Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
I CONSUMATORI: “VIGILARE SULL’ALIQUOTA APPLICATA NELLE BOLLETTE DI TV, GAS E TELEFONO”… IL FENOMENO DEGLI ARROTONDAMENTI POTREBBE PORTARE A UN ESBORSO DI 400 EURO A FAMIGLIA
Se nel carrello della spesa mettete bibite analcoliche, tè o caffè, vino o birra, cioccolato, acqua
minerale, sale, superalcolici, oltre a qualche sfizio gastronomico, come ostriche o aragoste, allora preparatevi a pagare l’Iva al 21%.
Il balzo dell’imposta, entrato in vigore da ieri, si applica, infatti, anche a moltissimi alimentari che non rientrano nel gruppo di quelli con l’Iva ridotta al 4%.
È una batosta silenziosa che si nasconde dietro le etichette di tanti prodotti, presenti in buona parte dei sacchetti della spesa.
Sono dei comunissimi generi alimentari che pesano per quasi il 50% del conto finale alla cassa.
Quell’uno per cento, dunque, potrebbe far salire i costi di almeno 1 euro su uno scontrino da circa 200 euro con una metà di prodotti con Iva al 4% e l’altra metà al 21%
In particolare il costo di una bottiglia di vino dal costo orientativo di 10 euro salirà 10 centesimi.
Su un pacco di succhi di frutta (4 euro) si applicherà un aumento di 4 centesimi, una bottiglia di birra (1 euro) costerà 1 centesimo di più, un whisky di qualità (intorno ai 40 euro) rincarerà di 40 centesimi, così come una confezione di acqua minerale (2 euro) salirà di 2 centesimi.
Attenzione quindi agli aumenti che da ieri sono stati applicati anche nel settore alimentare e che vanno ad affiancare i rincari su computer e prodotti hi-tech (dall’iPad alle tv fino al personal computer), abbigliamento e calzature, giocattoli, audio-video, gioielli, automobili (riparazione, vendita, carburanti), mobili, orologi, cosmetici e profumi, anche quelli venduti in farmacia dove il regime Iva è di norma fissato al 10%.
Tra gli altri ritocchi vanno ricordati quelli che scattano su tanti settori e servizi, dalle lavanderie al parrucchiere, dai trasporti agli abbonamenti internet o tv e le bollette energetiche.
In particolare su questo tema si fa sentire il Codacons che lancia l’allarme sui consumi del gas (a partire da una certa soglia di consumi), sulle bollette telefoniche e quelle relative ai servizi internet: «La legge fiscale – spiega l’associazione – consente ai gestori di retrodatare l’incremento dell’Iva, che può essere quindi applicato sui consumi non ancora fatturati. Ciò comporterà un maggior esborso per milioni di euro a danno dei cittadini nonostante sia materialmente possibile limitare l’incremento dell’Iva ai consumi realizzati a partire da oggi».
In sostanza il Codacons invita i consumatori a controllare che in bolletta gli incrementi partano con data 18 settembre.
Inoltre l’associazione segnala «l’aumento dell’Iva e arrotondamenti vari messi in pratica dal 35% degli esercizi commerciali».
Si tratta di «rincari applicati principalmente dai piccoli negozi – spiega l’associazione – e i beni maggiormente colpiti sono quelli di piccolo importo come prodotti per la pulizia della casa e per l’igiene personale. Il rischio è che i rincari possano estendersi anche a beni e servizi non coinvolti dallo scatto dall’aliquota Iva, determinando così una stangata pari a 385 euro a famiglia».
Per Confesercenti, invece, il passaggio dell’Iva al 21% graverà per 140 euro sul 70% delle famiglie mentre secondo Federalimentare ogni nucleo familiare sborserà 50 centesimi al giorno pari a 180 euro l’anno.
Adusbef e Federconsumatori, infine, parlano di «ricadute pesanti da 173 fino a 408 euro annui per famiglia».
Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
BRUXELLES STOPPA 36 MILIONI DI EURO DI FONDI STRUTTURALI DESTINATI ALLA CALABRIA… SI AGGIUNGONO AI 72 MILIONI CONGELATI ALLA CAMPANIA E AI 12 ALLA SARDEGNA….I GOVERNATORI: “TUTTO REGOLARE”
La Commissione europea ha bloccato 36 milioni di euro di finanziamenti alla Calabria che si vanno ad aggiungere ai 72 milioni congelati per la Campania e ai 12 per la Sardegna. E tutto perchè “il sistema di gestione e di controllo regionale non è ancora ritenuto completamente affidabile dai servizi di audit della Commissione”.
A dirlo è il commissario europeo alle politiche regionali Johannes Hahn, in risposta a un’interrogazione parlamentare di cinque eurodeputati del Partito democratico.
Si tratta di finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale europeo (Fse), molti dei quali dovevano servire per opere di risanamento ambientale.
Secondo il commissario Hahn, “al primo settembre 2011 nessuno degli otto grandi progetti previsti dal programma è stato notificato alla Commissione europea”.
Sempre Hahn ricorda poi che il primo giugno scorso Bruxelles ”ha inviato al presidente della Regione Calabria una lettera con cui gli rammentava il debole tasso di avanzamento del programma invitandolo ad adottare misure concrete per attuare rapidamente tutti gli interventi”.
Insomma il messaggio è chiaro: “Per evitare il rischio di riduzione delle risorse comunitarie, la Calabria deve documentare a Bruxelles entro il 31 dicembre 2011 di aver realizzato investimenti per un ammontare pari a 472,747 milioni di euro, di cui il 50 per cento a carico del Fondo regionale”.
