Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO BILD RIPORTA IL CASO E IN GERMANIA CRESCE L’ASTIO CONTRO IL NOSTRO PAESE… LA DELICATA SITUAZIONE ECONOMICA DELL’ITALIA NON PUO’ PRESCINDERE DALL’APPOGGIO EUROPEO DELLA GERMANIA
Sulla crisi dell’euro la Germania ha cambiato linea: basta battaglie di principio, è il momento del pragmatismo e dei compromessi per salvare la moneta unica e l’Europa. Che, nel concreto, significa dare abbastanza morfina alla Grecia da non trasformare la sua agonia in un cataclisma e proteggere l’Italia dal crollo di sfiducia.
Con un’incognita, tra le tante: la presunta intercettazione telefonica, comunque non trascritta, di cui si parla da giorni nei corridoi romani.
Quella in cui Silvio Berlusconi si riferisce con termini poco lusinghieri al cancelliere Angela Merkel (“culona inchiavabile”, sarebbe l’espressione letterale).
Poco importa ormai che sia vera o falsa, perchè sta diventando uno degli elementi che alimentano la ritrosia tedesca nei confronti dell’Italia.
“Berlusconi ha insultato la cancelliera?”, si chiedeva ieri il tabloid tedesco Bild.
Tutto sembra credibile, dopo che si è letto dell’intercettazione berlusconiana sul “Paese di merda”.
La situazione è già così delicata che nessuno dei protagonisti può permettersi ulteriori incidenti diplomatici, soprattutto alla vigilia del vertice bilaterale tra Italia e Germania del 21-22 ottobre.
Perchè il nuovo corso tedesco, sancito dall’uscita del fiscalmente ortodosso Juergen Stark dalla Banca centrale europea, prevede una difesa senza indecisioni dell’Italia di fronte ai mercati.
Ieri, a Roma per un vertice col ministro Paolo Romani, si è speso addirittura il ministro e vicecancelliere Philipp Roesler: “Quella dell’Italia è una manovra molto importante, l’approvazione è un segnale di stabilità ”.
Poi il ministro liberale, leader di un partito, l’Fdp, in pesante crisi di consensi (è al 4 per cento), ha aggiunto: “L’attacco dei mercati contro l’Italia lo percepiamo come un attacco a tutta la zona euro”.
Parole che pesano, venendo da un ministro 38enne dalle idee molto nette sulla crisi, tanto da auspicare quasi il fallimento della Grecia e l’uscita dall’euro.
Dopo la fase 2 della crisi, cioè l’esplosione della crisi di sfiducia attorno ai Paesi ad alto debito, siamo entrati nella fase 3: la Germania ha deciso che le conviene salvare la moneta unica, anzichè punire i Paesi che hanno sbagliato sul deficit (e magari si sono indebitati per comprare i prodotti dell’export tedesco).
Lo dimostra l’esito del colloquio telefonico di ieri sera del cancelliere tedesco con il presidente francese Nicolas Sarkozy: entrambi sono “convinti” che il futuro della Grecia sia nell’euro.
Il governo di George Papandreou, da parte sua, si impegna a centrare gli obiettivi di bilancio.
“Ci troviamo nel mezzo di un processo politico molto complesso, molte persone dubitano di un lieto fine.
In momenti del genere la tentazione di soluzioni semplici e veloci è grande. Ma non abbiamo davanti soluzioni semplici”, ha spiegato la Merkel sabato in un’intervista a Der Tagesspiegel.
Questo significa due cose precise: niente eurobond, cioè il debito europeo anelato dai Paesi come l’Italia che sperano di usare la Germania come scudo per almeno una parte dei propri titoli, ma anche niente disimpegno dalla gestione della crisi.
In questa chiave vanno lette le polemiche dimissioni di Juergen Stark, venerdì scorso, dal direttivo della Banca centrale europea: l’economista tedesco ossessionato dall’inflazione non voleva l’Italia nell’euro a suo tempo e contestava la scelta della Bce di comprare i titoli di Stato per rassicurare i mercati.
Non è più tempo per gli intransigenti, è il messaggio della Merkel che in 24 ore sostituisce Stark con il più moderato Jà¶rg Asmussen.
Visto che perfino gli Stati Uniti partecipano alla gestione dell’eurocrisi, è sempre più difficile per la Germania resistere nel suo atteggiamento di azionista di maggioranza che rifiuta di essere coinvolto nel momento di difficoltà .
Domani, al vertice Ecofin, ci sarà anche il segretario al Tesoro Tim Geithner, a sancire che quello in discussione è il destino comune di Usa e Ue.
Per guidare l’Europa, però, la Germania deve essere compatta.
E la Merkel fatica ogni giorno di più a tenere insieme una coalizione in cui diversi partiti, dall’Fdp di Roesler ai conservatori della Csu, ammiccano alla parte più isolazionista dell’elettorato.
