Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
SONO IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI TRA I 40 E I 50 ANNI, TEMONO L’INCERTEZZA POLITICA ED ECONOMICA, UNA STRETTA FISCALE E SONO IN CERCA DI UN INVESTIMENTO IMMOBILIARE SICURO
Una discreta transumanza di capitali, ma anche di persone.
Durante l’agonia del governo Berlusconi, intimoriti dalla giostra dello spread, più recentemente dal rigore del governo Monti, molti italiani benestanti hanno deciso di trasferire i loro soldi, in alcuni casi anche i loro cari, in Svizzera.
“Quelli che hanno grossi capitali, intere famiglie, stanno cercando di piazzare i propri beni in posti sicuri e in qualcosa che duri nel tempo”, ha confermato, in un’intervista alla radio pubblica elvetica, la presidente della federazione di fiduciari del Canton Ticino, Cristina Maderni.
“Noi fiduciari siamo stati interpellati, per valutare se c’è la possibilità di un trasferimento totale di alcune famiglie”, ha aggiunto.
Per poi spiegare che “il fenomeno è sempre esistito ma è vero che, in questi ultimi mesi, abbiamo assistito a un’accelerazione delle richieste di questo tipo”.
Quindi la presidente dei fiduciari ticinesi rileva, pure, che quello che sta avvenendo assomiglia a una vera e propria fuga, dal belpaese. “Ci sono, ad esempio – dice – persone e gruppi famigliari, con consistenti patrimoni, che chiudono la loro attività imprenditoriale, per trasferirsi in Svizzera”.
Dove, in molti casi, chi lascia l’Italia e i suoi problemi, ha già sovente una residenza e, magari, un cospicuo gruzzoletto.
“Il più delle volte si tratta di 40-50 enni, in prevalenza lavoratori autonomi e imprenditori”, ci conferma Giancarlo Cervino, del Centre for International Fiscal Studies di Lugano, secondo il quale il fenomeno è in corso da circa un anno e mezzo.
Tutta questa gente, come ha avuto modo di constatare Cristina Maderni “è angosciata dall’insicurezza esistente, oggi, in Italia e nel resto dell’Europa” e, quindi, cerca posti come la Svizzera “dove la stabilità economica e politica e la forza della moneta sono tali, da trasformarsi in una sorta di polizza sulla vita”.
Anche se, di questi tempi, di approdi sicuri ce ne sono sempre meno.
Nella Confederazione, ad esempio, i prezzi di vendita, al metro quadro, degli immobili di un certo livello, vanno dai 10 mila euro in su di Lugano e dell’Engadina, ai circa 40 mila di Zurigo, tanto da far temere l’esplosione di una bolla immobiliare.
Va detto, poi, che in caso di definitivo deragliamento dell’Ue e della moneta unica, la Svizzera ne soffrirebbe, pesantemente, le conseguenze.
Già adesso, in presenza della crisi nell’eurozona, la crescita del prodotto interno lordo elvetico è continuamente rivista al ribasso tanto che, l’anno prossimo, non dovrebbe superare lo 0,5 per cento.
Anche nella Confederazione, inoltre, pur con uno Stato che, quest’anno, ha chiuso i conti in attivo, la pressione fiscale sta aumentando.
Dal prossimo anno, ad esempio, potrebbe venire introdotta un’imposta di successione del 20 per cento, sui beni superiori ai due milioni di franchi, la qual cosa ha indotto molti benestanti a una corsa frenetica negli studi notarili, per trasferire i propri patrimoni agli eredi ed evitare, così, la stangata.
“Ma la paura di un epilogo italiano alla greca, con manifestazioni di piazza e attentati anarchici, unito al timore di un default delle banche, è tale da indurre chi se lo può permettere ad andarsene”, constata il fiscalista Cervino.
“Sicuramente – conclude – in nessuna città svizzera metteranno mai una bomba davanti all’Agenzia delle Entrate, come è capitato a Roma”.
Franco Zantonelli
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
E’ DIVENTATO UN LUOGO COMUNE CHE PER COMBATTERE L’EVASIONE SIA NECESSARIA LA GUERRA AL CONTANTE…COME SE GLI EVASORI PER PORTARE I SOLDI ALLE CAYMAN SI SERVISSERO DEGLI SPALLONI…SI STA TRAVISANDO LA MALATTIA CON I SINTOMI: I GRANDI UTILIZZATORI DEL CONTANTE NON SONO GLI EVASORI MA LA CRIMINALITA’ CHE NON SI FA IMPRESSIONARE DA QUESTE MISURE
Per il legislatore è “contrasto all’ uso del contante” (Decreto Salva Italia). 
Per l’ uomo della strada è la dichiarazione di guerra alla pratica di pagare in banconote.
Una guerra che l’ opinione pubblica appoggia con entusiasmo e passione. Anzi, qualcuno vorrebbe di più: tassare il contante; proibirlo per tutti i pagamenti oltre una certa cifra; additare al pubblico lubridio chiunque estragga dal portafoglio una banconota da 500 euro.