E poi ancora, per quanto riguarda il Fondo sociale europeo, sempre la Calabria “deve fornire le pezze d’appoggio relative a spese effettuate pari a 111,6 milioni di euro”. Quindi, in parole povere, quanto, come e dove è stato speso con relative pezze giustificative.
Sembra proprio che Bruxelles non sia più disposta ad aprire il portafogli senza garanzie di risultati.
Negli ultimi anni il Mezzogiorno si è visto stanziare milioni e milioni di euro dall’Unione europea, rientrando, per quanto riguarda la programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, tra le cosiddette “regioni a obiettivo 1”, ovvero regioni in ritardo di sviluppo (con un Pil inferiore al 75% della media europea) dove si è cercato di promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale.
Adesso la nuova programmazione 2007-2013 non prevede più obiettivi di questo tipo, dati ormai per raggiunti.
Il treno è passato, sembrano dire da Bruxelles, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Contrariamente ad altri Paesi, come la Spagna, che hanno fatto un uso più responsabile dei fondi Ue, alcune regioni meridionali d’Italia hanno sprecato e sperperato, con grandi opere mai finite, appalti milionari e spese spesso gonfiate all’inverosimile.
A dover controllare la corretta spesa di questi fondi sono le autorità locali, che devono poi notificare il tutto alla Commissione europea.
Ed è qui che casca l’asino, visto che proprio “le carenze di gestione e controllo” sono alla base dello stop ai fondi di Bruxelles.
“Per la Campania”, ha detto il portavoce del commissario Hahn, Ton Van Lierop, “risultano sospesi 72 milioni di euro, per la Calabria 36 milioni e per la Sardegna 12 milioni”.
“Si tratta di domande di pagamento presentate a Bruxelles e sospese in attesa di chiarimenti che dovranno arrivare entro due mesi”, ha precisato il portavoce, “sempre che le regioni interessate non vorranno perdere i finanziamenti”.
A sentire il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti (Pdl), va invece tutto bene. “Lo stato di avanzamento del programma operativo della Calabria procede in maniera soddisfacente”.
“Nell’incontro al ministero dello Sviluppo economico, è stata definita la road map per raggiungere il target di spesa per il 2011 e porre rimedio al blocco dei pagamenti che grava su procedure del 2009 e cioè ad un anno prima del nostro insediamento”.
Insomma, tutta colpa della passata amministrazione di centrosinistra.
Tesi supportata anche dal ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto (Pdl). “I dati relativi alla risposta del Commissario Hahn all’interrogazione degli eurodeputati del Pd sono aggiornati al 31 dicembre 2010 e dunque non colgono l’avanzamento procedurale e finanziario degli ultimi 8 mesi”.
Gli fa eco dalla Campania Stefano Caldoro (Pdl): “Il blocco dei pagamenti da parte dell’Ue nei confronti della Campania è relativo ad impegni delle vecchie amministrazioni negli anni 2008 e 2009″.
Ma Bruxelles non sembra interessata a chi vada la colpa, al centrosinistra o al centrodestra.
Se entro il 31 dicembre non arriveranno risposte soddisfacenti la Commissione europea chiuderà i rubinetti, e a pagare saranno come sempre i cittadini.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
GIANPI: “QUESTA E’ LA SVOLTA DELLA VITA”…PARTECIPO’ ANCHE A UN INCONTRO GOVERNO-AZIENDE… AGGANCIA IL DIRETTORE DI FINMECCANICA PORTANDO A CENA “DUE PUTTANONE”
In un conflitto di interesse che si fa abuso permanente, tra ottobre 2008 e giugno 2009, il
Presidente del Consiglio lavora con completa adesione al sogno del suo lenone barese, il custode della sua dipendenza sessuale.
Accede a un baratto di cui Gianpaolo Tarantini non fa mistero, perchè ne ha fatto un mantra («Con le prostitute e la cocaina volevo realizzare una rete di connivenze nella pubblica amministrazione. In questi anni, ho pensato che le ragazze e la cocaina fossero una chiave per il successo», spiega a verbale il 29 luglio 2009).
E di cui, ora, le 5 mila pagine dell’istruttoria barese documentano i termini.
C’è da mettere le mani su una montagna di grano.
Prima, una partecipazione societaria nella “Sel Proc” (consortile a capitale pubblico), per un business con la Protezione Civile e Finmeccanica da 280 milioni di euro in cui tirare dentro anche Paolo Berlusconi.
Quindi, l’affidamento dalle controllate Finmeccanica di 12 appalti che valgono 51 milioni di euro.
In un futuro non lontano, un gasdotto tra Albania e Italia, progetto battezzato “Tap” (Trans adriatic pipeline), dichiarato di interesse dai governi di Roma e Tirana nel marzo del 2009 e a cui invitare a partecipare lo stesso Premier con proprie disponibilità finanziarie.
Per non dire di un fumoso progetto di sorveglianza elettronica del Paese (le intercettazioni telefoniche non riescono a carpirne il dettaglio) che – se la ride Tarantini conversando con il socio Enrico Intini – «Può servire anche a Lui».
Tarantini gongola nei primi giorni di ottobre 2008.
Ha riagganciato Silvio Berlusconi dopo l’estate sarda.
E’ entrato a Palazzo Grazioli e il Premier ha gradito assai la sua giovane mercanzia.
