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L’ITALIA AFFOGA: CONSIGLIO DEI MINISTRI STRAORDINARIO ALLE 18, LA LEGA NON VUOLE TOCCARE L’ETA PENSIONABILE, TANTO LA MOGLIE DI BOSSI LA BABY PENSIONE L’HA GIA PRESA

Ottobre 24th, 2011 Riccardo Fucile

L’EUROPA CHIEDE ALL’ITALIA PROVVEDIMENTI STRUTTURALI ENTRO MERCOLEDI… BERLUSCONI PARLA DI RIFORMA DELLA PREVIDENZA MA LA LEGA DICE NO: BOSSI FORSE PREFERISCE ANDARE AL VOTO PRIMA DI FINIRE SOTTO L’8% E COSI’ FA FUORI I DEPUTATI VICINI A MARONI

Il Consiglio dei ministri si riunirà  in seduta straordinaria stasera alle 18.
La riunione per varare le misure strutturali sollecitate dall’Ue era stata preannunciata ieri sera da Silvio Berlusconi, al termine del consiglio europeo a Bruxelles.
Il tempo stringe: l’Unione europea vuole che mercoledì l’Italia si presenti al tavolo del vertice con le misure per la crescita.
Misure che – ha sostenuto il premier – lui avrebbe voluto adottare già  da tempo ma che, “per colpa di altri”, era stato impossibile varare.
La principale riforma cui pensa Berlusconi è quella delle pensioni.
“Nell’Ue si è parlato di un’uguale età  pensionabile per tutti a 67 anni – ha detto – Lo farò presente alla Lega anche perchè siamo l’unico Paese ad avere anche le pensioni di anzianità . Bossi ha a cuore i pensionati. Ma questo non collide. Gliene parlerò”.
Ma superare le resistenze del Carroccio non sarà  facile.
Lo conferma la netta presa di posizione del capogruppo leghista alla Camera, Marco Reguzzoni, intervenuto questa mattina al programma di Maurizio Belpietro: “La Lega è contro qualsiasi riforma delle pensioni e contro la patrimoniale. E’ sempre stata contraria all’ipotesi di ridiscussione dell’età  pensionabile. Abbiamo fatto le nostre proposte alternative. Di questa questione ne discuterà  il Consiglio dei ministri”.
Altra misura che potrebbe essere esaminata dal consiglio dei ministri è la cessione degli immobili pubblici. “Forse potremo ridurre il debito pubblico anche prima del 2013 ponendoli sul mercato”, ha affermato Berlusconi a Bruxelles.
La Lega si sta posizionando in vista di elezioni anticipate: vuole vendersi la patacca di aver salvato le pensioni, come se i pensionati veri non fossero alle prese da anni con un aumento dei generi di prima necessità  a fronte di pensioni sempre uguali.
Può anche essere giusto valutare un aumneto dell’età  pensionabile, ma a fronte di cosa?
Per favorire l’occupazione giovanile o per finire nel calderone di uno Stato dove la corruzione e l’evasione fiscale impazzano?
E allora prima si pensi prima a recuperare i 60 miliardi che costa la corruzione pubblica in Italia, i 7 miliardi degli enti che foraggiano i politici trombati e i 120 miliardi di evasione.
Poi semmai si parlerà  di età  pensionabile.
In realtà  la Lega sta sprofondando a livello di sondaggi e a questo punto forse per Bossi è meglio andare a votare a breve: eviterebbe di finire sotto l’8% e farebbe fuori i deputati vicini a Maroni.

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FINI: “BERLUSCONI NON VUOLE LA PATRIMONIALE PERCHE’ COLPISCE LUI. NO AL CONDONO CHE PREMIA I FURBETTI, MAI PIU’ CON BERLUSCONI”

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA OSPITE DI FABIO FAZIO A “CHE TEMPO CHE FA”: “SUBITO IL DECRETO SVILUPPO, AUMENTARE L’ETA’ PENSIONABILE MA PER CREARE UN FONDO PER L’OCCUPAZIONE DEI GIOVANI, NON PER TAPPARE LE FALLE”…”LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA E’ PARI A ZERO”