Il vero obiettivo dell’ ira popolare però non è il contante, ma l’ evasione fiscale: c’ è l’ errata convinzione che il modo migliore per combattere l’ evasione sia fare la guerra al contante. Come se per eliminare l’ evasione bastasse eliminare le banconote.
Un’ assurdità .
Bisognerebbe chiedersi come i miliardi evasi finiscano nei centri off shore: per portare i soldi alle isole Cayman o a Singapore non servono gli zaini degli spalloni.
Inoltre i grandi utilizzatori del contante non sono gli evasori, ma la criminalità , che non si fa certo impressionare dalle manovre di “contrasto”: il pizzo non si paga col bonifico, nè il pusher accetta carte di credito.
Nella frenesia dei preparativi di guerra, si sta travisando la malattia (l’ evasione) con i sintomi (il contante).
Così, anche questa guerra, come molte nella storia italica, assume aspetti grotteschi.
Di fatto lo Stato “contrasta” soltanto se stesso, vietando alla sola pubblica amministrazione qualsiasi pagamento in contanti superiore a 500 euro.
Nè poteva essere altrimenti: le banconote sono un mezzo legale di pagamento che quindi lo Stato non può abolire o limitare nell’ uso.
Anche domani potremo ritirare tutto il contante che vogliamo, e pagare come ci pare.
Se prelievo e/o deposito supera i mille euro, verrà segnalato dalla banca; ma l’ uso del contante resta legittimo.
Per i pagamenti in nero, aumenterà solo la frequenza delle visite a sportelli e bancomat. Quanto alla criminalità , ha una provata capacità di dedicarsi ad attività caratterizzate da micro pagamenti in contanti, che sfuggono alle registrazioni.
Come ogni guerra, anche questa avrà i suoi danni collaterali: vecchietti che dovranno imparare a usare il bancomat (sperando di non essere scippati), staccare assegni ed effettuare bonifici.
La manovra prevede una convenzione con l’ Abi per un conto corrente standard, onde evitare che i veterani della guerra al contante siano falcidiati dal fuoco “amico” delle banche.
Ma sarebbe meglio imporre a ogni banca di offrire, in modo chiaro e trasparente, un conto a costo fisso, onnicomprensivo, con carta di debito, assegni, bonifici e pagamenti vari inclusi, zero interessi e un saldo massimo.
E lasciare che le banche competano, invece di promuovere una convenzione che sa di cartello.
La guerra al contante ha fatto dimenticare il vero passo importante che il Salva Italia fa nella lotta all’ evasione: lo Stato si è finalmente ricordato che dal 2007 tutti gli intermediari devono registrare e archiviare ogni transazione finanziaria, conto o posizione superiore a 1500 euro. Il limite è ridotto a 1000 e gli intermediari devono trasmettere i dati al Fisco, che li userà per identificare i sospetti evasori.
Addio segreto bancario.
L’ analisi sistematica dei dati finanziari è il modo più efficace per combattere l’ evasione. Manca però l’ ultimo passo: pochi buoni dati sono meglio di troppi dati.
In un anno avvengono centinaia di milioni di transazioni in Italia: come setacciarle?
Come ho proposto di recente, basterebbe cominciare da un numero: la somma di tutte le uscite associate a tutti i conti di ogni codice fiscale; e sottrarre prestiti, interessi e dividendi ricevuti.
Si calcola così la capacità complessiva di spesa, facilmente confrontabile con i redditi dichiarati.
Investimenti, vendite o eredità potrebbero spiegare discrepanze: per questo basta chiedere a ognuno in dichiarazione l’ elenco dei beni patrimoniali.
Se il patrimonio non varia, c’ è il sospetto di evasione.
E scatta la domanda di chiarimenti documentati.
Alessandro Penati
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL VATICANO, CON 115.000 CASE E 9.000 SCUOLE FA LA PARTE DEL LEONE, MA LA LISTA DEGLI ESENTATI E’ LUNGA…. DENTRO LA ZONA GRIGIA DELL’USO NON COMMERCIALE, SI INFILANO MIGLIAIA DI ATTIVITA’ SANITARIE, DIDATTICHE E RICETTIVE
Chiesa ma non solo. L’ombrello della norma Taglia-Ici non ripara solo gli immobili (quelli ad
uso “non esclusivamente commerciale”) del Vaticano. Certo il mattone di Dio – 115mila case, 9mila scuole, 4mila tra ospedali e centri sanitari – fa la parte del leone. Ma la platea dei beneficiari dell’esenzione dall’imposta è molto più ampia.
Non pagano tutte le altre confessioni religiose. Zero tasse per le associazioni non profit, le ong, le ambasciate, le Fondazioni liriche, i palazzi intestati a Stati esteri.
Niente Ici nemmeno per edicole, cappelle nei cimiteri, musei e per le proprietà di Comuni, Province e Regioni utilizzate a fini istituzionali.
