Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA, CON ALEMANNO E LA POLVERINI, ATTACCA LA MANOVRA E “IL GIORNALE” LO CITA PER LESA MAESTA’… E PER TUTTO IL GIORNO NEL PARTITO DELL’AMORE SONO VOLATI GLI STRACCI
Alta tensione nel Pdl e cortocircuiti mediatici.
Con i berluscones che si sono scagliati contro il Giornale diretto da Alessandro Sallusti definendo “ricattatorio” un suo articolo.
Immediata la risposta del direttore
Avete scritto “un concentrato di ignoranza e stupidità ”: Roberto Formigoni si scaglia senza mezzi termini contro Il Giornale colpevole di aver suggerito ai governatori di far fronte ai tagli della manovra vendendo “i loro gioielli”, cominciando dal grattacielo Pirelli.
A corredo dell’articolo, il quotidiano di casa Berlusconi ha pubblicato i ritratti di Formigoni, di Renata Polverini e di Gianni Alemanno.
I tre esponenti del Pdl hanno reagito con l’aplomb che vige in via dell’Umiltà e, in una nota congiunta, hanno definito “messaggi dal sapore ricattatorio” quanto scritto dal Giornale.
Il direttore Alessandro Sallusti non si è fatto pregare. E ha ribattuto: “Toni da bulli di periferia”.
Un duro scontro verbale che è proseguito per tutto il giorno e che conferma, per l’ennesima volta, il nervosismo e le tensioni che ci sono nel partito di maggioranza ormai in stato confusionale.
Il più irritato è apparso Formigoni. Oltre al comitato congiunto, il governatore lombardo si è scagliato contro il quotidiano di via Negri durante un’intervista a Radio24.
Gli articoli sono “un concentrato di ignoranza e stupidità che hanno anche delle firme, del direttore dell’illustre giornale e che si chiama Alessandro Sallusti, non nuovo a cadute di questo tipo”, ha detto.
Lo stesso Sallusti, ricorda Formigoni durante l’intervista “consigliò ai milanesi di votare Lassini due giorni prima che Berlusconi lo mettesse fuori dalla lista”.
Mentre nel comunicato Formigoni, Polverini e Alemanno hanno scritto: “Sbaglia di grosso chi, tra giornalisti, direttori e loro eventuali suggeritori si illude di fermare con messaggi dal sapore ricattatorio la nostra giusta azione a difesa dei cittadini”.
Immediata la risposta di Sallusti: “Ecco chi ha suggerito l’articolo”, ha scritto sul sito internet.
“A parte il tono minaccioso da bulli di periferia del comunicato, siamo disposti a svelare chi ci ha suggerito l’articolo contestato. Il primo è stato Roberto Formigoni, che l’altra sera ospite su La7 ha concionato contro il governo con toni che neppure la Camusso ha mai usato. La seconda è Renata Polverini, che è andata oltre, concedendo a L’Unità una intervista delirante che la sinistra ha incorniciato a futura memoria. Il terzo è Gianni Alemanno, che tutti i giorni presta la sua faccia ai colleghi di sinistra che vogliono solo fare cadere Berlusconi. Il quarto sono i nostri lettori, che ci hanno sommerso di lettere di sconcerto per le performance dei tre suddetti amministratori. I quali farebbero bene a concentrarsi per far dimagrire la loro casta, quella degli enti locali, che non è meno costosa, sfarzosa e spesso inefficace di quella dei parlamentari”.
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, governo, PdL, Politica, radici e valori, Stampa | Commenta »
Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
LAVITOLA CANCELLATO DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI… SECONDO UN EX SOCIO SOLO UN TERZO DEL CONTRIBUTO PUBBLICO VENIVA UTILIZZATO PER IL GIORNALE, GLI ALTRI DUE TERZI FINIVANO SU CONTI DI LAVITOLA ALL’ESTERO
Il direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, è stato cancellato dall’elenco professionisti dell’Ordine dei giornalisti del Lazio
Lavitola, spiega l’Ordine del Lazio, è stato raggiunto da un mandato di arresto da parte della magistratura e per questa ragione il Consiglio ha preso la decisione di sospenderlo, conseguente a quanto emerge dalle indagini sul caso Tarantini.
La scelta dell’ordine dei giornalisti del Lazio è stata presa in base all’articolo 39 della legge n.69 del 1963: al secondo capoverso, recita testualmente: “ove sia emesso ordine o mandato di cattura gli effetti dell’iscrizione sono sospesi di diritto fino alla revoca del mandato o dell’ordine”.
Ma i guai non sono finiti. I magistrati indagano anche sull’uso dei fondi per l’editoria concessi all’Avanti (2,5 milioni di euro l’anno)
Pare che, in parte, siano finiti a un’impresa di pesca gestita da Lavitola in Brasile.