E dunque, all’amico Salvatore Castellaneta, avvocato d’affari brindisino che sul suo profilo facebook giustappone la sua foto a quella di Harrison Ford per mostrarne la somiglianza, un professionista che orbita in area Pd e spera di raccattare qualche briciola che in qualche modo avrà (viene nominato nel maggio 2009 nel collegio sindacale della “Sistemi e Telematica spa”, società controllata dal gruppo Finmeccanica), confida la sua eccitazione.
Castellaneta concorda, lo incita. «Questa è la svolta della vita. E’ un ferro da battere caldo». Tarantini lo sa.
Il 22 di quel mese è a Roma, alla cena di palazzo Madama, in cui Berlusconi ha invitato la crema dell’industria italiana e con lei ministri (Tremonti, Scajola, Frattini, Fitto) e manager di primissimo livello (l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabè, Giovanni Perissinotto di Generali, Massimo Sarmi di Poste Italiane, Mauro Moretti di Ferrovie).
Bisogna dunque immaginarlo Gianpi da Giovinazzo, trentenne cocainomane, imprenditore corrotto delle protesi sanitarie in Puglia, aggirarsi con un flute in mano, orecchiando i discorsi dei “grandi”, invitato personalmente dal Premier («Senti, sta a sentire – dice Berlusconi – dunque domani sera c’è una cena di tanti importanti industriali a Villa Madama, quindi… se vuoi…») in un consesso in cui non ha uno straccio di argomento da abbozzare.
E bisogna forse fissare in quella sera il momento in cui comprende che nulla è impossibile.
Tarantini – documenta l’inchiesta – ha infatti «abbandonato il progetto iniziale di entrare in politica con il sostegno di Berlusconi, per quello più redditizio di entrare nel circuito delle grandi opere pubbliche».
Mette insieme un «comitato d’affari» che non guarda al colore, ma al grano che balla. E che attira imprenditori pugliesi di osservanza Pd. Da Enrico Intini a Roberto De Santis. Così come le raccomandazioni del “banchiere rosso” Vincenzo De Bustis (ex Deutsche Bank, Montepaschi e Banca 121), che affida a Tarantini «una relazione sulla situazione economica» da consegnare al Premier.
Sappiamo già che Berlusconi fa da passe-partout per Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile e, soprattutto per Pierfrancesco Guarguaglini, allora presidente e ad di Finmeccanica.
Tarantini, nei suoi conversari con Intini, definisce il Premier «il carico da cento» e lo gioca, come un asso di briscola, ogni qual volta avverte resistenze.
Ma scopriamo ora quale livello di obbedienza i due dimostrino.
A cominciare da Bertolaso, che, nei giorni dell’emergenza rifiuti a Napoli, riceve dalle mani del Premier la brochure che deve accreditare il duo Tarantini-Intini alla Protezione civile.
Non è da meno il presidente di Finmeccanica. «Ieri, Berlusconi mi ha detto: “Guarguaglini è uno vostro”», riferisce Tarantini a Intini il 6 dicembre 2008.
E a suo dire, per ben due volte (nel dicembre 2008 e nel febbraio 2009), Berlusconi convoca a palazzo Grazioli il presidente della holding per sollecitarlo di persona a sdoganare i contratti che Tarantini e il suo socio Intini attendono di ricevere.
Per «appecoreggiarlo», farne una “pecora” docile.
Apprezzamento che Tarantini, in un colloquio del 10 febbraio 2009, riserva anche all’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, di cui ipotizza una sponda per il progetto del gasdotto albanese.
«Ci ho fatto due viaggi in aereo – dice a Intini – E’ un uomo suo (di Berlusconi ndr.). Si mette a pecora, quello».
Del resto, annotano gli inquirenti, «dopo una prima fase in cui coltiva la prospettiva di entrare nel capitale della società “Sel Proc” (l’affare da 280 milioni di euro ndr.), il progetto del comitato d’affari muta nella prospettiva di entrare in affari commerciali con la Protezione Civile e Finmeccanica».
Nella lista della spesa ci sono infatti 12 appalti che Finmeccanica può aggiudicare con «affidamenti pilotati», perchè non sono previste gare.
La posa di cavi di fibra ottica nelle Marche (16 milioni di valore); l’ampliamento della rete isoradio; la fornitura di apparecchiature per il monitoraggio dei terremoti, per componenti di ponte radio alla Protezione Civile (22,7 milioni di euro), per beni e servizi al vertice del G8 dell’Aquila (17,8 milioni di euro).
Nel maneggiare i rapporti con la holding di piazza Montegrappa, il format di Tarantini si ripropone.
La rete con cui «accerchia» il management di Finmeccanica è l’unico che conosce. Aggancia Salvatore Metrangolo, mettendogli nel letto una delle ragazze della sua scuderia. E il 24 aprile del 2009, a casa sua a Roma, mette intorno a un tavolo, dove siede anche Paolo Berlusconi, Lorenzo Borgogni, potentissimo direttore delle relazioni esterne di Finmeccanica, e tre “bambine” della sua scuderia: Barbara Guerra, Fadoua Sebbar e Letizia Filippi.
A Fadoua raccomanda: «Vestiti da mignotta… vestito nero corto. Si deve vedere il pelo appena appena».
E l’indomani mattina, si abbandona ad un commento con Micaela Ottomano, segretaria personale dell’allora sottosegretario con delega alle comunicazioni (oggi ministro) Paolo Romani.
Anche lei è stata alla cena, perchè Tarantini, attraverso di lei deve arrivare a Romani, di cui ha bisogno per accelerare la concessione di frequenze radio da cui dipende uno degli appalti che Finmeccanica gli ha promesso.