La legge prevede l’esenzione per gli immobili di enti senza fine di lucro “destinati allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”.
Come succede per il patrimonio della Santa Sede, però, anche qui esiste una ampia area grigia dove l’uso “non commerciale” dei beni è difficile da certificare.
Ci sono ospedali controllati da pseudo-Onlus (e accreditati con il servizio sanitario nazionale) che fatturano centinaia di milioni.
Fondazioni che affittano case e palazzi di lusso incassando fior di quattrini ogni anno senza dover pagare un centesimo di imposta.
Circoli sportivi e dopo-lavoro trasformati in piccoli – e ricchissimi – villaggi Valtur del tutto esentasse.
Ecco l’elenco degli “utilizzatori finali” più importanti della norma Taglia-Ici.
E quello delle realtà sociali più vicine al mondo dell’assistenza sociale che in realtà – malgrado di solito si pensi il contrario – sono costretti a pagarla.
RELIGIONI
Musulmani e buddisti salvi come i cattolici
Tutti i luoghi di culto non pagano l’Ici. Vale per parrocchie, moschee, sinagoghe, anche per l’unico edificio in mano all’Unione Buddista Italiana.
Per tutti vale l’esenzione dei beni utilizzati a fini “non esclusivamente commerciali”. Con i Comuni incaricati di valutare eventuali abusi.
Una recente sentenza della Commissione tributaria provinciale di Lecco, per dire, ha esentato dall’imposta un ex-opificio trasformato in “luogo di culto dalla locale comunità mussulmana”.
CIRCOLI
Biliardini e ristoranti sfuggono alla gabella
I circoli ricreativi che fanno capo a organizzazioni non a fine di lucro non pagano l’Ici.
Vale ad esempio per i 5.500 circoli e sodalizi Arci, anche se l’associazione — conferma il presidente Paolo Beni — paga l’imposta sulle parti di edificio legate ad attività commerciali come ristoranti.
È forse una delle partite più delicate, visto che in molte di queste realtà operano attività di ristorazione.
ONLUS
Molte cause in tribunale per gli immobili affitati
Tutte le Onlus e le Ong sono esentate dal pagamento dell’Ici, almeno per gli edifici che usano come sedi proprie e non a fine di lucro.
Non paga Emergency, non paga Medici senza frontiere, non paga l’Associazione per la ricerca sul cancro e la Lega per il filo d’oro.
Chi invece dispone di un patrimonio di immobili messi a reddito (cioè affittati) è costretto – almeno in teoria – a onorare con il fisco il pagamento dell’imposta, anche se la materia è ancor oggi oggetto di confronto giuridico.
SCUOLE
Niente tassa agli istituti legati agli enti no-profit
Un altro tema delicato è quello delle strutture sanitarie e scolastiche. Le cliniche private (convenzionate o meno con sistema sanitario nazionale) devono pagare l’Ici.
Gli enti non commerciali convenzionati con la sanità pubblica – tra cui diverse istituzioni religiose o Onlus – invece no, almeno sui reparti ospedalieri mentre sul patrimonio immobiliare a reddito si paga tutto.
Zero Ici anche per le scuole private che fanno capo a enti non a fine di lucro indipendentemente dal livello delle loro rette.
PARTITI
Pagano tutta l’imposta sulle abitazioni ereditate.
I partiti politici non beneficiano di alcuna esenzione Ici. “Noi per la sede di Torre Argentina sborsiamo 2-3mila euro l’anno” mette i puntini sulle “i” Mario Staderini, segretario dei Radicali.
Paga il Pd, pagano le fondazioni degli ex-Ds cui è stato dirottato il patrimonio di case (5.800 immobili) girato dai militanti.
Fanno la loro parte – perchè obbligati dalla legge – pure gli eredi della vecchia Democrazia Cristiana. A
nche se durante i burrascosi anni di Tangentopoli e della diaspora della Balena bianca è svanita nel nulla una dote di qualche centinaio di edifici di pregio.
SINDACATI
Patrimonio milionario, non ricevono sconti
I sindacati (come Confindustria) pagano l’Ici.
Sia per le loro sedi istituzionali che per gli altri immobili destinati a reddito. Si tratta di un patrimonio importante.
Solo la Cgil ha oltre 3mila tra uffici e delegazioni lungo tutta la Penisola. La Cisl ne ha addirittura 5mila.
Il mattone nel portafoglio della Uil ha un valore stimato di circa 35 milioni.
Un “tesoretto” accumulato grazie a lasciti, donazioni e investimenti nel corso degli anni e cresciuto sullo zoccolo duro dei beni ereditati (esentasse) per legge dalle vecchie rappresentanze sindacali dell’era fascista.
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Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
INVECE CHE TASSARE I CETI MEDIO-BASSI, PERCHE’ IL GOVERNO NON INDIRIZZA I SUOI PROVVEDIMENTI VERSO I FINTI POVERI CHE PULLULANO IN ITALIA?