Se la famosa intercettazione di Berlusconi dovesse materializzarsi, giustificare il salvataggio dell’Italia e del suo governo per la Merkel sarebbe ancora più difficile.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNO VUOLE PRESTARCI I SOLDI, L’ EX PROTEZIONISTA TREMONTI CHIEDE AIUTO AI NEMICI DI UN TEMPO…NEL 2008 DICEVA; “BISOGNA INTERVENIRE CON DAZI E BARRIERE DOGANALI PER CONTRASTARE LA CINA”
Nessuno vuole prestarci i soldi, l’ex protezionista Tremonti chiede o ai nemici di un tempo. La
posizione di creditore che la Cina ha nei confronti degli Stati Uniti non è politicamente neutrale: essere creditore è, infatti, avere potere”, così ammoniva il professor Giulio Tremonti, non più e non ancora ministro del Tesoro, nel suo pamphlet La paura e la speranza, nel 2008. Poi, da ministro l’istinto di sopravvivenza ha prevalso e i soldi ai cinesi li ha chiesti. “Roma negozia con la Cina per il salvataggio dai guai finanziari”, scriveva ieri sul Financial Times il corrispondente da Roma Guy Dinmore. La notizia è che il 6 settembre, a Roma, il ministro Tremonti ha incontrato Lou Jiwei, il capo del fondo sovrano cinese China Investment Corp, che investe in occidente e non solo, 400 miliardi per conto del governo di Pechino. Possibile che Tremonti, il ministro protezionista che voleva le sanzioni contro i cinesi, che era disposto all’uscita unilaterale dalla Wto, che temeva la deriva malthusiana della colonizzazione a rovescio da Pechino all’Europa, che presiede l’Aspen Institute a difesa della supremazia atlantica, ecco, possibile che questo fiero teorico del pericolo giallo sia così disperato da chiedere l’aiuto a Pechino? La risposta è ovviamente sì, ma bisogna aggiungere qualche dettaglio. Nel dicembre 2009 il Fatto dà conto dello stupore di molti banchieri d’affari che si sono accorti di come sempre più titoli di Stato italiani finiscano a Pechino. Non è semplice stabilire che strada prende il nostro debito: alle aste partecipano i “grossisti”, 21 grandi banche accreditate che comprano Bot e Btp dal ministero e poi li rivendono ai clienti finali. Solo chi intermedia, cioè le banche, ha il polso della situazione. Al Tesoro gli unici datiufficiali dicono che metà del nostro debito sta in Italia, metà all’estero e che il mercato asiatico (Cina e Giappone) è secondo solo a quello europeo. Pochi giorni dopo l’articolo, a domanda del Fatto in una conferenza stampa natalizia, Tremonti non smentisce. È vero, i cinesi sono sempre più importanti per il nostro equilibrio contabile. Guarda caso, nei primi giorni di gennaio 2010, il ministro tiene una lezione alla scuola di formazione del Partito comunista cinese, a Pechino. Tra le massime dispensate agli allievi c’è questa: “La globalizzazione ci insegna che non c’è più spazio per l’autarchia, nè dei piccoli nè dei grandi Paesi”.
ppello conclusivo: “Iniziamo insieme una grande pacifica rivoluzione globale”. Non è arrivata la rivoluzione, ma qualche cambiamento sì. Fonti vicine al Tesoro raccontano che in questi tre anni l’Asia, e quindi la Cina, è diventata sempre più strategica. La prima settimana di agosto il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli ha viaggiato per la Repubblica popolare. La missione ufficiale era spiegare, nelle vesti di presidente del Comitato economico e finanziario (il coordinamento tecnico del Consiglio europeo sui temi economici), le decisioni prese nel vertice del 21 luglio. Obiettivo ufficioso: rassicurare gli investitori asiatici sul fatto che l’Italia è meglio di quello che sembra. Perchè, spiega chi conosce i meccanismi del debito pubblico, il Tesoro non arriva alle aste sperando nella buona sorte. C’è prima un lungo e continuo lavorio sotterraneo — tutto politico — per convincere gli investitori a dare mandato alle banche di comprare il debito a prezzi ragionevoli, visto che domanda e offerta si incrociano sempre in una forchetta tra prezzi minimi e massimi. E avere i cines bendisposti è fondamentale in questo periodo in cui i mercati stanno imponendo, asta dopo asta, rincari miliardari alle emissioni del nostro debito. IL TESORO però smentisce a metà la questua cinese: sì, il 6 settembre c’è stato l’incontro a Roma con Lou Jiwei, il capo del fondoic, ma per parlare di investimenti azionari, non del debito pubblico in cui investe di solito un’altro fondo di Pechino, il S.a.f.e. . Infatti l’incontro è stato con la Cassa depositi e prestiti, non con i dirigenti del dipartimento del debito. E l’esito del summit può suonare un po’ bizzarro: il Tesoro ha proposto al Cic di essere uno degli investitori nel Fondo strategico italiano (Fsi), cioè lo strumento inventato da Tremonti all’indomani della scalata francese di Lactalis a Parmalat per proteggere i grandi gruppi strategici italiani dagli arrembanti capitali stranieri. Con l’eccezione dei capitali cinesi, evidentemente.
Stefano Feltri
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
STUDIO DELL’ANCI: GIUDIZIO POSITIVO SULL’ICI… TRA LE TASSE MENO DIGERITE DAGLI ITALIANI IL BOLLO AUTO CHE BERLUSCONI AVEVA PROMESSO DI ABOLIRE
Tagliare le tasse: un’autentica ossessione, per Silvio Berlusconi. 
Si è sfibrato, a forza di promesse, ma non c’è mai riuscito.
E pensare che l’aveva quasi scoperto, il segreto per garantirsi, tasse o non tasse, il consenso popolare a vita.
È successo a marzo del 2008, poco prima delle elezioni politiche, quando ventilò, lui che ha in mano il gruppo televisivo concorrente, l’ipotesi di abolire il canone della Rai. Cioè l’imposta più odiata dagli italiani.
Lo dice adesso un sondaggio appena sfornato dall’Ifel, il centro studio dell’Anci, l’associazione dei Comuni, in collaborazione con la Swg. Il 45,5% delle 8 mila persone che hanno risposto alle domande degli intervistatori considera il canone pagato alla tivù pubblica l’imposta assolutamente meno digeribile.
Tre volte più insopportabile perfino del bollo auto, saldamente al secondo posto, con il 14,2%, fra le imposte meno popolari: e anche qui il Cavaliere l’aveva azzeccata, quando aveva promesso durante l’ultima campagna elettorale di abolire la tassa patrimoniale sui veicoli. Peccato soltanto che anche quella promessa non sia mai stata realizzata.