La Ottomani ha chiaro quel che ha visto: «Si vedeva che erano due puttanone. Ti è costato altri duemila…».
Carlo Bonini
(da “la Repubblica“)
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Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DEL TAR DELL’EMILIA ROMAGNA: 250 AGENTI DEL CARCERE DI PARMA CREDITORI DI SOMME TRA I 2.000 E I 5.000 EURO MAI CORRISPOSTE DALLO STATO…UNA DECISIONE DESTINATA AD APRIRE ALTRE CAUSE IN TUTTA ITALIA
Il ministero della giustizia dovrà tirare fuori un bel po’ di soldi, nonostante i tempi di crisi, per
risarcire 250 agenti di polizia penitenziaria che operano a Parma.
Ai lavoratori, infatti, dovranno essere pagati tutti gli straordinari svolti e non retribuiti dal 2004 al 2009, anno in cui l’avvocato Giovanni Carnevali depositò il primo ricorso al Tar: si calcola una somma che va dai 2mila ai 5mila euro ciascuno.
La decisione è stata presa dal Tar, che proprio due giorni fa ha pubblicato la sentenza, accertando il diritto dei poliziotti a vedersi retribuiti gli straordinari e condannando il ministero a corrispondere loro quanto dovuto entro 60 giorni.
Una sentenza destinata a diventare la prima di una lunga serie: la situazione delle carceri italiane è grave, in continua carenza di organico e agli agenti di polizia penitenziaria vengono richiesti straordinari facendo saltare spesso i turni di riposo.
Non c’è da stupirsi, dunque, se richieste di risarcimento ora stiano arrivando da tutta Italia.
Una tegola che cade in testa al Ministero proprio mentre si discute di tagli e manovra per contenere la spesa pubblica: gli agenti di polizia penitenziaria in Italia sono circa 60mila.
Se davvero ognuno di loro chiedesse circa 2mila euro di straordinari non pagati, il ministero della giustizia dovrebbe ingegnarsi per trovare le risorse.
Il tutto è iniziato nel 2009, quando alcune sigle sindacali (Sappe, Sinappe, Uil, Fns Cisl, Cnpp) si rivolsero all’avvocato Carnevali di Parma denunciando la situazione che da anni si continuava a verificare all’interno del carcere di via Burla: agli agenti veniva chiesto di lavorare anche per due settimane di fila senza riposo, saltavano i turni, gli straordinari erano diventati ormai ordinari.
Senza che a questi servizi però corrispondesse un maggior stipendio: al massimo si concedevano dei riposi compensativi.
“Inizialmente abbiamo cercato di aprire un dialogo con il dipartimento di polizia penitenziaria — spiega Carnevali -, ma non abbiamo mai ottenuto risposte. Così abbiamo depositato il primo ricorso al Tar nell’ottobre 2009, riguardante 120 agenti di Parma. A questo ne sono seguiti altri 3, ancora pendenti, ma dello stesso tipo, per un totale di 250 poliziotti. Al Tar abbiamo chiesto di accertare il diritto dei lavoratori di vedersi retribuiti gli straordinari e di condannare il Ministero al pagamento e al conteggio del compenso dovuto”.
Il Tar ha accolto il ricorso e il 14 settembre ha pubblicato la sentenza.
Probabilmente il Ministero ricorrerà al Consiglio di Stato, non tanto per mettere in discussione la sentenza, che non lascia spazio a incertezze, ma per guadagnare tempo: solo a Parma si parlerebbe di risarcire circa 500mila euro.
E non è certo uno dei periodi più floridi per lo Stato italiano.
Quello che è certo però che da oggi anche la polizia penitenziaria potrà vedersi pagata gli straordinari (ai quali, per legge, non possono sottrarsi), per un lavoro che spesso rimane nell’ombra, rinchiuso dietro le sbarre delle carceri, ma ugualmente importante e pericoloso a quello delle altre forze dell’ordine italiane.
“E’ un risultato importante — commenta Carnevali -, per cui ringrazio i miei collaboratori Michele De Nittis e Simone Dall’Aglio. Ora continueremo a portare avanti le cause degli altri agenti parmigiani, sicuri del risultato. Ma ci stanno già arrivando telefonate da tutta l’Emilia Romagna”.
Domanda: è possibile che uno Stato si debba ridurre a questo, ovvero a non pagare il dovuto a un proprio lavoratore, causa che in qualsiasi tribunale del lavoro avrebbe portato a severe conseguenze nei confronti del datore di lavoro?
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Settembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
TAGLIATE LE AGEVOLAZIONI ALLE PARTITE IVA CON BASSO REDDITO…COLPITI SOPRATTUTTO QUEI GIOVANI CHE PUR LAVORANDO COME DIPENDENTI, NON HANNO UN REGOLARE CONTRATTO DI ASSUNZIONE E SONO DI FATTO PRECARI
Tra tagli a enti locali e aumento dell’Iva, c’è un’altra misura inserita nella manovra finanziaria che a molti non piace.
E’ l’abolizione del regime dei minimi delle partite Iva e colpisce i già semivuoti portafogli dei giovani professionisti che lavorano sotto questo regime fiscale. Lo denunciano Paola, Laura e Giulia, due architetti e un ingegnere trentenni che hanno creato “Iva sei partita”, un sito nato con l’obiettivo di “mettere insieme questo variegato mondo per fare fronte comune, dato che si tratta di lavoratori che non possono contare su un sindacato che li rappresenti, e dunque si ritrovano ciascuno solo con i suoi problemi”.
