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CONTANTE, SOGLIA A 500 EURO E IVA PIU’ CARA PER DETASSARE LAVORATORI E IMPRESE

Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

ARRIVA LA SUPER-ICI CON UNA FORTE RIVALUTAZIONE DELLE RENDITE CATASTALI PARI AL 15-20%

Super Ici, soglia del contante a 500 euro e aumento dell’ Iva per finanziare la detassazione di lavoratori e imprese.
Ma c’è anche l’idea, per ora anticipata a titolo personale dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, di introdurre in futuro il reddito minimo garantito, come strumento contro la povertà : «è una direzione verso cui l’esecutivo lavorerà ».
Dopo il «no» secco dei sindacati sulle pensioni il governo riapre la partita della manovra a tempo di record: tra sabato e domenica Mario Monti vedrà  parti sociali.
A giocare all’attacco ieri è stato il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera: «Stiamo rischiando sicuramente di rientrare in recessione», ha detto parlando alla Confcommercio ed ha assicurato che saranno varati provvedimenti in grado di «suddividere sacrifici e benefici».
Ed è proprio il tema del rilancio dell’economia e del potere d’acquisto che ieri ha preso corpo.
L’aumento dell’Iva, probabilmente di 2 punti, dal 21 al 23% potrebbe essere utilizzato per un taglio delle tasse ai lavoratori dipendenti: un aumento delle detrazioni Irpef per i redditi più bassi o un bonus sulle tredicesime; parte delle risorse andrebbe anche alla diminuzione del cuneo fiscale a favore delle aziende con tagli alla parte dell’imponibile Irap costituita dal costo del lavoro.
Mentre si studia questa ipotesi si definisce anche l’intervento sulla casa. Probabilmente si rinuncerà  ad una vera e propria patrimoniale, ma si sceglierà  la strada di una SuperIci o SuperImu: si tornerà  a pagare la tassa sulla prima abitazione, si aumenteranno le rendite catastali del 15-20%.
Tutto il meccanismo sarà  tuttavia modulato in base ai redditi, al numero delle case o alle situazioni familiari in modo da tutelare le fasce più basse.
L’altro ambito di azione è quello della lotta all’evasione.
Uno degli strumenti che il governo metterà  in campo è quello dell’abbassamento della soglia al di sotto della quale sarà  consentito pagare in contanti: si parla di 500 euro, ma si studiano anche misure più radicali (100 o 200).
La manovra, tesa a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, continua ad aggirarsi intorno ai 20-25 miliardi (ieri i dati del fabbisogno fino a novembre hanno fatto registrare un miglioramento di 8,6 miliardi), sarà  varata lunedì con tutta probabilità  con un disegno di legge.
L’obiettivo è di farla approvare dl Parlamento in tempi record: il provvedimento dovrebbe arrivare il giorno stesso in Commissione Bilancio della Camera per essere approvato dall’aula tra il 12 e il 15 dicembre.
Prende corpo anche il pacchetto liberalizzazioni che investirà  più settori: dal commercio, alle professioni, alle farmacie.
Resta in piedi naturalmente l’intero apparato dei tagli e della spending review cui stanno lavorando al Tesoro: colpi di forbice si prevedono anche per Forze armate per le quali il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha annunciato una cura dimagrante rispetto ai 190 mila effettivi e una vendita di immobili e caserme.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

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PENSIONI: CHI PRENDE 20 MILA EURO NETTI L’ ANNO VEDRA’ SFUMARE UN AUMENTO DI 500 EURO SE SALTA L’AGGANCIO ALL’INFLAZIONE

Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LE SIMULAZIONI DELLA CGIA: CON IL BLOCCO DELL’INDICIZZAZIONE UN RISPARMIO DI 4,4 MILIARDI… PER ESSERE FINANZIARIAMENTE APPREZZABILE LA MANOVRA DOVREBBE PESARE SUI CETI MEDIO-BASSI SALVANDO SOLO LE PENSIONI AL MINIMO

