Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
UN NUOVO FILE DI WIKILEAKS RIVELA CHE NEL 2008 IL GOVERNO USA CERCO’ DI CAPIRE COSA STESSE FACENDO IL PREMIER ITALIANO PER COMBATTERE LE TANGENTI…LA RISPOSTA FU: “NIENTE, ANZI HA SMANTELLATO L’UNICO ORGANISMO CHE C’ERA”
La lotta alla corruzione? 
Silvio Berlusconi non ha deluso soltanto gli italiani, ma anche il suo migliore alleato: l’America di George W. Bush.
Che esamina con sgomento come sia stato smantellato persino il timido tentativo di un organismo anti-mazzette.
Al posto dell’Alto Commissario il Cavaliere ha improvvisato un ufficio senza arte ne parte: meno efficace della struttura già debole che ha rimpiazzato.
Dipendente da un ministro dello stesso governo su cui deve sorvegliare.
Con un mandato così ristretto da non potersi occupare nemmeno delle corruttele dei membri del parlamento italiano.
Una bocciatura netta, senza appello, che porta la firma di Ronald Spogli, l’ambasciatore romano di Bush.
Il file segreto ottenuto da WikiLeaks, che “l’Espresso” pubblica in esclusiva, mostra quanto sia bassa la credibilità dell’esecutivo sulle questioni morali.
L’argomento del rapporto mandato a Washington è il SaeT, acronimo che sta per “Servizio anticorruzione e Trasparenza”.
E’ stato creato nel 2008 dal governo Berlusconi che, appena tornato al potere, aveva abolito l’Alto Commissariato anticorruzione, sostituendolo con il SaeT.
L’eliminazione del Commissariato era stata criticata da più parti in Italia e nel mondo.
L’Ocse, che subito aveva chiesto chiarimenti a Roma. Ma gli americani non si fidano delle parole e per abitudine vanno a controllare di persona.
Così nel novembre 2008, l’ambasciatore Ronald Spogli visita gli uffici del nuovo ente e trasmette le sue conclusioni al Dipartimento di Stato: «Ci ha deluso. Crediamo probabile che il SaeT giocherà un ruolo meno efficace dell’organizzazione che ha rimpiazzato».
La critica si basa su un lungo elenco di dati.
«Le attività del SaeT arrivano solo fino al governo», un mandato che quindi non gli consente di occuparsi della corruzione nelle aziende private, ma addirittura neppure di quella dei membri del parlamento, «a meno che questi ultimi sono svolgano un ruolo pubblico in istituzioni governative».
La nuova struttura anti-mazzette ha un staff «di appena 15 esperti e due direttori» mentre «l’Alto Commissariato aveva 60 persone».
Inoltre il Saet non ha «alcun potere di supervisione: opererà come “hub di coordinamento” che spera di “delegare” molto del suo lavoro ad altre istituzioni (carabinieri, dogane, Banca d’Italia e altri)».
E anche se l’Alto Commissariato «non è mai stato veramente efficace, perlomeno sembrava avere un minimo di indipendenza», perchè finanziato e dipendente dal Parlamento, «il SaeT, al contrario, è stato messo sotto un ministro del governo» e «non ha fondi indipendenti». Dipende, infatti, dal ministero della Pubblica amministrazione di Renato Brunetta.
Spogli chiude con un commento negativo.
«Nel nostro lavoro con l’Alto Commissariato avevamo capito che si trattava era un’organizzazione piena di buone intenzioni, ma largamente inefficace. Siamo andati a visitare il SaeT sperando di vedere il debutto di un ente capace di affrontare seriamente il problema della corruzione dilagante in Italia».
E il diplomatico spiega che ad alimentare la speranza era anche la stima per Brunetta, ritenuto nel 2008 «il più energico dei riformatori del governo italiano».
E invece no, il Saet si rivela un bluff: «La nostra visita ci ha deluso».
E in Italia ne è stata dimenticata persino l’esistenza.
Stefania Maurizi
(da “L’Espresso”)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL DECRETO DI LUGLIO TAGLIAVA LA CILINDRATA DELLE AUTO BLU… PERO’ ADESSO ARRIVANO ALTRE 60 BERLINE SUPERLUSSO
“Abbiamo ridotto gli stipendi dei parlamentari, abbiamo ridotto il numero delle auto blu e
anche la loro cilindrata. Se uno vuole andare forte si compri la Ferrari, ma con i suoi soldi. Io ho l’Audi, ma l’ho comprata con i miei soldi e non mi hanno fatto lo sconto anche se mio figlio è un pilota ufficiale dell’Audi”.
Questa serie di dichiarazioni risalgono a dieci giorni fa e sono di Umberto Bossi.
