Destra di Popolo.net

COSTI DELLA POLITICA: ALLA REGIONE LOMBARDIA LE FERIE ESTIVE DURANO 50 GIORNI

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

DALL’INIZIO DELL’ANNO SI SONO SVOLTE APPENA 16 SEDUTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, ORA SI TORNA IN AULA IL 20 SETTEMBRE… RINVIATE LE COMMISSIONI, LA LEGGE CHE RIDURREBBE DEL 10% LO STIPENDIO RESTA NEI CASSETTI

Avevano promesso che avrebbero ridotto i costi della politica in Regione.
Nell’attesa, gli ottanta consiglieri regionali lombardi, in barba alla crisi, si sono concessi oltre cinquanta giorni di vacanza.
Tanti sono i giorni che passeranno tra l’ultima seduta che si è tenuta prima della pausa estiva e la prossima, che salvo sorprese dovrebbe essere fissata il 20 settembre.
Una vacanza di oltre 50 giorni, dal 29 luglio al 20 settembre, nonostante le sole 16 sedute effettive fatte dall’inizio dell’anno.
E nonostante lo stipendio che oscilla tra gli otto e i diecimila euro mensili.
Anche le riunioni delle commissioni, che dovevano iniziare già  questa settimana, sono state rinviate alla prossima.
Un record che arriva dopo la pausa forzata di ben settanta giorni tra il 19 aprile e il 28 giugno, in concomitanza con una campagna elettorale, quella per Palazzo Marino, che con il Pirellone non aveva nulla a che fare.
Nel 2010 era andata allo stesso modo, ma almeno, allora, c’era stata la giustificazione della corsa per il Pirellone.
Nel frattempo dal mese di luglio giacciono in attesa di essere discussi ben tre progetti di legge che prevedono, tra l’altro, la riduzione del 10 per cento degli stipendi del consiglieri, l’abolizione dell’assegno vitalizio per gli ex consiglieri, il taglio del dieci per cento delle spese per la comunicazione dell’ufficio di presidenza, degli assessorati e dei singoli gruppi rappresentati nell’aula.
Piovuti dal cielo dopo l’approvazione all’unanimità  di una mozione presentata da Italia dei valori che chiedeva, tassativamente, di tagliare i costi della politica regionale entro quest’anno.
Mentre il governatore Roberto Formigoni, nel frattempo, aveva promesso addirittura di ridurre le spese della sua giunta, ridurre il numero delle Regioni, accorpare i Comuni più piccoli e perfino le Asl della Lombardia.
La nuova legge regionale sui costi della politica deve essere approvata entro ottobre.

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L’ AUMENTO DELL’IVA COSTERA’ FINO A 120 EURO IN PIU’ A FAMIGLIA: RINCARI PER BENZINA, AUTO E VESTITI

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

COMMERCIANTI IN RIVOLTA: COSI’ SI DEPRIMONO I CONSUMI… PREOCCUPATI ANCHE I CONSUMATORI PER POSSIBILI SPECULAZIONI

Il salto dell’Iva dal 20 al 21% costerà  agli italiani fino a 120 euro in più l’anno.
Se per alimentari, abitazione, combustibili ed energia, sanità  e istruzione le famiglie (almeno per ora) non saranno toccate da aumenti, visto che l’imposta in questi comparti è al 4 e al 10%, per tutte le altre voci di spesa si profilano incrementi che vanno dai 45 euro annui dei single, ai 97 dei nuclei familiari con 3 componenti, fino al tetto di 105 euro delle famiglie con 4 persone. Mentre un operaio in media dovrà  far fronte a spese più alte per 82 euro, quadri e impiegati pagheranno 100 euro l’anno in più di Iva e professionisti e imprenditori affronteranno spese da imposta sul valore aggiunto che saliranno di 120 euro annui.
Da questa radiografia delle spese (un approfondimento dell’ufficio studi della Cgia di Mestre basato sull’ultimo report dell’Istat “Consumi delle famiglie”) emergono aumenti pesanti sul fronte dei carburanti, abbigliamento e spese per la casa.
I single, in particolare, pagheranno circa 45 euro di Iva in più ogni anno.
Su questo incremento pesano le voci del capitolo trasporti, che dagli attuali 2.074 euro annui crescerà  di 14 euro.
Altri 9 euro usciranno per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici, 8 euro in più per abbigliamento e calzature, 7 euro da beni e servizi e 3 rispettivamente da comunicazioni, tempo libero, cultura, giochi.
Sulle famiglie con 3 componenti le voci che s’impenneranno sono quelle dell’Iva su trasporti (+35 euro), mobili, elettromestici, casa (+18) e abbigliamento (+18 euro).
Caro-trasporti pure per le famiglie di 4 persone (+41 euro) con un picco di 22 euro in più su abbigliamento e calzature.
Ma saranno i professionisti e gli imprenditori i più colpiti dal piccolo terremoto che si abbatterà  sui prodotti con l’imposta al 21%: l’aumento dell’uno per cento farà  lievitare i trasporti di 44 euro l’anno, il vestiario costerà  27 euro di più, casa e mobili 18 euro, il tempo libero 9 euro, le comunicazioni 6
Complessivamente la manovra punta a portare in cassa circa 4,8 miliardi di euro su un totale di entrate da tasse indirette che nel 2010 ha superato i 115 miliardi, un terzo del totale delle entrate tributarie dello Stato.
Un risultato che appare a portata di mano, ma a patto che i consumi restino stabili ai livelli del 2010 e non subiscano contrazioni.
Nel caso di una ulteriore modifica degli altri due regimi di tassazione, dal 4 al 5% e dal 10 all’11%, una eventualità  affidata alla delega fiscale, il gettito potrebbe oltrepassare i 6 miliardi a consumi invariati e inflazione al palo.
I commenti di commercianti e associazioni sono molto critici con questa parte della manovra.
Se i consumatori del Codacons parlano di «scelta irresponsabile», per la Confesercenti «un punto di Iva in più allontanerà  la crescita, deprimendo ancora di più i consumi».
Per Confcommercio, infine, «l’incremento delle aliquote Iva resta una scelta errata».

Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)

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PISANU: “IL CAVALIERE FACCIA UN PASSO INDIETRO, ORA SERVE UN GOVERNO DI LARGHE INTESE”

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

“OCCORRE UN PATTO DI FINE LEGISLATURA, IL VOTO SAREBBE UNA SCIAGURA E CI ESPORREBBE ALLA SPECULAZIONE”… “CON QUESTA LEGGE ELETTORALE E LA QUESTIONE MORALE, CI TROVEREMMO IN UN PARLAMENTO INGOVERNABILE”

Un governo di larghe intese, “un patto di fine legislatura” tra “tutti gli uomini di buona volontà “.
Con l’appoggio del Pdl e del Pd.
E con un premier dotato di “credito internazionale”.
Beppe Pisanu, uno dei fondatori di Forza Italia e presidente della Commissione Antimafia, esce allo scoperto.
E chiede esplicitamente un passo indietro al Cavaliere.
“La politica – avverte – non può subire la crisi in questo modo, deve invece dominarla con intelligenza e condurla verso il bene comune. Perchè tutti devono capire che la casa brucia. Anzi, è già  bruciata e va quanto meno restaurata”.
L’Unione europea e la Bce ci hanno avvertito da tempo che le fiamme stavano avvolgendo l’Italia ma si è fatto ben poco per spegnerle.
L’Italia e l’Europa sembrano ancora oggi poco attente alla poderosa domanda di cambiamento che viene dalla drammatica evoluzione della crisi generale, dai giovani, dalle donne e dalle altre forze vitali. Questa domanda si è fatta sentire a Londra, a Madrid, nei comuni italiani e ai referendum. Soffia un vento innovatore e se non riuscirà  a far avanzare cose nuove, si abbatterà  furiosamente sulle vecchie.
Anche Bruxelles quindi è arrivata in ritardo?
L’Unione si sta spegnendo tra l’impotenza delle sue istituzioni e i rattoppi della banca Centrale. Si rialzano le barriere dei nazionalismi. Possono cadere nel vuoto gli angosciati richiami di Napolitano o quello lanciati proprio su Repubblica da Delors?.
A cosa si riferisce?
Ci vuole poco a capire che la caduta dell’Euro trascinerebbe anche il dollaro, spezzando le gambe in un solo colpo tanto alle economie quanto alle democrazie dell’Occidente. E in quel caso che se ne farebbe la Signora Merkel di un nuovo marco enormemente sopravvalutato sul dollaro e perciò incapace di sorreggere le esportazioni tedesche?.
Il problema però è l’Italia non la Germania. Proprio la Merkel ha iniziato a paragonarci alla Grecia.
E infatti dobbiamo renderci conto che siamo nell’occhio del ciclone e che in giro cominciano a guardarci male, come non era mai avvenuto. Siamo diventati, direbbe Montale, “l’anello che più non tiene”, quello che, cedendo, può spezzare la catena dell’Euro e dell’Ue. Su questo avverto silenzi e sottovalutazioni preoccupanti.
Visto il balletto delle modifiche alla manovra la sottovalutazione è del governo.
Lo stesso videogioco citato da Tremonti ci dice che i mostri sono tutti in agguato. Non basta però riconoscere la verità , bisogna dichiararla apertamente ai cittadini prima di chiedere loro sacrifici e collaborazione. Ma la diffusa convinzione che le elezioni anticipate sono alle porte ha fatto cedere il passo al calcolo elettorale. A parte i tentativi di Casini e pochi altri, c’è stata la sostanziale riluttanza dei gruppi maggiori a cercare intese impegnative sui grandi problemi.
E lei convinto che non ci saranno le elezioni anticipate?
Sarebbe una sciagura. Ci esporrebbe alla speculazione internazionale. Con questa elegge elettorale, poi, e la questione morale tristemente estesa da un polo all’altro, ci ritroveremmo con un Parlamento più screditato, più diviso e più ingovernabile.
In che modo allora si può rimettere in piedi la casa bruciata?
Non con le urne. Prima viene la crisi, poi la competizione elettorale. La durezza dei mercati ci impone oggi di rafforzare chiaramente la manovra finanziaria e di approvarla velocemente. Ma subito dopo bisognerà  fare appello a tutte le energie disponibili e a tutte le persone di buona volontà  per dare maggiore autorevolezza e credibilità  politica al nostro Paese. Bisogna ritrovare l’etica della responsabilità . Non c’è tempo da perdere. È questione di settimane, forse di giorni.
Vuol dire che questo governo non può affrontare l’emergenza?
Da sola questa maggioranza non è più in grado di evitare il tracollo e riaprire la via dello sviluppo: i fatti sono molto più grandi dei suoi numeri in Parlamento. Però è tutta la politica che deve cambiare passo, respiro, visione, insieme ai gruppi dirigenti delle organizzazioni economiche e sociali. Bisogna cambiare.
Quindi Berlusconi dovrebbe dimettersi per consentire la nascita di un nuovo esecutivo? Una coalizione di larghe intese?
Se Berlusconi è una parte del gigantesco problema che il Paese ha davanti, sarà  anche parte della soluzione che dobbiamo trovare. E una soluzione va trovata. Un patto di fine legislatura tra tutti i parlamentari di buona volontà  per salvare il Paese e rimetterlo in cammino.
Napolitano ha avvertito che fino a quando questo governo ha la maggioranza, lui non può intervenire. E difficilmente Berlusconi rassegnerà  volontariamente le dimissioni. Lei che percorso immagina?
Conosco bene le difficoltà . Penso a un’iniziativa vasta che non prenda di mira nessuno e non escluda nessuno. Che nasca all’insegna dell’emergenza. Le Camere e il Paese trovino il modo di avanzare una proposta unitaria. A fine legislatura poi ciascuno si presenterà  agli elettori con i propri impegni e meriti o demeriti.
E in questo progetto potrebbero entrare tutti? Sia il Pdl sia il Pd?
Certo, tutti.
Molti indicano in Mario Monti la persona più adatta per guidare un governo di questo tipo. Lei d’accordo?
Io penso che serva una figura dotata di credito internazionale e in grado di interloquire positivamente con il Parlamento.
Si tratterebbe dunque di un gabinetto tecnico?
In una democrazia parlamentare tutti i governi sono politici. Chiunque lo presieda deve comunque contare sull’autorevole presenza di tutti gli schieramenti. Ma dobbiamo essere veloci.
Perchè è così preoccupato dai tempi?
Non vorrei che in questo autunno pieno di insidie l’idea del patto unitario si imponesse brutalmente sotto la sferza dei mercati, delle istituzioni internazionali o, peggio, delle piazze in rivolta.

