Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
RESTANO MOLTI INTERROGATIVI DOPO LA FIRMA DEL MEMORANDUM E DEGLI ACCORDI COMMERCIALI
A poche ore dal termine della tappa principale della visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma, il dibattito vivace che l’ha preceduta e accompagnata è destinato a continuare più acceso di prima.
La decisione italiana di firmare un controverso Memorandum of Understanding (MoU) bilaterale con la Cina, che ha visto l’Italia al centro di un’ondata di reazioni critiche provenienti soprattutto dalla Commissione europea e dagli Stati Uniti, è stata una mossa largamente percepita come divisiva, sia all’interno dell’Unione europea che nei confronti degli alleati della Nato.
Sebbene il governo italiano abbia ripetutamente dichiarato che questo documento di larga intesa non sigla alcuna alleanza strategica tra Roma e Pechino, e il Presidente Mattarella lo abbia voluto inserire nero su bianco nel testo e ulteriormente ribadire nella sua dichiarazione ufficiale in presenza del Presidente Xi, è indubbio che l’MoU sia un documento politico che sancisce la volontà di cooperazione dell’Italia al progetto cinese delle cd nuove vie della Seta, il cui nome ufficiale è Belt and Road Initiative (BRI).
Cosa significhi la firma dell’Italia e quali implicazioni potrebbe avere sul corso effettivo delle relazioni con la Cina, con gli altri Stati Membri fondatori dell’Unione europea, nell’ambito delle Istituzioni europee e con gli alleati a Washington resta tutto da vedere e in gran parte ancora da giocare.
Non è di certo un punto di arrivo nelle relazioni con la Cina, ma semmai un punto di partenza, allo scoperto e in piena corrente.
Nelle relazioni economiche e commerciali con la Cina, l’Italia ha dato la giustificata impressione di voler navigare in solitaria, illudendosi di poter recuperare da sola la distanza che la separa dagli Stati Uniti, dalla Germania e dalla Francia.
È vero che ciascuno dei tre ha sempre gestito molto bene i propri interessi economici con la Cina, senza troppo curarsi di quelli altrui e senza aspettare che un’eventuale e finora improbabile posizione comune emergesse in Europa.
Senza mai esporsi politicamente, Washington, Berlino e Parigi hanno sempre lavorato per avere accesso al mercato cinese, esportare molto in Cina a fronte di altrettante importazioni, investire in imprese in Cina e accogliere imprese cinesi in casa. Non hanno mai avallato posizioni comuni perchè non ne percepivano la necessità .
Oggi una volontà comune ancora non si vede, ma qualcosa è cambiato.
Innanzitutto, un documento che introduce lo screening degli investimenti diretti in entrata dall’estero nell’UE è stato emesso dalla Commissione, anche se solo quando, nell’autunno del 2017, la Germania lo ha ritenuto necessario, dopo che le era stata soffiata dai cinesi Kuka, il suo gioiello della robotica.
A quel documento l’Italia, con il lavoro di Carlo Calenda, aveva contribuito, chiedendo da tempo un fronte comune. Inoltre, il 12 marzo scorso, sempre la Commissione ha emanato un decalogo di azioni suggerite agli Stati Membri nelle loro relazioni con la Cina, sotto il nome significativo di China strategy.
Questo decalogo include tra l’altro un riferimento esplicito alla necessità di salvaguardare i settori maggiormente strategici degli SM, come quello delle telecomunicazioni, da eccessive ingerenze cinesi. Non è difficile immaginare che tale decalogo sia stato ispirato dall’imminente firma dell’Italia, e questo può essere un primo effetto positivo della mossa italiana in prospettiva della definizione di una posizione comune europea, che ha sempre stentato a emergere.
Infatti, mentre i principali paesi europei preferivano curare individualmente i loro interessi in e con la Cina, quest’ultima tesseva con costanza e pazienza la sua tela nel resto dell’Europa, costruendo intese economiche e commerciali bilaterali con ormai 16 paesi in Europa centro-orientale, alcuni dei quali Stati Membri dell’UE, e allargando a macchia d’olio la sua influenza economica, ma anche al contempo politica.
Influenza che ora sta abbracciando il sud dell’Europa: prima dell’Italia, la Grecia e il Portogallo hanno firmato un MoU, e Cipro potrebbe seguire.
L’abile mossa di Macron di invitare Angela Merkel e il presidente Junker a Parigi per incontrare Xi nei prossimi giorni segnala la volontà di innalzare il livello dal bilaterale al comunitario, atteggiamento che potrebbe ispirare anche il governo italiano.
Se davvero il MoU firmato oggi, come dichiarato da alcuni esponenti del governo, ha lo scopo di elevare il livello delle relazioni con la Cina, allora sarà opportuno dialogare maggiormente con Bruxelles in vista del prossimo EU-China summit dei primi di aprile.
Per quanto riguarda la nostra appartenenza all’alleanza nord-atlantica, non è tanto la firma in sè a sancire prese di posizione, come gli Stati Uniti hanno voluto sottolineare, ingigantendo volutamente la portata dell’MoU, per giustificati motivi strategici di interesse comune agli Stati Uniti e all’Italia.
È indubbio che un’intesa con la Cina da parte di un paese che ospita molte basi NATO e dal quale dipende tuttora la sicurezza dei traffici nel Mediterraneo, crea dubbi non tanto sulla fedeltà degli alleati, quanto sulla loro ingenuità nell’esporsi a potenziali posizioni difficili.
Per questo i settori delle telecomunicazioni e dei porti sono stati oggetto delle maggiori preoccupazioni da parte degli Stati Uniti.
Ma al di là delle conseguenze della firma sulle relazioni con l’Europa e con gli Stati Uniti, quali effetti potrà avere l’MoU sulle relazioni Italia-Cina?
Al momento di risultati concreti non se ne vedono, dal momento che non si sa molto della trentina di accordi siglati nel Business Forum Italia Cina che si è svolto parallelamente al vertice.
Tra gli esempi noti, la collaborazione per la trasmissione delle partite di calcio italiano in Cina, per l’aumento del turismo cinese a Roma attraverso una semplificazione della procedura dei visti, e la collaborazione tra le agenzie ufficiali di stampa italiana e cinese non sono rappresentativi dei grandi vantaggi economici che l’Italia potrebbe trarre.
A dir il vero, servono più gli interessi cinesi di quelli italiani.
Inoltre, pur concedendo alle imprese e al mondo produttivo coinvolto direttamente nella serie di accordi d’affari siglati a latere dell’MoU di non volersi occupare nè interessare degli aspetti geopolitici associati all’MoU (come ha efficacemente dichiarato il presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino: “io non mi occupo di geopolitica, io mi occupo di business”), non si capisce quale sia la visione del ruolo italiano nella BRI.
Per esempio, aumentare semplicemente i traffici nel porto di Trieste può essere un vantaggio limitato e di poco valore, se il porto diventerà semplicemente lo scalo dei traffici gestiti dai cinesi tra il Marocco, Suez, il Pireo a sud e la Slovenia e l’Ungheria a nord, dove le aziende cinesi hanno da tempo grandi
investimenti produttivi nel settore automobilistico.
Da sempre, nei paesi che funzionano bene, la politica è funzionale alla crescita economica e allo sviluppo, e questo fanno da sempre gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e la Cina.
Con questo MoU, si è sostenuto che l’Italia voglia dare una cornice giuridica (IlSole24Ore) agli accordi operativi e concreti tra Italia e Cina.
È presto per dire quali saranno davvero i risultati concreti per il paese, al di là della collaborazione culturale. Servono risultati concreti e misurabili in termini di maggiori esportazioni, a fronte di importazioni che non aumentano (e non invece semplicemente di maggiore interscambio, senza menzione degli squilibri commerciali).
Se diventare hub logistico senza effetti sui settori produttivi corrisponde alla visione del ruolo dell’Italia nella BRI, allora l’MoU avrà portato certamente risultati concreti, ma soprattutto per la Cina.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2019 Riccardo Fucile
OGGI E’ A 235 DOPO AVER SFONDATO NEI MESI SCORSI QUOTA 300, MA CON IL GOVERNO GENTILONI ERA A 120
«Siamo tornati ai livelli precedenti al governo Lega-M5S quindi vuol dire che l’economia italiana cresce e dà fiducia» così il ministro dell’Interno Matteo Salvini commentava il valore dello spread — il famigerato differenziale di rendimento tra BTP e Bund tedeschi — spiegando che la situazione è ormai tornata alla normalità .
Il vicepremier ha quindi implicitamente ammesso che la normalità era il valore dello spread con il “governo precedente” ma ha leggermente modificato la realtà .
Davvero lo spread è tornato ai livelli precedenti al governo Conte?
Se ne è accordo il deputato PD Luigi Marattin che era in studio a La 7 a L’aria che tira di Myrta Merlino.
Interrompendo la registrazione delle dichiarazioni di Salvini con un «oddio oddio no! no! Fermi tutti! Fermi tutti!» Marattin ha costretto la conduttrice ad interrompere il filmato per dare spazio alle rimostranze del deputato Dem.
Ma qual è il problema? Lo spread è in calo? Sì, lo spread oggi — al momento in cui scriviamo — si aggira intorno ai 235 punti base, in calo rispetto all’apertura e a venerdì scorso quando aveva chiuso a 244 punti base.
Il problema è che questo calo non ci avvicina al livello del governo Gentiloni.
Non serve poi molto per scoprirlo, il governo Conte si è insediato il 1 giugno 2018, in quel periodo lo spread toccava uno dei suoi massimi a 303 punti base. Ma sarebbe cresciuto ancora fino a 326 punti base nei mesi a seguire.
Come si nota dal grafico del Sole 24 Ore qui sotto fino a circa metà maggio 2018, quando dopo settimane di trattative senza risultati sembrava non riuscisse a nascere un governo, il valore dello spread si aggirava intorno ai 120 punti base.
Ricordiamo ai più distratti che anche se la XVII legislatura è terminata con la convalida dei risultati delle elezioni del 4 marzo 2018 il governo uscente è rimasto in carica per gli affari correnti fino all’insediamento del governo Conte.
Possiamo andare indietro nel tempo al marzo 2017 quando il valore dello spread oscillava intorno ai 190-196 punti base.
Un dato relativamente vicino a quello odierno. Ma l’andamento del grafico qui sopra — che mostra gli ultimi due anni del valore dello spread — mostra come durante il “governo precedente” fosse in calo mentre durante il governo Lega-M5S sia rimasto quasi costantemente sopra i 220 punti base intorno ai 260 bp.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 11th, 2019 Riccardo Fucile
UN ADDETTO SU QUATTRO E’ UNDER 35, UN FATTURATO DI 240 MILIARDI
Con la cultura ci si mangia, eccome. Anzi, ci si nutre: perchè non si tratta solo di Pil ma anche di ricadute sociali.
I numeri lo confermano: nel 2017 il settore ha fatturato 92 miliardi di euro. Che sommati ai 153 miliardi generati dall’indotto più stretto fanno lievitare la cifra a 255 miliardi di euro in un anno.
È il 6,1% della ricchezza totale prodotta in Italia, percentuale che salirebbe ancora di più se si sfruttassero a pieno tutte le risorse disponibili.
A tracciare il quadro della situazione è il rapporto “Io sono cultura” di Fondazione Symbola e Unioncamere, presentato al Touring Club di Milano.
Obiettivo: quantificare il peso della bellezza nell’economia nazionale. Bellezza che non si limita al patrimonio artistico, e cioè a musei, monumenti e siti archeologici, ma che comprende anche le industrie creative, dall’architettura al design, e quelle più classicamente culturali: cinema, editoria, musica, stampa, videogiochi e software.
A queste si aggiungono poi realtà diverse che però in qualche modo vivono di creatività , dalla manifattura all’artigianato. Un ramo in crescita, a dispetto della recessione generalizzata.
Il comparto cultura in Italia dà lavoro a un milione e mezzo di persone, cifra cresciuta dell’1,6% tra 2016 e 2017 (più della media nazionale ferma all’1%).
Una buona fetta è rappresentata dai giovani: un impiegato su quattro è under 35, e in totale più della metà degli occupati del settore ha meno di 44 anni.
Dati che si scontrano con l’ultima media nazionale diffusa dall’Istat: a gennaio 2019 la disoccupazione giovanile è arrivata al 33%, +0,3% rispetto a dicembre, mentre il dato generale è rimasto stabile al 10,5%.
Come certifica il rapporto, poi, i “creativi” trovano spazio anche in altri tipi di imprese industriali: a sapersi spendere meglio altrove sono soprattutto i designer, gli architetti e i grafici, ma anche i fotografi e i comunicatori.
Il settore cultura, si diceva, nel 2017 è arrivato a muovere 255 miliardi di euro: questo grazie a un effetto moltiplicatore sul resto dell’economia pari all’1,8, per cui per ogni euro speso nel sistema ne vengono prodotti 1,8 in altri comparti connessi.
Ma la cultura si traduce spesso anche in un modo specifico di organizzare l’impresa, che è quello della cooperazione. Una realtà che sta crescendo, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’arte e del turistico: in questi settori le persone occupate in cooperative sono cresciute del 10% nel 2017 sull’anno precedente (e del 7% in generale), come spiega la presidente di CoopCulture, Giovanna Barni.
“La forma della cooperativa mette al centro la persona, trasforma i clienti in una comunità e garantisce un legame con il territorio”. Due gli esempi su tutti: Agrigento e il ghetto di Venezia. Recuperati grazie a una rete di associazioni e coop locali, oggi fanno da volano per una riattivazione anche sociale ed economica di quelle zone.
Ma si potrebbe fare ancora meglio.
A spiegarlo è Ermete Realacci, fondatore di Symbola, presidente onorario di Legambiente ed ex deputato del Partito democratico.
“Perchè il nostro Paese non sfrutta appieno le sue potenzialità ? Innanzitutto c’è un problema di percezione sbagliata da parte degli italiani, siamo gli unici nell’Unione europea a considerarci peggio di come ci considerano gli altri, vediamo solo i nostri difetti — spiega a ilfattoquotidiano.it -. E poi c’è un problema di mancata valorizzazione“. Una volta fatte le regole e garantita la salvaguardia del patrimonio, spiega il politico e ambientalista, bisogna riconsegnare quei beni al territorio a cui appartengono.
“Bisogna coinvolgere i Comuni e gli enti locali ma anche aprire ai privati — continua Realacci -. Per tenere in vita questa ricchezza serve partecipazione, bisogna allargare il più possibile”. E cita il caso del Fondo Ambiente Italiano, che oggi gestisce con successo sessanta luoghi di interesse di cui trenta aperti al pubblico.
“In Italia a livello di cultura abbiamo molto, troppo — conclude il presidente di Symbola -. L’unica soluzione è giocare all’olandese, usare tutti i player che ci sono a disposizione per sfruttare al massimo il patrimonio“.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO LA TURCHIA PEGGIO DI NOI… CALA LA FIDUCIA, IL GOVERNO LEGA-M5S STA PORTANDO L’ITALIA NEL BARATRO
L’Italia come l’Argentina e la Turchia, unica tra le grandi economie dell’area Ocse ad avere il segno “meno” davanti alla previsione di crescita per il 2019.
Dopo la recessione tecnica della seconda parte del 2018, confermata ieri dall’Istat seppure con un lieve miglioramento dei numeri sul quarto trimestre, l’Organizzazione parigina è la prima grande istituzione a tagliare così tanto la proiezione sul 2019 italiano da portare la previsione di andamento economico in negativo.
Sforbiciando di ben 1,1 punti percentuali la sua previsione, l’Ocse stima ora per l’Italia un anno da -0,2 per cento di Pil.
Lontano anni luce da quel +1 per cento rimasto nel quadro macroeconomico previsto dal governo a dicembre, che dovrà esser per forza revisionato con il Def di aprile. E numero al quale reagisce il premier Giuseppe Conte: “Siamo consapevoli della congiuntura economica sfavorevole, dobbiamo puntare su export e sostegno a domanda interna”.
Il nuovo Interim Economic Outlook dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – documento meno approfondito dei report semestrali – è un bagno di sangue per le economie dell’Eurozona.
Anche la Germania non sfugge alla revisione, vedendo peggiorare la stima per la sua crescita di 0,9 punti rispetto all’ultimo documento Ocse risalente soltanto allo scorso novembre.
Però Berlino rimane simbolicamente con il capo fuori dall’acqua, con una crescita dello 0,7 per cento.
Nel complesso dell’area con la moneta unica, gli economisti parigini prevedono un andamento all’1 per cento quest’anno e all’1,2 per cento il prossimo. Anche l’Italia, nel 2020, dovrebbe tornare a vedere la luce, ma con un passo più che dimezzato rispetto al resto della truppa europea: +0,5 per cento.
“La crescita economica globale continua a perdere forza”, scrive l’Ocse nelle conclusioni del suo rapporto. Si prevede ora un +3,3% a livello globale (dal 3,6% messo in conto a novembre), e un +3,4% per il 2020 con rischi al ribasso che continuano a crescere.
“Le alte incertezze politiche, le perduranti tensioni commerciali e una ulteriore erosione nella fiducia di imprese e consumatori stanno contribuendo al rallentamento”. In attesa di schiarite dal fronte delle trattative tra Usa e Cina, i dazi già in vigore dallo scorso anno iniziano a pesare sul motore economico. E soltanto il mercato del lavoro, con la leggera crescita dei salari, sta dando segni di tenuta e supporto ai redditi e alle spese delle famiglie.
E l’Italia? Nel resoconto Ocse si riconosce come stia pagando un prezzo particolarmente alto dal rallentamento della crescita del commercio globale, scesa intorno al 4% nel 2018 contro il 5,25% dell’anno prima.
Per Roma e Berlino, l’export è una voce fondamentale del Pil. L’Organizzazone – in passato critica sul Reddito di cittadinanza – riconosce che, da noi come in Francia, il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro, una inflazione inferiore alle attese e le misure per le famiglie a basso reddito “dovrebbero aiutare a supportare la crescita reale dei salari e le spese delle famiglie”.
D’altro canto, però, “l’incertezza politica e il ribasso della fiducia dovrebbero pesare ulteriormente sugli investimenti delle imprese e sulle prospettive commerciali”.
All’indomani della fissazione ufficiale del target di crescita da parte di Pechino – in un range tra il 6 e il 6,5% – l’Ocse stima che l’economia cinese crescerà del 6 per cento quest’anno. Se non dovesse assicurare almeno questo risultato, sarebbero dolori per tutto il mondo. Così come ci sarebbero ripercussioni da una uscita disordinata della Gran Bretagna dall’Europa.
Nella disamina dell’Ocse, i segnali da “colomba” giunti ultimamente dalle banche centrali hanno permesso alle condizioni finanziarie di non peggiorare, pur a fronte degli evidenti sintomi di un rallentamento economico.
D’altra parte, però, il fatto che le istituzioni monetarie rallentino il percorso di normalizzazione delle loro politiche dopo i lunghi anni dei tassi a zero e dei quantitative easing, rappresenta un rischio di possibili maggiori “vulnerabilità finanziarie” in futuro.
L’invito dell’Ocse è di “intensificare” il dialogo per evitare che i dazi commerciali si abbattano sulle economie: anzi, sarebbero da stimolare ulteriori liberalizzazioni. All’Eurozona si ricorda che servono politiche coordinate e strutturali per incentivare gli investimenti. Ovunque e a tutti si chiedono le solite riforme strutturali per cercare di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e le loro opportunità .
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2019 Riccardo Fucile
FRENANO CONSUMI ED EXPORT, RALLENTANO INVESTIMENTI
L’economia italiana nel 2018 è cresciuta dello 0,9% in netto rallentamento rispetto al +1,6% del 2017.
Lo comunica l’Istat che, in base ai dati più approfonditi, ha rivisto al ribasso la stima preliminare di un aumento del Pil pari all’1%.
Il nuovo dato è inferiore alle previsioni del governo di fine dicembre, che indicavano per il 2018 una crescita dell’economia.
Debito pubblico sale al 132,1% del Pil, mai così alto
Il debito pubblico italiano, salito al 132,1% del Pil nel 2018, è in percentuale al livello più alto mai raggiunto. Lo scorso anno, spiega l’Istat, è infatti stato superato anche il precedente picco del 2014 pari al 131,8%. In base ai dati di Bankitalia, il debito delle pubbliche amministrazioni nell’intero 2018 è aumentato in assoluto di 53,2 miliardi salendo a 2.316,7 miliardi.
Migliora avanzo primario, sale a 1,6%
Nel 2018 l’avanzo primario italiano (ovvero il deficit al netto della spesa per interessi) è migliorato, salendo all’1,6% del Pil. Nel 2017 il rapporto era pari all’1,4%.
Frenano consumi ed export, rallentano investimenti
Il peggioramento del Pil nel 2018 rispetto al 2017 (+0,9% contro +1,6%) è legato in gran parte al «netto ridimensionamento» del contributo della domanda interna e in particolare dei consumi, sottolinea l’Istat evidenziando che la spesa delle famiglie residenti in Italia è cresciuta lo scorso anno dello 0,6% contro il +1,5% del 2017.
A frenare è stato anche l’export, cresciuto dell’1,9% contro il +5,9% del 2017. In decelerazione infine anche gli investimenti, passati da un aumento del 4% nel 2017 al +3,4% del 2018.
Pressione fiscale stabile nel 2018 al 42,2
Nel 2018 la pressione fiscale misurata in rapporto al Pil è rimasta stabile al 42,2% allo stesso livello del 2017, come comunica l’Istat in base ai dati definitivi sul prodotto interno lordo. Nell’aggiornamento delle stime macroeconomiche pubblicato a dicembre, il governo aveva previsto che la pressione fiscale si attestasse nel 2018 al 41,9% del Pil.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2019 Riccardo Fucile
IL GOVERNO TEME IL GIUDIZIO DELLA AGENZIE DI RATING: RECESSIONE TECNICA E PEGGIORAMENTO DEGLI INDICATORI NON LASCIANO PRESAGIRE NULLA DI BUONO
L’avvertimento lanciato il 31 agosto era stato chiaro: l’Italia è esposta a “potenziali choc”. Il
governo gialloverde era ai suoi primi passi, ma Fitch esprimeva già preoccupazioni, e non poche, sulle “contraddizioni” tra i costi “elevati” degli impegni previsti dal Contratto firmato da 5 stelle e Lega e l’obiettivo di ridurre il debito pubblico.
Nessun taglio del rating – il parametro che misura l’affidabilità e la sostenibilità di uno Stato – ma un outlook, cioè una prospettiva, portato da stabile a negativo.
Sei mesi dopo (il giudizio è atteso nella serata italiana di venerdì) la stessa agenzia di rating potrebbe presentare un conto ancora più salato.
Perchè quei potenziali choc hanno già diffuso i loro germi: la produzione industriale è in caduta libera, il sogno della super crescita è svanito, è arrivata la recessione tecnica. Il rischio, ora, è quello di una nuova fibrillazione sui mercati e, a cascata, sull’economia reale.
Rispetto agli impegni assunti con il Contratto, le misure che impattano sull’economia messe in campo dal governo italiano sono andate incontro a un forte ridimensionamento. Cartina al tornasole di questo bagno di realtà è stata la lunga trattativa con Bruxelles che ha portato la manovra dall’impianto del deficit al 2,4% per tre anni al 2,04%, assottigliando quindi le risorse messe a disposizione delle misure bandiera, cioè il reddito di cittadinanza e la quota 100 per gli anticipi pensionistici.
Già in quelle settimane convulse, quando il governo non era intenzionato a retrocedere, lo spread aveva presentato il conto.
E nei sei mesi che sono trascorsi dall’avvertimento di Fitch a sgretolarsi è stato soprattutto l’appiglio su cui puntavano i due partiti di governo: il Pil ipertrofico.
Le stime sulla crescita sono state tagliate dallo stesso governo, ma anche quella messa nero su bianco nella legge di bilancio – +1% quest’anno – si è rivelata man mano sempre più irrealistica. Due trimestri consecutivi con il Pil sotto zero, quindi recessione tecnica. Nella pancia della crisi il deterioramento dell’industria, quello della produzione interna e dei servizi, un’occupazione che registra segnali controversi.
Venerdì Fitch ha di fronte diverse possibilità .
Può confermare il giudizio di agosto, suggellando quindi il rating attuale con outlook negativo.
In alternativa può sfumare, in negativo, la sua posizione prevedendo un watch (un altro parametro di valutazione del debito) negativo. Tradotto: il downgrade è probabile e vicino.
Quello che temono gli analisti, proprio in virtù del peggioramento dell’economia italiana e degli impegni gravosi che il governo sarà costretto ad adottare se il Pil non ritornerà a crescere, è però il taglio di un notch: passando da BBB a BBB- si arriva a un solo gradino dal livello spazzatura.
Come avvenuto lo scorso 19 ottobre con il giudizio di Moody’s. A un solo notch quindi dal livello spazzatura. Se dovesse prevalere la terza opzione, la tensione sui titoli di Stato italiani potrebbe riacutizzarsi. Ancora peggio se il taglio dovesse essere di due notch, passando da BBB a BB+.
à‰ una questione di affidabilità del Paese agli occhi degli investitori, soprattutto esteri, tra l’altro già in fuga, ma è anche una questione di risorse bruciate.
Il 23 novembre scorso la Banca d’Italia presentò il conto dello spread: nei sei mesi precedenti quasi 1,5 miliardi e il rischio di lasciare per strada oltre 5 miliardi nel 2019 e di circa 9 nel 2020. Ed è anche una questione di impatto sui conti: se sballano servono misure correttive, quindi tagli o peggio la possibilità di un rialzo delle tasse.
Chi aspetta il giudizio di Fitch è soprattutto il governo. Dopo aver portato a casa la manovra, gli esami ricominciano.
La decisione dell’agenzia di rating è solo la prima di una lunga serie di ostacoli che rischiano di compromettere, e non poco, il già delicato percorso concordato con l’Europa. Mercoledì prossimo arriverà il Country report di Bruxelles e sarà tutt’altro che una boccata d’ossigeno: secondo le anticipazioni di Repubblica, lo studio metterà in luce la fragilità della strategia rivendicata da Matteo Salvini e Luigi Di Maio e cioè fare del reddito e della quota 100 le leve per spingere il Pil in positivo.
Il 15 marzo è atteso il giudizio di Moody’s, il 26 aprile quello di Standard & Poor’s.
In mezzo – entro il 10 aprile – bisogna presentare il Documento di economia e finanza, dove si fotografa il presente e le prospettive dello stato di salute dell’economia. Il governo non potrà sottrarsi dall’indicare quale è lo stato dell’arte.
Si capirà allora se quella convinzione rivendicata anche oggi da Matteo Salvini, e cioè la non necessità di una manovra bis, potrà essere riconfermata o meno. Intanto sono cambiati i toni: la correzione dei conti non è più un tabù. L’anima del governo più sensibile all’Europa e alla necessità di tenere le finanze al sicuro parla già da tempo con un linguaggio che non esclude l’intervento.
Il sottosegretario in quota Lega Giancarlo Giorgetti, ma anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria.
I duri e puri sono Salvini e Di Maio, che rivendicano la necessità di dare alle due misure bandiera della manovra la possibilità di sprigionare gli effetti positivi.
Il premier Giuseppe Conte ci crede: per lui sarà un 2019 “bellissimo”. Ma già da venerdì Fitch potrebbe appannare, e di molto, una convinzione che non è più granitica neppure dentro al governo.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO IN 12 PUNTI VOTATO A TRAMATZA DA MILLE PASTORI
Prezzo del latte ovino subito a 80 centesimi e poi 1 euro a regime, azzeramento dei Consorzi di
tutela, distribuzione più equa dei profitti all’interno della filiera: sono alcune delle proposte rilanciate dai pastori sardi riuniti a Tramatza (Oristano) e contenute in un documento suddiviso in 12 punti e approvato all’unanimità per alzata di mano.
Una controproposta che dovrebbe andare ad integrare l’accordo siglato sabato scorso a Cagliari col ministro dell’agricoltura Gian Marco Centinaio, che ha raggiunto una prima intesa su 72 centesimi al litro e ha stabilito una tregua di tre giorni alle proteste. Tregua che però è durata soltanto una notte.
Tra i punti principali l’attivazione di “tutte le procedure capaci di portare il prezzo del latte ovino da subito a 80 centesimi fino ad 1 euro + iva” per coprire i costi di produzione. Richieste quindi, “le dimissioni volontarie ed irrevocabili di tutti i membri del consiglio di amministrazione del Consorzio di tutela del Pecorino Romano Dop da depositare in prefettura contestualmente alla firma dell’accordo”.
Analoga procedura viene richiesta per il Consorzio del Pecorino sardo e per il Consorzio del Consorzio di tutela del Fiore Sardo.
Nel loro documento i pastori contestano alle amministrazioni dei consorzi “incapacità di tutelare e vigilare sulla produzione e sui livelli produttivi del prodotto finito; assenza di partecipazione dei soci conferitori di latte (soprattutto conferitori di latte e industriali) all’attività sociale; scarsa trasparenza nel consiglio di amministrazione; scarsa trasparenza nella documentazione dei singoli produttori di latte depositata presso il consorzio”.
Infine la richiesta di una “distribuzione più equa dei profitti all’interno della filiera dei prodotti lattiero caseari”.
Un obiettivo da raggiungere, spiegano gli allevatori, “facendo firmare al soggetto venditore (industriali della trasformazione) all’atto della vendita del formaggio, clausole nelle quali venga dichiarato che il livello di remunerazione della materia prima utilizzata è tale da coprire i costi di produzione”.
Prevista poi “la nomina di un prefetto con compiti di analisi, sorveglianza e monitoraggio delle attività di filiera”.
“Non ci stiamo abbassando i pantaloni: abbiamo iniziato la trattativa parlando di un’euro al litro e all’euro dobbiamo arrivare a fine campagna”.
È quanto spiegato dal palco dell’assemblea a Tramatza dai pastori che hanno studiato la controproposta insieme a un gruppo di “tecnici”. Una sottolineatura per risponde alle perplessità espresse da alcuni allevatori.
“Il prezzo del Pecorino Romano – hanno detto – è salito in pochi giorni di 1,50 euro. E ora anche la grande distribuzione ci potrebbe dare una mano: questo aiuterebbe il prezzo a salire”.
La Regione si dice disposta a garantire attraverso la Sfirs (Società Finanziaria Regione Sardegna) fino a 18 milioni di euro per ritirare le eccedenze pari a 30mila quintali di pecorino romano. Nello stesso tempo l’associazione delle Banche italiane (Abi), per voce del rappresentante sardo Giuseppe Cuccurese, ha annunciato la proroga dei fidi in essere ai trasformatori fino a dicembre 2019. Questo consentirà alle imprese lattiero casearie di avere maggiore liquidità per evitare che siano costretti a smaltire in fretta il pecorino e quindi a svenderlo.
Il terzo punto fondamentale riguarda gli istituti di credito che concederanno un anno di tempo in più ai pastori per pagare le rate dei prestiti personali.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
ARRETRANO TRASPORTI, INDUSTRIE CHIMICHE E FARMACEUTICHE… ORDINATIVI IN CALO DEL 5,3%
Il fatturato dell’industria italiana, a dicembre 2018, diminuisce del 3,5% rispetto a novembre, subendo il ribasso più forte sul mercato estero.
Lo rileva l’Istat, che su base annua segna una caduta del 7,3% (dato corretto per gli effetti di calendario).
Si tratta della flessione tendenziale più accentuata dal novembre del 2009. Male anche gli ordinativi: a dicembre calano dell’1,8% rispetto al mese precedente, a causa delle perdite subite sul mercato estero.
Su base annua la flessione è del 5,3% (dato grezzo), la più ampia dal luglio del 2016. Anche sul ribasso tendenziale pesa soprattutto la cattiva perfomance registrata fuori confine.
La flessione, spiega l’Istat, riguarda in maniera diffusa tutti i settori, ma è particolarmente ampia nel settore degli altri mezzi di trasporto (23,6%), dove si confronta con un dato particolarmente positivo nell’anno precedente. Molto in calo su base annua anche l’industria farmaceutica (-13,0%) e l’industria chimica (-8,5%).
“Sono dati che fanno riflettere e che impongono un dovere ed una responsabilità di tutto il Paese a reagire ad un contesto economico che sta rallentando che è arrivato anche in casa essendo il nostro un Paese ad alta vocazione all’export”, osserva il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.
Quanto invece alla flessione congiunturale registrata nell’ultimo trimestre del 2018, è pressochè di pari entità sui mercati interno ed estero, anche se in termini di ordinativi è il mercato estero a segnalare una prospettiva più sfavorevole.
Nel corso del 2018 il fatturato ha mostrato un andamento tendenzialmente stabile nei primi nove mesi, con un peggioramento nell’ultimo trimestre. Però nel complesso, nella media dell’anno il fatturato dell’industria presenta, comunque, una dinamica moderatamente espansiva rispetto al 2017, anche al netto della componente di prezzo.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
CRESCITA RIVISTA: “RECESSIONE PREOCCUPA, MA PER ORA NON VEDIAMO CONTAGIO”
Moody’s prevede di abbassare le proprie stime di crescita, “sicuramente sotto l’1%,
probabilmente a un valore tra 0 e +0,5% nel 2019″, perchè “le misure di riforma sono state rimandate, anche tutta l’Europa sta rallentando, questo non è positivo”.
A parlare è Kathrin Muehlbronner, senior vice president di Moody’s, durante la Credit trends conference in corso a Milano. La precedente stima dell’agenzia, di novembre scorso, parlava di una crescita dell’1,3% nel 2019.
Questo, almeno per il momento, non dovrebbe incidere sul rating sovrano dell’italia: “abbiamo un outlook stabile, copre 12-18 mesi, ci dovrebbero essere performance molto diverse da quelle attese per cambiare ancora l’outlook e non vediamo cambiamenti. Non tendiamo a focalizzarci su un trimestre o due, ma su un periodo più lungo, abbiamo considerato che la crescita sarà debole per un paio di anni”, sotto l’1%.
La valutazione di Moody’s era stata abbassata a ‘baa3’ a ottobre 2018, con outlook stabile, ‘cosa che riflette il basso rischio di una crisi di liquidità . La prossima revisione del rating dell’Italia è attesa per marzo.
L’Italia è In recessione tecnica e “questa e’ una fonte di preoccupazione, ma non prevediamo recessione per l’intera area euro. Mi aspetto che le stime sull’Europa saranno riviste leggermente al ribasso (le precedenti parlavano di una crescita dell’1,9% nel 2019)” ha detto poi Muehlbronner, sottolineando che “parlando da un punto di vista europeo, in una prospettiva più ampia, vediamo che non c’è un elevato rischio contagio dall’Italia, ma neppure da altri paesi, che hanno fatto progressi”.
Secondo Moody’s, è “positivo che nonostante le tensioni di vario segno non ci sia stato un contagio”. Inoltre, “i costi di finanziamento rimangono bassi nell’Eurozona, ma sono saliti in Italia a causa del rischio politico interno”, ha detto Muehlbronner, sottolineando che l’agenzia di rating ritiene che in Europa “il rischio politico resterà elevato e in Italia sta già incidendo sui conti pubblici”.
Secondo Moody’s c’è “un significativo rischio di elezioni anticipate in Italia, probabilmente dopo le elezioni europee” in calendario in primavera.
Questo perchè potrebbero cambiare gli equilibri all’interno dell’attuale maggioranza, ma per il momento non è facile prevedere quali saranno le evoluzioni: “non è chiaro cosa succederà al Governo dopo le elezioni europee” e, anche da un punto di vista di mercato, la situazione resta nebulosa perchè “gli investitori fanno fatica a prezzare il rischio politico, quindi stanno a guardare e in parte questo è quello che abbiamo visto a settembre”. Potrebbe esserci bisogno di formare una nuova coalizione di governo, se non emergesse una maggioranza netta, “cosa che porterebbe nuova incertezza”, ha detto l’economista.
(da agenzie)
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