Le pensioni per fare cassa.
Il blocco della rivalutazione degli assegni all`inflazione serve solo a questo.
È almeno da11992, quando il governo Amato abolì l`aggancio delle pensioni agli aumenti contrattuali insieme alla cancellazione della scala mobile per i lavoratori attivi, che si interviene per temperare l`indicizzazione dei trattamenti pensionistici.
Un passo dopo l`altro, quasi tutti gli anni, con slittamenti, congelamenti, azzeramenti dell`adeguamento, indipendentemente dal colore del governo.
L`effetto c`è stato se, proprio in questi anni, le pensioni hanno progressivamente perso potere d`acquisto.
Ormai quasi la metà  dei pensionati non raggiunge i mille euro al mese contribuendo in maniera non affatto secondaria alla caduta dei consumi nazionali.
Quasi il 15 per cento non arriva a 500 euro mensili.
E solo il 15 per cento supera i duemila euro.
Con l`eventuale blocco delle indicizzazioni – secondo una simulazione della Cgia di Mestre -un pensionato che riceve un assegno mensile netto di circa 1.600 euro (20 mila l`anno) perderebbe quasi 480 euro in un anno.
Bloccare l`adeguamento delle pensioni alla dinamica dei prezzi non è certo una riforma strutturale.
Però -ed è questo il motivo per cui si utilizza -frenala spesa previdenziale che da sola costituisce oltre il 40 per cento della nostra spesa corrente. Operazione contabile, dunque.
Che dà  ossigeno ai conti pubblici, meno alle tasche dei pensionati.
L`Ufficio studi della Cgia ha calcolato che dal blocco totale delle indicizzazione dei 17 milioni di assegni pensionistici lo Stato sborserà  4,4 miliardi in meno (5,7 miliardi senza però considerare il mancato introito fiscale).
Tanti soldi, più di un quarto della manovra in arrivo.
Ma così rischia di scolorire anche il principio dell`equità  al quale il governo Monti ha detto di volersi ispirare nell`azione di risanamento.
Perchè un`operazione di questo genere pesa soprattutto sui livelli più deboli a meno che non si operi una modulazione per fasce di reddito, seguendo l`impostazione del governo Berlusconi.
In questo caso il sentiero è strettissimo e in particolare darebbe pochissimo gettito dal momento che per il 2012 è già  previsto (decreto di luglio) il blocco di qualsiasi adeguamento per chi prende una pensione cinque volte il minimo (pari a 467,43 euro) e un`attenuazione per chi ha una pensione tra tre e cinque volte il minimo.
L`ipotesi sulla quale stanno lavorando i tecnici, invece, punta al bersaglio grosso, all`intera platea dei pensionati con la sola eccezione probabilmente di chi prende il minimo.
D`altra parte – proprio seguendo le simulazioni degli artigiani di Mestre – si vede che ben 5,2 miliardi dei 5,7 complessivi lordi arriverebbero dalle pensioni più basse: 577 milioni da quelle comprese tra tre e cinquevolte ilminimo e nulla (perchè già  bloccati) dagli altri.
E nulla o quasi per il 2012 arriverebbe anche dall`eventuale inasprimento dei requisiti per l`accesso alla pensione di anzianità  (non più 40 anni di contributi, ma 41 o addirittura 43) dal momento che già  oggi per effetto delle cosiddette “finestre mobili” un lavoratore che maturi i requisiti rimane praticamente un altro anno al lavoro senza, peraltro, aumentare il suo montante pensionistico.
Resta il fatto che ormai quasi i tre quarti delle uscite per anzianità  (prima cioè di aver compiuto l`età  per la pensione di vecchiaia) sono dovute proprio alla maturazione dei 40 anni di contributi.
A rischio sono circa 140 mila lavoratori, entrati nel mondo del lavoro molto presto.
Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, riconosce che si debba «mettere mano al nostro sistema previdenziale, al fine di assicurare gli equilibri di bilancio », ma chiede al governo di confrontarsi con le parti sociali.

Roberto Mania
(da “La Repubblica“)

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PENSIONI: CHI VINCE E CHI PERDE IN UN SISTEMA CHE NON REGGE PIU’

Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

LA STRETTA SULLE PENSIONI E LE SPREQUAZIONI TRA PERIODO PRECEDENTE ALLA RIFORMA DINI E QUELLO SUCCESSIVO

I sindacati che parlano spesso di «equità » e ora anche di «numeri magici» difficilmente vi farebbero un calcolo così.
Un lavoratore autonomo che va in pensione oggi prende oltre tre volte e mezzo quello che ha versato durante la vita lavorativa, in termini di contributi.
Per l’esattezza, fatto 100 il «montante contributivo», il commerciante o artigiano o contadino prende 346 se uomo, 368 se è donna.
Il calcolo, fatto da Michele Belloni e Flavia Coda Moscarola sul sito Lavoce.Info , si applica anche a dipendenti pubblici, dove il rapporto è di due volte e mezzo (268 per gli uomini e 249 per le donne), e i privati dove è quasi due volte (162 per gli uomini e 188 per le donne).
Il fatto è che questo «regalo del retributivo» come lo chiamano i due economisti, non vale per tutti.
Vale, appunto, per chi gode del regime previdenziale molto generoso che era in vigore prima della riforma Dini.
Per chi ha cominciato a lavorare dopo l’anno della riforma, dal 1996, il «regalo» sparisce: quando andrà  in pensione prenderà  esattamente quello che avrà  dato: fatto 100 prenderà  100.
Equo? Non proprio. Comprensibile, allora, che tra le prime riforme in cantiere dell’«agenda Fornero» ci sia l’estensione del considdetto metodo contributivo a tutti, anche ai privilegiati dell’««età  dell’oro» pre-Dini.
Inoltre non c’è solo sproprozione tra quello che hanno versato e che incassano le generazioni pre-Dini.
C’è anche una differenza notevole tra quello che c’è scritto sui loro assegni.
Con il metodo retributivo pre-Dini le pensioni si calcolavano su una media degli ultimi stipendi, quelli da fine carriera, i più alti probabilmente dell’intera vita lavorativa.
Il contributivo, invece, fa una media.
Seguendo il ragionamento di una simulazione fatta dai due economisti Tito Boeri e Agar Brugiavini, mettendo a confronto due persone dal profilo lavorativo identico – stessi anni di lavoro e stessa busta paga – chi ha cominciato a lavorare a 23 anni nel 1974 può andare in pensione a 62 e prende il 76% dell’ultimo stipendio, esempio circa 1.340 euro.
Chi aveva 23 anni nel 1996 andrà  in pensione minimo a 64 anni e prenderà  il 71 per cento dell’ultimo stipendio, circa 900 euro.
Equo? Di nuovo, c’è da dubitarne.
Se questo sistema, oltretutto, fosse sostenibile, si potrebbe deprecarne l’evidente ingiustizia nei confronti delle coorti di lavoratori post 1995 ma fare finta di nulla finchè il sistema retributivo andrà  a regime, più o meno nel 2030.
La verità  è che la sproporzione tra contributi versati e pensioni erogate scava anche voragini nei conti delle casse previdenziali.
Solo l’80,1 per cento della spesa pensionistica è coperta dai contributi versati.
Il resto, quasi 50 miliardi di euro, li mette lo Stato.
E la differenza tra Nord e Sud è notevole.
In Lombardia e in Trentino il saldo è positivo (rispettivamente con il 105,7 e il 103,5 per cento) mentre fanno venire la pelle d’oca alcune regioni del Sud come la Puglia (58,9) e Calabria (54,1).
Un trend messo in evidenza anche dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’andamento della spesa per pensioni incarna tutte le negatività  del policy making italiano, soprattutto con riferimento alla questione delle pensioni di anzianità ».
In un saggio scritto per la rivista Industria , osserva che «in termini reali negli ultimi trent’anni la spesa per pensioni è cresciuta mediamente del 3 per cento all’anno, contro una crescita del Pil dell’1,7 per cento».
E i l numero delle pensioni in essere è cresciuto mediamente dell’1,17 per cento mentre la popolazione residente è cresciuta dello 0,21 per cento all’anno».
Numeri che giustificano interventi rapidi del governo che riescano finalmente a distribuire l’onere dei sacrifici del risanamento un po’ più equamente tra generazioni.