Claudio Tito
(da “La Repubblica“)

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LA RIDUZIONE DEL DANNO: L’ITALIA E’ CONSIDERATA ORMAI LA ZAVORRA CHE RISCHIA DI AFFOSSARE L’EURO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA QUINTA VERSIONE DEL DECRETO PERLOMENO I CONT TORNANO… ALLA FINE LA SINTESI E’ “PIU’ TASSE PER TUTTI”… MANCANO MISURE PER LA CRESCITA E LO SVILUPPO

Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman.
Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico.
Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi.
Già  questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l’azione del governo.
Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo.
A giugno Tremonti aveva garantito che, d’accordo con l’Europa, l’Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima “surplace” contabile.
Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull’orlo dell’abisso.
Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta.
Prima la stangata del contributo di solidarietà  sui ceti medio-alti.
Poi la batosta sulle pensioni d’anzianità  cumulate con il riscatto della laurea e della naja.
Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di “carcere & condono”.
Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all’una o all’altra categoria.
Senza logica politica, senza tenuta economica.
Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l’intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione.
L’Unione Europea e la Bce, la Banca d’Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica.
Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.
Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere.
L’ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo.
Con l’aumento dell’Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già  occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti.
Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: “Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti”, aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe.
Si anticipa il giro di vite sull’età  pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza.
Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo.
Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società  italiana di oggi, nè una soluzione per quella che vuole costruire domani.
Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l’ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già  puntualmente riconosciuto.
È certo il gettito in aumento dell’imposta sul valore aggiuntivo, il “male minore” invocato da tempo dalla Banca d’Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro.
È certo l’incasso a regime dell’intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega.
È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà  per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale.
Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata.
Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità  sociale e alle urgenze di rilancio del Pil.
E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società  di rating e della business community
Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva “riduzione del danno”.
I problemi dell’Italia sono tutt’altro che risolti.
Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia.
Il governo non c’è più.
Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d’Italia, lo etero-dirigono i mercati.
La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all’ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.
In queste condizioni si può tamponare un’emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale.
Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal “Wall Street Journal” al “Financial Times”: l’Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l’euro.
Per questo, ancora una volta, l’unica via d’uscita da questa tempesta imperfetta è l’approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l’ultimo, e forse l’unico gesto di responsabilità  compiuto dal presidente del Consiglio.
Con la quinta manovra si recupera un po’ di attendibilità  aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità  politica.
Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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L’IRA DI BERLUSCONI: DA NAPOLITANO UN INTERVENTO A GAMBA TESA

