Destra di Popolo.net

L’OSSESSIONE DELLA CRESCITA

Dicembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL CIRCOLO VIZIOSO TRA PRODUZIONE E CONSUMO NON E’ SOLO UN DELETERIO FENOMENO DI COSTUME, E’ UN MODELLO DI SVILUPPO DAI MARGINI SEMPRE PIU’ ESIGUI, IL CUI ESITO ULTIMO SARA’ IL COLLASSO GLOBALE

Se ci si chiede chi sono i responsabili di questa crisi economica globale non si trova una risposta. Perchè sono tutti e nessuno.
Tutti perchè, a parte alcune rare voci “clamans in deserto”, irrise, derise, bollate come apocalittiche dai seguaci dell’Illuminismo e professionisti dell’ottimismo (Umberto Eco: “Di una cosa però sono certo: la dose di futuro contenuta nel nostro presente è in aumento dovunque, nella società , nell’industria, nel costume e insomma in ciascuno di noi”, Repubblica, 28/12/1983), tutti abbiamo accettato un modello di sviluppo paranoico basato sulla crescita continua che anche un ragazzino che studia matematica a scuola avrebbe capito che, prima o poi, sarebbe andato incontro al collasso. Perchè le crescite all’infinito esistono, appunto, in matematica, ma non in natura.
Noi ci siamo messi in un circolo vizioso terrificante.
Il consumismo non è solo un deleterio fenomeno di costume, come pensava Pasolini, è essenziale al modello di sviluppo industriale.
Se la gente non consuma le imprese non producono e sono quindi costrette a liberarsi di molti lavoratori che, così impoveriti, consumeranno ancora di meno obbligando le imprese a contrarsi ulteriormente.
Questa si chiama recessione.
Siamo quindi costretti a produrre, a ‘crescere’ come tutti dicono, da Washington a Berlino a Parigi a Roma.
Ma poichè abbiamo già  prodotto di tutto e di più non possiamo più crescere se non con margini sempre più ristretti che alla fine si esauriranno anch’essi. Certo, per un po’ di tempo gli Stati Uniti potranno vendere alla Cina e     la Cina agli Stati Uniti e così l’Europa.
E lo stesso avverrà  con altri paesi cosiddetti ‘emergenti’ come l’India o il Brasile.
Ma anche questi Paesi, che hanno il vantaggio di essere partiti dopo, prima o poi diventeranno saturi, come lo siamo già  oggi noi occidentali.
Quando ciò accadrà  il sistema collasserà , irrimediabilmente.
Gli scenari che si aprono, a quel punto, sono due.
Uno prende spunto da ciò che accadde dopo il crollo dell’Impero Romano. Le città  si spopolarono (Roma che ne aveva avuti due milioni si     ridusse a 35 mila abitanti) e chi vi abitava andò a rifugiarsi nelle ‘villae’ dei grandi proprietari terrieri o presso i monasteri.
Nacque così il feudo, economicamente autosufficiente (autoproduzione e autoconsumo). Il denaro, di fatto, scomparve.
Bisognerà  aspettare otto secoli perchè, con l’affermarsi dei Comuni, rifaccia la sua apparizione.
Speriamo che sia questo primo scenario ad avverarsi.
Perchè il secondo è apocalittico.
I feudi si formarono abbastanza pacificamente. Oggi potrebbe essere diverso. Col crollo del mondo industriale e del denaro la gente di città , rendendosi conto che non può mangiare il cemento nè bere il petrolio, dopo aver saccheggiato i supermarket si riverserà  nelle campagne alla disperata ricerca di cibo.
Ci arriverà  a piedi (chi avrà  la forza di farlo, gli altri cadranno lungo la strada) perchè non ci sarà  più benzina e si scontrerà  con chiunque possegga un terreno coltivabile che difenderà  con le unghie e con i denti perchè sarà  questione, per tutti, di vita o di morte.
Fra cittadini e contadini o proprietari terrieri scorrerà  il sangue.
A fiumi (altro che il ridicolo ‘lacrime e sangue’ di cui si parla in questi giorni perchè nessuno è disposto a lasciare sul campo 600 euro senza aver capito che fra poco, qualunque siano le misure prese, perderà  tutto).
È anche possibile che le leadership mondiali dei Paesi più potentemente armati, prese dal panico, comincino, nell’impazzimento generale, a sganciarsi Atomiche, l’una contro l’altra.
In questo caso non si salverà  proprio nessuno, nemmeno gli indigeni delle Isole Andemane che, come altri popoli che noi chiamiamo presuntuosa-mente ‘primitivi’ e i tedeschi, più correttamente, naturevolker (popoli della Natura) che hanno scelto di vivere in una società  statica rifiutandosi di entrare in una dinamica come la nostra, nata (assieme a una serie di complessi fenomeni, fra cui, fondamentale, la diversa percezione del tempo, dal presente al futuro) dalla Rivoluzione industriale.
Queste cose noi le andiamo scrivendo, inascoltati, da un quarto di secolo (La Ragione aveva Torto?, 1985).
Siccome non siamo buoni rideremmo a crepapelle vedendo che i cosiddetti illuministi, o, per essere più precisi, i loro ottusi epigoni, stan tagliando, da tempo, il ramo dell’albero su cui son seduti.
Il fatto è che su quel ramo ci stiamo anche noi e dobbiamo assistere impotenti a questo “auto da fè” che ci travolgerà  come tutti gli altri.
Questo è il tragico e beffardo destino di ogni Cassandra.