«Berlusconi non vuole inserire la patrimoniale nel decreto sviluppo perchè colpisce senza dubbio lui e non, come dice, il suo elettorato che è fatto di impiegati, piccoli commercianti, gente comune».
Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rispondendo alle domande di Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”.
Per far ripartire la nostra economia, per Fini, occorre innanzitutto attuare il decreto sviluppo che, sottolinea «resta ancora un’araba fenice. Il decreto deve contenere elementi indispensabili quali appunto una patrimoniale, l’alzamento dell’età¡ pensionabile, ma non il condono perchè ha due difetti: è una una tantum e quindi non è un intervento strutturale e poi premia i furbetti. Spero che non si faccia anche se non è escluso che invece venga attuato».
Parlando dell’età  pensionabile ha detto: «Lavoriamo di più, portiamola a standard europei e poi quello che risparmiamo lo mettiamo unicamente nel futuro dei nostri ragazzi».
Se si dice, ha aggiunto, «a un padre o a una madre di lavorare un anno o due in più per fare un fondo per l’occupazione giovanile, allora è più facile che si facciano sacrifici».
Commentando l’attuale crisi economica, Fini ha sottolineato che «siamo in condizione di assoluto e drammatico pericolo».
Ha aggiunto che non crede «che l’Italia possa fallire, ma siamo vicini al baratro che significa recessione e siamo in una fase di stagnazione».
Fini ha spiegato che «di fatto c’è un direttorio franco-tedesco e bisogna chiedersi perchè il terzo grande paese come l’Italia sia fuori dalla porta ad aspettare che Sarkozy e Merkel si mettano d’accordo. La credibilità  dell’Italia è sotto zero».
«Temo che andremo a votare con questa legge elettorale che ha un difetto di fondo: l’elettore non sceglie il parlamentare, ma solo lo schieramento e il leader. Con il risultato che molti parlamentari sono insensibili a ciò che accade nella realtà », ha detto Fini.
Proprio una nuova legge elettorale sarebbe una delle prime cose che dovrebbe fare un nuovo governo: «Non penso a un ribaltone – ha detto – il Pdl ha tutto diritto di far parte della maggioranza di un nuovo governo con un nuovo presidente del Consiglio per fare 2-3 cose, non di più e chiedere alle altre forze politiche di sostenerlo. E tra queste c’è una legge elettorale che ridà  all’elettore la scelta del parlamentare”

Nicoletta Cottone

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IL BOTTINO NASCOSTO DI GHEDDAFI, SOTTRATTO AL POPOLO LIBICO: DUECENTO MILIARDI DI DOLLARI IN ORO E AZIONI

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IMMENSE RISORSE NASCOSTE ALL’ESTERO: TRIPOLI RIAVRA’ I BENI “CONGELATI” IN OCCIDENTE, NON QUELLI DEI PAESI AFRICANI…IL PATRIMONIO A DISPOSIZIONE DEL RAIS ERA PARI A 30.000 DOLLARI PER OGNI LIBICO

Duecento miliardi di dollari. È questo il “tesoro” che Muammar Gheddafi aveva nascosto nel corso degli anni (e soprattutto degli ultimi mesi) all’estero per garantirsi un futuro.
Le cose sono andate diversamente, il raìs, ucciso a sangue freddo dopo essere stato catturato, non potrà  più disporre di quella straordinaria ricchezza accumulata in 42 anni di dittatura.
Ma il “tesoro” rimane e su queste “spoglie” del nemico è iniziata un’altra battaglia.
Che verrà  combattuta non con i kalashnikov dei ribelli, ma usando controverse leggi internazionali, avvocati, banche occidentali, regimi africani.
Duecento miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto si fosse finora pensato.
A rivelarlo (al Los Angeles Times) è stato un funzionario libico che ha potuto analizzare i documenti finanziari del dittatore: conti bancari, proprietà , azioni, oro, contanti.
Duecento miliardi di dollari che equivalgono a circa trentamila dollari a testa per ogni cittadino libico, depositati all’estero mentre, come ha commentato un leader del governo provvisorio «i libici chiedevano i soldi necessari per scuole ed ospedali».
La primavera scorsa, dopo l’inizio dei bombardamenti Nato su Tripoli, il governo americano aveva “congelato” 37 miliardi di dollari che il Colonnello aveva investito negli Stati Uniti.
A seguire anche Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna avevano congelato le ricchezze di Gheddafi in Europa (per altri 30 miliardi di dollari circa).
In Italia il leader libico aveva investito circa cinque miliardi di dollari con partecipazioni in Unicredit (7,5 per cento), Eni (2), Juventus (7,5), Fiat (2) e Finmeccanica (2).
Durante i primi mesi della rivolta armata, che da Bengasi ha condotto i ribelli fino alla conquista di Tripoli, sia i leader del Cnt che quelli occidentali erano convinti che altri trenta/trentadue miliardi di dollari (per un totale di cento) fossero nascosti in paesi del medio oriente, del sudest asiatico e in quei paesi africani (come il Ciad, il Niger e il Mali) che erano di fatto a “libro-paga” del dittatore libico.
Nessuno poteva però immaginare che la cifra reale fosse quasi il doppio.
Gran parte di questa ricchezza si trova sotto la copertura di istituzioni governative, come la Banca centrale di Libia, la Libyan Investment Authority, la Libyan Foreign Bank, la Libyan National Oil Corp e il Libya African Investment Portfolio, ma Gheddafi e la sua famiglia erano in grado di accedere liberamente a questi fondi come e quando volevano.
Inoltre il raìs aveva accumulato in Libia, nascosto negli inattaccabili (allora) bunker di Tripoli, un tesoro in oro e contanti, in buona parte usato in questi mesi di guerra per comprare armi, pagare mercenari, trattenere a Tripoli dignitari tentati dalla fuga all’estero e anche per mantenere quel livello di vita da miliardari che la famiglia Gheddafi non si era fatta mai mancare (fino alla caduta di Tripoli dell’agosto scorso).
“Pecunia non olet”, per le banche e le compagnie occidentali fare affari con Gheddafi non era mai stato un problema, neanche nei momenti di maggior tensione tra il raìs e l’occidente come Lockerbie.
Era lui caso mai che si vendicava nel caso in un paese fosse stato fatto qualche “torto” ai suoi familiari.
È il caso della Svizzera, punita quando uno dei figli di Gheddafi venne arrestato a Ginevra per aver picchiato selvaggiamente due domestici.
Per vendicare l’affronto il leader libico decise di trasferire quasi tutti i suoi “asset” svizzeri in una banca portoghese, la Caixa Geral de Depositos.
Un miliardo e trecento milioni di dollari, che oggi rischiano di far fallire la banca portoghese.
Per la “nuova Libia” e i suoi dirigenti non sarà  facile recuperare questo immensa ricchezza che Gheddafi ha depredato al suo popolo in quattro decenni. I regimi africani più legati al dittatore ucciso non hanno finora congelato i suoi beni e sembrano propensi a restituirli alla famiglia (in parte) e ad usarli per la propria economia.
Stati Uniti ed Europa hanno garantito che restituiranno tutto al nuovo legittimo governo, ma per il momento nelle casse esangui del Cnt sono rientrati solo 700 milioni di dollari.