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

RETROMARCIA DEL GOVERNO PER EVITARE UNA CENSURA PUBBLICA DAL COLLE… LA LEGA SI RIMANGIA LA BATTAGLIA SULLE PENSIONI… IL FANTASMA DEL GOVERNO TECNICO

«Siamo rimasti basiti». Nei piani alti del governo, riconoscono che l’intervento di Napolitano sulla manovra («servono misure più efficaci») è stato uno choc.
Ancora niente, però, a confronto di quello che il Cavaliere ha passato nella memorabile notte a cavallo tra il 5 e il 6 settembre.
Quando i soliti canali diplomatici l’hanno avvertito che dal Colle l’indomani sarebbe arrivato di molto peggio: una pubblica dichiarazione nella quale Napolitano avrebbe denunciato l’inerzia del Cavaliere davanti a una crisi così drammatica.
In pratica, il «de profundis» per un governo incapace di assumersi le proprie responsabilità  su Iva, pensioni e rispetto degli impegni assunti con l’Europa.
«Avrebbe potuto ricorrere alla moral suasion, invece Napolitano è entrato a gamba tesa», si lamentano a Palazzo Chigi.
Pare certo che dietro ci fosse pure Draghi, futuro presidente della Bce, stanco di attendere quanto da due settimane aveva suggerito al governo.
Sta di fatto che la minaccia dal Colle ha ottenuto il suo scopo. Berlusconi ha alzato finalmente la testa dalle carte giudiziarie, s’è attaccato al telefono, è volato a Roma dove non metteva piede da 23 giorni, ha riunito il vertice di maggioranza e il Consiglio dei ministri, tutto a tempo di record proprio per scansare i fulmini presidenziali.
Dopodichè, Silvio ha avuto il coraggio di sostenere con gli amici che era tutto merito suo.
«Ho pilotato io la manovra», si è vantato a sera, «è stato il sottoscritto a convincere Bossi e Tremonti». Napolitano? Sì, certo, il presidente «mi ha dato un aiuto…».
Adesso l’interrogativo è: la terza versione del decreto sarà  sufficiente?
Oppure l’offensiva contro l’Italia proseguirà  imperterrita?
Nell’entourage del premier incrociano le dita. Si attendono che la Bce, finalmente accontentata, riprenda a comprare i nostri poveri Btp. Spiegano l’ottimismo: «Lo spread viene deciso a Francoforte».
Tremonti, dicono, è alquanto scettico.
Anche per questo lui puntava i piedi, non avrebbe cambiato una virgola dell’ultimo decreto. Non ha detto, sia chiaro, che Draghi tira le fila di una congiura politica contro il governo; nè Giulio ha indicato in Soros il manovratore dietro le quinte dell’assalto speculativo.
Eppure il ministro, durante il vertice a Palazzo Grazioli, ha evocato «manine» e «manone», ambienti politico-finanziari cui non dispiacerebbe che questo governo finisse a zampe per aria. Argomenti che sul nostro premier esercitano sempre una certa suggestione.
Giusto ieri gli hanno dato fastidio le critiche dalla Spagna, ma soprattutto quelle della Merkel. «A Berlino non si rendono conto che, se salta l’Italia, crolla l’euro e ci va di mezzo pure la Germania».
L’unica vera certezza (salvo dietrofront) è che «non ci sarà  una terza manovra di qui a un mese», giurano tutti i protagonisti della giornata di ieri.
«A questo punto basta così», sparge assicurazioni il Cavaliere.
Il portavoce Bonaiuti fa due conti: «Ci chiedevano il pareggio di bilancio, ora i saldi saranno perfino meglio di quelli prefissati». Che altro possono pretendere gli investitori?
Estratti del Berlusconi-pensiero raccolti: «Abbiamo raschiato il fondo del barile, tutto quello che ci era possibile fare, eccolo qui. Abbiamo tolto alla speculazione ogni alibi. Se si insiste con certe critiche, vuole dire solo che c’è una manovra contro il Paese, contro di noi».
Qualunque cosa accada sui mercati, Berlusconi sa di non poter più modificare neppure una virgola, specie sulle pensioni. Bossi lo manderebbe a quel paese, la maggioranza andrebbe in briciole.
L’anticipo di due anni per le lavoratrici nel settore privato è il massimo che Berlusconi è riuscito a strappare in una concitata battaglia con la Lega.
Nella telefonata con l’Umberto, lunedì sera, s’era trovato di fronte un muro.
Durante il vertice di ieri idem, con l’emissario del Carroccio Calderoli che aveva sul collo il fiato del Senatùr.
Nel giro leghista si narra di una telefonata ringhiosa piovuta da Gemonio a Palazzo Grazioli, «che diavolo state combinando lì?».
In compenso Berlusconi ha ottenuto dalla Lega disco verde all’aumento dell’Iva. Tremonti è rimasto isolato.
Si è arreso solo quando il collega di governo Frattini è uscito di mattina dal Quirinale mettendo in chiaro: «L’appello di Napolitano va preso sul serio».
L’accerchiamento di Tremonti è stato completo allorchè da Bruxelles ha incominciato a premere perfino Tajani, vicepresidente della Commissione Ue (messo sapientemente in moto da Gianni Letta).
Una trattativa caotica che Berlusconi tenta di minimizzare: «Confusione? Quando il governo si regge su una coalizione di partiti, non può essere diversamente».
E poi, teorizza da politologo Quagliariello, «una manovra così importante nella Prima Repubblica avrebbe travolto non uno ma tre governi, mentre noi siamo ancora vivi».
Ancora per quanto?
Incombe sul Cavaliere lo spettro del governo tecnico, guidato da Monti, o istituzionale (l’attivismo di Schifani viene visto dai «berluscones» con crescente sospetto).
Si dà  coraggio il premier: «Siamo un governo legittimo, abbiamo la maggioranza nel Parlamento, nessuno può permettersi di far saltare il banco».