Sia i soldi usati per ricattare il premier, sia quelli incassati grazie ai contributi per il giornale, sarebbero infatti usati per finanziare le sue attività private.
“Il Fatto” avvalora la tesi (tutta da verificare: precisa comunque il quotidiano) intervistando uno dei soci della cooperativa che editava l’Avanti, Raffele Panico.
“Lavitola – denuncia l’uomo – dirottava in Brasile, dove gestiva un’impresa di pesca, una parte dei soldi destinati all’attività dell’Avanti”.
Panico decise di lasciare anche per questo il giornale: “Perchè non condividevo quello che avevo visto e che ero stato costretto a fare per assecondare Lavitola”.
Ma c’è di più.
Quei soldi arrivati dai contributi all’editoria, in realtà , non sarebbero giustificati
Sempre il Fatto ricorda che a luglio rivelò di un controllo in vista per l’Avanti volto a verificare se le copie dichiarate per ottenere i contributi erano reali
“Grazie alla legge attuale – scrive Il Fatto – il Dipartimento editoria della presidenza del Consiglio deve finanziare non solo i giornali comprati realmente in edicola, ma anche quelli che dichiarano tirature enormi grazie al meccanismo delle vendite in blocco e dello strillonaggio”
Queste norme, peraltro, riguardano solo i quotidiani e non i periodici.
Quando a giugno il Dipartimento avvia quindi un’indagine per verificare questi fenomeni, l’Avanti risulta il primo della lista.
Dopo la denuncia del Fatto, che rivela l’avvio dei controlli, Lavitola si agita.
“Alla presidenza non mi rispondono”: dice preoccupato il 17 luglio a un collaboratore.
E dice al suo uomo di “mettere a posto le carte” in vista di una visita della Guardia di Finanza.
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL PRESSING DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA SULL’ITALIA… RICHIESTI MAGGIORI IMPEGNI AI PAESI INDEBITATI… VIA NAZIONALE PROPONE DUE VIE D’USCITA PER RIEQUILIBRARE I CONTI
L’autunno caldo è cominciato.
“L’Italia deve scegliere: o lancia un vero segnale di svolta sulla manovra, o si offre in pasto ai mercati esponendo l’intera Eurozona a un enorme pericolo”.
Si apre una settimana che può cambiare il destino dell’italia e dell’Europa.
In queste ore difficili, tra Banca centrale europea e Banca d’Italia, non c’è un solo interlocutore che non esprima “grandissima preoccupazione” per quello che sta accadendo nel nostro Paese.
Il “caos totale” nel quale il governo è precipitato in questi ultimi due mesi, cambiando radicalmente per ben quattro volte il menu delle misure di risanamento per assicurare il pareggio di bilancio nel 2013, è una miccia accesa nel cuore della moneta unica.
Per ora, a disinnescarla ha contribuito proprio la Bce, che ha comprato a piene mani i Btp sul mercato secondario, per disarmare la speculazione internazionale.
Ma quanto può durare, l’ombrello aperto su di noi dall’Eurotower?
È la domanda cruciale, alla quale la Bce proverà a dare una prima risposta giovedì prossimo, al primo board convocato per la ripresa dopo l’estate.
A Francoforte c’è consapevolezza della grande difficoltà della fase.
“I dati della congiuntura internazionale non sono affatto confortanti”, dicono all’Eurotower. Eurolandia è in forte frenata.
Come già anticipato dal Fondo monetario, le economie dell’area cresceranno nel 2011 solo dell’1,9%.
Nel 2012 andrà peggio, con un deludente 1,4%.
“Preoccupa il rallentamento della Germania”, che dopo aver trainato il Continente quest’anno, si fermerà l’anno prossimo a un fiacco 1,6%.
L’Italia va peggio di tutti: non supera lo 0,8% quest’anno, e si ferma allo 0,7% l’anno prossimo.
C’è quindi un primo nodo da sciogliere: già con queste cifre, “la manovra da 45 miliardi messa in campo da Berlusconi andrebbe rafforzata ulteriormente”.
Se scende il Pil, infatti, crescono più del previsto il deficit e il debito.
Dunque “servono più tagli di spesa, per garantire il pareggio di bilancio”.
Ma la manovra appena varata dal centrodestra, nella sua quarta e schizofrenica versione, non da garanzie.
Nè sulle singole misure, nè sui saldi. Trichet lo ha già lasciato intendere.
I suoi uomini sono ancora più espliciti. “L’Italia deve fare di più e di meglio. E deve farlo subito”.
La Bce non può continuare a togliere le castagne dal fuoco al governo italiano. Al board di giovedì i governatori dell’Eurosistema ne discuteranno, nel frattempo “sull’acquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario si decide giorno per giorno”.
