Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
L’ORO APPARTIENE SI’ AGLI ITALIANI MA NON PUO’ ESSERE USATO DAI GOVERNI COME TAPPABUCHI DEL DEBITO PUBBLICO O PER ANNULLARE LE CLAUSOLE IVA
L’oro di Bankitalia non servirà a mettere a posto i conti.
Dopo l’articolo della Stampa in cui si raccontava della presunta idea di utilizzare le riserve auree di via Nazionale per annullare le clausole IVA del 2019 (23 miliardi…) la Lega smentisce l’ipotesi mentre il MoVimento 5 Stelle tace.
Sulla stessa linea si erano mossi due illustri predecessori del governo Conte, l’esecutivo di Berlusconi con Tremonti nel 2009 e l’ultimo di Prodi con Padoa Schioppa.
La Lega invece, come aveva già spiegato lo stesso Claudio Borghi nell’intervista rilasciata a La Stampa, vuole solo chiarire che la «proprietà » delle riserve auree, comprese quelle detenute all’estero, è «dello Stato italiano» mentre il compito della Banca d’Italia è quello di «gestirle e detenerle a solo titolo di deposito». .
È questa la proposta di legge, un solo articolo, depositata ad agosto alla Camera e assegnata alla commissione Finanze che ha avviato l’iter lo scorso 13 dicembre.
Il testo si propone di dare una «interpretazione autentica», «in conformità con quella euro-unitaria», delle norme sulle riserve auree dopo che, come si legge nella relazione, «l’avvento del sistema bancario europeo e lo stratificarsi della normativa» ha reso via Nazionale «un ircocervo giuridico».
Intanto in settimana è attesa una risposta della BCE sul tema sollevato anche da una risposta del direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi che risale a qualche tempo fa: Francoforte replicherà a un’interrogazione presentata dagli eurodeputati Marco Valli (ex M5S) e Marco Zanni (Lega), nella quale i due chiedono «di chiarire a chi debba essere attribuita la proprietà legale delle riserve auree degli Stati membri» e «di far sapere in che modo essa possa disporre di tali riserve».
La risposta della Bce, anticipa oggi sempre La Stampa, dovrebbe ruotare essenzialmente attorno a due concetti. E cioè che le riserve auree appartengono agli Stati (e dunque ai cittadini), ma che le banche centrali hanno un’indipendenza finanziaria che va garantita.
E dunque i governi non possono disporre a loro piacimento dei lingotti.
In sostanza verranno ripresi i concetti già espressi nel parere diffuso nel 2009. Tra l’altro da Francoforte ricordano che le banche centrali dell’Eurozona , più quelle di Svizzera e Svezia, nel 2014 avevano firmato un accordo nel quale si impegnavano a non vendere per cinque anni quote significative di oro, anche per non turbare il mercato.
D’altro canto i lingotti hanno un valore assolutamente frazionale rispetto al debito pubblico: parliamo di 90 miliardi contro 2.400.
Ieri tra le prove dell’esistenza di un piano per le riserve auree il quotidiano torinese citava anche un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo in cui si parlava della possibilità di utilizzarlo.
Gianni Toniolo, che insegna Storia dell’Economia alla Luiss, spiega oggi al Corriere che le riserve di Bankitalia costituiscono un «tesoro di ultima istanza», l’argenteria di famiglia a disposizione in caso di estrema necessità .
Come, ricorda, è successo nel 1974: «L’Italia era alle prese con una forte“crisi di credibilità ”, la lira stava crollando ed era in corso una grande fuga di capitali all’estero. L’Italia allora ha chiesto un prestito, che è stato concesso dai tedeschi solo a fronte di un pegno in oro. Dopo circa quattro anni lo abbiamo restituito e l’oro è stato “liberato”dal vincolo».
L’oro non può essere usato come tappabuchi del debito pubblico e quindi nemmeno per annullare le clausole IVA per 23 miliardi che il governo si è impegnato a far scattare se non trova una diversa copertura nel 2020.
Dieci anni fa Francoforte, consultata dal governo italiano, aveva bocciato anche il progetto di un’imposta sostitutiva sulle plusvalenze eventualmente derivanti dalla detenzione dei lingotti, progetto che di conseguenza era stato abbandonato. Dunque i margini di manovra sull’oro sono praticamente nulli.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 10th, 2019 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA BLOCCA DI MAIO E SALIVINI
L’indipendenza di Bankitalia “va difesa. Mi sono già espresso”. Lo ha detto il ministro
dell’Economia, Giovanni Tria, avvicinato dall’ANSA nelle vie del centro di Roma
Le parole del ministro dell’Economia arrivano poco dopo le dichiarazioni dei due vicepremier sulla necessità di discontinuità : “Sono d’accordo con Di Maio. Provare a guardare avanti mi sembra il minimo”, ha detto Matteo Salvini. Il riferimento è alle parole del vicepremier pentastellato che in merito alla nomina del direttorio di Bankitalia e Consob ha parlato della necessità di avere “discontinuità “.
“Chi è pagato per vigilare e non vigila deve cambiare”, ha ribadito Salvini che poi ha aggiunto: “Ci sono mega dirigenti con mega stipendi che dovevano controllare i risparmi degli italiani. Non mi sembra siano stati molto efficaci in questa situazione di controllo”.
Sentito dall’Agi, Tria ha precisato: “Sulla difesa dell’indipendenza della Banca d’Italia è stata un’affermazione prettamente istituzionale, ovvia e persino banale. Le parole di Tria non sono indirizzate contro nessuno”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL GOVERNO FAREBBE BENE A FARSI DUE CONTI PRIMA DI ROMPERE LE PALLE AL PROSSIMO
Prima di dichiarare guerra alla Francia bisognerebbe farsi un po’ di conti.
Un po’ come quelli che oggi Il Sole 24 Ore offre in prima pagina: incrociando i dati di Eba, Bloomberg e Aibe, emerge infatti che le banche d’Oltralpe sono quelle che più di tutte in Europa finanziano lo Stato italiano, gli Enti locali, le imprese e le famiglie nel nostro Paese.
La loro esposizione totale sull’Italia (considerando i crediti al settore pubblico e a quello privato) ammonta infatti a 285,5 miliardi di euro secondo i dati di Bloomberg ed Eba. Molto più dei 58 miliardi delle banche tedesche e dei 21 di quelle spagnole.
Anche escludendo l’interscambio commerciale tra Francia e Italia e le tante partite industriali-finanziarie incrociate (tra le quali il salvataggio dell’Alitalia), è insomma sufficiente guardare il ruolo delle banche francesi nella nostra Penisola per capire che non è auspicabile incrinare il rapporto tra i due Paesi.
Anche perchè già c’è il rallentamento economico italiano a frenare gli investimenti e l’appetibilità del nostro Paese.
Le banche francesi hanno acquisito due importanti gruppi italiani (Bnl da parte di Bnp Paribas e CariParma da parte di Credit Agricole), ma soprattutto circa il 30% del nostro debito pubblico è in mani estere.
Di questo 30% (secondo i dati dell’Aibe, che però sono aggiornati a fine 2017) quasi un terzo è nelle mani di istituti finanziari francesi.
Questo fa di loro — ammesso che dal 2017 i dati non siano cambiati — i maggiori detentori di debito pubblico italiano all’estero. Lo sono da molti anni.
Tre banche francesi (Bnp, Credit Agricole e SocGen) sono anche nella lista degli “specialisti” in titoli di Stato, cioè nella lista di quei soggetti che hanno specifici obblighi a sostegno del nostro debito pubblico sia sul mercato primario che secondario.
Il loro ruolo è dunque rilevante. Soprattutto quest’anno, che lo Stato italiano dovrà emettere 251 miliardi di titoli di Stato a medio-lungo termine.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
DA BNP-PARIBAS A CREDIT AGRICOLE, DA BULGARI A GUCCI… PIU’ DEBOLE L’INFLUENZA ITALIANA SULLE IMPRESE D’OLTRALPE
Francia e Italia sono legate da una relazione economica oltre che politica molto stretta e di
antica tradizione ma che si è fatta più intensa negli anni recenti.
Nel 2017 gli scambi commerciali fra i due Paesi sono stati pari a 76,6 miliardi; se si guarda agli investimenti diretti, la Francia è fra i primi paesi impegnati in Italia, dove controlla oltre 1.900 imprese in cui lavorano 250 mila dipendenti.
L’Italia è invece all’ottavo posto fra gli investitori stranieri nelle imprese francesi: uno squilibrio, si legge nella relazione del ministero degli Esteri francese sulle relazioni bilaterali, che dipende dalle “specificità economiche strutturali di ogni paese”.
Secondo l’analisi del Quai d’Orsay, in particolare, “l’Italia ha un settore manifatturiero più importante (16% del Pil contro l’11% in Francia) che sostiene il suo saldo commerciale”.
Il settore in cui gli investitori francesi sono maggiormente presenti in Italia è quello dei servizi bancari ei assicurativi.
Non solo gli amministratori delegati di due colossi come Generali e Unicredit sono francesi (rispettivamente, Philippe Donnet a Trieste e Jean Pierre Mustier a Milano), ma i due più grandi gruppi bancari francesi, Bnp-Paribas e Credit Agricole, hanno una significativa presenza in Italia.
I primi, nel 2006, con un’opa hanno conquistato Bnl, l’ex Banca Nazionale del Lavoro; i secondi, per lungo tempo fra i principali azionisti di Intesa, in occasione della fusione di quest’ultima con il Sanpaolo, hanno acquisito Cariparma e Friuladria, per poi comprare anche Carispezia e salvare tre piccole casse di risparmio.
Amundi, di cui Credit Agricole è azionista di controllo, ha infine comprato da Unicredit la società del risparmio gestito Pioneer, battendo la concorrenza di Poste. Bnp-Paribas e CreditAgricole, inoltre, sono fra i principali attori italiani del credito al consumo, rispettivamente con Findomestic e Agos Ducato.
L’imprenditore bretone Vincent Bollorè è il secondo azionista di Mediobanca (con circa l’8% del capitale), e attraverso Vivendi è il primo socio di Telecom Italia (24% circa) e il secondo di Mediaset (28,8%). Groupama ha acquistato Nuova Tirrenia da Generali.
Nel lusso, il gruppo Lvmh guidato da Bernard Arnault controlla Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Loro Piana, Acqua di Parma, Cova, Cipriani a Venezia, Splendid a Portofino, mentre Kering (ex Ppr) di Francois-Henri Pinault ha fra le sue controllate Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Richard Ginori, Brioni, Pomellato.
Nell’industria alimentare, due fra i principali marchi del settore lattiero sono in mano francese: Lactalis della famiglia Besnier controlla infatti Galbani e Parmalat, mentre anche la società Eridania è controllata al 100% dal colosso francese Cristal Union dal 2016.
Quanto all’energia, Edison fa capo alla francese Edf, e il secondo socio di Acea, con il 23,33%, è Engie (ex Suez-Gaz de France).
Anche la grande distribuzione d’oltralpe è presente in forze in Italia con i marchi Carrefour, Auchan, Decathlon, Leroy Merlin. Storica è poi la partnership italo-francese di St Microelectronics.
Molto più contenuta la presenza di azionisti italiani in imprese francesi: poco più di un migliaio, per meno di 100 mila dipendenti.
Generali è presente con 7.500 dipendenti, Fiat con 7 mila, Autogrill con 3.500 e poi ci sono Campari che ha acquisito il controllo di Grand Marnier e Lavazza che ha comprato Carte Noir.
Atlantia ha la quota di maggioranza (75%) del consorzio che ha acquistato il 60% dell’aeroporto di Nizza (il restante 25% è di Edf).
L’anno scorso, Fincantieri ha acquisito i cantieri di Saint-Nazare ma l’operazione deve ancora passare al vaglio dell’Antitrust europeo.
Due importanti operazioni sono state infine realizzate negli ultimi anni dall’imprenditore Leonardo Del Vecchio. La più famosa riguarda senza dubbio Luxottica, che si è fusa con Essilor, creando un gigante il cui primo azionista è italiano ma che sarà per ora quotato soltanto alla Borsa di Parigi, dove sarà anche la sede sociale della società .
Più recentemente poi, Beni Stabili e Foncières des Règiones si sono fuse per formare Covivio.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA FANALINO DI CODA DELL’EUROPA GRAZIE ALLE MISURE DI LEGA E M5S… SIAMO VICINI AL BARATRO
L’economia sembrerebbe a prima vista il terreno arido dei numeri e della razionalità . Dunque male si esporrebbe ad appelli al sentimento.
Eppure, dopo otto mesi di governo gialloverde l’unica strada che sembra percorribile è quella di un accorato richiamo al buon senso e all’amor di Patria.
Le indicazioni che vengono dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale parlano chiaro: la recessione nella quale siamo ormai impantanati è da imputare alle “incertezze” sulla posizione politica del governo e al conseguente calo della domanda e degli investimenti interni.
Il Fondo monetario si spinge ancora più in là : boccia la struttura del reddito di cittadinanza e lancia un allarme sui costi dei prepensionamenti di quota 100.
La bandiera degli investimenti sventolata dal ministro dell’Economia Tria, come ha notato Moscovici, non si è vista.
Anzi quest’anno, come è stato più volte denunciato, manca all’appello un miliardo rispetto al pur magro 2018.
Il Pil sceso ad un umiliante 0,2 per cento, che vale 1,1 punti in meno dell’Eurozona, reagisce indispettito e si accovaccia umiliato di fronte alle politiche che spingono verso una triste decrescita.
Le incertezze sulla Tav, il blocco delle perforazioni nell’Adriatico per un paese che dipende per gran parte dall’importazione di energia, l’ondivaga diffidenza sui grandi eventi sportivi.
Gli imprenditori, anche quelli del Nord Est, cominciano a capire che così andiamo a sbattere: il cosiddetto decreto “dignità ” sul lavoro ha provocato l’interruzione di molti contratti, i limiti alle aperture domenicali nel mezzo di una recessione metteranno a rischio 40 mila posti.
Certo mandare in pensione la gente e aiutare il disagio e la povertà sono obiettivi giusti, ma il problema è come perseguirli, e sono in molti a dire che strada imboccata è stata quella sbagliata.
Con quota 100, per circa 4 miliardi, vanno in pensione lavoratori del Nord e statali con solide storie contributive che avrebbero pure potuto continuare a lavorare, giacchè i lavoratori usurati erano già stati abbondantemente tutelati dai provvedimenti del vecchio governo.
Come pure gli interventi di contrasto alla povertà già esistevano, bastava mettere qualche miliardo in più: invece si è arrivati a fare un provvedimento che penalizza le famiglie man mano che crescono di componenti per mantenere – come ha denunciato con un intervento di alto profilo intellettuale il presidente dell’Inps Tito Boeri – il punto dei 780 euro.
Se dieci miliardi fossero stati indirizzati alla riduzione del costo del lavoro, a qualche taglio alle tasse e se la ricerca di equità sociale si fosse rivolta al ripristino dell’Imu sulla prima casa – come suggerisce l’Fmi e non “Rifonda” – forse oggi ci troveremmo in una situazione diversa. E non dovremmo vivere l’ansia dei prossimi mesi con una crisi finanziaria dietro l’angolo.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
“REDDITO DI CITTADINANZA E’ UN DISINCENTIVO AL LAVORO”
Alla vigilia della sforbiciata europea alle stime di crescita e mentre il decretone incassa in
Parlamento gli appunti da parte delle istituzioni e delle associazioni, il Fondo monetario internazionale sferza l’Italia nel suo consueto report sul Paese.
A cominciare proprio dal tema della crescita, che è rallentata e mette ora in rialzo il rischio di recessione.
Il rapporto, stilato nello scorso dicembre, rileva che le debolezze strutturali dell’Italia sono alla base della perfomance economica del Belpaese, per il quale “i rischi sono significativi e sono al ribasso”.
Secondo il Fondo, in caso di un acuto stress dell’Italia l’effetto contagio potrebbe essere globale e significativo. “Uno stress acuto in Italia potrebbe spingere i mercati globali in territori inesplorati”.
Reddito di cittadinanza bocciato
Sulle misure cardine del governo Lega-M5s la diagnosi non è tenera. A cominciare dal Reddito di cittadinanza, che secondo l’istituzione di Washington prevede un incentivo “molto alto, fissato al 100% della linea di povertà relativa in confronto al 40-70% indicato nelle buone pratiche internazionali”.
Come hanno rilevato Confindustria e altri osservatori, il timore è che si trasformi in un disincentivo al lavoro: “I benefici sono relativamente più generosi al Sud, dove il costo della vita è più basso – si legge – con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro così come di rischi di dipendenza dalla misura di welfare”.
Anche la scala di equivalenza che penalizza le famiglie più numerose finisce nel mirino: “Sebbene i benefici siano finalizzati ai poveri, quelli aggiunti si riducono troppo rapidamente al crescere dei componenti del nucleo familiare, penalizzando le famiglie più numerose mentre i pensionati sono trattati in modo preferenziale. Controlli adeguati saranno essenziali per un efficace controllo dei destinatari del reddito”.
Anche Quota 100 nel mirino
Non scappano alla rete del Fmi neanche le norme previdenziali.
Iniziative come Quota 100 “aumenteranno ulteriormente la spesa pensionistica, imporranno un onere ancora maggiore sulle generazioni più giovani, lasceranno meno spazio alle politiche di crescita pro-crescita e porteranno a tassi di occupazione più bassi tra i lavoratori più anziani”.
In aggiunta, dice il Fondo, “sulla base delle esperienze in altri paesi è improbabile che l’ondata prevista di pensionamenti possa creare altrettanti posti di lavoro per i giovani”.
Il timore in questo caso si ribalta sulla tenuta delle finanze pubbliche. “Anche a politiche invariate – continua l’Fmi – l’Italia dovrà far fronte a pressioni pensionistiche significative nei prossimi 2-3 anni, che metterà a dura prova i conti pubblici”.
Di qui “l’urgenza di razionalizzare gli eccessi all’interno del sistema” previdenziale, “ad esempio collegando strettamente le prestazioni ai loro contributi), mantenendo l’indicizzazione dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e adeguando i parametri pensionistici” alle disponibilità .
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2019 Riccardo Fucile
DOMANI LE PREVISIONI UFFICIALI DI BRUXELLES, SULLA BASE DELL’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA
Sarebbe un taglio clamoroso, addirittura sotto le previsioni da poco rilasciate da Bankitalia e Fmi e che già hanno sollevato un vespaio di polemiche.
La Commissione Ue si appresta a rivedere le stime di crescita dell’Italia per il 2019, con una sforbiciata rispetto alla sua ultima previsione sul Pil di novembre (1,2%) e a quella inserita dal Governo in manovra (1%): secondo quanto riporta l’Ansa, nelle previsioni invernali che Bruxelles pubblicherà domani, nella casella della crescita italiana per il 2019 andrà uno 0,2%. Un dato, precisano fonti europee, che tiene in considerazione anche gli effetti della manovra varata a dicembre.
I numeri sulla crescita italiana sono stati ridimensionati un po’ da tutti i previsori, dopo gli sviluppi che si sono registrati a partire dalla seconda metà dell’anno scorso.
Dopo il -0,1% del terzo trimestre 2018, infatti, l’Istat ha diffuso un altro -0,2% per l’ultimo periodo dell’anno, ponendo il Belpase ufficialmente in recessione tecnica. Via Nazionale, così come il Fondo internazionale, prevedono ora una crescita allo 0,6% per il 2019.
La dinamica negativa certificata dall’Istat per il secondo semestre 2018, alla quale si sommano indicatori di previsione – come gli indici Pmi – sulle prospettive dell’attività manifatturiera in contrazione, lascia una scarsa eredità all’anno in corso: l’abbrivio economico è praticamente perso e servirebbe una crescita assai elevata nei prossimi periodi dell’anno per centrare le stime del governo.
Se la revisione fosse confermata e soprattutto il tasso di crescita durante l’anno si rivelasse tale, si aprirebbero problemi anche per il rispetto dei parametri delle finanze pubbliche.
Per quanto il ministro Tria abbia più volte ricordato come l’accordo con la Ue per evitare la procedura di deficit riguardi il disavanzo strutturale, che non tiene conto della contingenza economica, soltanto pochi giorni fa l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica guidato da Carlo Cottarelli stimava come il debito/Pil rischi di salire, invece che scendere seppur di poco, come promesso all’Unione.
Ancora ieri, ragionando del rallentamento italiano, gli analisti della grande banca internazionale Abn Amro stimavano la possibilità che il deficit/Pil salga dalle parti del 3% quest’anno e il prossimo, suggerendo cautela intorno ai Btp: per gli analisti, fino ad ora sui mercati ci sarebbe stato troppo ottimismo nel registrare le promesse di disciplina sui conti da parte del governo e gli spread potrebbero risentire di queste delusioni.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
CONTE VANEGGIA: “SARA’ UN ANNO BELLISSIMO”, MA TRIA APRE A UNA REVISIONE DELLE STIME
Italy is opportunity: titoli di Stato, ma anche infrastrutture e privatizzazioni. 
Queste occasioni vanno colte e soprattutto – negli auspici e nelle necessità del governo gialloverde – con una certa rapidità .
Lo impone la recessione tecnica, anche se la motivazione va tenuta in sordina, sotto voce.
A New York è da poco sorto il sole e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sa già che dovrà portare a termine una giornata delicata, a stretto contatto con il gotha dell’economia e della finanza statunitense.
Il mandato che arriva da Roma è quello del corteggiamento condito dall’entusiasmo. Il premier Giuseppe Conte ha da poco ribadito il concetto: il 2019 sarà un anno “bellissimo”.
Ma all’indomani dell’arrivo della recessione tecnica contro l’ottimismo dell’esecutivo si scagliano altri tre macigni.
Le immatricolazioni delle nuove auto hanno registrato un tonfo a gennaio, la manifattura non va così male dal maggio del 2013, il Centro studi di Confindustria paventa il rischio di una crescita vicina allo zero.
Tria rifiuta l’idea del governo che è andato in America a chiedere l’elemosina e lo dice chiaramente quando incontra i giornalisti nella sede del consolato italiano per tracciare un bilancio della sua visita al di là dell’Atlantico: “Non ho chiesto favori all’amministrazione Trump, ho solo spiegato” come vanno le cose in Italia.
E anche se le cose in Italia vanno male, la necessità di trovare una sponda tra gli investitori di peso si è dovuta comunque calare nell’atmosfera di ottimismo che Conte, insieme a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno provato anche oggi a far prevalere in Italia, allontanando nuovamente l’ipotesi di una manovra correttiva.
Tria conferma: nessun intervento restrittivo in vista. La linea non cambia anche perchè una grande idea non c’è, come emerso al vertice del triumvirato che si è tenuto ieri a palazzo Chigi.
Si va avanti con la manovra, puntando sul reddito di cittadinanza, quota 100 e investimenti, anche se sono leve sul Pil scariche e fragili.
Solo che la zavorra della recessione si fa sempre più pesante.
Entrando nella pancia della flessione del Pil e delle prospettive che si aprono nei prossimi mesi si scopre che un pezzo importante dell’economia italiana, cioè la manifattura, è in crisi. È il quarto mese di fila.
Ma il livello si è abbassato ancora, toccando il livello più basso da cinque anni e mezzo.
Sono in calo produzioni, nuovi ordini e anche le esportazioni.
I contratti a tempo determinato del settore non seguono i desiderata di Di Maio e del decreto dignità : i rinnovi sono sempre meno.
E poi c’è l’auto, un comparto tradizionalmente di punta: a gennaio le nuove immatricolazioni sono scese del 7,55% rispetto allo stesso mese del 2018. Meno di 165mila macchine immesse sulle strade.
L’escalation qualitativa della recessione tecnica ha portato Confindustria a parlare di un 2019 oramai ipotecato sul fronte della mancata crescita.
L’eredità del 2018 sul Pil è negativa (-0,2%), la produzione industriale è piatta, i servizi poco sopra. Anche con uno sprint a partire dal secondo trimestre è “alta la probabilità di una crescita annua poco sopra lo zero”.
Il governo, nelle esternazioni, non si vuole fare trascinare in questa spirale e punta a una ripartenza nel secondo semestre anche se centrare così l’obiettivo del Pil all’1% è pressocchè irrealistico secondo gli economisti e le principali organizzazioni nazionali e internazionali del settore.
Dietro l’invito a non farsi contagiare dal pessimismo di Tria c’è tutto questo. E c’è l’urgenza, mai come ora, di cercare investitori, imprese e fondi disposti a entrare in Italia portando soldi e lavoro.
Il ministro prova a sostenere la narrazione e dichiara che la ripresa è possibile. Ma nella narrazione dell’anno “bellissimo” lancia un segno. È un movimento per ora abbozzato, ma c’è.
È la prima sfumatura all’interno del governo che va in controtendenza, senza tuttavia sconfessarla, rispetto alla linea dura e pura dello stesso presidente del Consiglio e dei suoi due vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Perchè il titolare del Tesoro ha rotto il tabù del Pil immune dalla recessione tecnica. Se si viaggerà ancora in territorio negativo, addirittura lambendo il terreno radioattivo della crisi – è il ragionamento – allora quel +1% scritto nero su bianco nella manovra potrà cambiare.
“Quando ovviamente il governo dovrà rilasciare altri documenti con nuove previsioni sul tasso di crescita, ovviamente le correggeremo”, ha detto Tria da Washington. Quanto lo scostamento di Tria possa diventare una crepa, riproponendo quei dissidi con Lega e 5 stelle che hanno accompagnato la gestazione della manovra, lo deciderà l’andamento dell’economia nei prossimi sei mesi.
La prima data obbligata già c’è è metà aprile, quando il governo dovrà presentare la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, la cornice dei conti pubblici. Ed è un intervallo temporale assai rischioso perchè a ridosso delle elezioni europee di fine maggio.
Una sfumatura si diceva. Perchè a decretare come la posizione del ministro dell’Economia sia sostanzialmente allineata a quella del triumvirato di governo è l’exit strategy, che non prevede la manovra correttiva.
Le motivazioni che fanno da cemento a questa linea sono sostanzialmente di opportunità politica e di credibilità .
La prima è quella di Lega e 5 Stelle, che non possono permettersi il lusso di arrivare alle elezioni europee di fine maggio con il fardello di un intervento correttivo che necessariamente si tradurrebbe in tagli e nel rischio di un inasprimento delle tasse. Quella della credibilità è invece una partita che si gioca l’intero esecutivo, che dopo il passaggio dalla linea oltranzista a una decisamente più moderata, punta ancora e anzi in maniera esclusiva sulla capacità espansiva della legge di bilancio. Una sicurezza ostentata che si regge però su due leve fragili: il reddito di cittadinanza che impatterà appena per lo 0,2% del Pil e gli investimenti ridotti a poche centinaia di milioni per il 2019.
Sconfessare la linea già nelle prossime settimane è un’ipotesi che fonti di governo definiscono “più che irrealistica”. Si tira avanti con l’entusiasmo.
(da”Huffingtonpost”)
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Febbraio 1st, 2019 Riccardo Fucile
I DATI ECONOMICI NON SONO MANIPOLABILI: IL RALLENTAMENTO E’ COINCISO CON LO SCONTRO TRA IL GOVERNO E LA COMMISSIONE EUROPEA
Luigi Di Maio è sicuro: la recessione è colpa del Partito Democratico. Quando sono usciti i dati che hanno certificato la recessione tecnica per l’Italia il vicepremier e bisministro aveva già organizzato e convocato una conferenza stampa per sostenere che “chi stava al governo prima ci ha mentito, non ci ha portato mai fuori dalla crisi”.
Insomma, sarebbe il Partito Democratico il responsabile della recessione. Ma è davvero così?
Dopo 14 trimestri di crescita congiunturale negli scorsi anni che sono coincisi con la precedente legislatura, anche la viceministra (senza deleghe) all’Economia Laura Castelli ha ribadito oggi il concetto in un’intervista rilasciata a Monica Guerzoni del Corriere della Sera: «È l’effetto di alcune scelte che riteniamo sbagliate,tanto da avere invertito la rotta. Mentre qualcuno si sofferma sui dati del PIL, bisognerebbe raccontare anche che l’Istat ha stimato per dicembre una crescita dell’occupazione di 23 mila unità ,pari allo 0,1%».
E, giusto per essere più chiari: «Gli effetti della nostra manovra si vedranno nei prossimi mesi, non si può pensare che si producano un secondo dopo l’approvazione di una norma. Il decreto dignità è stato varato a luglio e sta avendo degli effetti. Ma pensare che il Pil sia dovuto alla nostra manovra, varata l’altroieri, è assurdo».
Ora, Laura Castelli si vanta dei 23mila posti di lavoro in più senza dire — forse perchè non lo sa… — che il risultato è frutto dell’incremento dei posti precari e delle Partite IVA e della diminuzione di quelli fissi, ovvero del contrario dell’obiettivo che il Decreto Dignità si era prefissato.
Ma queste sono sottigliezze, direbbe Castelli.
Andiamo a vedere cosa dice Il Fatto, giornale che è sempre molto attento alle ragioni del governo Lega-M5S, nell’articolo di Stefano Feltri dedicato alla recessione e all’analisi dei dati:
I dati disponibili indicano che c’è una componente esterna nella frenata, tra guerra commerciale Usa-Cina, rallentamento generale dell’economia mondiale e dell’euro zona. Ma c’è anche una componente domestica: “Come già nei tre mesi precedenti, la caduta del Pil è riconducibile principalmente all’industria e alla domanda interna (pensiamo più per investimenti che per consumi)”, riassume Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo, banca non certo ostile al governo.
Nei dati di congiuntura economica si ha recessione tecnica quando, pur in presenza di un dato tendenziale annuale positivo di crescita del Pil, si registrino almeno due trimestri consecutivi di segno negativo o piatto.
La definizione di recessione tecnica è di Julius Shiskin. In effetti anche Il Sole 24 Ore oggi segnala che il -0,2% degli ultimi tre mesi 2018 riflette un netto peggioramento della congiuntura dell’industria a cui si aggiunge un contributo pure negativo del settore agricolo.
Stagnante l’andamento delle attività del settore dei servizi. Dal lato della domanda, invece, c’è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e uno positivo della componente estera netta.
Ma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha affermato, per una volta non in un fuorionda con Angela Merkel, di recessione «transitoria» dovuta soprattutto a fattori esogeni come la guerra di dazi tra Usa e Cina. Bisogna avere fiducia: «a noi interessa — ha detto — concentrarci sul rilancio della nostra economia che avverrà sicuramente nel 2019, perchè inizieranno a svilupparsi tutte le nostre misure».
Insomma, sono Trump e Xi il problema?
L’economista Francesco Daveri su Lavoce.info ha chiarito ieri proprio questo aspetto:
Sulla base dei dati disponibili si può certamente individuare una parte delle difficoltà dell’economia italiana con una più deludente dinamica dell’export.
Dati alla mano, la crescita dell’export nei primi tre trimestri del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017 (il dato ufficiale del quarto trimestre arriverà solo ai primi di marzo) è stata di poco superiore all’1 per cento, con un picco negativo nel primo — non nel terzo — trimestre 2018.
Il dato 2018 sfigura rispetto al +4,2 medio realizzato nel triennio 2015-17. Insomma, è vero: nel 2018 l’export ha smesso di trainare la ripresa.
Ma è lo stesso Daveri a far notare che sul fronte della spesa delle famiglie (il 60 per cento del Pil italiano) «i dati indicano un calo del consumo di beni, durevoli e non durevoli.
Il calo dei beni non durevoli — pari a meno 0,5 per cento su base annua nei primi nove mesi del 2018 — è la prosecuzione di una tendenza strutturale in atto da tempo: durante la ripresa 2015-17 si è registrato un modesto +0,7 per cento annuo.
Invece la recente brusca frenata del consumo di beni durevoli (+1,6 per cento su base annua, -0,1 per cento sul trimestre precedente) contrasta nettamente con la loro eccellente performance dei tre anni precedenti (+6,4 per cento annuo nel 2015-17).
Lo stesso vale per gli acquisti di mezzi di trasporto aziendali — in crescita a doppia cifra nel 2015-17 — i cui acquisti si sono fermati nel terzo trimestre 2018, facendo scendere il dato annuo a un +18 per cento».
Infine, Carlo Di Foggia sempre sul Fatto emette la sentenza definitiva: nel terzo trimestre 2018 il rallentamento è coinciso con lo scontro tra il governo e la Commissione europea sulla manovra.
Nell’incertezza è probabile che aziende e famiglie abbiano frenato investimenti e acquisti in attesa di conoscerne l’esito.
L’immondo e ridicolo balletto sulla Manovra del Popolo messo in atto dal balcone di Palazzo Chigi da Di Maio e da Salvini in altre occasioni ha quindi provocato gran parte dell’effetto che oggi chiamiamo recessione tecnica.
Con buona pace di chi vuole dare colpa alle amministrazioni precedenti o ai governi precedenti: la Raggi ogni giorno a Roma, Di Maio ogni giorno al governo.
Chi si somiglia, si piglia.
(da “NextQuotidiano“)
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