Amedeo La Mattina e Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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VENDERE LE CASERME PER FARE CASSA? PECCATO CHE NESSUNO SAPPIA NEANCHE QUANTE SONO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IN TEMPI DI CRISI SI PARLA DI METTERE SUL MERCATO ALCUNI BENI DELLO STATO…MA NON ESISTE UN ELENCO COMPLETO: IL DEMANIO TACE, I MINISTRI SI DEFILANO E LE COMMISSIONI RISULTANO INUTILI

Come in una porta girevole, in questi giorni arruffati in cui il governo è alla ricerca disperata di soldi, l’idea di vendere pezzi del patrimonio dello Stato per fare cassa entra ed esce dalle stanze di palazzo Chigi.
Ma poi si scopre che non esiste neppure uno straccio di censimento della reale consistenza immobiliare, neanche per le caserme che invece, secondo la disinformacja governativa, sarebbero lì belle pronte in attesa di acquirenti vogliosi.
Le caserme e i beni della Difesa (terreni, fari, forti, magazzini, polveriere) ci sono e tanti, presumibilmente con un valore ingente, dell’ordine delle decine e decine di miliardi di euro.
Ma nessuno sa con precisione quanti siano quelli disponibili e tanto meno di quanti metri quadrati si parla.
Sembra impossibile, ma è così.
Ci ha battuto il naso anche Paolo Cirino Pomicino che con grande sorpresa ha dovuto constatare che per la vendita dei beni militari siamo ancora all’anno zero, o quasi.
Ex luogotenente di Giulio Andreotti, ex potentissimo presidente della Commissione bilancio della Camera, più volte ministro ai tempi della Prima Repubblica e infine coinvolto nella vicenda Enimont e condannato, Pomicino è uno che di vendita del patrimonio pubblico se ne intende.
Esattamente vent’anni fa varò la prima società  ad hoc, Immobiliare Italia, ed ora non è affatto ostile a questo governo, anzi, in qualche modo ne fa parte.
Su proposta di Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, è stato nominato presidente di un Dipartimento di palazzo Chigi, il Comitato tecnico-scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato.
Un incarico «svolto a titolo gratuito», come lui stesso insiste a precisare.
In quella veste Pomicino chiede con insistenza da 11 mesi al ministero della Difesa e a mezzo governo l’elenco dettagliato dei beni. Inutilmente.
Dopo tanto tempo sprecato e una corrispondenza fitta con il ministro Ignazio La Russa, il suo capo di gabinetto, generale di Corpo d’armata Claudio Graziano, il sottosegretario Guido Crosetto, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, sconsolato Pomicino si è rivolto pure ad Antonio Martone, presidente di un’altra commissione governativa dal nome altisonante, Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità  delle pubbliche amministrazioni (Civit), un organismo presentato come uno strumento formidabile per l’efficienza delle mezze maniche statali, voluto con caparbietà  dal ministro Renato Brunetta.
Martone, che per quell’incarico prende 165 mila euro all’anno mentre i commissari 135, ha risposto a Pomicino che l’affare non lo riguarda, limitandosi ad esprimere un generico auspicio di circostanza, cioè «che nel frattempo il problema possa aver trovato una soluzione, anche parziale».
Caustico, Pomicino gli ha risposto con una lettera al fulmicotone di tre righe: «Non pensavo che la scarsa efficienza dei dirigenti del Demanio militare non fosse di competenza della commissione da te presieduta».
Quindi lo ha invitato «con amicizia» ad un incontro «per capire finalmente che cosa fa la tua commissione».
Il carteggio tra Pomicino e i ministri è una specie di metro per misurare tutta la distanza che separa le roboanti velleità  governative e la sconsolante pedestrità  dell’azione effettiva.
La prima lettera è del 15 ottobre di un anno fa. Pomicino chiede alla Difesa «il numero di edifici con il complessivo numero di metri quadrati utilizzati dal ministero e dalle quattro armi».
Dieci giorni dopo il capo di gabinetto del ministro gli risponde buttando la palla in corner: «E’ attualmente in fase di implementazione una mappatura completa e particolareggiata» e senza fissare date e termini promette che quando i dati saranno pronti «sarà  cura di questo Dicastero» fornirli.
Passano appena quattro giorni e Pomicino segnala «con grande disappunto» la faccenda a Gianni Letta e al ministro Rotondi.
Facendo fatica a credere che la lista non esista, insinua il dubbio che il capo di gabinetto non abbia comunicato i dati, pur avendoli, perchè «qualcuno» gli ha detto di fare così, presumibilmente il ministro La Russa intenzionato, magari, a gestire in prima persona l’interessante affare della vendita delle caserme.
Pomicino insiste e fa notare che, se «la mappatura è in fase di implementazione», come dice il capo di gabinetto, vuol dire che ci sarebbe un elenco più vecchio, che però non è saltato fuori.
La desolante verità  è che probabilmente non esiste proprio alcun elenco.
Una quindicina di giorni dopo, novembre 2010, anche Letta scrive a Pomicino e con il solito stile di dire sempre sì a tutti tanto non costa nulla, gli assicura che «il ministero della Difesa fornirà  riscontro agli elementi richiesti».
Due mesi dopo, però, il sottosegretario Crosetto riporta la faccenda al nastro di partenza e annunciando decisive «sinergiche e interattive azioni» tra l’Area tecnico-operativa e quella tecnico-amministrativa del ministero, alla fine comunica a Pomicino che la lista «è in continuo divenire».
Quindi non disponibile. In primavera Pomicino si rivolge al presidente Martone e Martone gli risponde picche.
D’estate Pomicino insiste. Nulla.
Siamo a un passo dall’autunno, Crosetto assicura che la lista negata a Pomicino ci sarebbe e a riprova della sua esistenza manda questi 2 messaggini per telefono.
Primo: «Infrastrutture Difesa 5.815 di cui 1.763 di reale valore».
Secondo: «Esclusi gli alloggi». Punto.
Ottimo e abbondante per la truppa.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL GOVERNO DA UN LATO TAGLIA, DALL’ALTRO REGALA DUE MILIARDI A MEDIASET E RAI