Dove invece, stando sempre al sondaggio Ifel-Swg, Berlusconi avrebbe toppato, è sull’abolizione dell’Ici.
Soltanto il 6,4% ritiene l’imposta comunale sugli immobili la tassa peggiore del nostro sistema fiscale: una quota ancora inferiore rispetto a chi assegna la maglia nera all’Iva (9,1%) e all’Irpef (7,5%).
Ma i giudizi sull’Ici non sono l’unica sorpresa del sondaggio.
La più clamorosa è certamente quella riguardante la considerazione complessiva dei tributi, che ribalta completamente il luogo comune secondo il quale gli italiani nutrirebbero un’avversione naturale per il Fisco.
Se per l’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa le tasse erano «bellissime», addirittura il 65% dei partecipanti al sondaggio ritiene che siano un dovere civico (31,6%) o uno «strumento di equità che garantisce servizi a tutti i cittadini» (33,4%).
E il bello è che le percentuali più alte si registrano proprio nel Nord Est, ritenuto probabilmente a torto il cuore pulsante della rivolta fiscale.
Complessivamente il 68,8%, con il record nazionale assoluto di chi ritiene le imposte un «dovere civico» (36,4%) e il valore fra i più bassi di quanti invece le giudicano «uno strumento vessatorio in mano allo Stato»: 29,3%, percentuale di oltre otto punti inferiore a quella riscontrata in Sicilia e Sardegna (37,7%).
Ciò non toglie che per l’80,3% degli intervistati il nostro sistema fiscale favorisce l’evasione.
Un cancro che per il 66,7% degli italiani è da estirpare, risposta che presenta punte del 70,3% al Centro e del 69,6% al Nord Ovest.
Commenta il segretario generale dell’Anci Angelo Rughetti: «Significa che ne hanno conoscenza in qualche modo diretta. Se si consentisse a ciascuno di scaricare le fatture, innescando il conflitto d’interessi, credo che il recupero delle somme evase avrebbe una velocità molto maggiore rispetto a quella di misure anche apparentemente più drastiche come quelle contenute nella manovra».
E veniamo al capitolo degli sprechi.
Alla domanda «qual è l’istituzione che spende meglio i vostri soldi?» il 26,8% ha risposto «il Comune».
È il valore più elevato in assoluto, anche se in diminuzione di 3,8 punti rispetto a un analogo sondaggio del 2008. «La Regione» non è andata oltre il 14,6%, contro il 12,7% di consensi dell’Unione Europea, il 6,7% della Provincia e appena il 5,5% dello Stato centrale.
Conferma, per Rughetti, che «nella generale frattura fra società civile e istituzioni l’unico rapporto che si mantiene saldo è con i Comuni. La prova è che la maggioranza degli intervistati, a precisa domanda, dichiara che preferisce pagare le tasse al suo municipio».
La percentuale maggiore, tuttavia, è quella di chi ha manifestato assoluta sfiducia nei confronti di tutti, dallo Stato al Comune: per il 29,8% degli interpellati nessuno spende bene i soldi pubblici. Tre anni fa non si andava oltre il 22,5%.
Sarà per questo che nemmeno il rapporto fra gli italiani e il federalismo è così avvincente come credono invece i politici?
Fatto sta che fra le riforme considerate «prioritarie» per il futuro quella federalista è soltanto al quinto posto, con il 14,5%.
Nettamente indietro rispetto alla riforma del mercato del lavoro (43,9%), a quella del sistema fiscale (42,7%) e della politica (35,7%).
E se è vero che nelle risposte a tale quesito ci sono notevoli differenze territoriali (al Sud il federalismo è considerato decisivo per appena l’8,1% delle persone), è pur vero che nemmeno nel Nord Est la quota di chi considera la riforma federalista «prioritaria» supera il 22,3%, metà rispetto a chi giudica fondamentale intervenire sul Fisco (43,1%).
E comunque, anche in questo caso, la stragrande maggioranza degli intervistati (il 77,8%) è convinta che con il decentramento sarebbe necessario attribuire più poteri ai Comuni rispetto alle Regioni (65,3%) e alle Province (38,9%).
Sarà vero, come afferma Rughetti, che «i cittadini pensano che il federalismo non serve e non è mai stato attuato, e anzi risorse ingenti sono passate dalla periferia al centro»?
Certo è che da quando è cominciato il balletto sono stati trasferiti dagli enti locali alle amministrazioni centrali ben 5 miliardi di risorse l’anno. Alla faccia della propaganda «federalista».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
I TECNICI STANNO DI NUOVO LAVORANDO ALL’OBIETTIVO DI QUOTA 100 PER LA PREVIDENZA… TREMONTI PENSA ALLA CESSIONE DELLE SOCIETA’ LOCALI DI SERVIZI PUBBLICI
Cinque versioni, ma potrebbe non bastare.
I dubbi di Bruxelles sul gettito della lotta all’evasione fiscale su cui fa perno buona parte dell’ultima versione della manovra rischiano di riaprire il nevrotico marasma delle misure volte alla correzione della finanza pubblica e al raggiungimento del mitico pareggio di bilancio nel 2013.
Berlusconi nega, il governo smentisce, ma non è escluso che con la nuova «Finanziaria» 2012, da varare nelle prossime settimane, siano necessari nuovi e dolorosi interventi sui conti pubblici
La partita senza fine segnata da una sessione di bilancio che dura da mesi potrebbe non essere arrivata al capolinea.
E il paese non può tirare l’atteso sospiro di sollievo.
