Settembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
NON E’ ANCORA LEGGE LA QUARTA VERSIONE DELLA MANOVRA ACCHIAPPASOLDI E GIA’ IL GOVERNO LAVORA A UNA NUOVA STANGATA ENTRO OTTOBRE
Facce tirate, parole gravi, sguardi preoccupati. 
Tra il capo dello Stato e il governatore Mario Draghi non è stato certo un colloquio di piacere.
Sul piatto la necessità di ridare credibilità internazionale all’Italia anche attraverso misure diverse da quelle contenute nella manovra che sta per essere licenziata dalla Camera (con un’altra fiducia, la 50esima).
Napolitano ha invocato passi avanti nel segno della crescita, ma a Palazzo Chigi e a via XX settembre pensano a tutt’altro.
Lo sanno anche Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che lo strappo che si è consumato venerdì alla Bce e le misere previsioni di crescita del Pil italiano non lasciano scampo.
E, infatti, il cantiere di una nuova manovra (la quarta da luglio), da 28/30 miliardi per rimettere in carreggiata i conti del 2011 e correggere il deficit nel 2012 è già stato aperto da giorni, anche se ufficialmente si nega l’esistenza di qualsiasi nuovo progetto di intervento sui conti pubblici “per non destabilizzare i mercati”.
Senza questi aggiustamenti il pareggio di bilancio nel 2013 diventa una pura dichiarazione d’intenti , destinata a infrangersi contro lo scoglio della stagnazione e l’alto costo del debito pubblico.
Nell’attesa di capire chi deciderà le prossime misure anti-crisi, dai cassetti dei tecnici del Tesoro sono rispuntate, come per incanto, nuove proposte di tagli e tasse.
Sarà una stangata pesante: nuovo ritocco all’Iva, beni dello Stato in vendita da subito e, soprattutto, addio per sempre alle pensioni di anzianità .
Si parla di un nuovo maxi-decreto, casomai in due tempi, ma comunque da mandare alle stampe entro la fine di ottobre.
Anche perchè i conti che il governo ha fatto per questa manovra non sono tornati.
È stata infatti prevista una crescita del Pil dell’1,1% nel 2011 e dell’1,4% nel 2012: numeri scritti sull’acqua perchè le stime più aggiornate parlano di una crescita dello 0,6-0,7% quest’anno e addirittura dello 0,5 l’anno prossimo.
In pratica, l’Italia si perderà per strada un punto e mezzo di Pil, peggiorando così il deficit e costringendo il governo a camminare in salita.
Tanto vale, dunque, incidere subito, anche perchè quasi 10 miliardi serviranno entro dicembre per raddrizzare i conti del 2011.
Altro che misure per la crescita, invocate da Napolitano.
In caso di vero tracollo, con le Borse sempre in subbuglio, il governo — sostengono informalmente alcuni tecnici del Tesoro — sarà costretto ad aumentare di un altro punto l’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento (la soglia massima europea è del 23), ricavando così altri miliardi, ma la trovata dell’ultima ora è stata quella di intervenire anche sull’aliquota agevolata del 10 per cento (sui beni di prima necessità ) che può consentire di ricavare altri 2 miliardi, se l’aumento sarà di un punto.
Le accise su benzina, sigarette e altri beni di consumo sono un’altra scorta fiscale preziosa, in grado di garantire altri 1-2 miliardi l’anno anche con ritocchi di un punto percentuale.
Ma la batosta fiscale non si fermerà qui.
Si torna, infatti, a parlare di un contributo di solidarietà più consistente del 3% e della famigerata patrimoniale sui ricchi.
A questo punto, i tagli agli enti locali saranno confermati.
E quindi Regioni e Comuni scaricheranno sui cittadini i costi dei servizi sotto forma di addizionali locali Irpef e Irap, come del resto è loro consentito dal federalismo fiscale.
Un quadro a cui, però, manca ancora il tassello più importante: le pensioni.
Si favoleggia che Berlusconi sia pronto a incontrare il leader della Lega Umberto Bossi già nei prossimi giorni per convincerlo a mollare sulle pensioni di anzianità ; una vera sfida all’Ok Corral.
Perchè la stretta che hanno previsto gli uomini di Tremonti prevede due possibilità .
La più leggera (che troverebbe sponda anche in una parte della Lega) è quella di rispolverare l’ex “scalone Maroni” (62 anni d’età e 35 anni di contributi) nel 2012 per arrivare nel 2015 a “quota 100” (65 anni di età e 35 di contributi o meno di 65 anni con più contributi ).
In questo modo, sarà impossibile andare in pensione prima di 60 anni e, rispetto ai requisiti, bisognerà comunque calcolare un anno in più (18 mesi per gli autonomi) per effetto delle finestre scorrevoli. In caso di emergenza (ecco il piano B) gli interventi potrebbero essere più drastici; qualcuno, a via XX settembre, ha persino fatto balenare l’ipotesi del blocco totale delle uscite fino al pareggio di bilancio: una misura che riguarderebbe circa 250 mila lavoratori l’anno con un risparmio di 2,5 miliardi.
Alla fine del blocco, si andrebbe in pensione con i requisiti della “quota 100” in modo da scaglionare le uscite di coloro che sono rimasti al lavoro più a lungo.
In ultimo, i “gioielli di famiglia” i beni dello Stato messi in vendita; ce n’è per 400 miliardi, ma chi — oggi in Italia — è in grado di comprare subito?
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DEL LAZIO E IL SINDACO DI VERONA “LICENZIANO” IL PREMIER, ALEMANNO LI SEGUE A RUOTA…NEL CENTRODESTRA SI ALLARGA LA FASCIA DEGLI SCONTENTI CHE ORA ESCONO ALLO SCOPERTO…PER ALFANO “E’ SCONFITTISMO, POSSONO ACCOMODARSI IN PANCHINA”
Silvio Berlusconi perde i pezzi. 
Oggi due nomi di peso della sua maggioranza lo invitano esplicitamente a farsi da parte: Renata Polverini, governatore della Regione Lazio eletta dal Pdl, e Flavio Tosi, sindaco di Verona con grande seguito nella base leghista.
Pochi giorni fa il medesimo invito era arrivato dal senatore Beppe Pisanu, uno dei fondatori di Forza Italia.
L’ultima puntata dello scandalo escort spinge in superficie il malcontento che cova nel centrodestra.
