Destra di Popolo.net

PARLA UN BLACK BLOC: “BASTA IPOCRISIE, SARA’ INSURREZIONE”

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

L’ALA DURA DEL MOVIMENTO DOPO GLI SCONTRI DI SABATO: “PORTIAMO IL CONFLITTO DALLA VAL SUSA ALL’ITALIA”

“In Val di Susa ci siamo sempre stati e ci saremo finchè vivrà  quella lotta. Perchè gli abitanti lo hanno detto: ‘Siamo tutti black bloc’. Quella lotta è giusta e non ci sono nè buoni nè cattivi”.
L’anonimato è la condizione per parlare con noi.
Questo che segue è il pensiero di molti di quelli che hanno partecipato agli scontri sabato a Roma.
Questo è quello che emerge da una lunga conversazione mai pubblicata prima d’ora da un organo di stampa.
Una bozza di manifesto politico, che, rivendicando gli episodi di violenza nella Capitale, getta lo sguardo sul futuro.
E questo futuro si chiama insurrezione.
L’attacco è frontale: dai pacificisti (“massa di cittadini belanti”) agli indignati (“espressione di un mondo che sta morendo”), fino al riferimento ai disobbedienti di Luca Casarini, “pronti a vendersi per quattro poltrone a sinistra del Parlamento”.
Così tutto assume una luce diversa: quello che è stato — G8 di Genova, roghi di Terzigno e manifestazioni studentesche più recenti — e quello che sarà .
A partire da domenica prossima sulle montagne della Val di Susa.
Cosa succederà  alla manifestazione dei No Tav?
Si dirimeranno una serie di ambiguità . Penso alla motivazione della protesta, a ciò che è stato indetto. Qualcuno ha detto: “Andremo a tagliare le reti del cantiere per aprire spiragli di democrazia”. Questa è retorica volgare e falsa, crea solo ambiguità . Perchè se gli abitanti, i compagni della Val di Susa hanno deciso che ci sarà  una chiamata nazionale per tagliare le reti del cantiere vuol dire che si commetteranno più reati: tagliare una rete è danneggiamento, entrare nel cantiere è invasione di proprietà  privata e sfondare il plotone della celere è resistenza. Non sarà  un atto democratico, ma è un atto che va fatto. La Tav non si farà  mai e lo sa anche Maroni.
Roma, sabato 15 ottobre: cosa è stato
Quando la storia compie un tornante, ci sono sempre dei moti di piazza. Sono anche questi ad accelerare o a far rallentare il corso della storia. Non so se è stata una vittoria, ma per qualcuno — specie per chi ha chiamato alla guerra per poi ricondurre il tutto a un democratico pascolo mirato a vendersi questa massa di cittadini belanti per qualche poltrona a sinistra del parlamento — beh, per loro è stata una sconfitta sonora. Per la rivoluzione e per chi la vuole, invece, è stata una giornata importante, vittoriosa, seppur con molti problemi, contraddizioni e limiti. E con tutta una serie di questioni che andrebbero ripensate. Di sicuro per tutti quelli che subiscono la violenza quotidiana della crisi, è stata una giornata di rivalsa.
Quali sono i vostri rapporti con gli Indignati?
Prima del 15 ottobre si poteva pensare che fossero ingenui e naif, che rincorressero una triste utopia, che fossero espressione di un mondo che sta morendo, di riferimenti politici anacronistici. Non scacciano la casta e si fanno strumento per mantenerla in vita, perchè vogliono mandar via il cattivo governo per avere il buon governo. Quest’ultimo però non esiste, è un’illusione così come la rivoluzione democratica. Qualcuno che era al nostro fianco a Roma, il giorno dopo ha avuto la viltà  di accettare la delazione, la social delation tramite il web, Facebook e gli altri social network. È stato terribile vedere sui giornali e su Facebook la caccia alle streghe, cercando le foto dei manifestanti da indicare alla polizia. È un atteggiamento che a livello storico è identico a quello del bravo cittadino italiano che indicava alle Ss il suo vicino ebreo. È un comportamento vergognoso. E comunque è un movimento che in Italia non potrà  mai attecchire: è un progetto politico nato monco e morto giovane.
Qual è il vostro obiettivo?
La rivoluzione, la distruzione e il superamento dello stato di cose presenti. Il terrorismo, la logica dei gruppetti armati contro lo Stato è una logica perdente, noiosa e non ci appartiene minimamente. Pensiamo che la situazione attuale è insostenibile e che ci voglia una forza che sappia spazzare via il passato, la politica classica, la finta illusione di libertà , il capitalismo mercantile e forse la democrazia stessa. Questo sì. Ma non sarà  nè il terrorismo, nè la lotta armata nè la clandestinità  il nostro orizzonte. Non cadremo in questa trappola. Una delle evidenze della nostra epoca è che i canali di mediazione tra governo e popolazione governata sono chiusi. Finisco con una citazione di un libro: “Non c’è più da aspettare un miglioramento, la rivoluzione, l’apocalisse, nucleare o un movimento sociale. Aspettare ancora è una follia…”.