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

BOCCIATA LA PROPOSTA DI UN’ASTA PER L’ASSEGNAZIONE DELLE NUOVE FREQUENZE TV DIGITALI…. UNA MISURA CHE AVREBBE POTUTO ALLEGGERIRE LA SCURE SUI TAGLI AGLI ENTI LOCALI…. UN ALTRO CASO EMBLEMATICO DEL CONFLITTO DI INTERESSI DEL PREMIER

“In commissione Bilancio ci abbiamo provato, ma è andata male”.
E’ la delusione il sentimento principale fra le file del Partito democratico che al Senato si è visto bocciare per un solo voto (13 contro 12) il suo emendamento alla manovra sull’asta per le frequenze televisive.
La normativa, presentata dai senatori Luigi Zanda e Vincenzo Vita e condivisa anche da Italia dei valori e Terzo polo, puntava a indire un’asta competitiva per l’assegnazione delle frequenze generate dal passaggio della televisione dalla tecnologia analogica a quella digitale.
Ma le opposizioni hanno sbattuto contro un muro e il cosiddetto “dividendo digitale” sarà  assegnato alle emittenti che parteciperanno alla gara tramite un “concorso di bellezza” (beauty contest): senza che lo Stato guadagni un euro dall’operazione.
Eppure, proprio in questi giorni, è in corso un’altra competizione che riguarda le compagnie telefoniche.
Come nel caso delle tv, i colossi delle telecomunicazioni (Wind, Telecom Italia, Vodafone e H3g) stanno dandosi battaglia per conquistare un’altra porzione di etere (sempre liberata dalla digitalizzazione-compressione dei segnali televisivi) su cui far correre i servizi multimediali della telefonia mobile (la futura rete 4G).
La differenza fra le due gare è che nel caso delle emittenti televisive l’Agcom, e ministero dello Sviluppo economico hanno optato per il beauty contest, mentre per le Tlc si è scelta una normale asta competitiva.
Che, fra proposte iniziali e successivi rilanci, frutterà  la bellezza di 3 miliardi di euro.
“E’ un caso di scuola del conflitto d’interessi del presidente del Consiglio — attacca Vita — che dimostra un concetto semplicissimo: finchè Silvio Berlusconi sarà  al governo è semplicemente impossibile fare qualsiasi legge che vada a scalfire gli interessi di Mediaset”.
Alle televisioni del premier, assieme a Rai, Sky e altre emittenti, verrà  fatto un regalo che se fosse stato messo all’asta avrebbe potuto fruttare fino a due miliardi di euro, andando ad alleggerire i tagli alla spesa pubblica che stanno mettendo in ginocchio gli enti locali.
“E’ un’ingiustizia — dice Zanda — Questa mattina abbiamo ricevuto i rappresentanti di comuni, province e regioni che illustravano come la mannaia del governo li costringerà  a cancellare una serie di servizi, dai trasporti alla sicurezza. E la maggioranza cosa fa? Regala un prezioso bene dello Stato alle emittenti televisive”:
Le opposizioni hanno deciso di ripresentare lo stesso emendamento anche in Aula, in modo che, se non verrà  posta la questione di fiducia, ci sarà  almeno lo spazio per una discussione pubblica.
Perchè “l’interesse del governo è di far passare l’operazione sotto il massimo silenzio, dato che siamo di fronte a una palese ingiustizia: si taglia tutto, ma si regalano   miliardi alle televisioni. Mediaset compresa”.
Una prova del massimo riserbo dell’esecutivo l’hanno avuta oggi i giornalisti che cercavano di strappare una dichiarazione al ministro dello Sviluppo economico.
Alla domanda sul perchè la maggioranza abbia deciso di regalare quel patrimonio ai canali televisivi, Paolo Romani non si è neanche degnato di rispondere.
“Non sapeva cosa dire”, scherza Zanda. “E se poi gli scappava la verità ?”, si chiede sarcasticamente Vita.
Entrambi però sono certi che il ministro con la bocca cucita sappia benissimo cosa fare: a partire da domani, quando prenderà  il via la gara per l’assegnazione delle super-frequenze digitali.
Che sarà  un’allegra sfilata di televisioni, sempre quelle, con tanto di regalo finale. Alla faccia dei tagli e del pluralismo dell’informazione.