Anche se può contare su una maggioranza numerica in Parlamento, il premier “deve fare un passo indietro”, afferma Polverini in un’intervista al Messaggero.
Perchè “le vicende che hanno coinvolto Berlusconi nell’ultimo periodo ne hanno minato la credibilità e la reputazione”, continua, e questo si traduce “in un serio problema di credibilità per il Paese”.
Il governatore del Lazio rivela che all’interno del Pdl sono tanti a pensarla così, ma non hanno il coraggio di fare outing: “Ne parlano, è vero in segreto. Ma è diverso affermarlo alla luce del sole, dirlo in faccia”.
A dirglielo in faccia è il leghista Tosi, sulle pagine del Corriere della Sera: ”Un ciclo è concluso. La cosa migliore sarebbe che Berlusconi decidesse di farsi da parte. Ma non nel 2013: il prima possibile”.
Le colpe del premier, secondo Tosi, sono da ricercare in una “gestione della finanziaria piuttosto ondivaga” e nelle sconfitte rimediate ai referendum e a Milano”.
Per il sindaco di Verona, andare alle elezioni politiche oggi sarebbe “una cosa da pazzi”. Neppure un governo tecnico lo convince, dunque “ci vorrebbe una svolta dentro la stessa maggioranza”, che così facendo potrebbe conquistare “nuovi consensi”.
Ma una cosa è certa: non si può tirare a vivacchiare per un anno e mezzo”.
Da motore a zavorra: questa la parabola del Cavaliere secondo un numero sempre più consistente di rappresentanti del centrodestra.
In tarda mattinata arriva la replica del segretario del Pdl Angelino Alfano, ospite ad Atreju, la festa dei giovani del partito, che se la prende “il nichilismo e lo sconfittismo” di certi “scambi di interviste sui giornali” dove si fa “a gara a chi dà la martellata più forte”.
Chi non sta con Berlusconi è fuori, dice in sostanza: “Chi ci crede gioca la partita, chi non ci crede si metta a bordo campo e faccia giocare chi ha voglia di vincere”.
La “questione della premiership” è rimandata “a fine 2012, inizi 2013″, cioè alla fine naturale della legislatura.
Tutti i candidati di rango inferiore, invece, d’ora in poi dovranno sottoporsi alle primarie: ”Entro il mese di settembre — spiega Alfano — al tavolo delle regole affermeremo il principio che tutti i nostri candidati, a sindaco, a presidente provincia, devono avere l’indicazione popolare. L’idea e’ che si deve passare dal ‘calati dall’alto’ allo ‘spinti dal basso’, questo e’ il capovolgimento di prospettiva su cui lavoriamo”.
Ma a manovra economica allarga il campo degli scontenti del centrodestra.
E’ semplicemente “drammatica” per il sindaco di Roma Gianni Alemanno, Pdl, intervenuto ad Atreju insieme al collega milanese Giuliano Pisapia, di Sel (qui il video).
Senza giri di parole, Alemanno ha spiegato che se non verrà cambiata “il servizio di trasporto pubblico sparirà ”.
Poi il sindaco si getta nel dibattito innescato da Polverini e Tosi e aggiunge il suo benservito al Cavaliere: ”Penso che per il 2013 ci sia bisogno di fare le primarie, per individuare un nuovo candidato”, dice ai cronisti durante una visita al parco acquatico Zoomarine.
I toni sono quelli che si rivolgono a un capo che va in pensione: “L’importante è che vada avanti il Pdl e il suo progetto politico, ovviamente siamo tutti grati a Berlusconi per aver fondato il partito”.
Berlusconi va avanti per la sua strada, apparentemente impermeabile agli squilli di rivolta. Torna a parlare nel giorno del decimo anniversario degli attentati negli Stati Uniti contro le Torri gemelle e il Pentagono, in un audiomessaggio pubblicato sul sito dei Promotori della libertà .
Che si conclude con un accenno al caso escort.
E cioè, secondo il Cavaliere, alle “infinite falsità che vengono scritte in questi giorni, anche su di me come persona”. Ma il suo intervento parte dalla “crisi economica”, che “è stata insieme al terrorismo il dato preminente, saliente di questo decennio”.
Da qui la difesa d’ufficio della manovra approvata nei giorni scorsi al Senato, che definisce “la più equa possibile”. Il “necessario rigore” del provvedimento è stato chiesto “dall’Europa e dalla Bce” e “imposta in tempi molto stretti dai mercati”.
Sintesi finale: ”Abbiamo salvato i nostri conti, abbiamo salvato i risparmi dei cittadini italiani, abbiamo salvato l’Italia”.
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Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI RISPARMIATORI STANNO PER RICEVERE UNA CHIAMATA CHE LI ESORTA A CONCENTRARSI SUL MUTUO CASA E A LIMITARE I CONSUMI
Spendaccione avvisato, mezzo salvato.
Con una telefonata molto seria due banche inglesi inviteranno nei prossimi mesi alcuni loro clienti a smetterla di spendere i loro risparmi per avere le partite sul digitale, andare a cena fuori, giocare con il cellulare e frequentare la palestra più costosa del quartiere, e senza giri di parole “consiglieranno” ai loro correntisti di concentrarsi sul pagamento più importante, quello della rata del mutuo di casa, o del prestito in atto con l’istituto.
In barba alla privacy dei dati e dei consumi, l’Inghilterra si difende anche così dallo spauracchio della crisi.
L’operazione telefonica da parte dei funzionari della UKAR, UK Asset Resolution, l’istituto statale che dal 2010 (e dopo la crisi finanziaria del 2008) si occupa della gestione di due istituti di credito immobiliari oggi nazionalizzati come Bradford & Bingley e Northern Rock, partirà nelle prossime settimane.
Finora l’istituto si è occupato di svolgere controlli diretti sui conti correnti dei debitori, per analizzarne propensione al rischio, eccesso di spesa e di uso della liquidità a disposizione.
È la prima volta che ai titolari di mutui inglesi (in questo caso sono stati presi di mira quelli a interesse variabile) viene controllato il conto corrente dopo che il finanziamento è già stato erogato, mentre tali controlli sono di routine in fase di approvazione del prestito.