Una «manovra della disperazione», come sta avvenendo in Grecia, che nessuno vorrebbe ma che potrebbe essere necessaria.
E allora sparate tutte le cartucce possibili, fino all’Iva e al taglio delle spese per l’assistenza, non restano che le misure triturate dalla polemica di agosto e bloccate dai veti incrociati e dai «nyet» della Lega.
A partite dal dossier pensioni: mentre la Germania pensa ad elevare l’età di riposo a 69 anni da noi si va in pensione di anzianità a 58,3 anni.
La Cisl è contraria, Bossi pure, ma sono in molti all’interno della maggioranza che potrebbero decidersi a tirare la volata ad una misura che abolisca i pensionamenti anticipati. Forti della norma, ormai approvata, che salvaguarda i lavori usuranti, i tecnici, stremati dal lavoro estivo, stanno nuovamente tirando fuori dai computer le ipotesi scartate.
Come quella di «quota 100».
L’obiettivo sarebbe quella di «abolire» le pensioni di anzianità , salvaguardando soltanto l’uscita di chi ha 40 anni di contributi.
Oggi le norme prevedono che si possa andare in anzianità a quota 96 (max 61 anni) nel 2012 e a quota 97 (max 62 anni) dal 2013: la riforma sarebbe impostata in modo di arrivare a «quota 100» nel 2015 (65 anni più 35 di contributi) attraverso un aumento della quota di un punto l’ anno (97 nel 2012, 98 nel 2013 e 99 nel 2014). Risparmi garantiti a regime: 3,5 miliardi.
Ma sull’ultima spiaggia delle finanze pubbliche, sotto il fuoco dei mercati e della speculazione, ci sarebbero altri bunker nei quali l’Italia potrebbe trovare rifugio.
Il più importante resta quello della patrimoniale: la Lega, con la fumosa proposta Calderoli, che mescolava lotta all’evasione e tassa sui ricchi, non è affatto ostile.
Per cercare ipotesi di lavoro, prese seriamente in considerazione in agosto dal governo, bisogna cercare tra le proposte della Cgil (che prevede una imposta straordinaria dell’1 per cento sui grandi patrimoni immobiliari sopra gli 800 mila euro) oppure in uno degli emendamenti della controproposta del Pd che indicava una imposta sotto l’1 per cento sui valori di mercato degli immobili.
Idee condivise anche da grandi banchieri e dal mondo della finanza, da Montezemolo a Marchionne.
Mentre anche dal ministero del Tesoro giungono segnali: un seminario, nei prossimi giorni, esaminerà la questione della cessione del patrimonio pubblico e delle società locali di servizi pubblici. Impronunciabile la parola «condono»: ma una strada resta aperta per il recupero dell’Iva condonata nel 2002.
La Corte di giustizia europea nel 2008 disse che quel condono era nullo: ma i termini di prescrizione erano scaduti e il fisco non poteva più bussare alla porta dei condonati. Ora i termini, dopo una pronuncia della Corte costituzionale, sono stati riaperti per l’intero 2012 anche se non c’è l’obbligo di fare accertamenti a tappeto.
Un emendamento del Pd alla manovra prevedeva l’obbligatorietà dell’azione di recupero: il gettito, anche considerando solo il 50 per cento di quanto condonato in un solo anno potrebbe essere di 5,7 miliardi all’anno.
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
MAI COSI’ TANTI DA OLTRE 50 ANNI: LA MIDDLE CLASS PERDE POTERE D’ACQUISTO….NEL 1973 UN AMERICANO GUADAGNAVA 49.000 DOLLARI, ORA E’ SCESO A 47.000…IN CRESCITA I CITTADINI SENZA ASSISTENZA SANITARIA.
La recessione, anzi la Grande Contrazione, presenta il conto all’America.
E’ un conto drammatico: la fine dell’American Dream, l’impoverimento della middle class, l’arretramento del tenore di vita e del potere d’acquisto, le aspettative di intere generazioni ridimensionate di colpo.
Oggi 46,2 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà , fissata al livello di 22.113 dollari di reddito annuo per un nucleo familiare di quattro persone.
E’ un livello record, mai raggiunto negli ultimi 52 anni e cioè da quando esistono questi dati raccolti dal Census Bureau, l’agenzia federale responsabile per il censimento demografico.
L’impatto della lunga recessione iniziata nel 2008 si prolunga e non se ne vede la fine: nel solo anno 2010, infatti, ben 2,6 milioni di americani sono andati ad aggiungersi all’esercito dei nuovi poveri.
Ormai il 15,1% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà .
Ma non sono soltanto loro a subire l’impatto sociale di questa crisi.
L’arretramento viene percepito da una vasta maggioranza di americani: il reddito “mediano”, cioè quello rappresentativo della maggiore percentuale di cittadini, è sceso del 2,3% in termini reali nel corso del 2010.
«Questi dati sono importanti – ha sottolineato ieri il direttore del Census Bureau, Robert Groves – perchè ci dicono qual è l’impatto concreto della situazione economica sulla vita degli americani e delle loro famiglie».
Non tutto l’impoverimento va attribuito all’effetto della recessione, però.
Un altro dato significativo è questo: il reddito annuo mediano per un maschio adulto che lavora a tempo pieno nel 2010 si è attestato a 47.715 dollari; se misurato in potere d’acquisto reale, questo reddito è regredito rispetto ai livelli del 1973.
Per la precisione, 38 anni fa un maschio adulto con un lavoro a tempo pieno guadagnava l’equivalente di 49.065 dollari all’anno, ai prezzi di oggi. Si stenta a crederlo, ma tutto ciò che è accaduto negli ultimi 38 anni, nel bene e nel male, dagli shock energetici degli anni 70 alla stagflazione, dalla “economia dell’offerta” reaganiana alla New Economy di Internet nell’èra Clinton, dalla “vita a credito” e gli sgravi fiscali di George Bush fino alla deflagrazione sistemica del 2008: tutto questo riporta l’americano medio al livello di partenza, anzi un po’ più indietro.
