Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO A ROMA E NAPOLI, MA RIFIUTA INCONTRI CON ESPONENTI DEL NOSTRO GOVERNO
Un segretario di Stato americano in Italia (quasi) in incognito: missioni segrete a parte, eventuali e
improbabili, forse non era mai successo nella storia della Repubblica; e, magari, non succederà , perchè il clamore e il malessere suscitato dalle notizie filtrate da Washington nelle ultime ore lasciano ancora spazio a correzioni di rotta.
A quanto risulta, Hillary Rodham Clinton, ex first lady ai tempi di Bill alla Casa Bianca (1993-2000), ed ex candidata 2008 alla nomination democratica, attualmente segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, verrà in Italia la prossima settimana, ma non farà tappa a Roma e non avrà incontri con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e neppure con il ministro degli esteri Franco Frattini.
La Clinton sarà a Napoli e passerà lì la notte di lunedì: magari, è curiosa di vedere la statuetta sua accanto a quella dell’hacker per antonomasia Julian Assange nel presepe di San Gregorio Armeno.
Il mattino dopo, incontrerà i militari in servizio alla base navale di Capodichino, un’installazione Usa e Nato.
Nel pomeriggio volerà a Tripoli, per la prima visita nella capitale libica ‘liberata’ dal regime di Muammar Gheddafi: Hillary ci arriva con comodo, dopo che lì sono già passati Nicolas Sarkozy e David Cameron, il ministro Frattini e vari altri leader europei ed arabi, confermando la relativa distanza della diplomazia statunitense dalla crisi libica.
A termine di protocollo, la Clinton non ha l’obbligo di incontri in Italia: la sua non è una visita al nostro Paese, ma a una base militare americana e alleata, sulla via di un Paese terzo.
Ma la prassi è ben diversa: quando un segretario di Stato americano è in Italia, un incontro, se non altro di cortesia, con il suo collega italiano c’è praticamente sempre; e spesso c’è pure un incontro, per quanto breve e informale, con il presidente del Consiglio.
Quello attuale, poi, ha sempre tenuto particolarmente a celebrare i riti dell’amicizia tra Italia e Stati Uniti.
Secondo Vanity Fair, la Farnesina s’è data per un po’ da fare perchè il ministro Frattini potesse almeno partecipare al saluto ai militari alla base Nato.
Ma, dopo un po’ di pestate nel mortaio a vuoto, gli sforzi cominciavano ad apparire fuori luogo.
Anche se il fatto che la notizia sia uscita può ora innescare una dinamica diversa. Nell’interpretazione diffusa fra i siti che riprendono la storia, la condotta della Clinton è indice di quanto l’America di Obama cerchi di tenere a distanza l’Italia di Berlusconi.
I segnali non mancano: da quando Barack “l’abbronzato” è presidente, Mr B. è stato invitato alla Casa Bianca solo nel 2009, perchè il premier italiano era presidente di turno del G8 ed era impossibile snobbarlo.
Così come era inevitabile la visita in Italia di Obama nel giugno sempre 2009, al vertice dei Grandi all’Aquila.
E quando il presidente americano ha voluto sapere che cosa stava succedendo in Europa e in Italia, ha invitato a prendere un tè a Washington il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non certo il premier Berlusconi.
Qualche insofferenza pubblica per i comportamenti del Cavaliere, magari contenuta a livello di linguaggio del corpo, c’è pure stata: al vertice del G20 a Pittsburgh in Pennsylvania, nel 2009, Mr B. dimostrò un eccessivo entusiasmo per il “davanzale” di Michelle, la first lady, che gli si parò davanti in tutta la sua opulenza.
O quando, più di recente, all’ultimo G8 in terra francese, Mr B. quasi s’inginocchiò accanto a Obama, per raccontargli, in una sorta di imbarazzante confessionale, come la giustizia lo perseguiti.
Per non parlare dei cablo dei diplomatici americani di stanza a Roma resi pubblici da Wikileaks: documenti che trasmettono a Washington un’immagine da vaudeville, quando non da film hard, del premier e del Paese.
E il ministro degli esteri? È un “messenger”, un fattorino.
Certo, a livello di politiche e di governi, Stati Uniti e Italia non hanno aperti, in questo momento, particolari contenziosi: non ci sono frizioni sul fronte della sicurezza, con gli italiani impegnati in Afghanistan e in numerose missioni di pace e attivi nel conflitto in Libia, più di quanto non lo siano stati gli americani; e, sul fronte ell’economia, le preoccupazioni sono comuni.
Eppure i segnali di mancanza d’attenzione, e persino di garbo, verso le autorità italiane sono talora palesi, quasi ostentati.