Il ministro forse non sa che, mentre annuncia il raggiungimento di questi obiettivi, è ancora in corso la gara bandita dalla Consip il 22 febbraio 2010 per cui la pubblica amministrazione acquisterà nel biennio a venire sessanta “berline grandi” di cilindrata compresa tra 2200 e 3000.
Sessanta, un numero forse eccessivo se si pensa che la manovra finanziaria di luglio aveva ristretto l’uso di auto (nuove) di cilindrata superiore ai 1600 cc “al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera, del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Corte costituzionale”.
Insomma, si dovesse dar retta al decreto di luglio, sarebbero bastate una decina di vetture.
Invece compriamo 60 “ultimi modelli” (nel bando di gara è chiarito che se escono dei nuovi modelli della vettura che si era deciso di fornire, va sostituita).
Saranno in uso “fino alla loro dismissione o rottamazione” per poi – nelle intenzioni – “non essere” sostituite.
È l’ultimo paradosso di una vicenda fatta di molti annunci e pochi numeri.
Il 3 agosto, ad esempio, lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlò alla Camera di “una forte riduzione delle auto blu”.
Quello stesso giorno, l’anfiere dei tagli annunciati dal governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, tuonò: “È pronto il Decreto del presidente del Consiglio che dimezzerà le auto blu”.
Sarà anche pronto ma nessuno l’ha presentato, nemmeno nella manovra correttiva di agosto.
Così, per adesso, le auto restano quelle che lo stesso Brunetta ha conteggiato: 86.000, di cui 5.000circa di “rappresentanza” e con autista dedicato (lui le chiama “blu-blu”), 10 mila sempre con autista (almeno due per vettura), destinate ai più alti dirigenti dell’amministrazione pubblica (lui le definisce solo “blu”).
Le altre 71mila, senza autista dedicato, secondo questo calcolo, sarebbero a disposizione degli uffici.
Quali siano quelle da tagliare ancora non si sa.
Citiamo un dato ufficiale: nel maggio 2010, delle 33.388 autovetture registrate successivamente al 2001 al Pra dalle pubbliche amministrazioni, il 22% (circa 7300) era di cilindrata superiore a 1600.
Può essere un dato utile per vedere se almeno in futuro qualcuno terrà conto del decreto di luglio.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
UNA RICERCA DELLE ACLI METTE IN LUCE LE FORTI DISEGUAGLIANZE RETRIBUTIVE TRA I DIPENDENTI DEL SETTORE PRIVATO…LAVORO NERO E OSTACOLI PER CHI LAVORA RAPPRESENTANO ALTRI PUNTI CRITICI PER LO SVILUPPO DEL PAESE
Quanto passa tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio?
Tanto, 356 euro al giorno per la precisione.
E ancora: rispetto alla retribuzione di un “quadro”, un operaio prende ogni giorno 127 euro in meno.
Con un impiegato, la differenza è invece di 22 euro.
A fotografare le diseguaglianze retributive sono le Acli all’apertura del 44° Incontro nazionale di studi, dedicato al tema del “Lavoro scomposto”.
Il rapporto dell’Iref – l’istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani – mette a confronto le retribuzioni medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato.
Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in più al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in più.
Ma la differenza si amplifica nei confronti di un operaio, la cui retribuzione è di 16 euro inferiore alla media.
Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno.
Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno.
“I dati mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni – sostiene il presidente delle Acli, Andrea Olivero – che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarietà e la misura patrimoniale”.
Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”.
Altro punto critico è il lavoro sommerso (12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria) e i settori della ricerca e sviluppo.
I lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di centomila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca.
Nel confronto con altri Paesi a sviluppo avanzato, si nota che in Giappone il totale degli addetti è quasi sei volte superiore (683mila), tre volte in Germania (341mila).
In Italia, quasi un lavoratore su quattro (23%) ha un’occupazione “non standard”, ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l’11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori).
Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: le lavoratici part-timer sono un 1milione e 800mila.
Per gli atipici il rapporto di genere è pressochè pari, mentre l’età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un’elevata percentuale di adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni).
A livello europeo l’Italia fa parte del gruppo di Paesi nei quali i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati.
Parenti stretti dei disoccupati di lungo corso sono quella quota di inattivi che si è soliti definire “scoraggiati”, ovvero individui disponibili a lavorare ma che dichiarano di non cercare lavoro perchè sfiduciati rispetto alla possibilità di ottenere un impiego.
In Europa questo dato continua a oscillare attorno al 4% (sul totale degli inattivi) e sembra essere in moderata crescita per l’anno 2010 (4,6%).
In Italia invece il dato è più del doppio e tra il 2009 e i 2010 è cresciuto di quasi un punto percentuale, arrivando al 10%.