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TRA I COMPAGNI DI MERENDA DI SILVIO NON C’E’ SOLO LATITANTE LAVITOLA, MA ANCHE ANNA MARIA BERNINI

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

E’ MINISTRO PER LE POLITICHE COMUNITARIE DA QUATTRO MESI, MA A BRUXELLES SI E’ VISTA SOLO UNA VOLTA PER TRE ORE… IN COMPENSO NON MANCA MAI ALLA CAMERA QUANDO DEVE VOTARE IL VOTO DI FIDUCIA

Bruxelles: ministro per le politiche comunitarie non pervenuto.
O meglio, non pervenuta.
Anna Maria Bernini, il neo ministro con la delega agli affari che riguardano la comunità  europea, nominata lo scorso luglio dopo che il ministero era rimasto vacante per otto mesi, sarebbe un personaggio ancora totalmente sconosciuto dalle parti di Bruxelles.
A denunciarlo è l’europarlamentare del Partito democratico ed ex conduttore di punta del Tg1, David Sassoli.
“Dal 28 luglio, quando è stata nominata, questo ministro è venuto a Bruxelles un giorno, per tre ore. Invece — ha concluso l’europarlamentare — vedo che per l’ultimo voto di fiducia a Berlusconi non mancava”.
“Da quando ha assunto l’incarico — ha spiegato Sassoli a ilfattoquotidiano.it, a margine dell’evento — non si è nemmeno presentata, non ha mai incontrato gli europarlamentari italiani, nemmeno quelli del suo partito, il Pdl”.
L’unica occasione per il ministro Bernini di presentarsi nelle sedi europee di Bruxelles e Strasburgo sarebbe stato il 29 settembre scorso, in occasione del Consiglio Competitività , una delle nove formazioni del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea. Nient’altro.
La latitanza sarebbe ancor più grave in un periodo in cui a Bruxelles si stanno decidendo i destini del nostro Paese.
“Prima di lei siamo stati in Europa otto mesi senza ministro. Ma dove deve vivere il nostro ministro delle politiche comunitarie in un momento in cui il nostro Paese è in così grave difficoltà ?”
La nomina a ministro della Bernini in effetti arrivava dopo otto mesi dalle dimissioni di Andrea Ronchi. Ronchi, a novembre dello scorso anno aveva lasciato l’incarico dopo la scissione di Gianfranco Fini (ora l’ex ministro è già  tornato all’ovile berlusconiano).
Fino a luglio, nonostante il ruolo chiave per i destini del Paese che riveste questo dipartimento (in passato guidato da Enrico Letta, Rocco Buttiglione, Emma Bonino), la poltrona di ministro era rimasta vuota.
Poi a luglio la nomina della avvocatessa e docente di diritto bolognese. “
Da quando è stata nominata — l’accusa di Sassoli- è stata una volta sola al consiglio ma mai al parlamento di Strasburgo o alla Commissione. Non la conosce nessuno”.
L’avvocato Anna Maria Bernini, classe 1965, è figlia d’arte.
Suo padre, Giorgio Bernini, è stato Ministro per il commercio estero nel primo governo Berlusconi del 1994.
La giovane avvocatessa bolognese ha percorso velocemente il cursus honorum all’interno del Pdl. Eletta alla Camera dei Deputati nel 2008, in quota Alleanza Nazionale, è entrata presto nelle attenzioni dei vertici del partito: giovane e preparata (è docente di diritto all’Università  di Bologna), la difesa del premier sempre pronta, nel 2010 è la candidata del Pdl a sfidare alle regionali dell’Emilia Romagna il presidente Pd Vasco Errani.
La candidata berlusconiana non arriva neppure al 40 % dei consensi, ma si ritaglia uno spazio sempre maggiore all’interno dell’estabilishment.
Anche perchè, al momento dell’addio di Fini, lei decide di restare fedele al Cavaliere.
E presto viene ricompensata.
Tuttavia, dal momento della sua nomina a luglio il suo nome è rimasto molto all’oscuro. “In queste settimane si prepara il bilancio europeo. Oggi la crisi è che europea — lamenta David Sassoli — lì sono i tavoli e lì si deve fare lobby nazionale. L’Europa ormai non è più politica estera, è politica interna, e quello che succede lì si ripercuote sui nostri bilanci nazionali”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CRISI, ULTIMATUM EUROPEO ALL’ITALIA E A BERLUSCONI: “ASPETTIAMO RISPOSTE ENTRO TRE GIORNI”