Il 20 settembre, dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Obama ha ringraziato, citandoli uno a uno, molti dei Paesi che hanno partecipato alle operazioni in Libia, persino la Danimarca che, a ben vedere, non ha fatto molto, ma non incluse nella lista l’Italia che ha fornito aerei, navi e basi agli alleati.
E, ora, la Clinton “fantasma”: forse Hillary pensava di non farsi notare, di passare in punta di piedi. Ma, così, la sua visita rischia di fare più rumore che mai.
Giampiero Gramaglia
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Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile
LA FOTO DELLA FRANGIA VIOLENTA CHE SI POTEVA SUBITO ISOLARE: PERCHE’ NON SI E’ INTERVENUTI?… PER UNA QUALSIASI MANIFESTAZIONE A RISCHIO VENGONO SPOSTATI I CASSONETTI LA SERA PRIMA E UN CORDONE DI POLIZIA ACCOMPAGNA IL CORTEO… INTERE ZONE SONO STATE ABBANDONATE DAL CONTROLLO DELLE FORZE DELL’ORDINE PER PRESIDIARE CON CENTINAIA DI UOMINI PALAZZO GRAZIOLI E I PALAZZI DEL POTERE… SE GOVERNASSE LA SINISTRA OGGI I BECERODESTRI AVREBBERO RECLAMATO GIUSTAMENTE LE DIMISSIONI DEL MINISTRO DEGLI INTERNI
Qui a fianco pubblichiamo la foto dei cosiddetti black boc all’inizio del corteo, quando ancora nulla era successo e si sarebbe potuto intervenire per isolarli dal resto della manifestazione.
Sono circa 150 persone, un gruppo esiguo peraltro subito segnalatosi per il tipo di abbigliamento: visi coperti, caschi e attrezzatura al seguito.
Sarebbe peraltro stato sufficiente, come fa qualsiasi “intelligence” di un Paese del Terzo mondo, seguire nei giorni precedenti gli scambi di messaggi in rete e gli appelli di alcuni siti anarco-insurrezionalisti per comprenderne intenzioni, strategia di infiltrazione e appuntamenti.
Chi ha dimestichezza con certi “disordini annunciati” e manifestazioni ben più imponenti e devastanti degli anni di piombo sa perfettamente quali possono essere le contromisure.
In primo luogo fare prevenzione e filtro nella città di origine dei black bloc, perquisendo i pulmann noleggiati prima che raggiungano la meta di destinazione, bloccandoli a gruppi nelle stazioni per le opportune verifiche, facendo rispettare la legge, ovvero niente caschi e altri oggetti al seguito.
Per chi avesse dubbi, sono stati decine i pulmann noleggiati dai centri sociali provenienti dal nord e perfettamente intercettabili.
In secondo luogo i gruppi più estremi sono sempre stati relegati in fondo ai cortei, in modo da facilitarne il controllo. Sia ad opera del servizi d’ordine dei manifestanti che su intervento delle forze di polizia.
In terzo luogo qualsiasi Questura di provincia, in caso di corteo a rischio, fa togliere dal percorso della manifestazione tutti i cassonetti dei rifiuti e persino le auto, eliminando quindi la possibilità di dar loro fuoco.
In quarto luogo il corteo non lo si può abbandonare a se stesso, ma va “scortato” con un cordone di agenti lungo il percorso appoggiati da nuclei fissi di pronto intervento in caso di disordini.
Se ci fosse stato, i black bloc non avrebbero devastato interi quartieri anche per 20 minuti senza che intervenisse nessuno.
Bastava accerchiarli e isolarli quando erano 200, invece che aspettare che diventassero mille
Ma se i duemila uomini a disposizione del ministro Maroni vengono per metà impiegati a tutelare Palazzo Grazioli e altri obiettivi istituzionali, senza alcuna flessibilità di intervento, è ovvio che si espongno gli agenti rimasti al tiro al bersaglio e i manifestanti pacifici alle minacce e alla violenza dei facinorosi.
Oggi certi esponenti della becerodestra che sgoverna il Paese, invece che denunciare queste carenze, attaccano anche il popolo degli indignati in un singolare gioco delle parti, uno funzionale all’altro.
Ieri i black bloc hanno fatto fallire una manifestazione ricca di “contenuti”, oggi qualcun altro accusa gli stessi indignados di teppismo: tempistica perfetta per chi ha solo interesse a mantenere lo status quo.
Persino Draghi, reo di aver espresso solidarietà ai manifestanti non violenti, viene tacciato di collusione coi terroristi, coi comunisti, con gli eversori dell’ordine del lettone di Putin, coi nemici del puttanesimo politico e della corruzione parlamentare.