Nel complesso gli scoraggiati rappresentano 1 milione e mezzo di persone, in gran parte concentrate nelle regioni meridionali.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI PROTESTANO: “C’E’ UNO STRAPOTERE DELLE CASE EDITRICI”… IL MINISTERO CERCA DI MINIMIZZARE
Buona parte delle scuole italiane sfora ampiamente i tetti ministeriali delle spese dei libri di
testo.
Le famiglie sono costrette a pagare più di quanto previsto per legge e, a settembre, si ritrovano una mini-stangata anche per l’inizio dell’anno scolastico.
Un’indagine Adiconsum rivela come il fenomeno sia diffuso soprattutto al Nord, dove sfora il 62% delle classi, contro il 47,5% al Centro e il 52,5% al Sud.
Secondo l’associazione si tratta di spese maggiori che vanno ben al di sopra del 10% tollerato dalla legge.
Ad esempio per un quinto anno di istituto magistrale del Nord si spendono circa 400 euro invece che i previsti 264, e per un secondo anno di un liceo scientifico nel Sud si spende circa 374 euro invece dei permessi 200.
Insomma, stando ai dati dell’associazione e facendo un rapido calcolo, la spesa va dal 30 al 45% in più di quanto permesso.
E dire che i tetti, introdotti con decreto ministeriale n. 43 del 2008, dovevano servire proprio ad evitare il solito salasso che aspetta le famiglie italiane al rientro dalle vacanze e all’inizio della scuola.
L’indagine Adiconsum ha preso in considerazione un campione di 10 classi (dal I al V anno) di 48 istituti equamente distribuiti sul territorio nazionale, per un totale di 480 classi.
Il risultato è che al nord 100 classi su 160 non rispettano i limiti di spesa, al centro 82 su 160 e al sud 84 su 160.
Questi dati smentiscono sia quanto affermato dal Ministero dell’Istruzione (Miur) sul rispetto dei tetti di spesa da parte delle scuole, sia le parole dello stesso ministro Gelmini, che il 26 agosto ha dichiarato che le scuole che hanno sforato il tetto di spesa “non sono certo la maggioranza. Per ora siamo al 5% e, generalmente, lo sforamento non supera il 10% del tetto di spesa”.
Sempre l’indagine Adiconsum svela inoltre i poco corretti “escamotage” messi in atto da qualche istituto scolastico che per aggirare i famigerati tetti di spesa, come ad esempio inserire tra i libri “consigliati” testi invece fondamentali che gli studenti sono costretti ad acquistare.
“Chiediamo al Miur di aprire al più presto un tavolo per la verifica dello sforamento dei tetti spesa”, chiede Pietro Giordano, Segretario generale Adiconsum.
Puntuali le assicurazioni da parte del Ministero che promette provvedimenti contro chi continuasse a trasgredire la legge.
La Gelmini in persona ha tuonato che è pronta ad inviare “gli ispettori nelle scuole che sforano pesantemente i tetti di spesa”.
Si potrebbe prenderla sul serio, se questo copione non fosse ripetuto ogni anno.
Ogni settembre, infatti quando inizia la scuola, le famiglie italiane si trovano a dover sborsare sempre di più, nonostante leggi e decreti i libri non bastano mai e chi di dovere, immancabile, promette che “dall’anno prossimo si cambia musica”.
Tant’è che l’unica vera novità di quest’anno è il flop proprio dei tetti ministeriali di spesa introdotti in pompa magna nel 2008.
Questi tetti prevedono spese massime per i libri di testo delle scuole secondarie di I grado (290 euro per il 1° anno, 115 per il 2° e 130 per il 3°), per le scuole secondarie di II grado (ad esempio 330 e 190 euro per i primi due anni di liceo classico, 315 e 220 per gli istituti tecnici ad indirizzo tecnologico e 250 e 160 per gli istituti professionali ad indirizzo commerciale) e per le scuole secondarie di II grado a vecchio ordinamento (ad esempio 305 euro per l’ultimo anno di un liceo scientifico, 157 per un istituto d’arte e 223 per un istituto tecnico commerciale).
Ma il problema, uno dei tanti a dire il vero, è che “non ci sono controlli sulle dichiarazioni delle scuole al ministero, nemmeno a campione”, attacca Pietro Giordano.
Il risultato è che i tetti vengono ignorati, la spesa dei libri continua ad aumentare di anno in anno, e le famiglie non possono fare a meno che aprire il portafogli.
“Case editrici, ministero, consumatori, è un rimpallo di responsabilità che alla fine non comporta nessun beneficio pratico a chi si accinge a sborsare anche 600 euro per poter comperare i libri”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“C’è bisogno di stabilire regole che non possano essere aggirate nè dagli insegnanti nè dalle case editrici, solo così sarà possibile agire concretamente per risolvere la questione”.