Per il popolo delle partite Iva la manovra rischia di essere un salasso, visto l’aumento di tasse che colpirà molti.
Prima le partite Iva che guadagnavano meno di 30mila euro l’anno pagavano, oltre agli oneri previdenziali, un’aliquota forfettaria del 20% dell’incasso lordo, ed erano dispensati dall’Irap.
“Ora — spiega Paola — la maggior parte di loro, circa 500mila lavoratori, sarà costretta a un regime ibrido: niente Irap e scritture contabili, ma Iva al 21%, Irpef al 20% e addizionali locali (che con i tagli ai Comuni sono destinate ad aumentare, ndr)”.
Un vantaggio ci sarà solo per chi ha aperto la partita Iva dopo il 31 dicembre 2007, guadagna meno di 30mila euro e ha meno di 35 anni: per 5 anni potrà accedere a un regime fiscale con aliquota al 5%.
“Ma sotto questo regime sono solo 50mila persone tra gli ex minimi”, denuncia Paola.
I giovani in partita Iva rischiano poi di subire conseguenze negative dagli studi di settore, che dovrebbero combattere l’evasione.
Un enorme numero di professionisti che lavorano come autonomi, di fatto svolgono attività per una sola azienda (o per un solo studio professionale), seguendo orari e direttive del capo come dei dipendenti a tutti gli effetti. Salvo, ovviamente, non godere delle tutele che spettano a questi ultimi. Nessuna indennità per malattia o altro: se ti ammali, o se sei una donna e resti incinta, è un problema tuo.
Con la sottoposizione agli studi di settore la situazione peggiora perchè, spiegano le ragazze di “Iva sei partita”, “se guadagni troppo poco per il tipo di professionalità che hai, si presume che tu sia un evasore, quindi sei passibile di verifiche”.
E con le tabelle delle tariffe professionali dimostrare di non avere evaso perchè si guadagnano solo mille euro al mese non è facile.
Così “per non avere problemi con i controlli e non dover pagare un surplus di tasse dovuto a una dichiarazione di guadagno ‘non congrua’, si dichiara magari di lavorare solo 8 ore a settimana a fronte delle 40 reali, sempre che non si facciano straordinari”, racconta Paola.
Che si sfoga: “Per una ‘finta’ partita Iva questa è la beffa estrema, come se non bastassero il salasso in termini di tasse e la concorrenza imbattibile di chi apre partita Iva ora e paga solo il 5%”.
Se è così poco conveniente, perchè tante persone (oltre 7 milioni, secondo la Cgil) decidono questa modalità di prestazione lavorativa?
Qualche volta è una scelta di vita, ma “quasi sempre sei obbligato. Nella stragrande maggioranza degli studi professionali ti dicono: se vuoi lavorare con noi, devi aprirti la partita Iva. Sei giovane, magari sei uscito da poco dall’università e per fare esperienza accetti anche una condizione palesemente svantaggiosa”.
Anche perchè, fa notare Paola, “le tasse si pagano a fine anno, quindi inizialmente molti neanche si rendono conto del reale ammontare dello stipendio mensile netto”.
Al datore di lavoro, invece, conviene: arriva a risparmiare quasi il 50% sui compensi, e ha un “dipendente di fatto” licenziabile in qualsiasi momento.
I contratti collettivi nazionali per i dipendenti degli studi professionali non tutelano i finti autonomi a partita Iva: diritti e compensi sono frutto di una trattativa privata, il che li rende ricattabili. Il resto lo fa lo stallo del mercato del lavoro.
“Siamo una categoria poco coesa e questo ci rende ancora più deboli”, chiosano le tre mamme virtuali di “Iva sei partita”.
All’inizio era solo un blog rivolto ad architetti e ingegneri, ora è diventato un vero sito aperto a tutte le categorie professionali: avvocati, giornalisti, traduttori, psicologi, solo per fare qualche esempio.
L’obiettivo, spiegano le creatrici del sito, è “scambiarsi informazioni per districarsi nella selva dei regimi fiscali e previdenziali, di tutti gli oneri che il libero professionista deve sbrigare in proprio”, ma soprattutto “gettare le basi per un clima culturale diverso, dove si prende atto che questa situazione è anomala. Non piangersi addosso, ma cercare soluzioni, studiare nuovi modelli possibili, avanzare proposte”.
E una voce nei palazzi di chi decide l’hanno fatta sentire: hanno scritto una lettera al vicepresidente del Senato Vannino Chiti, uno dei pochi che tempo fa aveva sollevato il tema in un intervento in Aula.
La risposta del parlamentare Pd è arrivata, e con questa il riconoscimento del fatto che le cosiddette ‘finte partite Iva’ “si possono definire a pieno titolo” una forma di “precariato fraudolento”.
“Il diritto del lavoro in Italia, garantito da leggi approvate in pagine importanti della nostra storia, si applica soltanto a nove milioni e mezzo di lavoratori”, ha scritto ancora Chiti, assicurando che il suo partito si sta impegnando per cambiare le cose. I
ntanto però la manovra è stata approvata, e l’abolizione dei minimi è passato sotto silenzio.
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Settembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
L’85% DEI SINDACI DICE NO AI TAGLI DEL GOVERNO…IL TESORO ESCLUDE A BREVE SANATORIE FISCALI
Sale la protesta dei sindaci in tutta Italia, mentre torna alla ribalta il «partito del condono». Nell’estate del 2002 fu Daniela Santanchè, allora parlamentare di An, a chiedere esplicitamente e per prima un «condono tombale».