Altra forma di violenza, non inferiore a quella condannabile dei black bloc.
Il teatrino della politica berlusconiana non prevede le dimissioni del ministro degli Interni: se si fosse trattato di un governo di sinistra qualcuno oggi avrebbe chiesto l’impiccagione sulla pubblica piazza del ministro per manifesta incapacità , in questo caso invece soli encomi per aver permesso che la capitale subisse milioni di euro di danni.
Gli “opposti estremismi” scoprono interessi comuni: far dimenticare agli italiani che sono diventati la barzelletta del mondo.
Sui media internazionali dopo le olgettine, i bunga bunga, i Cosentino, la corruzione, la compravendita di deputati, gli inquisiti collusi con la mafia, lo sfascio economico e morale del nostro Paese, le Tv monopolizzate, ecco un “dissuasore” che deve unire i “borghesi benpensanti”: il ritorno dello yeti comunista per evitare che un nuovo inquilino varchi il portone di San Vittore.
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Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DI BANKITALIA: “OCCORRE ASCOLTARE L’APPELLO DEGLI INDIGNATI, CAPISCO I TIMORI DELLE NUOVE GENERAZIONI”
«I giovani hanno ragione a essere indignati» ma «a patto che la protesta non degeneri», ed è un «gran peccato» che ci siano stati degli scontri alla manifestazione di Roma.
Anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, bersaglio di feroci critiche e satire da parte degli ‘indignatì nei giorni scorsi definitisi ‘Draghi ribellì, si unisce alla lista di chi, nel mondo della finanza e dell’economia, comprende le ragioni dei giovani la cui protesta contro la crisi si estende in tutto il mondo.
Persone come Warren Buffet, l’ad di Citigroup Vikram Pandit o il numero uno di Blackrock Laurence D. Fink.
«Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all’età loro non l’abbiamo fatto», spiega Draghi a margine del G20 finanza.
Il governatore, che come presidente dell’Fsb ha messo a punto in questi anni una riforma delle regole della finanza per limitarne gli eccessi e le storture, fortemente avversata da vasti settori del credito e da alcuni Stati, rileva: «noi adulti siamo arrabbiati contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti o trent’anni».
Parole di comprensione dunque peraltro già espresse in un’altra forma da Draghi in diverse occasioni, quando sottolineava come «senza i giovani non c’è crescita», spronando a varare riforme e misure per permettere loro di fornire il proprio potenziale di talento e di creatività al Paese.
Uno spreco di risorse che mette a rischio la crescita del Paese.
Ancora qualche giorno fa, lo scorso 12 ottobre, quando Draghi aprì un evento dedicato all’economia nei 150 anni dell’unità d’Italia alla presenza del presidente Giorgio Napolitano, il governatore ha ricordato questo aspetto mentre fuori, tenuti ben lontani dalle forze dell’ordine, gli indignati manifestavano indossando anche maschere con il suo volto.
Verso Draghi e la Bce il movimento ha espresso infatti forti critiche sulle ricette lacrime e sangue contenute nella lettera indirizzata al governo italiano e ad altri Stati europei.
Cortei e proteste nelle ultime settimane hanno preso di mira le sedi della Banca d’Italia in diverse città italiane culminate nella manifestazione a Via Nazionale, dove è stato organizzato anche un presidio fisso.
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Ottobre 15th, 2011 Riccardo Fucile
GIA’ CONSIGLIERE REGIONALE, ANNALISA VESSELLA, MOGLIE DEL DEPUTATO DEI RESPONSABILI, DIVENTA ANCHE AMMINISTRATORE DELL’ISTITUTO DELL’AGRICOLTURA…LEI SI DIFENDE: “HA PAGATO IL MIO CURRICULUM”
Una premiata ditta che cresce. 
Anzi, per dirla con la plastica metafora politica già usata del deputato coniuge Michele Pisacane, “la salumeria” si sta ingrandendo.
Difatti lei, Annalisa Vessella in Pisacane, è ormai folgorata sulla via della politica, e forse anche degli scambi di favore post-fiducia governativa.
Mentre lui, Michele Pisacane, ex controverso sindaco di Agerola che ha abbandonato l’Udc per entrare nel gruppo salva-premier Iniziativa Responsabile, fa finta di niente e continua a esternare la sua fiducia al premier.
Sorprendente, la carriera di lei: da sconosciuta “moglie di” delle colline stabiesi, che viene letteralmente spinta dal marito deputato a gestire una (fittizia) campagna elettorale col cognome di lui e perfino col pancione giunto a nove mesi di gestazione pur di aggiudicarsi un posto di consigliere alle ultime regionali in Campania, ora approda ai vertici di un’importante società di Stato.