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EVASORI, NIENTE PAURA: È TUTTO FINTO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

MANOVRA ANTI EVASORI? SOLO FUMO NEGLI OCCHI…CANCELLATE TUTTE LE MISURE EFFICACI CONTRO I FURBI, RESTANO I PALLIATIVI E CHI TRUFFA IL FISCO NON PAGHERA’

Fumo negli occhi: questo sono le “misure anti-evasione”.
Peccato perchè nella prima stesura della manovra cose buone ce n’erano. Proprio quelle che sono state eliminate.
Cosa buonissima era l’obbligo di inserire in dichiarazione i rapporti bancari di cui si avesse comunque la titolarità ; attenzione, questo significava che il conto intestato alla nonna andava dichiarato, così come la cassetta di sicurezza e il libretto di risparmio al portatore; e, naturalmente, il conto estero, svizzero o caraibico che fosse.
Perfetto. Soprattutto perchè, se adeguatamente sanzionata, questa norma avrebbe permesso di evitare i complessi accertamenti sull’ammontare dell’imposta evasa; sarebbe bastato accertare che il conto alle isole Cayman non era stato dichiarato.
Tempi duri per gli evasori. E infatti non se ne parla più. Perchè?
Non si sa (ma si immagina).
Tanto più che il Fisco ha, per legge, la possibilità  di chiedere al contribuente i rapporti intrattenuti con le banche.
Solo che, con i conti indicati in dichiarazione, andava a colpo sicuro e chi aveva mentito correva rischi gravi.
Ora restiamo con il 10 % di accertamenti, 90% di possibilità  di farla franca e impunità  pressochè assicurata.
Decisiva era la pubblicità  dei redditi. Attenzione, del reddito imponibile, non della dichiarazione. Poteva essere la chiave per abbattere l’evasione.
Chi sarebbe uscito con la Ferrari quando il vicino poteva leggere online che dichiarava 30.000 euro di reddito annuo?
Chi avrebbe corso il rischio della denuncia (non della “delazione”, secondo il lessico dei difensori d’ufficio dell’evasione) da parte di incazzati contribuenti onesti, magari loro malgrado perchè lavoratori dipendenti?
Era una svolta.
Adesso, pensa un po’, si prevede di mettere online i redditi medi delle categorie.
Cioè quello che si legge da anni su decine di siti Internet.
Come se non si sapesse già  che gli avvocati hanno un reddito medio di 50.000 euro, i dentisti di 45.000 e gli albergatori e ristoratori di 12.000.
Dopodichè? Accertamenti mirati sulla base di queste risultanze.
Perchè, fino adesso Fisco e Comuni non lo sapevano che il popolo dell’Iva è pieno zeppo di evasori?
Chissà  se resisterà  l’incoraggiamento ad utilizzare sistemi di pagamento tracciabili.
Tutti sanno benissimo che la moneta elettronica è la mamma dell’anti-evasione (il papà  è la prigione); sicchè c’è da dubitarne.
E comunque: perchè riservarla solo a piccole aziende? Perchè non rendere obbligatori, per tutti, pagamenti con carta di credito, bonifici bancari, assegni ecc?
È ovvio: perchè il popolo della partita Iva si incazza.
Plauso incondizionato per il no alla sospensione condizionale della pena.
L’evasore fiscale è un delinquente seriale, per definizione non dà  alcuna garanzia di non commettere altri reati: tutta la sua economia è fondata sull’evasione; e, se beccato, ricomincia subito, in base al principio (fondatissimo con il sistema tributario e penale tributario italiano) secondo cui il fulmine non cade mai due volte nello stesso punto.
Ma riservare la severità  all’evasore per più di 3.000.000 di imposta è proprio fumo negli occhi. Che si fa, si mettono in prigione Valentino Rossi e Pavarotti.
E poi? Quello che serve è spaventare gli evasori sistematici piccoli e medi, quelli che fanno “nero”.
Lì sta l’evasione vera, quella che ci mette in ginocchio; il resto è operazione di facciata.
Certo, vanno presi e puniti severamente anche loro, anche Rossi e Pavarotti; ma non è con questi due che si salva l’Italia.
Quindi la norma doveva essere estesa a tutti i reati tributari: 6 mesi di prigione al collega della porta accanto sono un deterrente più efficace di 1000 spot anti-evasione.
Resterà  l’abbassamento della soglia di punibilità  per le dichiarazioni fraudolente “con altri artifici”: non più 77.468 euro ma 30.000?
Comunque, anche qui c’è il trucco. Questo reato non si applica quasi mai.
Il popolo dell’Iva, quello che fa il “nero”, quello che è il maggiore responsabile di un’evasione annua pari a 160 miliardi, ottenne, a suo tempo, di inserire nella legge penale tributaria il reato di “dichiarazione infedele” che si ha quando, per evadere, ci si limita a non annotare in contabilità  quello che si incassa.
Insomma, quando il dentista, l’idraulico, l’avvocato, il meccanico, il barista e così via non fanno parcella, scontrino, ricevuta, evadono ma senza “artifici”.
Il che significa pena fino a 3 anni (dunque in realtà  8 mesi con la condizionale), soglia di punibilità  di 103.291 euro (se evado 103.000 euro netti all’anno non commetto reato).
Norma “finta” anche questa.
Come cantavano i mitici Platters, Smoke gets in your eyes.