La grande soluzione doveva essere, nel 2009 come oggi, l’introduzione dei libri elettronici, i cosiddetti “ebooks”.
La circolare del Ministero dell’Istruzione del 10 febbraio 2009 puntava proprio sulle nuove tecnologie per evitare il consueto salasso settembrino alle famiglie italiane, aprire un nuovo mercato, risparmiare carta e diminuire anche il peso degli zaini dei ragazzini. Ma dopo più di due anni sono solo una ventina in tutta Italia le scuole che ne fanno uso, come l’istituto Majorana di Brindisi, l’istituto professionale Scarambone di Lecce e il Fermi di Francavilla Fontana sempre in Salento.
“La verità è che gli ebooks non convengono a nessuno, nè alle case editrici nè a tanti professori, appartenenti ad una generazione che di informatico ha davvero poco”, sostiene Giordano.
Gli ebooks, secondo stime ministeriali, farebbero risparmiare alle famiglie minimo il 30% della spesa annuale per i libri, ma questo si ripercuoterebbe giocoforza sugli incassi delle case editrici, molto restie a mollare un mercato sicuro in un Paese come l’Italia dove i libri si vendono davvero poco.
“È importante ridare alla cultura il suo peso e pensare che i testi di scuola sono un investimento, uno strumento culturale e non solo una spesa”, ha recentemente dichiarato il Ministro Gelmini.
Ma a pagare restano le famiglie italiane.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
UN TOMBINO SUL CONDONO, MA I PRECEDENTI NON DEPONGONO A FAVORE…IL PARTITO DEL CONDONO E’ GIA’ IN AZIONE DIETRO LE QUINTE
Giulio Tremonti ha precisato che nella manovra non ci saranno condoni «poichè si tratterebbe
di un intervento una tantum che genera introiti di cassa, ma che non modifica l’assetto della finanza pubblica».
Evviva. Niente di più condivisibile per chi, come noi, ha sempre criticato duramente la disastrosa politica delle sanatorie.
Ma qui, inutile nasconderlo, il problema della credibilità che sempre accompagna simili impegnative dichiarazioni è ancora più grande.
Da settimane si rincorrono le voci di un nuovo condono che potrebbe spuntare accanto al tremendissimo (forse) giro di vite sull’evasione fiscale con tintinnio di schiavettoni.
Non servono soldi, tanti e subito?
E poi, non fu così che andò anche all’inizio degli anni Ottanta, quando alla sanatoria tombale fu accoppiata la legge (pressochè inutile) sulle «manette agli evasori»?
La dichiarazione di Tremonti, semmai, desta anche una legittima preoccupazione: che il partito del condono, agguerritissimo in Parlamento, sia già al lavoro.
Convinto, magari, di non incontrare troppa resistenza.
I precedenti la dicono lunga.
Ricordiamo che cosa è successo otto anni fa, quando il governo Berlusconi, contrario a parole, si arrese immediatamente all’offensiva parlamentare sfociata non in una, ma in un diluvio di sanatorie.
E non possiamo non rammentare come lo stesso ministro dell’Economia, che in quella occasione aveva confessato di essersi dovuto piegare suo malgrado alla ferrea legge dei numeri e dei denari necessari a tenere a galla i conti pubblici, tornando nel 2008 al governo avesse garantito che l’epoca dei condoni era definitivamente sepolta.
Salvo poi varare un nuovo scudo fiscale consentendo a evasori che avevano illecitamente esportato capitali di regolarizzarli pagando un ventesimo di quanto versano i cittadini onesti.
Tante volte si è detto di come i condoni abbiano profondamente compromesso la tenuta morale di un Paese dove già le tasse non sono mai state troppo popolari.
L’hanno corrotta al punto che c’è chi li utilizza perfino per gabbarli, dimostrando che non sono credibili nemmeno le sanatorie.
Quanti hanno chiesto di aderire al condono fiscale per poi dichiararsi falliti e non pagare?
E quanti dopo aver pagato la prima rata, poi smettono di pagare, confidando magari in un’altra sanatoria, e poi in un’altra, e un’altra ancora?
Non è un caso che al gettito previsto per il benevolo perdono del 2002 manchino almeno 4 miliardi di euro.
Oggi, poi, c’è un dettaglio in più che chiama in causa la credibilità .
Ed è il modo con cui sta procedendo la manovra d’agosto, presentata in pompa magna in una conferenza stampa ufficiale a Palazzo Chigi, e smontata nel giro di due settimane (il contributo di solidarietà per i redditi più elevati? Abbiamo scherzato… Il taglio delle Province? Abbiamo scherzato… L’accorpamento dei Comuni più piccoli? Abbiamo scherzato…).
Quindi rismontata nuovamente il giorno dopo un vertice politico «decisivo» dal quale il governo, che aveva promesso di non toccare le pensioni, ne era uscito con l’idea bislacca di colpire i riscatti previdenziali per la laurea e il servizio militare.