Massimo Fini blog

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IRAP, BONUS GIOVANI E DONNE: UNO SCONTO DI 10.600 EURO

Dicembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

SALE A 15.200 EURO AL SUD…LA SOGLIA DEI 35 ANNI

Si raddoppia dall’anno prossimo il bonus ai fini Irap per i giovani sotto i 35 anni e per tutte le lavoratrici.
L’agevolazione dal 2012 sull’imponibile si eleva a 10.600 euro all’anno per le imprese del Nord e a 15.200 per le regioni del Sud.
Sull’Irpef più leggero verrà  calcolata l’aliquota Irap del 3,9% che vale sia per i dipendenti già  assunti sia per quelli che lo saranno ma solo nel caso di contratti a tempo indeterminato.
Con una serie di esclusioni, per favorire le piccole e medie aziende, che vanno dalle imprese che lavorano in concessione, ai settori dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni, delle poste.
Per il Sud (Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia) l’esclusione si allarga a banche e assicurazioni.
Le risorse per finanziare questo forte stimolo economico per il mondo del lavoro, da quanto emerge dalle tabelle allegate alla relazione tecnica della manovra, ammontano a circa 1,6 miliardi per il 2012, a 3,5 miliardi nel 2013 e a 3 miliardi nel 2014
Secondo i calcoli dei tecnici del Tesoro viene stimato che questa norma sia applicabile a una platea di circa 3,9 milioni di lavoratori dipendenti dei quali 2,8 donne e 1,1 uomini entro i 35 anni d’eta Il raddoppio del bonus Irap ha sorpreso perfino Confindustria che, in un primo tempo, pensava fosse riservato ai nuovi assunti.
Il direttore generale di viale Astronomia Giampaolo Galli ha ammesso che nella manovra di Mario Monti «ci sono misure fondamentali per fare crescita».
Oltre alla misura di cui sopra figura anche «l’incentivo fiscale alla ricapitalizzazione delle imprese, la ricostituzione dell’Istituto per il commercio con l’estero (Ice) e il potenziamento del fondo di garanzia crediti» rifinanziato per 400 milioni.
Altro provvedimento cruciale per ridare ossigeno alle aziende più innovative riguarda l’agevolazione fiscale per aumentare la capitalizzazione.
Si tratta del ritorno semplificato della vecchia Dit (Dual income tax) ora denominata Ace (Aiuto alla crescita economica) che consente una riduzione del carico fiscale del 3% per i primi tre anni di imposta sui redditi che derivano dal finanziamento con capitale di rischio.
Una misura strategica per ridurre lo squilibrio del trattamento fiscale tra imprese che si finanziano ricorrendo all’indebitamento e quelle che preferiscono utilizzare risorse degli azionisti.
È evidente che l’intenzione del legislatore è stata di favorire il rafforzamento patrimoniale delle imprese italiane che oggi si mostrano sui mercati troppo fragili e sottocapitalizzate.
Le risorse destinate a questo provvedimento sono state stimate in un miliardo per l’anno fiscale 2011, 1,5 per il 2012 e 3 miliardi per il 2013.
Nell’articolo 3 si prevede anche di escludere dal patto di stabilità  delle Regioni una cifra annua entro il miliardo di euro fino al 2014 relativa alle spese sostenute a titolo di cofinanziamento nazionale degli interventi realizzati con il contributo dei fondi strutturali europei.
«Con questo provvedimento – ha spiegato ieri in commissione Bilancio il ministro per la Coesione nazionale Fabrizio Barca – si è cercato di intaccare un’altra delle criticità  esistenti».
«In questi giorni – ha detto ancora il ministro – stiamo trattando con le Regioni per convincerle a disamorarsi di alcune cose, se insistono ci saranno rischi per il Paese».

Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA VERITA’ DI MARIO NEL TEATRINO DI “PORTA A PORTA”

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

COSI’ VIENE ARCHIVIATA LA FAVOLA BERLUSCONIANA: DAL SALOTTO DI VESPA PER ANNI MESSAGGI RASSICURANTI…IERI SERA MONTI HA ROTTO L’INCANTESIMO