La Ukar ha giudicato a rischio circa 30mila debitori: per loro, in caso i tassi di interesse aumentassero e superassero lo storico e favorevole livello odierno dello 0,5 per cento, si prospetta la possibilità di non riuscire a far fronte alla rata mensile, trimestrale o semestrale e per l’istituto statale si delinea una preoccupante fase.
Ecco perchè, a ritmo di duemila a settimana, gli spendaccioni inglesi più spericolati verranno avvertiti telefonicamente, e consigliati sulla revisione delle priorità di spese familiari.
Una sorta di coscienza finanziaria che, dopo aver controllato debiti e rate a carico dei singoli, aiuterà i consumatori a rinunciare a qualcosa, rassicurando così le casse statali che devono recuperare i 48 miliardi di sterline versati per la nazionalizzazione dei due istituti falliti.
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Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCONO LE DIFFERENZE: IL CONFRONTO SU RETRIBUZIONI ATTESE E ASPETTATIVE PROFESSIONALI CON GLI ALTRI PAESI EUROPEI TRA CARRIERE E TIMORI
Non solo Btp e Bund. Non solo titoli di stato, tassi di interesse e politiche finanziarie. 
C’è un altro spread che continua ad aprirsi e separa ancora di più Roma da Berlino.
Un altro divario che dovrebbe preoccupare con la stessa intensità .
Gli universitari italiani guardano al proprio avvenire in una maniera che si discosta sempre di più, da quella con cui, i loro coetanei di Berlino, Bonn o Monaco, si proiettano negli anni che verranno.
Le nuove generazioni italiane si aspettano dal primo impiego uno stipendio sempre più basso, meno della metà di quanto si attendano i loro coetanei tedeschi, e guardano al proprio percorso professionale con una crescente preoccupazione che in Italia coinvolge un numero di laureati doppio rispetto a quello che accade nei diversi land tedeschi.
Più di sette italiani su dieci si dicono in apprensione per il proprio futuro lavoro e guardano con ansia al proprio percorso professionale.
I dati emergono dell’indagine del Trendence Institute che ha ascoltato 311 mila studenti in più di mille università europee.
I giovani coinvolti sono quelli delle facoltà di economia e di ingegneria, ovvero quelli che, a conti fatti, dovrebbero temere il futuro, meno di altri che escono da quelle facoltà considerate meno interessanti dagli imprenditori e dai datori di lavoro.
Se in Italia gli universitari di economia preoccupati per il proprio futuro sono il 72,9 per cento e quelli di ingegneria sono il 72,4 per cento, in Germania i valori scendono, rispettivamente al 37,4 per cento e al 27,8 per cento.
Un altro mondo. Un altro futuro
Lo stesso sembra avvenire anche per quel che riguarda lo stipendio atteso al primo impiego.
In Italia un giovane che esce da economia indica una paga di 19.837 euro, mentre chi esce da ingegneria si attende 20.864 euro.
Valori pressochè identici a quelli indicati nel 2007, ai tempi in cui, almeno dalle nostre parti, la crisi non era ancora esplosa.
In Germania, invece, chi studia economia si attende 43.100 euro e chi diventa ingegnere 44.343 euro.
Cifre più che doppie rispetto a quelle italiane. Ma non solo.
Sono anche valori cresciuti del 10 per cento rispetto a quelli di quattro anni fa.
Questo per dire che mentre da noi, in questi quattro anni, sembra essersi fermato tutto, in Germania, nonostate la crisi, nonostante tutto quello che è successo, qualcosa sembra lo stesso avere un fermento.
Se si cercano valori simili a quelli italiani, si trovano gli stessi paesi che lottano, come noi, per gli spread dei tassi d’interesse dei titoli di stato sui mercati finanziari.
Gli stessi livelli di preoccupazione, o un po’ più elevati, per il proprio futuro professionale si riscontrano infatti in Spagna e Portogallo (sopra l’80 per cento in entrambi paesi).
Solo la Grecia sembra ancora più drammaticamente coinvolta in un gorgo più cupo con, pressochè, la totalità dei giovani preoccupati per il proprio futuro.
In Irlanda, altra nazione coinvolta nel precipizio di crisi e speculazioni, le aspettative sembrano migliori di quelle dei giovani italiani.
Così, ancora una volta, non desta stupore che più di un terzo di loro (35,3 per cento) dice che lascerà l’Italia al termine degli studi per trovare un posto di livello professionale. Valori più elevati di qualche punto percentuale della media in Europa (31,6 per cento) e di dieci punti percentuali rispetto alla media dei paesi dell’Est (23,9%).
Federico Pace
(da “La Repubblica“)
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Settembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
LE ASSOCIAZIONI DENUNCIANO TAGLI TRA I 20 E I 40 MILIARDI IN TRE ANNI …CORTEI A ROMA
Un maxistriscione di 10 metri per 15 sventola su Piazza del Popolo, al centro di Roma. 
A calarlo, giovedì mattina dal balcone del Pincio, un gruppo di persone con disabilità che, sulle loro carrozzine, sfidando ghiaia e gradini, hanno effettuato un blitz a sorpresa per protestare contro i tagli all’assistenza e ai servizi alle persone più fragili.
Un blitz che prepara le grandi manifestazioni con cortei indette dalle associazioni di categoria per sabato 10 e domenica 11 settembre nella capitale.
«Hanno ignorato i nostri appelli e non c’è stata nessuna marcia indietro sull’assistenza — afferma Pietro Barbieri, presidente della Fish, la Federazione italiana superamento handicap, che ha organizzato l’azione dimostrativa – . Nella Manovra di luglio e in quella in via di approvazione è prevista una delega al Governo per la riforma assistenziale e fiscale che deve recuperare tra i 20 e i 40 miliardi di euro in tre anni».
L’iter legislativo è ancora nebuloso.
«Di certo — ragiona Barbieri — la mannaia si abbatterà , a scelta, su invalidità civile, pensioni di reversibilità , detrazioni fiscali: una di queste tre prestazioni andrà persa».
Ci sono poi i tagli agli enti locali. «Incidono pesantemente sui servizi erogati ai cittadini — continua il presidente della Fish – . Significa, quindi, meno assistenza domiciliare, centri diurni, RSA (Residenze sanitarie assistenziali), progetti per la vita indipendente».
Altro che servizi di qualità e vita il più possibile autonoma.
