Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
I RITARDI MAGGIORI AL SUD, BENE SOLO FRIULI, MOLISE E BASILICATA
«La debolezza dei consumi a livello pro capite, complice il biennio di crisi 2008-2009, lascia
prevedere un rallentamento generalizzato dell’uscita dalla crisi tanto che, a fine 2011, ben 17 regioni su 20 rischiano di registrare un livello di consumi inferiore a quello del 2000».
È quanto rileva un’indagine della Confcommercio, che evidenzia i ritardi del Sud.
Su 20 Regioni italiane, la dinamica dei consumi pro-capite indica che solo Friuli, Molise e Basilicata segnano livelli di consumi superiori a quelli di 11 anni fa.
Secondo la ricerca della Confcommercio «negli ultimi anni si riduce il contributo del Sud in termini di consumi rispetto al totale nazionale con una quota che è passata dal 27,2% del 2007 al 26,6% del 2011».
Risultano, invece, positive le dinamiche delle regioni settentrionali, «con quote – spiega – in costante aumento sia nel Nord-Est (dal 21,8% al 22,2%) che nel Nord-Ovest (dal 30,1% al 30,6%)».
L’associazione dei commercianti, fa, inoltre, notare, che «alle deboli performance del Mezzogiorno si associano anche gli effetti del calo demografico registrato in quest’area (la quota della popolazione sul totale nazionale è scesa dal 36,4% del 1995 al 34,4% del 2011) che hanno determinato il protrarsi del calo dei consumi anche nel 2010».
A livello di singole regioni, sottolinea la Confcommercio, «nel 2009 tutte fanno registrare una contrazione dei consumi in termini reali con picchi in Calabria (-4,2%), Puglia (-3,6%), Sicilia (-3,2%) e Campania (-3,0%), mentre nel 2010 solo il Nord-Est ha recuperato i livelli di consumo pre-crisi».
Per l’associazione in una prospettiva di più lungo periodo, nel 2017, «il Mezzogiorno avrà acuito il suo ritardo con una continua riduzione della spesa per consumi rispetto al totale nazionale».
In ogni caso, aggiunge, «al di là delle differenti dinamiche dei consumi che evidenziano una maggiore debolezza delle regioni meridionali confermando i divari territoriali presenti nel Paese, a livello generale va segnalato il tentativo delle famiglie di recuperare i livelli di consumo persi nel biennio recessivo anche se le previsioni per il 2011 sull’intero territorio restano modeste con un +0,8%».
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
“POSSONO CAMBIARE I FATTORI, MA NON IL PRODOTTO”… IL RISCHIO CHE LA MANOVRA INIZIALE DI TREMONTI VENGA STRAVOLTA… BRUXELLES E’ CON LUI
L’esame della manovra di ferragosto non è finito.
Anzi, quasi non è cominciato, e ora è certamente sospeso.
«In effetti, l’analisi è ferma da giorni», ammette una fonte europea tirando le somme d’un agosto intenso per i servizi della Commissione Ue, settimane che hanno visto l’Eurozona alla prova della speculazione impazzita, costretta a gestire manovre correttive nazionali spesso confuse e tentativi anche maldestri di calmare i mercati. Sulle polemiche romane le voci ufficiali tacciono, è consolidata l’abitudine di «non intervenire nei dibattiti politici interni agli stati membri».
Nei corridoi le facce sono però preoccupate. «Se saltano gli obiettivi del decreto – si commenta a voce bassa -, è ovvio che bisognerà rinegoziare tutto il pacchetto».
Giulio Tremonti ne è consapevole.
Dal Tesoro l’apprensione per l’equilibrio fragile dei rapporti con Bruxelles è cominciata a filtrare venerdì, ventiquattro ore prima che l’uomo di via XX Settembre l’esprimesse al Meeting di Rimini.
Dicono le fonti europee che i contatti fra gli uomini del commissario Olli Rehn e i tecnici del ministero dell’Economia sono costanti.
C’è persino un tono comprensivo quando nella capitale europea chiedono «e allora?» e in riva al Tevere non riescono ad opporre altro se non «un ci stiamo lavorando» che trasuda incertezza.
Gli uni vorrebbero sapere, gli altri vorrebbero dire.
Chiaro che la battaglia, in queste ore, è altrove ed è pura politica.
Il 14 agosto una dichiarazione del portavoce della Commissione Ue aveva permesso di dire che la manovra bis varata due giorni prima aveva il consenso dell’Europa. Sintesi politica ad uso interno, certamente, perchè Bruxelles «accoglieva con favore» il provvedimento, chiedendo al contempo «di cercare un ampio consenso sulle riforme anche per assicurarne la rapida approvazione del Parlamento».
Una promozione? Non proprio.
La fonte ufficiale sottolineava di essere «in attesa di conoscere i dettagli del pacchetto approvato e maggiori informazioni sulle singole misure».
Senza questi, impossibile dare una valutazione appropriata.