E’ la conferma del processo di retrocessione della middle class, o l’avvento della “società a clessidra” divisa tra un vertice di privilegiati e una base sempre più larga di cittadini il cui potere d’acquisto perde terreno.
Altri dati confermano quanto l’American Dream sia ormai una rappresentazione superata, un miraggio che riflette visioni d’altri tempi.
La condizione dei giovani ha subito un degrado notevole: la caduta di reddito mediano più pesante nel 2010 è quella che ha colpito la generazione tra i 16 e i 24 anni: meno 9%.
Si accentua il fenomeno dei “bamboccioni” d’America, costretti dalla situazione economica a rimanere in casa dei genitori o a farvi ritorno: un comportamento in netto contrasto con le consuetudini che erano consolidate da molte generazioni.
Ora che il 45,3% della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni si trova sotto la soglia della povertà , è aumentato del 25% il numero di coloro che devono abitare sotto lo stesso tetto dei genitori.
Fra le conseguenze collaterali dell’aumento dei poveri, c’è il fatto che il numero di persone senza assistenza sanitaria è salito da 49 milioni nel 2009 a 50 milioni l’anno successivo (la riforma sanitaria di Barack Obama non è entrata ancora pienamente a regime e quindi non se ne misurano tutti gli effetti).
Un altro aspetto conferma quanto la recessione iniziata nel 2008 sia diversa per la sua gravità da tutte quelle che l’anno preceduta, con l’unica eccezione della Grande Depressione degli anni Trenta: nelle più gravi recessioni del dopoguerra, come quella conclusa nel 1961 e quella che finì nel 1975, la percentuale degli americani sotto la soglia della povertà era già diminuita nel primo anno dopo la fine della recessione. In tutti i sensi quella attuale merita l’appellativo di Grande Contrazione coniato dall’economista Kenneth Rogoff.
«Non si tratta solo dei disoccupati e dei poveri – ha dichiarato Sheldon Danziger dell’università del Michigan – ma dell’americano medio che non fa più alcun progresso».
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
DURO EDITORIALE DEL QUOTIDIANO: “L’ITALIA MINACCIA LA STABILITA’ FINANZIARIA DEL VECCHIO CONTINENTE”
Un articolo nelle pagine dei commenti firmato da Frank Bruni, che anni fa fu corrispondente da
Roma.
Il New York Times pubblica un pezzo durissimo contro il premier italiano, dal titolo “L’agonia e il bunga a bunga”.
Parla di “baccanali di Berlusconi”, di uno spettacolo da “petit guignol” che va in scena mentre l’Italia è in crisi e addirittura minaccia la stabilità finanziaria di tutta Europa. Bruni ricorda il settembre nero italiano: in cui non si sa se il Parlamento riuscirà ad approvare la manovra finanziaria, se questa sarà sufficiente e come sarà giudicata dall’Europa.
Ma in questo momento drammatico – secondo il columnist del quotidiano americano – ci si domanda come il “lussurioso imperatore” del Paese vorrà festeggiare i suoi 75 anni.
Nell’articolo si ricordano il processo che il presidente del Consiglio dovrà affrontare perchè accusato di aver fatto sesso con una minorenne, i bunga a bunga in cui riunisce veri e propri harem di donne, spesso travestite da infermiere.
Bruni ammette: “Noi americani abbiamo trovato anche divertente tutto questo, perchè è terrificante, ma anche rassicurante”.
“Però – ammonisce i suoi connazionali – non dovremmo restare a bocca aperta e ridere. Perchè ora l’Italia minaccia la stabilità finanziaria di tutta l’Europa”.
“Il cammino dell’Italia dalla gloria al ridicolo – continua Bruni – spianato dalle distrazioni legali e carnali del premier, non dà benefici a nessuno. L’Italia ha una storia che dovrebbe rappresentare un monito per molte democrazie occidentali che si sono fatte cullare dal comfort nella compiacenza di sè. Aver tollerato troppe buffonerie ha provocato troppi danni”.
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Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
L’EUROPA SBUGIARDA IL TRUCCO DEL PREMIER IN FUGA DAI PM… ALTRO CHE VERTICE, GIUSTO IL TEMPO DI UN CAFFE’ ESPRESSO
C’è chi si nasconde dietro a un dito; e chi, più pudicamente, dietro un paravento.
Mr B si nasconde dietro l’Unione europea. O, almeno, ci prova.
Perchè i suoi interlocutori europei, che saranno magari vasi di coccio fra i vasi di ferro tedeschi e francesi, ma con gli italiani ci vanno (quasi) alla pari, si prestano con riluttanza alla pantomima inscenata dal Silvio nazionale, che s’inventa di dovere andare in fretta e furia a informare l’Ue sulla manovra in dirittura d’arrivo; e proprio oggi, martedì, quando doveva rispondere alle domande dei magistrati di Napoli sul caso Tarantini.
Il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek, Ppe come lui, lo umilia in aula: “Gli potrò dedicare al massimo due minuti”, tanto vale la conclamata ‘emergenza Italia’; o tanto vale il nostro premier.
Per Van Rompuy, Barroso, Buzek, negargli l’appuntamento era diplomaticamente impossibile.
Ma, al di là delle versioni ufficiali di questa storia, che vedremo, fonti vicine ai leader europei ne testimoniano il fastidio per essere stati messi in mezzo e ‘usati’.
L’Unione non aveva urgenza di sentire Berlusconi sulla manovra; era Berlusconi che cercava un modo di sottrarsi all’interrogatorio.