Un rapporto dell’Anagrafe tributaria, studiando gli effetti della patrimoniale sul lusso, ha scoperto che i falsi poveri con fuoriserie, elicottero o barca sono un esercito: in proporzione, superano i veri ricchi e gli abbastanza facoltosi
Hanno lo yacht di 17 metri, il bolide in garage e, perchè no, anche l’elicottero privato.
Eppure la loro dichiarazione dei redditi è la stessa di un operaio: 20mila euro o giù di lì. Evasioni fiscali di pochi furbi?
Macchè: i finti poveri in Italia sono un esercito.
E’ quanto emerge dal rapporto dell’Anagrafe tributaria (pubblicato in anteprima su il Sole 24 Ore), che ha dovuto studiare gli effetti concreti della tassa sul lusso inserita nel decreto “salva-Italia” dall’esecutivo di Mario Monti.
L’analisi incrociata dei dati ha portato alla luce non poche sorprese.
In Italia ci sono poco meno di centomila barche di lusso, ovvero natanti lunghi almeno 10 metri.
Tra queste, ben 42mila (quindi il 42,4 per cento) sono di proprietà di individui che dichiarano al fisco 20mila euro annui di patrimonio.
A chi appartengono il resto degli yacht?
Circa 27mila (26,7 per cento) sono di contribuenti che dichiarano dai 20mila ai 50mila euro annuali, mentre 16mila o poco più (16,5 per cento) sono intestati a cittadini più facoltosi, ovvero coloro che hanno entrate annuali che vanno dai 50mila ai 100mila euro.
E i ricchi veri (con dichiarazioni di redditi da 100mila euro in su) quante barche hanno?
In proporzione, pochissime: 14.235, ovvero appena il 14,4 per cento.
Se fossimo in un Paese di onesti contribuenti, il dato avrebbe una chiave di lettura a dir poco paradossale (i “poveri” con le barche di lusso).
Ma siamo in Italia, e lo studio dell’Anagrafe tributaria vuol dire solo una cosa: che i falsi poveri non sono neanche veri furbi, visto che con il reddito dichiarato sarebbe pressochè impossibile sopportare i costi di gestione delle loro barche. La tassa sugli yacht metterà fine al raggiro.
Se nel Belpaese le barche sono “roba da poveri”, i bolidi a quattro ruote non fanno eccezione. In Italia ci sono quasi 595mila automobili da 185 kw, ovvero da 248 cavalli.
Tra queste, 217mila (36,6 per cento) sono di proprietà di quegli italiani che dichiarano un reddito da 20 a 50mila euro, mentre addirittura 188mila (31,7 per cento) sono intestate a chi denuncia neanche 20mila euro.
Per questi ultimi, oltre al danno c’è anche la beffa: oltre alla patrimoniale sul bolide in garage, saranno costretti — ogni qual volta decidono di utilizzarlo — a sborsare fior di quattrini per fare il pieno di carburante, aumentato a dismisura a causa dell’innalzamento delle accise su diesel e benzina. I veri ricchi con ‘Ferrarino’ o fuoriserie, invece, sono pochi: 117mila (19,6 per cento) quelli che dichiarano dai 50 ai 100mila euro, quasi 72mila (12,1 per cento) quelli che ‘incassano’ oltre i 100mila euro.
I più sfortunati di tutti, però, sono i 518 ‘poveri’ che, pur dichiarando 20mila euro annui, possono permettersi un aereo o un elicottero privato: oltre al balzello sul bene di lusso, saranno costretti a prosciugare i loro (presunti) averi ogni qual volta decideranno di alzarsi ‘autonomamente’ in volo.
Ciò che stupisce, nella ‘evasione dei cieli’, sono le percentuali.
Detto del club dei 518 finti poveri con elicottero sul tetto di casa (il 25 per cento del totale), dei circa duemila velivoli privati, 604 (30 per cento) sono di proprietà di cittadini con dichiarazione dai 20 ai 50mila euro, 523 (26 per cento) di contribuenti che dichiarano dai 50 ai 100mila euro e appena 367 (18,3 per cento) sono di color che dichiarano al fisco più di 100mila euro all’anno.
Gli esempi di barche di lusso, bolidi a quattro ruote e aerei privati rispecchia una tendenza ormai assodata in Italia: l’evasione fiscale è un fenomeno dilagante.
L’ennesima conferma dai dati generali del rapporto a firma dell’Anagrafe Tributaria.
Su quasi 42milioni di contribuenti, ben più della metà (circa 28 milioni, alias il 66,3 per cento) dichiarano di non superare i 20mila euro annui, mentre sono 12 milioni (29,2 per cento) coloro che ammettono di aver guadagnato dai 20 ai 50mila euro annui.
E i veri ricchi?