Ma una cosa è certa: “Il Security Market Program non è un meccanismo permanente”. Se dunque è vero, come sostiene Trichet, che il salvagente della Bce sui Btp non è scattato solo dopo la garanzia che il governo italiano avrebbe rafforzato e accelerato la manovra, è anche vero che, a regime, il primo non dura in assenza della seconda.
“Non possiamo coprire una qualsiasi forma di “azzardo morale” sul mercato dei titoli”, sostengono alla Bce.
Già i “falchi”, tra politici ed economisti tedeschi, hanno criticato la Banca centrale perchè con i suoi interventi “ha agevolato il lassismo dei Paesi periferici dell’area”.
E’ ora di cambiare rotta. E già alla riunione di giovedì se ne potrebbe avere un anticipo, indirizzato implicitamente proprio all’Italia.
“Altri Paesi – segnalano a Francoforte – si stanno dimostrando più responsabili. Uno su tutti: la Spagna, dove il Parlamento ha già varato la sua Legge Finanziaria, ed ha approvato l’inserimento della disciplina di bilancio in Costituzione”.
L’Italia è indietro. Sui tempi e sui numeri.
E questo, sulla sponda interna, allarma la Banca d’Italia.
Mario Draghi si prepara al “trasloco”, ma in queste ore gli uomini del Direttorio sono in contatto costante e diretto con i loro “colleghi” d’oltrefrontiera.
A Via Nazionale l’apprensione sul destino della manovra è persino più acuta che a Francoforte.
Il messaggio lanciato con le tre versioni estive del pacchetto anti-deficit è stato “pessimo”: confusione, improvvisazione, approssimazione.
Vista da Palazzo Koch, la manovra è un “patchwork indecifrabile”.
“E’ arduo affidare al recupero di evasione fiscale un rientro dal deficit di così vasta portata”, si sostiene in Bankitalia, in piena sintonia con i dubbi della Ue. Berlusconi e Tremonti, accecati da un regolamento di conti tra loro, non vedono più la realtà . Dimostrano di non avere un’idea su ciò che è e su ciò che deve diventare la società italiana. Prima colpiscono il ceto medio con il contributo straordinario, poi colpiscono i pensionati con la gabella sulla naia e la laurea, poi fanno la faccia feroce contro gli evasori, dopo averli blanditi con lo Scudo fiscale e con l’irresponsabile sostegno pre-estivo alla diffusa Vandea per le “vessazioni di Equitalia”.
Così non si va da nessuna parte.
A Via Nazionale, si teme il vicolo cieco.
Le vie d’uscita che la Banca d’Italia caldeggia sono due.
La prima, sul lato delle spese, è “accelerare sulla spending review”, affondando con il bisturi della priorità politica finalizzata a ricerca e sviluppo e non più non con il machete dei tagli lineari e indiscriminati su tutte le voci.
La seconda, sul lato delle entrate, è “un intervento mirato e selettivo sulle aliquote Iva”. Questa, secondo Palazzo Koch, sarebbe la soluzione migliore, sul piano delle opportunità macro-economiche e delle compatibilità politico-sociali.
La Banca d’Italia ha fatto i suoi studi e le sue simulazioni.
L’aumento dell’Iva non avrebbe impatti recessivi maggiori di quelli che la manovra in sè già presenta ora.
E dal punto di vista dell’inflazione, “l’impatto sarebbe quasi nullo, poichè il quadro dei prezzi nonostante le ultime fiammate va verso un raffreddamento e la domanda di petrolio è in discesa”.
Dunque questa è la scommessa di Draghi e dei suoi uomini: pressato dalla Bce e dai mercati, alla fine Berlusconi sarà costretto ad agire sull’Iva, a dispetto dei timori infondati di Tremonti.
Sarà il male minore, e garantirà un gettito certo, al contrario delle norme “dissuasive” e assai demagogiche sulla delazione e la gogna fiscale.
Il dubbio vero è se questo governo abbia ancora la forza per scelte politiche nette, riconosciute e riconoscibili.
O se invece la perdità di credibilità cumulata in tre anni di dissennatezze politiche e dissipazioni contabili sia irreversibile.
All’Eurotower e a Via Nazionale si sa bene qual è la posta in palio. Tra Btp, Bot e Ctz, a settembre il Tesoro deve collocare sul mercato ancora quasi 45 miliardi di euro.
Di qui alla fine dell’anno, le emissioni complessive di titoli di Stato ammonteranno a circa 148 miliardi.
Se si allenta la sponda della Bce, come prevedono i “duri e puri” di Francoforte, basta un niente per far fallire un’asta e far banchettare gli speculatori internazionali.
Sarebbe il disastro finale.
Dopo aver rovinato l’Italia, Berlusconi e Tremonti si prenderebbero il merito di aver affondato anche l’Europa.