«Si cancellano d’un colpo diritti acquisiti — incalza Barbieri -. Si fa ricadere tutta la spesa dell’assistenza sulle famiglie che, non essendo in grado di sostenerla, dovranno mandare i loro figli in Istituto».
Ma c’è anche il rischio di «ricoveri impropri che faranno lievitare i costi sanitari».
E forse nessuna Regione, ancor più quelle con un piano di rientro, potrebbe permetterselo.
«Siamo i primi a dire che ci vuole una riforma assistenziale — chiarisce Barbieri – . Ma servono servizi migliori, più efficienti, che rispondano ai reali bisogni delle persone, che favoriscano l’inclusione e non la segregazione. E serve una riforma che sostenga le persone e le famiglie, che fissi dei livelli essenziali di assistenza. Non con l’accetta, col vincolo immediato di recuperare tra i 20 e i 40 miliardi. Non sarebbe più una riforma».
La discussione sulla Riforma dell’assistenza fiscale e assistenziale dovrebbe cominciare la prossima settimana alla Camera.
Prevede tagli di spesa di 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013, 20 nel 2014.
«Oltre alla revisione di molti supporti economici (invalidità , reversibilità , indennità di accompagnamento) e al taglio di servizi sociali, manca ogni riferimento ai livelli essenziali delle prestazioni. Ma l’assistenza non si può ridurre a carità », chiosa il presidente della Fish, che annuncia altre azioni di protesta nei prossimi giorni.
Intanto, di ora in ora, aumentano le adesioni alla petizione lanciata nei giorni scorsi dalla FISH insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità ), l’altra principale associazione che riunisce persone con disabilità .
All’insegna dello slogan “No al taglio dell’assistenza! Fermiamoli con una firma!”, le persone con disabilità rivolgono un appello al Presidente del Consiglio, ai Ministri dell’Economia, del Lavoro e delle Politiche Sociali, ai capigruppo parlamentari del Senato e ai segretari dei partiti politici perchè « la Riforma assistenziale sia sganciata da ogni automatico vincolo di cassa».
Grazie a un vero e proprio tam tam attraverso la rete, in meno di una settimana sono state raccolte oltre 17 mila firme.
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
BOOM DI SPA PUBBLICHE; 80.000 AMMINISTRATORI, COSTO DI 2,5 MILIARDI…LE PARTECIPATE SONO CRESCIUTE DELL’11%: SEDI LUSSUOSE, CDA DI PORTABORSE, TASSO ATTIVITA’ ZERO….ALL’ARSEA IN SICILIA IL DIRETTORE GUADAGNA 300.000 EURO PER NON FARE NULLA…A PAVULLO, NEL MODENESE, A FRONTE DI 17.000 ABITANTI CI SONO 12 SOCIETA’ PARTECIPATE
La sede è al quarto piano di un bel palazzo che si affaccia su via Etnea, la strada principale di
Catania.
C’è un corridoio lungo il quale si aprono una, due, tre, quattro porte che nascondono uffici vuoti, scaffali privi di carte.
Dentro una delle stanze ronza un ventilatore preso in prestito.
Eccola qui, la tolda di comando dell’Arsea, l’agenzia regionale creata nel 2006 con un finanziamento di 35 milioni per agevolare l’erogazione di contributi agli agricoltori, ma che non ha mai esaminato una pratica.
Eppure, fino a qualche giorno fa, a sovrintendere a quelle scrivanie senza computer e a coordinare i tre impiegati a foglio paga c’era un direttore generale con uno stipendio di 170 mila euro l’anno.
Ugo Maltese, così si chiama il manager, vista «l’impossibilità di operare» si è dimesso.
Ma gli arretrati, che non ha mai percepito, li vuole lo stesso.
Un caso isolato? Non proprio.
L’Agenzia che non esiste è solo uno degli spettri che si aggirano nel vasto mondo delle società controllate o partecipate dagli enti locali italiani.
Sono spa, srl, consorzi e, secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa 500 non svolgono alcuna attività .
Sono, appunto, fantasmi che danno un tocco di brivido alla lunga teoria di enti le cui azioni sono in mano a Regioni, Province, Comuni.
I numeri sono da sopravvissuti del socialismo reale.
I ricercatori della Uil e dell’Unione province che si sono messi a contarle hanno scoperto che le società controllate o partecipate dagli enti locali sono 7 mila.
E garantiscono la sopravvivenza di una casta meno appariscente, ma perfino più costosa di quella dei politici di prima fila
Ottantamila persone, in tutta Italia, prendono un gettone o un’indennità per sedere nei cda, nei collegi sindacali, o per svolgere una consulenza a favore di questa miriade di aziende pubbliche.
E per finanziare questa casta minore se ne va un fiume di denaro: 2,5 miliardi l’anno è il costo di compensi e benefit che spettano agli amministratori delle spa pubbliche. Ma cosa è successo in questi anni nei Comuni e negli altri enti italiani pur falcidiati dai tagli ai trasferimenti?
Come è montata l’ansia degli amministratori di trasformarsi in spregiudicati businessmen che investono nei settori più disparati?
E quanto finisce nelle tasche dei “fedelissimi” chiamati a gestire queste imprese fondate coi soldi dei contribuenti?
L’armata del gettone
Gli anni del boom sono quelli che vanno dal 2006 al 2008.
In quel periodo, stima la Corte dei conti, le società controllate o partecipate dagli enti locali sono cresciute dell’11 per cento.
L’ultimo conteggio si è fermato a quota settemila. Le poltrone, invece, sono molte di più.
A conti fatti i componenti dei consigli d’amministrazione sono 24.310.
E pesano su ciascun contribuente italiano 63 euro all’anno.
La tassa, in realtà , è molto più pesante: perchè alla pletora di membri dei cda vanno aggiunti i componenti dei collegi sindacali o dei comitati di sorveglianza (tre o cinque) e coloro che hanno consulenze o svolgono incarichi professionali per conto di queste spa in mano pubblica.
Quella cifra iniziale, insomma, secondo le stime più prudenti, va almeno triplicata. Così, alla fine, l’armata del gettone finisce per mettere insieme 80 mila soldati.