Che cosa pensa della manovra, la Commissione europea lo ha già detto. E ieri il responsabile dell’Economia Olli Rehn ha ribadito che l’Italia deve essere pronta a nuove misure se le entrate risulteranno inferiori alle attese, cioè se la lotta all’evasione fiscale, i contributi straordinari, la riduzione della spesa pubblica e, ora, l’aumento dell’Iva non bastassero a centrare gli obiettivi di risanamento dei conti.
C’è pure il rischio che questa gita europea tra Bruxelles e Strasburgo non sia una passeggiata, ma un calvario: Mr B. cerca avalli, ma troverà ammonimenti e se ne tornerà a casa strigliato a lucido.
Non che gli importi molto: per lui, quel che dice Bruxelles conta solo in funzione dei suoi calcoli interni.
Ne è prova la leggerezza con cui l’Italia, alla vigilia della missione del premier, si mette contro Commissione e Parlamento chiedendo, assieme ad altri sette Paesi, pesanti tagli al bilancio comunitario 2014-’20.
La ricerca di una via di fuga europea dai magistrati di Napoli è iniziata, in pratica, subito dopo l’annuncio dell’interrogatorio del premier come parte lesa e s’è conclusa, di fatto, sabato sera, quando i legali di Mr B. hanno informato del ‘legittimo impedimento’ la Procura napoletana, che ha filosoficamente commentato “troveremo un altro momento”.
O forse no, visto che, oggi, gli avvocati del premier depositeranno a Napoli una memoria difensiva, per la serie “ti racconto quel che voglio e non mi faccio fare domande”.
La definizione degli appuntamenti europei non è stata facile.
Gli aggiustamenti dell’agenda sono proseguiti fino a ieri.
Il Cavaliere all’intervistatore di fiducia Belpietro sulla rete di casa Canale 5, racconta: “A causa del comportamento dell’opposizione e dei suoi giornali, si è creata sulla manovra molta confusione”, glissando sul fatto che la confusione derivava, piuttosto, dai continui tentennamenti della sua maggioranza.
Dunque, la visita alle istituzioni europee non sarebbe una fuga, ma “un dovere”, dopo che s’era indotta l’Ue a pensare che “il governo italiano non fosse intenzionato a fare i sacrifici per arrivare al pareggio di bilancio nel 2013”.
C’era “la necessità ”, suggerita dal commissario Antonio Tajani e dal capofila Pdl al Parlamento Mario Mauro, “di confortare i nostri interlocutori europei per chiarire come sia tutto il contrario”.
Sabato, però, Berlusconi, che non si pone mai il problema della congruità di quel che dice, aveva attribuito la genesi della missione alle dimissioni del membro tedesco del direttivo Bce Stark, date venerdì pomeriggio.
In realtà , gli umori raccolti a Bruxelles in conversazioni informali non corroborano affatto queste versioni.
Gli interlocutori europei non avevano tutta questa impellenza di essere confortati da Berlusconi.
E neppure la data di oggi è davvero ideale: lo prova la riluttanza del presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek a dare un appuntamento al Cavaliere.
Inoltre, l’Assemblea è in sessione a Strasburgo e anche la Commissione si riunisce lì, per cui al premier per vedere Barroso e Van Rompuy non basta uscire da un palazzo ed entrare in quello di fronte, ma tocca fare una navetta di 500 chilometri: al mattino a Bruxelles vedrà il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy; nel pomeriggio a Strasburgo il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso.
Avrà pure un incontro fuggevole, “di cortesia e informale”, con Buzek, che, polacco, bada a ricevere il presidente del suo Paese Bronislaw Komorowski: “Potrò al massimo concedergli due minuti”, dice in aula, quasi uno sberleffo verso l’ospite ‘imbucato’.
Formalmente, le istituzioni comunitarie smorzano le polemiche.
Il portavoce di Barroso dice che l’incontro di oggi “fa parte dei contatti regolari” con i leader europei: “È stato chiesto la settimana scorsa da Roma e fissato per oggi, in funzione delle agende dei due leader”.
Il portavoce di Buzek precisa che la richiesta risale a venerdì.
Ma i parlamentari non hanno peli sulla lingua: ieri ci sono già stati interventi ironici e polemici.
Mauro denuncia il “tono fortemente intimidatorio” dell’eurodeputata verde Rebecca Harms nel chiedere spiegazioni sulla visita di Mr B.; e il Ppe teme incidenti in aula.
I verdi intendono riproporre il tema, ma il capogruppo dei socialisti, quel Martin Schulz che Berlusconi definì “Kapò” nell’emiciclo di Strasburgo, sarebbe intenzionato a non farne un caso: domani, si candiderà alla presidenza dell’Assemblea dopo Buzek (un’alternanza a metà legislatura già concordata).
Dall’Italia, il Pd invita il premier “a restare a casa”, risparmiandoci “figuracce” e l’Idv denuncia “i voli last minute che non servono all’Italia”.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
NIENTE SOLDI DALLO STATO, POCHE IMPOSTE, SI RISCHIA IL CRAC… DALLA LEGGE BASSANINI DEL 1997 CHE INAUGURO’ LA STAGIONE DEL DECENTRAMENTO, I FONDI TRASFERITI AGLI ENTI LOCALI SONO CROLLATI
Ha ragione il governo a tagliare ancora in periferia oppure i sindaci a scioperare giovedì contro la terza manovra «ammazza autonomie» in 13 mesi?
Se analizziamo i rapporti tra Roma e i comuni italiani nell’ultimo ventennio, più i secondi.