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)

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MONTECITORIO, TAGLIANO I LAVORATORI E SALVANO I PRIVILEGI DELLA CASTA

Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

L’AZIENZA CHE FORNISCE SERVIZI E IMMOBILI AL PARLAMENTO LICENZIERA’ 350 LAVORATORI SU 530…GUADAGNAVANO 980 EURO AL MESE E DA GENNAIO SARANNO SENZA LAVORO

La Camera dei deputati dà  il via ai tagli. Nulla, però, a che vedere con i privilegi e le spese folli dei parlamentari.
Se c’è da stringere la cintura, meglio che a farlo siano prima i lavoratori.
E così, in nome della riduzione dei costi della politica, 350 persone circa verranno licenziate tra poche settimane.
Sono i dipendenti della Milano 90 srl, che gestisce in appalto per la Camera dei deputati servizi come la mensa, la posta e le pulizie.
Lavoratori che di certo hanno poco a che vedere con vitalizi e privilegi: per ciascuno di loro la paga mensile ammonta, infatti, a 980 euro al mese.
I licenziamenti sono la conseguenza di un affitto revocato.
Quello di Palazzo Marini, a due passi da Montecitorio.
L’edificio storico è di proprietà  del potente imprenditore romano Sergio Scarpellini che è anche il titolare della Milano 90 srl.
Nel 1997 il Parlamento volle regalare un ufficio dignitoso a ogni deputato e per questo decise di affittare Palazzo Marini e gli altre tre edifici gemelli di piazza San Silvestro. Per Scarpellini, che aveva acquistato gli stabili poco tempo prima con un mutuo (che di fatto è stato pagato dal Parlamento), si rivelò un affare straordinario.
La Camera dei deputati stipulò infatti con l’immobiliarista un contratto da nove anni più nove, che ammontava a 444 milioni di euro.
Con la stessa cifra si sarebbero potuti acquistare immobili al centro di Roma per oltre 60mila metri quadrati.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“IN FINMECCANICA ASSUNTI PARENTI DI POLITICI, DAL FIGLIO DI LATORRE AL FRATELLO DI GIORGETTI”

Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

PARLA BORGOGNI, EX CAPO DELLE RELAZIONI ESTERNE DEL COLOSSO PUBBLICO

La spavalderia ha già  lasciato il posto a una modesta ammissione.
Lorenzo Borgogni, l’ex vertice delle Relazioni esterne del colosso Finmeccanica, il depositario di molti segreti e forse tangenti, l’uomo che ha rischiato di finire in carcere su richiesta della Procura di Roma, premette: “Finmeccanica si è indebolita di fronte alle pressioni della politica”.
E risponde come può – “sono tenuto al segreto di indagine”, dice – e forse anche come vuole.
Dottor Borgogni, lei è un manager di Stato che ha dirottato su un conto estero 7 milioni di euro. Da dove salta fuori questo denaro?
“Non erano tangenti, non è denaro di provenienza illecita. Tra l’altro voglio precisare che, appena convocato dai pm di Roma, l’11 gennaio 2011, fui io a mostrare questa documentazione. Quei soldi sono frutto di mie consulenze, io avevo consentito ad aziende di rinascere e di fare business, si tratta di rapporti tra privati e non c’è nulla che abbia a che vedere con un’ipotesi di corruzione”.
Il pm parla di “creste”. Grave per un manager di Stato.
“Non lo erano. Comunque, tornassi indietro non lo rifarei”.
In un’intercettazione del maggio 2010 lei, brutalmente, ipotizza di fare dossieraggio contro l’allora ministro Tremonti.
“Non è assolutamente così. Ero arrabbiato, sì. C’era una impossibilità  e una difficoltà  notevole di rapporti con l’ex ministro Tremonti, che aveva bloccato la nomina di Guarguaglini a vicepresidente di Confindustria. Eravamo noi a sentirci traditi. E ci sentivamo accerchiati da questi presunti scoop. Ad esempio sulle notizie che uscivano sulla Digint. Poi noi non ci eravamo inventati proprio nulla. Io riferivo al telefono di cose che diceva tutta Roma”.
Lei è al suo quarto interrogatorio, come teste, con i pm di Napoli Piscitelli, Curcio e Woodcock sul caso Finmeccanica; ma sono dodici le sue audizioni se si contano anche quelle rese per le indagini su P4 e sull’ex consigliere di Tremonti, Milanese. Intanto a Roma la sta sentendo anche il pm Ielo. Lei è un superteste o sta giocando una partita?
“Nessun gioco. Racconto fatti verificabili. Ho sempre detto che il nostro cda era espressione della politica, che nelle 18 società  di primo livello di Finmeccanica, il cui azionista era il ministero del Tesoro, c’era questa interlocuzione e pressione. Mi arrivavano i curriculum, li mandavo all’ufficio del personale delle aziende. Se erano profili di ingegneri li esaminavo, se era altro dicevo “andiamoci piano”. Ma avevamo le nostre regole. Su 7 membri di Cda, la politica ne poteva segnalare 2, mai il presidente. E comunque in 10 anni avrò passato qualche centinaio di curriculum: è tanto se il dieci per cento sono andati in porto”.
Che cosa è stata la Finmeccanica di Guarguaglini? Un pozzo nero di tangenti?
“Guarguaglini è stato uno dei più grandi manager italiani e ha portato al successo la Finmeccanica, ha vuto la grande intuizione di trasformare la holding finanziaria in holding industriale. E tra l’altro finchè c’è stato lui come amministratore ha cercato di limitare le ingerenze della politica”.
Lorenzo Cola “consulente globale” della holding dice di averle portato tangenti. Una volta, le ha consegnato una busta con 350 mila euro che lei ha girato a Bonferroni, consigliere di amministrazione della holding e riferimento dell’Udc.
“Non andò così, mi creda. Ne ho parlato ai pm, sanno tutto. Ma non posso dire di più. Cola, in generale, è stato diabolico”.
Altri fatti. à‰ vero che i parenti dei potenti in Finmeccanica bussavano da destra e da sinistra? Le risulta che un figlio del senatore Pd Latorre è stato assunto in Agusta Westland?
“Sì, è così, credo ne avesse anche i titoli”.
Le risulta che sia stato assunto anche il fratello del deputato della Lega, Giorgetti?
“Sì, anche questo è un nome che è tra le persone assunte”.
Stessa sorte per una figlia di Massimo Ponzellini.
“È così, in questo caso me ne ha parlato proprio Ponzellini”.
Cosa sa del trasferimento delle attività  Agusta Westland presso Malpensa con un fitto di capannoni per 5 milioni? È un favore al capogruppo della Lega alla Camera, Reguzzoni?
“Non posso andare oltre. È un argomento oggetto di domande e approfondimenti dei pm”.
Che intorno a Finmeccanica girassero figuri come Lavitola e Tarantini non era forse un segno di decadenza, di resa al sottobosco politico
“Su Tarantini, mi pare che proprio Guarguaglini abbia fatto di tutto per evitare rapporti. Su Lavitola, beh, eravamo già  nella fase di debolezza”.
Chi porta Lorenzo Cola in Finmeccanica?
“Cola entra in Finmeccanica attraverso il ruolo di sottosegretario di Luca Danese, ai tempi dell’ingresso dell’Udeur nel governo D’Alema, credo 1999”.
Danese, il nipote del senatore Andreotti, già  sottosegretario nel governo D’Alema in quota Mastella? Le risulta che Danese oggi è in affari con Alessandro Toci, primo collaboratore dell’ad di Finmeccanica, Orsi?
“Mi risultano dei rapporti, non saprei se di affari o di amicizia”.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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TAGLI E NUOVE TASSE, MANOVRA DA 20 MILIARDI, I CONTRIBUTI SALIRANNO OLTRE I 40 ANNI

Novembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

CRISI ECONOMICA: LE NUOVE STIME OCSE INDICANO UN CALO DEL PIL PER IL 2012 DELLO 0,5%

Potrebbe valere 20 miliardi la manovra che il governo si appresta a varare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.
Secondo quanto si apprende da tecnici al lavoro in questi giorni sui conti, con l’ipotesi di un calo del Pil dello 0,5% servirebbe una correzione di 20 miliardi comprensiva di 4 miliardi della delega fiscale.
A lanciare l’allarme per la probabile entrata dell’Italia in recessione a partire dal prossimo anno era stata ieri l’Ocse 1, prevedendo per il paese nel 2012 un prodotto interno lordo dello -0,5% contro il +1,6% prospettato sei mesi fa, mentre per il 2013 la previsione è di una crescita dello 0,5%.
Tra le misure che il governo sta studiando per la manovra economica che dovrebbe fare fronte a questa situazione potrebbe esserci, stando alle indiscrezioni, anche un’ipotesi clamorosa che riguarda le pensioni di anzianità  con l’innalzamento (comperso tra i 41 e i 43 anni) del numero di anni obbligatori per il ritiro dal lavoro.
Altro provvedimento al vaglio dell’esecutivo sarebbe poi il blocco totale del recupero dell’inflazione per le pensioni per il 2012.
L’intervento, secondo quanto si apprende da tecnici che stanno lavorando alla manovra, varrebbe 5-6 miliardi compreso il blocco della perequazione già  previsto per le pensioni più alte.
A questa possibilità  si oppone però il sidnacato pensionati della Cgil. “E’ impensabile – afferma il segretario generale dlelo Spi-Cgil Carla Cantone – verrebbero penalizzate tutte quelle persone che vivono con un reddito da pensione bassissimo. Se fosse confermato un intervento di questo tipo verrebbe meno quel segno di equità  auspicato dal presidente del Consiglio Mario Monti nel suo discorso programmatico. Non vi è, infatti, nulla di più iniquo che andare a fare cassa con milioni di persone che hanno una pensione che arriva a malapena ai 700 euro mensili”.
Altre misure allo studio riguardano un giro di vite sui vitalizi dei parlamentari , l’anticipo del passaggio al sistema pensionistico contributivo già  al 2012 e l’anticipazione dell’adeguamento dell’età  pensionistica delle donne che lavorano nel settore privato a quella degli uomini.
Al momento l’inizio del percorso è fissato per il 2014 con conclusione   nel 2026.
Intanto la commissione Ue sta incalzando Roma con la richiesta di adottare in fretta “misure aggiuntive” per rispettare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e per stimolare la crescita.
Le istanze dell’Unione sono contenute in particolare in un rapporto redatto dagli ispettori di Bruxelles di ritorno dalla loro missione in Italia e che stasera sarà  discusso alla riunione dei ministri delle Finanze europei.
Nel documento, l’esecutivo Ue chiede all’Italia una manovra da undici miliardi di euro e, per ora, non prende in considerazione la richiesta di Monti di privilegiare le riforme per la crescita.

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REGIONI A CONFRONTO: SE NEL RESTO D’ITALIA CI SI REGOLASSE COME IN LOMBARDIA LO STATO RISPARMIEREBBE 785 MILIONI SOLO DI ORGANICI

Novembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

DOPPI INCARICHI E   ASSUNZIONI CLIENTELARI, NON SOLO AL SUD: IN PIEMONTE IL DOPPIO DI DIPENDENTI DELLA LOMBARDIA…STRUTTURE ELEFANTIACHE E INEFFICIENTI, AUTO E BLU E LIVELLAMENTO

Non è vero che tutti i giudici sono schiacciati dagli arretrati.
Nicola Durante, ad esempio, al Tar di Salerno deve avere un mucchio di tempo libero. Infatti fa anche il dirigente alla Regione Calabria.
Due lavori, due stipendi, benefit deluxe. A partire dall’auto blu.
Prova provata che nelle Regioni, se Mario Monti userà  le forbici, c’è da tagliare, tagliare, tagliare.
Si pensi che la Campania ha più dipendenti che Lombardia, Piemonte e Liguria insieme. E che organici «alla lombarda» permetterebbero risparmi per oltre 785 milioni.
Dice un rapporto della Corte dei Conti che quelle Regioni varate nel 1970 per alleggerire lo Stato, si sono via via gonfiate come un panettone impazzito.
Al punto che oggi quelle 15 che sono a statuto ordinario hanno 40.384 dipendenti.
Vale a dire 78,8 ogni 100 mila abitanti.
Tanti, ma vale più che mai la regola del pollo di Trilussa.
C’è infatti chi non arriva a 34, come appunto l’ente guidato da Roberto Formigoni, e chi sfonda la barriera del suono clientelare come il Molise.
Dove Michele Iorio, dello stesso partito del collega milanese (a dimostrazione che anche in questo caso le differenze di colore non sono poi così importanti) governa su un piccolo regno che ogni centomila abitanti di regionali ne ha 291: 8 volte e mezzo di più.
«Polentoni» e «terroni»? Fino a un certo punto.
Tanto è vero che, sempre rispetto all’unità  di misura citata, la «destrorsa» regione Piemonte di dipendenti ne ha 70,5 e cioè più del doppio dei cugini lombardi.
E non ha neppure peso, come dicevamo, la tintura rossa o blu.
Prova ne sia che l’Umbria, da sempre amministrata dalla sinistra, ha proporzionalmente il doppio dei «regionali» (159 contro 74,5 ogni centomila residenti) della vicina Toscana. Quanto alla tanto maledetta «Roma ladrona», il Lazio si ritrova a essere con l’indice 62,8 non solo nettamente al di sotto della media ma addirittura di regioni comunemente più virtuose quali l’Emilia-Romagna (68) o la Liguria (68,6).
Una giungla inestricabile.
Che dimostra come il principio di autonomia costituzionale abbia avuto giorno dopo giorno un’interpretazione assai singolare: ogni Regione va per conto proprio.
Con sprechi e diseconomie in molti casi allucinanti.
Basti dire che, se si utilizzasse come criterio generale il parametro della Lombardia (quei 34 «regionali» scarsi ogni centomila residenti) quelle quindici regioni ordinarie, che hanno esattamente le stesse competenze, potrebbero tagliare addirittura 23.015 unità .
E svolgere gli stessi compiti quotidiani con appena 17.369 persone.
Con un risparmio, per le casse pubbliche, di 785 milioni e 350 mila euro l’anno.
È la somma che avrebbe permesso lo scorso anno di compensare largamente il costo (645 milioni) degli interventi d’emergenza per i disastri ambientali.
Oppure permetterebbe di coprire in nove anni il costo del piano straordinario di infrastrutture per il Sud.
Per non parlare dei risparmi impliciti nel dimagrimento di strutture spesso elefantiache e inefficienti: ogni ufficio in più, ogni dirigente in più, ogni funzionario in più vuole mettere becco in questa o quella pratica.
Non sono una ricchezza: sono un lacciuolo supplementare.
Ci sono numeri davanti ai quali è impossibile non fare un salto sulla sedia.
Quei 17.369 dipendenti che utilizzando il «parametro lombardo» basterebbero a far funzionare le 15 Regioni ordinarie, sono infatti meno di quanti sono oggi in carico alla Campania (che negli ultimi quattro anni ha ancora gonfiato gli organici di circa il 10%), alla Puglia, alla Calabria, alla Basilicata.
I quali sono 17.607.
E non parliamo della Sicilia. Dove, secondo i giornalisti Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria, autori del libro «La zavorra» (un atto d’accusa della classe dirigente locale micidiale proprio perchè scagliato da siciliani) i dipendenti complessivi del ciclopico carrozzone guidato da Raffaele Lombardo, compresi forestali e precari e dipendenti delle Asl, sono 144.147.
Ma ne riparleremo.
Per adeguarsi al parametro virtuoso, il governatore della Campania Stefano Caldoro sarebbe costretto ad affrontare moti di piazza: dovrebbe perdere 6.007 dipendenti, con un risparmio pazzesco, pari a oltre il 68% della spesa per gli stipendi.
Parliamo di una cifra che nel 2009 avrebbe coperto un terzo del disavanzo sanitario regionale.
Ma ancora più dura sarebbe la cura per una Regione “rossa” per eccellenza come l’Umbria. Il suo personale dovrebbe dimagrire di quasi il 79%, passando da 1.432 a 305 unità .
E anche le Marche potrebbero avere bruttissime sorprese, dovendo scendere da 1.487 a 529 dipendenti. Mentre il personale di una terza Regione storicamente amministrata dal centrosinistra, la Basilicata, sarebbe ridotto di cinque volte: da 1.052 a 200.
C’è chi dirà : certo, Stato, Regioni ed Enti locali sono da sempre un ammortizzatore, soprattutto al Sud.
Vogliamo licenziare tutti quelli in soprannumero? Buttare nella disperazione, di questi tempi, decine di migliaia di famiglie? No, certo.
Ma è fuori discussione che numeri come quelli devono dare risultati diversi.
Garantire un’efficienza diversa. Da recuperare anche attraverso una maggiore elasticità . E una rottura con vecchi meccanismi inaccettabili a maggior ragione dall’Europa, chiamata oggi a intervenire per arginare problemi dovuti proprio alla scarsa credibilità .
Quale credibilità  può avere, ad esempio, una regione come quella campana governata fino all’anno scorso da Antonio Bassolino dove le promozioni sono state distribuite per anni nel modo indecente denunciato da un rapporto degli ispettori della ragioneria generale dello Stato?
C’è scritto, in quel dossier, che pressochè tutti i dipendenti hanno goduto, nel periodo compreso fra il 2002 e il 2008, di «progressioni orizzontali».
Cioè, in gergo tecnico, aumenti di stipendio concessi nel pubblico impiego a parità  di mansione.
Fatta eccezione per 21 persone che proprio non potevano essere salvate a causa di gravi provvedimenti disciplinari, solo fra il 2004 e il 2005 ne hanno goduto in 7.254 sui 7.275 allora in servizio.
Vale a dire il 99,7%.
Dov’è, il «merito»? Perchè mai un inglese, un francese, un danese dovrebbero tirar fuori soldi per un Paese come il nostro se prima non spazza via scelte clientelari e indecenti come queste?
Come la spieghiamo, agli europei, la sproporzione insultante nella distribuzione dei dirigenti?
Il record assoluto lo detiene il Molise.
Con 320 mila abitanti, non solo ha quei 934 dipendenti regionali di cui dicevamo. Ma la bellezza di 87 dirigenti: undici volte di più, in proporzione, di quelli che avrebbe allineandosi alla Lombardia: 8.
Ma sono tante le regioni che perderebbero grappoli di dirigenti: scenderebbe da 221 a 128 del Veneto, da 114 a 35 l’Abruzzo, da 93 a 23 l’Umbria, da 167 a 52 la Calabria, da 71 a 15 la Basilicata…
Una strage di colletti bianchi. Immaginatevi dunque la preoccupazione, nel caso il nuovo governo decidesse di mettere ordine, di quel «colletto» di cui dicevamo, il calabrese Nicola Durante. Un uomo dalla doppia vita.
Nella prima guadagna una busta paga come giudice del Tar di Salerno, dove dicono di vederlo quando c’è udienza e dove mesi fa ha annullato il sequestro di una casa abusiva perchè il decreto di abbattimento non era stato notificato al titolare dell’abuso ma consegnato a mano a suo fratello.
Nella seconda fa il Capo dell’Ufficio Legislativo della regione Calabria, dove è stato preso dal governatore Giuseppe Scopelliti con un contratto da 176.426 euro e 57 centesimi l’anno. Più una «retribuzione annua di risultato».
Più i rimborsi spese «a pie’ di lista».
Più il «trattamento di missione nella misura massima prevista per la dirigenza regionale». Più, a spese dei cittadini, si capisce una speciale «copertura assicurativa della responsabilità  civile e amministrativa per i danni eventualmente arrecati a terzi o alla Regione nell’esercizio dell’attività  istituzionale, ivi comprese le eventuali spese di giudizio sostenute».
«E l’auto blu?», direte voi ansiosi. Tranquilli: ce l’ha, ce l’ha…