«Il dato sorprendente – dice Luigi Veltro uno degli autori della ricerca sui costi della politica fatta dalla Uil – è che per quanto riguarda il numero di poltrone gli enti locali del Sud sono più virtuosi di quelli del resto d’Italia. Il rapporto si inverte, però, quando si parla dei costi di gestione delle società . In questo caso le controllate da enti locali del Meridione determinano una spesa di tre o quattro volte superiore alle altre». Il motivo è presto detto: sui bilanci delle spa pubbliche da Roma in giù pesano soprattutto le assunzioni di personale, quasi sempre senza concorso e molto spesso riservate a portatori di voti e parenti eccellenti.
Parentopoli Spa
L’ultimo scandalo, all’ombra del Vesuvio, è esploso con il ritrovamento di un “pizzino” nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per la raccolta di rifiuti.
In un foglio finito sotto la lente della Procura nomi di gente da assumere all’Asìa, la municipalizzata napoletana che si occupa dell’igiene ambientale, oppure nelle ditte subappaltatrici.
Accanto a ogni nome la potenziale “dote” di consensi elettorali che ciascuna persona segnalata sarebbe stata in grado di portare.
Il simbolo dell’inchiesta è diventata la “teste” Kaori, assunta per 1.300 euro al mese in una delle società che riceveva le commesse da Asìa.
La donna ha raccontato di aver preso lo stipendio senza dover nemmeno andare in ufficio. È l’ennesimo coperchio sollevato sul pentolone nel quale, in tutto il Paese, prolifica la clientela basata sullo scambio fra appoggio elettorale e posto di lavoro. Con tutto quello che ne consegue.
L’Asìa di Napoli, ad esempio, ha in organico ben 2.440 dipendenti e tra questi, secondo la stessa azienda, 400 “inadatti” a svolgere il lavori di raccolta.
A Palermo i numeri sono ancora più impressionanti: l’Amia, la locale azienda per la raccolta dei rifiuti, e le sue controllate pagano uno stipendio a 2.810 dipendenti.
In pratica, nel capoluogo siciliano c’è un addetto alla pulizia ogni 259 abitanti, contro la media di uno ogni 577 di Torino e uno ogni 366 di Genova.
Ma a Palermo (come a Napoli) l’emergenza immondizia è sempre in cima all’agenda degli amministratori.
Il fatto è che da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società per azioni è caduto pure l’ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso all’Amia e nelle aziende “sorelle” si assume per chiamata diretta. E gli effetti si vedono.
Gli organici sono pieni di parenti eccellenti: negli ultimi anni sono stati assunti la moglie di un ex assessore al Personale, il genero dell’ex coordinatore regionale di An, la cognata di un ex vicesindaco, figli di consiglieri comunali e di sindacalisti.
Anche le parentopoli hanno contribuito a creare il deficit che ha costretto i vertici dell’Amia a portare i libri in tribunale.
E il governo a staccare un assegno di 80 milioni di euro per salvare poltrona e faccia del sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Asìa e Amia: aziende con numeri da record.
Ma da primato sono anche i casi delle spa che nascono e si alimentano con soldi pubblici pur rimanendo inattive.
Questi fantasmi
L’Arsea di Catania è solo la capofila.
A Catanzaro, per esempio, si parla da anni di un ente che avrebbe dovuto far diventare la Calabria «baricentro nazionale dello sviluppo dei processi e dei prodotti delle costruzioni».
Questo l’obiettivo posto nell’accordo di programma che nel 2005 trasferì da Bologna alla città calabra il «Centro tipologico nazionale», struttura a metà fra la ricerca e l’assistenza tecnica nel settore dell’edilizia pubblica e residenziale.
Peccato però che, a sei anni dalla costituzione della società della quale fanno parte Stato, Regione Calabria, Comune e Provincia di Catanzaro, l’attività del centro non sia ancora iniziata.
Eppure, c’è una sede e c’è un consiglio di amministrazione con 5 componenti che si riuniscono a vuoto da ben sei anni. «Ma non abbiamo mai percepito indennità – si affretta a spiegare Giovanni Carpanzano, uno dei consiglieri di amministrazione – e mi creda entro fine settembre finalmente cominceremo la nostra attività ». In attesa che la società fantasma esca dalle tenebre della sua mission aziendale, però, le spese corrono.
Fino a qualche settimana fa per gli uffici della spa che non c’è veniva pagato un regolare affitto. Per il centro tipologico che non c’è finora sono stati spesi 200 mila euro.
A Latina, invece, hanno inseguito il miraggio di una stazione termale per anni.
Il Comune ha perfino costituito una società , la Terme di Fogliano, di cui detiene l’85 per cento del pacchetto azionario. L’acqua l’hanno dovuta cercare, trivellando il suolo. Ma invano.
La ditta che ha eseguito i lavori adesso chiede un corrispettivo di 6 milioni 181 mila euro.
Il buco vero, a Latina, l’hanno scavato nei bilanci: la Terme di Fogliano è costata sinora sette milioni 356 mila euro.
E’ in liquidazione da sette anni: il commissario ha una parcella da 27.845 euro, il Comune stanzia ogni anno una quota fissa di 532 mila euro per gli accantonamenti necessari a far fronte agli “interessi moratori”.
E, nonostante tutto, il 5 luglio scorso sul sito del Comune è comparso un bando per la selezione del direttore minerario della società .
Il compenso? Undicimila euro per sei mesi.
Fantasmi e stranezze. Solo il 34 per cento delle società in mano agli enti locali – è una rilevazione della Corte dei conti – operano in settori tradizionali: igiene ambientale, idrico, trasporti, energia, gas.
Cosa c’è nel restante 66 per cento? Un po’ di tutto.
Enti che gestiscono teatri, cineteche, persino campeggi: il Comune di Jesolo, per dire, ha una quota nella proprietà del “Camping international”.
Voglia di volare
Una passione degli amministratori locali sembra essere quella del volo.
Sparse lungo la Penisola si contano 15 società che gestiscono aeroporti di rilevanza non esattamente strategica e che spesso finiscono per ospitare arrivi e partenze di vip e amatori.
A Pavullo nel Frignano, Comune di 17 mila abitanti in provincia di Modena, la fregola della partecipazione azionaria ha indotto i governanti a costituire ben 12 società : una ogni 1.416 abitanti.
Tra queste spicca la “Aeroporto di Pavullo srl” che accoglie una scuola per piloti di aliante.
Il presidente della società non prende gettoni ma la gestione dell’aeroclub comunale pesa 78.245 euro sul bilancio del piccolo municipio.