Da poche settimane, infatti, il consigliere regionale Vessella è diventata anche “amministratore delegato con ampi poteri” dell’Istituto per lo sviluppo agricolo Isa, il cui socio unico è il ministero per le Politiche agricole, diretto da Francesco Saverio Romano, il parlamentare ancora sotto inchiesta per collusioni mafiose.
Suo marito intanto, ieri ricompariva in tutte le foto gallerie dei siti internet accanto a Silvio Berlusconi esultante per il voto di fiducia.
Pisacane seduto, il premier e Denis Verdini, Nicola Cosentino e tutti gli altri in piedi accanto a lui.
Inutile chiedere spiegazioni.
La Vessella non si capacita dei dubbi. “Scusate, ma è una bellissima esperienza fare l’amministratore delegato ed essere utili alla propria gente, visto che l’istituto Isa finanzia le imprese degli agricoltori. E poi ci siamo riuniti appena un paio di volte, la nomina è di poche settimane fa. Vogliamo dire che anche questa nomina è frutto del legame con mio marito?”, si ribella lei.
Suo marito non c’entra proprio niente, vero?
“No, sono onesta – ragiona il nuovo ad di Isa – . Mio marito ci poteva entrare con l’elezione di consigliere, lui è da sempre conosciutissimo e amato sul territorio, io ero la moglie e durante la campagna elettorale anche incinta, quindi non potei fare nulla. Ma stavolta no, stavolta è solo il mio curriculum a contare, sono stata dirigente, sono laureata in Giurisprudenza”.
Nessun imbarazzo ad essere passata, in un anno, dal ruolo di estranea alla politica a un seggio di consigliere e a un posto di amministratore di una società pubblica che dispensa decine di milioni l’anno?
“E perchè? Ci si imbarazza quando uno non sa da dove cominciare, quando sta lì e non sa come agire, invece io ho avuto quel posto in ragione della mia esperienza, e tra l’altro non posso manco dire “ho fatto questo o quello”, perchè è presto. Posso dire che riuscirò a fare insieme le due cose, cioè anche il consigliere regionale, e certo, sacrificando il mio privato, il ruolo di madre e moglie, come purtroppo capita a tante donne… “.
Coraggio, Vessella.
Quindi non c’entrano niente i voti di fiducia di suo marito, e i legami di lui con il ministro Romano?
Val la pena ricordare, infatti, che proprio tra il ministro e il marito della beneficiata, Pisacane, si è instaurata un anno fa quella liason che andò a rafforzare il pacchetto di voti utile al centrodestra per drenare i rischi del crescente dissesto del Pdl.
È infatti il 28 settembre 2010 quando Saverio Francesco Romano, Pisacane, Calogero Mannino, Giuseppe Drago e Giuseppe Ruvolo aderiscono al Gruppo misto, e fondano la componente Pid, ovvero Popolari di Italia Domani.
Anche Pisacane, raggiunto durante il viaggio da Roma ad Agerola, si mostra infastidito: “Mia moglie è brava, le ho fatto i complimenti. Perchè fate sempre le stesse domande? Mamma mia, di mia moglie so solo che sta bene e camperemo tutti e due cento anni”.
Sua moglie, invece, dirà : “Le letture fuorvianti dei fatti non le amo, ovviamente ciascuno è padrone di pensarla come vuole”.
Altra eleganza, rispetto alla prosaicità di un vecchio volpone della politica come suo marito.
Che, ai tempi della polemica sulla moglie usata come ferma-posto in consiglio regionale, si spazientì e disse: “Se c’è un lavoro da fare e uno fa il salumiere, non credo sia giusto privilegiare la salumeria degli altri, vi pare?”.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 15th, 2011 Riccardo Fucile
CONTI IN TASCA: L’ESPOSIZIONE E’ CRESCUTA DEL 13,5% CONTRO UNA MEDIA DEL 5,1%….DAL 1982 LO STOCK E’ PASSATO DAL 63,1% al 121,8% DEL PIL
Da quando Silvio Berlusconi è sceso in politica, nel 1994, sotto i sui tre governi, il debito
pubblico è cresciuto più del doppio rispetto agli esecutivi guidati dai suoi avversari.
Negli ultimi 17 anni, Berlusconi è stato presidente del consiglio per quasi la metà del tempo registrando un incremento complessivo del debito pubblico del 13,5%.
Molto più del 5,1% registrato sotto la guida degli altri quattro primi ministri: Lamberto Dini, Romano Prodi (due volte), Massimo D’Alema e Giuliano Amato.
