imbarazzi, i prezzi a Palazzo Madama sono ormai «così alti» che pranzare fuori è diventato quasi conveniente.
Da «Fortunato al Pantheon», un classico per le buone forchette della politica, all’una c’è la fila.
Con 45 euro ci scappano primo e secondo, prelibatezze romanesche come i bucatini all’amatriciana e carni italiane di prima scelta.
Avvistati negli ultimi tempi Anna Finocchiaro, Maurizio Gasparri, Francesco Rutelli e il presidente Renato Schifani.
Il ristorante del Senato invece, che prima era preso d’assalto anche da deputati e giornalisti parlamentari, adesso è mezzo vuoto.
Potere dell’antipolitica o della parsimonia? Forse di tutte e due le cose.
Fatto sta che la Gemeaz Cusin, la società che lo gestisce, ha deciso di gettare la spugna e chiede all’amministrazione di Palazzo Madama «una soluzione amichevole» per rescindere consensualmente il contratto, sottoscritto il 12 febbraio 2010.
La società appaltatrice ha messo la questione in mano agli avvocati, che hanno redatto un parere con cui sperano di convincere Palazzo Madama a rivolgersi altrove per sfamare i senatori.
La relazione è lunga quattro pagine ed è un ritratto dell’Italia, tra antichi privilegi e cauti colpi di forbice.
Vi si legge che, prima della decisione dei questori di tagliare i costi, i senatori pagavano per un pranzo «il 13% del prezzo effettivo, anche per i pasti di tipo superiore o pregiato, il cui costo ricadeva, quasi per intero, sull’Amministrazione».
Dunque, detto più prosaicamente, i senatori assaporavano e i cittadini pagavano.
Ora però– che le quote percentuali a carico degli utenti «sono state sensibilmente incrementate» e che i senatori pagano la spigola o il filetto quanto i comuni mortali–è comprensibile che alla Gemeaz Cusin i conti non tornino più.
E che la società chieda lo scioglimento consensuale del contratto con decorrenza 31 dicembre 2011.
Da quando i costi sono quelli di un comune ristorante del centro di Roma, lamenta la società , «si è verificata una eccezionale diminuzione dell’attività », con una riduzione dell’affluenza «di oltre il 50 per cento».
E se prima i senatori sceglievano quasi esclusivamente piatti «della tipologia superiore e pregiata», ora prediligono le pietanze più cheap.
Gli spaghetti all’astice, sul menu a 18 euro, non li vuole più nessuno, mentre quelli al pomodoro (6 abbordabili euro) sono tornati di gran moda.
La Gemeaz Cusin stima «un calo del 70 per cento dei pasti prodotti», con conseguente perdita economica ed esuberi del personale. Il primo effetto concreto è la richiesta di cassa integrazione per 20 dipendenti del ristorante. Intanto, però, sembra che il Senato si appresti ad assumere (altri) sette dirigenti, vincitori di vecchi concorsi.
Monica Guerzoni
(da “Il Corriere della Sera”)
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