Perchè mai dovremmo credere proprio questa volta che non ci metteranno sotto il naso l’ennesimo maleodorante condono?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
PER OTTO FUNZIONARI VETTURE CHE VALGONO UN MILIONE DI EURO, MENTRE NEGLI UFFICI MANCA PERSINO LA CARTA
L’auto più “sfigata” è una Bmw 530: tremila di cilindrata, sei cilindri in linea, valore commerciale circa 53mila euro.
Quella meno potente, si fa per dire, una semplice Audi A6: 2.7 di cilindrata, sei valvole turbo, prezzo 71mila euro.
E poi c’è il top, le vetture che quasi ogni uomo sogna nella vita: la Jaguar XJ e la Maserati quattroporte, 100mila euro la prima, 125mila (almeno) la seconda.
Non sono i partecipanti a un gara, nè le vetture di lusso di un autosalone: sono le autoblu e i mezzi di scorta parcheggiati presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), guidato dal magistrato anti-terrorismo, Franco Ionta.
Diciassette auto, alcune delle quali blindate, che valgono oltre un milione di euro, a disposizione di otto alti dirigenti.
Qualcuna, come la Maserati che utilizza Ionta, è in comodato d’uso dalla presidenza del Consiglio; molte altre sono direttamente proprietà del Dap.
In ogni caso, pagano i cittadini.
Sono poi vetture che certo non consumano come le utilitarie: si va dagli 8 litri per 100 chilometri della Bmw ai 22 litri per 100 chilometri della Maserati.
E, a differenza di quanto accade per i normali mezzi di cui dispongono le forze di polizia, penitenziaria compresa, i soldi per la benzina in questi casi non mancano mai.
Franco Ionta, che è anche commissario straordinario per il Piano carceri voluto dall’ex ministro Alfano, per la sua storia precedente ha naturalmente diritto alla scorta.
Ha a disposizione sette auto: oltre alla Maserati blindata, una Bmw 550, tre Bmw 530 e due Land Rover Discovery cinquemila.
Mezzi che naturalmente non escono tutti insieme, ma che rimangono parcheggiati e pronti all’uso.
Il vice capo vicario, Emilio Di Somma, può contare su un’Audi A6 (4.2 di cilindrata) e su una Bmw 530.
Di Somma nel giugno 2010 ha ricevuto una lettera minatoria con due proiettili e da quel momento gli è stata riconosciuta la scorta.
L’altro vice capo si deve “accontentare” di una sola macchina, un’Audi A6.
Dal giugno scorso, il magistrato Santi Consolo, che ricopriva quell’incarico, è diventato procuratore generale di Catanzaro.
Lui è andato via, l’auto è rimasta a disposizione di chi prenderà il suo posto. Il direttore dell’Ufficio ispettivo, il magistrato Francesco Cascini (fratello del segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe), viaggia su una Volkswagen Phaeton cinquemila, del valore di almeno 75mila euro.
Stesso mezzo per il direttore generale del personale, Riccardo Turrini.
Fortunata è la dottoressa Luigia Mariotti Culla, direttore generale Esecuzione penale esterna, che può utilizzare la Jaguar XJ.
L’altro magistrato, Sebastiano Ardita, direttore generale Detenuti, si muove con una Bmw di scorta, ma dispone di un’altra Bmw e di un’Audi A6.
Federico Falzone, infine, direttore dell’Ufficio studi, viaggia su una Mercedes di cilindrata 4.3.
Nessuno di loro, a quanto risulta, rinuncia all’auto blu, nonostante la crisi e i sacrifici che vengono imposti alla categoria.
Eppure gli esempi positivi non mancherebbero: l’ex direttore generale del personale, Massimo De Pascalis, per un periodo rinunciò a viaggiare comodo per recarsi in ufficio con la sua vettura privata.
È vero anche che c’è stato di molto peggio: c’è chi giura di aver visto un ex direttore del Dap farsi appoggiare l’accappatoio sulle spalle da un uomo della scorta al termine di una partita di tennis.
A disposizione di questi alti funzionari, ad aprile scorso ci sono state 66 persone, tra uomini di scorta e autisti.
Naturalmente tutti appartenenti al corpo di polizia penitenziaria e tutti con un monte ore di straordinari da far impallidire qualsiasi poliziotto comune.
“Nonostante i proclami dei ministri Brunetta e Tremonti, al Dipartimento fanno sfoggio dell’auto blu anche coloro che non ne hanno diritto — commenta il segretario nazionale del sindacato Sappe, Donato Capece — sottraendo carburante e uomini agli istituti. Non vogliamo mettere in discussione il diritto alla scorta, ma denunciare gli sprechi”.