A stretto giro si espresse per una sanatoria edilizia, previdenziale e fiscale il vicepresidente dei deputati di Forza Italia Fabrizio Cicchitto.
Silvio Berlusconi non deluse le aspettative: ai primi di settembre, alla Fiera del Levante, annunciò che sarebbe arrivato l’atteso condono. Fu inserito in Finanziaria, ma il governo non si prese la responsabilità : il condono fu introdotto attraverso un emendamento parlamentare. Si incassarono più di 20 miliardi
Oggi il «partito del condono» torna prepotentemente alla carica: uno dei vicepresidenti del gruppo, Massimo Corsaro, lo suggerisce in concomitanza con l’approvazione della delega fiscale che dovrebbe riformare le aliquote e ridurre le agevolazioni. Ieri 40 deputati del centrodestra, guidati da Amedeo Laboccetta hanno firmato un documento che chiede di condonare di tutto, dall’edilizia, alla previdenza, al fisco e lo hanno spedito al segretario Alfano. Secondo i loro calcoli darebbe più di 35 miliardi.
Il Tesoro ieri, attraverso il sottosegretario all’Economia Bruno Cesario, ha smentito «misure alla studio ricollegabili al condono», ma su qualcosa si sta lavorando: si tratta del «concordato internazionale» con la Svizzera, sulla falsariga di quanto hanno già fatto Londra e Berlino. Coloro che hanno capitali in Svizzera sarebbero soggetti, dopo l’intesa bilaterale tra Roma e Berna, a pagare un contributo «una tantum» del 20-25 per cento e, successivamente, una ritenuta alla fonte del 4 per cento sui dividendi. In cambio manterrebbero l’anonimato.
Una misura sulla quale Tremonti conterebbe, dopo aver lanciato ben due scudi fiscali e aver duramente polemizzato con la Svizzera, che potrebbe portare 4-5 miliardi annui e un incasso immediato notevole visto che la quota di denari custoditi in Svizzera viene valutata in oltre 100 miliardi.
In attesa dello scatto degli aumenti dell’Iva, che con la pubblicazione sulla «Gazzetta ufficiale» potrebbero entrare in vigore fin da oggi si fanno i conti: gli aumenti interesseranno benzina, tabacchi, elettrodomestici, elettronica, caffè, pedaggi, tachimetri, telefoni e Internet.
Tornando alla protesta dei sindaci per la stangata della manovra, ieri l’Anci ha annunciato che l’85 per cento dei Municipi italiani ha riconsegnato le deleghe sull’anagrafe.
Mentre le Regioni, guidate dal presidente Vasco Errani, hanno simbolicamente riconsegnato allo Stato i contratti del trasporto pubblico locale in ferro. «Neanche un euro in meno per i servizi», ha tuonato Errani.
Particolarmente forte la protesta dei sindaci, con in testa anche quelli del Pdl, a partire dal primo cittadino di Roma Gianni Alemanno.
A Piazza San Marco, a Venezia, hanno tenuto una conferenza stampa gli amministratori del Veneto e quello della città lagunare Giorgio Orsoni.
Il primo cittadino di Torino Piero Fassino ha fatto un volantinaggio di fronte all’anagrafe della città .
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Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
ECCO LE NUOVE FIGURE INTRODOTTE DALLA REGIONE LOMBARDIA: SONO QUATTRO E SI OCCUPANO DI CINEMA, EXPO, TERRITORIO E RICERCA
Sono quattro e ogni anno costano ai lombardi circa un milione e mezzo di euro.
Sono i sottosegretari di Roberto Formigoni.
In tempi di crisi, si concentra su di loro l’accusa dell’opposizione di centrosinistra che da tempo chiede di tagliare anche in Regione i costi della politica.
Previsti dal nuovo statuto, che ha copiato l’idea da Calabria ed Emilia (però ne hanno solo uno), i sottosegretari del governatore guadagnano come i presidenti di commissione. Compreso lo staff, ciascuno costa 184mila euro l’anno.
Questi “magnifici quattro” costano ogni anno alle casse del Pirellone circa un milione e mezzo di euro, hanno diritto a una segreteria composta da un responsabile e tre addetti. La maggioranza di centrodestra aveva deciso di concedere loro anche il vitalizio previsto per i consiglieri regionali solo dopo due mandati.
Ma di recente un blitz di Lega, Pd e Sel in commissione Bilancio ha fatto saltare tutto.
Al Pirellone c’è perfino un sottosegretario che si occupa di Cinema, il leghista Massimo Zanello, nonostante nella giunta di Formigoni sia già presente l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Buscemi del Pdl.
Gli altri sottosegretari si occupano di Attuazione del programma e di Expo (Paolo Alli, braccio destro del governatore); Attrattività e promozione del territorio (Francesco Magnano, geometra di fiducia di Silvio Berlusconi). Università e ricerca (Alberto Cavalli, ex presidente della Provincia di Brescia, forzista e fedelissimo del ministro Mariastella Gelmini).
A far discutere, però, sono anche i “delegati del presidente” che sono, invece, un’esclusiva della Lombardia introdotta solo nel 2010, anche per trovare un posto a chi non era stato eletto nella parte bassa del listino di Formigoni: quello dove spiccavano i nomi dell’ex igienista dentale Nicole Minetti e del fisioterapista personale del premier, Giorgio Puricelli.
I delegati scelti da Formigoni sono ben cinque: tutti dovevano trovare un ruolo nella squadra del governatore.
Guadagnano come i consiglieri regionali, circa novemila euro al mese, pari all’81 per cento dell’indennità percepita dai parlamentari.
L’ex assessore Marco Pagnoncelli tiene i rapporti con gli Enti locali. Fabio Saldini, architetto di fiducia di Paolo Berlusconi di Moda, è a Design e tutela dei consumatori.
Monica Guarischi, sorella dell’ex consigliere regionale Massimo, si occupa di Pari opportunità . Roberto Baitieri, ex presidente della Fondazione club della Lombardia, di Promozione, sviluppo e innovazione delle aree montane. Gian Carlo Abelli, l’ex assessore ras della sanità lombarda oggi parlamentare del Pdl è, manco a dirlo, delegato a tenere i rapporti con il Parlamento.
È l’unico che non percepisce uno stipendio dalla Regione, visto che ha scelto di optare per l’indennità di deputato. In compenso ha un ufficio, una segretaria e un’auto blu sempre a disposizione.
Fra le spese del Pirellone spiccano anche quelle per i ben tre “comitati tecnicoscientifici” voluti in questi anni da Formigoni.
Quello sulla Competitività , quello sul Welfare e quello sul Territorio.
Ognuno è composto da quindici membri scelti tra imprenditori, banchieri, docenti universitari.
Percepiscono un compenso di cinquemila euro l’anno più un gettone di 350 per ogni seduta alla quale partecipano.
La loro soppressione comporterebbe un risparmio annuo di ben 225mila euro fissi, più altri 15.750 per i gettoni risparmiati per tutti e tre i comitati, supponendo che tutti i componenti siano presenti a tutte le riunioni.
Il leader della Cisl lombarda Gigi Petteni attacca il governatore: «Le parole non bastano più. Formigoni sembra stanco delle questioni lombarde, privo di slancio. Se pensa ad altro, forse è meglio che si faccia da parte».
Andrea Montanari
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Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
TRA LE MISURE ALLO STUDIO PER L’ENNESIMO INTERVENTO C’È DI NUOVO LA PATRIMONIALE
Il braccio di ferro è in atto da giorni ma lui, Umberto Bossi, non molla: “Non voglio far pagare le
vecchiette, abbiamo il sistema più equo d’Europa, le pensioni non si toccano”. Entro il 15 ottobre, però, si dovranno varare nuove norme fiscali, un’altra manovra, più incisiva (quella appena approvata Emma Marcegaglia l’ha definita “tutta-tasse” e “depressiva”), ma tutto ruota intorno alla possibilità di ammorbidire Bossi sul fronte della previdenza.
L’idea è di rispolverare l’ex scalone varato da Maroni (62 anni di età e 35 di contributi per arrivare nel 2015 a 65 anni di età e sempre 35 di contributi), ma il Senatùr proprio non ne vuole sentir parlare.
Anche ieri c’è stato un incontro tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e Umberto Bossi alla Camera, durante il voto della manovra; per la seconda volta in pochi giorni Tremonti è tornato a chiedere al leader della Lega di ripensarci.
Niente da fare.
Tanto che, subito dopo, incontrando Roberto Maroni e il segretario Pdl Angelino Alfano, Tremonti avrebbe alzato le braccia: “Se rimane così bisogna pensare ad altro”.
Cioè patrimoniale e condono.
Poi privatizzazioni.
Insomma, anche se nel governo l’ordine è negare ogni nuovo intervento fiscale, si cercano altri 30 miliardi.
Ma potrebbero servirne una manciata in più a seconda della misura che si deciderà di adottare, anche se pare già sicuro che si toccherà nuovamente l’Iva, stavolta aumentando quella agevolata del 10 per cento e portando l’aliquota al 12 per cento; il ricavo previsto è di 4 miliardi.
Il grosso, però, ruoterà intorno alla patrimoniale e al condono.
Sul primo fronte, si parla di una tassa extra per i ricchi (in fase di studio), ma anche di un ritocco verso il basso della tassa di solidarietà del 3 per cento.
Il secondo, invece, comincia già a delinearsi come il vero “core business” dell’intera operazione; si dovrebbe agire su tre fronti, quello fiscale, quello edilizio e anche quello previdenziale.
Secondo i calcoli dei tecnici del Tesoro, questa parte della nuova manovra potrebbe far entrare nelle casse dello Stato oltre 10 miliardi, ma visto come sono andate le cose nel 2003 c’è chi, nel Pdl, non gli dà tutta questa fiducia.
Intanto, però il sottosegretario all’Economia Giorgetti ieri ha accettato ufficialmente un odg sul condono fiscale ed edilizio, presentato da Scilipoti, notoriamente bravo a fiutare l’aria.
Avanti anche con l’alienazione del patrimonio pubblico, un “salvadanaio” che — a parere della commissione Giarda — vale 904 miliardi di euro e contiene immobili, terreni, opere d’arte e aziende di Stato che, tuttavia, il ventre molle della politica nostrana (sia maggioranza che opposizione) vorrebbe proprio evitare di toccare per il loro valore clientelare: Eni, Enel, Fincantieri, Finmeccanica, Poste, Rai e Terna, solo per fare qualche esempio.
Il Tesoro — come potenziali acquirenti — ipotizza di puntare sui fondi sovrani.
A partire dalla Cina.
Comunque, ammorbidire Bossi sulle pensioni risparmierebbe tagli su tutto il resto e Berlusconi ieri ha detto chiaramente come: facendolo chiedere all’Europa.
La bozza che circola nelle stanze pidielline prevederebbe di anticipare al 2012 la soglia dei 65 anni delle lavoratrici private con traguardo nel 2021.
Risparmio previsto, 3 miliardi.
Quanto alle pensioni di anzianità , l’idea è di innalzare dal 2012 i requisiti; un anno in più per ogni anno da qui al 2015 raggiungendo quindi i 64 anni di età e 36 di contributi per i dipendenti e 65 anni di età e 36 di contributi per gli autonomi.
Questa misura lascerebbe in cassa 390 milioni nel 2013 e 1,7 miliardi l’anno a regime.
La partita pensioni pare complicata da un’altra incognita; entro il 20 novembre il Tesoro dovrà tagliare 20 miliardi di prestazioni sociali e bonus fiscali. E nessuno sa ancora come.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
“AVREI MESSO LA PATRIMONIALE, A DESTRA NON CI STANNO I MILIONARI”…”SI SONO PERSI DI VISTA I VALORI DEL CENTRODESTRA”…”IL TEMPO CI STA DANDO RAGIONE: LE COSE CHE AVEVAMO DENUNCIATO NEL PDL SI STANNO TUTTE AVVERANDO”… ”MENTRE SARKOZY E CAMERON ERANO IN LIBIA, BERLUSCONI ERA A PALAZZO GRAZIOLI RIUNITO CON I SUOI LEGALI”…”SALVACONDOTTO PER IL PREMIER? NON SIAMO AL MERCATO”…”I GIOVANI PRECARI VANNO AIUTATI A STABILIZZARSI”
Quello di Gianfranco Fini è un vero ritorno in campo.
È apparso così il presidente della Camera durante la trasmissione Otto e mezzo condotta da Lilli Gruber, puntata giustamente intitolata “Un anno dopo”.
E Fini parte proprio da quel momento ribadendo che le cose dette allora si sono dimostrate vere.
I principali punti di criticità messi in evidenza un anno addietro si sono rivelate aderenti alla realtà , soprattutto sull’esistenza di un governo a trazione leghista e sull’aver taciuto circa la gravissima situazione economica e occultata nonostante i diversi avvisi che giungevano da una parte della maggioranza e dal mondo economico.
Gli elettori di Silvio Berlusconi, ha spiegato, sono profondamente delusi «non solo per le tasse ma anche perchè sono stati persi di vista i valori del centrodestra».
Un Fini altrettanto soddisfatto sulle vicende giudiziarie di Berlusconi che coinvolgono anche Valter Lavitola, «soggetto che notoriamente di occupa di bassi servizi e che ha una frequentazione assidua con Berlusconi».
Anche questo, ha ribadito la terza carica dello Stato, dimostra «che il tempo ha dato ragione» e che questo è lo specchio di un Italia «fatta di faccendieri e donnine».
Su Berlusconi e i suoi fatti scottanti Fini ha confermato che l’Italia ha perso credibilità .
Un esempio concreto?
«Mentre Sarkozy e Cameron erano in Libia, il presidente del consiglio era a Palazzo Grazioli riunito con i suoi legali» per affrontare le vicende giudiziarie.
Su Futuro e libertà , che almeno nei sondaggi non gode di ottima salute, Fini ha ammesso che «qualche errore c’è stato», «c’è chi in Italia sostiene di essere infallibile, io no».
E parla anche di contenuti: nella manovra finanziaria, «fosse dipeso da me io la patrimoniale l’avrei messa perchè c’è da capire che il centrodestra non è una categoria di soli milionari e gli elettori avrebbero compreso e apprezzato la scelta di ricorrere a quel tipo di imposta.
Si è anche parlato di una possibile exit strategy per Berlusconi e su questo Fini ha smentito, seppure indirettamente, Italo Bocchino che giorni addietro in un’intervista aveva ipotizzato una sorta di perdono.
Non sono ipotizzabili, si comprende dalle parole del presidente della Camera, salvacondotti giudiziari e simili.
«Non siamo al mercato», queste le parole del leader di Montecitorio.
C’è, ancora attuale dopo Mirabello, il tema delle dimissioni dalla presidenza della Camera richieste da parte della base.
Secondo Fini sono soprattutto i giovani a chiederlo e, in un certo senso, questo è «un atto d’amore» di chi lo vorrebbe in campo.
Perchè è giusto che soprattutto i giovani siano «i protagonisti di un paese che pretende di cambiare».
Secondo Stefano Folli a Futuro e libertà manca una guida forte.
Il progetto di Fli è nell’ambito del Terzo polo e «vogliamo presentare all’Italia un altro tipo di paese».
Da parte del nuovo polo — spiega Fini — ci deve essere la capacità di presentare proposte convincenti, come quella fatta recentemente di rivedere il sistema pensionistico o quella di rendere più pesante la busta paga di un lavoratore a tempo determinato rispetto a chi ha la fortuna di un tempo indeterminato.
E ancora in tema di contenuti Gianfranco Fini è stato netto sulla riforma della legge elettorale per ridare il diritto di scelta agli italiani: «Ben venga il referendum».
Alla domanda sui probabili interlocutori Fini ha innanzitutto sgombrato il campo da equivoci invitando Angelino Alfano a dimostrare di essere il reale segretario del Pdl «e non la persona che Berlusconi ha pregato di occuparsi del partito».
Al di là di questo Fini ne fa unicamente una questione di argomenti: «Si dialoga con chi ha a cuore i valori della legalità e giustizia sociale».
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