In Liguria c’è l’aeroporto di Luni, a due passi da Sarzana: anche questo è una pista che ospita prevalentemente voli privati ma nel quale la Provincia di La Spezia ha una partecipazione attraverso una delle sue controllate.
Niente a che vedere con l’importanza dell’aeroporto di Albenga, che all’ex ministro Scajola tornava utile per le sue trasferte romane.
La Provincia di Savona ne controlla il 39,95 per cento.
La società ha 7 dipendenti, un cda di cinque persone e nel bilancio del 2010 ha fatto segnare una perdita di 378 mila euro, nonostante una ricapitalizzazione di 600 mila euro fatta nell’agosto 2010.
Perchè questa è anche la storia di potenti che usano le spa come giocattoli: in Sicilia l’ex governatore Totò Cuffaro teneva tanto all’aeroporto nella sua Agrigento. “Aeroporto della Valle dei Templi”, si sarebbe dovuto chiamare.
Per realizzare lo scalo Comune e Provincia costituirono nel ’95 una società tenuta in piedi per 13 anni: il mesto bilancio, alla fine, è stato di 2,5 milioni di euro andati in fumo per gettoni ai consiglieri di amministrazioni, incarichi e progetti puntualmente bocciati dall’Enac.
Ma per una società inutile finalmente smantellata, tante restano in piedi. Cosa fanno? perchè è difficile liberarsene?
Duri a morire
Se non è un record, poco ci manca: trentunesimo commissariamento consecutivo. Così prosegue l’agonia dell’ultimo carrozzone meridionale: l’Eipli, acronimo che sta per ente per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Campania. Un residuato post-bellico, una struttura nata nel 1947 che a più riprese il governo ha annunciato di voler smantellare.
L’ennesima proroga al liquidatore scade a fine anno.
Peccato che nel frattempo sia nata un’altra società , che dovrebbe svolgere le stesse funzioni: è di proprietà della Regione Basilicata, ma anche la Puglia, a gennaio, ha deciso di entrare nel capitale azionario.
Il problema è che nessuno si vuole accollare il maxi-debito contratto in quasi 65 anni di attività dell’Eipli: 250 milioni.
E così la società “gemella”, la Acqua spa, rimane in perenne attesa del trasferimento delle funzioni.
Esiste, ma è priva della principale mission che, sulla carta, gli è stata attribuita. E rimangono in attesa anche gli organi direttivi regolarmente in carica, fra cui il presidente Antonio Triani, un ex esponente dell’Udeur vicino a Clemente Mastella, che percepisce uno stipendio di 5.300 euro lordi mensili
La vicenda dell’Eipli è quella di uno dei pachidermi che schiacciano i bilanci degli enti locali e che nessuno riesce ad abbattere.
E la trama di questo film, che comincia a Catania, ci riporta infine in Sicilia. In altre stanze vuote.
A Palermo fa tristezza aggirarsi per i locali spogli di quella che fu la Fiera del Mediterraneo, inaugurata negli anni Sessanta da Gronchi e oggi priva persino dei soldi per organizzare una sfilata di abiti da sposa.
La Fiera è affondata sotto un macigno di debiti (18 milioni) mentre la Corte dei conti rimproverava agli amministratori spese esilaranti come quelle per l’autoblù «con televisore e telefono al bracciolo» e per i soggiorni «senza ragioni istituzionali» al Plaza di New York o al Metropol di Mosca.
I 35 dipendenti dell’ente partecipato dalla Regione Siciliana, oggi, si commuovono davanti alle telecamere pensando ai tempi che furono.
Costretti, loro malgrado, a ricevere uno stipendio ogni mese per non svolgere alcuna mansione.
Enrico Del Mercato e Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
NEL CENTRODESTRA SI ROMPE IL TABU’ DEL PASSO INDIETRO…DURO SCONTRO CALDEROLI-GALAN SULLE PROVINCE
Berlusconi si tiene forte, la botta più pesante sta per arrivare.
«Ancora una volta – si è sfogato ieri mattina in Consiglio dei ministri – dobbiamo subire un attacco frontale da parte dei giudici, questi ci vogliono mettere a terra e non hanno esitato a mettere in galera una coppia di genitori pur di arrivare a me».
Ma se diversi esponenti del Pdl, anche ai massimi livelli, iniziano a considerare come il male minore l’ipotesi di un «passo indietro» del premier per salvare il centrodestra e la legislatura, l’interessato è determinato a resistere a qualsiasi costo.
Lo ha spiegato agli esponenti ex Fli – Ronchi, Urso e Scalia – ricevuti ieri a palazzo Chigi, ai quali si è voluto presentare spavaldo, offrendo il petto al nemico: «Dovete stare tranquilli, non ci sarà alcun governo tecnico, sotto tutte caz… te. Noi andiamo avanti comunque, fino al termine della legislatura, e useremo questi mesi per fare tante altre riforme, a partire da quella della giustizia».
Tanta baldanza non è tuttavia condivisa dal resto del partito, dove si respira un’aria da fine impero.
A Frascati ieri pomeriggio mezzo Pdl si riuniva in conciliaboli nelle sale della Summer School di Quagliariello e Gasparri e il clima era di grande apprensione per le intercettazioni in arrivo da Bari.
La telefonata tra Berlusconi e Lavitola, anticipata da l’Espresso, ha terremotato la prima giornata di relativa tranquillità sui mercati finanziari, gettando nello sconforto i dirigenti di via dell’Umiltà e oscurando i giudici positivi della Bce sulla manovra. Visto il “niet” del Cavaliere, la sua ostinata volontà di resistere, ai fedelissimi non resta che fare buon viso a cattivo gioco.
«Abbiamo appena varato una manovra che avrebbe gettato a gambe all’aria qualsiasi altro governo – riflette uno dei capigruppo del Pdl – e adesso l’unica via d’uscita è sfruttare il tempo che ci resta, da qui al 2013, per far dimenticare agli italiani questa mazzata e preparare la candidatura di Alfano».
Anche il premier si è già messo al lavoro sulle contromisure, scioccato per quei sondaggi che certificano un crollo del gradimento suo e del governo.
Dopo il bastone della manovra, Berlusconi progetta adesso la carota sotto forma di quoziente famigliare da inserire nella riforma fiscale.