Il 13 settembre scorso, a Strasburgo, in Francia, Berlusconi spiegò di aver ereditato il debito dalle amministrazioni che lo avevano preceduto.
Il fardello del debito è quasi raddoppiato tra il 1982, quando ammontava al 63,1% del Pil, e il 1994, quando sotto il primo governo guidato da Berlusconi arrivò al 121,8%.
Nel 2007, con Romano Prodi a Palazzo Chigi, il debito è sceso al 103,6%, al livello più basso dal 1991.
“Berlusconi non è stato certo aiutato dalla recessione che lo ha colpito mentre era al governo e dagli alti tassi di interesse che hanno aumentato il costo del debito” dice Paolo Manasse, professore di economia all’Università di Bologna. “Tuttavia – prosegue Manasse – con Berlusconi la spesa pubblica è sempre aumentata, anche negli anni di crescita economica e questo, insieme a scelte come quella di abolire la tassa sulla proprietà nel 2008, ha contribuito ad aumentare il debito pubblico”.
Le tre principali agenzie di rating hanno recentemente tagliato il giudizio sullo stock italiano, proprio mentre il Paese sta lottando per evitare di essere contagiato dalla crisi europea dei debiti sovrano cercando di portare il proprio sotto il livello 120% del Pil. Il fardello più alto d’Europa, dopo la Grecia.
L’8 agosto scorso la Banca Centrale europea ha iniziato a comprare titoli di Stato italiani dopo che i rendimenti erano schizzati alle stelle e la Grecia si avvicinava al fallimento.
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Ottobre 13th, 2011 Riccardo Fucile
LE BANCHE MANOVRANO LO SPREAD… BANKITALIA DENUNCIA LUCI E OMBRE SUI COSTI DEI CONTI
I mutui prendono il volo, nonostante i tassi di riferimento scendano.
In compenso i conti correnti sono meno cari: il costo medio annuale nel 2010, secondo le rilevazioni della Banca d’Italia, è di 110,2 euro, contro i 113,6 euro del 2009.
Ma i vantaggi riguardano soprattutto i conti di nuova apertura, che hanno un costo medio annuo di 67,7 euro: più il conto è vecchio, e più costa.
I dati sui conti correnti sono solo in parte confortanti per i consumatori anche per una serie di altre ragioni: infatti via Nazionale precisa che il costo medio è sceso anche perchè è calato il numero delle operazioni.
Inoltre, se per alcuni tipi di spese fisse si registra una diminuzione (la tenuta del dossier titoli, liquidazione interessi, invio di estratti conto e comunicazioni di trasparenza) per altre, forse di maggior peso, invece nel 2010 c’è stato un aumento.
In particolare, i canoni, gli oneri per i bonifici e le spese di scrittura.
In ogni caso rimangono più convenienti i conti correnti postali, il cui costo medio, nonostante un aumento di 3,4 euro maturato nel 2010, si attesta intorno ai 60 euro.
Se la valutazione dei costi dei conti correnti è controversa, quella sull’impennata dei costi dei mutui è decisamente sconcertante.
Con Euribor e Irs a bassi livelli, i mutui per acquistare casa stanno prendendo il volo. Da una rilevazione effettuata su MutuiOnline il 7 settembre di quest’anno e poi a distanza di un mese, ipotizzando un mutuo trentennale a tasso fisso di 150.000 euro, con Webank si è passati da una rata di 741 euro ad una di 872 euro.
Il mutuo di Banca Carige evidenzia un incremento della rata di 59,16 euro.
Cala, invece, il mutuo di IW Bank (-30,02 euro) che monetizza la stabilità dello spread e la flessione dell’Irs.
Ed è sufficiente leggere i nuovi fogli informativi delle banche per rilevare che, ad esempio, Unicredit ha portato lo spread massimo su molti prodotti al 3,5% e che Banca Popolare di Vicenza si è attestata sul 4,5%.
La cosa sembrerebbe inspiegabile, non è così.
I soldi che le banche prestano non sempre provengono dalla loro raccolta presso i risparmiatori, normalmente li “acquistano” a loro volta da altre banche.
Per questo servizio devono pagare uno spread che è anche collegato alla “affidabilità ” del compratore.
«In questi ultimi giorni — spiega Egidio Vacchini, amministratore delegato di Progetica — abbiamo saputo dei downgrade che le società di rating hanno assegnato all’Italia ed alle sue banche principali: sicuramente anche questo ha contribuito a far aumentare gli spread che le nostre banche pagano per approvvigionarsi. I tassi che poi praticano ai mutuatari possono dipendere da molti fattori: le politiche commerciali dei singoli istituti principalmente, ma anche dal fatto di aver disponibile denaro acquistato in momenti meno “agitati”».