Possono farcela, purtroppo.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, economia, Politica, radici e valori | Commenta »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
NON SONO INFORMATI NEMMENO SULLE LEGGI CHE LORO STESSI HANNO FATTO APPROVARE DUE ANNI FA….CHI NON HA IL PERMESSO DI SOGGIORNO NON PUO’ MANDARE SOLDI AI PARENTI ALL’ESTERO, COME SI FA ALLORA A PROPORRE DI TASSARLI?
Una tassa sul nulla, un bluff che promette di portare zero euro nelle casse dello Stato. E’
l’imposta di bollo sulle rimesse degli immigrati irregolari.
Un nuovo balzello che non tiene conto del pacchetto sicurezza 2009: da due anni per inviare soldi a casa bisogna essere in regola col permesso di soggiorno.
Un passo indietro.
Un emendamento leghista alla manovra finanziaria, approvato in commissione Bilancio al Senato, introduce una tassa (pari al 2%) sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale. L’imposta non si applica dunque agli immigrati regolari (che sono sempre iscritti all’Inps e in possesso del codice fiscale).
A chi tocca allora?
Il Carroccio pare si sia dimenticato del pacchetto sicurezza varato dal suo stesso ministro dell’Interno nel 2009.
L’articolo 2, comma 20 della legge 2009/94 prevede infatti che le agenzie di money transfer debbano sempre chiedere all’immigrato il permesso di soggiorno.
Se il cliente ne è privo, il denaro viene inviato, ma le agenzie «effettuano entro dodici ore apposita segnalazione all’autorità locale di pubblica sicurezza, trasmettendo i dati identificativi del soggetto».
La conseguenza? L’irregolare che vuole spedire i risparmi a casa, finisce per autodenunciarsi.
Da qui la scelta di canali alternativi: carte di credito prepagate spedite a casa, amici o corrieri che tornano in patria
Insomma, la nuova imposta promette di colpire le rimesse che passano attraverso i canali ufficiali, ma arriva tardi: tassa le transizioni degli immigrati irregolari che dal 2009, effetto del decreto Maroni, sono invisibili alla legge e che continueranno ad essere utilizzati come prima.
Il flusso delle rimesse che non passa più attraverso i canali formali continuerà a rimanere difficilmente individuabile e impossibile da raggiungere per il fisco.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, governo, Immigrazione, LegaNord, Politica, radici e valori | 2 commenti presenti »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL GIUSLAVORISTA FRANCO FOCARETA LA LEGISLAZIONE NAZIONALE DIVENTERA’ SUPERFLUA….ICHINO: “NON SI COLMA IN QUESTO MODO IL FOSSATO TRA GARANTITI E NON GARANTITI”
Che cosa cambia nel mondo del lavoro con l’emendamento approvato ieri sui contratti?
«Semplicemente si rende superflua la legislazione nazionale. I contratti e le leggi valgono a meno che sindacati e aziende non trovino l’accordo per farsene di propri». Parla così il professor Franco Focareta, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna, uno dei consulenti legali della Cgil e della Fiom.
Di parere diverso Pietro Ichino, illustre giuslavorista e senatore del Pd, non di rado su posizioni critiche rispetto al partito: «Non vedo particolari rischi nelle medie e nelle grandi aziende italiane dove la contrattazione non dovrebbe presentare sorprese: è infatti presumibile che in quelle realtà i sindacati e le imprese sottoscrivano accordi rispettosi dei diritti dei dipendenti . Piuttosto va osservato che le norme di cui si parla non rispondono alle richieste della Banca centrale europea che ci chiede di superare la distinzione tra garantiti e non garantiti nel mondo del lavoro. Questi provvedimenti rischiano invece di avere l’effetto opposto aumentando la distanza tra chi lavora nelle imprese più grandi e chi invece dovrà fare i conti con una miriade di norme ad hoc contrattate nelle piccole aziende».
Il nuovo articolo 8 della manovra, così com’è uscito dal voto di ieri, contiene alcuni aggiustamenti rispetto al testo originario.
L’obiettivo è sempre quello di offrire un «sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità », cioè, coma va ripetendo da tempo il ministro Sacconi, di privilegiare la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale.
Il principio generale è che in periferia si può modificare tutta la legislazione del lavoro, compreso lo Statuto dei lavoratori, a patto che le modifiche non vadano contro la Costituzione.
Per cambiare le regole è sufficiente che l’accordo aziendale sia sottoscritto «da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative».
Ieri è stata aggiunta la formula «a livello nazionale o territoriale».
Un favore alla Lega che può sperare un giorno di avere una fabbrica in Lombardia dove il suo sindacato, il SinPa, abbia la maggioranza assoluta tra i dipendenti.
Ma c’è un’ambiguità : il testo fa anche riferimento al recente accordo unitario tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria che esclude si possano firmare accordi pirata con sindacati di comodo.