Nel mezzo del freddo agosto bruxellese, gli uomini di Rehn hanno cominciato a studiare il profilo della strategia varata dal Consiglio dei ministri del 12, sfruttando le informazioni che Roma si è premurata di far loro avere.
Poi, si racconta adesso, «abbiamo molto semplicemente smesso».
Troppo difficile orientarsi, circostanza giustificabile del resto, visto che a poche ore dalla chiusura dei termini per gli emendamenti, a Palazzo Chigi sa prevedere come andrà a finire.
Figuriamoci a Palazzo Berlaymont.
«Riguardate la dichiarazione del 14», è l’invito di un alto funzionario dell’Ue: «E’ un naturale e giusto segnale di incoraggiamento, certo non una promozione che non poteva esserci».
I numeri annunciati in conferenza stampa da Berlusconi, si tiene comunque a precisare, erano più che buoni, a partire dall’obiettivo del pareggio già nel 2013. Segnali che potevano togliere l’Italia dal mirino dei mercati e alleggerire l’euro.
Per questo «l’abbiamo accolta con favore».
Un buon punto per il governo. Anche l’ultimo, per il momento.
Correggere la manovra, è il mantra di Tremonti, «non significa stravolgerla, perchè questo la rispedirebbe in Europa per una nuova valutazione».
A Bruxelles annuiscono, glissando anche sul concetto di «nuova valutazione» di cui comprendono la natura politica.
«L’Italia non è commissariata – assicura una fonte a conoscenza del dossier -. Deve solo rispettare delle regole che lei stessa ha contribuito a definire. Può farlo come ritiene: può cambiare i fattori, ma non il prodotto».
Inevitabili sarebbero le conseguenze di uno sforamento.
Bisognerebbe rifare tutto e non conviene a nessuno.
Così Rehn è i suoi aspettano pronti ad un giudizio rapido.
Sperando, pure loro, che possa anche essere positivo.
L’effetto sui mercati di un rinvio o di una bocciatura potrebbe essere devastante.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
VENTI ANNI FA A PALERMO L’ASSASSINIO DELL’IMPRENDITORE…UN LIBRO RACCOGLIE LE MEMORIE DELLA MOGLIE CON FOTO, POESIE E LETTERE PRIVATE…IL RITRATTO DI UN “CITTADINO ONESTO”
L’uomo che aveva insegnato il coraggio ai siciliani fu ammazzato una mattina di vent’anni fa. 
Davanti al portone di casa, a Palermo, alle 7.45 del 29 agosto 1991, cinque pallottole mafiose uccidevano Libero Grassi, l’imprenditore che non s’era piegato al racket e aveva rivendicato la sua scelta – solitaria e inedita – in tv, sui giornali, nei convegni: dovunque quel suo messaggio di libertà potesse irradiare l’isola.
Era stato un pioniere, Libero Grassi, nel pozzo cupo di quegli anni in cui un giudice, Luigi Russo di Catania, stabiliva in una sentenza che non era reato acquistare la “protezione” dei boss, e il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, urlava alla radio, proprio in risposta a Grassi, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.
Vent’anni dopo quell’omicidio – e la lettera aperta al Caro estortore (“Volevo avvertire che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della Polizia…”) – qualcosa in Sicilia è cambiato.
Oggi, i magistrati indagano gli imprenditori che non denunciano i propri aguzzini, e qualche associazione produttiva ha iniziato a espellere gli iscritti accusati di connivenza.
Ma è soprattutto nella società civile che il messaggio di Grassi ha piantato radici robuste.
Racconta Pina Maisano, vedova dell’imprenditore: “Nel 2004, tredici anni dopo la morte di Libero, vedo sulle strade di Palermo degli adesivi con su scritto ‘Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità ‘.
Scritta nera su fondo bianco, nessuna firma, nessun logo.
Mi chiama una giornalista e mi chiede cosa pensassi di quella frase, e ovviamente se ne conoscessi gli autori.
Rispondo che non li conosco, ma che, se fossero stati dei giovani, li avrei adottati come nipoti miei e di Libero.
Il giorno dopo citofonano al mio studio dei ragazzi e si presentano come miei nipoti”. Con quell'”adozione” particolare nasceva Addiopizzo, l’associazione che raccoglieva il testimone di Grassi e di lì a breve avrebbe lanciato l’iniziativa del consumo critico antimafioso: un bollino per ogni negozio antiracket “certificato”.
E’ a uno dei suoi “nipoti” acquisiti che Pina Maisano ha aperto il cassetto dei ricordi più intimi e l’album di famiglia per il ventennale dell’omicidio del marito.
Libero, l’imprenditore che non si piegò al pizzo, in uscita oggi per Castelvecchi (pp. 126, euro 10), con una prefazione di Marco Travaglio, è il libro-testimonianza, ricco di foto, poesie e lettere private, scritto con Chiara Caprì e che svela il ritratto non di un eroe, come Grassi non volle mai essere considerato, ma di un “cittadino onesto”, le cui battaglie di legalità erano iniziate molto prima del ’91
Il titolare dell’azienda tessile Sigma, la terza italiana del settore, con un fatturato di sette miliardi di lire, era lo stesso che negli anni Sessanta s’era battuto perchè il sacco di Palermo del sindaco Salvo Lima e del suo assessore ai Lavori pubblici Vito Ciancimino non inghiottisse il villino liberty del circolo Roggero di Lauria, a Mondello, e il litorale palermitano.
Un decennio dopo, come consigliere d’amministrazione dell’azienda locale per l’energia, Grassi si era speso affinchè la città fosse dotata di una rete di distribuzione del gas, mettendosi contro centinaia di “bombolari”.
La sua lungimiranza lo aveva portato a costituire una società , la Solange impiantistica, che avrebbe dovuto fare da battistrada in Italia per l’uso dell’energia solare.
E poi c’era il Grassi impegnato in politica.
Quello che un giorno, in viaggio a Parigi con la moglie, trova sul parabrezza dell’auto il messaggio di un tale Marco, un italiano che si diceva in difficoltà economiche e chiedeva aiuto.
“Era Marco Pannella – ricorda Pina Maisano – tra lui e Libero si creò subito una certa intesa. Discutevano spesso su un punto: i politici, per poter davvero fare politica, non possono partecipare a più di due legislature, perchè sennò perdono il contatto con la realtà di tutti i giorni”.
In breve, Grassi si iscrive al Partito radicale (aveva militato anche con i repubblicani di Ugo La Malfa) col quale dà vita, insieme a pezzi di Democrazia proletaria e al Comitato Impastato, al Comitato opposizione Palermo, dichiaratamente votato all’antimafia, per denunciare “il sistema di potere Dc” come “espressione della ‘borghesia mafiosa’”.
Di quel sistema di potere, tredici anni più tardi, Pina Maisano, eletta senatrice per i Radicali, chiederà conto al suo massimo esponente, Giulio Andreotti.
“Era il giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere doveva esprimersi sull’azione penale contro di lui. Il primo documento a disposizione, 250 pagine, era la relazione dei pentiti: Buscetta, Calderone, Mutolo, Mannoja… Si parlava dei Salvo, di Ciancimino, del maxi processo… Per gli altri senatori, si trattava di fatti lontani. Per me, palermitana, erano ferite aperte sul mio corpo. E allora non potei fare a meno di chiedere ad Andreotti: Onorevole, mi scusi: ma lei, nella sua posizione, non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Cincimino, quale fosse la situazione a Palermo. Non è così?”.
Andreotti promise che avrebbe risposto a processo chiuso.
Nel 2003, dopo la sentenza di appello che dichiarava prescritti i reati di mafia del senatore a vita fino al 1980, Pina Maisano scrive all’ex presdiente del Consiglio ricordandogli quel vecchio impegno.
E lui risponde a suo modo, mandando in prescrizione la memoria: “Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti”.
Paolo Casicci
(da “La Repubblica”)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI CREDONO ALLA TESI DEL “DOPPIO BINARIO DI FINANZIAMENTO”, LOCALE E NAZIONALE… IL CASO PENATI PREOCCUPA SERIAMENTE IL PD
I magistrati di Monza stanno cercando di capire se l’ampia e reiterata attività corruttiva ipotizzata a carico di Filippo Penati sia da ricondurre all’arricchimento personale o anche al finanziamento del partito (prima i Ds, poi il Pd).
E se i soldi si fermavano alla federazione di Milano o proseguivano il loro cammino fino a Roma.
Quest’ultimo è il punto più delicato dell’inchiesta, quello su cui i pm Walter Mapelli e Franca Macchia stanno cercando le prove.
Finora ci sono solo forti indizi, basati sui fatti e sulla logica.
Primo indizio.
Il 28 aprile scorso i magistrati convocano Raffaella Agape, ex segretaria di Giordano Vimercati, braccio destro di Penati. Lei avverte della convocazione il portavoce di Penati Franco Maggi.
Poi, intercettata al telefono con il marito prima della deposizione, dice: “Quello che so non glielo dico, faccio finta di non sa… io, io non so niente”.
Va e in effetti non dice niente.
Maggi rassicura Penati con un sms.
La Agape, parlando con una persona amica, confida: “Ieri sera a casa mia è venuto Vimercati, chiaramente la cosa si è ripercossa su Roma, cioè, è un casino”.
E aggiunge: “Hanno tutti i telefoni sotto controllo”. Anche lei.
Commentano i pm, nella richiesta di arresto per Penati respinta dal gip: “Proprio il riferimento alle preoccupazioni romane dà spessore alla tesi del doppio binario di finanziamento per il piano di lottizzazione Falck: un primo flusso a Penati e (all’epoca) a Vimercati per le esigenze della federazione milanese, un secondo flusso alle persone indicate da Omer Degli Esposti e alle cooperative emiliane per il livello nazionale”.
Chi è Omer Degli Esposti?
È il vicepresidente della Ccc di Bologna, big delle coop rosse del mattone.
Ha raccontato ai magistrati Luca Pasini, figlio di Giuseppe, il costruttore che doveva edificare le ex aree Falck di Sesto San Giovanni, e che per l’operazione si vide chiedere 20 miliardi di lire da Penati: “Durante la trattativa conobbi Omer Degli Esposti e un certo Salami, come rappresentanti delle cooperative emiliane; ci venne infatti detto, mi pare da Vimercati, che le cooperative avrebbero garantito la parte romana del partito”.
Notano i pm: “A dieci anni di distanza Vimercati e Degli Esposti sono ancora coinvolti nell’operazione non più come compagni di avventura di Pasini bensì di Bizzi”.
Bizzi è l’imprenditore che ha recentemente acquistato l’area Falck da Luigi Zunino che l’aveva rilevata nel 2005 da Pasini.
Ed ecco Diego Cotti, all’epoca genero di Pasini, imprenditore ma militante del Pds, interessato alla carriera politica.
È lui a mettere in contatto Penati con Pasini.
Penati, secondo Cotti, vuole che siano imprenditori di Sesto a condurre il recupero dell’area Falck, perchè più “controllabili”.
Dice Cotti ai magistrati: “Vimercati mi fece altresì presente che noi (nel senso del partito, ndr) eravamo decisi a indurre Falck a vendere l’area a soggetti di nostra scelta e che lui avrebbe accettato perchè a sua volta interessato a entrare nella compagine degli Aeroporti di Roma (in via di privatizzazione, ndr).
Secondo Cotti, Penati “fece altresì presente da subito che nell’affare avrebbero dovuto entrare anche le cooperative emiliane, più strutturate e più vicine al partito, non quelle locali che sarebbero eventualmente entrate in un secondo momento”.
Pasini avrebbe preferito lavorare con le coop locali, che conosceva e stimava.
Ma non c’è niente da fare.
“L’inferiorità del privato”, commentano i pm, è accentuata dalle dimensioni dell’operazione, tali da superare l’ambito locale e da imporre l’esigenza di rapportarsi, tramite le cooperative, al livello centrale del partito”.
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
LEI DECISE DI VENDERE LE AZIONI A GAVIO E IL MARITO EBBE UNA CONSULENZA DA LUI
La moglie, Marta Vincenzi, allora presidente della Provincia di Genova (nel 1999),
vendette quote dell’autostrada Milano-Serra-valle al gruppo di Marcellino Gavio.
Nello stesso periodo, il marito, l’ingegner Bruno Marchese, ottiene appalti proprio da una società dal gruppo Gavio.
A Genova, a meno di un anno dalle amministrative scoppia la polemica, sollevata per prima dall’associazione “Casa della legalità di Genova” in un periodo difficile per Vincenzi.
Isolata all’interno del Pd, ha dovuto abbozzare alle primarie e sa che il suo partito non vorrebbe la riconferma.
A complicare la situazione l’inchiesta della procura di Monza su Filippo Penati che ha portato il nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano a cominciare l’esame anche dei documenti sulle diverse compra-vendite delle azioni della Milano-Serravalle al gruppo Gavio.
La Provincia di Genova dodici anni fa ha venduto al gruppo piemontese le sue azioni a 1,6 euro ciascuna.
Nel 2005 la Provincia di Milano, guidata da Penati, le ha comprate da Gavio a 8,93.
Finora non è emersa alcuna illegalità , è bene precisarlo.
Ma la critiche politiche stanno imperversando perchè il marito dell’attuale sindaco lavora con la sua IGM Engeenering Impianti srl, per la Sinelec s.p.a. del gruppo Gavio anche nell’anno della vendita delle azioni dell’autostrada, come risulta da alcuni documenti.
Si tratta di opere che riguardano “Il sistema di Telecontrollo per S.A.L.T (società autostrade liguri-toscane, ndr)”.
Dopo una perizia e un progetto dettagliato, datato settembre 1999, Sinelec e IGM perfezionano l’accordo nel maggio-giugno 2001.
Tra i vari lavori eseguiti “Fornitura e posa in opera Sistema Automazione Caselli“, “Quadri elettrici di consegna e distribuzione” e “Gruppo elettrogeno”.
Nella fattura inviata “L’11 luglio 2002” l’IGM, per i lavori che si riferiscono “all’ordine del 10-12-01”, indica come compenso (compreso di Iva) “99.160,07”.
Il 12 agosto 2002 la società di Marchese, ottiene un altro appalto sempre dalla Sinelec: “Protezione riguardante le scariche elettriche”. “Totale iva esclusa 39.780,00”.
A proposito della Milano-Serravalle, tra i capitoli più contestati c’è proprio quello della cessione operata dalla Provincia di Genova, che deteneva oltre il 10% delle azioni.
Una scelta che sollevò le proteste della Provincia di Milano.
L’amministrazione lombarda non era ancora governata da Penati, ma voleva già acquistare una parte della quota ligure (il 40 per cento, pari al 4,3 per cento del totale).
Ma la Provincia di Genova, guidata allora da Vincenzi, preferì i privati: il diritto di prelazione dei milanesi non poteva essere fatto valere solo su una fetta della quota: o si comprava tutto oppure niente. E così finì.
Marta Vincenzi, al Fatto quotidiano rivendica quell’operazione: “Ho venduto le azioni molto bene, a 1,6. Due anni prima, nel 1997 il sindaco di Genova Adriano Sansa le aveva vendute a 1,19. Poi le venderà anche il successore, Beppe Pericu. Sono ben felice di quella mia decisione. Il capitale ricavato è servito per lavori pubblici”.
E gli appalti del gruppo Gavio a suo marito?
Per il sindaco nessun conflitto di interesse: “Non ha mai partecipato a una gara con aziende riconducibili alla pubblica amministrazione”.
Accetta di rispondere al Fatto anche l’ingegner Marchese: “Niente di inopportuno. Ho lavorato per società del gruppo Gavio anche prima del ’99 (la IGM è stata costituita nel 1996, ndr) e un anno e mezzo fa ho fatto il blind-trust. Ora opero solo come consulente tecnico, ma da quando mia moglie ha incarichi istituzionali non lavoro per società di cui sia azionista oggi il Comune di Genova e prima la Provincia. Ed è una regola di famiglia che semmai mi ha penalizzato. Per esempio non ho partecipato alla gara da 900 mila euro per la gronda autostradale”.
Tra i clienti segnalati dal sito dell’IGM c’è la Sina s.p.a. di Milano (“Global service per le infrastrutture”), azionista della Civ (collegamenti integrati veloci).
La Civ trai suoi azionisti ha anche l’aeroporto di Genova, la banca ligure Carige e la Milano Serravalle-Milano tangenziali s.p.a.
Antonella Mascali e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile
ENTI INUTILI E CONSORZI CHE COSTANO PIU’ DEL PARLAMENTO E DOVE I PARTITI HANNO PIAZZATO I PROPRI COMPAGNI DI MERENDA… SETTEMILA ORGANI COLLEGIALI, UNA FORESTA PIETRIFICATA DI 24.000 PORTABORSE CHE FA COMODO A TUTTI
La Casta di serie B è poco appariscente, quasi sempre anonima, sostanzialmente scialba. Finisce poco o punto sui giornali, non sdottora in tv, non usa macchinoni blu, tutt’al più qualche anonima utilitaria, non ha scorte, non troneggia in uffici grandi come piazze d’armi con le scrivanie di mogano tirate a lucido.
Però ci costa molto più dell’altra.
Se per mantenere la prima Casta, la Casta per antonomasia degli “eletti”, deputati, senatori, presidenti regionali, consiglieri, sindaci delle grandi città , dobbiamo tirar fuori ogni anno oltre 2 miliardi di euro (calcolo del Sistema informatico sulle operazioni degli enti pubblici-Siope), per l’altra Casta, quella di livello inferiore, il conto è molto più salato, 3 volte tanto, oltre 7 miliardi di euro (calcolo delle stessa fonte).
E generalmente in cambio otteniamo poco, molto poco.
La Casta di serie B è una selva di 7mila enti, aziende, consorzi, società , organi collegiali, una specie di foresta pietrificata di sedi, uffici, 24mila consiglieri di amministrazione, presidenti, direttori con stipendi, compensi e spese di rappresentanza per circa 2 miliardi e mezzo di euro all’anno.
Gli esperti li chiamano “enti di secondo livello”, cioè di un livello derivato rispetto a quello primario degli eletti, i politici.
I rappresentanti degli enti di secondo livello sono nominati, infatti, dai politici e quindi devono tutto a questi ultimi.
Rapportato allo schema gerarchico medievale, se i presidenti di regione, sindaci e assessori possono essere considerati i feudatari, gli altri sono i valvassori e i valvassini.
Detto in modo più crudo: se i primi ce l’hanno fatta a ottenere un seggio, i secondi spesso sono politici trombati, ai quali viene concesso un contentino e un ripescaggio.
Pagato con soldi pubblici, naturalmente.
Competenze, merito, professionalità ?
Non sono escluse a priori, ma non abbondano.
Benefici per la collettività ? Non sempre certificabili, soprattutto in relazione ai costi.
Magari poi qualcuno dirà che nonostante le apparenze questi enti, aziende e consorzi in realtà sono utili, utilissimi e senza la loro presenza crollerebbe mezzo mondo e metterne in discussione l’esistenza e le funzioni è da qualunquisti scriteriati.
Ma è difficile, per esempio, riuscire a capire perchè accanto a un organismo statale ad hoc per le erogazioni in agricoltura, l’Agea, ente che ha il compito di coordinare e pagare i fondi dell’Unione europea agli agricoltori, poi sono spuntati tanti sotto-enti a livello locale, con le stesse funzioni e lo stesso scopo.
Come, per esempio, l’Arsea in Sicilia, l’Arpea in Piemonte, l’Agrea in Emilia-Romagna, l’Artea in Toscana.
E via elencando.
Così come non è facile comprendere perchè, tanto per fare un altro esempio, la Regione Piemonte che non ha competenze sulle strade avendole trasferite alle Province, poi ha istituito una società apposita per la progettazione delle strade che si chiama Scr.
E ancora resta arduo rendersi conto per quale motivo la Regione Lazio abbia promosso una società per incrementare il turismo sulle spiagge, la Litorale Spa, quando già esisteva un’altra agenzia regionale con lo stesso scopo (Agenzia per lo sviluppo del turismo di Roma e del Lazio), più 4 agenzie provinciali per il turismo a Viterbo, Rieti, Frosinone e Latina, più una quinta a Roma.
Cinque anni fa la Regione Sicilia ha istituito una società di promozione del cinema, una specie di Cinecittà isolana, che infatti si chiama Cinesicilia alla quale l’assessorato alla Cultura ha elargito una dote di 2 milioni di euro più royalties tra il 3 e il 5 per cento per ogni progetto avviato.
Proprio ora ce n’è uno in corso, “Il giovane Montalbano”, sulla scia della serie famosa di Rai1 con Luca Zingaretti, avviato all’inizio di agosto e coprodotto da Rai-Palomar e Regione Sicilia.
Tutte le Regioni italiane hanno istituito per legge propri enti strumentali con uffici, dipendenti, dirigenti, presidenti etc…
Ci sono decine, centinaia di agenzie per il lavoro, lo sviluppo, i rifiuti, il patrimonio, il turismo, la formazione professionale.
Nel bilancio della Casta di serie B tutti questi organismi non sono affatto una voce accessoria, anzi, assorbono più della metà delle spese annue, 3,6 miliardi di euro.
Però nessuno ci mette il naso, come fossero una specie di manomorta della politica.
E come se la Casta di serie B alla fine fosse in realtà di A.
Alcuni di questi enti hanno nomi strambi.
Qualche comune mortale sa che cosa sono i Bim o gli Aato o i Cvb?
Tradotti significano Bacini imbriferi montani, Ambiti territoriali ottimali acqua/rifiuti, Consorzi per la vigilanza boschiva e anche dopo la traduzione il significato non è che sia tanto più chiaro. I Bim sono 63, con compiti assai generici, come si deduce, per esempio, dallo statuto di quello per il fiume Brenta in cui si parla di “favorire il progresso economico e sociale della popolazione dei Comuni consorziati”.
L’anno passato i Bim sono costati 150 milioni di euro anche se secondo la Carta delle Autonomie sarebbero dovuti sparire.
Idem le Comunità Montane: ce ne sono ancora 246 nonostante il governo avesse deciso di cancellarle.
In attesa del trapasso, abbiamo pagato 800 milioni nel 2010.
Idem i 222 Aato (91 per le acque e 131 per i rifiuti).
La loro soppressione era sancita dalla manovra finanziaria del governo nel 2010.
Poi ci hanno ripensato e con il decreto Milleproroghe la cancellazione è stata rinviata a dicembre 2011.
Ci sono costati altri 240 milioni, tanto per gradire.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile
IN UN ANNO 12.000 PUBBLICAZIONI IN MENO: PER LA PRIMA VOLTA IN 30 ANNI LA PRODUZIONE SCIENTIFICA ARRETRA…SEI RICERCATORI OGNI DIECIMILA ABITANTI E SOLO LO 0,4% DEL PIL: ULTIMI IN EUROPA
Abbiamo ricercatori resistenti e talentuosi, capaci di una produttività da fabbrica tessile
cinese.
Ma il sistema della ricerca italiana – scientifica e umanistica – è crollato.
Ora ci sono i numeri, offerti dal lavoro di una docente di economia e organizzazione aziendale all’Università di Bologna e di un esperto bibliometrico (uno statistico che studia le pubblicazioni scientifiche) olandese.
Il “paper” di Cinzia Daraio e Henk Moed reso noto da Research Policy ci dice che per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento.
Esperimenti e scoperte, nuova conoscenza prodotta nelle biblioteche universitarie e nei nostri centri di ricerca. Arretra, tutto questo, come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati.
Sul piano quantitativo le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record.
L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.
«Il confronto europeo è schiacciante », spiega Cinzia Daraio illustrando i successivi grafici.
Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti.
Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna.
Siamo ultimi (insieme a una Spagna che ci ha appena raggiunto) per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo.
E i nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università , il loro investimento arriva solo allo 0,6% del Pil.
Nelle collaborazioni internazionali, quelle che spesso forniscono il prodotto intellettuale più nuovo e solido, tra i sei “big europei” siamo penultimi.
Eravamo secondi negli Anni Ottanta.
In generale, il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%.
«C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca», dice la Daraio, «e oggi assistiamo all’inizio del declino della scienza italiana».
È interessante notare come i ricercatori italiani restino i primi per produttività individuale: ogni due anni esce un nostro nuovo lavoro realizzato insieme a uno studioso straniero.
Si chiama “effetto di compensazione”: per bilanciare gli investimenti risicati, gli studiosi italiani si impegnano più degli altri.
Non è un caso se molti “portavoce” di progetti internazionali siano di casa. Dice Cinzia Daraio: «Abbiamo difficoltà a competere sui fondi europei per la ricerca, portiamo a casa meno di quanto versiamo.
Gli altri paesi fanno piani ventennali e influenzano le scelte della Ue, noi ci ritroviamo con i professori a fare fotocopie degli scontrini per le note spese da presentare a Bruxelles».
Il lavoro pubblicato da Research Policysegnala una generale difficoltà europea di fronte ai grandi investimenti fatti nelle ultime stagioni dai paesi asiatici, in particolare dal governo cinese.
In quindici anni la Cina ha quadruplicato le prestazioni superando di slancio l’Italia (nel 1999), la Francia (2002), la Germania (2005) e il Regno Unito (nel 2006).
Di fronte a questa massa di lavoro, però, il numero delle citazioni dei dossier cinesi resta ampiamente al di sotto di quello dei paesi occidentali.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile
“LA DEMOCRAZIA NON COSTRUISCE VALORI CONDIVISI, LI DISTRUGGE”…”LA LIBERAL-DEMOCRAZIA CREA SOLO PARTITI IN LOTTA TRA LORO E DIRIGENTI POLITICI CORROTTI PER MANTENERSI AL POTERE”
In un articolo pubblicato sul Corriere il 17 agosto (“Il vero disavanzo delle democrazie”) il settantenne Ernesto Galli della Loggia, docente di Storia contemporanea all’Università Vita-Salute del San Raffaele (curiosa parabola per uno che era partito comunista e si è scoperto, al momento opportuno, liberale e forse anche pio), storico che non ha mai scritto un libro di storia, risvegliandosi da un letargo durato quasi mezzo secolo, da quando era un giovane e promettente collaboratore dell’Einaudi, scopre che il deficit dei sistemi democratici sta nella loro mancanza di valori o, per usare il suo linguaggio contorto, nella loro “unidimensionalità economicista”.
Geniale.
Nel mio spettacolo teatrale del 2004 Cirano, se vi pare… dicevo: “La democrazia è un metodo, un sistema di forme e di procedure, non è un valore in sè e non produce valori. È un contenitore, un sacco vuoto che andrebbe riempito. Ma il pensiero e la pratica liberale e laica, che sono il substrato sul quale la democrazia è nata, mentre facevano ‘tabula rasa’ dei valori precedenti, non sono stati in grado, in due secoli, di riempire questo vuoto se non con contenuti quantitativi e mercantili”.
In realtà nella pièce riprendevo concetti espressi quasi un quarto di secolo prima ne La Ragione aveva Torto? e ribadite poi in Denaro. Sterco del demonio (1998), nel Vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità (2002) e in Sudditi. Manifesto contro la Democrazia(2004).
In realtà la democrazia, almeno così come si è storicamente determinata, non è che l’involucro legittimante del modello di sviluppo basato sul mercato.
E il mercato, che è uno scambio di oggetti inerti, non può produrre valori, nè laici nè di qualsiasi altro tipo.
L’unica divinità veramente condivisa è il Dio Quattrino.
E la vera debolezza dell’Occidente democratico (in questo Della Loggia ha ragione, anche se arriva fuori tempo massimo), lo vediamo in rapporto con altre culture, Islam in testa, proprio in questo vuoto di valori.
Bisogna aggiungere che la democrazia, perlomeno quella rappresentativa, non solo non aiuta a costruire valori condivisi, ma sembra il sistema perfetto per demolirli.
La liberal-democrazia si è infatti venuta strutturando, contro le intenzioni dei suoi padri fondatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis de Tocqueville), come un sistema di partiti in competizione fra di loro.
I partiti per conquistare consensi hanno bisogno di apparati (il voto di opinione, secondo lo stesso Norberto Bobbio, gran studioso e strenuo difensore della democrazia, “è solo quello di coloro che non votano”).
Per mantenere gli apparati hanno bisogno di soldi, per procurarseli li drenano illegalmente dal settore pubblico, di cui si sono impossessati, o da quello privato tenendo l’imprenditoria sotto ricatto (o mi dai la tangente o non vincerai mai un appalto).
Essendo abituati a corrompere o a farsi corrompere per superiori esigenze di partito, i dirigenti politici diventano, quasi sempre, dei corrotti in nome proprio.
Questa corruzione pubblica trascina fatalmente con sè i cittadini (se rubano loro perchè non dovrei farlo anch’io?) spazzando così via tutta una serie di valori, onestà , lealtà , dignità , che tengono insieme una comunità .
A ciò si aggiunge che i partiti, pur di non scontentare i rispettivi elettorati, perdono completamente di vista l’interesse nazionale.
E questo non è un vizio solo italiano se in America, Paese che deve le sue passate fortune a un fortissimo senso di appartenenza nazionale, repubblicani e democratici si stanno scannando da mesi mentre il loro Impero rischia di crollargli sotto i piedi.
Per cui sento di poter dire che l’attuale crisi economica non è solo il segno del fallimento di un modello di sviluppo ma anche del suo involucro legittimante: la democrazia.
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile
REVERSIBILITA’ E ACCOMPAGNAMENTO: 40 MILIARDI DI SPESA, EQUITA’ E SPRECHI…IN GERMANIA ESISTE UN FONDO PUBBLICO DI SOSTEGNO, DA NOI SI VUOLE TAGLIARE ANCHE IL POCO CHE GARANTISCE UN MINIMO DI SOPRAVVIVENZA
Indennità di accompagnamento e pensioni di reversibilità . 
Vediamo più da vicino come stanno le cose.
Per gli assegni di accompagnamento e di reversibilità si spendono più di 40 miliardi di euro l’anno e dunque si tratta di una cifra importante, ma che va a coprire prestazioni delicate, che riguardano circa 5 milioni di persone (ipotizzando che una parte riceva entrambe le prestazioni), spesso in condizione di grave bisogno.
Indennità di accompagnamento
È un sussidio di assistenza: oggi l’indennità di accompagnamento, al contrario delle pensioni di invalidità civile, viene concessa in presenza di una inabilità del 100% e della impossibilità di deambulare o di compiere gli atti quotidiani della vita, dice la legge. Non sono richiesti requisiti di reddito e quindi anche un milionario può prendere l’assegno.
Ma allora quello che si risparmia dal milionario lo si aumenti a chi ha mezzi economici limitati.
Gli assegni di accompagnamento sono 1,7 milioni, e la spesa è stata di ben 13 miliardi (l’indennità media è di 487 euro al mese, 805 per i ciechi).
L’esplosione dei non autosufficienti
Questi assegni sono costantemente cresciuti negli anni perchè con l’invecchiamento della popolazione aumenta la quota di persone non autosufficienti e del resto in Italia, a differenza che in Germania, non c’è uno specifico fondo pubblico di sostegno per questi cittadini.
L’indennità è diventata insomma un aiuto per pagare in parte la badante.
È chiaro che riducendo o togliendo l’assegno alle famiglie che hanno un alto reddito, si potrebbe aumentarlo alle famiglie a basso reddito, che spesso non ce la fanno a far fronte alle tante spese richieste dalla cura di una persona non autosufficiente.
Quindi, eventualmente, più che di tagliare le risorse (l’Italia spende in questo settore meno della media europea) si tratta di distribuirle meglio in base al reddito, se si vuole fare un’operazione di equità e non di cassa.
Che poi nell’esplosione delle indennità di accompagnamento ci siano stati degli abusi, con la concessione del beneficio anche a falsi non autosufficienti, è sicuramente vero, soprattutto fino al 2009, quando il procedimento era di competenza delle Asl.
Dal 2010, invece, se ne occupa, con maggiore severità , l’Inps. Non solo.
Negli ultimi anni sono state fatte massicce campagne di controlli e altre ne sono in programma per ridurre gli sprechi.
Tanto che nel 2010 l’Inps ha revocato il 23% delle prestazioni di invalidità controllate col richiamo a visita medica.
Le cancellazioni sono state particolarmente numerose in certe aree del Mezzogiorno. Al Sud, in proporzione, ci sono infatti più indennità di accompagnamento: 3,7 ogni cento abitanti, contro le 3,5 del Centro e le 2,6 del Nord.
Pensioni di reversibilit�
Se per le indennità di accompagnamento nel 2010 si sono spesi 13 miliardi, alle pensioni ai superstiti sono andati ben 27,6 miliardi di euro.
Se poi si considera che questa cifra è quella che fa capo all’Inps e che quindi non ci sono le reversibilità pagate ai dipendenti pubblici e ai lavoratori delle casse professionali, si può tranquillamente supporre che la spesa annua sia superiore ai 30 miliardi.
Beneficiari di queste pensioni nell’universo Inps sono 3,8 milioni di superstiti, cioè coniugi, figli o altri eredi che ricevono parte dell’assegno del pensionato o del lavoratore (possono bastare 5 anni di contributi) defunto.
A differenza delle indennità di accompagnamento, le pensioni di reversibilità sono più frequenti al Nord: 6,7 ogni 100 abitanti, contro le 5,1 del Mezzogiorno e le 5,8 del Centro.
L’importo medio della reversibilità è di 533 euro al mese.
La pensione ai superstiti è pari al 60% di quella del titolare defunto nel caso del coniuge mentre può arrivare al 100% sommando al coniuge due figli.
Questi importi però, dalla riforma Dini del 1995, vengono ridotti nel caso il reddito del beneficiario superi di tre volte il minimo, cioè 1.382 euro al mese.
Il taglio parte dal 25% e può arrivare al 50% per redditi superiori a 2.304 euro al mese (5 volte il minimo).
Si vuole anche fare cassa sulle vedove che devono magari anche pagare un affitto?
In ogni caso è desolante che il dibattito sulle misure da prendere per completare la riforma delle pensioni si sia infilato in questioni delicate come queste: una maggioranza che nel 2008 voleva cambiare il Paese non può finire per prendersela con le casalinghe vedove e con gli invalidi civili, trascurando le vere priorità .
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