Erano irritanti le prime domande di Bruno Vespa, al solito le più gradite all’ospite di turno: «Eravamo ormai vicini alla Grecia? A un passo da non poter pagare gli stipendi agli statali? ».
Già , perchè non se n’era accorto nessuno.
Ma soprattutto non se n’erano accorti gli spettatori di Porta a Porta, dove per tre anni si è raccontata un’altra favola.
La favola che la crisi non c’era. Se c’era, riguardava altri.
La Grecia, l’Irlanda, la Spagna, ma anche Germania e la Francia stavano «molto peggio di noi».
In Italia c’era Tremonti che teneva «i conti in ordine» e Berlusconi sempre in procinto di varare una grande riforma fiscale, con ricchi doni per i contribuenti.
Il rischio di default poi era impensabile, «un’ipotesi che non sta nè in cielo nè in terra».
Ed ecco, in dieci secondi, la nuova Italia di Porta a Porta, tagliata su misura per il nuovo premier: un paese sull’orlo della catastrofe, anzi «un treno già  avviato a deragliare ».
Ma una volta superato il fastidio, bisogna ammettere che la lezione del professor Monti è stata piuttosto chiara.
Senza fronzoli, belletti e vespismo, campanelli e «via col vento», compagnia di giro e plastici o scrivanie intorno, il presidente del consiglio ha spiegato le ragioni della stangata.
Il compito non era facile perchè la manovra del nuovo governo è in grado di far piangere molti e non solo i ministri più sensibili.
Per dirla tutta, ha l’aria della solita strage degli innocenti, sulle spalle del pezzo d’Italia che ha sempre lavorato e pagato le tasse.
Lo stesso premier Mario Monti avrebbe avuto difficoltà  a difenderla dalle critiche del Monti Mario opinionista del Corriere della Sera, che negli ultimi anni aveva così ben spiegato ai governi come i tagli alla spesa fossero da privilegiare rispetto a nuove imposte.
Qui le tasse sono l’80 per cento e i tagli alla spesa il 20. Per fortuna o sfortuna l’intervistatore non lo sa, o forse non vuole disturbare, e cita cifre a casaccio («17 miliardi di tasse e 12- 13 di tagli») .
Ma pazienza, Monti si fa le domande e si dà  le risposte.
Il merito maggiore di Mario Monti è la sincerità . Questo lo rendeva un marziano ieri sera sulle poltrone da talk show frequentate dal peggior trasformismo italiota.
Ma forse la scelta di rivolgersi agli italiani dal più compromesso dei luoghi televisivi non era del tutto sbagliata.
L’irrompere della dura verità  sullo stato della nazione proprio in quello che è stato per diciassette anni il teatrino di cartapesta del berlusconismo trionfante, alla fine ha reso il messaggio di Monti più drammatico.
Questa è l’Italia di oggi, ha voluto dire il presidente del consiglio ai cittadini.
Un paese sull’orlo della bancarotta di Stato, a tre mesi di distanza dalla soluzione greca, anello debole di un’Europa già  fragile e ora da rifondare.
Una nazione finita in un tunnel dal quale sarà  lungo e difficile uscire. Ed era impossibile, guardando Monti in quello studio, non pensare ai bagordi del passato, agli altri tunnel e ponti e trafori disegnati sulla lavagna dal predecessore, fra gli applausi dei figuranti in studio, ai contratti che promettevano fantastilioni di posti di lavoro, agli anni persi in uno show demenziale, mentre il declino avanzava inesorabile.
Al conto tragico da pagare tutto di colpo per una buffonata durata troppo a lungo.

Curzio Maltese
(da “La Repubblica”)

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MONTI: “SULLE PENSIONI HO SOFFERTO, MA ERANO A RISCHIO I PAGAMENTI DEGLI STIPENDI STATALI E DELLE PENSIONI”

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

PER LE MODIFICHE ESISTONO POCHI MARGINI: “GLI ITALIANI CAPIRANNO”… “PER DECENNI LA POLITICA HA GUARDATO SOLO AL CONSENSO E NON AL FUTURO DELLE NUOVE GENERAZIONI”