Chi denuncia redditi che vanno dai 50 ai 100 mila euro rappresenta il 3,5 per cento (quindi un milione e mezzo scarso di italiani) della torta, mentre le briciole della stessa sono costituite dagli onesti facoltosi: appena 398mila, pari all’uno per cento del totale.
Anche loro dovranno subire la patrimoniale sul lusso: colpa dei loro pari reddito che non pagano le tasse.
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Dicembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
PENSIONATI TRATTATI COME EVASORI, UNA CAZZATA STRATOSFERICA DEL GOVERNO MONTI, UN FAVORE ALLE BANCHE…PROTESTANO LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: “UNA VIOLENZA SULLA PARTE PIU’ DEBOLE DELLA POPOLAZIONE”
“Da oggi le pensioni sopra i 500 euro non si pagano più in contanti”. Il messaggio allo sportello potrebbe essere più o meno questo.
Rivolto a due milioni e duecentomila pensionati italiani che non hanno nè conto corrente nè carte elettroniche.
E che in fretta dovrebbero provvedere, se vogliono assicurarsi pensione e tredicesima.
Sì, perchè il decreto legge 201 – il “salva-Italia” – è entrato in vigore già il 6 dicembre, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
E all’articolo 12, quello che limita l’uso del contante all’ormai famosa soglia dei mille euro, prevede una pillola avvelenata per chi riceve stipendi, pensioni o compensi dalla Pubblica amministrazione.
Superata la soglia di 500 euro, addio banconote.
“Una vergogna e una violenza sui poveri pensionati costretti dallo Stato ad aprire un conto corrente”, tuona Elio Lannutti, senatore Idv e presidente di Adusbef. Pensionati come evasori?
In realtà c’è tempo. Lo farebbe intendere lo stesso articolo del decreto.
Entro tre mesi il ministero dell’Economia e l’Associazione bancaria italiana definiranno con una convenzione le caratteristiche di un conto corrente di base da offrire ai pensionati “vecchio stile” – quelli che fanno la fila ogni mese alla Posta o in banca e poi infilano guardinghi i pochi euro ricevuti in borsa – ad un costo accettabile: struttura semplice e trasparente e carta di debito.
E zero spese ma solo per “le fasce socialmente svantaggiate”.
Così come entro tre mesi l’Abi dovrebbe definire le regole per “una equilibrata riduzione” delle commissioni sulle carte.
Sempre il decreto riferisce che il limite di 500 euro non è blindato, ma “può essere modificato con decreto del ministero dell’Economia”.
Una via di fuga?
Il livello della protesta è già alto.
Imporre bancomat, carte prepagate, pin, token – e tutto l’armamentario bancario fatto di scartoffie infinite da firmare, con postille scritte a corpo otto – a 2,2 milioni di anziani pensionati Inps “analfabeti” bancari (su 16,9 milioni totali) non significa solo “incrementarne i livelli di sicurezza fisica”, come sembra darsi premura il decreto.
Ma cambiare un mondo. Fatto di abitudini, relazioni, tradizioni. E poca dimestichezza con la tecnologia.
E’ anche vero che nel 2010 ciascun italiano ha usato strumenti alternativi al contante solo 66 volte, rispetto alle 176 rilevate in media nei Paesi dell’Eurozona.
Con un divario – spiega Bankitalia – molto forte tra Nord e Sud (84 operazioni contro 39), anche per una diffusione inferiore al 40 per cento di sportelli, Atm, Pos, carte di pagamento, collegamenti telematici per l’e-banking.
Un utilizzo modesto. Lo stesso governatore Ignazio Visco, ieri in audizione alla Camera, ha auspicato “un’ulteriore riduzione” della soglia per il contante, da affiancare a “un taglio dei costi” per la moneta elettronica.
Privilegiare gli scambi telematici, poi, aiuta a monitorare e scoraggiare riciclaggio ed evasione.
Ma che a questo contribuisca anche l’azzeramento dell’imposta di bollo da 34,20 euro, promesso dal decreto Monti, a chi ha una pensione minima o un assegno sociale, purchè apra un conto corrente, è più dubbio.
Come è ridicolo che uno Stato che si rispetti debba ricorrere a questi mezzi vergognosi per impedire chissà quale evasione fiscale, quando non esiste nulla di più tracciabile dell’importo di una pensione (basta chiedere all’Inps).
In realtà e’ solo un sistema per foraggiare le banche, allora bastava instaurare una “tassa pro-banca” senza rompere le palle a tanti anziani.
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Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
CAPITALI DA RECUPERARE: I TECNICI PUNTANO IL DITO CONTRO IL TESTO DELLA LEGGE
In Parlamento si guarda sempre più ai 182,5 miliardi rientrati con i tre scudi fiscali del 2001, 2003 e 2009-2010 per recuperare risorse al posto di tagli su altri capitoli della manovra, come l’adeguamento all’inflazione delle pensioni oltre i mille euro.