«Nuovi aggiornamenti di condizioni e di spread sono previsti nelle prossime settimane — spiega Roberto Anedda, vicepresidente di MutuiOnline – i valori medi potrebbero salire ancora e portarsi stabilmente oltre il 2% per tutte le tipologie di prodotti.
Dietro ad aumenti così corposi si può anche leggere, a volte, la possibile intenzione del singolo istituto bancario di “restare alla finestra” e non spingere sui mutui in attesa di una situazione di mercato considerata più favorevole dalla banca stessa”.
Rosaria Amato e Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
IL TIMORE PER LE MOSSE DI NAPOLITANO… IL PREMIER A FINI: “COSA POSSIAMO FARE? “, LA RISPOSTA: “CONTRO LA LOGICA NON SI PUO’ ANDARE”…IL PDL TEME IL COMPLOTTO
Alla fine il temuto «incidente» parlamentare, la votazione che rompe la crosta sottile di ghiaccio e fa affondare il governo, si è verificato.
Berlusconi, stavolta più affranto che arrabbiato, teme che sia arrivata davvero la fine. Dopo un breve colloquio con Giorgio Napolitano, lasciando Montecitorio al termine della sua giornata più lunga, il premier prova a sdrammatizzare per non offrire l’immagine di un leader a terra.
«Si può rimediare, vedrà che rimedieremo – risponde al giornalista che gli chiede come farà stavolta a cavarsela – , noi dobbiamo andare avanti e votare di nuovo. Votare la fiducia per dimostrare che è stato solo un incidente».
Detto fatto, è proprio questa la decisione che uscirà fuori a tarda notte dal gabinetto di guerra riunito a palazzo Grazioli.
Nuove dichiarazioni programmatiche di Berlusconi in Parlamento, oggi stesso o domani, con un voto di fiducia che rilegittimi il governo «e blocchi le manovre strumentali dell’opposizione».
Il Cavaliere è convinto di avere dalla sua parte Napolitano: «Anche il capo dello Stato è preoccupato per i contraccolpi di una crisi sui mercati internazionali. Capirà ». Quanto al rendiconto dello Stato, il Consiglio dei ministri approverà nuovamente il testo e lo sottoporrà alla Camera ex novo.
Per capire se siamo davvero ai titoli di coda, è utile però riavvolgere il film della giornata dalla prima scena. In un corridoio del palazzo, a pochi minuti dal crac che ha mandato sotto il governo, il premier incrocia l’arcinemico Gianfranco Fini. L’umore è talmente sottoi tacchi che persino quella del presidente della Camera diventa una spalla su cui piangere:
«Allora Gianfranco, adesso che possiamo fare? Come ne usciamo?».
Fini lo scruta perplesso, incrocia lo sguardo con quello di Gianni Letta, ombra silenziosa al fianco del Cavaliere, e non fa sconti: «Mi dispiace Silvio, tutto è possibile. Ma contro la logica non si può andare. Vedremo domani in giunta». L’appuntamento di questa mattina con la giunta del regolamento della Camera, chiamata a dirimere il rebus giuridico della bocciatura del rendiconto 2010 dello Stato, non sarà affatto una passeggiata.
Da qui la cautela di Fini.
Intanto sono le opposizioni ad avere la maggioranza nell’organismo e questo non tranquillizza il premier.
Così come lo preoccupano le frasi minacciose dell’ex presidente della Camera Casini, che ieri ha ricordato i precedenti funesti di analoghe bocciature.
«Se ricordo bene sia Goria che Andreotti si dimisero».E Berlusconi teme «strani scherzi» per metterlo con le spalle al muro.
Un parere negativo della Giunta, osserva preoccupato un consigliere del premier, potrebbe infatti offrire a Giorgio Napolitano «il pretesto» per intervenire direttamente nella vicenda.
Magari richiamando al Colle il capo del governo per fargli prendere atto della liquefazione della maggioranza.
Berlusconi conterà pure sulla sponda del Quirinale, ma in ogni caso il Pdl ha deciso il contropiede, invocando subito un nuovo voto di fiducia che blindi il governo.
E tuttavia la malattia che corrode il centrodestra e porta la maggioranza ad auto-affondarsi è appunto «illogica», come dice Fini, non razionale.
Lo dimostra la furia cieca con cui il premier se la prende contro tutto e tutti, accomunando Scajola e Maroni, Tremonti e i Responsabili.