«Il motto di mia madre era: alla larga dalla politica! Ma a un certo punto è stata la politica a venire da me».
Seduto davanti a Bruno Vespa, Mario Monti affronta per la prima volta da premier le luci di un salotto tv.
Spesso tagliente, non si commuove come la Fornero, eppure persino l’algido professore confessa un momento di «difficoltà » quando si parla dei tagli alle pensioni: «Devo essere sincero, quando abbiamo capito che bisognava chiamare a contribuire anche i pensionati ci siamo sentiti molto in difficoltà  e ci siamo convinti che era il caso di chiamare a contribuire anche chi aveva usufruito dello scudo fiscale».
E tuttavia Monti non si pente di nulla, anzi ammette che la manovra è quasi inemendabile. «Il parlamento è sovrano, ci mancherebbe, ma il tempo è poco e il margine di flessibilità  pochissimo».
Non bisogna infatti dimenticare che fino a pochi giorni fa «c’era il rischio molto concreto che lo Stato non potesse più pagare gli stipendi pubblici e le pensioni. L’esempio di quello che poteva accadere è la Grecia. Guardando l’andamento dello spread si poteva vedere la Grecia a tre mesi di distanza ».
Questo a causa di mercati «imbizzarriti», che si sono trasformati in «bestie feroci» che vanno ora «domate» riformando l’eurozona.
Certo, ora i sindacati annunciano lo sciopero, i partiti chiedono modifiche. Ma il premier non sembra disposto a tornare sui suoi passi. «Le proteste le capisco, le reazioni sono giustificate», dice.
Salvo aggiungere che «in passato si è scioperato per molto meno » e comunque «gli italiani capiranno le nostre scelte, spero che si capirà  in che condizioni era l’Italia prima che ci venisse affidato l’incarico».
La medicina è amara, tuttavia «meglio così che se ci fossimo continuati a cullare nell’illusione che si potesse andare avanti in questo modo».
Oltretutto «l’equità » della manovra, che viene sempre richiamata in questi giorni, per Monti andrebbe valutata anche pensando alle future generazioni: «Se i giovani non trovano lavoro è anche perchè finora il mondo politico ha sempre caricato sulle spalle di chi ancora non era nato il peso di un enorme debito pubblico».
Quando parla di politica il “tecnico” Monti usa pochi riguardi verso chi lo ha preceduto. «Il vero costo della politica non è quello delle auto blu o degli apparati. Oggi infatti stiamo pagando il costo di decenni in cui la politica ha guardato solo agli immediati interessi elettorali dei partiti e non alle future generazioni. È questa la marcia che vogliamo cambiare».
Per dimostrare che il “tecnico” non si cura del consenso, Monti fa spallucce quando Vespa gli fa notare che ha perso 9 punti percentuali di fiducia. «Solo nove? Allora dovevo farla più dura».
Per tagliare i costi della politica, un punto sul quale è stato criticato per l’eccessiva timidezza, il premier annuncia quindi la creazione di «una task force, aperta ai giornalisti esperti di queste tematiche, per procedere a ritmo spedito».
Riguardo all’agenda dei prossimi mesi, Monti conferma l’imminente apertura del «cantiere» del lavoro. Di fatto annunciando l’intenzione di abolire l’articolo 18.
La concertazione «sarà  essenziale », ma «è chiaro che certe riforme devono essere fatte attraverso la modifica dello Statuto.
Oggi il tema è combinare meglio la flessibilità  da parte delle imprese, con una sicurezza legata non al mantenimento di “quel” posto di lavoro, ma alla sicurezza del lavoratore ».
È il concetto di flex-security danese, di cui in Italia è alfiere il senatore Pd Pietro Ichino.
Durante i 40 minuti di diretta, Monti si difende anche dalle critiche per aver accettato l’invito di Porta a Porta: «Io sono qui – esordisce – non per far piacere a lei ma per dare risposte ai cittadini».
Si spengono le luci, Monti si allontana mentre Passera e Grilli si accomodano sulle poltroncine bianche di Vespa.
«Adesso, se permettete – dice in ascensore – mi vado a godere i miei ministri in televisione».

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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CAPITALI SCUDATI E GRAZIATI: LA NUOVA TASSAZIONE DELL’1,5% HA UN’ALIQUOTA TROPPO BASSA

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