Fabio Granata, del Fli, vuole che l’aliquota sia innalzata al 5% dall’attuale 1,5% (considerata «ridicola» da Antonio Di Pietro), Enrico Letta (Pd) propone di portarla al «2,5% o al 3% con l’introduzione di una tassa sui capitali in Svizzera».
Anche dal fronte imprenditoriale, con il presidente di Rete imprese Italia, Ivan Malavasi, arriva l’invito ad alzare l’aliquota, e così i sindacati.
Anche la commissione Lavoro della Camera, nel parere favorevole al decreto legge sulla manovra, indica la strada di un ritocco.
Il gettito potenziale d’altronde è notevole: la relazione tecnica del governo stima 2,19 miliardi.
Se l’aliquota raddoppiasse al 3% il recupero potrebbe arrivare a 4,38 miliardi, e a 7,3 miliardi se portata al 5%.
La stima del governo peraltro considera «prudenzialmente una riduzione del gettito potenziale del 20% per tenere conto di soggetti nei cui confronti la disposizione potrebbe non trovare applicazione».
Insomma, qualche scudato potrebbe non essere chiamato a pagare l’imposta.
Come mai?
I tecnici puntano il dito contro il testo della legge: «Poteva essere scritto meglio ma in tre settimane capisco che non si possa fare una norma perfetta», commenta Fabrizio Vedana, direttore area legale di Unione Fiduciaria.
Le perplessità maggiori si concentrato su due aspetti: il requisito della «segretazione» per identificare i conti scudati da tassare, e il tema degli immobili all’estero emersi con lo scudo del 2001.
«La lettera della norma sembra escludere quei conti che hanno perso l’iniziale segretazione», aggiunge l’avvocato Alfredo Malguzzi, esperto di diritto tributario: ciò può accadere perchè il contribuente ha opposto lo scudo in una verifica fiscale o semplicemente perchè ha collegato quei soldi a un altro conto, o perchè li ha movimentati in qualche altro modo. Tuttavia il decreto legge in un altro articolo fa riferimento anche alle attività «in tutto o in parte prelevate» o «comunque dismesse», dunque per questa via anche i conti non più «segretati» potrebbero rientrare nell’imposta.
Toccherà all’Agenzia delle entrate fornire l’interpretazione autentica.
L’altro aspetto tecnico riguarda gli immobili regolarizzati nel 2001.
Per logica dovrebbero essere tassati, ma nel decreto si fa riferimento solo ad alcune parti della legge sul primo scudo, lasciando fuori l’articolo 16 relativo proprio agli immobili: «Credo sia una dimenticanza, sennò non si capisce l’esclusione», conclude Vedana.
Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli.
Basterebbe – spiegano gli esperti – togliere le parole «ancora segretate» e cambiare un «art.15» con «art.16» per cancellare i dubbi sull’applicazione dell’imposta straordinaria. Solo questa mossa potrebbe valere, conti alla mano, 700 milioni di euro in più con l’attuale aliquota.
Pochi dubbi invece sul fatto che se lo scudante è deceduto debbano essere gli eredi a pagare, anche se per un patrimonio di dieci anni fa che potrebbe anche essere molto ridotto.
Ma qualcuno potrebbe cercare di resistere e non pagare? «Figuriamoci! Significherebbe dichiararsi al Fisco come evasore.
E davanti ai tribunali sarai sempre macchiato di quel peccato originale», commenta Malguzzi.
C’è poi il tema del recupero dei documenti più datati, quelli di dieci anni fa, che in qualche caso potrebbe essere complicato per l’intermediario.
Ma martedì sera il presidente del Consiglio, Mario Monti, si è detto sicuro sul recupero effettivo dell’imposta, da versare in due rate entro il 16 febbraio 2012 e 2013.
Per chi non paga la minaccia non è tanto la multa (pari il doppio della tassa), ma la segnalazione all’Agenzia delle entrate da parte dell’intermediario-sostituto d’imposta che non ha ricevuto il denaro.
La peggiore sanzione per chi aveva evaso.
Fabrizio Massaro
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Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE LA STANGATA COSTERA’ 2.000 EURO A FAMIGLIA, LA CASTA SI TIENE I PRIVILEGI
Il dettaglio è nella Nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2011 dell’Amministrazione della Presidenza della Repubblica, il documento che, per opera dell’attuale presidente in carica, rende un po’ più trasparente il bilancio del Quirinale. È qui che al paragrafo sull’andamento della spesa è scritto: “Per cercare di contenere la dinamica della spesa del comparto pensionistico, è stata di recente modificata in modo incisivo la normativa dei pensionamenti anticipati di anzianità , fissando a regime il limite di 60 anni di età e 35 anni di anzianità utile al pensionamento e introducendo misure dissuasive con la previsione di significative riduzioni di trattamenti pensionistici”.
La nota ci informa di due cose.
La prima, poco conosciuta ma sancita dalla legge, è che gli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, governo, Camera, Senato e Corte costituzionale) conservano una propria autonomia organizzativa e di bilancio.