Tutto questo stride ancora di più se si fa il paragone con i mezzi che i poliziotti penitenziari hanno a disposizione per fare il loro lavoro.
Sul sito del Sappe, un “coordinatore avvilito” racconta di un Ducato fermo “perchè mancano 128 euro per far riparare le ‘frecce’”.
O un “assistente capo che si vergogna” denuncia il fatto che “a Bologna è ferma un’auto perchè non ci sono 30 euro per uno specchietto”.
“Dalle parti mie non c’è nemmeno la carta per scrivere i rapporti, i servizi… Qualcuno ha fatto la colletta per comprare un pacco di carta”, scrive “il cinico”.
Cifre che, pure messe insieme, basterebbero a malapena a riempire il serbatoio della Jaguar.
Consumazioni escluse, s’intende.
Silvia d’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
NEL PAESE DELLA PRESCRIZIONE RIUSCIAMO A PARLARE DI CARCERE PER CHI FRODA IL FISCO?….UN IMPUTATO PER FRODE FISCALE ANNUNCIA NUOVE NORME CONTRO GLI EVASORI: SIAMO AL GROTTESCO
Le nuove norme contro gli evasori, quelle che dovrebbero coprire i buchi della terza (o
quarta?) versione della manovra, sono state partorite da un governo presieduto da un imputato per frode fiscale.
Insomma, una garanzia.
Anche perchè Silvio Berlusconi, sotto processo a Milano per le presunte truffe all’Erario della sua Mediaset, è lo stesso che in passato ha definito l’evasione “un diritto naturale nel cuore degli uomini” quando un cittadino deve dare allo Stato più di un terzo di quanto guadagna.
Siamo quindi di fronte a una vera conversione.
Il Berlusconi imputato di frode fiscale, l’imprenditore comprensivo verso i suoi colleghi oppressi dalle tasse, adesso prova a fare la faccia feroce con gli evasori.
L’ingrato compito è stato affidato al ministro Giulio Tremonti, l’inventore di scudi e condoni che negli anni scorsi hanno sostanzialmente indebolito efficacia e credibilità delle norme che adesso si vorrebbero inasprire.
“Carcere a chi evade più di tre milioni”, annuncia il governo con la grancassa di qualche giornale.
Lo slogan può anche avere una certa efficacia propagandistica, ma provoca per lo più commenti ironici tra gli addetti ai lavori.
Carcere? Non esageriamo.
La nuova norma modifica alcuni articoli della legge 74 del 2000, quella sui reati tributari, la stessa che Berlusconi è accusato di aver violato.
In pratica il testo dell’emendamento alla manovra prevede che in caso di omessa o falsa dichiarazione, emissione di fatture per operazioni inesistenti o altre truffe simili, non scatta la sospensione condizionale della pena quando “l’imposta evasa o non versata sia superiore ai tre milioni di euro”.
L’annuncio di questa novità ha messo in moto la macchina della propaganda sul carcere agli evasori.
In realtà , è molto probabile che, semmai l’emendamento dovesse tradursi in legge, le cose andranno diversamente.
Perchè per condannare gli evasori, e quindi mandarli in galera, si dovranno istruire i processi.
Impresa sempre più complicata per una macchina della giustizia che è stata resa ancora più inefficiente dallo stesso governo che adesso annuncia di voler combattere i furboni del fisco con le armi del codice penale.
Il compito più difficile per i magistrati sarà , tanto per cambiare, quello di arrivare a sentenza prima della prescrizione, che nel caso dei reati tributari più gravi scatta al sesto anno successivo all’avviso di accertamento fiscale.
E chi ha ridotto i termini di prescrizione, rendendo la vita più facile, tra gli altri, anche agli evasori fiscali?
Risposta semplice semplice: lo stesso governo Berlusconi-Tremonti che adesso annuncia sfracelli nella lotta ai criminali del fisco.
Del resto se andiamo indietro nel tempo fino al 1982, l’anno della legge soprannominata “manette agli evasori” si scopre che quelle norme si rivelarono di efficacia di gran lunga inferiore alle attese.
Franco Reviglio, il ministro socialista che s’inventò quella legge, poteva contare su un giovane e brillante assistente.
Il suo nome? Giulio Tremonti, che a trent’anni di distanza torna sui suoi passi.
Anche allora, dopo tante chiacchiere ed annunci roboanti, l’erario raccolse un pugno di mosche.
Si ingolfarono i tribunali con una miriade di procedimenti, ma gli evasori grandi e piccoli continuarono a fare i loro comodi.
A meno di non considerare un colpo decisivo all’evasione l’arresto (17 giorni di carcere nel 1982) di Sophia Loren per una questione di quasi vent’anni prima.
Morale della storia: la minaccia delle manette non porta di per sè a una repressione efficace del fenomeno dell’evasione.