PRIMA TREMONTI AVEVA TASSATO SOLO DEL 5% I CAPITALI CHE L’EUROPA HA TASSATO DEL 27%… ORA MONTI APPLICA UNA MAGGIORAZIONE RIDICOLA PER NON URTARE IL PDL… MA CHI DIFENDE GLI EVASORI?

La nuova tassazione dei cosiddetti “capitali scudati” ha il sapore della beffa per chi da mesi la invocava.
Se n’era parlato molto nel corso dell’estate, durante la laboriosa gestazione della manovra firmata Berlusconi-Tremonti.
E il punto sembrava abbastanza chiaro.
Chi aveva portato irregolarmente i soldi all’estero si era potuto avvalere di un generoso condono, ideato e realizzato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, potendo rimettere tutto in regola con il pagamento di un’aliquota del 5 per cento, laddove in altri Paesi si era arrivati anche al 27 per cento.
Quando Berlusconi dovette mettere mano alla maxi manovra estiva, in molti chiesero di far pagare i furbetti dell’off-shore.
Il Pd propose un’aliquota del 15 per cento: essendo stati “scudati” circa 90-100 miliardi, si potevano mettere in cassi 15 miliardi.
La trincea del governo di centro-destra fu inespugnabile. Dicevano che era una mossa inconstituzionale, che avrebbe dato luogo a un contenzioso infinito, visto che tassava retroattivamente capitali sui quali lo Stato aveva firmato un patto di non aggressione.
Ora il premier Mario Monti e il ministro dell’Economia Mario Monti hanno deciso che quel problema di legittimità  non sussiste e hanno ritassato i capitali scudati.
Però con un’aliquota omeopatica dell’1,5 per cento: gettito previsto tra 1 e 1,5 miliardi.
Il Pd, che durante l’estate tuonava contro il ministro amico degli evasori e dei paradisi fiscali, adesso protesta.
Dice il segretario Pier Luigi Bersani: “È importante che sia passato il principio degli scudati, l’abbiamo voluto e abbiamo insistito per tanto tempo, ma l’1,5 per cento è un buffetto”.
Durante l’estate, quando alcuni esponenti del Pdl avevano aperto all’ipotesi di una tassazione nell’ordine dell’1-2 per cento, Bersani aveva definito “risibile” l’idea.
Adesso ha il problema di come ingoiare il risibile buffetto, e votarlo.
Si apre dunque un braccio di ferro.
È evidente che Monti ha toccato i capitali scudati con mano leggera per non suscitare le reazioni del Pdl, e i margini di manovra sono assai ristretti, vista la singolare conformazione della maggioranza che sostiene il governo.
Anche da parte di qualche associazione che rappresenta le piccole e media imprese c’è nervosismo per l’occhio di riguardo che il governo riserva alle grandi ricchezze.
La Confcommercio, per esempio, ricorda a Monti che andrebbe fatto il famoso accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali italiani depositati nelle banche elvetiche, come hanno già  fatto Germania e Gran Bretagna, portando nelle casse statali qualche decina di miliardi di euro.
Il problema è che oltre alla beffa c’è il danno.
Il denaro che Monti non ha voluto, o potuto, chiedere agli esportatori di capitali, lo ha chiesto a chi tiene disciplinatamente i risparmi nelle banche italiane.
La nuova imposta di bollo sui prodotti finanziari, presentata durante la conferenza stampa di domenica sera come un aggiustamento quasi marginale, si è rivelata ieri una notevole stangata.
In pratica, ha spiegato Monti alla Camera, tutti i titoli finanziari, comprese le polizze vita, verranno tassati con la stessa aliquota degli scudati, l’1,5 per cento.
Il gettito previsto, anche se il governo non ha dato in merito una comunicazione precisa, è stimato attorno ai 4 miliardi di euro.
Si tratta in pratica di una tosatura abbastanza severa delle ricchezze finanziarie di tutti gli italiani, anche dei fondi d’investimento.
Nella migliore delle ipotesi, in questi anni di vacche magre, la tassa dell’1,5 per cento rischia di portarsi via tutto il rendimento di un fondo comune o di una polizza vita.
Nella peggiore, la tassa erode il capitale.
È una piccola patrimoniale, come ha detto lo stesso Monti, con una caratteristica precisa. Non solo non colpisce le grandi ricchezze, ma con l’aliquota unica non è nemmeno progressiva.
Insomma, chi ha meno sarà  più colpito.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NEL 2010 MILIONI DI EURO DELLA LEGGE MANCIA A 95 ENTI RELIGIOSI: SOLO IL 7,95% FINISCE IN CARITA’ AI PAESI POVERI