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

QUANDO I GIORNALISTI PARLANO DI FIDUCIA AL PREMIER, LA MERKEL E SARKOZY SORRIDONO E LA SALA STAMPA ESPLODE IN UNA RISATA… IL CAPOCOMICO HA SPUTTANATO L’ITALIA NEL MONDO

Sarkozy freddo verso Berlusconi: “Fiducia in lui? Nelle istituzioni italiane”.
E mette sullo stesso piano Roma e Atene.
Merkel: “Abbiamo fatto presente che serve senso di responsabilità  sulle misure di debito e crescita”
Più che le parole di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel sono gli sguardi imbarazzati, i sorrisi non trattenuti, a rendere realmente ciò che pensano i leader Europei di Silvio Berlusconi. Pochi secondi di video della conferenza stampa conclusiva del vertice dei 27 Capi di Stato dell’Unione Europea a Bruxelles, valgono più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Quando i giornalisti chiedono a Sarkozy e Merkel se sono stati rassicurati dal Presidente del Consiglio italiano, tra il presidente francese e la cancelliera ci sono stati sguardi e sorrisi imbarazzati.
Qualche secondo di silenzio, poi le parole. Anche queste di certo non diplomatiche.
”Io e la cancelliera Merkel abbiamo incontrato Berlusconi e Papandreou per ricordargli le responsabilità  che hanno e le decisioni che devono prendere”, ha detto Sarkozy.
Mentre Merkel ha più diplomaticamente affermato: “Berlusconi è il nostro interlocutore”. Ma l’Italia ha tempo “fino a mercoledì” per trovare risposte concrete alla crisi, ha puntualizzato il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy.
Sarkozy, insieme alla cancelliera Merkel, ha illustrato i lavori svolti e i risultati raggiunti. I due hanno sottolineato come la Spagna sia “uscita dalla prima linea”, mentre per la prima volta l’Italia è stata messa sullo stesso piano della Grecia.
“All’Italia abbiamo ricordato che è importante fare tutto il necessario per mostrare senso di responsabilità , prendendo provvedimenti sia sul fronte del debito che su quello della crescita”, ha detto Merkel sostenendo di essere fiduciosa al termine dell’incontro con il Cavaliere. Di altro avviso è apparso Sarkozy.
Alla domanda se si sente rassicurato da Berlusconi, il presidente francese ha volto lo sguardo ad Angela Merkel poi, dopo un profondo respiro, ha risposto ai giornalisti: “Siamo stati fino adesso nella stessa riunione. Abbiamo fiducia nel senso di responsabilità  dell’insieme delle istituzioni, sociali, politiche e economiche italiane. Abbiamo fiducia nell’insieme delle autorità  italiane, nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie del paese”.
Insomma l’Italia è stata bocciata.
E addirittura messa sul medesimo piano della Grecia.
Eppure Berlusconi stamani si era detto più che sereno. “Ma che domande mi fate?”, aveva ribattuto quasi scandalizzato a chi gli chiedeva un pronostico sull’esame che l’Ue si accingeva a fare all’Italia e ai suoi conti pubblici, alle sue strategie per fronteggiare la crisi internazionale.
Il presidente del Consiglio, lasciando il Conrad per recarsi all’incontro con Van Rompuy e Barroso, conferma il suo ottimismo: “Ma certo — dice ai cronisti — io non sono mai stato bocciato in vita mia“.
Ormai lo boccia il 65% degli italiani.

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EUROVERGOGNA: LA MERKEL CHIAMA NAPOLITANO PER NON PARLARE A BERLUSCONI

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI ALLA UE SENZA IDEE ANTI-CRISI SNOBBATO DAGLI ALTRI LEADER EUROPEI…SARKOZY INFURIATO PER LA PROMESSA NON MANTENUTA DELLE DIMISSIONI DI BINI SMAGHI