L’ha ribattezzato “Fattore famiglia” – il termine quoziente lo ritiene «troppo da commercialisti» – e spera in questo modo di riagganciare i centristi dell’Udc e riconquistare il Vaticano.
Un’altra ragione per cui il premier è convinto di poter andare avanti è l’atteggiamento di Napolitano.
«Non è dal capo dello Stato – ripete Berlusconi in tutti i suoi incontri – che dobbiamo aspettarci scherzi. Non c’è più Scalfaro al Quirinale».
E quindi, se anche la prossima settimana dovessero uscire telefonate imbarazzanti, il premier non intende affatto gettare la spugna.
Ne ha avuto riprova Fedele Confalonieri, che si è fatto latore due giorni fa di un messaggio di Pier Ferdinando Casini.
In sostanza il leader dell’Udc suggeriva al capo del governo di anticipare il passaggio di testimone ad Angelino Alfano, in questo modo favorendo il realizzarsi di una larga maggioranza di «salvezza nazionale».
Pare che la risposta del Cavaliere sia stata qualcosa simile al gesto dell’ombrello.
E del resto lo stesso Alfano, l’eventuale beneficiario dell’operazione, pur di allontanare da sè il sospetto di essere parte del “complotto”, ieri ha messo le mani bene avanti: «Chi crede nella trasparenza non può che difendere il principio che il cittadino vota chi lo governerà e se quello smette di governare si torna al voto». Insomma, se Berlusconi cade ci sono solo le urne.
Intanto nel governo, nonostante il silenziatore imposto dalla grave congiuntura internazionale, non mancano le slabbrature sulle cose da fare.
Ieri in Consiglio dei ministri si è assistito all’ennesimo scontro tra una parte del Pdl e la Lega sull’abolizione delle province, che il Carroccio ha cercato in qualche modo di edulcorare.
Quando Calderoli ha iniziato a parlare di «province regionali», alludendo alla facoltà delle regioni di istituire delle forme associative tra i comuni, Giancarlo Galan ha perso la pazienza e gli ha risposto a brutto muso.
E, per una volta, Tremonti si è schierato con il ministro dei Beni Culturali, lasciando di stucco i presenti.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL TIMORE DEI CONSUMATORI E’ QUELLO DI UN AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI CON RELATIVA PENALIZZAZIONE DEI CONSUMI
Bllette elettriche e i detersivi. I giocattoli e le tv, ma anche auto, moto, abbigliamento e scarpe. 
Così pure caffè, vino, cioccolata, pacchetti vacanze e una serie di servizi, dalle riparazioni dell’idraulico al taglio del parrucchiere.
Sono i «protagonisti» dell’aumento dell’Iva dal 20 al 21% deciso in extremis dal governo. La scelta impopolare almeno porterà nelle casse dello Stato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. E avrà un impatto sui prezzi dello 0,8%.
In teoria.
In pratica i timori delle associazioni dei consumatori è un aumento indiscriminato dei prezzi.
Con conseguente penalizzazione dei consumi, già in sofferenza per la crisi prolungata che ormai si sta facendo sentire sulle famiglie.
Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi «il rialzo porterà a un aumento di tutti i prodotti indistintamente perchè l’Iva viene scaricata sui consumatori. Saremo destinati a veder salire anche l’inflazione».
Il termine ricorrente è «stangata».
Che il Codacons quantifica in 290 euro l’anno, ma che salirebbero fino a 385 euro per una famiglia di 4 persone.
I calcoli della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani, è invece meno catastrofista e parla di «aggravio contenuto», valutando la misura del governo il «male minore».
La Cgia ha diviso le famiglie per disponibilità di spesa, prendendo in considerazione le fasce di reddito che vanno da un minimo di 15 mila a un massimo di 55 mila euro e per ognuna è stata calcolata l’incidenza dell’aumento in tre casi: contribuenti senza familiari a carico, famiglie con coniuge e 1 figlio a carico e famiglie con coniuge e 2 figli a carico.
Nell’elaborazione è stato tenuto conto dei fattori che possono influenzare il reddito disponibile e la diversa propensione al consumo.
Il risultato mostra un aumento della spesa annua che va da 37,54 euro a 60,64 per chi ha un reddito di 15 mila euro senza familiari a carico oppure con coniuge e 2 figli.
Per chi guadagna 30 mila euro l’aumento va da 58,27 a 77,84 euro.
Più si sale con il reddito e più aumenterà l’incidenza: per le famiglie con entrate da 55 mila l’aumento andrà da un minimo di 99,75 a un massimo di 123,21.
Federconsumatori, invece, ha fatto un calcolo solo sul rincaro della benzina: un esborso aggiuntivo di 32 euro l’anno, che se si somma agli aumenti a caduta da agosto 2010 si potrà arrivare a oltre 470 euro in più all’anno per fare il pieno.
Certo, l’aumento dell’Iva sulla bolletta elettrica sarà pagato in automatico e così sul caffè o sul vino, sulla tv o sui giocattoli.
Ma c’è tutta una serie di servizi sulla quale crescerà la tentazione all’evasione. Niente ipocrisie.
Chiunque si è trovato a dover dare una risposta alla domanda «con o senza Iva?».
E in alcuni casi la differenza non sarà stata certo di poco conto.
Si va dal dentista all’imbianchino (nessuna delle categorie citate se ne abbia a male).
Del resto i numeri dell’evasione sono chiari: 60 miliardi di Iva non pagata all’anno, la metà dell’intero gettito mancato.
Si accende così un faro sul problema e la difficoltà dei controlli.
Tema che fa ciclicamente riaffiorare l’ipotesi di un ampliamento delle spese deducibili dal privato cittadino con l’obiettivo di far emergere il «nero».
In questo caso il conflitto di interessi si risolverebbe a favore della richiesta della fattura o dello scontrino per poi poter detrarre in parte la spesa sostenuta.
Ma guardando al passato, le misure prese in questa direzione non hanno prodotto grandi risultati.
Come ad esempio la deducibilità delle spese mediche, fa presente l’Agenzia delle Entrate: non c’è stata un’impennata del gettito in quel settore.
Mentre la Guardia di Finanza ricorda l’operazione «Pandora» portata a termine due anni fa sulle ristrutturazioni, per le quali erano stati richiesti sgravi fiscali.