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2011 AL VATICANO OLTRE 750 MILIONI DI EURO… ANCHE OLTRETEVERE UNA CASTA COME QUELLA DEI PALAZZI DEL POTERE POLITICO?
.
I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità  di una revisione dell’aliquota: era stato stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa.
Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione bilaterale.
Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce….
Ma ci sono tanti modi di mungere lo Stato ed è sperabile — ma non è detto — che Monti riesca a introdurre qualche salutare taglio.
Il primo comma dell’articolo 6 dei Patti Lateranensi del 1929 stabilisce che l’Italia deve assicurare al Vaticano “un’adeguata dotazione d’acqua di proprietà ”.
Come puntualmente avviene da allora con i 5 milioni di metri cubi consumati annualmente all’interno delle sacre mura.
Nel frattempo, il Vaticano ha pure cominciato a smaltire le acque di scarico attraverso la rete dell’Acea, di cui ha però puntualmente ignorato gli avvisi di pagamento.
Così, quando nel 1999 la società  si è quotata in Borsa, per evitare grane con i piccoli azionisti lo Stato è intervenuto una prima volta ripianando un debito vaticano di 44 miliardi.
Cosa che ha dovuto fare nuovamente nel 2005, mettendo ancora mano al portafogli, questa volta per 25 milioni di euro.
Il Vaticano si ostina, infatti, a non considerare la bolletta dell’Acea.
Per loro è semplicemente straniera.
Così, alla fine, la pagano gli italiani, che non possono dire altrettanto.
Se qualche volta tratta e incassa in prima persona (ha conquistato uno sconto perfino sul canone Tv per gli apparecchi degli istituti religiosi), ancora più spesso il Vaticano manda avanti gli enti-satellite o le strutture locali .
Che ricevono immancabilmente un’accoglienza festosa.
Da parte dei politici di ogni sponda.
Basta vedere quali strade hanno preso nel 2010 i circa 200 milioni del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, istituito nel 2008 e meglio noto in Parlamento come “legge mancia”.
Una tranche (51 milioni e 575 mila euro) l’ha distribuita il 30 luglio 2010, la commissione Bilancio di Montecitorio, che ha individuato 494 soggetti meritevoli e bisognosi.
Novantacinque dei quali, guarda un po’, nel mondo della Chiesa.
Per esempio: l’Arcidiocesi di Bologna (30 mila euro per la manutenzione della curia), la Confraternita Maria S.S. Assunta nella cattedrale di Palermo (50 mila euro per la chiesa di Maria S.S. Addolorata del Cristo Morto), la Congregazione missionari della divina redenzione di Visciano (50 mila euro per il potenziamento del Villaggio del fanciullo di Torre Annunziata e altri 70 mila per il recupero del complesso S. Maria degli Angeli), la Congregazione missionari della Sacra Famiglia di Castione di Loria (50 mila euro per il recupero di un fondo agricolo con specie vegetali autoctone arcaiche) e la Congregazione suore gerardine di Sant’Antonio Abate (50 mila euro per la messa in sicurezza della casa di riposo per anziani e indigenti).
Poi: la Diocesi di Gubbio (20 mila euro per il restauro della chiesa di Cipolleto), la Fondazione Madonna dello scoglio di Santa Domenica di Placanica (200 mila euro per la sistemazione del sagrato), la Fondazione Spazio Reale della parrocchia di San Donnino di Campi Bisenzio (50 mila euro per il recupero dell’area Spazio Reale), l’Istituto Immacolata di Lourdes delle suore francescane di S. Chiara (20.000 euro per il restauro della croce dipinta), e la parrocchia Cuore immacolato di Maria di Formia (50 mila euro per la ristrutturazione dell’oratorio Villaggio Don Bosco) e via continuando. In un elenco che diventa davvero senza fine se si tiene conto anche dei provvedimenti nazionali ad hoc.
Come i 50 milioni di euro assegnati in un biennio all’Università  campus biomedico (made in Opus Dei) dalla finanziaria 2003.
I due milioni e mezzo elargiti dalla Protezione civile (e che ci azzecca, direbbe Di Pietro) per il raduno di Loreto dell’Azione cattolica (14 maggio 2004).
Fino al milione di euro regalato dalla finanziaria 2004 a Radio Maria (il cui progetto editoriale recita: “Diffondere il messaggio evangelico in comunione con la dottrina e le indicazioni pastorali della Chiesa cattolica e nella fedeltà  al Santo Padre, usando tutte le potenzialità  del mezzo radiofonico”) e Radio Padania. Spiccioli, comunque, rispetto ai 3 miliardi e 500 milioni di lire stanziati dallo Stato per il Giubileo del Duemila….
E ancora, la legge sul finanziamento agli oratori approvata dalla Regione Friuli Venezia-Giulia il 22 febbraio 2000 (e prontamente imitata, nell’ordine, da Lombardia, Piemonte, Molise, Puglia, Liguria, Campania, Calabria, Lazio e Abruzzo).
Cogliendo fior da fiore, troviamo i 3 miliardi di lire stanziati il 9 febbraio 2001 dal Veneto per gli edifici di culto “che siano testimonianza di tradizioni popolari e religiose”; il mezzo miliardo, sempre di lire, della Basilicata “per la realizzazione di opere di culto e di ministero pastorale” (1° marzo 2001); i 2 miliardi della Calabria per la disciplina urbanistica dei servizi religiosi (2 maggio 2001); i 50 milioni di euro stornati ancora in Veneto dal Fondo speciale per il disinquinamento delle acque di Venezia a favore della curia patriarcale (15 febbraio 2004).