Lui proprio non voleva incontrarla, lei di sicuro non era felice di trovarselo di fronte.
Alla fine, però, è successo. Silvio Berlusconi e Angela Merkel si sono incrociati dopo una cena del Partito popolare europeo, a Bruxelles, giusto un fugace contatto, non certo un vertice ufficiale che Berlino non voleva e Roma temeva.
Silvio Berlusconi non è mai stato tanto nei guai in Europa come oggi, stritolato in una violenta morsa franco-tedesca.
Ma, stando alle agenzie stampa Agi e Adn, ha sostenuto “di averla convinta”.
Di cosa? I guai del Cavaliere sono troppi.
La prima ragione di imbarazzo sono le famose intercettazioni telefoniche mai trascritte, ma rilanciate dalla stampa (anche tedesca) proprio sulla Merkel . E considerate da tutti se non vere almeno credibili.
Anche prima di averlo davanti, la Merkel ha fatto capire in quale considerazione tenga il premier.
Due giorni fa, per informarsi sulla situazione italiana, ha chiamato direttamente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e lo stesso ha fatto il premier lussemburghese Jean-Claude Junker, che da presidente dell’Eurogruppo è il vero regista della reazione alla crisi del debito.
Secondo quanto risulta al Fatto, la Merkel non ha commentato la (presunta) intercettazione. Ma come rivelato con grande enfasi dal Corriere della Sera di ieri, la cancelliera ha sottoposto a Napolitano tutte le perplessità  che ci sono a Bruxelles e a Francoforte, sede della Bce, sul reale impegno dell’Italia nel risanamento contabile .
Quello che il governo considera già  raggiunto, nonostante ci sia grande incertezza su almeno metà  dei 60 miliardi di correzione previsti dalla manovra estiva.
Non bastasse questo ceffone diplomatico, ieri la Merkel ha mandato un messaggio ancora più esplicito.
Parlando davanti alle giovanili della sua Cdu, Angela Merkel ha detto che tutte le misure europee serviranno a poco per i Paesi in difficoltà  “se non faranno niente con i loro bilanci, se continueranno ad avere indebitamenti pari al 120 per cento del Pil come l’Italia”.
Palazzo Chigi aveva provato nei giorni scorsi a rassicurare i partner europei su questo punto: il risanamento dei conti è un po’ ballerino, ma sono in arrivo portentose misure per la crescita che faranno schizzare il Pil, nel famoso decreto Sviluppo che dovrebbe dare all’Italia la “frustata” promessa da tre anni.
Invece il Cavaliere arriva al Consiglio europeo di oggi a mani completamente vuote: non è stato capace neppure di approvare il solito provvedimento a costo zero, dove le buone intenzioni non compensano mai l’assenza di denari.
Non ha neanche il condono (che ora si chiama “concordato fiscale”), mai andato oltre il dibattito sulla stampa.
Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha cercato di riempire il vuoto di contenuti inventandosi un creativo piano “Eurosud”, che ha discusso ieri con il presidente della Commissione Ue Josè Barroso.
Niente di concreto, ovviamente — giusto una proposta di rivedere le procedure di utilizzo dei fondi europei nel Mezzogiorno — ma buono per riempire i titoli dei giornali ed evitare l’impressione di un immobilismo totale del governo dal lato della crescita.
Anche l’altro cardine del traballante direttorio europeo, la Francia, è pronto a presentare a Berlusconi il conto di promesse non mantenute.
L’irritazione di Nicolas Sarkozy è stata finora contenuta soltanto dalla distanza fisica e dalla gioia della paternità .
Ma adesso, a quattr’occhi, potrà  finalmente chiedere al Cavaliere perchè diavolo Lorenzo Bini Smaghi non si sia ancora dimesso dal comitato direttivo della Banca centrale europea per lasciare spazio a un francese dopo la fine del mandato di Jean-Claude Trichet (sostituito alla presidenza Bce da Mario Draghi).
Berlusconi lo aveva promesso a Sarkozy già  ad aprile, in cambio dell’appoggio francese al nome di Draghi.
Chi ha parlato con il banchiere italiano lo racconta amareggiato, deluso perchè Berlusconi non ha mantenuto la promessa (l’ennesima) di farlo diventare governatore della Banca d’Italia.
Alla fine ha prevalso Ignazio Visco e ora Bini Smaghi non ha più poltrone alternative a disposizione, se non quella di direttore generale del Tesoro dove pare Tremonti lo vedrebbe bene al posto di Vittorio Grilli, altro candidato deluso a Bankitalia.
Dopo essersi addirittura paragonato a Tommaso Moro, ghigliottinato per la troppa indipendenza dal sovrano, ora Bini Smaghi sembra intenzionato a calarsi fino in fondo nel ruolo di banchiere centrale che risponde solo a Francoforte, non certo a Roma.
Berlusconi si potrebbe anche rassegnare, ma non certo Sarkozy che nell’anno elettorale non può tollerare di vedere due italiani e nessun francese al vertice dell’unica istituzione europea che conta, la Bce.
E oggi il presidente francese insisterà  per le dimissioni di Bini Smaghi.
Ma il guaio diplomatico, per Berlusconi, ormai è senza rimedio.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL CAVALLO AZZOPPATO: RAI CASSE VUOTE, FINALMENTE CI SONO RIUSCITI

Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

NON C’E’ PIU’ UN EURO, A RISCHIO LE TREDICESIME DI 13.000 DIPENDENTI, SEI ANNI FA L’AZIENDA ERA SANA… LA RAI CON 350 MILIONI DI DEBITI CORRE AI RIPARI CON UN PRESTITO DELLA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI

Non è un programma d’informazione domestica, ma l’ultima deriva di viale Mazzini: persino per la Rai è una fatica arrivare a fine mese.
Non bastano 2,5 miliardi di euro l’anno fra canone e pubblicità .
Non bastano fidi bancari che sfiorano 700 milioni di euro.
Non bastano piani industriali che nascondono licenziamenti.
E dicembre fa paura: c’è il rischio che l’azienda possa bloccare le tredicesime, forse pure gli stipendi, e tanti auguri ai 13 mila dipendenti. Nemmeno un euro, poi, per i fornitori che, ormai senza pazienza, aspettano i pagamenti.
La cassa èvuota, strangolata dai ritardi del Tesoro nel versare il malloppo pubblico, 1,6 miliardi di euro raccolti con l’abbonamento: consumata la metà , mancano 800 milioni.
A settembre avevano promesso 400 milioni, poi rinviati in tre comode rate a ottobre; adesso per l’assegno finale di 400 milioni dicono dicembre: se slittano di due settimane, addio retribuzioni (un macigno da 80 milioni di euro al mese).
La Rai ripara il pallone sgonfio con cuciture improvvisate. Più passa il tempo, più il buco s’allarga.
Ecco, l’ennesimo palliativo: un prestito di 80 milioni di euro per gentile concessione di Bei, la Banca europea per gli investimenti. La rete per diffondere il segnale del servizio pubblico – antenne, piloni, ferro – è l’unica proprietà  di viale Mazzini.
Dilapidato il patrimonio culturale, povero di contenuti e ricco di contenitori, l’azienda mostra le strutture di Raiway con l’illusione di chi, finito in disgrazia, cerca di salvarsi svendendo l’eredità .
Raiway vale un miliardo di euro, estrema garanzia per chiedere o trovare soldi.
Alessandro Penati, economista della Cattolica, intravede nuvoloni minacciosi su viale Mazzini: “Quando sei disposto a cedere il bene più solido e prezioso, significa che sei in corsa verso il fallimento e cerchi di mascherare il debito. La Rai può smobilitare Raiway, ma poi deve noleggiare le frequenze per andare in onda oppure vogliono chiudere le televisioni?”.
Nel bilancio 2011 i debiti consolidati superano i 350 milioni di euro.
Il peggio è dietro l’angolo: nel 2012, per resistere sul mercato, la Rai deve comprare i diritti per le Olimpiadi e l’Europeo di calcio, una botta di 140 milioni di euro.
Dove cercare 140 milioni di euro senza aumentare i 350 milioni di esposizione bancaria? Non con la pubblicità . L
a concessionaria Sipra ha raccolto 980 milioni di euro (50 in meno che nel 2010), e le previsioni sono pessime: “L’anno prossimo dovremo fronteggiare il calo di ascolti e la prevedibile crisi finanziaria, qualsiasi stima è troppo ottimistica”, spiegano fonti qualificate di Sipra.
Dicembre sarà  il primo esame di stabilità , ancora più dura sarà  tra gennaio e marzo. Senza canone e senza tesoretti.
Sei anni fa, mica nel dopoguerra, la Rai era un’azienda sana.
Il passaggio al digitale terrestre, una manna per Mediaset e una condanna per viale Mazzini, è costato 500 milioni di euro, soltanto il governo Prodi ha contribuito con 58 milioni di euro, Silvio Berlusconi ha pensato bene di non aggiungere.
In Gran Bretagna per assorbire le nuove spese, la Bbc ha aumentato il canone di 20 sterline. Qui scherzano con le diffide: il Consiglio di amministrazione ha intimato al ministero dello Sviluppo di pagare 1,3 miliardi di euro per onorare il contratto di servizio (quel documento che giustifica la tassa chiamata canone, che però non copre i costi di quelle trasmissioni qualificate come “servizio pubblico”).
Sai che paura, avrà  detto il ministro Paolo Romani.
Senza sparare cifre colossali, seppur legittime, la Rai poteva confermare l’accordo con Sky per trasmettere sul satellite, 350 milioni di euro in 7 anni sdegnosamente rifiutati dall’ex direttore generale, Mauro Masi.
Bellissimi quei 13 canali di offerta gratuita, anche inutili però: nessun inserzionista sgomita per piazzare un prodotto a Rai 5 o Rai Gulp.
Guai a toccare l’appalto, ogni anno benedetto: 224 milioni di euro per società  esterne, 200 milioni per le serie televisive; profumati contanti per imprenditori che vengono, incassano e salutano, che sia un successo o un disastro. Dentro, il nulla: “La Rai si costruisce fuori, non nei suoi studi. – commenta il professor Penati – Non può vantare una scuola per sceneggiature o varietà , nè marchi nè autori. Logico che finisci con i creditori che ti circondano, e devi tranquillizzarli subito perchè altrimenti sei spacciato. Mi ricorda un po’ la logica del San Raffaele di Milano che rinviava i pagamenti ai fornitori, fin quando ha portato i libri contabili in tribunale”.
La soluzione non è vendere: “Chi acquista un’automobile vecchia e rotta con pochi pregi e tanti difetti? La Rai ha due strade: o taglia i costi del 30 per cento o morirà  per rinascere male come Alitalia con i soliti salvatori della patria”.
E i cittadini costretti a svenarsi ancora.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MAGGIORANZA IN FIBRILLAZIONE, VERDINI E BERLUSCONI PRESIDIANO IL MERCATO MONTECITORIO