La seconda è che, al Quirinale, dopo una modifica “incisiva” della normativa intervenuta nei mesi passati, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni e con 35 anni di anzianità .
E che ciò si potrà fare, nonostante la manovra del governo che impone da subito il passaggio al sistema contributivo “per tutti” e che allunga i tempi per la pensione di anzianità oltre i 40 anni di contribuzione.
Il carico delle pensioni non è negato nella nota al bilancio.
Pesa anzi enormemente sul conto del Colle ed è in continua ascesa: 92,3 milioni di euro per il 2011, contro gli 88,5 del 2010.
Una cifra che copre il 37,8% del bilancio per il 2011, a fronte di una contribuzione previdenziale degli attuali dipendenti vicina agli 8 milioni di euro annui.
Nonostante le rigide regole che valgono fuori dai Palazzi, all’interno tutto è regolato da direttive interne che lavorano su tempi diversi.
Va dato atto al Colle di essersi fatto carico di inserire nel proprio ordinamento interno i due decreti economici sui tagli al pubblico impiego (il 78 del 2010 e il 98 del 2011), circostanza che è stata tradotta con una “riduzione del 5% e del 10% delle retribuzioni e delle pensioni per la parte eccedente i 90 mila e i 150 mila euro” (che ha prodotto un risparmio di circa mezzo milione di euro l’anno), il blocco delle progressioni automatiche delle retribuzioni e delle pensioni al tasso dell’inflazione programmata e il blocco delle progressioni automatiche di anzianità per le pensioni più elevate (qui il risparmio è stato più consistente, poco più di 2,7 milioni di euro l’anno).
Sulla disciplina dei pensionamenti “anticipati” adottata, il dato del risparmio conseguito è ancora da calcolare.
Così come il Quirinale, anche Camera e Senato dispongono di un proprio bilancio interno che copre non solo deputati e senatori ma l’intero apparato statale che lì è assunto.
Sulla vicenda che riguarda i primi, si sta cercando una convergenza sul tema dei vitalizi.
Sul tema dei dipendenti, però, le leggi non ancora aggiornate ci dicono che al Senato “con le nuove e più restrittive disposizioni”, “fermo restando il collocamento a riposo d’ufficio per uomini e donne a 65 anni di età ”, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni se in possesso dei requisiti richiesti (20 anni di servizio effettivo e 35 anni di contributi), “conservando la facoltà di un’anticipazione” a 57 anni “ma con l’applicazione di forti penalizzazioni”.
L’aliquota contributiva a carico dei dipendenti a decorrere dal primo gennaio 2011 è addirittura scesa: è passata dal 9,7 all’8,8.
Certo è da dire che sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, così come già detto per il Colle, sono stati applicati i parametri dei decreti di luglio.
Sul fronte pensioni anche nel bilancio della Camera si prevede un “inasprimento dei requisiti per il pensionamento di anzianità ”, ma la nota la bilancio 2011 non chiarisce quali siano.
Anche per i bilanci di Camera e Senato, d’altronde, il peso delle pensioni è considerevole. I trattamenti previdenziali pesano ogni anno su quello del Senato per 182 milioni e su quello della Camera per 209.
Sul tema pensionistico, infine, la Corte costituzionale si adegua, per i propri giudici, al corso della previdenza in magistratura.
Il regolamento interno deliberò che i membri della Corte venissero pensionati con un’auto blu di rappresentanza.
La Cgia di Mestre ha fatto i conti in tasca agli italiani per la manovra prossima ventura: costerà 830 euro l’anno netti a famiglia, quasi 2000 se si aggiungono a quella le precedenti manovre estive di Berlusconi.
La mancata rivalutazione della pensione costerà di media 280 euro l’anno, con picchi di 311 euro in meno nel Lazio. Cioè, non proprio in tutto il Lazio.
In alcuni palazzi di Roma la tempesta verrà affrontata, probabilmente, con maggior tatto.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
SE NON APPORTA MODIFICHE AL DECRETO SALVA-PRIVILEGIATI, MONTI RISCHIA DI APPARIRE COME IL CAPO DI UN GOVERNO DEL “BERLUSCONISMO DAL VOLTO EDUCATO”
Se il decreto “salva Italia” resta quello che è (un decreto “salva privilegiati”) il governo dei
tecnici rischia grosso, addirittura di fallire già nella culla.
A Monti la sorte (e Napolitano) ha offerto una opportunità straordinaria, quella di potere decidere in assoluta libertà e secondo coscienza i contenuti della manovra: i due partiti maggiori, Pd e Pdl, la fiducia l’avrebbero votata comunque, magari “obtortissimo collo”, per non andare a elezioni immediate col marchio di affossatori dei titoli pubblici (che sarebbero precipitati con “effetto Argentina”).
Dal professore della Bocconi non si pretendeva neppure la tanto sbandierata (e nei fatti svillaneggiata) “equità ”, ma molto meno: un colpo al cerchio e uno alla botte.