Stralcio da: “I senza Dio”, un’inchiesta sul Vaticano del giornalista de L’Espresso Stefano Livadiotti. In libreria

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA MANOVRA? “NON E’ EQUA MA VA APPROVATA ALLA SVELTA”

Dicembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

INDAGINE IPR: UN DEFICIT DI GIUSTIZIA MA ANCHE IL SOSTEGNO AD UNA PARTE DELLE MISURE SOCIALMENTE PIU’ GIUSTE….EMERGE LA CONVINZIONE CHE LE NORME VADANO COMUNQUE ADOTTATE

La manovra del governo Monti non è equa e poteva essere fatta meglio, ma gli italiani ritengono molto o abbastanza condivisibili una quindicina (su 25) dei punti che contiene e, comunque, pensano che i loro partiti di riferimento faranno bene ad approvarla in fretta.
Contraddizioni in termini? Probabilmente no.
Quello che emerge dal sondaggio che Ipr Marketing ha realizzato per Repubblica.it ieri, con il sistema “Tempo reale” su un campione di mille cittadini opportunamente “disaggregati”, è il quadro abbastanza realistico dell’atteggiamento degli italiani rispetto all’intervento economico che l’esecutivo ha portato all’attenzione del Parlamento.
Un giudizio che si potrebbe riassumere così: è una medicina amara, che non piace, ma dentro ha i principi attivi che possono far guarire il malato.
Alla fine, dunque, meglio buttarla giù.
Un giudizio, dunque, sorprendentemente ponderato, molto poco “di pancia” o meglio, con dentro un mix di elementi e motivazioni che vanno dagli estremi del “no” passionale fondato su una percezione diffusa di ingiustizia, al “sì” razionale che dice: nella situazione e con i tempi dati, meglio approvare la manovra sperando forse, in ulteriori modifiche che possano renderla più equa pur mantenendone l’efficacia sui conti pubblici.
Il sondaggio si divide in tre parti.
Nella prima, Ipr ha interpellato il campione su cinque domande generali per arrivare a definire un giudizio sul provvedimento nel suo complesso; nella seconda, gli interpellati sono stati chiamati a giudicare 25 diversi punti della manovra; nella terza le domande riguardavano l’auspicabile atteggiamento dei rispettivi partiti di riferimento.
Il giudizio generale.
Per il 70% del campione la manovra “non è equa”, solo il 19% la ritiene “equa” e l’11% non ha un’opinione in merito.
Gli elettori di 4 dei 5 principali partiti (Pdl, Pd, Lega, Idv) la giudicano negativamente con percentuali oscillanti dal 63% (Pd) al 70% (Pdl).
Solo gli elettori del Terzo Polo fanno segnare un 45% di giudizi di “equità ” contro il 33% che la giudicano “non equa”.
Anche coloro che fanno riferimento ad altre forze politiche si esprimono negativamente con percentuali molto elevate (73%).
Più o meno simile il giudizio di merito: la manovra poteva essere fatta diversamente? Per il 65% del campione, sì.
Molto negativi gli elettori di Pdl (67%), Lega (98%) e Idv (63%), ma il 66% di coloro che fanno riferimento al Terzo Polo e il 46% degli elettori Pd ritengono che la manovra sia “pesante” ma che c’era poco d’altro da fare.
Il giudizio cambia abbastanza radicalmente quando si comincia ad entrare nel merito. Le domande chiedono di valutare la manovra da quattro punti di vista: risanamento dei conti pubblici, lotta all’evasione, riduzione dei costi dello Stato, rilancio e sviluppo dell’economia.
I giudizi positivi salgono al 45% (risanamento economico), 41% (lotta all’evasione) 31% (riduzione costi).
Resta molto negativo (21% di sì) il giudizio sul rilancio economico.
Tra l’altro, il 48% del campione teme che non sia sufficiente per salvare l’Italia da ulteriori attacchi della speculazione e solo il 21% ritiene che basterà .
L’ultima domanda del primo gruppo riguarda la decisione di Mario Monti di rinunciare al compenso dovuto al presidente del Consiglio: per il 61%   del campione si tratta di “una scelta di rispetto nei confronti degli italiani chiamati ai sacrifici”, mentre il 33% la ritiene “un’azione ipocrita e di immagine” perchè Monti sta bene economicamente e non ne ha bisogno.
Anche da questa domanda emerge un dato che “attraversa” tutto il sondaggio: gli elettori del Terzo Polo sono certamente i più “vicini” a Monti, seguiti da quelli del Pd che lo sostengono abbastanza e da quelli del Pdl, un po’ più tiepidi.
Negativi o molto negativi i sostenitori dell’Idv e della Lega, come molto negativi sono tutti gli altri.
I singoli provvedimenti.
Tutto quello che si avvicina al concetto di “patrimoniale” o riguarda i tagli della spesa pubblica o il rilancio riscuote il pieno consenso del campione; tutto quello che riguarda incrementi di tasse sulla casa viene bocciato pesantemente; tutto quello che riguarda le pensioni ottiene giudizi piuttosto negativi.
E’ più o meno questo l’atteggiamento del campione di Ipr davanti a 25 domande su altrettanti punti della manovra.
Undici punti ottengono giudizi positivi superiori al 60%, quattro si collocano tra il 48% e il 51%.
Gli altri dieci scendono tra il 39% e il 15% di consenso.
Al comando della graduatoria, con il 90% di giudizi positivi, la tassa sul lusso e la riorganizzazione delle province che prelude alla loro cancellazione.
Molto bene, pure la soppressione di altri enti, la tassazione dei capitali “scudati”, le liberalizzazione.
Pure buoni i giudizi su tracciabilità  dei pagamenti, soppressione degli ordini e di alcuni istituti previdenziali, l’Ici sulla seconda casa e l’estensione del sistema contributivo a tutti i lavoratori (un 60% di sì abbastanza sorprendente).
I tagli agli enti locali, l’aumento dei contributi agli autonomi, la tassazione sui prodotti finanziari e le garanzie statali sulle passività  bancarie, ottengono giudizi positivi intorno al 50%.
Da qui in poi, cominciano i “no”.
L’intero pacchetto pensionistico (quello, per intenderci, che porta all’abolizione delle pensioni di anzianità ) riceve un consenso tra il 39% e il 32%.
Al di sotto del 30% di “sì”, il ritorno dell’Ici sulla prima casa, l’aumento dell’Iva, l’aumento dell’addizionale regionale Irpef, l’incremento degli estimi catastali e l’aumento delle accise su benzina e carburanti che riceve una sonora bocciatura con l’85% di “no”.
Però votatela.
Gli italiani, dunque, giudicano la manovra generalmente iniqua ma utile o positiva in diverse parti.
La medicina, insomma, è vista come piuttosto amara: non piace anche se si riconosce una certa efficacia a diverse sue parti.
Ma appena si passa al comportamento richiesto ai partiti, il discorso cambia e il campione di Ipr Marketing diventa molto più realista: le forze politiche dovranno approvarla senza pensarci troppo.
Un giudizio che accomuna Pdl e Pd e Terzo Polo ma che trova spazi oanche tra gli elettori Idv.
I seguaci di Di Pietro, infatti, ritengono (49%) che il loro partito dovrebbe, alla fine, dire di “sì” (27% per il “no” e 24% senza opinione).
Gli elettori del Pd si schierano per il “sì” (75% contro 24% di “no”), quelli del Pdl sono favorevoli ad appoggiare la manovra al 67% (19% di “no), quelli del Terzo Polo sono per il “sì” in Parlamento all’89%.