Il rischio è che le aziende escano da Confindustria per modificare le leggi sul lavoro mettendosi d’accordo direttamente con i delegati delle fabbriche
Le uniche eccezioni alla deregulation di Sacconi riguardano le donne in gravidanza e i genitori che adottino figli: in quei casi non si possono sottoscrivere accordi di fabbrica che prevedano di risarcire con denaro i genitori che si è deciso di licenziare senza giusta causa.
Confermata, anche nella nuova formulazione, la retroattività della legge e l’estensione a tutti i lavoratori interessati degli accordi aziendali approvati a maggioranza anche nei mesi scorsi, com’è il caso delle intese alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori.
Paolo Griseri
(da “la Repubblica“)
argomento: Costume, economia, governo, Lavoro, Politica, radici e valori | Commenta »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRATTI, PASSA LA DEROGA ALL’ART. 18: CON L’INTESA AZIENDALE SI POTRA’ LICENZIARE…L’ACCORDO LOCALE POTRA’ IGNORARE LE TUTELE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI…ULTIMA FARSA: REDDITI ON LINE, MA SENZA I NOMI DEI CONTRIBUENTI
Le intese sottoscritte a livello aziendale o territoriale possono derogare ai contratti ed alle leggi nazionali sul lavoro, incluso lo Statuto dei lavoratori, ed alle relative norme, comprese quelle sui licenziamenti.
Tradotto in termini sostanziali, anche le aziende con più di 15 dipendenti potranno ricorrere più facilmente ai licenziamenti senza giusta causa – aggirando il divieto sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – , potendo sfruttare misure di “indennizzo” alternative al reintegro del lavoratore, se questo potere sarà dato loro da un’intesa con i sindacati maggioritari in azienda.
La “rivoluzione” è contenuta nell’emendamento di maggioranza all’articolo 8 della Manovra, approvato dalla Commissione bilancio del Senato, ed ha immediatamente scatenato le proteste della Cgil e delle opposizioni.
La modifica all’articolo 8 – Il provvedimento passato in commissione stabilisce che, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonchè i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”, le specifiche intese aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” ed alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”.
L’emendamento prevede, in aggiunta, che le intese valide saranno non solo quelle “sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (come già prevedeva il testo della manovra), ma che anche le associazioni “territoriali” avranno la possibilità di realizzare specifiche intese “con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati” su temi come “le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione, le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”.
Restano escluse dalla contrattazione aziendale alcune materie e norme generali a tutela di diritti e interessi superiori.
Così non si potranno fare accordi locali su temi quali “il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento della lavoratrice dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro, nonchè fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o affidamento”.
L’emendamento approvato prevede che anche i sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possano sottoscrivere accordi con le aziende. la modifica all’articolo 8 del decreto stabilisce infatti che possono sottoscrivere le intese o le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale”, ovvero le “loro rappresentanze sindacali operanti in aziende”; le intese, inoltre, come già previsto, avranno “efficacia per tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali”.
“Le modifiche della maggioranza di governo all’articolo 8 – commenta Susanna Camusso, leader della Cgil – indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l’articolo 18, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama”.
“Dicevano che non si toccava l’articolo 18, invece ora è possibile e viene scritto espressamente. Tutto questo è inaccettabile”, commenta Giovanni Legnini, senatore Pd.
Con il sì dei sindacati, riassume Achille Passoni, senatore Pd, si potrà anche licenziare: si apre la strada per la “possibile cancellazione in un contratto aziendale dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; una pura follia giuridica e politica”.
“Il diritto del lavoro, con un balzo di dubbia costituzionalità , torna indietro di almeno sessant’anni – dice Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd – le modifiche che consentono a un sindacato senza rappresentanza nazionale di derogare alle leggi dello Stato o ai contratti nazionali sono in radicale contraddizione con l’accordo del 28 giugno raggiunto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria”.
“L’Idv – commentano Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del partito – continua a sostenere che questa norma sul lavoro non c’entra nulla con il pareggio di bilancio, in quanto non ha ritorni di tipo economico. Il fatto di averla voluta rende esplicito l’odio con cui questo governo si rivolge al mondo del lavoro pubblico e privato, mentre difende con le unghie e con i denti tutti i privilegi di chi mai ha pagato”
“Le modifiche all’articolo 8 introdotte dalla Commissione bilancio contengono utilissimi elementi per la più certa interpretazione delle rilevanti novità previste dalla manovra relativamente alla capacità dei contratti aziendali e territoriali – afferma il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – i soggetti abilitati a firmarli sono quelli comparativamente più rappresentativi e le loro rsa o rsu secondo quanto dispongono leggi e accordi interconfederali, compreso quello recente del giugno. Viene così accolta la richiesta espressa da Cisl e Uil a che fossero certamente evitati accordi ‘pirata’ con soggetti di comodo o senza rappresentatività “.
In serata la Commissione bilancio del Senato ha concluso l’esame degli emendamenti approvando il testo completo della Manovra.
Tra gli ultimi emendamenti recepiti c’è quello che cancella l’obbligo di indicare il nome della banca sulla dichiarazione dei redditi.
La commissione, su proposta del governo, ha pure modificato il testo là dove prevede la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su internet da parte dei Comuni: si farà , ma senza nomi e cognomi dei contribuenti: compariranno solamente per aggregati e categorie. Una soluzione tutta da ridere.
argomento: denuncia, economia, emergenza, governo, Lavoro, Politica, radici e valori, sindacati | Commenta »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
LO STATO CERCA SOLDI AGLI ITALIANI MA NON FA NULLA PER INCASSARE 98 MILIARDI DI EURO DI MULTE NON PAGATE DALLE CONCESSIONARIE DI SLOT MACHINE… DA TRE ANNI SI ATTENDE LA DECISIONE SULLA MAXI ELUSIONE: I TEMPI INFINITI DELLA GIUSTIZIA CONTABILE E LE PROTEZIONI DEI PARTITI
La mattina del 4 dicembre 2008 il procuratore della Corte dei Conti Marco Smiroldo aveva
un sorriso più largo di quello del Joker di Batman.
Nè lui, nè gli uomini del Gat, il gruppo antifrodi tecnologiche della Finanza, che l’avevano affiancato per anni nelle indagini, ci credevano.
Nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla possibilità che un processo del genere potesse mai arrivare in aula: le dieci potentissime concessionarie delle slot machine in Italia sul banco degli imputati, con una richiesta monstre di danno all’erario: 98 miliardi di euro.
Quello stesso giorno Smiroldo e i suoi sapevano già che cosa sarebbe accaduto negli anni successivi.
Perchè questi sono i tempi della giustizia italiana, anche di quella contabile.
E perchè le dieci sorelle, vista la posta in gioco, avevano messo in campo uno squadrone di principi del Foro, pronti a ogni mossa (ovviamente lecita) per allungare i tempi, creare dubbi, intorbidare le acque.
È così che il processo per la più grande sanzione mai contestata nella storia italiana non si è ancora concluso.
Anzi: sono state celebrate solo due udienze e nell’ultima il pm ha ribadito le sue richieste.
E ancora una volta ha ribadito: il danno per le casse dello Stato è di 98 miliardi.
Nel frattempo c’è stato un pronunciamento della Cassazione, che i legali avevano sollecitato sollevando un conflitto di competenze, che ha comportato quasi due anni di stop.
L’ultimo atto è una nuova perizia ordinata dai giudici, per capire se in questa storia debbano finire alla sbarra anche altri soggetti, oltre le concessionarie.
La Sogei, il braccio tecnologico e informatico del ministero dell’Economia.
O le compagnie telefoniche, che a loro volta non erano state in grado di garantire il flusso corretto dei dati delle scommesse.
Perizia che doveva essere consegnata ad agosto.
Ora si parla di un nuovo slittamento a ottobre e questo fa presagire che le cose andranno ancora per le lunghe, dopo quattro anni di schermaglie procedurali, fiumi di parole e nessuna decisione.
Anche il governo, sollecitato a più riprese dalle interrogazioni parlamentari a dar spiegazioni sulla vicenda, ha sempre avuto buon gioco nel difendersi: la questione è nelle mani della giustizia .
Anche perchè le società concessionarie non ci vogliono sentire e, ufficiosamente, hanno già inoltrato la loro offerta al super ribasso: chiudere la partita con 500 milioni tutto compreso.
Il procuratore, però, non molla e tutto si giocherà nella sentenza.
Tempi previsti? Solo Dio lo sa.
Così si trascinerà ancora, la decisione finale sulla supermulta, una vicenda rivelata per la prima volta nel maggio 2007 dal Secolo XIX.
Ma come si è arrivati ai 98 miliardi?
La requisitoria del pm Smiroldo, nell’ultima udienza, ha ricostruito passo passo tutta la storia.
Prima del 2002 le slot machine, che allora venivano chiamate videopoker, erano illegali.
Anzi, uno dei business più lucrosi per la criminalità organizzata.
Poi lo Stato decise di regolare il settore.
Con una prescrizione categorica: ogni singola macchinetta doveva essere collegata al sistema telematico di controllo della Sogei.
Perchè neanche una giocata sfuggisse al controllo e soprattutto alle tasse, il Preu.
Così non è avvenuto, per anni. Il sistema ha fatto cilecca.
Gli apparecchi, “interrogati” a distanza dal cervellone del ministero, non davano nessuna risposta.
Di chi sia stata la colpa di questo flop, è uno degli argomenti del processo.
Di certo le società concessionarie si erano impegnate perchè tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”.
Che prevedevano, nero su bianco, penali severissime.
«Fare un contratto con lo Stato è una cosa seria o no?», si chiede il pm.
La risposta è ancora appesa nell’aria.
Così come la decisione finale sui 98 miliardi.
Marco Menduni
(da “Il Secolo XIX“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Giustizia, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
UNA TASSA SULLE RIMESSE IN PATRIA DEGLI IMMIGRATI PROPOSTA DAI RAZZISTI DELLA LEGA… CHI PENSA ANCHE AL RECUPERO COATTIVO DEL CONDONO 2002…IL GOVERNO ESCLUDE DI RICORRERE ALLA FIDUCIA E AUTORIZZA NUOVE TASSE COMUNALI
Un colpo di mano della Lega impone una nuova tassa sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale.
Questo emendamento alla manovra, approvato in commissione Bilancio al Senato, interessa varie centinaia di migliaia di stranieri sconosciuti ai database della previdenza e del Fisco.
In pratica, clandestini o immigrati sfruttati (i lavoratori “regolari” non saranno toccati), in assenza dei due requisiti, pagheranno a caro prezzo l’invio di soldi al di fuori dei nostri confini: la tassa (ufficialmente è un’imposta di bollo) è parametrata sul 2% di ogni transazione, con una soglia minima di 3 euro.
Ad esempio, per un bonifico di 300 euro effettuato in uno dei tantissimi money transfer sparsi in Italia, gli stranieri sborseranno 6 euro mentre la soglia minima al di sotto della quale sarà meno conveniente inviare denaro, è teoricamente fissata a 150 euro (costo 3 euro).
Le rimesse all’estero degli stranieri ammontano a 6,7 miliardi di euro mentre la nuova “imposta di bollo” potrebbe portare in cassa circa 100 milioni.
Praticamente il nulla, ma tutto fa propaganda ormai.
Anche perchè chi potrà fare il trasferimento di denaro a un amico con codice fiscale, lo Stato non incasserà un euro e Calderoli lo prenderà nel naso come sempre.
Ma dal Senato arrivano anche cattive notizie per gli italiani che hanno dichiarato e “dimenticato” di pagare il condono tombale del 2002.
Agenzia delle Entrate ed Equitalia, potranno imporre il pagamento delle somme non versate “anche dopo l’iscrizione a ruolo e la notifica delle relative cartelle di pagamento”.
Entro 30 giorni dall’entrata in vigore partirà una ricognizione e il mese successivo Equitalia potrà avviare azioni “coattive” volte al recupero delle somme entro il 31 dicembre prossimo.
In caso di mancato pagamento le sanzioni salgono al 50% di quanto dovuto.
Non solo: in questo caso Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, entro il 31 dicembre 2012, potranno passare al setaccio le posizioni dei contribuenti a partire dal 2002.
Inoltre, dal 2015 le maggiori entrate dalla lotta all’evasione andranno a ridurre la pressione fiscale.
Tra le principali correzioni approvate in commissione vanno poi ricordati il salvataggio delle feste laiche, che non saranno più differite alla domenica più vicina (quelle patronali spariranno dal calendario), il paracadute offerto ai piccoli istituti di ricerca e enti culturali, l’addio al blocco delle tredicesime per gli statali.
Aumenteranno, invece, le imposte comunali.
È stato infatti approvato un emendamento del Pdl in base al quale “per assicurare la razionalità del sistema tributario e la salvaguardia dei criteri di progressività , i Comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito, differenziate in relazione agli scaglioni di reddito corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge”.
Bocciato, invece, l’emendamento delle opposizioni che prevedeva l’asta competitiva per le frequenze televisive nel passaggio al digitale.
I lavori proseguiranno per chiudere e dare l’ok alla manovra mentre il voto, come conferma il presidente del Senato Renato Schifani, resta fissato in settimana: “Non vi è alcun rallentamento nei tempi. Il dibattito parlamentare non sarà strozzato in Aula dalla fiducia che impedirebbe ai parlamentari di confrontarsi con correttezza e senso di responsabilità come stanno facendo”.
Anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ribadisce il “no” della maggioranza e del governo alla fiducia e annuncia “una convergenza sia con il Pd che con l’Api: noi diremo sì ad un tema caro al Terzo Polo sulla riforma della giustizia e a un emendamento importante del Pd sulla spending review” in base al quale il ministero dell’Economia avvierà una ridefinizione dei fabbisogni standard di spesa delle amministrazioni dello Stato.
argomento: Bossi, Costume, denuncia, economia, emergenza, finanziaria, governo, Immigrazione, la casta, LegaNord, Politica, povertà, radici e valori, rapine | Commenta »
Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VUOLE LA GALERA PER I MAXI-EVASORI, BERLUSCONI E’ D’ACCORDO…. ANCHE PERCHE’ I SUOI GUAI GIUDIZIARI SONO BEN PROTETTI DALLE LEGGI AD PERSONAM
L’ultima trovata del governo Berlusconi sul carcere (presunto) per evasori da 3 milioni in su è
surreale: arriva dal premier imputato a Milano per diverse frodi fiscali.