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

SENZA COMPRAVENDITA IL GOVERNO SAREBBE GIA’ CADUTO… I POTENZIALI “TRADITORI” SONO GUARDATI A VISTA: ORA TOCCA A MAZZUCA… AL MOMENTO GIUSTO SAREBBERO MOLTI I DEPUTATI DESTINATI A TRAGHETTARE VERSO IL POLO

Stanno in piedi per miracolo. E grazie ai saldi di fine legislatura.
Il governo regge l’anima con i denti, ma anche quando l’interesse della maggioranza è prioritario, in aula alla Camera entrano solo se proprio non ne possono fare a meno.
Così, mentre ieri lo spread volava a 400 punti e il governo appariva sempre più impantanato sul ddl Sviluppo, alla Camera andava in scena l’ennesima dèbà¢cle della maggioranza, con il provvedimento sulla libertà  d’impresa (modifica dell’articolo 41 della Costituzione , a firma Calderoli) che è stato accantonato per mancanza di numero legale.
Certo, un nubifragio aveva allagato la Capitale, ma anche i pochi presenti sul “posto di lavoro” preferivano i divani del Transatlantico alla noia dello scranno.
Ormai tutto sembra immobile.
E, invece, si muove eccome, ma sottotraccia.
Le fibrillazioni interne e il terrore, dipinto da settimane negli occhi della gendarmeria berlusconiana, di non riuscire a comprare in tempo il prossimo malpancista e di finire a gambe per aria su una sciocchezza e casomai per un voto solo, hanno convinto Berlusconi a presidiare di persona il territorio.
E così, nella sala Colletti del governo a Montecitorio, proprio a un passo dall’aula, Denis Verdini quotidianamente aggiorna il Cavaliere sulle onde e sui marosi che sconvolgono una maggioranza allo sfascio.
Ieri, poi, all’elenco di proscrizione dei possibili “traditori” si è aggiunto un altro nome, quello di Giancarlo Mazzuca.
Da tempo l’ex direttore del Quotidiano Nazionale mostra insofferenza, si accompagna sereno a chi ha già  da tempo fatto una scelta di campo (Versace) e viene guardato con sospetto per i suoi contatti con uomini vicini a Casini (Galletti dell’Udc).
Verdini, a quanto pare, lo ha già  avvicinato, come ha fatto con Giustina Destro e Fabio Gava che, infatti, negano pubblicamente di aver voglia di uscire dal Pdl, ma il fuoco che cova sotto la cenere è tutto legato alla possibile formazione di un nuovo gruppo parlamentare autonomo; nel momento in cui ci saranno i numeri, tutti i “ribelli” usciranno allo scoperto.
E se non saranno abbastanza (si dice che anche in zona Miccichè e Forza Sud il lavoro in questo senso sia effervescente) potrebbero anche chiedere appoggio al Terzo polo, con una scelta politica di campo a quel punto molto chiara.
Per questo Berlusconi vigila. E Verdini è pronto ad accorrere.
Al momento si guarda con ansia, per esempio, ai numeri di maggioranza all’interno di tre commissioni chiave.
Se la Destro e Gava, alla fine, facessero davvero il “gran rifiuto”, la commissione Attività  produttive, dove dovrebbe transitare il prossimo (forse) ddl Sviluppo, passerebbe all’opposizione, così come la delicata Giunta per le autorizzazioni a procedere dove lo stesso Gava è scomodo ago della bilancia.
E in arrivo ci sono provvedimenti come la richiesta di scarcerazione per Alfonso Papa e l’uso dei suoi tabulati telefonici.
Oppure il via alla lettura di quelli del ministro Romano, chiesto dal pm Morosini di Palermo.
Per non parlare, poi, della Vigilanza Rai, dove l’uscita di Sardelli ha messo le forze in campo in piena parità  (20 a 20) e a questo punto se anche Mazzuca decidesse di seguire la sirena Casini, la maggioranza perderebbe anche quella.
Segni di sfaldamento che avanzano e che danno l’idea di una decadenza che, però, non trova il modo di sfociare in una crisi.
Alle viste, infatti, non c’è la discussione di un provvedimento che possa essere considerato “pericoloso” per la tenuta della maggioranza.
Forse solo il ddl intercettazioni, se decidessero di farlo tornare in aula a breve, altrimenti si dovrà  aspettare l’arrivo proprio del ddl Sviluppo.
Che, però, è ancora da scrivere.
Così, in un clima di caos calmo, Berlusconi guarda alle elezioni, straparlando su cosa farà  per rivincerle ancora.
Come cambiare nome al partito “perchè Pdl non comunica più niente, non emoziona, non commuove”, ma intanto avanti “fino a dicembre, che da gennaio, quando le elezioni anticipate non saranno più un rischio, faremo le cose che vogliamo e ci presenteremo al Paese con straordinarie riforme” .
Quindi, sull’onda della sua endemica volgarità  ha ricordato di essere stato “accusato di tutto, tranne che di essere gay”.
Ma sarebbe meglio non mettere mai limiti alla Provvidenza.