Massimo Razzi
(da “La Repubblica”)

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LA MANOVRA COSTERA’ 635 EURO A FAMIGLIA

Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE: INCLUDENDO LE MISURE PRESE DAL GOVERNO BERLUSCONI L’ESBORSO E’ DI 6.402 EURO IN QUATTRO ANNI

Avevano detto che la medicina sarebbe stata amara.
Adesso ne conosciamo anche il prezzo: 635 euro a famiglia.
«La manovra “salva-Italia” peserà  sulle famiglie italiane con un importo medio pari a 635 euro.
Se teniamo conto anche delle manovre estive elaborate dal precedente governo Berlusconi, l’importo complessivo che graverà  sulle famiglie italiane, raggiungerà , nel quadriennio 2011-2014, i 6.400 euro» ha detto il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, dopo aver stimato, assieme al suo Ufficio studi, gli effetti economici che la manovra Monti – e quelle d’estate redatte dal governo Berlusconi – avranno sui bilanci delle famiglie italiane.
Per quanto concerne la manovra «Salva-Italia», sottolineano dalla Cgia, l’importo è pari a 30 miliardi di euro lordi.
Se a questa cifra si sottraggono i 10 miliardi che saranno destinati allo sviluppo e si rimuovono anche i 4 miliardi che andranno ad evitare il taglio delle agevolazioni nel 2012, l’effetto complessivo della manovra sulle famiglie sarà  pari a 16 miliardi di euro.
Pertanto, questa entità  inciderà  mediamente su ciascuno dei 25 milioni di nuclei familiari italiani per un importo pari a 635 euro nel triennio 2012-2014.
Se a questa misura si aggiungono gli effetti delle manovre d’estate stilate dal Governo Berlusconi, il carico complessivo sulle famiglie salirà  a 6.402 euro.
«Complessivamente – conclude Bortolussi – queste 3 manovre avranno un effetto complessivo nel quadriennio 2011-2014 pari a 161,1 miliardi di euro. Una vera e propria stangata che, probabilmente, riuscirà  a far quadrare i conti ma rischia di mettere in ginocchio l’economia del Paese».

(da “Il Corriere della Sera“)

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UN’AMARA MEDICINA

Dicembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

SI APRE UNA SETTIMANA DECISIVA PER IL FUTURO DELL’EUROPA: MONTI DEVE SANARE I GUAI DI DECENNI DI CATTIVA POLITICA, MA IL CETO MEDIO FINISCE PER ESSERE SEMPRE CONSIDERATO COME UN BANCOMAT

Nella conferenza stampa che ieri sera ha fatto seguito al Consiglio dei ministri il nuovo governo presieduto dal professor Mario Monti ha dato una confortante prova di stile.
Ha mostrato agli italiani che hanno potuto seguirla in tv o via Internet competenza e senso di responsabilità .
E l’annuncio che il primo ministro rinuncerà  ai compensi che gli spettano è un segno di compartecipazione ai sacrifici richiesti che va sicuramente apprezzato.
Può servire a ricreare quel feeling tra il Palazzo e il Paese reale di cui avremo sicuramente bisogno nei giorni e nelle prove difficili che ci attendono.
Del resto la settimana che si apre oggi si presenta decisiva per il futuro dell’Europa e il governo di Roma persegue l’obiettivo di presentare l’Italia dal lato delle soluzioni e non da quello dei problemi.
Siccome lo stile è importante ma i contenuti dell’azione di governo di più, è del merito del decreto approvato ieri che bisogna discutere senza timore di sottolinearne alcune evidenti contraddizioni.
Il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari.
Mettere in sicurezza il nostro sistema pensionistico ma nel contempo dimostrare la volontà  di ridurre i costi della politica, di cominciare a tagliare quell’eccesso di intermediazione che prevede tra il cittadino e lo Stato ben tre livelli di rappresentanza politica (Comuni, Regioni e per l’appunto le Province).
Il cuore della manovra però – purtroppo – non sta tanto in questi pur importanti provvedimenti, quanto in un’amara medicina: l’aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là  un vecchio armamentario di imposte e balzelli. Fortunatamente alla fine il Consiglio dei ministri ha scelto di soprassedere all’idea di dar corso a un aggravio delle aliquote Irpef che avrebbe sbilanciato ancor di più il decreto dal lato dell’imposizione fiscale.
Certo è che rimarrà  nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno – politici o tecnici che siano – come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità  che può essere drenata con facilità .
Nei tempi ristretti che ha avuto a disposizione il governo dei tecnici non ha potuto produrre riforme incisive e strutturali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e rilanciare davvero la crescita.
Alcune prime norme sono state previste, altre sono state annunciate e scadenzate per un prossimo e non lontano «secondo tempo».
Se le aspettano le organizzazioni internazionali che avevano messo all’indice il governo Berlusconi proprio per questa carenza di iniziativa e se le aspettano le parti sociali.
Imprenditori e sindacati sanno che almeno sul breve l’introduzione di nuove imposte, necessaria come tampone, non potrà  che acuire i segni della recessione e aprire un pericoloso gap temporale tra i sacrifici richiesti agli italiani e la tenuta dell’economia reale.

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)

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