In cima alla lista dei sospettati c’è sempre Giulio Tremonti, reo di non aver votato il “suo” provvedimento.
L’aula di Montecitorio ieri si è trasformata in un’arena di gladiatori, tanto che il ministro dell’Economia si è dovuto allontanare dall’aula inseguito dalle urla dei deputati del Pdl che gli ingiungevano di dimettersi.
Berlusconi era il più nero di tutti. Molti ci hanno persino visto un calcolo preciso da parte di Tremonti.
Luca Barbareschi, per dire, incrocia il ministro Ignazio La Russa in Transatlantico e gli soffia in un orecchio il vento gelido del sospetto: «Quello era nascosto dietro una colonna e ha aspettato che andassimo sotto per entrare in aula. L’ha fatto apposta!».
La Russa: «Questo lo dici tu… Io ho solo visto che è entrato un minuto dopo la chiusura della votazione».
Il clima è quello del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg.
Proprio La Russa, che ieri ha deciso la liberazione del mercantile dai pirati somali, si lascia andare a una battuta sconsolata: «Oggi abbiamo salvato la Montecristo, ma è questa la nave che affonda!».
A rendere la giornata ancora più buia ecco che arriva la stroncatura della Corte dei Conti sulla riforma fiscale e assistenziale.
Un progetto «privo di copertura», secondo il parere del presidente della magistratura contabile, Luigi Giampaolino.
Anche il decreto sviluppo è ancora in alto mare, nonostante l’impegno del ministro Romani.
Ieri c’è stata l’ennesima riunione al ministero, stavolta allargata all’economista Guido Tabellini. Quello che ha suggerito la patrimoniale al 5 per mille.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
LA MAGISTRATURA CONTABILE ESPRIME “FORTI PERPLESSITA” SUL DDL, LE RISORSE PREVISTE SONO GIA’ STATE USATE NEL DECRETO DI AGOSTO… “OCCORRE TASSARE BENI E PERSONE REALI, ATTENZIONE AL TAGLIO DELLA SPESA SOCIALE”
La Corte dei conti boccia la riforma fiscale: non ha copertura finanziaria, anche perchè
parte delle entrate sono state usate dal decreto di agosto. Bisogna quindi tassare beni “personali e reali”, evitando i tagli lineari alle agevolazioni che “sarebbero recessivi” e “si concentrerebbero soprattutto su coloro che già pagano l’imposta e, più specificamente, sui contribuenti che si collocano nelle classi di reddito meno elevate”. Lo ha detto il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, parlando davanti alla commissione Finanze della Camera.
Secondo Giampaolino, il ddl delega al governo per la riforma fiscale e assistenziale “risulta ormai spiazzato dagli eventi che hanno riportato in primo piano le esigenze di rigore” e le “incertezze” che lo caratterizzano sul fronte della copertura dovrebbero indurre a “esplorare fonti di gettito nuove, in direzione di basi imponibili personali o reali che non insistano sul lavoro e sulle imprese”.
Questo, “anche nella consapevolezza che la strada di una riduzione del perimetro della spesa sociale risulta difficile da percorrere e rischia di produrre effetti non diversi da quelli derivanti da un prelievo eccessivo e distorto”.
In generale, è il giudizio della Corte dei conti, gli esiti della riforma fiscale sono “incerti” perchè oggi i suoi obiettivi devono “coesistere con più ristretti spazi di manovra”.
In particolare, le incertezze derivano dalle decisioni “assunte d’urgenza per fronteggiare le recenti turbolenze economiche” che hanno comportato “un’ulteriore restrizione degli spazi utilizzabili dal riformatore fiscale”, e sono inoltre aggravate dalle “preoccupazioni” sulla situazione economica (che rischiano di aggravare gli squilibri di finanza pubblica), dal perdurare di una crescita quasi in stallo e dall’aumento dei “vincoli derivanti dall’impennata del debito pubblico”.
Il presidente Giampaolino evidenzia poi come i nuovi assetti disegnati dal ddl delega prefigurino “più che una generalizzata riduzione del prelievo fiscale, un’estesa operazione redistributiva”, mentre la “molteplicità e la rilevanza” degli obiettivi perseguiti dal ddl rendono “doveroso interrogarsi sia sull’idoneità dei mezzi di copertura sia sul rischio di un conflitto nella destinazione delle risorse acquisibili”.
Oltretutto, ha rilevato il magistrato, i tempi sono stretti se si vuole evitare l’attivazione dei tagli automatici alle agevolazioni.
Per Giampaolino il ddl richiede una maggiore precisazione dei criteri direttivi, ma conserva la sua attualità negli obiettivi di riforma del sistema tributario, in linea con le esigenze di ripresa e che richiede tempi stringenti per l’approvazione anche dei decreti attuativi.