Lorenzo Galeazzi, Pierluigi G. Cardone ed Elena Rosselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MANOVRA: SI VA VERSO UN CONCORDATO DI MASSA PER RASTRELLARE 5 MILIARDI

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

SPUNTA ANCHE L’ADDIZIONALE IRPEF SULL’ALIQUOTA PIU’ ALTA… COME PER QUELLO DEL 1994 SI DOVREBBE BASARE SULL’ISTITUTO DELL’ACCERTAMENTO CON ADESIONE

Un concordato di massa, con centinaia di migliaia di “inviti” agli evasori a “patteggiare”, per rastrellare 5 miliardi.
E’ questa la soluzione che avanza all’interno del governo, confermata dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi che ha ammesso che sulla sanatoria c’è “una discussione in corso”.
La proposta è emersa dalla riunione della cabina di regia di martedì notte e porta la firma di due esponenti del Pdl, l'”anti-tremontista” Guido Crosetto e lo specialista di questioni fiscali Maurizio Leo.
Sull’operazione tuttavia pende il punto interrogativo del giudizio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti il quale ieri è tornato a rivendicare la politica dei “rubinetti chiusi” alla spesa pubblica: “Non aver fatto una politica di stimoli è stata una felix culpa”, ha detto.
Il concordato di massa dovrebbe ricalcare quello già  messo in campo nel 1994 dall’allora ministro Tremonti, e fare perno sull’istituto, già  presente nel nostro ordinamento tributario, dell'”accertamento con adesione”.
In pratica l’Agenzia delle Entrate dovrebbe fare uno screening dei contribuenti (grazie a banche dati e anagrafi varie), individuare gli evasori ed inviare una montagna di inviti ad aderire al concordato.
La differenza con l’attuale accertamento con adesione, che consente al singolo contribuente, una volta “accertato” dalla Finanza, di optare per la via del patteggiamento, previo contrattazione con l’amministrazione finanziaria, è che l’operazione di massa non prevederebbe singole contrattazioni con l’Agenzia delle entrate, ma sarebbe del tipo “prendere o lasciare”, o accetti o l’accertamento va avanti e sono guai peggiori.
Naturalmente il concordato di massa rientra nella famiglia delle sanatorie, con tutti i problemi etici conseguenti.
Tuttavia il concordato tecnicamente non è un vero e proprio condono perchè l’evasore viene individuato dall’amministrazione finanziaria e – secondo il progetto in discussione – l’adesione non chiude la strada ad ulteriori accertamenti e non sana i reati.
Tre le proposte sul tavolo del governo anche altre misure: si parla di una addizionale Irpef del 5 per mille sull’aliquota più alta, quella del 43 per cento (sopra i 75 mila euro) e anche di emissioni di titoli di Stato a tassa più bassi di quelli di mercato garantiti dal patrimonio pubblico.
Mentre l’efficacia del decreto sviluppo è sempre appesa al filo delle risorse, un nuovo monito arriva da parte del Quirinale: bisogna “abbattere il debito gradualmente – ha detto Napolitano – ma a ritmo sostenuto e costante, puntando insieme ad una nuova fase di crescita”.
Replica di Berlusconi che è tornato sulla sua posizione di martedì (“Non ci sono soldi”): “Stiamo lavorando, ma non è facile, ci sono problemi”.
Mentre continuano i maldipancia: ieri i parlamentari della maggioranza, Urso, Ronchi e Scalia, hanno minacciato di non votare il provvedimento se sarà  “senza risorse e senza riforme”.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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CARABINIERI, PROTESTA SENZA PRECEDENTI: ” BASTA BELLE PAROLE E RINGRAZIAMENTI IPOCRITI”

Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL COCER: “SIAMO STANCHI DI SUBIRE LE IMPOSIZIONI DI UN GOVERNO CHE CONTINUA A PENALIZZARCI ECONOMICAMENTE PER GIUSTIFICARE I PROPRI SPRECHI”… CI VOLEVA IL GOVERNO PATACCA FORZA-LEGHISTA PER SPUTTANARE LA VERA DESTRA SOCIALE ANCHE CON LE FORZE DELL’ORDINE

Tagli e botte in piazza: dopo la protesta di piazza dei poliziotti alla quale s’erano associati i militari dell’esercito, arriva quella, a sorpresa, dei carabinieri, che in un comunicato del Cocer attaccano la casta, il governo e il premier.
Non era mai successo a un esecutivo di suscitare la contemporanea protesta di polizia, carabinieri ed esercito per i tagli a sicurezza e difesa.
Anche l’Arma ora non ci sta più, i militari sono “stufi”.
Rompono il loro consueto silenzio.
E, soprattutto, la tradizione che li vuole non solo nei secoli fedeli, ma sempre rispettosi soprattutto nei toni nei confronti del governo che, di recente, li ha elevati a rango di quarta Forza Armata.
Va detto che l’Arma dipende un po’ dalla Difesa (polizia militare), un po’ dall’Interno (ordine pubblico), un po’ dalla Salute (Nas), un po’ dall’Ambiente (Noe), un po’ dai Beni culturali (Nucleo patrimonio artistico), un po’ da Palazzo Chigi.
Senza contare che dai loro ranghi proviene uno dei tre direttori dei servizi segreti, il generale Giorgio Piccirillo (Aisi).
Ma il combinato disposto dei tagli alle risorse della sicurezza e del lavoro massacrante al quale sono stati sottoposti a Roma sabato scorso, li ha esasperati.
La preoccupazione per la manifestazione No-Tav di domenica in Val di Susa (“auspichiamo – dicono – che sia garantita “in primis” l’incolumità  del personale in divisa”), ha fatto esplodere tutta la loro rabbia finora compressa nelle caserme.
E hanno deciso di uscire allo scoperto per “urlare”, per usare le parole di un alto ufficiale dell’Arma, il loro “grido di allarme”.
I militari, si sa, non hanno facoltà  di esprimere dissenso, nè, tantomeno, di protestare pubblicamente.
Questo compito è demandato dunque al loro unico organo di rappresentanza, il Cocer, una sorta di sindacato democraticamente eletto.
È questo organo di rappresentanza a esprimere “umore e preoccupazione” per quanto sta avvenendo.
Lo fa, forse per la prima volta nella storia dell’Arma, con un linguaggio forte e con toni antipolitici e antigovernativi stile sindacati di polizia, forse anche per appagare in qualche modo la protesta che proviene dal basso da una base di carabinieri e sottufficiali che non sono più disposti a incassare botte “per sette euro all’ora”.
“Il governo – accusa il Cocer carabinieri in polemica, senza però mai citarlo, con il ministro della Difesa Ignazio La Russa – taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre”.
“È questo – continua – un governo impegnato a salvaguardare l’apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente! Con i tagli alle spese dell’ordine e sicurezza pubblica, il governo ha infatti dimostrato tutti i limiti della sua azione”.
Ecco il j’accuse alla casta.
“Alla nostra classe politica – sostiene la rappresentaza militare – non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi”.
“Ci chiediamo – è l’affondo rivolto polemicamente in questo caso al ministro dell’Economia Giulio Tremonti – quali spese verranno tolte dal bilancio statale, visto che siamo già  altamente maltrattati”.
Ed ecco l’attacco frontale al governo. “I Carabinieri sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze) e che continua a chieder loro sacrifici economici”.
“Oggi – continua la protesta – abbiamo un dato di fatto oggettivo: la sicurezza per l’italiano è gravemente compromessa. Garantire sicurezza, per i Carabinieri vuol dire lavorare gratis, per i nostri amabili parlamentari vuol dire aumento di servizi di esclusiva utilità  gratuiti perchè pagati con i sacrifici dei cittadini tutti e con i tagli ai servitori dello Stato garanti dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
Ce n’è anche per il premier: “Qualcuno – attacca il Cocer – spieghi al presidente del Consiglio il significato dei sacrifici che il Carabiniere fa per garantire la giustizia sociale ed i diritti del cittadino. I Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti”.
Il malessere serpeggia fra le forze dell’ordine.
Martedì i sindacati di polizia di tutto l’arco costituzionale hanno protestato in piazza contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni che riferiva al Senato sulla guerriglia di sabato.
Nella stessa giornata il Cocer Esercito solidarizzava (anche questo, senza quasi precendenti), con la manifestazione dei poliziotti.
“I tagli all’Esercito – denuncia il suo Cocer – la componente più impegnata nelle missioni all’estero, incidono sulla protezione e sulla sicurezza del personale. E stanno facendo vertiginosamente decadere la qualità  della vita nelle caserme”.

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LA POLITICA ESTERA DELL’ITALIA CON L’ALBANIA? LA ISPIRAVA LAVITOLA CON TARANTINI

Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2009 IL FACCENDIERE FAREVA PRESSIONE SU FRATTINI PER INCONTRARE, INSIEME A LUI, IL VICEPRESIDENTE ALBANESE… LA “QUESTIONE DI IMPORTANZA STRAORDINARIA” PER LA QUALE IL MINISTRO DOVEVA INTERVENIRE CON BERLUSCONI ERA IL SOSTEGNO AL GASDOTTO TAP

Oltre a Panama, il ministro ombra degli Esteri del governo Berlusconi, Valter Lavitola, ha un altro Paese prediletto: l’Albania.
Nelle intercettazioni, raccolte nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Pescara, il faccendiere ex direttore dell’Avanti! discute a lungo con la segretaria del ministro degli Esteri Franco Frattini: deve assolutamente incontrare il vicepresidente albanese Ilir Meta nello studio di Frattini, in occasione di una visita ufficiale del 21 novembre 2009.
“Sarebbe molto importante per una serie di vicende che poi ti spiego e che Franco conosce, che io alla fine dell’incontro fossi lì nella stanza di Franco per scambiare due chiacchiere Franco, io e lui. Questo qui è quello che mantiene in piedi il governo di Berisha”, dice Lavitola in una telefonata intercettata il 15 ottobre.
La “questione di un’importanza straordinaria” per la quale Frattini deve intervenire presso Silvio Berlusconi, non abbastanza attivo, è il gasdotto Tap: uno dei quattro progetti concorrenti per portare in Europa il gas dall’Asia centrale.
Premessa: quando si parla di energia, le logiche politiche contano molto più di quelle economiche, senza governi bendisposti anche il progetto migliore si arena.
Lavitola e soci ne sono ben consapevoli e soprattutto sanno quale può essere il valore dell’intermediazione giusta, la spinta di lobbying decisiva.
Stando alle carte dell’inchiesta di Bari sulle escort ai politici, l’11 febbraio 2009 l’imprenditore della sanità  Gianpaolo Tarantini incontra Berlusconi proprio per parlare del gasdotto.
Il giorno prima Tarantini ne aveva discusso con Roberto De Santis, altro imprenditore pugliese considerato vicino a Massimo D’Alema.
De Santis, in un’intercettazione ambientale, spiega che “presso il ministero dell’Industria è stata istituita questa pratica, perchè… c’è tutto pronto, bisogna soltanto firmare l’intesa tra Albania e Italia”.
Tarantini si fa carico del compito di convincere Berlusconi, “non ci vuole niente, quello posso farlo io”. Detto fatto.
A marzo Italia e Albania firmano l’accordo intergovernativo, che consente un notevole salto in avanti, visto che se i governi sono d’accordo molti passaggi burocratici si possono saltare.
Il gasdotto Tap, Trans Atlantic Pipeline, dovrebbe collegare Turchia e Italia passando dall’Albania, prevede un investimento di almeno 1,5 miliardi per trasportare 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Non è un’operazione politicamente semplice: con l’Albania i rapporti dell’Italia sono intensi e complessi, a un certo punto Berlusconi proponeva addirittura di coinvolgere Tirana nel progetto di una centrale, mentre per ora ci sono molti affari con le rinnovabili (coinvolto soprattutto il gruppo Moncada).
Aggiungere il gas, quindi, non è semplice.
Ne è consapevole il premier albanese Sali Berisha, che il 20 ottobre 2010 in una lettera riservata che il Fatto ha potuto leggere scrive a Silvio Berlusconi: “Sono convinto che il Suo sostegno […] creerà  il fondamento necessario per far diventare il progetto Tap una realtà  e quindi ad ottenere così una visione storica del corridoio di gas a favore d’Italia, Albania e dell’Unione europea”.
Il Cavaliere non ha mai risposto.
L’azione di lobbying del consorzio Tap, in cui i soci di peso sono la Svizzera Egl, la novergeste StatoilHydro e la tedesca E.On e che in Italia è rappresentata da Paolo Pasteris, si è intensificata.
Lavitola sa che in molti gli saranno grati, se il Tap si farà  grazie a lui: il consorzio promotore ma anche Snam Rete Gas, la società  del gruppo Eni che ha già  un accordo con Tap per la realizzazione eventuale dell’infrastruttura.
Come le intercettazioni raccontano spesso, i risultati del faccendiere non sono all’altezza delle vanterie.
“Ringrazio quella pubblicazione giornalistica per aver pubblicato per intero quelle intercettazioni perchè si evince che mai Lavitola ha partecipato a incontri istituzionali”, ha commentato ieri Frattini, a proposito del fatto che la segretaria Nadia offre a Lavitola al massimo l’anticamera.
E le pratiche del Tap sono ferme da settembre al ministero dello Sviluppo, gli addetti ai lavori sostengono che il tubo non si costruirà  mai.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LO SVILUPPO SECONDO ROMANI: LIBERALIZZARE LE ESTETISTE E I FACCHINI, NORME SUI QUIZ

Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile

ECCO COME IL GOVERNO INTENDE DARE IMPULSO ALL’ECONOMIA E ALLA CONCORRENZA: LE LIBERALIZZZAZIONI CHE SERVONO A POCO

Chi l’avrebbe mai detto: la crescita zero dell’Italia è colpa delle lobby delle estetiste, della corporazione dei facchini, dell’oligopolio della produzione di margarina e grassi idrogenati e perfino, ebbene sì, del caos normativo sui premi assegnati dai quiz televisivi.
Dopo settimane di riflessione, infatti, il ministro dello Sviluppo Paolo Romani e quello della Semplificazione normativa Roberto Calderoli hanno partorito una bozza dell’attesissimo decreto sviluppo.
Alla voce “liberalizzazione di alcune attività  professionali”, Romani sceglie con cura i suoi bersagli: le imprese di facchinaggio, che potranno operare con meno requisiti di quelli richiesti oggi, il commercio all’ingrosso con deposito e produzione di margarina e grassi idrogenati, dove ci sarà  meno burocrazia, poi al comma 4 si annuncia l’imprescindibile “soppressione del ruolo degli stimatori e pesatori pubblici”.
Al posto delle autorizzazioni richieste oggi, per alcune professioni basterà  la cosiddetta “Segnalazione certificata di inizio attività ”, la Scia, cosa che dovrebbe stimolare l’apertura di nuove imprese.
I settori beneficiati da questo alleggerimento burocratico (e colpiti, forse, da una maggiore concorrenza) non sono scontati.
Ecco l’elenco: impianto di un nuovo molino, raccomandazione di navi, acconciatore ed estetista, autotrasporto di cose per conto di terzi (questo è serio e delicato, visti i rapporti sempre tesi con le lobby del trasporto), imprese di autoriparazione per l’esecuzione delle revisioni, ampliamento di un magazzino generale.
Si può discutere se i rigassificatori siano volani per lo sviluppo, di certo sono sgraditi dai territori che li devono ospitare.
Quindi la bozza del decreto prevede di sedurre i riottosi con una riduzione del 15 per cento del prezzo del metano per le auto nella zona del rigassificatore.
Visto che anche Calderoli ha dato il suo contributo alle 42 pagine della bozza, la seconda metà  ha titolo “misure di semplificazione”.
La prima è soprattutto di trasparenza: sui siti web della pubblica amministrazione deve essere reperibile anche la normativa già  pubblicata in gazzetta ufficiale, a differenza di oggi.
C’è qualche formalità  in meno per gli albergatori e poi il documento si chiude con un lungo articolo su “semplificazione della disciplina dei concorsi e manifestazioni a premio”, dove la novità  principale è la possibilità  di partecipare e vincere anche per chi vuol giocare dall’estero.
E questo forse aiuterà  davvero, visto che è noto che in tempo di crisi si gioca di più.
à‰ solo la prima stesura, chissà  che forma avrà  il decreto nella sua veste definitiva.
Assai probabile che almeno qualcosa in comune con questo documento ce l’abbia: sarà  a costo zero, Giulio Tremonti non sgancia un euro.
E senza soldi (e senza liberalizzazioni vere) di sviluppo se ne vedrà  poco.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PER IL MANCATO CONTROLLO SUI FONDI AGRICOLI, LA UE CHIEDE ALL’ITALIA DI RESTITUIRE 78 MILIONI DI EURO: FATELI PAGARE A BOSSI E AI SUOI AMICI TRUFFATORI DELLE QUOTE LATTE

Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile

A CAUSA DI IRREGOLARITA’ NELLA GESTIONE DEI FONDI ASSEGNATI AL SETTORE LATTIERO-CASEARIO E PER L’ASSENZA DI VERIFICHE, LA UE CHIEDE I SOLDI INDIETRO…SE NON SI PAGA SAREMO DEFERITI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA E SI AGGIUNGERA’ PURE UNA MULTA MILIONARIA

Questa volta il conto è di quasi 78,5 milioni di euro.
Quasi 71 milioni da restituire al più presto a Bruxelles “come rettifica proposta per gli esercizi finanziari 2005-2007 per controlli tardivi nel settore dei prodotti lattiero-caseari”, a cui vanno ad aggiungersi 7,6 milioni di aiuti agricoli per spese effettuate in modo irregolare.
Un assegno non facile da staccare visto il periodo di vacche magre, è il caso di dirlo, per un Paese alle prese con tagli selvaggi e una quadratura di bilancio che proprio non arriva.
E il capitolo di spesa maggiore di quanto chiede la Ue (71 milioni) sono legati alla gestione delle cosiddette quote latte.
Si tratta di fondi della Politica agricola comune (Pac) dei quali sono responsabili gli Stati membri, sia della loro ridistribuzione sul territorio che del loro effettivo utilizzo, ad esempio verificando le domande che gli agricoltori compilano per ottenere i pagamenti diretti.
Succede che la Commissione, vista il numero dei beneficiari in Europa, fa 100 controlli a campione ogni anno.
Verifica anche che le eventuali “correzioni” apportate dagli Stati membri siano efficaci a garantire che i fondi europei siano stati spesi correttamente.
Sì perchè come ha confermato un recentissimo rapporto Ocse, una fetta rilevante degli aiuti Ue all’agricoltura finiscono a chi di aiuto non ha proprio bisogno, o peggio ancora a chi con l’agricoltura non centra davvero niente .
E di magagne quest’anno la Commissione ne ha trovate parecchie, e non solo in Italia. Sorpresa sorpresa la Svezia, ad esempio, dovrà  restituire ben 76,6 milioni di euro per “carenze nel sistema di identificazione delle particelle agricole (Sipa), di informazione geografica (Sig), nei controlli amministrativi e nelle sanzioni relativi alle spese per gli aiuti per superficie”.
La Danimarca dovrà  dare indietro 22,3 milioni per carenze nei sistemi Sipa e Sig, nei controlli in loco e nel calcolo delle sanzioni”.
E poi ancora Cipro 10 milioni, il Regno Unito 6 milioni e l’Olanda 2,2 milioni.
Nessuna pietà  nemmeno per la Grecia, che dovrà  restituire 10 milioni.
Bruxelles sta diventando piuttosto attenta alla spesa dei fondi comunitari, soprattutto perchè gli aiuti all’agricoltura costituiscono una bella fetta dell’intero bilancio europeo.
Nel periodo 2007-2013 la quota della spesa agricola costituisce addirittura il 34% dei 142 miliardi di euro spesi dall’Ue, a cui va aggiunto l’11% dedicato allo sviluppo rurale.
Ovviamente la Commissione europea non può essere ovunque, quindi questi finanziamenti vengono principalmente amministrati dagli Stati nazionale e dalle Regioni, che a loro volta lanciano dei bandi per aggiudicarli e dovrebbero essere responsabili dei controlli sul loro utilizzo.
Nel caso dell’Italia proprio i controlli, guarda caso, sono il principale problema.
Infatti i 71 milioni di euro da restituire si riferiscono proprio a controlli carenti e solo per l’anno 2005-2007, il che lascia intendere che ci potrebbero essere altre rate da pagare.
E in questo caso chi apre il portafogli?
Non potendo indagare tutti i beneficiari di questi finanziamenti, a pagare sarà  Roma, quindi tanto per cambiare le casse pubbliche. E non è finita qui.
Come nel caso di altri fondi stanziati in modo irregolare, vedasi gli aiuti di stato per le calamità  naturali del 2002-2003, l’Italia non è un fulmine a restituire l’illegittimo a Bruxelles.
E allora cosa succede? Solita trafila: Corte di Giustizia, sollecito di pagamento e multa aggiuntiva.
Tra l’altro proprio in questi mesi a Bruxelles è in corso la revisione della politica agricola comune.
La Commissione europea ha annunciato un paio di giorni fa una proposta che vedrebbe da un lato maggiori controlli e dall’altro un tetto ai finanziamenti massimi per ogni Stato.
Se approvata così come proposta, la nuova Pac comporterà  per l’Italia un cospicuo taglio ai 5,5 miliardi di euro che ogni anno riceve da Bruxelles, tra aiuti diretti ai produttori e misure di sviluppo rurale.

Alessio Pisanò

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GLI INDIGNADOS E LE RAGIONI OSCURATE DEL LORO DISSENSO

Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile

E’ UNA PROTESTA CON RADICI PROFONDE….DEBITI E RICCHEZZA NON SONO EQUAMENTE DISTRIBUITI: LA CRISI E’ NATA FUORI DAI NOSTRI CONFINI MA POI HA FATTO ESPLODERE I NOSTRI PROBLEMI DI FONDO

La minoranza violenta di Roma è riuscita a rovinare una manifestazione che doveva lanciare un doppio importante segnale politico: alla base non c’era infatti solo il disagio dei giovani che come in tutti i paesi occidentali sono le principali vittime della crisi, ma anche la sempre più evidente incapacità  dell’Italia di creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro.
La protesta italiana ha radici diverse e più profonde rispetto agli altri Paesi perchè i nostri problemi sono iniziati ben prima della crisi finanziaria.
Anche se gli slogan sono quelli di New York e Londra contro il debito e le banche, alla base c’è il fatto ben più concreto che “un quarto dei giovani italiani oggi è senza lavoro” (lo ha detto Mario Draghi giovedì, proprio mentre i manifestanti cominciavano a radunarsi) per colpa di un sistema politico che negli ultimi venti anni, dominati dai governi di centrodestra, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori di benessere, dal reddito pro-capite, all’occupazione, alla condizione femminile.
I giovani italiani non protestano solo perchè non vogliono accollarsi il debito accumulato dalle generazioni precedenti.
Se fosse così, avrebbero torto perchè a essi verrà  consegnata anche una consistente ricchezza immobiliare e finanziaria.
Il problema è che debiti e ricchezze non sono equamente distribuiti e le seconde sono sempre più concentrate nelle mani di pochi e soprattutto di chi non paga le tasse o le paga molto meno delle uniche due categorie oggi tassate: lavoratori dipendenti e pensionati (probabilmente come i genitori di gran parte dei manifestanti).
Dunque la protesta di Roma doveva essere una grande occasione per richiamare l’attenzione sui grandi problemi del Paese e per sfatare forse definitivamente la tesi cara a Berlusconi secondo cui l’Italia è toccata marginalmente dalla crisi.
È vero invece il contrario: la crisi è nata fuori dai nostri confini, ma ha fatto esplodere tutti i problemi di fondo e richiede risposte urgenti, che il governo più screditato della storia non è palesemente in grado di dare.
È successo ai dimostranti pacifici di Roma, in modo ancora più clamoroso, quello che è successo ai No-Tav: una minoranza teppista rischia di oscurare le molte e solide ragioni del dissenso.
Qui la posta in gioco è ancora più alta e le forze di opposizione devono finalmente dimostrare di essere capaci di incanalare e dare uno sbocco a una protesta ancora confusa, ma assolutamente fondata.
Se si vuole davvero cambiare bisogna ripartire da Roma.