La Seconda Repubblica nasce infatti sull’elezione diretta dei sindaci e la promessa di federalismo targato Lega nord, ma oggi rischia di morire di troppo centralismo.
La serie storica è impressionante: nel 1992 i trasferimenti erariali dallo stato ai comuni valevano 17,5 miliardi, nel 2011 appena 12,5.
Solo in parte compensati da entrate locali e addizionali.
Per capire il paradosso occorre fare un passo indietro.
Nell’estate del 1970 nascono le regioni ma la riforma tributaria del 1971-73 smonta subito dopo il proto federalismo introdotto addirittura durante il fascismo.
Il passaggio alla finanza derivata elimina le entrate proprie, trasforma i comuni in accattoni e rende fiscalmente irresponsabili i territori.
Il boom del debito pubblico negli anni Ottanta è lì a dimostrarlo.
Il superamento dei rimborsi a piè di lista viene fissato solo nel 1990 (legge 142), poi applicato nel decreto legislativo 504 del 1992 che inaugura la stagione autonomista: tributi propri, addizionali, compartecipazioni e razionalizzazione dei trasferimenti dal centro.
Per i cittadini la svolta prende il nome di Ici, l’imposta comunale sugli immobili introdotta nel 1993, ancorata ad una base imponibile ampia che garantisce gettiti elevati con aliquote ridotte.
Il nuovo corso della finanza locale va a braccetto con la primavera politica.
Dopo il biennio tragico di Mani Pulite la riscoperta delle autonomie diventa la via italiana alla modernizzazione del Paese.
Cancellata un’intera classe dirigente, i sindaci incarnano per un tratto la vera riserva della Repubblica.
Se prendiamo i trasferimenti ai comuni, il primo grosso taglio di 4 miliardi (dai 17,6 miliardi del ’93 ai 13,6 del ’94) viene appunto compensato dall’avvio dell’Ici, il cui gettito vale 10mila miliardi di vecchie lire (quando nel luglio 2008 Silvio Berlusconi la abolisce sulla prima casa, rendeva 3,3 miliardi).
Per qualche anno i trasferimenti da Roma galleggiano intorno ai 13 miliardi.
Ogni calo si giustifica tendenzialmente con l’avvio di nuovi tributi locali.
Ad esempio il taglio di quasi 1,5 miliardi tra il 1999 e il 2000 viene compensato dalla partecipazione facoltativa a quote di gettito sull’addizionale Irpef.
Una leva che porta in cassa ai comuni 274 milioni nel ’99 e poi, progressivamente, 670 nel 2000, un miliardo nel 2001 fino ai 2,7 miliardi di oggi.
Nel frattempo nel biennio 1997-99 parte il processo di decentramento amministrativo conosciuto col nome di Leggi Bassanini. Fino ad arrivare nel 2001, ultima tappa dei travagliati governi dell’Ulivo, alla Riforma del Titolo V della Costituzione. In sostanza negli anni Novanta, pur tra mille conservatorismi, i comuni sembrano incarnare la versione aggiornata di un certo municipalismo sturziano.
Leva fiscale, autonomia impositiva e patto di stabilità intelligente.
Il ritorno alle origini di un’Italia consumata dal centralismo ma che resta, in fondo, il Paese dei mille campanili.
Ma sarà un fuoco di paglia.
Più l’approdo federalista si avvicina più da Roma aumentano i tagli, si (ri)centralizza la spesa, si bloccano le addizionali Irpef (lo fa il Berlusconi bis dal gennaio 2002 praticamente a fine mandato, poi Prodi le sblocca nel 2006 e il Cavaliere le ri-blocca nel 2008 per un triennio) e soprattutto si cambia il patto di stabilità .
Fino al 2001, con Piero Giarda alla finanza locale del Tesoro, la spesa per investimenti non rientra nel computo.
Con il ritorno del centrodestra a palazzo Chigi, dal 2004 si passa dalla tecnica dei tagli a quella dei saldi. Si fissano alcune voci di spesa corrente e in conto capitale e su queste si calcola il patto.
Sul triennio 2006-2008 il nuovo meccanismo ibrido produce un crollo degli investimenti del 25 per cento. Non basta.
Tra il 2003 e il 2007 scendono anche i trasferimenti da Roma (da 14 miliardi a 11,6).
Il flusso risale a 14,5 nel 2008 solo grazie alla finzione contabile dell’abolizione Ici prima casa: lo stato infatti restituisce l’introito calcolato sul gettito storico, ma sulle costruzioni post 2008 i sindaci incassano più nulla pur dovendo garantire i servizi.
Per un po’ gli enti locali tamponano usando il 75% degli oneri di urbanizzazione per coprire la spesa corrente.
Al prezzo di consumare suolo, barattano soldi facili (1,5 miliardi l’anno) con licenze a costruire. Ma oggi il Bengodi è finito e in attesa del Godot federalista sul piatto restano i tagli dell’ultimo biennio a valere sul 2011-2014, pari al 40% delle risorse trasferite nel 2010, quelli indiretti dalle Regioni, e un patto distabilità che blocca 43 miliardi di residui utilizzabili per riavviare lo sviluppo locale, nonostante a livello ‘macro’ i comuni abbiano contribuito a migliorare i saldi del debito pubblico per 3 miliardi di euro.
Per garantire i servizi, i sindaci saranno quindi costretti ad aumentare le tasse alzando al massimo l’aliquota Irpef (0,8%), trasformandosi in esattori per conto di un governo che scarica l’onere delle tasse in periferia.
«A partire dalla riforma del Titolo V la spesa dello stato è aumentata di 300 miliardi», riassume caustico Angelo Rughetti, direttore generale dell’Anci.
E soprattutto «si sono spostati 10 miliardi l’anno dai territori verso Roma».
Alla faccia del federalismo….