Fare la faccia feroce non serve a niente se la macchina amministrativa è lenta e i processi penali si trascinano per anni e spesso finiscono per schiantarsi contro il muro della prescrizione.
Lo insegna l’esperienza del passato.
Con buona pace di Tremonti, il quale si dice sicuro che il frutto della lotta all’evasione coprirà i buchi provocati dalle correzioni in corsa dei precedenti annunci.
Auguri.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
L’EX COMMISSARIO UE A CERNOBBIO: “IL GOVERNO FACCIA CHIAREZZA, ALTRIMENTI SI PERDE LA FIDUCIA”…IL CARD. BERTONE: “I DIRITTI SOCIALI NON DIPENDONO DAI MERCATI”…FISCHI A SACCONI
Sulla manovra finanziaria c’è troppa confusione e ciò rischia di alimentare la diffidenza in
Europa.
E’ urgente, invece, che il governo comunichi “chiaramente” le decisioni adottate nella manovra correttiva.
Il messaggio all’esecutivo arriva da Mario Monti, che spiega: “Mi sembra molto importante e urgente che vengano comunicate le decisioni in maniera chiara, a differenza di quanto avvenuto dagli ultimi giorni”.
“Io – ha proseguito l’ex commissario europeo a margine del workshop Ambrosetti a Cernobbio – ho espresso un parere sostanzialmente positivo sulla versione di metà agosto della manovra”.
Monti ha poi aggiunto: “la grande confusione e mancanza di chiari messaggi di questi ultimi giorni temo che possano far risorgere in Europa un senso di diffidenza nei confronti dell’Italia di andare su una strada definita, capace di portarla verso una maggiore crescita e verso l’equilibrio finanziario”.
“La cosa peggiore – ha concluso l’economista – sarebbe rinfocolare queste diffidenze dell’Ue e mettere in imbarazzo la Bce, che ha fatto nei confronti di Italia e Spagna il massimo di quello che poteva fare”.
Confindustria sconcertata dalle misure sulla lotta all’evasione fiscale.
Mentre il ministro Tremonti assicura che nella manovra non ci saranno condoni, una netta bocciatura arriva da Confindustria sulle misure per la lotta all’evasione fiscale, delusa da quello che è parso come un voltafaccia rispetto ai segnali giunti nei mesi scorsi.
“Siamo sconcertati per le misure di contrasto all’evasione fiscale previste nell’emendamento presentato dal Governo”, dice l’associazione degli industriali.
Che condivide l’obiettivo di “una sere ed efficacia lotta” ma, rileva, “le misure presentate ieri risentono però della fretta e dell’approssimazione con cui è stato predisposto l’emendamento”.
Per l’associazione le norme al momento previste “sono poco efficaci rispetto all’obiettivo di una seria lotta all’evasione e rischiano di penalizzare le imprese corrette nel rapporto con il fisco”.
Della crisi e della necessità di un’economia civile, ha parlato anche il segretario di Stato vaticano.
“I diritti sociali sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e dei mercati”, è il monito lanciato oggi il cardinale Tarcisio Bertone, intervenuto all’incontro nazionale di studi delle Acli a Castel Gandolfo.
Bertone ha parlato di “civilizzazione dell’economia in contrapposizione alla forte tendenza speculativa”.
“Un’economia civile – ha spiegato – non può trascurare la valenza sociale dell’impresa e la corrispettiva responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della società e dell’ambiente”.
Nel suo intervento, Bertone ha avuto parole di elogio per il mondo delle cooperative colpito dalla manovra economica del governo.
“Mi sembra – ha detto il cardinale – che questo mondo, da apprezzare perchè in tempi di crisi ha dato lavoro e solidarietà straordinaria, meriti un trattamento migliore di quello che gli è stato riservato nella recente manovra”.
Citando l’enciclica ‘Caritas in Veritate’ di Benedetto XVI, Bertone ha posto l’attenzione sulla dignità della persona e le esigenze della giustizia che richiedono, con rinnovata urgenza, “che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”.
All’incontro di Castel Gandolfo ha partecipato anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, contestato dalla platea delle Acli alla richiesta del riconoscimento dei meriti del governo.
Mentre parlava della disoccupazione e delle sue conseguenze sociali durante un seminario sul “Lavoro scomposto”, Sacconi è stato interrotto due volte dai delegati e fischiato.
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Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
A PARTE LE TASSE E I TAGLI A MINISTERI ED ENTI LOCALI, IL RESTO DELLA MANOVRA SONO SOLO SPERANZA E PALLE MEDIATICHE
Altro giorno, altra manovra, altro buco. 
L’intesa dentro il governo diventa un emendamento al decreto di Ferragosto (ora in Senato).