Marco Onado
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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E BERLUSCONI SI AUTOCELEBRA CON L’ENNESIMO LIBRO DEI SOGNI

Ottobre 18th, 2011 Riccardo Fucile

GIA’ PRONTO IL DEPLIANT ELETTORALE DEL GOVERNO, TRA MISTICA, PROPAGANDA E MANIPOLAZIONE…PROIETTA, CON MENO EFFICACIA, L’ALMANACCONE IN UNA REALTA’ PARALLELA

E in mezzo a questo disastro, nel pieno di una crisi che lascerà  rovine per anni, il governo Berlusconi celebra se stesso con un almanaccone che fra le tante sue nequizie ha almeno il pregio di mostrare che anche sul terreno della comunicazione, un tempo inespugnabile, il berlusconismo sta ormai abbastanza alla frutta.Sono 64 pagine illustrate di pronto uso elettorale: «Il governo Berlusconi. Le principali realizzazioni (maggio 2008-ottobre 2011»; e a cominciare dal titolo e dalla copertina si capisce che il modello, la fattura, la cura, le foto, i testi e dunque anche l’efficacia dell’opuscolo sono di gran lunga al di sotto delle diverse iniziative editoriali che, fra mistica e propaganda, innovazione e manipolazione, hanno comunque segnato poco meno di un ventennio.
Nulla di paragonabile al formidabile «Una storia italiana» (2001), pregevole monumento fotoromanzato in funzione di culto della personalità ; c’è qualcosa semmai della susseguente e assai meno celebrata «Una vera storia italiana» (2006), che per la verità  tanto italiana non era, risultando poi alcune foto scattate all’estero, nei paesi scandinavi, ma spacciate come parte del paesaggio domestico.
In quest’ultimo caso il corredo iconografico pare più spiccatamente ispirato ai depliant delle assicurazioni e del turismo.
Si vedono amabili vecchiette al mercato, giovani coppie ideali e famigliole perfette sul divano, ma così liete nelle loro perfezioni che la mamma si fa pure la fotografia.
I ritocchi della grafica computerizzata si sprecano.
Giovanotti cravattoni al computer, veline convertitesi alla modestia nei call-center, tutti straordinariamente felici.
E poi neonati paffuti, graziose soldatesse, sale operatorie da telefilm americano, scolaresche fervide e mansuete.
Si gira pagina e con il tipico sussulto del malricordo compare addirittura l’abominevole «social card».
Quindi si passa alla sicurezza e arrivano i posti di blocco, le manette, la Guardia di finanza che ha sequestrato un mucchio di cose che non si capiscono, meglio non farle vedere perchè rovinerebbero l’atmosfera di asettica felicità , e sul turismo è la volta del Colosseo e tanto mare azzurro, e i pini sul golfo di Napoli e così l’oleografia va a saturare il libro dei sogni.
Ora, nessuno pensa che un prodotto del genere debba percorrere strade originali, suggestioni veristiche, visionarie o anti-glamour.
È anche possibile che sia il frutto inconfessabile di un riciclaggio, o almeno: nell’agosto scorso Berlusconi durante un incontro con le parti sociali fece dono agli incolpevoli partecipanti di un altro opuscolo, quest’ultimo curato dalla Santanchè e spaventosamente intitolato «Il governo rendiconta i provvedimenti approvati. Novità  e opportunità ». Sarebbe interessante un confronto fra le due opere, e ancora di più il rendiconto di quanto sono costate al contribuente.
Ma il dato politico che forse vale la pena di sottolineare è che le foto di Lui sono stavolta assai meno di quante si possa immaginare.
Nell’opuscolo del 2001, spedito per posta, c’erano in media due Berlusconi per ogni pagina.
Qui ce n’è il minimo indispensabile e a parte un festoso abbraccio con Obama e Medvedev sono tutte parecchio ufficiali e ingessate.
In compenso, la titolazione e i testi sono decisamente lunari, nel senso che lo slancio di devozione al pensiero positivo finisce per mangiare se stesso e il risultato a livello cognitivo proietta l’almanaccone in una realtà  remota e parallela, viene fuori una specie di scimmia educata della società  italiana, un mondo irreale e a suo modo meraviglioso in cui il governo si prende cura di tutti nel modo migliore.
Tutto è bene, tutto è amicizia.
«Fisco amico», «Reti amiche», «Linea amica».
Misteriose iniziative e arcani progetti spuntano così fra le pagine patinate, «Progetto Excelsior», «Tremonti Bond», «Operazione Strade Sicure», «il Ponte dell’Energia sullo Stretto».
La cultura pubblicitaria del berlusconismo non ha minimente preso atto di questo minimo impedimento che è la crisi economica più dura del dopoguerra, per cui cari lettori approfittate della «Rivoluzione in farmacia», visitate i «Campus Mentis», traete vantaggio dal «Fondo Mecenati», state sicuri con «Zero file allo Sportello» e brindate alla «Giornata nazionale della bicicletta».
Eppure il curatore, onorevole Palmieri, è un tecnico di buon livello e queste cose le saprebbe anche fare.
Ma la crisi senile del berlusconismo è evidentemente un fenomeno molto più profondo di quanto si possa immaginare; e d’accordo che si tratta di propaganda, che sotto elezioni non si va per il sottile, che il pubblico è spesso indifeso, ma qui sembra saltato di brutto il collegamento con la realtà , e quando si chiude la pubblicazione un po’ viene da ridere e un altro po’ da piangere.
Fino a qualche anno fa questi due sentimenti erano incompatibili, ora non più e anche quest’ultima pare una delle «principali realizzazioni» che il berlusconismo ha recato in dote ai cittadini trasformandoli in spettatori permanenti di comiche e infelici assurdità .

Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)

argomento: Berlusconi, Costume, economia, elezioni, governo, la casta, PdL, Politica | Commenta »

MASSIMO FINI: “DEGLOBALIZZARE PER SOPRAVVIVERE”

Ottobre 18th, 2011 Riccardo Fucile

“MARXISMO E CAPITALISMO SONO DUE ARCATE DI UN PONTE: SI SONO SOSTENUTE A VICENDA PER DUE SECOLI E MEZZO”…”SONO DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA: LA MODERNITA'”….IL CROLLO DEL MARXISMO PRELUDE A QUELLO DEL LIBERISMO: UNA SOLUZIONE SAREBBE L’AUTARCHIA EUROPEA

Alle primarie socialiste francesi Arnaud   Montebourg, 48 anni, che Rappresenta la sinistra del partito, ha preso il 17% dei voti proponendo la de globalizzazione attraverso il ritorno a un forte protezionismo .
Mi fa piacere perchè è quanto vado proponendo, nei miei libri e col mio micromovimento cultural-politico, Movimento Zero, da una quindicina d’anni (un tema che, incidentalmente, avevo ripreso, sia pure in estrema sintesi, nello scorso Battibecco), anche se io parlo di autarchia europea, Montebourg, più prudentemente, di protezionismo, ma sostanzialmente si tratta della stessa cosa.
Il   successo di Montebourg significa che una parte della base della sinistra francese comincia a rendersi conto degli effetti devastanti della globalizzazione e della mondializzazione (anche se si tratta di due concetti diversi: il primo è economico e riguarda la “reductio ad unum”   dell’intero esistente al modello di sviluppo occidentale; il secondo la tendenziale unificazione del mondo in un unico Stato, a guida americana, naturalmente), terreno finora coltivato da nicchie culturali di destra.
È   un programma, quello di Montebourg, che se non altro ha il pregio della diversità . In Italia siamo invece all’encefalogramma piatto. Il dibattito politico si riduce all’eterna diatriba tra berlusconiani e antiberlusconiani che ha finito per stancare tutti, almeno quelli che non si sentono di appartenere a nessuna di queste due squadre.
Intendiamoci, il discorso della legalità  è importante: è il minimo comun denominatore perchè una comunità  possa   tenersi insieme. Ma non basta.
Epperò anche le rare volte che destra e sinistra escono dalla zuffa permanente non fanno che riproporre le solite, muffe, ricette, la crescita, la modernizzazione, insomma l’adesione acritica al paranoico modello del produci-consuma-crepa che è anzi diventato un   ancora più demenziale consumare per produrre.
Anche se gli attuali esponenti della destra e della sinistra sono delle mediocri banalità , le ragioni di queste loro incapacità  di uscire da quello che viene chiamato il “pensiero unico”, sono tutt’altro che banali.
Marxismo e liberismo, destra e sinistra nelle loro varie declinazioni sono in realtà  due facce della stessa medaglia:   la Modernità .
Sono entrambi figli della Rivoluzione industriale, illuministi, ottimisti, positivisti, economicisti, hanno entrambi il mito del lavoro (per Marx è “l’essenza del valore”, per i liberisti è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà  il famoso “plus valore”) e si sono illusi che industria e tecnologia avrebbero prodotto una tale cornucopia di beni da rendere felici tutti gli uomini (Marx) o quantomeno la maggior parte di essi (i liberisti).
Questa utopia bifronte è fallita.
Io vedo marxismo e capitalismo come due arcate di un ponte che si sono sostenute a vicenda per due secoli e mezzo.
Il crollo del marxismo prelude quindi a quello del capitalismo il cui sgretolamento sta avvenendo sotto i nostri occhi e alla cui fine ci aspetta una catastrofe planetaria.
Ma gli stanchi epigoni del capitalismo e di quel che resta del marxismo non sono in grado di mettere in discussione radicale la Modernità , perchè categorie di destra e di sinistra della Modernità  sono nate, nella Modernità  si sono affermate, e quindi non possono recidere le proprie radici anche se tutti vedono che sono già  marce e che, se non si cambia rapidamente direzione, l’albero cadrà  da solo.

Massimo Fini blog

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