Si è salvato dalla condanna per falso in bilancio solo grazie a una delle leggi ad personam. Ma consapevole che, per quanto lo riguarda, la prescrizione è dietro l’angolo, si trasforma nel presidente manettaro.
Il 26 settembre riprende il processo “Mediaset-diritti tv”, Silvio Berlusconi è imputato di frode fiscale.
La procura ipotizza costi gonfiati per l’acquisto di film e accantonamento di fondi neri all’estero.
Grazie a una legge ad hoc sulla riduzione dei tempi di prescrizione (ex-Cirielli), però, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999.
Restano le contestazioni fino al 2003. Il processo non arriverà a sentenza definitiva: la prescrizione è prevista ad aprile 2013.
Senza ex-Cirielli sarebbe scattata nel 2020. Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro l’attività illecita sarebbe proseguita almeno fino al 2009.
Tant’è che si trova in fase di udienza preliminare un’altra indagine fotocopia, “Mediatrade-Rti”, che ipotizza, a partire dal 2002 (solo per problemi di prescrizione) una compravendita gonfiata di diritti tv (45% di “cresta”).
Imputati Silvio Berlusconi, il figlio Pier Silvio, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, manager della società e Farouk Agrama, produttore cinematografico.
A lui nell’ottobre 2005 la Procura di Milano ha sequestrato in Svizzera 100 milioni di euro sui conti della “Wiltshire Trading” di Hong Kong.
Soldi che, secondo l’accusa, sarebbero anche di Berlusconi perchè ritengono Agrama un socio occulto.
Al premier i magistrati contestano un’appropriazione indebita da 34 milioni di dollari, fino al 2006 e un’evasione fiscale da 8 milioni di euro per fatti fino al 30 settembre 2009.
Dunque nel pieno delle sue funzioni di premier. Il 4 aprile, De Pasquale davanti al giudice Maria Vicidomini ha chiesto il rinvio a giudizio per gli 11 imputati.
Riferendosi alla frode fiscale, ha detto: “Per quanto ne so, potrebbe essere ancora in corso”. E ancora: “Berlusconi agì da socio occulto di Frank Agrama, intermediario dei diritti tv con le major, anche quando era presidente del Consiglio”.
La decisione del gip è attesa per il 18 ottobre.
Uno stralcio dell’inchiesta Mediatrade è finito a Roma.
Il premier è accusato di frode fiscale: avrebbe concorso a un’evasione fiscale da 16 milioni di euro con false fatturazioni per 200 milioni.
Il giochino è lo stesso preso di mira dai pm di Milano: la triangolazione su società estere per acquistare i diritti dei film, gonfiando i costi.
I fatti, in questo caso, sia per Silvio Berlusconi che per gli altri imputati, si riferiscono esclusivamente al 2003-2004, periodo in cui la controllata di Fininvest, Rti, aveva sede legale nella capitale. Il Cavaliere e gli altri 9 indagati , tra i quali il figlio Pier Silvio, avevano ricevuto l’invito a comparire per il 26 ottobre scorso, ma non si sono presentati.
Secondo i pm romani Pierfilippo Laviani e Barbara Sargenti, Silvio Berlusconi sarebbe stato il regista delle triangolazioni con il produttore Agrama. Si legge nel disatteso invito a comparire che Berlusconi avrebbe concorso nella frode fiscale “in qualità di azionista di riferimento — per il tramite di Fininvest Spa — di Mediaset Spa (di cui Fininvest possedeva oltre il 50% del capitale sociale nel periodo 2003 e 2004), a sua volta società controllante al 100% di RTI Spa, facendo giungere alle società controllate direttive che confermassero il mantenimento delle relazioni d’affari preesistenti con Frank Agrama nella fittizia intermediazione per l’acquisto dei diritti di sfruttamento di prodotti cinematografici e televisivi”.
Berlusconi e i co-indagati, però, possono stare tranquilli, la prescrizione del filone romano è prevista per una parte nell’aprile 2012 e per un’altra nell’aprile 2013.
Berlusconi è abituato a farla franca.
Con la sua legge che ha depenalizzato il falso in bilancio, per esempio, è stato assolto al processo milanese All Iberian 2 perchè “il fatto non costituisce più reato”, ma i conti erano truccati per 1.500 miliardi di lire.
E per non far correre alla Mondadori alcun rischio di perdere in Cassazione un vecchio contenzioso fiscale da 400 miliardi di lire con l’Agenzia delle Entrate, il premier l’anno scorso ha fatto approvare una norma ad hoc per sanare la posizione pagando il 5%.
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, Giustizia, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »