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BUFFONATA: FINGONO DI TAGLIARE PROVINCE E PARLAMENTARI MA CON UNA LEGGE COSTITUZIONALE CHE RICHIEDE ANNI: LA CASTA E’ SALVA

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

TOLGONO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ MA ATTACCANO LE PENSIONI E I DIRITTI ACQUISITI, MENTRE GLI ONOREVOLI SI PRIVANO SOLO DI SPICCIOLI… IL GIOCO DELLE TRE CARTE E DEI TRE FALSARI

Tagli di carta, più che di casta.
Il governo ha usato le forbici contro la sua stessa manovra, la versione ferragostana varata il 13: niente abolizione per le Province con meno di 300mila residenti, niente accorpamento per i Comuni sotto i mille abitanti (solo servizi condivisi).
Salve 50mila poltrone dorate, molte di potere e tanto, tanto leghiste.
Il pranzo di Arcore vale soltanto due buoni propositi, pura fantasia per una legislatura al tramonto e un governo a brandelli: un disegno di legge costituzionale per cancellare le Province (107 enti) e per dimezzare il numero dei parlamentari (945 in totale).
La rinascita dei presidenti di Provincia ha del miracoloso.
A ferragosto 37 di loro erano praticamente disoccupati, ovviamente al prossimo turno elettorale.
Una settimana fa, conteggiando la scomparsa dei gonfaloni provinciali con l’estensione del territorio, i mal capitati erano 26.
Adesso sono zero.
Il sacrificio di casta rinforzava la manovra con 1,5 miliardi di euro di tagli, subito.
Non c’è una cifra definitiva.
Perchè il testo del governo più che una riforma era un proclama, dunque la relazione dei tecnici del Senato si è fermata all’evidenza: “Non è possibile quantificare i benefici”.
Il ministro Roberto Calderoli ha provocato la resurrezione dei politici locali da quel di Rimini, tra le tavole rotonde di Comunione e Liberazione: “Castronerie. Comuni e Province hanno già  dato tanto”.
Stavolta la mira di Tremonti-Berlusconi, la coppia scoppiata per eccellenza, punta altissimo: via le Province, tutte.
Quando? Chissà .
Un Parlamento virtuoso può modificare la Costituzione in un paio di anni — dicono il Pd e l’Idv — qui la situazione è un po’ diversa e i tempi sono lunghi, ma davvero lunghi.
In teoria, il governo promette risparmi per 4 o 5 miliardi: in pratica, la speranza è già  troppa.
Anche i paesini sono risorti, capitanati dal combattivo Osvaldo Napoli (Pdl), presidente facente funzione Anci e primo cittadino di Valgioie, paesino di 700 abitanti in provincia di Torino.
L’unificazione coatta di mille e cinquecento campanili era possente come un soffio: decine di milioni di euro, non di più.
Con il volontariato per quei consiglieri e assessori che guadagnano un gettone di presenza di 20 euro.
Senza toccare la burocrazia amministrativa con un dipendente comunale ogni cento abitanti.
L’Italia dei Valori propone di concentrare la macchina di spesa dei centri inferiori ai 20mila abitanti, allora il saldo — per dirla con Calderoli — sarebbe evidente: 3 miliardi di euro.
Il comunicato stampa di Arcore crea un po’ di panico tra deputati e senatori: confermato il contributo di solidarietà .
Che può diventare, secondo preferenze, un obolo per sedare i cittadini o una presa in giro di un paio di giorni.
Tolta la tassa per i redditi oltre i 90mila euro, resta il prelievo con aliquota doppia ai parlamentari con un’indennità  che supera i 90mila euro (10%) o i 140mila (20%).
Escluse diaria e rimborsi, veri e propri stipendi, la spuntatina all’indennità  su base mensile pesa dai 2mila ai 5mila euro l’anno per una volta sola.
Un buffetto addolcito con la promessa impossibile di ridurre gli scranni di Montecitorio e palazzo Madama per via costituzionale.
Le intenzione erano chiare già  con la tassa per i parlamentari con doppio lavoro: chi ha uno stipendio superiore al 15% dell’indennità , comprese le altre entrate parlamentari, intasca metà  indennità .
L’ipotetica rinuncia, che non colpisce nessuno, sarebbe intorno ai 2mila euro.
La manovra ha prodotto abbondanza di cavilli e articoli per intimorire i politici, peccato che nei fatti sia innocua.
C’è un comma tra i tanti che obbliga i parlamentari a volare in classe economica.
Sarà  così.
Anche perchè i voli nazionali non prevedono posti di pregio. Solo privilegi.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MANOVRA, LE CRITICHE DI BANKITALIA: “LE MODIFICHE NON AUMENTINO IL PESO DEL FISCO: CE’ IL RISCHIO DELLA STAGNAZIONE”

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

PRESSIONE FISCALE RECORD NEL 2014: IL 44,5%…. NECESSITA’ DI ABOLIRE LE PROVINCE…”EVENTUALI CAMBIAMENTI DOVREBBERO ANDARE VERSO LA RIDUZIONE DEL PESO DEGLI AUMENTI DELLE ENTRATE”

Bankitalia è critica sulla manovra.
«Eventuali cambiamenti nella struttura della manovra dovrebbero andare nella direzione di ridurre il peso degli aumenti delle entrate, accrescere il ruolo delle misure strutturali, minimizzare gli effetti negativi sul prodotto, contenere l’incertezza circa l’attuazione di alcune misure (quali la delega fiscale e assistenziale e le modalità  con cui verrà  esercitata la relativa clausola di salvaguardia.
L’entità  della manovra non può essere ridotta, anche alla luce della sfavorevole evoluzione del quadro macroeconomico internazionale».
Lo ha detto il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel corso dell’audizione sulla manovra in Commissione Bilancio del Senato.
«L’attuazione delle misure correttive – ha aggiunto – andrà  attentamente monitorata». «L’aggiustamento dei conti, necessario per evitare uno scenario ben più grave, avrà  inevitabilmente effetti restrittivi sull’economia» ha aggiunto Visco.
Per Bankitalia, visto anche il rallentamento del commercio mondiale, si rischia «una fase di stagnazione che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito sul pil». Per questo «il riequilibrio dei conti deve associarsi a una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita della nostra economia».
Il risanamento dei conti pubblici per il pareggio di bilancio nel 2013 «rallenterà  la crescita ma non ha alternative» ha spiegato Visco.
«Ogni altro scenario – ha aggiunto – condurrebbe a risultati più traumatici per il nostro paese».
«In un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto – ha spiegato ancora Visco – , potrebbe prefigurarsi una crescita del Pil inferiore al punto percentuale nell’anno in corso e e ancora più debole nel 2012. Ciò si rifletterebbe inevitabilmente sui conti pubblici, rendendo più difficile il pareggio di bilancio e rallentando la flessione del peso del debito pubblico».
A seguito della manovra la pressione fiscale, sempre secondo Visco, arriverà  a livelli record nel 2014.
Il vicedirettore generale della Banca d’Italia ha avvertito: «la pressione fiscale salirà  soprattutto nel 2012 e nel 2013 (rispettivamente di 1,1 e 0,7 punti); nel 2014 si attesterà  al massimo storico del 44,5%».
E «tale livello potrebbe essere ancora maggiore – ha aggiunto – se gli enti decentrati compensassero, anche solo in parte, la riduzione dei trasferimenti statali con un aumento dell’imposizione a livello locale. Di contro, l’impatto sul prelievo potrebbe venir mitigato qualora, come indicato dal governo, almeno una parte dell’aggiustamento connesso con l’esercizio della delega fosse realizzato sul lato della spesa».
Per Visco inoltre c’è da fare qualcosa di più anche sul fronte della riduzione del peso degli apparati istituzionali.
«Un più deciso intervento sugli apparati istituzionali darebbe risparmi significativi nel medio termine, oltre a sottolineare l’urgenza del riequilibrio dei conti pubblici» afferma il vicedirettore generale della Banca d’Italia.
«La razionalizzazione dei diversi livelli di governo- spiega Visco – dovrebbe mirare a semplificare i processi decisionali e a evitare duplicazioni di funzioni e sovrapposizioni di competenze».
Una parte delle funzioni delle Province, propone Bankitalia, «potrebbe essere riallocata ai Comuni, che già  hanno responsabilità  in materia di istruzione, cultura e beni culturali e politiche sociali. Funzioni riferibili ad ambiti territoriali più ampi (trasporti, gestione del territorio, tutela dell’ambiente, sviluppo economico) potrebbero invece passare alle Regioni.
Ciò favorirebbe una razionalizzazione degli interventi in tali ambiti.
Una sostanziale riduzione delle competenze delle Province consentirebbe un significativo snellimento dei relativi apparati burocratici e degli organi rappresentativi e non trascurabili risparmi».
Sul fronte della previdenza per Visco è necessario portare a 65 anni, già  nel 2012, l’età  di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato.
«Si potrebbe altresì anticipare – ha detto Visco – l’incremento dell’età  di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato da 60 a 65 anni (l’avvio del processo potrebbe essere già  a gennaio del 2012 quando alle lavoratrici del pubblico impiego si applicherà  il requisito dei 65 anni)».
Anche perchè «l’intervento assicurerebbe risparmi non trascurabili dal 2013 e crescenti negli anni successivi».

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LA MANOVRA DELLE BOLLICINE: INCONSISTENTE E PIENA DI BUCHI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?

Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità  è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà  sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società  di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità  dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà  (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà  l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già  la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società  di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità  di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà  solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società  degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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SUPERTASSA E AUMENTO IVA? NO, BOTTA SU PENSIONI E COOP

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

MANOVRA RISCRITTA, BOSSI E TREMONTI SBUGIARDATI… BUCO NERO SUI NUMERI: MANCHEREBBERO 20 MILIARDI PER FAR QUADRARE I CONTI

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi.
Quasi di soppiatto, da sconfitto.
Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà , che resterà  solo per i parlamentari, non ci sarà  alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà  dalle pensioni, la cassa si farà  tutta da lì.
Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi.
È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità .
Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente.
E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società  di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop.
La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto.
Con un’unica eccezione, quella di Maroni.
Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali.
Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.
Ma soprattutto, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia.
“Per la prima volta — ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto — non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”.
Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla.
Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità  di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”.
Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.
Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà , ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà ”.
Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà  del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà  “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.
Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti — che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio — ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà  ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi.
Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima.
Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta.
È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato.
Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula.
Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto.
Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”:
“Non vedo come possano quadrare questi conti”.
Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20.
Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.
Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”.
Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini.
Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.
“Berlusconi — commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria — ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”.
Forse.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRUFFATO CHI HA RISCATTATO LA LAUREA, LA NAJA NON CONTA PIU’: BOSSI SI E’ VENDUTO LE PENSIONI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ANNI NON LAVORATI NON VALGONO PIÙ PER L’ANZIANITà€… SCOPPIA LA RIVOLTA DEI MEDICI, A RIPOSO ANCHE CON UN DECENNIO DI RITARDO

Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età  pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani.
Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà  “l’attuale regime previdenziale già  previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.
Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età  della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.
Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università : qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici perchè si deve tener conto degli anni di specializzazione.
Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà  in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”.
In sostanza, si tratta di un nuovo — ma più subdolo — scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già  al sistema delle cosiddette “finestre.
Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità  stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà  (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali.
Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo.
Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già  40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia.
“Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata.
In realtà  non è ancora chiaro come sarà  congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare – surrettiziamente – alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015.
Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio.
In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero — a regime, cioè dal 2016 — altri due l’anno all’incirca.
Ma sono tutti calcoli da verificare.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DEBITI FACILI, PREVISIONI SBAGLIATE

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI GIOVANNI SARTORI: “UN TRACOLLO BEN PREPARATO”… DA DECENNI GLI ECONOMISTI CI HANNO INCORAGGIATO A SPENDERE PIU’ DI QUANTO GUADAGNIAMO, CREANDO UN PROGRESSO ECONOMICO FONDATO SUL DEBITO

Tutti gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella «crescita».
Perchè il mondo occidentale non cresce più (in nessun senso della parola). La sola crescita globale è stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione.
Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10.
E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non più) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere.
Problemi che oramai sono di «grande depressione».
E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere.
Forse perchè sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte.
Perchè da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere più di quanto guadagniamo, creando così un progresso economico fondato sul debito.
Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni più, alcuni meno) nasce così: dallo Stato che spende e spande, che elargisce più di quanto incassa.
Negli Stati Uniti, per decenni, l’indicatore di una economia che «tira» è stato la consumer confidence, la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno.
Un altro problema delle società  industriali avanzate è che alla fine le macchine «disoccupano». Certo, all’inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l’uomo e che lo sostituiscono.
Questo problema è stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la società  post industriale era, e doveva diventare, una «società  dei servizi».
Certo, in parte sì.
Ma in parte la società  dei servizi è diventata sovrappopolata e parassitaria perchè serve a colmare il buco della disoccupazione crescente.
Il nostro Sud è un magnifico esempio di politica che diventa strumento di pubblico impiego.
Il sistema che sono andato descrivendo era destinato a crollare.
E difatti sta crollando.
L’aggravante è poi stata la globalizzazione.
Nel 1993 scrivevo che a parità  di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi.
Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita.
È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi.
Ci sono, infine, le malefatte dei banchieri e del loro avventurismo speculativo con i soldi degli altri. Hanno cominciato a elargire mutui subprime e cioè insufficientemente garantiti.
E poi si sono buttati sui derivati, una diavoleria escogitata da due matematici che nemmeno i banchieri nè i loro economisti hanno ben capito.
Il che non toglie che siano riusciti a inondare il mondo con un nuovo tipo di pericolosa spazzatura.
Così oggi si scopre che abbiamo consumato le risorse per stimolare la ripresa, la crescita, senza che le nostre economie ripartano, senza che ci sia ripresa.
Anche la locomotiva tedesca sembra che si sia fermata, la disoccupazione giovanile è altissima un po’ dappertutto, e non può essere assorbita da impieghi burocratici che già  soffrono di elefantiasi.
Sì, in Italia bisogna assolutamente ridurre in modo drastico un deficit che continua ad alimentare uno dei più alti debiti pubblici del mondo.
Ma bisogna anche dire la verità , tutta la verità .
Come ha ben dichiarato il presidente Napolitano: «La maggioranza ha nascosto la gravità  della crisi».
Berlusconi è bravo, bravissimo, come illusionista.
Resta da scoprire se sa vedere e dire la verità .

Giovanni Sartori
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA CINA E’ VICINA: IN AUMENTO LE IMPRESE CINESI IN ITALIA, SONO ORMAI 54.000 AZIENDE

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

OLTRE 20.000 TRA LOMBARDIA E TOSCANA…SECONDO LA CGIA DI MESTRE “SPESSO ELUDONO GLI OBBLIGHI FISCALI E CONTRIBUTIVI E METTONO FUORI MERCATO INTERE FILIERE ITALIANE”

La crisi non sembrano sentirla.
Gli unici a moltiplicarsi come funghi nelle grandi città  italiane, in provincia come in periferia.
Spesso lavorano senza essere conosciuti al fisco, per cui i dati elaborati dalla Cgia di Mestre, l’associazione dei piccoli artigiani del Veneto, sono di certo sottostimati, rispetto alla capacità  complessiva di piccole e medie imprese a ragione sociale cinese.
Alla fine dello scorso anno hanno superato la soglia delle 54mila unità , scrive un report della Cgia.
Rispetto al 2009, la crescita è stata dell’8,5%, mentre le imprese italiane, sempre in questo ultimo anno di dura crisi economica, sono diminuite dello 0,4%.
Le aziende italiane guidate da imprenditori cinesi stanno crescendo in maniera esponenziale: tra il 2002 e il 2010 la loro presenza nella nostra penisola è cresciuta del 150,7%.
«Pur riconoscendo che gli imprenditori cinesi hanno alle spalle una storia millenaria di successo – dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – la loro forte concentrazione in alcune aree del Paese sta creando non pochi problemi. Spesso queste attività  si sviluppano eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste realtà  aziendali. Questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra».
Al netto delle tensioni si scopre che a tutto il 2010 il maggior numero di imprenditori cinesi si trova in Lombardia (10.998), Toscana (10.503) e Veneto (6.343).
Ma la crescita è stata omogenea ed è evidente anche in altre parti del Paese.
La presenza cinese, infatti, è aumentata su tutto il territorio nazionale dell’ 8,5%, con picchi nel Trentino Alto Adige.
Altro dato interessante riguarda l’incidenza degli imprenditori cinesi sul totale dell’imprenditoria straniera presente in Italia.
Questo indicatore si attesta, ormai, all’8,6%.
In Toscana, però, arriva a toccare il 18,2% (causa-Prato?), in Veneto il 10,9%, in Emilia Romagna il 9,4% e nelle Marche l’8,8%.
Pelletteria, calzature, abbigliamento, i settori dove hanno maggiormente investito.
Ma anche alberghiero, bar e ristorazione, le cui attività  condotte da titolari cinesi hanno raggiunto le 10.079 unità .
La Cina è più vicina.

Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera“)

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FUTURO E LIBERTA’ E’ IL PARTITO DI FINI O IL BUSINESS DI BOCCHINO?

Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL MERCHANDISING DI FLI E’ AFFIDATO A DUE SOCIETA’, UNA RESPONSABILE DEGLI ORDINI VIA WEB E L’ALTRA CONCESSIONARIA ESCLUSIVA DEL MARCHIO: ENTRAMBE DOMICILIATE AD AVERSA, CITTA’ DI ORIGINE DI ITALO BOCCHINO E DI GIANMARIO MARINIELLO, UNA SEMPLICE COINCIDENZA?

Marketing e politica. Un binomio sempre più attuale nella dimensione della politica moderna.
Se Berlusconi è stato il pioniere in questo campo con i memorabili kit dell’elettore che fecero la comparsa sulla scena a partire dal 1994, progressivamente tutti i partiti si sono attrezzati ed hanno operato innovazioni in questo campo.
Il modello americano fatto di pins e gadgets personalizzati ha attraversato l’Oceano ed è diventato una realtà  anche nel nostro Paese.
I nuovi partiti non sono esenti da questa moda.
Anzi, Futuro e Libertà  ha immediatamente puntato con forza su questo fronte per finanziare la propria attività .
Ricorderemo, infatti, il successo di vendite alla convention di Bastia Umbra per la maglietta stile Andy Warhol con l’effige di Fini e la scritta “Che fai mi cacci?”, che immortalava l’immagine del presidente della Camera alla Direzione Nazionale del Pdl.
I futuristi hanno scommesso fin da subito sull’e-marketing, creando siti web dedicati esclusivamente al merchandising dei loro prodotti.
In principio, è stata Generazione Italia a lanciarsi in questa direzione.
Alla vigilia di Mirabello circolavano link con sconti eccezionali per l’acquisto di cappellini e posacenere.
Di lì a breve, con la nascita ufficiale di Futuro e Libertà , anche il “partito dei grandi” si è dotato di un proprio portale per vendere i prodotti del brand finiano.
Collegandosi sul sito web www.futuroelibertashop.it, attraverso un link sul sito ufficiale del partito, è possibile acquistare lo zainetto in nylon, la felpa o un set di penne targato Fini.
Alla stessa pagina reindirizza anche il link www.generazioneitaliashop.it, dove campeggia una invitante tazza in ceramica, indicata come quella “ufficiale di Fli”.
Fin qui nulla di strano, a parte la dissonanza con un partito nato per contrastare il modello edonista berlusconiano.
Ma le sorprese arrivano quando dal sito si viene indirizzati sulle pagine web di due società , l’una responsabile degli ordini, l’altra concessionario esclusivo del marchio Generazione Italia. Cliccando sul sito si scoprirà  che la prima corrisponde al nome della Novezeri—Thinking Velocity (www.novezeri.it), società  di Pubblicità , editoria e nuovi media con sede ad Aversa, in provincia di Caserta, precisamente in via G. Boccaccio 38.
Sarà  una semplice coincidenza, ma si tratta proprio della città  di origine del più famoso dei finiani, l’onorevole Italo Bocchino, e del responsabile del movimento giovanile dei futuristi, Gianmario Mariniello, consigliere comunale della città  campana.
La seconda, invece, si chiama Ita2020 s.r.l. (www.ita2020.it).
Sul sito non compaiono contatti nè informazioni sulla sede legale, ma da una semplice ricerca è stato possibile verificare che si tratta di una società  per attività  di commercio elettronico di beni non alimentari, che ha la sede in via Firenze 8, sempre nella città  di Aversa.
Semplice coincidenza?
Non conosciamo i termini contrattuali tra le società  ed il partito, nè tantomeno secondo quali criteri siano state selezionate.
Si tratta di una scelta di tipo privatistico e non abbiamo motivo di dubitare che il tutto sia corrisposto ai principi di convenienza e trasparenza per tutti i futuristi.
E, tra l’altro, plaudiamo al fatto che la scelta sia caduta su due società  meridionali, delle quali avremmo piacere di conoscere il nome dei proprietari per sollevare qualsiasi dubbio su ipotetici conflitti di interesse.
Del resto, sarebbe opportuno dipanare il dubbio che la nascita del nuovo soggetto politico possa aver rappresentato, per alcuni dei futuristi, anche una nuova forma di business.
Lo si deve alle migliaia di militanti ignari, che hanno acquistato in buona fede la bellissima maglietta o l’irrinunciabile bandiera.
Questa vicenda, per quanto paradossale, ha poi un risvolto del tutto politico.
Qualche settimana fa abbiamo delineato un profilo di Italo Bocchino chiudendo la riflessione con un interrogativo, ossia se la sua strategia corrisponda in pieno con quella del suo leader.
In molti casi ci è apparso che Bocchino stesse giocando una partita tutta sua, in virtù di una acquisita visibilità  nazionale che gli era preclusa finchè era il vice-capogruppo nella Pdl.
Dalla nascita di Fli si è occupato in prima persona della strutturazione del partito, percorso già  avviato con la nascita dei circoli di Generazione Italia, diventati automaticamente le prime cellule di Futuro e Libertà .
E’ lui a detenere le chiavi dell’organizzazione nazionale di Fli e dei contatti con i responsabili territoriali, per la cui nomina ha carta bianca da Fini.
E’ lui a gestire la cassa e i conti di Futuro e Libertà , nonchè a curare gli aspetti legati al marketing.
Fattori non irrilevanti per chi conosce le dinamiche interne ad un partito.
Sabato scorso, poi, ha addirittura rilasciato all’Unità  un’intervista in cui ha candidamente dichiarato “il mio leader è Casini”, scaricando il febbricitante Fini assente alla kermesse di Todi.
Nonostante i malumori che da più parti si sollevano nei suoi confronti e della linea del partito da lui rappresentata, come testimoniano le parole di ieri di Luca Barbareschi, Italo va diritto per la sua strada e non si scompone, promuovendo una denuncia per abuso d’ufficio nei confronti del ministro degli Esteri Franco Frattini attraverso un anonimo militante di Fli.
Si è trattato di una scelta condivisa da tutto il partito?
Proprio ieri, in un articolo comparso su Libero, Francesco Borgonovo lo apostrofava come “un servitore di tre padroni”.
A questo punto il dubbio sorge spontaneo: caro Fini, ma sei sicuro di poterti fidare di Bocchino?

(da “l’Occidentale”)

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OLTRE 2000 SINDACI IN PIAZZA: “UNITI CONTRO LA MANOVRA”

Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile

E INTONANO L’INNO NAZIONALE… L’INCONTRO DI MILANO SI TRASFORMA IN UN CORTEO SPONTANEO E BIPARTISAN: “COSTRETTI A RIDURRE I SERVIZI, DAL GOVERNO UNA RIDUZIONE DELL’11% DEI COSTI”

Dovevano essere solo 500.
Invece, i sindaci che si sono presentati   a Milano contro i tagli agli enti locali previsti dalla manovra del governo sono oltre 2000.
E così, da ristretto incontro in un auditorium, si è passati a una vera e propria marcia per le strade del capoluogo lombardo conclusasi a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale milanese.
“Va al di là  delle nostre aspettative — ha detto il presidente dell’Anci Lombardia e sindaco di Varese, Attilio Fontana, commentando il numero di partecipanti -. L’alta partecipazione dimostra che siamo coesi contro la manovra”.
Una coesione che ha portato gli amministratori a intonare l’inno d’Italia.
”Se i tagli non vanno via, dovremo portare i disabili e le persone delle mense della Caritas davanti a Palazzo Chigi”, ha denunciato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che partecipa in prima fila al corteo.
Il primo cittadino della Capitale ha affermato che se le cose restano come ora, i tagli saranno “devastanti”, con 270 milioni in meno per Roma l’anno prossimo, tagli che riguardano “servizi essenziali ai cittadini, la mobilità , i servizi sociali”.
Del resto, uno studio del Sole 24 Ore calcola il danno fiscale dei tagli agli enti locali in mille euro a famiglia in media.
E il governo ha già  scelto questa via: nel decreto è prevista per comuni e regioni proprio la possibilità  di aumentare le loro addizionali.
A regioni ed enti locali — a regime, cioè nel 2013-2014 — sono stati sottratti in tutto oltre 15 miliardi di euro, l’11% del costo dell’intero sistema delle autonomie: le regioni “normali” avranno 6,1 miliardi in meno, le regioni a statuto speciale tre miliardi, i comuni 4,5 e le province 1,3 miliardi.
All’importo rilevantissimo si somma la velocità  dei risparmi previsti: l’ultima manovra, infatti, sottrae già  dal prossimo gennaio 1,7 miliardi ai comuni, 0,7 alle province, due miliardi alle regioni speciali e 1,6 a quelle ordinarie (da sommare ai tagli del 2010 ovviamente).
Per sindaci e governatori la strada è obbligata: taglio ai servizi e aumento delle tasse locali.
Ecco perchè, per la manifestazione di oggi a Milano, l’adesione tra gli amministratori locali è altissima e bipartisan.
E infatti insieme ai sindaci del Pdl, sfilano amministratori dell’opposizione.
Il fatto che a Milano ”siano accorsi tanti sindaci dimostra che i tagli sono sbagliati. La protesta è corale”, ha dichiarato il primo cittadino di Torino, Piero Fassino.
“I sindaci sono sempre in mezzo alla gente — ha detto ancora Fassino”, aggiungendo che ora si aspetta di sapere “in concreto” le modifiche alla manovra che presenterà  al Governo.
Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha avanzato la proposta di tagliare allo Stato invece che ai Comuni: “Bisogna tagliare i costi dello Stato centrale — ha detto Tosi — cosa che finora non è mai stata fatta. I Comuni non ce la fanno più, bisogna andare a prelevare laddove ce n’è”.
Non è personalmente a Milano per protestare, ma anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, rappresentato da un suo assessore alla manifestazione dell’Anci, ha ribadito ‘il no’ del capoluogo partenopeo ai tagli ribadendo che “Napoli c’è, è in piazza, è mobilitata con le altre città  a difesa dei diritti dei suoi cittadini”.
“Tagliare a regioni, province e comuni — ha spiegato nel suo sito — significa una crescita delle tasse e delle tariffe oppure una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini da questi stessi. Settori come welfare, sanità , trasporti vedranno una contrazione dell’offerta e un danno per l’intera comunità . La domanda che da amministratori ci poniamo è allora la seguente: è possibile che questa sia l’unica strada percorribile per rispondere alla crisi economica in atto? La risposta è no, un’altra via si può costruire e va percorsa: si tratta di una manovra che preveda un vero e drastico abbattimento dei costi della politica e una lotta altrettanto drastica e vera all’evasione fiscale, perchè sia finalmente strutturale e duratura”.
Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni si è detto sicuro che “per il momento non ci sarà  un innalzamento dell’età  pensionabile per le donne, perchè la Lega Nord è contraria, ma la questione resta all’ordine del giorno del Pdl”.
Si tratta di “una riforma strutturale — ha spiegato — che permette di mettersi in linea con gli altri Paesi europei”.
Di questo avviso anche il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà , ex coordinatore regionale del Popolo delle Libertà . Secondo Podestà , infatti, considerato che le donne hanno un livello retributivo inferiore agli uomini e vivono di più, “se vanno in pensione prima si condannano ad un ultimo periodo di vita con una pensione da fame”.
Per il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, la manovra finanziaria “per quanto riguarda i tagli agli enti comunali, deve essere completamente ritirata”.
Pisapia ha definito la manifestazione “di protesta”, ma anche “di proposta” e, soprattutto, dimostra il senso di responsabilità  degli enti locali che sono i soggetti istituzionali più vicini ai cittadini e che possono dare le risposte di cui i cittadini hanno bisogno”.
Il primo cittadino di Milano ha definito i tagli ai Comuni “l’ultima goccia di un vaso che ormai ha strabordato”.
“Non è più possibile per gli enti comunali accettare ulteriori tagli e, soprattutto, in questo modo e con questo metodo: cioè, senza essere consultati o dopo essere stati consultati, ma senza tenere conto di indicazioni precise, di proposte alternative che sono venute finora da parte dei Comuni” ha concluso.

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