Purchè eguali per intensità , energia e “cattiveria”.
Il colpo alla botte, al “terzo Stato”, è arrivato: tutto e subito.
Con aspetti addirittura odiosi: l’adeguamento delle pensioni già ora copre solo il 70% dell’aumento del costo della vita, il che significa l’impoverimento anno per anno.
Bloccarlo per due anni significa rivoltare il coltello nella piaga di chi è alle soglie della povertà , e ogni lacrima in proposito — per quanto sincera — è lacrima di coccodrillo.
Il colpo al cerchio dei privilegiati invece non si è visto affatto.
Bastava aumentare le aliquote Irpef per i redditi alti (sopra i 75 mila euro all’anno, e aliquote progressivamente incrementate per chi ne guadagna 200, 500…), prelevare una “una tantum” sulle pensioni più ricche (alcune fino all’indecenza) e sulle “buonuscite” milionarie (Guarguaglini docet).
E soprattutto sui capitali “scudati”: la tassa dell’1,5% dimostra che un prelievo non è affatto incostituzionale (mai lo avrebbero proposto i Tecnici e firmato il Custode della Costituzione), e visto che gli antipatrioti dei capitali all’estero avevano pagato il 5% anzichè il 30% preteso dai governi moderati e di destra di Cameron e Merkel c’era un margine del 25% in cui pescare senza fare torto alcuno ai suddetti fedifraghi fiscali.
Il governo può ancora correggersi, dappoichè “errare humanum, perseverare diabolicum”.
E dovrà comunque decidere della propria “natura” sulla questione delle frequenze tv digitali (che al valore di mercato porterebbero in cassa 4 o 5 miliardi: esattamente la grassazione compiuta contro i pensionati).
Se saranno regalate a Berlusconi sarà inevitabile che il governo Monti finisca per apparire come un mero “berlusconismo dal volto educato”.
Consegnandosi ai desiderata del Caimano, il governo rischia di cadere non appena al Caimano farà comodo.
Paolo Flores d’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
SONO I DATI CHE EMERGONO DALL’ANALISI DEL CENTRO STUDI DELLA CGIA DI MESTRE: IL 70% DELLA MANOVRA E’ COMPOSTO DA MAGGIORI ENTRATE, IL 30% DA MINORI SPESE
Secondo il centro studi, la correzione di bilancio costerà circa 2500 euro a famiglia, circa
800 euro all’anno.
Sommando le ultime due manovre del governo Berlusconi al decreto Monti, si arriva alla cifra di 208 miliardi di manovra in quattro anni
Costerà in media 2.500 euro a famiglia, poco più di 830 euro all’anno, nel triennio 2012-2014, la manovra.
La Cgia di Mestre, dopo aver analizzato il testo della Gazzetta Ufficiale, ha scoperto che la dimensione economica è molto superiore alla cifra circolata nei giorni precedenti.
In verità , sostiene la Cgia, le indiscrezioni che erano state riportate dalla stampa italiana non erano frutto di invenzioni giornalistiche.
Anzi, nel comunicato stampa redatto dopo il Consiglio dei Ministri del 4 dicembre scorso, queste cifre avevano trovato una conferma ufficiale.
“L’insieme degli interventi — si legge nella nota dell’Esecutivo — ammonta a circa 20 miliardi di euro strutturali per il triennio 2012-2014 con una forte componente permanente di risparmi conseguiti. La correzione lorda — rileva — è di oltre 30 miliardi in quanto sono previsti interventi di spesa a favore della crescita, del sistema produttivo e del lavoro per oltre 10 miliardi”.
Insomma, una manovra da circa 20 miliardi di euro netti, che nel triennio 2012-2014 doveva consentire il pareggio di bilancio.
Invece, dopo la lettura del decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’altro ieri, ecco la sorpresa: il decreto “salva-Italia” aumenta di quasi 3 volte, in quanto darà luogo ad una correzione del deficit per un importo di circa 20 miliardi nel 2012 e di altri 21 miliardi per ciascuno dei due anni successivi.
Complessivamente, quindi, la manovra del Governo Monti avrà un effetto complessivo di 62,9 miliardi di euro, dove le maggiori entrate rappresenteranno circa il 70% della manovra, mentre le minori spese ammonteranno a circa il 30%.
“Secondo una nostra stima — commenta Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia di Mestre — nel triennio 2012-2014 l’impatto medio su ciascuna famiglia italiana sarà di quasi 2.500 euro, poco più di 830 euro all’anno. Se agli effetti economici della manovra Monti aggiungiamo anche quelli esplicati dalle due manovre d’estate redatte quest’anno dal Governo Berlusconi, l’ effetto complessivo, nel periodo 2011-2014, sale a addirittura a 208 miliardi di euro. Pertanto, il costo che ogni nucleo familiare dovrà farsi carico nel quadriennio 2011-2014, sarà pari a 8.266 euro, poco più di 2.000 euro all
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