Sara Nicoli
(“da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PONTE SULLO STRETTO? LA UE BUTTA IL PROGETTO NEL CESTINO

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

TRISTE FINE PER UN’ALTRA PALLA MEDIATICA DEL PREMIER: BOCCIATO IL PROGETTO… BRUXELLES: “SE L’ITALIA VUOLE IL PONTE SE LO DEVE PAGARE”

A Bruxelles nessuno ci ha mai creduto davvero.
Eccetto forse Antonio Tajani quando era commissario Ue ai Trasporti.
Con la pubblicazione delle linee guida delle grandi reti infrastrutturali nel campo dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, il progetto del Ponte sullo Stretto finisce definitivamente nel cestino.
Non ce n’è infatti traccia nella lista delle priorità  strategiche delle grandi reti transeuropee per il periodo 2014-2020.
Per quanto riguarda l’Italia si parla dei collegamenti ferroviari Napoli-Bari, Napoli-Reggio e Messina-Palermo. Ma del Ponte sullo Stretto nemmeno l’ombra.
A togliere ogni dubbio ci ha pensato Siim Kallas, attuale commissario Ue ai Trasporti: “Non prendiamo alcun impegno, è il Governo italiano a dover prendere una decisione”.
Il che tradotto in parole semplici vuol dire “l’Europa non ci mette nemmeno un euro perchè non è un progetto importante”.
Insomma, se il Governo Berlusconi vorrà  davvero costruire “il ponte più lungo del mondo” dovrà  farlo di tasca propria.
E non sarà  facile, dal momento che il coordinamento degli studi sugli impatti del Ponte sullo Stretto ha stimato un costo di circa 9 miliardi di euro, senza contare le centinaia di milioni spesi finora in studi e valutazioni preventive.
Non fa una piega il ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il Ponte per il governo resta una priorità  essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell’Italia”.
Tant’è che se Bruxelles non ne vuole sentire parlare, “il Ponte sullo Stretto lo faremo con i soldi dei privati”.
Se non ci fossero di mezzo interessi per miliardi di euro sembrerebbe quasi una questione di principio.
Strano che, vista la “vitale importanza” del Ponte per i trasporti italiani ed europei individuata dal ministro Matteoli, la Commissione europea non ne abbia riservato nemmeno un euro dei circa 50 miliardi destinati alla realizzazione delle grandi reti transeuropee, 31,7 dei quali solo per i trasporti (il resti andrà  alle reti energetiche e delle telecomunicazioni, in particolare alla diffusione di Internet a banda larga).
Si tratta delle cosiddette reti TEN-T, un network fatto di assi prioritari ferroviari, marittimi, portuali e telematici che dovrebbe connettere tutta Europa in modo efficiente e univoco, il completamento ultimo del mercato interno europeo.
Più che un progetto unico una visione dell’Europa del futuro, elaborata per la prima volta negli anni Ottanta e finanziata con miliardi e miliardi di euro.
Insomma, contrariamente al Ponte sullo Stretto, una cosa seria.
Di sicuro non si può parlare di decisione “anti-italiana”, dal momento che rientrano nelle priorità  individuate dall’Ue l’inserimento nel corridoio Baltico-Adriatico dei collegamenti ferroviari e delle piattaforme multimodali di Udine, Venezia e Ravenna, i porti di Ravenna, Trieste e Venezia, l’asse ferroviario Torino-Lione e Genova-Milano-Svizzera, il tunnel del Brennero, il potenziamento della ferrovia Napoli-Reggio Calabria e della tratta Napoli-Bari.
Forse anche un miglioramento del collegamento tra Messina e Palermo.
“A Bruxelles era chiaro che si trattava solo di un bluff del governo italiano. Esisteva solo nella testa di Berlusconi e Matteoli”, ha commentato a caldo Giommaria Uggias (Idv) membro della commissione Trasporti al Parlamento europeo.
“Nelle istituzioni europee era risaputo che il ponte non sarebbe mai stato finanziato. Meglio liberare risorse per opere pubbliche essenziali e alternative come ferrovie ordinarie e collegamenti marittimi”.
L’unico rischio concreto è di perdere questi finanziamenti per l’inerzia del governo italiano. Si perchè quelli dell’Unione europea sono solo “cofinanziamenti”, ovvero possono essere stanziati solo in aggiunta ai finanziamenti nazionali di un determinato progetto. Il che vuol dire che l’Ue mette solo una parte, di solito inferiore al 10%, dei soldi che servono alla realizzazione, ad esempio, di una certa tratta ferroviaria.
Se Roma non mette il resto, quindi l’assegno più grosso, Bruxelles si riprende i fondi. E’ quello che si sta rischiando con il corridoio V Lione-Trieste.
Al di là  della battaglia in Val di Susa, l’Italia sta rischiando di perdere l’aiuto Ue per l’assenza di fondi nazionali stanziati al progetto e l’incapacità  delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia di trovare un accordo su dove far passare i binari al loro confine. Nonostante questo rischio, il Ministro Matteoli promette di trovare i 9 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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