Bruno Tinti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE COMICHE FINALI: OGGI TORNANO DI ATTUALITA’ L’AUMENTO DELL’IVA E IL SUPERPRELIEVO

Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO IL NO DELLA LEGA AD INTERVENTI SULLE PENSIONI, IL GOVERNO VIRA DI NUOVO SU UN AUMENTO DELL’IVA E SUL CONTRIBUTO PER I REDDITI SOPRA I 200.000 EURO…E CI FACCIAMO BACCHETTARE PERSINO DALLA SPAGNA

La manovra potrebbe cambiare ancora.
Il governo sta infatti pensando a modifiche soprattutto per quanto riguarda l’Iva e il contributo straordinario a carico dei redditi più elevati.
L’invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a varare «misure più efficaci» e nel contempo la difficile situazione venutasi a creare sui mercati finanziari che sta generando una pressione continua sui titoli di Stato, renderebbe infatti necessario ritoccare un provvedimento che rischia di uscire stravolto dal confronto parlamentare.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è atteso a Roma per un vertice di maggioranza.
Sul piatto della manovra il capo del governo intende nuovamente mettere la possibilità  di un lieve aumento dell’Iva oltre alla riproposizione del cosiddetto contributo di solidarietà , ma in una misura diversa dal precedente.
A essere coinvolti in questo caso sarebbero infatti solo i redditi superiori ai 200mila euro in una misura ancora da decidere.
Del resto i margini di intervento si restringono, visto che dall’incontro di lunedì tra lo stato maggiore leghista e il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è venuta ancora una volta meno la disponibilità  della Lega a dare il via libera a un nuovo intervento sulle pensioni, bocciando soprattutto un’accelerazione dei tempi relativi all’aumento dell’età  pensionabile delle donne che lavorano nel settore privato (al momento i 65 anni per tutti andranno in vigore solo nel 2028).
Sul tavolo del vertice, tra l’altro, ci sarà  anche l’opportunità  di porre la questione di fiducia sul decreto, per evitare di veder stravolta la trama dell’intervento dal confronto parlamentare e di prolungare la discussione oltre i limiti: l’ipotesi, infatti, sarebbe di porre la fiducia già  martedì sera per arrivare al voto mercoledì.
Sullo sfondo resta il board di giovedì della Bce, dove la Banca centrale europea potrebbe imporre delle precondizioni all’Italia o stabilire un limite temporale al proprio sostegno ai corsi dei titoli di Stato italiani, che avviene attraverso una massiccia operazione di acquisto.
Insomma, si tratta anche di una corsa contro il tempo, per evitare che la tempesta sui mercati finanziari e la disponibilità  di partner europei e istituzioni continentali impongano condizioni non trattabili.
A peggiorare ulteriormente la situazione arriva dall’estero la reprimenda del governo spagnolo.
L’Italia e la Grecia non stanno rispettando gli obiettivi di risanamento dei conti, creando così sfiducia nei mercati.
L’accusa arriva dall’esecutivo di Madrid attraverso il portavoce Josè Blanco.
«Stiamo attraversando una turbolenza economica che è evidente ogni giorno», ha dichiarato Blanco intervistato da «Telecinco», proseguendo: «Siamo molto preoccupati perchè alcuni Paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l’Italia, che si è rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento».
«Ciò – secondo il portavoce – influisce sulla decisione dei mercati che devono acquistare il nostro debito e ci dirige verso una fase caratterizzata da una certa instabilità ».

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