Sergio Rizzo e Guan Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

argomento: denuncia, economia, emergenza, Regione, sprechi | Commenta »

SARKOZY: “VI SOSTENIAMO, MA MANTENETE LE PROMESSE”

Novembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

UN COMUNICATO DELLA PRESIDENZA FRANCESE TORNA, CON TONI DRAMMATICI, SULLA CRISI ITALIANA E RICORDA GLI IMPEGNI PRESI…ORE DECISIVE PER MONTI, DAL PDL ARRIVANO SEGNALI PREOCCUPANTI

Una domenica milanese per Mario Monti.
Un ritorno a casa, dopo 16 giorni vissuti a Roma (con le parentesi delle trasferte europee a Bruxelles e Strasburgo). Il barbiere   – che ha aperto per lui il negozio stamattina – assicura di averlo visto “sereno”.
Ma è improbabile che questo, per il professore, sia stato un weekend tranquillo.
Con le nubi che si addensano sul quadro politico interno e le nuove prove da superare a livello internazionale.
A partire da un richiamo imprevisto che arriva dall’Eliseo: “Se c’è un problema italiano,
il cuore della zona euro è stato raggiunto”, dice con una nota la presidenza francese. “L’impegno di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel per sostenere l’italia è molto forte”, continua il comunicato.
Poi il monito: “Spetta all’italia fare quello per cui questo paese si è impegnato. Gli impegni di Roma non sono messi in dubbio da nessuno”.
Insomma, formalmente una dichiarazione di fiducia ma – di fatto – un nuovo richiamo a fare presto.
Nelle vesti di ministro dell’economia, Monti è atteso a Bruxelles per l’eurogruppo di martedì e l’ecofin di mercoledì.
Ma potrebbe partire anche con qualche ora di anticipo, per un contatto anticipato con le delegazioni francesi e tedesche.
Sul piatto c’è il piano segreto voluto dalla cancelliera Merkel – e appoggiato da Sarkozy – per un nuovo Patto di stabilità  dell’Ue.
Lo scenario è quello di una moneta comune a due velocità , con un gruppo di Paesi virtuosi e uno di Paesi periferici.
A Monti, che ha saputo del progetto nella trilaterale di Strasburgo, tocca il difficile compito di mediare per evitare che le nuove regole della governance possano spaccare l’Europa e per avere voce in capitolo sugli impegni e le sanzioni per i Paesi inadempienti.
Sul fronte internazionale, ci sono anche le indiscrezioni che filtrano da Washington, dal Fondo monetario internazionale.
Si parla di un piano da 600 miliardi di euro per l’Italia se la situazione dovesse peggiorare.
Gli aiuti avrebbero tassi fra il 4-5%”, condizioni assai migliori rispetto ai mercati”.
Il retroscena, rivelato dalla Stampa, si arricchisce di altri particolari: il nostro Paese avrebbe 12-18 mesi di tempo per fare le necessarie riforme e ci sarebbe già  stata almeno una conversazione telefonica tra Monti e il direttore del fondo, Christine Lagarde.
Una conferma, comunque la si voglia guardare, della preoccupazione con cui le autorità  finanziarie e monetarie internazionali guardano alla nostra crisi.
Il segretario del Pdl ha annunciato – ospite di Fabio Fazio – di aver ricevuto una telefonata da Mario Monti: un invito a incontrarsi per esaminare le linee guida economiche del nuovo governo.
Offerta fatta anche a Casini e Bersani. Il segretario del Pdl ha spiegato che intende avere incontri “separati” anche con Pier Ferdinando Casini e Pier Luigi Bersani e “con coloro i quali sostengono il governo”.
Insomma, è finita la stagione degli incontri segreti e dei passaggi nei tunnel.
Sul piano interno, non è rassicurante per il premier il Berlusconi da campagna elettorale che ha preso la parola a Verona.
Il Cavaliere – oltre al consueto attacco contro il centrosinistra definito “comunista” – ha messo nel mirino una delle possibili misure anti-crisi , cioè l’abbassamento della soglia di tracciabilità , definendola una misura da polizia tributaria.
Resta da capire, tra l’altro, quale potrà  essere l’atteggiamento del Pdl nei confronti della minipatrimoniale cui pensa il premier, per il primo pacchetto di misure da approvare nel consiglio dei ministri del 5 dicembre.
Dovrebbe trattarsi di una tassazione, probabilmente temporanea, sulla casa.
Casa che verrà  toccata sicuramente anche con il ritorno dell’Ici sulla prima abitazione: rafforzata con l’Imu federale e con un aggiornamento delle rendite catastali.
Nel pacchetto entreranno sicuramente anche le pensioni, con un anticipo della riforma-Fornero e un possibile aumento dell’età  pensionabile, probabilmente a 63 anni già  dal prossimo anno.
Come se non bastasse, tra domani e martedì il governo dovrà  sciogliere il nodo dei sottosegretari: la trattativa è in gran parte risolta, ma restano alcuni scogli: la delicata delega alle comunicazioni e il ruolo di Vittorio Grilli, che Monti vorrebbe come vice all’economia ma che dovrebbe così rinunciare all’incarico, assai meglio retribuito, di direttore generale del Tesoro.

argomento: economia, governo, Sarkozy | Commenta »

STRETTA SULLE PENSIONI, NIENTE PATRIMONIALE: IL PIANO DEL GOVERNO

Novembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

ALLO STUDIO ANCHE LA RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE PER FAVORIRE LE ASSUNZIONI, ASSEGNI SENZA INDENNITA’ INFLAZIONE, ICI PROGRESSIVA E RITOCCO IVA

Blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita; riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; niente patrimoniale finanziaria, ma più imposte sulla casa con la revisione delle rendite catastali e un’Ici progressiva; nuovi aumenti dell’Iva.
Sono queste le novità  emerse ieri dalla lunga riunione al ministero del Tesoro tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e i ministri economici per preparare la manovra di aggiustamento dei conti pubblici e per la crescita che verrà  approvata dal governo al più tardi lunedì 5 dicembre.
Per ora sono stati individuati i capitoli sui quali intervenire per far fronte all’emergenza.
La manovra si limiterà  a 15 miliardi, forse anche meno, se la prossima settimana la Commissione europea concederà  all’Italia, ma anche agli altri Paesi, lo sconto sulla misura dell’aggiustamento, cioè di considerare il ciclo economico avverso.
In caso contrario servirebbero almeno 25 miliardi per centrare il pareggio di bilancio nel 2013.
Pensioni
Il premier e ministro dell’Economia fa molto affidamento su questo capitolo per recuperare risorse fin dal 1° gennaio.
Svariati miliardi si potrebbero risparmiare bloccando la cosiddetta «perequazione automatica» delle pensioni, cioè l’adeguamento al costo della vita che scatta a gennaio di ogni anno. Considerando che solo nel pianeta Inps (escluse quindi le pensioni del pubblico impiego) ogni punto di inflazione vale un paio di miliardi di spesa per la perequazione e che quest’anno l’inflazione si avvicinerà  al 3%, la misura può valere molto.
Un assegno di mille euro perderebbe, a seconda di come si fa il decreto, da pochi euro a 30 euro al mese in caso di blocco totale.
Già  un provvedimento del governo Berlusconi – come in passato avevano fatto con decisioni simili i governi Prodi e Amato – ha previsto per il biennio 2012-2013 un blocco completo della perequazione per le quote di pensione ricche, quelle eccedenti 5 volte il minimo (2.304 euro) e parziale per quelle tra 3 e 5 volte il minimo (1.382-2.304 euro) che saranno rivalutate al 70%.
Il decreto potrebbe colpire queste ultime e anche le pensioni di importo inferiore salvaguardando solo quelle fino al minimo (circa 460 euro) o due volte il minimo.
Un’altra ipotesi per far cassa prevede il blocco dei pensionamenti d’anzianità , ma sembra avere meno chance.
La riforma
Altre misure per far fronte all’emergenza potrebbero riguardare l’anticipo al 2012 dell’aumento dell’età  pensionabile per le donne del settore privato e di quota 97 (62 anni d’età  e 35 di contributi oppure 61+36) per la pensione d’anzianità , che a legislazione vigente scatterebbe nel 2013.
Il pacchetto di provvedimenti urgenti sarebbe comunque accompagnato dal varo della riforma strutturale «per l’equità » messa a punto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che introdurrebbe dal 2012 il calcolo della pensione col metodo contributivo pro rata per tutti e la fascia d’età  pensionabile flessibile tra 63 e 68-70anni.
Il fisco e la crescita
Non ci sarà  la patrimoniale finanziaria perchè, è convinzione del governo, alla fine i grandi capitali e gli evasori la farebbero franca, il gettito sarebbe minimo e gli svantaggi superiori ai benefici.
I patrimoni immobiliari verranno invece colpiti con l’Ici progressiva e la rivalutazione delle rendite catastali.
Altre risorse potrebbero arrivare da un ritocco dell’aliquota Iva del 10% e forse di quella già  portata al 21% mentre l’evasione fiscale dovrebbe essere combattuta con una riduzione del tetto all’utilizzo del contante.
Le maggiori entrate andrebbero a finanziare un taglio di qualche punto del cuneo fiscale sulle imprese, forse attraverso maggiori sgravi Irap sul costo del lavoro.
Questa misura dovrebbe favorire le assunzioni e la crescita dell’economia insieme col pacchetto infrastrutture (project financing, cioè coinvolgimento dei privati), liberalizzazioni (professioni, esercizi commerciali) e dismissioni.

Enrico Marro

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