Aprile 26th, 2019 Riccardo Fucile
E AVVERTE: DALLE RIFORME INVERSIONE DI TENDENZA NEGATIVA
Il giudizio è lo stesso dato a ottobre: BBB con outlook negativo. Poi il monito: “Inversione
sul fronte delle riforme ha spinto l’economia in recessione”
Standard and Poor’s lascia invariato il rating dell’Italia. Il livello resta a BBB con outlook negativo. C’era grande attesa per il ‘verdetto’ dell’agenzia di rating, che è arrivato in serata, a mercati chiusi.
Ed è identico all’ultimo giudizio, rilasciato a ottobre, quando S&P decise di rivedere l’outlook da stabile a negativo. L’Italia si conferma così a due gradini sopra il livello “junk”, ossia spazzatura, la soglia di pericolo reale.
Da parte dell’agenzia, però, un monito: un’inversione di tendenza sul fronte delle riforme e una volatilità della domanda esterna hanno spinto l’economia italiana in recessione.
Le cattive notizie continuano: “I rischi per la posizione fiscale dell’Italia stanno crescendo”.
Un riferimento poi alla situazione politica “i continui cambiamenti politici indeboliscono il potenziale di crescita” del Paese.
L’agenzia di rating sottolinea inoltre come l’economia italiana sarà in una fase di stallo quest’anno e come le politiche del governo rischiano di rafforzare la rigidità dei salari e del mercato del lavoro.
In Italia sia per il governo che le banche si registra inoltre “un marcato deterioramento delle condizioni finanziarie esterne”.
Finora le agenzie di rating hanno dato tempo al Governo italiano, in particolare Moody’s quando lo scorso 15 marzo decise di rinviare ogni decisione in attesa di sviluppi. Da allora però c’è stata una revisione peggiorativa delle principali stime macroeconomiche italiane, legato anche a un aggravamento della cornice internazionale, certificato nel Def approvato dal Governo di Roma. Per questo il pronunciamento di S&P diventa significativo.
L’agenzia ha recentemente rivisto al ribasso le stime sul Pil dell’Italia nel 2019 allo 0,1%, dal +0,7% stimato a dicembre.
La sola tensione da verdetto ha pesato sull’andamento dei titoli di Stato italiani sui mercati finanziari. Lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi aveva mostrato dopo la pausa pasquale una pericolosa tendenza al rialzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA E’ SOLO DUE GRADINI SOPRA IL LIVELLO DI “SPAZZATURA”
Si infiamma di nuovo lo spread, che torna a toccare quota 270, un livello che non si vedeva
da febbraio. A pesare sul differenziale tra Btp e Bund il clima di incertezza politica del Paese, i nuovi avvertimenti della Bce, ma anche le attese per la pagella di Standard & Poor’s attesa per domani.
Appare comunque difficile che l’agenzia di rating decida di tagliare il giudizio sull’Italia che è attualmente due soli gradini sopra il livello ‘spazzatura’.
Il Ftse Mib ha chiuso in lieve calo oggi (-0,02% a quota 21.720 punti).
I mercati non hanno colto la sponda delle buone trimestrali delle Big Tech statunitensi e le indicazioni che continuano a pervenire dalle banche centrali. La Bank of Japan ha indicato che i tassi rimarranno ai minimi per almeno un altro anno e anche la Riksbank svedese ha allontanato nel tempo il timing del prossimo rialzo dei tassi.
Miglior performer di giornata è stato il titolo Juventus che è balzato di oltre l’8%, recuperando in parte i cali delle ultime settimane a seguito dell’eliminazione in Champions League.
Buoni rialzi peràŸ alcuni titoli bancari (+1,63% Bper e +0,55% Ubi). Buoni intanto i riscontri arrivati oggi da Ubs con utili trimestrali oltre le attese. Spicca poi il rally dei titoli del risparmio gestito in particolare Azimut (+2%) che dai minimi di dicembre ha accumulato una performance di +90%.
A spingere il titolo in Borsa nelle ultime sedute l’attesa per i conti del primo trimestre 2019, che saranno pubblicati il 9 maggio. Questo ancora di più dopo le dichiarazioni del Presidente Pietro Giuliani che ha preannunciato risultati record. In affanno invece il settore oil con Tenaris a -2,12%, -0,24% invece Eni che conferma la debolezza di ieri a seguito della diffusione dei conti trimestrali sotto le attese. Male anche Saipem (-0,7%) nonostante le commesse da complessivi 500 mln di euro arrivate da Russia e Serbia.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
PECCATO CHE L’EXPORT SIA IN CALO DEL 6% E DI MAIO NON SAPPIA LEGGERE LE STATISTICHE
«Lo facciamo con un export che a gennaio ha segnato un +2,9% e quindi continua a segnare
record in valori assoluti di tutta la nostra storia».
Così alcuni giorni fa il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio durante una conferenza stampa ad Abu Dabi a conclusione della sua visita negli Emirati Arabi Uniti.
Secondo Di Maio non solo il nostro Paese è la locomotiva d’Europa per quanto riguarda la produzione industriale ma da quando si è insediato il governo Conte anche le esportazioni vanno a gonfie vele.
Di Maio rilasciava quella dichiarazione il 16 aprile scorso.
Il 18 aprile, appena due giorni dopo, l’ISTAT pubblicava la nota di aggiornamento statistica su fatturato e ordinativi dell’industria italiana relativa al periodo di febbraio 2019.
Smentendo di fatto le entusiasmanti dichiarazioni del ministro.
Perchè l’Istituto nazionale di statistica scrive che c’è un aumento del fatturato del mercato interno (+0,8%) rispetto al mese precedente ma che al tempo si è registrata una flessione di quello estero (-0,9%).
Non solo, il calo degli ordinativi «riflette una leggera contrazione delle commesse provenienti dal mercato interno (-0,4%) e una più marcata diminuzione di quelle provenienti dall’estero (-6,0%)». Rispetto alla media dei tre mesi precedenti (settembre-novembre 2018) significa un calo del 4,8%.
Dati completamente diversi da quelli snocciolati da Di Maio.
Scrive sempre l’ISTAT che «l’indice grezzo degli ordinativi segna un calo tendenziale del 2,9%, sintesi di un modesto incremento dello 0,6% per il mercato interno e di una marcata diminuzione, del 7,7%, per il mercato estero».
Di Maio però in quel momento aveva sotto mano i dati di gennaio che parlavano di un aumento in termini congiunturali del fatturato (+3,1%) anche se «nella media degli ultimi tre mesi, sui precedenti tre, l’indice complessivo mostra comunque un calo dell’1,8%».
Anche rispetto all’aumento degli ordinativi a gennaio rispetto a dicembre l’ISTAT rilevava «una riduzione rispetto ai tre mesi precedenti» pari al -2,1%.
Di Maio dice che si tratta di un record assoluto ma le cose non stanno così perchè — come fa notare la Stampa — in termini del valore delle esportazioni il dato di gennaio è leggermente inferiore a quello registrato a giugno 2018.
Non solo, l’ISTAT scrive che la crescita congiunturale del fatturato dell’industria del mese di febbraio è sostenuta principalmente dal mercato interno.
Se si prende in considerazione la media degli ultimi tre mesi rispetto ai tre mesi precedenti «evidenzia un segno negativo, più marcato per la componente estera rispetto a quella interna», insomma Di Maio sta raccontando una balla.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 15th, 2019 Riccardo Fucile
CON UNA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE AL 32,8% CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DEL 14,6%, L’ITALIA TRADISCE I SUOI GIOVANI
In Italia la disoccupazione giovanile è un problema. 
Nel nostro paese il tasso di disoccupazione degli under 25 è del 32,8%, contro una media europea del 14,6%, riferita alla Ue a 28 Paesi.
Ma soprattutto, spiega oggi Il Sole 24 Ore, le contromisure adottate finora da vari governi per invertire la rotta non sembrano aver avuto effetto: nè quelle basate su fondi europei, come Youth guarantee, nè l’introduzione di incentivi e sconti contributivi per le aziende che assumono under 30, che prosegue ininterrotta dal 1° maggio 2014.
Anche perchè cinque strumenti su sette tra quelli a disposizione delle aziende per assumere i giovani non sono ancora pienamente operativi. Passando sopra alla loro complessità e, per certi versi, disomogeneità .
Attualmente non sono operativi: il bonus del reddito di cittadinanza per chi assume i percettori, il bonus per chi si mette in proprio, il bonus per l’assunzione under 35, il bonus per le eccellenze (le assunzioni dei 110 e lode) e il bonus assunzioni nel Mezzogiorno.
E non solo, spiega il quotidiano:
Allargando il cerchio alle misure finanziate con fondi Ue il quadro non cambia.
Come conferma l’ultimo report di Garanzia giovani, il piano pensato per collocare sul mercato del lavoro gli under 29 altrimenti “incollocabili”. Quando ci si riesce, anche qui tramite i centri per l’impiego (o tramite le agenzie private), ci si limita a tirocini e stage.
Degli 1,1 milioni di Neet iscritti alla piattaforma e presi in carico, il 56,9% è stato avviato a un intervento di politica attiva.
Ma in quasi sei casi su 10 si tratta di un tirocinio extra-curriculare. Certo, una fetta di questi rapporti poi si trasforma in contratti subordinati (il 52,5% risulta occupato, tra tempo indeterminato, contratti a termine, apprendistato). Insufficiente però a rilanciare la “buona” occupazione giovanile.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 13th, 2019 Riccardo Fucile
GLI ESEMPI DI MIGRAZIONE CHE GENERA ECONOMIA E INNOVAZIONE… IL 42% DELLE NUOVE SOCIETA’ CREATE IN ITALIA NEL 2017 E’ STATA FONDATA DA IMMIGRATI
C’è Chris Richmond N’zi, della Costa d’Avorio, che in Emilia Romagna si è inventato la app MyGrants
per mettere in contatto chi arriva in Italia con le aziende che cercano personale: vantano 25 assunzioni settimanali, meglio di un navigator.
C’è Paolo Russo di Funky Tomato, azienda dal logo afro-mediterraneo che impiega braccianti agricoli stranieri e della periferia napoletana di Scampia e vende pomodori biologici in Campania e Basilicata. C’è la Silent Academy, fondata dalla cooperativa Sicomoro di Matera in Basilicata, progetto legato a Matera 2019 capitale europea della cultura, che impiega migranti in laboratori di artigianato, falegnameria, sartoria insieme alla popolazione locale.
E ce ne sono tanti altri.
In Italia non c’è solo Riace, il modello di integrazione calabrese di cui si è parlato molto per via dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il sindaco (sospeso) Mimmo Lucano
Ieri alla scuola Holden di Torino, 15 imprenditori che lavorano nel settore dell’immigrazione, di cittadinanza italiana e non italiana, sono stati presentati da Ashoka, rete di imprenditori globali sociali, nell’ambito dell’evento ‘Hello Europe: la migrazione che fa innovazione’.
“Parlare di migrazione oggi significa rimettere al centro dell’azione politica il tema del lavoro – dice Alessandro Valera, direttore di Ashoka Italia – con questo progetto Ashoka ha voluto raccontare la linfa economica e innovativa che c’è, esiste ed operosa nella popolazione migrante presente Italia. Le politiche per il lavoro, che creano inclusione sociale e impatto economico, sono il più efficace antidoto contro la paura (irrazionale) del diverso”.
A Torino c’era Modou Gueye, attore che con la sua associazione Sunugal ha rilevato Cascina Casottello a Milano, acquisita dal comune nel 2013 con lo scopo di avviare un processo di rigenerazione territoriale e architettonica. Da un anno ormai, la Cascina è diventata centro di tante attività e servizi, dagli sportelli caf, alla biblioteca e ludoteca, i laboratori dalla cucina al teatro, i corsi dallo sport alla danza alle lingue, il bar e il ristorante.
C’è anche l’esperienza di don Paolo Steffano, che con l’associazione extra parrocchiale ‘La Rotonda’ ha messo in piedi un laboratorio di sartoria prevalentemente dedicato alle donne a Baranzate, il comune dove gli stranieri sono il 70 per cento dei residenti, il più alto tasso in Italia.
Secondo un report di ‘Mega – Migrant Entrepreneurship Growth Agenda’, nel 2017 il 42 per cento delle nuove società create in Italia è stata fondata da migranti.
Il rapporto del 2018 ‘Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia’ segnala che l’Italia è l’unica nazione tra i grandi paesi europei in cui il tasso di occupazione della forza lavoro straniera (59% per i cittadini extra UE, 63% per i cittadini UE) è piuÌ€ alto di quello della forza lavoro nativa (57%).
Gli stranieri sono impegnati soprattutto nei settori dell’edilizia, della ristorazione, dell’agricoltura, del lavoro domestico, svolgono lavori generalmente più umili e peggio retribuiti degli italiani, con guadagni medi inferiori agli 800 euro al mese.
Una realtà che magari non piace a quelli dello slogan ‘prima gli italiani’, ma nell’ambito di questa realtà , fatta certamente di chiaroscuri, alcuni modelli di integrazione positiva si fanno strada, a sfidare propaganda.
(da agenzie)
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Aprile 12th, 2019 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO UE CHIEDE “CREDIBILITA’” AL GOVERNO ITALIANO: “SERVONO RIFORME STRUTTURALI VERE E CREDIBILI, MISURE PER LA CRESCITA E IL CALO DEL DEBITO”
“Prenderemo le nostre decisioni sull’Italia sulla base delle nostre stime”: lo ha detto il
commissario Ue agli affari economici e monetari Pierre Moscovici parlando a margine dei lavori del Fmi con Class Cnbc e SkyTg24.
“La nostra decisone sarà il 7 maggio e dovranno tornare i conti sulla base delle nostre indicazioni”, ha sottolineato Moscovici.
“Chiedo all’Italia credibilità . Tutti devono rispettare le regole e rispettare gli impegni presi. E’ una questione di credibilità e di sostenibilità ” ha aggiunto il commissario Ue, sostenendo che “l’Italia sta soffrendo una situazione di stagnazione se non di recessione. E la situazione italiana è fonte di incertezza per tutta l’Eurozona. Servono riforme strutturali vere e credibili e misure per la crescita. E non è questione di essere duri, ma il debito deve calare”
L’Italia, prosegue Moscovici, ha tre tipi di problemi: economico, fiscale e politica. Sulla questione politica, il funzionario Ue ha descritto le preoccupazioni generali sotto forma di domande: “la coalizione è stabile? ci saranno altre elezioni? Non lo so. Non voglio fare congetture e non suonare troppo allarmista. Non lo sono”. Sul fronte economico, “la crescita è molto bassa o vicina alla recessione”. Sul fronte fiscale ci sarà un continuo dialogo “con i nostri amici italiani” ma l’accordo con la Ue “deve essere rispettato”.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2019 Riccardo Fucile
TRIA E’ STATO CHIARO: “SE LA VOLETE ALLORA BISOGNA AUMENTARE L’IVA, I SOLDIO NON CI SONO”
La flat tax è scomparsa dal Documento di Economia e Finanza che ieri il governo ha
licenziato.
Mentre la campagna elettorale per le elezioni europee si fa sempre più dura , delle clausole Iva e di flat tax si è discusso nelle quattro ore di vertice fra il premier Conte, Tria e i due vicepremier Salvini e Di Maio prima del Consiglio dei ministri.
Il confronto si è concentrato sulla flat tax: il testo, che è entrato con due aliquote a 15 e 20%, è uscito senza riferimenti numerici ma con la volontà che della riduzione fiscali benefici il ceto medio.
Spiega oggi La Stampa:
Nella versione finale del Pnr non solo è scomparso il richiamo alle due aliquote ma anche il rimando «ai prossimi anni» e anche i riferimenti ai vincoli di bilancio risultano più sfumati.
«Il Governo — è scritto così nella versione finale del Def — in linea con il Contratto di Governo, intende continuare, nel disegno di legge di Bilancio per il prossimo anno, il processo di riforma delle imposte sui redditi e di generale semplificazione del sistema fiscale, alleviando l’imposizione a carico dei ceti medi. Questo nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica».
Come e con quali tempi lo scopriremo (forse) in autunno quando la legge di Bilancio dovrà prevedere misure concrete e relative coperture
E a spiegarci il motivo della scomparsa è oggi Repubblica:
Tria non fa una piega ma — raccontano i ministri presenti — ribatte serafico: «Bene, lo faremo, ma sappiate che non abbiamo alternative. La riduzione dell’imposta ai dipendenti anche se sotto quella soglia minima imporrà l’aumento all’Iva, sarà inevitabile».
Richiama le clausole di salvaguardia da 23 miliardi che tutti lì al tavolo conoscono bene e alle quali bisognerà trovare copertura per evitare appunto l’aumento che peserebbe non poco sui consumi (si parla di 500 euro l’anno a famiglia in media).
Quelle clausole le hanno disinnescate tutti gli ultimi governi, compreso l’esecutivo Conte nella sua prima manovra. Ma se adesso bisognerà allargare i cordoni per recuperare i 12-15 miliardi necessari a favorire la tassa unica — è la tesi dei tecnici del Tesoro — allora non si potrà fare altrimenti.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 9th, 2019 Riccardo Fucile
BUSTE PAGA DIMINUITE NEL PRIVATO DELLO 0,3%, IL NORD BOCCHEGGIA: OTTIMO, RINGRAZIATE SALVINI
Una produttività al palo da ormai troppi anni ha gettato le buste paga degli italiani in una palude.
La recessione che ha caratterizzato la seconda parte del 2018 si è riverberata anche sugli stipendi dei lavoratori dipendenti, con alcuni campanelli d’allarme che riguardano la parte variabile e il rallentamento del Nord produttivo.
I dati dell’Osservatorio Jobpricing (Salary Outlook 2019), che si riferiscono ai dipendenti del settore privato, sono in linea con quel che ci hanno detto altre istituzioni come Ocse ed Istat. L’anno scorso, la retribuzione lorda annua (RAL) dei lavoratori si è attestata in media a 29.278 euro, la metà di quella del Lussemburgo che guarda tutti dall’alto ma anche il 25% sotto quella della Francia, Paese che ci precede.
Nell’analisi degli esperti del mercato delle retribuzioni, realizzata in collaborazione con Spring Professional, spicca il -0,3 per cento registrato nel raffronto con il 2018: un segno “meno” che colpisce tutti gli inquadramenti, con l’eccezione dei quadri che hanno visto salire le buste paga dello 0,2 per cento. Ma è anche un altro segnale a destare preoccupazione.
Oltre alla RAL, anche la cosiddetta RGA (Retribuzione globale annua) risulta infatti in calo: -0,6 per cento, la prima volta in cinque anni. La Rga comprende, oltre alla parte fissa dello stipendio, anche gli “elementi variabili” della retribuzione.
Proprio la loro diffusione, e l’incremento dei relativi importi (per tutte le categorie contrattuali), avevano negli ultimi tempi rappresentato un appiglio per i bilanci delle famiglie, tanto che nel quinquennio la Rga resta positiva con un +5,6%.
Il fatto che si stiano ora comprimento, fa pensare che le aziende abbiano iniziato a stringere i cordoni della borsa e che probabilmente a livello di performance il clima sia cambiato. Frena il pessimismo Giuseppe Guerra, Executive Director di Spring Professional: “Si tratta di scostamenti ancora troppo limitati per essere apprezzabili sul lungo periodo.
Parallelamente sono intervenuti nuovi pacchetti di benefit collaterali difficilmente valorizzabili che incidono sulla retribuzione. I pacchetti incentivanti legati al risultato del singolo caratterizzeranno sempre di più le retribuzioni a tutti i livelli” .
Per altro, nota il report, l’anno scorso l’indicatore Istat sulle retribuzioni contrattuali era in rialzo dell’1,1 per cento; se si affianca questo dato a quello – negativo – del JobPricing si può dedurre che buona parte degli incrementi retributivi che sono stati fissati nel contratto siano stati “assorbiti” sul mercato.
“Gli aumenti stabiliti dai contratti collettivi – si legge – risultano meno efficaci nell’incremento di reddito a causa della crescita dell’occupazione part-time: secondo ISTAT infatti, nei primi 3 trimestri del 2018 i part-time involontari (relativi a coloro che non hanno trovato un’occupazione stabile), sono aumentati del 4,5% rispetto ai medesimi 3 trimestri del 2017”. Di fatto, quel che viene fissato nella contrattazione non si ‘scarica’ sulle buste paga.
E “visto che i prezzi sono aumentati (+1,1%) di fatto il 2018 ha visto il potere di acquisto dei lavoratori diminuire”, commenta il ceo di JobPricing, Alessandro Fiorelli. “Il dato più significativo, in questo contesto generale, è che il trend peggiore ha riguardato il motore del paese: le regioni del Nord, compresa la zona di Milano (-0,8% per la RAL, ndr) e la Lombardia (-0,7%). Anche dal nostro punto di osservazione, quindi, non pare infondato il recente invito del vertice di Assolombarda per una revisione della Manovra 2019, che si concentri soprattutto su misure a favore dell’abbattimento del cuneo fiscale dei lavoratori”.
In un clima generale tendente al grigio, l’Outlook rileva infatti che l’ultimo anno ha lievemente ridotto la distanza tra Nord e Sud: tenendo sempre ben presente la differenza nel costo della vita, si può comunque osservare che nelle aziende settentrionali gli stipendi sono il 15 per cento migliori che al mezzogiorno, anche se nell’ultimo anno tra Sud e Isole i salari sono cresciuti del 2 per cento, contro il -1,5% del Nord.
§Non stupisce quindi vedere che il podio delle Regioni che pagano meglio è composto da Lombardia, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna e che in fondo ci sia la Basilicata. Per un dirigente, le maggiori soddisfazioni arrivano proprio dalla Lombardia (102.673 euro, 1.577 euro in più della media nazionale), mentre gli operai del Trentino (con la loro media di 26.645 euro) staccano dell’8 per cento la media italiana.
Resta però forte la sperequazione delle retribuzioni. Sia all’interno delle società , dove i vertici arrivano a guadagnare dieci volte più dei profili meno pagati, sia come popolazione lavorativa in genere: i redditi sopra 100mila euro sono l’1 per cento del totale, il 56 per cento sta tra i 23mila e i 31mila euro.
Venendo infine alla questione settoriale, i servizi finanziari e l’agricoltura sono i due poli: nella prima industria si superano i 41mila euro di Ral media, contro i 24mila del settore primario. Il trend migliore l’hanno registrato le buste paga delle Utilities, con una crescita dello 0,9 per cento, mentre la crisi dell’edilizia che non riesce a uscire dal tunnel porta gli stipendi a tagliarsi ancora dello 0,9 per cento.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2019 Riccardo Fucile
IL CENTRO STUDI DEGLI INDUSTRIALI: “ALTO RISCHIO RECESSIONE”… DI MAIO PREOCCUPATO, PER IL GRANDE ECONOMISTA SALVINI SONO SOLO “GUFI”
Anche Confindustria gela le speranze del governo: il centro studi degli industriali ha corretto al
ribasso le stime di crescita dell’esecutivo, prevedendo un dato nullo nel 2019 (contro il + 0,9% della stima precedente) e un +0,4% nel 2020.
Pesano, secondo Confindustria,”una manovra di bilancio poco orientata alla crescita”, “l’aumento del premio di rischio che gli investitori chiedono” sui titoli pubblici italiani, e “il progressivo crollo della fiducia delle imprese” rilevato “da marzo, dalle elezioni in poi”.
Un’allarme che fa il pari con quello del governatore di Bankitalia Ignazio Visco: in Italia, ha detto, si è registrato un “rallentamento dell’attività economica nell’ultimo scorcio dello scorso anno proseguito anche nei primi mesi del 2019”.
Dall’Asia invece il ministro Giovanni Tria mette in guardia: “Tutti temono l’arrivo di una crisi Finanziaria che possa provocare una crisi economica globale per una sorta di riflesso condizionato dalla grande crisi del 2008. Il mio timore invece è opposto. Temo che dal rallentamento dell’economia, soprattutto se dovesse accentuarsi, possa nascere una crisi finanziaria globale”, ha affermato attraverso una nota del Mef intitolata: “Contrastare il rallentamento, puntare tutto sulla crescita”
Il governo nelle sue previsioni ha indicato per il 2019 una crescita dell’1% ma nessuno tra istituzioni e centri studi economici fino ad oggi si è avvicinato a questo numero.
Il Fondo Monetario ha stimato una crescita allo 0,6%, la Commissione europea allo 0,2% e l’Ocse ha messo per iscritto invece un calo dello 0,2%.
La revisione al ribasso delle stime contribuisce al peggioramento di tutti gli altri parametri di finanza pubblica. Il deficit crescerà al 2,6% del Pil (dal 2,1% del 2018), con un aumento di 0,6 punti percentuali rispetto a quanto previsto a ottobre. Il debito della Pa toccherà nel 2019 quota 133,4 e 133,6 nel 2020.
Secondo l’associazione delle imprese il rischio recessione è concreto. “Nel 2019 la domanda interna risulterà praticamente ferma e una recessione potrà essere evitata solo grazie all’espansione, non brillante, della domanda estera. A meno che – avverte il rapporto del Centro studi – non si realizzi l’auspicato cambio di passo nella politica economica nazionale”.
Confindustria è scettica anche sui dati in arrivo dal mercato del lavoro.
Nel 2019 “per ora non si vede un’inversione di tendenza nei contratti”, i lavoratori dipendenti “sono tendenzialmente fermi, c’è un calo del lavoro a termine ma non è ancora compensato dai contratti a tempo determinato”, sottolinea l’associazione definendo il 2018 “a due velocità ” visto che nei primi 6 mesi l’occupazione è cresciuta di 198.000 unità mentre nel II semestre è calata di 84.000.
Nel 2019 l’occupazione resterà “sostanzialmente stabile (+0,1%)” e aumenterà dello 0,4% nel 2020.
A marzo intanto – secondo quanto rilevato dall’Istat – continua l’indebolimento del clima di fiducia dei consumatori che cala da 112,4 a 111,2; si registra invece una dinamica positiva per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese che passa da 98,2 a 99,2.
Il ripiegamento dell’indice di fiducia dei consumatori riflette il deterioramento di tutte le sue componenti: il clima economico (da 126,4 a 123,9) e quello corrente registrano le flessioni più marcate
mentre cali più contenuti caratterizzano il clima personale e, soprattutto, quello futuro (da 116,9 a 115,9).
(da agenzie)
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