E così si conoscono ufficialmente le novità e i primi numeri: addio al contributo di solidarietà per i redditi alti, meno tagli ai Comuni, niente intervento sulle pensioni, più tasse sulle imprese.
Tutto qui.
In attesa delle tabelle definitive che dimostreranno se dopo queste correzioni la manovra vale ancora 49 miliardi, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti assicura che “i saldi resteranno assolutamente invariati”.
A considerare i provvedimenti qualche dubbio è lecito.
I soldi previsti dal contributo di solidarietà (3,8 miliardi) arriveranno dalla lotta all’evasione.
Ma non è la stessa cosa: prima c’era un aumento dell’Irpef dall’esito prevedibile, ora la stima di un gettito che forse arriverà e forse no.
Il governo promette più severità : carcere per chi evade più di 3 milioni di euro, possibilità per i Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi (e già hanno fatto sapere che si rifiuteranno di farlo) , una sorta di autocertificazione in cui il contribuente deve dichiarare i suoi rapporti con le banche.
Secondo l’ottimistica relazione tecnica all’emendamento del governo “è ragionevole ritenere che l’inasprimento del sistema sanzionatorio penale-tributario rappresenti un chiaro intervento con finalità dissuasive di comportamenti evasivi”, capace quindi di portare nelle casse pubbliche 1,1 miliardi in tre anni.
Ma il fatto che sia “ragionevole” non implica che succeda.
Nella Prima Repubblica il gettito della lotta all’evasione non veniva mai usato come copertura di spesa o come risparmio, ma al massimo per finanziare “fondi negativi”, di solito destinati agli investimenti.
Tradotto: venivano previste voci di spesa che si attivavano solo se arrivavano i soldi dalla lotta all’evasione.
Niente gettito, niente uscite.
Nella versione della manovra emersa ieri, invece, i soldi sottratti agli evasori servono a risanare il bilancio.
Se non arrivano, c’è un buco.
Idem per la presunta stretta sulle società di comodo, quelle che non hanno un’attività imprenditoriale ma servono solo a singoli individui per pagare meno tasse.
Per il governo l’aumento dell’Ires su queste scatole societarie dovrebbe fruttare 714 milioni in tre anni, ma i tecnici della Confindustria sono molto perplessi, visto che gli strumenti per tassare questi schermi fiscali già c’erano, ma non hanno mai funzionato molto.
Ed è tutto da dimostrare che dichiarare i rapporti dei contribuenti con le banche generi 1,5 miliardi di euro.
I tagli agli enti locali non sono affatto azzerati, come annuncia Tremonti, ma viene ridotta la parte di competenza della manovra di Ferragosto.
Con il risultato che Formigoni, presidente della Lombardia, dice che ora il “federalismo è seppellito definitivamente”.
E i ministeri, che speravano di beneficiare dal gettito della Robin Hood Tax (finito tutto ai Comuni ) per non dover tagliare 6 miliardi (e le tredicesime ai dipendenti), sono disperati: “Se quelle cifre non saranno ripristinate sarà difficile andare avanti”, dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
Finisce così il pasticcio della manovra estiva? Neanche per idea.
Lo ammette lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: “Il ritocco dell’Iva è una clausola di salvaguardia per garantire che la manovra vada in porto e il pareggio di bilancio nel 2013”, dice da un vertice sulla Libia a Parigi.
La manovra, anche nella versione attuale, ha due grossi problemi: le incertezze sul gettito dalla lotta all’evasione e le stime di crescita del Pil su cui il governo l’ha impostata.
Visto che l’Italia crescerà nel 2011 solo lo 0,8 anzichè l’1,1 previsto e nel 2012 lo 0,7 invece che l’1,8 per cento, c’è già un buco da 15 miliardi da coprire, se si vuole raggiungere davvero il pareggio di bilancio del 2013.
E non va dimenticato che quasi metà della manovra, circa 20 miliardi, vengono da un taglio delle agevolazioni fiscali (cioè un aumento delle tasse) tutto da definire.
E il cui impatto negativo sulla crescita non è stato ancora considerato.
Ma a breve, approvata questa manovra, ci sarà da fare la legge di stabilità , la ex Finanziaria, che delinea il bilancio dello Stato per l’anno successivo.
A quel punto il governo quasi certamente dovrà ricorrere all’aumento dell’Iva, specie se i mercati reagiranno male al caos di questi giorni.
L’inasprimento dell’imposta sui consumi “si può attuare da un momento all’altro”, dice Berlusconi alludendo al fatto che il governo si è attribuito il potere di alzare le tasse con un semplice atto amministrativo (un decreto della Presidenza del Consiglio, su proposta del Tesoro) senza passare dal Parlamento o dal Quirinale.
Peccato che sarebbe contrario all’articolo 23 della Costituzione: “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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