Marco Alfieri
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Settembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI DEGLI ENTI LOCALI POTRANNO PASSARE ALLE REGIONI CON UN TRATTAMENTO CONTRATTUALE MIGLIORE… FINGONO DI CHIUDERE LE PROVINCE MA CREANO “AGENZIE TERRITORIALI” CON ANALOGHI COSTI…IN OGNI CASO CI VORRANNO ANNI PRIMA DI VEDERE BENEFICI
Una cura drastica che minaccia di trasformarsi in un bluff. 
Risparmi? Si fa presto a parlarne: alla fine il disegno di legge costituzionale che taglia le Province potrebbe addirittura determinare un aumento della spesa pubblica.
Perchè, soppressi gli enti (almeno nell’attuale forma costituzionale), resta il “nodo” dei 61 mila dipendenti in servizio.
Che fine faranno? Il testo approvato dal Consiglio dei ministri non dice nulla al riguardo.
Ma secondo una delle tesi più accreditate – è la lettura, ad esempio, del presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione – dovrebbero finire negli organici delle Regioni.
E ciò, per effetto dei differenti contratti collettivi, non avrebbe conseguenze irrilevanti: il trattamento economico complessivo dei regionali è superiore del 24 per cento rispetto a quello del personale degli enti locali.
In soldoni: la spesa per gli stipendi, che attualmente ammonta nelle Province a 2 miliardi 300 milioni, crescerebbe di 600 milioni di euro.
«Un paradosso», ripete più volte Castiglione, pidiellino finito in conflitto con il governo.
Un incremento di costi che farebbe a pugni con la clausola di salvaguardia apposta nel ddl, che impone alle Regioni una riduzione delle spese.
Un aumento delle uscite maggiore dei risparmi determinati dal taglio degli apparati politici.
Le indennità di presidenti, assessori e consiglieri oggi pesano in tutto per 113 milioni di euro sui bilanci.
Ma è una somma che non tiene conto di una doppia riduzione: quella già decisa nel 2010 con la diminuzione del 20 per cento dei consiglieri e quella contenuta nella manovra al vaglio del Parlamento, che prevede la sforbiciata di un’altra metà degli eletti.
Significa, per intenderci, che già dalle prossime elezioni i Consigli provinciali di Milano o di Palermo scenderebbero comunque da 45 a 18 componenti.
Con l’abolizione tout court delle Province, il risparmio totale sarebbe di 35 milioni. Appena lo 0,3 per cento della spesa per le Province, che oggi si attesta sui 12 miliardi.
E le voci di spesa più rilevanti per le funzioni oggi svolte dalle amministrazioni provinciali qualcuno dovrà in ogni caso accollarsele: per viabilità e trasporti se ne vanno un miliardo 451 milioni di euro, per l’ambiente 3 miliardi 328 milioni, per le scuole 2 miliardi 234 milioni.
Chi assumerà questi compiti? Se non le Regioni, che potrebbero essere costrette a farlo creando enti e agenzie territoriali, saranno naturaliter le associazioni dei Comuni previste dal disegno di legge.
Nuove strutture amministrative «per l’esercizio delle funzioni di governo di area vasta» la cui istituzione è delegata alle Regioni, che con legge dovranno definirne organi, funzioni e legislazione elettorale. Mini-Province, o Province decostituzionalizzate che, sganciate dalle procedure fissate della Carta, potrebbero rimpiazzare o anche superare per numero le attuali. In base anche ad appetiti politici locali.
Gli stessi che, in Sicilia, hanno portato alcuni esponenti politici a promuovere un disegno di legge per la nuova Provincia di Gela.
Altri esempi: Province come quella di Torino, che conta 300 Comuni, o di Messina (che ne ha 108), potrebbero dar vita a una costosa filiazione.
«Il pericolo è che si imponga il modello Sardegna», osserva Castiglione.
Nell’isola, per iniziativa del Consiglio regionale, negli ultimi anni le Province sono diventate 8.
Particolare non secondario: il provvedimento varato dal governo prevede che, qualora le Regioni non provvedano a decidere numeri e forma delle associazioni dei Comuni entro un anno dall’entrata in vigore della legge, le associazioni nasceranno ugualmente, in modo automatico, nel medesimo territorio delle Province soppresse. Vuoi vedere che le «aree vaste» saranno solo fotocopie degli enti cancellati sulla carta?
L’Aiccre, l’associazione dei Comuni e delle Regioni d’Europa, non ha dubbi: «Aumenteranno gli enti territoriali e le spese», dice il segretario Vincenzo Menna. Anche perchè le nuove articolazioni congegnate da Tremonti e Calderoli vanno a sovrapporsi alle già esistenti unioni dei Comuni, previste dal Testo unico degli enti locali.
Poi c’è il nodo dei tempi: per far diventare definitivo il colpo di scure sulle Province servono almeno altri quattro sì: quelli delle due Camere che devono esprimersi in doppia lettura a distanza di tre mesi sulla legge costituzionale.
Poi il termine (altri 90 giorni) per un’eventuale richiesta di referendum.
Se si andasse ad elezioni anticipate, il disegno di legge finirebbe su un binario morto. Qualche chance in più avrebbe il testo in caso di scadenza naturale della legislatura. Ma l’anno di tempo assegnato alle Regioni per istituire le «aree vaste» allungherà comunque la vita delle attuali Province.
L’intero percorso legislativo, infatti, non potrà concludersi prima del 2014.
Le elezioni provinciali, nei prossimi due anni, si svolgeranno regolarmente e i mandati quinquennali dovranno poi concludersi: decine di enti, insomma, sopravviveranno sino al 2018.
In barba alla cura drastica annunciata da Palazzo Chigi.
Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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