Le Fiamme Gialle hanno scoperto oltre 5 mila imprese edili che avevano eseguito i lavori senza dichiarare alcun reddito (3 miliardi di euro occulti), mentre i clienti avevano richiesto lo sgravio fiscale nella loro dichiarazione dei redditi.
Dai controlli dei finanzieri sono risultati circa 500 milioni di Iva evasa.
Insomma, il problema controlli è determinante.
Per Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info , il quotidiano del commercialista, «l’ampliamento delle spese deducibili può sembrare a prima vista una soluzione per rimuovere le prassi consolidate di complicità , ma nei fatti è più complicato perchè solo il controllo verifica la vera spesa sostenuta. E dunque potrebbe invece portare i cittadini a dichiarare spese non sostenute. Oggi l’Agenzia delle Entrate già non riesce a fare i controlli sui 5 milioni di partite Iva. Come potrebbe garantirli sui 40 milioni di contribuenti per dissuaderli dal dichiarare il falso?».
Una soluzione però ci sarebbe: «Prevedere una modalità di certificazione delle spese detraibili – ragiona Zanetti – tali da consentire l’inclusione nei file telematici della dichiarazione dei redditi in modo tale che ci sia un riscontro diretto».
Intanto c’è l’aumento dell’Iva ordinaria al 21%, mentre le altre aliquote rimangono invariate.
La minima al 4%, che interessa alcuni generi alimentari come frutta, verdura e latte, i libri e i giornali e le vendite delle abitazioni quando si tratta di «prima casa».
L’aliquota ridotta resta al 10% ed è applicata, ad esempio, a uova e birra (mentre il vino è al 21%) e alle cessioni di abitazioni che non hanno il requisito di «prima casa», ma anche alle bollette elettriche per alcuni grandi clienti industriali come possono essere le acciaierie.
Il provvedimento, comunque, non stupisce più di tanto Zanetti: «Mi sembra coerente – conclude -. Da due anni si parla di riforma fiscale e di spostare la tassazione dai redditi alle cose. Sul tema erano d’accordo tutte le parti sociali. Ed è quello che è stato fatto. Certo, ci sono poi anche i patrimoni».
Francesca Basso
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA PAGHERANNO IN 34.000, MA SONO 600.000 GLI ITALIANI A POSSEDERE OLTRE 500.000 EURO… UN ABISSO TRA I DATI FISCALI E QUELLI DELLA ASSOCIAZIONE PRIVATE BANKING
Anche i 34 mila italiani con un reddito superiore a 300 mila euro e che pagheranno il contributo di solidarietà previsto dalla “manovra 4” del governo, appartengono alla categoria dei “tartassati” dal fisco.
Sì, certo, sono ricchi, ma non più di altri. Anzi.
La differenza è che – rispetto agli “altri” – loro sono conosciuti al fisco: per oltre il 60 per cento sono lavoratori dipendenti con tanto di prelievo mensile in busta paga e aliquota marginale di fatto superiore al 45 per cento per effetto delle addizionali Irpef locali.
Lavoratori dipendenti che non sfuggiranno al contributo di solidarietà .
Che, invece, non verseranno quelli – ricchi – che le tasse le evadono o le eludono. Quelli degli yacht, delle ville e delle macchine di lusso intestati a nullatenenti o a società di comodo.
E anche questo è un segno – o la conferma – di quanto sia bislacca la manovra messa in campo dal governo.
Per sfuggire alla patrimoniale, che avrebbe colpito una platea assai più vasta – Berlusconi & co – si sono rifugiati in un mini-contributo simbolico dal gettito poco significativo (144 milioni in tre anni contro i 3,8 miliardi attesi dal contributo prima versione richiesto al ceto medio alto).
Preleveranno, già per il 2011 con efficacia retroattiva, il 3 per cento dal reddito complessivo (non solo quella derivante dal lavoro ma escludendo però la prima casa) eccedente i 300 mila euro; lo faranno per tre anni.
Ma se nel 2013 il pareggio di bilancio (ce l’ha imposto la Banca centrale europea) non sarà raggiunto il prelievo automatico proseguirà ancora
Ma, appunto, i ricchi sono solo 34 mila (lo 0,075 per cento di tutto i contribuenti) nel Paese dove – dati della Banca d’Italia – il 10 per cento più ricco della popolazione possiede ben il 44 per cento della ricchezza nazionale?
Difficile crederlo.
E infatti è difficile anche sovrapporre i 34 mila ricchi, secondo le stime del ministero dell’Economia, con i 611 mila italiani – dati dell’Associazione italiana private banking – che possiedono un patrimonio finanziario (esclusi quindi i beni immobili) superiore a 500 mila euro, cioè mezzo milione.
Qualcosa non torna.
Perchè è come se a pagare il contributo di solidarietà fosse solo il 5 per cento dei ricchi.
E torna anche poco – o forse spiega molto – il fatto che tra i super-investitori ci siano sempre più casalinghe così identificate dall’indagine dell’Aipb: vedove, divorziate, ereditiere con un’età media di 65 anni.
È un pezzo importante dell’Italia che vive di rendita, sfuggendo alle tasse.
E forse è la stessa Italia a cui pensava il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, quando per rassicurare sulla saldezza finanziaria dell’Italia e sulla sua solvibilità ricordava «la grande ricchezza privata». Forse inconsciamente pensava anche lui a una patrimoniale.
Ma, ormai, è acqua passata.
Dunque possiamo dire che una bella fetta di super-ricchi, invisibili al Fisco ma assai visibili nei consumi di lusso, la farà franca anche questa volta.
Non, invece, i pensionati e dipendenti pubblici.
Perchè loro il contributo – che scatta da 90 mila euro in su e non da 300 mila euro – lo stanno già pagando i secondi da gennaio, i primi dallo scorso mese.
Pagano il 5 per cento fino a 150 mila euro e poi il 10 per cento.
E mentre per i 34 mila ricchi il contributo sarà deducibile, per i dipendenti pubblici no. Il perchè non si sa.
Si dirà , infine: il provvedimento deciso dal governo italiano non è molto diverso da quello adottato ultimamente da Nicolas Sarkozy, terrorizzato dall’idea di una retrocessione da parte delle agenzie di rating.
Vero, ma in Francia l’evasione fiscale non si avvicina minimamente ai nostri 120 miliardi di mancati introiti l’anno.
Questa continua a essere la nostra anomalia.
Anche con il contributo a carico del 5 per cento dei super-ricchi.
Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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