Infatti, ha osservato Giampaolino, i rilevanti effetti finanziari connessi alla delega – 4 miliardi per il 2012, 16 per il 2013 e 20 nel 2014, peraltro da anticipare, ai sensi di quanto disposto con le manovre estive – sono già stati incorporati nel quadro di finanza pubblica delineato dalla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2011.
“Va, pertanto, evitato – dice Giampaolino – che risulti inevitabile l’attivazione della clausola di salvaguardia del taglio automatico e lineare delle agevolazioni”.
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
CON GLI INTERVENTI DI URBANIZZAZIONE SUCCESSIVA AI CONDONI SI E’ SEMPRE SPESO PIU’ DI QUANTO INCASSATO…E OGNI SANATORIA PORTA A UNA LEGITTIMAZIONE DELL’EVASIONE E DEGLI ABUSI
Sul promontorio di Capo Vaticano, che Giuseppe Berto definì «uno dei luoghi più belli della Terra», svettano due ville «transgeniche».
I proprietari hanno scavato due enormi buche, ci hanno costruito dentro il pavimento e le pareti e chiesto il condono: vasche di irrigazione.
Poi, tolta l’acqua, rimossa la terra intorno, aperte le finestre, ci hanno piazzato sopra un tetto et voilà : due ville.
Uno Stato serio le butterebbe giù con la dinamite: non prendi per il naso lo Stato, nei Paesi seri. Da noi, no.
Anzi, nonostante sia sotto attacco da anni l’unica ricchezza che abbiamo, cioè la bellezza, il paesaggio, il patrimonio artistico, c’è chi torna a proporre un nuovo condono edilizio.
L’ha ribadito Fabrizio Cicchitto: «Se serve si può mettere mano anche al condono edilizio e fiscale. L’etica non si misura su questo ma sulla capacità di trovar risorse per la crescita». Ricordare che lui e gli altri avevano giurato ogni volta che sarebbe stata l’«ultimissimissima» sanatoria è inutile.
Non arrossiscono.
Ma poichè sono trascorse solo sei settimane dalle solenni dichiarazioni berlusconiane di guerra all’evasione (con tanto di spot) vale almeno la pena di ricordare pochi punti.
Il primo è che la rivista «Fiscooggi.it» dell’Agenzia delle Entrate, al di sopra di ogni sospetto, ha calcolato che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato coi condoni edilizi, tributari e così via 26 miliardi di euro.
Cioè 15 euro a testa l’anno per italiano: una pizza e una birra.
In cambio, è stato annientato quel po’ che c’era di rispetto delle regole.
Secondo, il Comune di Roma, per fare un esempio, dai due condoni edilizi del 1985 e del 1994 ricavò complessivamente, in moneta attuale, 480 milioni di euro: 1.543 per ognuna delle 311 mila abitazioni sanate.
In compenso, fu costretto per ciascuna a spenderne in opere di urbanizzazione oltre 30 mila. Somma finale: un «rosso» di 28.500 euro ogni casa condonata.
Bell’affare…
Terzo: la sola voce di un possibile condono, in un Paese come il nostro, dove secondo gli studi dell’urbanista Paolo Berdini esistono 4.400.000 abitazioni abusive (il che significa che una famiglia italiana su cinque vive o va in ferie in una casa fuorilegge) scatena febbrili corse al mattone sporco.
Ricordate le rassicurazioni dopo l’ultima sanatoria?
Disse l’allora ministro Giuliano Urbani che il condono era limitato a «piccolissimi abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene».
Come sia finita è presto detto: dal 2003 a oggi sono state costruite, accusa Legambiente, almeno altre 240.500 case abusive.
Compreso un intero rione, vicino a Napoli, di 73 palazzine per un totale di 450 appartamenti.
Non bastasse, tre condoni hanno dimostrato definitivamente un fatto incontestabile: tutti pagano l’obolo iniziale per bloccare le inchieste e le ruspe, poi la stragrande maggioranza se ne infischia di portare a termine la pratica nella certezza che la burocrazia si dimenticherà di loro.
Solo a Roma i fascicoli inevasi delle tre sanatorie sono 597 mila.
Di questi 417 mila giacciono lì da 25 anni.
E vogliamo insistere con i condoni?
Piaccia o no a chi disprezza i «moralisti», salvare ciò che resta del paesaggio d’Italia non è solo una questione estetica ma etica.
E visti i danni già causati dagli abusivi al patrimonio e al turismo, anche economica.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: economia, Giustizia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »