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IL GOVERNO DEL “SPERIAMO CHE CE LA CAVIAMO”

Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile

VERTICE SULL’ECONOMIA SENZA IDEE PER LA CRESCITA, ASPETTANDO GODOT

L’arrivo dello shock, quello della recessione tecnica, era stato preparato con cura il giorno prima.
Giuseppe Conte davanti agli imprenditori di Assolombarda, la costola calda di un pezzo di Paese sofferente e preoccupato, a farsi volto di un tentativo di sterilizzazione impregnato di difesa, colpe da additare agli altri ed entusiasmo.
Ma quando l’Istat, alle 11, ha certificato il tracollo del Pil, la narrazione dell’ottimismo è piombata sul tavolo di palazzo Chigi – dove il premier ha chiamato a sè Matteo Salvini e Luigi Di Maio – con la zavorra di una grande incognita.
Che fare? Arriveranno misure per “opere e infrastrutture veloci, sblocco dei cantieri e sburocratizzazione”, rivela una fonte.
Lo “yes we can” del governo manca però della grande idea, quella capace di scardinare un trend fitto di rischi e impegni gravosi.
E anche le poche idee in campo, come lo sblocco delle grandi opere, sono fragili perchè in pasto ai dissidi tra Lega e 5 Stelle. Leggesi Tav: il segretario della Lega domani sarà  al cantiere di Chiomonte, il vicepremier grillino no.
Al vertice mancava Giovanni Tria. Il ministro dell’Economia è a Washington, ma non si è discostato dalla linea concordata a palazzo Chigi.
Tirare dritto, puntando sugli effetti espansivi della manovra, a iniziare dagli investimenti pubblici. Il tutto inserito in un ragionamento più ampio e cioè che la contrazione del prodotto interno lordo nel quarto trimestre del 2018 è un passaggio temporaneo, non capace cioè di generare una caduta strutturale dell’economia.
Tra l’altro – insiste il governo – le cause sono da cercare fuori, nel “ciclo economico europeo” per usare le parole che il titolare del Tesoro affida a una nota che tra l’altro cambia in corso, depurata nella versione definitiva del passaggio, errato, che parlava di una riduzione del divario di crescita tra l’Italia e la media dell’eurozona.
La fase operativa di questa narrazione è aspettare giugno, quando le misure previste nella legge di bilancio inizieranno a dispiegare i loro effetti.
Nessuna manovra bis in corsa per correggere il tiro, nessun taglio alla sanità  promette Conte e conferma Salvini.
Un effetto resilienza che punta a una fiammata in sei mesi per raggiungere il traguardo ambizioso di una crescita pari all’1 per cento a fine anno.
.Non c’è spazio per retromarce
Al netto delle convinzioni e degli auspici ci sono però i numeri. A iniziare da quelli che il governo mette in campo proprio per sostenere la narrazione del traguardo che si può raggiungere anche se di corsa e con un sprint vigoroso.
Questi numeri ridimensionano, se non addirittura stroncano, la strategia dell’esecutivo. L’impatto del reddito di cittadinanza sul Pil è quasi irrisorio: lo spingerà  di meno di 0,2 decimi di punto, come si legge nella relazione tecnica che accompagna il decreto sulle due misure chiave della legge di bilancio.
Anche il capitolo investimenti, che Tria insiste per portare subito a compimento, è un motore inceppato: per quest’anno sono a disposizione appena 740 milioni. Mancano risorse e soldi in più non ce ne sono.
Una realtà  amara e che il governo stesso ha dovuto ammettere a se stesso perchè i grandi teorizzatori degli investimenti come panacea di tutti i mali dell’economia italiana, da Tria al collega di governo Paolo Savona, hanno dovuto cedere a Bruxelles. E parecchio. Inizialmente, infatti, lo stanziamento previsto era pari a 9 miliardi in tre anni. Sono scesi a 3,6 miliardi, di cui 740 appunto per il 2019, 1,26 per il 2020 e 3,3 per il 2021.
Non è una questione solo di numeri, ma anche di indirizzo politico, di idea di Paese.
E qui entra in gioco il tema dei destinatari di questi investimenti, già  di per sè esigui.
Ci sono i cantieri dei piccoli Comuni, le opere di secondo livello, ma ci sono soprattutto le grandi opere.
Il grido di dolore delle imprese insiste proprio su questo punto. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, l’ha detto senza troppi giri di parole: “La cura d’urto indicata dalle imprese è l’apertura immediata dei cantieri su cui le risorse sono state già  stanziate. Tav compresa. Sarebbe per l’economia un importantissimo segnale di fiducia”.
Se si prende però in considerazione una delle opere pubbliche principali, cioè la Torino-Lione, si capisce bene perchè la strada tracciata dal governo contiene insidie che non arrivano dall’esterno o che sono colpa del passato. Perchè sulla realizzazione della linea ad alta velocità  non si è ancora arrivati a un punto di sintesi, a un sì piuttosto che a un no.
Ci sono posizioni diverse tra il Carroccio e i pentastellati, temporeggiamenti, analisti costi-benefici da analizzare. Ad oggi uno stallo. Alimentato, per interessi e motivi diversi, dallo stesso governo.
Alla narrazione del governo si oppongono concessioni e impegni già  in calendario e che non possono essere elusi.
Per evitare la procedura d’infrazione da parte della Commissione europea, il governo è sceso a patti e questi patti prevedono il congelamento di 2 miliardi.
Sono risorse che non possono essere utilizzate fino a luglio. Se il trend negativo del Pil andrà  avanti anche nel primo semestre dell’anno questa scadenza slitterà  ancora e quindi ci saranno soldi in meno per gli incentivi alle imprese, ma anche per lo sviluppo della mobilità  locale, Forze armate e diritto allo studio.
Tutto bloccato per quest’anno. E poi c’è il rubinetto, gestito dalla Ragioneria generale dello Stato, quindi il ministero dell’Economia, quindi Tria (con tutte le fibrillazioni dentro il governo che questo scenario può creare).
Anche in questo caso il Pil in caduta libera gioca un ruolo determinante. Se la crisi morderà , le domande per il reddito aumenteranno.
Solo che nella manovra c’è scritto che in caso di esaurimento dei fondi, proprio a fronte di un numero troppo elevato di richieste, si interverrà  con uno stop dell’erogazione del sussidio e con la “rimodulazione dell’ammontare del beneficio”.
Prima della fiammata auspicata, il governo ha anche un impegno imponente. Nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, a metà  aprile, deve indicare come recuperare i 23 miliardi che servono a disinnescare le clausole di salvaguardia ed evitare così che scatti l’aumento dell’Iva. Tutto questo al netto dei movimenti dei mercati, che negli scorsi mesi hanno mandato in subbuglio i titoli di Stato ed eroso ricchezza al Paese.
L’aumento dello spread da giugno a novembre dello scorso anno è costato quasi 1,5 miliardi di interessi in più ai cittadini: saliranno a oltre 5 miliardi quest’anno senza considerare nuove turbolenze.
Poi ci sono i giudizi delle agenzie di rating: Fitch il 2 febbraio, Moody’s il 15 marzo, Standard & Poor’s il 26 aprile. Gli economisti sono più che scettici. “Rispettare quel tasso di crescita, già  corretto rispetto alla bozza iniziale e poi inserito nella legge di bilancio, dell’1% è del tutto irrealistico. Si dovrebbe avere un tasso di crescita abnormemente elevato nel secondo semestre”, spiega Marcello Messori in un’intervista a Huffpost.
Un miracolo insomma.

(da “Huffingtonpost“)

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L’ECONOMISTA QUADRIO CURZIO: “SIAMO IN RECESSIONE, MA ANCHE DI PIU'”

Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile

“NEGLI ULTIMI DIECI ANNI CONTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI PUBBLICI DEL 30%”… “CRESCEVAMO DA 17 TRIMESTRI, IL TREND DI DISCESA DEI TASSI SI E’ BLOCCATO CON QUESTO GOVERNO”

La notizia anticipata ieri dal Presidente del Consiglio Conte e oggi ufficializzata dai dati Istat è brutta anche se era attesa, ma forse non così.
Nel IV trimestre il Pil è sceso dello 0,2 sul precedente trimestre cosi accentuando la caduta già  registrata nel III trimestre e portando la crescita di tutto il 2018 allo 0,8%. La (de)crescita acquisita del PIL per il 2019 è di meno 0,2%. Per trovare una performance peggiore di questa bisogna risalire al quarto trimestre del 2013 quando l’Italia era ancora nella peggiore crisi da decenni.
Le rassicurazioni del Presidente del Consiglio Conte e quelle del Ministro Tria sul fatto che nel secondo semestre ci riprenderemo non bastano e comunque non risolvono i problemi italiani.
Che per il vero non dipendono dalle due personalità  di Governo citate, ma semmai, almeno in parte, da altri esponenti “innovatori” del Governo. Personalità  che daranno la colpa ai precedenti Governi e all’Europa mentre l’opposizione darà  la colpa al Governo in carica.
Ci sono alcune ragioni da ambo le parti, ma resta il fatto che da 17 trimestri crescevamo e che il trend di discesa dei tassi si è interrotto con questo Governo.
E’ vero che rallenta l’Europa, ma noi andiamo peggio.
Regge ancora il nostro export in forza della capacità  innovative del manifatturiero concentrate in alcune regione del nord. Troppo poco per far crescere un paese con 60 milioni di abitanti in un contesto di concorrenza internazionale e di innovazione tecno-scientifica.
Eppure l’Italia resiste avendo molti punti di forza (risparmio delle famiglie, capacità  di sopportare -ma non di ridurre- un debito pubblico enorme, primati mondiali in alcuni settori, ecc.)
Ma il Sistema Italia nel suo complesso non è stato ammodernato negli ultimi 20 anni, cioè dall’inizio dell’euro quale data di confine tra due periodi storici.
Una causa su tutte è responsabile: il continuo cambiamento delle politiche economiche dei governi che si sono succeduti e quindi la mancanza di una visione di interesse nazionale al di là  delle parti politiche che avrebbe dovuto puntare su tre grandi filiere: semplificazioni e legalità ; investimenti e infrastrutture; innovazione e istruzione. Altri problemi non meno importanti, come quello del divario nord-sud, in parte rientrano nelle precedenti filiere
Investimenti e infrastrutture in Italia
Consideriamo oggi solo questo tema. Dalle quote degli investimenti sul Pil del 2007, nel decennio 2008-17 la contrazione degli investimenti pubblici è stata del 30%, con un mancato investimento totale di 57 miliardi. Nello stesso arco temporale, causa il calo delle quote di investimenti sul Pil dal 2017 sono mancati 506 miliardi di investimenti totali. Molti sono i fattori di questo crollo.
Con particolare attenzione a quelli pubblici in infrastrutture vi è la crisi finanziaria e i vincoli di finanza pubblica europei; i colli di bottiglia generati dal quadro giuridico amministrativo italiano; la disomogeneità  e discontinuità  dell’azione politica sulle priorità  degli investimenti infrastrutturali; la difficile programmabilità  di tempi e costi delle opere talvolta anche per la fragilità  dimensionale e finanziaria delle imprese appaltatrici.
Adesso sono fermi o vanno a rilento progetti di varie decine di miliardi di investimenti pubblici senza i quali la nostra ripresa sarà  lenta e fragile.
Guardando più da vicino gli investimenti della Pubblica Amministrazione in Italia dal 2000-2016 si possono individuare tre fasi: dal 2000 al 2004, vi è stata una crescita da 26.49 miliardi di euro nel 2000 a 36.09 miliardi nel 2004; dal 2004 al 2009, vi è stata una fase di mantenimento con una spesa di 33/34 miliardi annui; dal 2009 al 2016 vi è stato un calo drammatico da 36.15 miliardi a 20.18 miliardi.
Non è solo una questione di quantità  perchè la qualità  conta.
Adesso siamo nella quarta fase che è tutta da scoprire, ma che se continua in base al trend attuale accompagnerà  il declino dell’Italia in termini di qualità  della vita, occupazione e sicurezza, anche ambientale.
La situazione europea
Quanto detto chiama in causa anche le responsabilità  del’Europa. Nei 10 anni 2007-18 si è registrato un calo del livello di investimenti pubblici in infrastrutture, rispetto alle quote sul Pil del 2007, che per la UE27 è stato di circa 153 miliardi e per l’Eurozona a 263 miliardi. A loro volta gli investimenti totali mancanti rispetto a quelli pre-crisi sono di 3295 miliardi nella UE27 e di 2746 miliardi nell’Eurozona. Sono entità  enormi che rendono tutta l’Europa molto debole nei confronti di altri grandi Poli economici mondiali come Usa e Cina
Sappiamo che la Commissione Europea ha dato vita nel 2015 al Piano Juncker, che opera attraverso lo strumento finanziario del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI) in collaborazione con la Banca Europea per gli Investimenti (BEI). L’obiettivo del Piano Juncker è stato quello di mobilitare investimenti infrastrutturali per 315 miliardi di euro per il triennio 2015-2018. Il risultato pare sia raggiunto e l’Italia ne ha tratto beneficio.
Il programma è stato poi esteso al 2020, con un obiettivo di mobilitazione degli investimenti di 500 miliardi di euro. E’ stato un notevole passo avanti europeo anche dal punto di vista della valutazione dei progetti. Un’ulteriore iniziativa prefigurata dalla Commissione e dal Parlamento in occasione dell’adozione del prossimo bilancio UE 2021-2027 è quella del programma InvestEu che, con garanzie da bilancio UE per 49,5 mld, mira a mobilitare 650 mld di euro in investimenti
Non basta
Una delle grandi sfide del XXI secolo è proprio quella dello sviluppo sostenibile su scala globale come prefigurato da Agenda 2030 dell’ONU che richiede investimenti. Alle elezioni europee ci saranno confronti tra partiti politici con ricette vecchie (liberismo o dirigismo) e con ricette anticamente nuove (sovranismo o federalismo). Speriamo che compaia anche qualche formazione politica trasversale che si impegni nei sei anni del ciclo politico-istituzionale europeo per affiancare alla cultura della pace costruita nei 70 anni passati anche quella della pace protetta dai nazionalisti e dai rigoristi attraverso istituzioni funzionali capaci di governare lo sviluppo comune investendo soprattutto in istruzione e innovazione, perchè la maggiori diseguaglianze future verranno da qui.

Alberto Quadrio Curzio
Economista, presidente emerito Accademia dei Lincei
(da “Huffingtonpost”)

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L’ECONOMISTA MESSORI: “LA SITUAZIONE E’ PIU’ GRAVE DEL PREVISTO, IL PIL NON RIPARTE CON I CONSUMI”

Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile

“LA FRENATA DEL PIL FARA’ SCATTARE LA CLAUSOLA DA DUE MILIARDI PATTUITA CON LA UE”

Una situazione “più grave del previsto”, per uscire dalla quale non basterebbero tassi di crescita oggi altamente improbabili negli ultimi sei mesi del 2019.
E le cause non sono imputabili soltanto, come sostiene il Governo, a fattori esterni ma pure a precise scelte dell’esecutivo che rischiano di aggravare ancora di più la condizione dell’economia italiana.
È l’opinione di Marcello Messori, economista ed ex presidente di Ferrovie dello Stato.
Secondo Messori, la recessione ancorchè tecnica in cui è caduta l’Italia è stata facilitata dall’aumento dell’incertezza scatenato dallo scontro tra Italia e Ue e dalla risalita dei tassi di interesse. La scelta del Governo di concentrarsi sul rilancio dei consumi è votata al fallimento, sostiene l’ex presidente di Fs.
Gli ultimi due trimestri del 2018 hanno certificato l’ingresso dell’Italia in recessione tecnica. Nell’anno da poco iniziato è lecito attendersi un recupero?
Se la stima preliminare dell’Istat sarà  confermata, la situazione è più grave del previsto. Noi economisti ci aspettavamo un -0,1% nell’ultimo trimestre, non lo 0,2%. Questo ha una implicazione sull’effetto trascinamento, l’impatto della recessione sul 2019 sarà  negativo di -0,2%. Rispettare quel tasso di crescita, già  corretto rispetto alla bozza iniziale e poi inserito nella legge di Bilancio, dell’1% è del tutto irrealistico. Si dovrebbe avere un tasso di crescita abnormemente elevato nel secondo semestre per rispettare la stima del Governo.
Il premier Conte ha detto che i dati negativi non dipendono dal Governo ma dal contesto internazionale.
C’è un impatto internazionale, sicuramente. Per una economia sostenuta dalle esportazione nette come quella italiana, il rallentamento del commercio è sicuramente un aspetto problematico. Va sottolineato però che il dato migliore nell’ultimo trimestre è relativo proprio all’export. Le vere componenti negative derivano dalla domanda interna e dagli investimenti. Certamente la caduta in recessione ha quindi a che fare con due elementi: l’aumento della struttura dei tassi di interesse che con vari picchi si è avuta dalla primavera scorsa fino alla fine dell’anno, con ripercussioni sugli investimenti privati. E l’aumento dell’incertezza politica, che ha frenato ancora investimenti e pure i consumi. Ci sono perciò fattori endogeni, non solo esogeni, alla radice della recessione italiana.
Di fronte a questa situazione, la legge di Bilancio è ancora adeguata?
No, interventi efficaci dovrebbero sostenere gli investimenti pubblici come volano per quelli privati. Com’è noto, la manovra prevede un ammontare molto limitato di investimenti pubblici, ha appesantito la pressione fiscale sulle imprese più efficienti e l’ha ridotta solo sulle piccole unità  produttive, che incontrano molte difficoltà  ad effettuare investimenti innovativi. E certamente non ha rimosso l’incertezza politica. C’è poi un altro punto: la situazione attuale è soggetta alla spada di Damocle della valutazione di maggio da parte della Commissione Ue.
Ieri il premier Conte, parlando ad Assolombarda, ha detto di aspettarsi il “riscatto” dell’economia solo a partire dal secondo semestre del 2019. I primi sei mesi quindi si prevede un quadro economico ancora in sofferenza…
Noi entriamo nel 2019 con un -0.2%. Se i primi due trimestri avranno un andamento negativo/stagnante, anche due ultimi trimestri brillantissimi, al di sopra del 2,5%, non sarebbero sufficienti ad assicurare un tasso di crescita adeguato. Temo che ci siano nubi molto dense sul 2019, e in questo quadro gli elementi di incertezza non saranno certo compensati da uno stimolo in termini di consumi. Anche perchè con un incertezza prolungata, ne risentiranno le stesse scelte di spesa delle famiglie.
Si spieghi meglio.
C’è un accordo con la Commissione su un cuscinetto di due miliardi che scatterà  se non verranno rispettati i saldi di bilancio pubblico previsti dalla legge di Bilancio. Se i primi due trimestri si confermeranno negativi, questa clausola scatterà . In più c’è un impegno scritto sul reddito di cittadinanza: se la spesa eccederà  le previsioni vi sarà  una riduzione del trasferimento del reddito mensile alle famiglie. Com’è possibile che un governo che si è impegnato con un individuo in difficoltà  a trasferire un certo ammontare di risorse, poi i mesi successivi lo riduce per vincoli di bilancio? È chiaro che così si crea ulteriore incertezza. Temo che anche gli effetti sui consumi saranno limitati.
Quindi si torna al punto di partenza. Servono più investimenti, ma con i vincoli di spesa e visti gli impegni assunti che il Governo non pare intenzionato a rivedere, i margini d’azione sono limitati, se non inesistenti.
Perciò sarebbe opportuno partecipare in modo attivo alla discussione europea per rafforzare quel progetto di prosecuzione del piano Juncker che raddoppi le risorse e consenta programmi di investimento europei. Purtroppo la situazione è ancora più complicata. Basta fare più investimenti, quindi? No. Gli investimenti devono essere efficienti, e nel nostro Paese c’è un problema di attuazione delle decisioni assunte. Il tempo medio di attuazione di un investimento in Italia è di anni, se non di quinquenni.
I tempi per rimettersi in carreggiata ora appaiono stretti.
Lo so benissimo, infatti era un problema che si era posto a settembre, se no nprima. Ora raccogliamo i cocci, purtroppo. Queste cose vanno preparate, e vanno trovate soluzioni a ostacoli appoggiandosi a soluzioni europee. Il piano Juncker ha funzionato bene, tutto sommato, per l’Italia. Ci sarebbero spazi, ma si aprono solo se non si ha una posizione conflittuale con la Commissione. Abbiamo costruito un quadro negativo ma se guardiamo al 2020 e al 2021 non migliora, visto che da aprile dovremmo cominciare a predisporre i documenti fiscali per il prossimo triennio, con il macigno delle clausole di salvaguardia.
Meglio tralasciare per ora questo capitolo.
Infatti.

(da “Huffingtonpost”)

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RECESSIONE TECNICA, DI MAIO COMICO COME IL SUO VATE: E’ SEMPRE COLPA DEL PD

Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile

DATI PREOCCUPANO INPS E CONFINDUSTRIA: “ANDRA’ ANCHE PEGGIO”

Mentre il governo si affretta a puntare il dito contro gli esecutivi precedenti per le cifre, diffuse dall’Istat, sulla recessione tecnica dell’Italia, i vertici Confindustria e Inps non nascondono le loro preoccupazioni per i dati negativi del pil.
Il primo a lanciare le accuse è Luigi Di Maio: “I dati Istat di oggi testimoniano che chi stava al governo non ci ha portato fuori dalla crisi”
Non sono della stessa idea gli esponenti del Partito democratico che respingono l’accusa al mittente e chiedono al ministro dell’Economia di riferire in Aula: “Sono stati diffusi i dati Istat sul Pil e chiediamo formalmente che il ministro Tria venga immediatamente a riferire in Aula”, ha detto Enrico Borghi alla Camera.
“Con le nostre scelte, quattordici trimestri di crescita, con le loro scelte subito recessione. Stanno portando il Paese a sbattere: cambiamo strada prima che sia troppo tardi”, ha scritto Matteo Renzi su Facebook.
Dal mondo dell’impresa arriva l’allarme: se non si agisce subito il futuro sarà  più tetro. Lo dice chiaramente Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria: “A gennaio avremo un rallentamento ancora superiore rispetto al quarto trimestre dato al rallentamento della Germania. Speriamo che il Governo faccia propria l’idea di aprire subito i cantieri”.
Priorità , dunque, a investimenti privati e pubblici: “Bisogna reagire quanto prima”, insiste Boccia. Preoccupato anche Tito Boeri, presidente dell’Inps: “Il rallentamento del pil preoccupa anche per le ricadute che potrà  avere sui bilanci Inps. Una frenata ha effetti anche sulla contribuzione previdenziale”.

(da “Huffingtonpost”)

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PIL, NEL QUARTO TRIMESTRE CALO DELLO 0,2%, ITALIA IN RECESSIONE

Gennaio 31st, 2019 Riccardo Fucile

NEL 2019 LA CRESCITA ACQUISITA PREVISTA A – 0,2%

L’Italia è in recessione tecnica.
L’Istat, nelle sue stime preliminiari, ha certificato che il Pil nel quarto trimestre è sceso dello 0,2%, mettendo a segno il secondo calo consecutivo dopo quello del terzo trimestre.
Si tratta del peggiore calo trimestrale da cinque anni a questa parte e per trovare un dato simile bisogna tornare al quarto trimestre del 2013, quando il Pil segnò appunto un equivalente -0,2% mentre l’ultima volta in cui il Paese si è trovato in recessione è stato il primo trimestre del 2013.
Nella sua comunicazione l’Istituto di statistica evidenzia che nel 2018 il Pil italiano ha registrato un aumento dell’1% in base ai dati trimestrali grezzi, in netta frenata rispetto all’1,6% del 2017, mentre il dato corretto per gli effetti di calendario mostra una crescita dello 0,8% (nel 2018 ci sono state 3 giornate lavorative in più rispetto al 2017).Le previsioni del governo per il 2018 si attestano all’1%.
Il dato pienamente confrontabile sarà  però quello che l’Istat renderà  noto il primo marzo, calcolato in modo più approfondito e con una diversa metodologia.
Nel confronto con il quarto trimestre 2017 il Pil è aumentato dello 0,1%. Si tratta di “un ulteriore abbassamento del tasso di crescita tendenziale” che nel terzo trimestre era pari a +0,6% e nel secondo a +1,2%. Il quarto trimestre del 2018 ha avuto una giornata lavorativa in meno rispetto al trimestre precedente e due giornate lavorative in più rispetto al quarto trimestre del 2017.
Una doccia fredda per l’Italia, visto che l’Istat evidenzia anche che il 2018 lascia un’ereidta pesante per l’anno che verrà . La crescita acquisita per l’anno in corso, quella cioè che si realizzerebbe se tutti i trimestri del 2019 registrassero una variazione del Pil pari a zero, è infatti pari a -0,2%.
Un fardello che rende ancora più difficile, se non quasi impossibile, centrare l’obiettivo del +1% di crescita fissato dal governo in occasione dle varo della Manovra.

(da agenzie)

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MAGGIORANZA ALLO SBARAGLIO SULL’ECONOMIA: TUTTI I DISASTRI DELLA BANFINOMICS

Gennaio 23rd, 2019 Riccardo Fucile

STILE DI CRESCITA SBALLATE, CRITICHE ALL’AUSTERITA’ FUORI TEMPO MASSIMO, ANALISI APPROSSIMATIVE SUL CFA… IL GOVERNO COLLEZIONA SOLO GAFFE E IMPRECISIONI

Le sortite degli ultimi giorni dei maggiori esponenti della maggioranza gialloverde meritano di essere sottolineate: sulle stime del Pil di quest’anno, sulle responsabilità  dell’Fmi nell’austerità  e sulla area monetaria franco-africana, sono state collezionate gaffe e imprecisioni oggetto di contestazioni da tutte le parti.
Un tempo si sarebbe potuto avvicinare l’economia dei gialloverdi alla Patafisica, oggi si potrebbe parlare — con tutto il rispetto e la simpatia per l’attore — di Banfinomics.
Il primo punto è quello delle stime del Pil di quest’anno: non è un fatto irrilevante perchè il Pil è il “fatturato” dell’Azienda Italia e se continua a diminuire un giorno a l’altro lo avvertiremo nelle nostre tasche.
La Banca d’Italia e il Fondo monetario stimano che crescerà  solo dello 0,6 per cento, il governo ha messo nei suoi documenti l’1 per cento dopo aver rinunciato — in seguito al negoziato con Bruxelles — all’obiettivo irrealistico dell’1,5 per cento.
Ogni stima si può contestare, ma non si possono contestare il buon senso e l’aritmetica.
Carlo Cottarelli in una nota dell’Osservatorio della Cattolica spiega molto bene che acquisito che gli ultimi due mesi del 2018 saranno negativi, il prossimo anno per arrivare all’1 per cento dovremmo correre come i cinesi: nella seconda metà  dell’anno il tasso di crescita medio trimestrale dovrebbe essere dell’1 per cento e il tasso annualizzato addirittura del 4 per cento.
“A me sembra impossibile, a meno di miracoli”, commenta il rapporto di Cottarelli. Lottare contro queste cifre sembra inutile, anche perchè sulle stime per l’Italia c’è convergenza di istituti pubblici e di banche d’affari private di mezzo mondo, un processo cui partecipano centinaia di economisti che condividono metodologie e modelli.
La polemica contro l’austerità  che è stata scagliata contro l’Fmi come ritorsione per le sue previsioni deludenti sull’economia italiana è fuori tempo.
Dato per scontato che oggi è difficile trovare fautori dell’austerità  e della cura che fu imposta alla Grecia, è necessario aggiornare i propri giudizi.
Sia la Commissione europea che l’Fmi hanno abbandonato il super-rigorismo e l’idea dell’austerità  espansiva proprio dopo la crisi greca del 2009-2012: la svolta avvenne nel 2013 con il capo economista dell’Fmi Olivier Blanchard che fece autocritica sui modelli econometrici dell’Fmi che sottovalutavano l’impatto dei tagli del deficit sul Pil. Inoltre, se si vanno a sfogliare le cronache degli ultimi anni delle riunioni dell’Fmi, si scopre che nel palazzone di Washington non si respira più l’aria di grisaglia di un tempo: imperversano temi dello sviluppo, dell’Africa e del Sud est asiatico, vengono misurate le diseguaglianze, si segnala la quantità  del reddito mondiale che si è spostata dal lavoro al capitale e non vengono risparmiate critiche alla globalizzazione senza regole.
Anche l’Europa dopo la crisi greca ha cambiato rotta. Basti ricordare la cosiddetta Comunicazione Juncker, adottata all’inizio del 2015, che prevedeva una flessibilità  del deficit in cambio di riforme: l’Italia ha beneficiato, grazie a queste politiche, di 30 miliardi di margini di bilancio.
Quanto all’intera Eurozona basta vedere un eloquente indicatore di austerità  come l’avanzo primario che è costituito dalle entrate, meno le spese, al netto degli interessi: è ovvio che più è alto più c’è austerità , cioè non si spendono neppure le maggiori entrate.
Ebbene nel 2014 il surplus primario al netto del ciclo nell’Eurozona era pari all’1,5 per cento (4 per l’Italia), nel 2018 era sceso all’1 (1,9 per l’Italia) e oggi le previsioni Ue per il 2019 dicono 0,6 per l’area dell’euro e 0,8 in Italia.
Anche l’idea che l’unione monetaria franco-africana, in vigore sostanzialmente dal 1945, sia una espressione coloniale di Parigi, è sbagliata come hanno commentato economisti ed esperti di politica internazionale.
Lo dimostrano soprattutto i risultati dei 14 paesi della Communautè Financière Africane (CFA).
Queste nazioni hanno tratto solo benefici dalla moneta unica: negli ultimi 25 anni, soprattutto quelle occidentali, sono cresciute come “gazzelle nere” al tasso del 5-6 per cento e l’inflazione è rimasta al 2 per cento.
Un bel successo visto che altri paesi africani, come lo Zimbabwe, sono divenuti proverbiali per banconote da trilioni di dollari.
Peraltro nell’unione monetaria ci sono due paesi che non sono ex colonie francesi (la “portoghese” Guinea Bissau e la “spagola” Guinea equatoriale) mentre altri paesi sono usciti e poi rientrati liberamente.
Per finire: solo l’8 per cento dei migranti che arrivano in Europa provengono dalla Cfa.
Ma la Banfinomics dice il contrario.

(da “La Repubblica”)

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TUTTI GLI ESPERTI TAGLIANO LE STIME DI CRESCITA DELL’ITALIA

Gennaio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

DOPO BANKITALIA E FMI, ANCHE LA UE E’ L’OCSE BOCCIANO LE PREVISIONI DEL GOVERNO

Terzo e ultimo, in ordine di tempo, Pierre Moscovici. Dopo Bankitalia e Fondo Monetario Internazionale, tocca alla Commissione Ue dare al Governo italiano la notizia della revisione al ribasso delle previsioni sulla crescita dell’Italia.
“Tra qualche settimana rivedremo le stime di crescita per l’Italia e la Ue” ha indicato ai giornalisti il commissario Ue agli affari economici prima dell’avvio della riunione Ecofin.
In autunno la Commissione Ue stimava per l’Italia una crescita del Pil pari all’1,2% nel 2019 e all’1,3% nel 2020. Poi a fine anno ha lottato duramente con il Governo di Roma perchè rivedesse al ribasso le sue previsioni di crescita – ottenendo che passassero da +1,5% a +1% nel quadro previsionale della legge di bilancio.
Bankitalia e Fmi prevedono ora che la crescita nel 2019 sarà  pari allo 0,6% e diversi considerano questa una stima ancora ottimistica.
“Durante il negoziato con l’italia siamo tornati a stime più realistiche e adesso il Fondo monetario internazionale, che è una istituzione seria, ha rivisto le proprie stime: posso dire solo che rivedremo le nostre, un po’ di pazienza”, ha detto Moscovici.
Le stime Ue di autunno indicavano per la Ue-27 (senza Regno Unito) +2% e +1,9% nel 2019 e nel 2020, per l’Eurozona +1,9% e +1,7%. Moscovici non ha fornito indicazioni sull’entità  della revisione.
L’accordo trovato con il Governo italiano sulla manovra per il 2019 è “il migliore possibile” e “non va dimenticato che un altro modo di procedere ci avrebbe portati ad una crisi tra l’Eurozona e l’Italia, che sarebbe stata negativa per entrambe le parti: molto negativa per l’Italia e negativa per l’Eurozona, o viceversa” sottolinea poi il commissario Moscovici, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, dopo che il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoesktra ha annunciato di volere chiarimenti sull’accordo trovato con Roma sulla manovra.
“Non dobbiamo avere sospetti sui risultati del negoziato con l’Italia, francamente non dobbiamo avere sospetti tra noi, non è questo il modo di lavorare tra noi”, ha concluso Moscovici, precisando che Hoekstra è stato il solo ministro a sollevare la questione italiana.
Anche l’Ocse, potrebbe rivedere al ribasso le stime del Pil italiano, dopo averlo già  fatto lo scorso novembre. Il segretario generale dell’organizzazione parigina, Angel Gurria, ha risposto “forse sì, vedremo” ai giornalisti che a margine dei lavori del Wef gli chiedevano se verranno riviste le previsioni.
La prossima occasione sarà  nel mese di marzo, quando l’Ocse renderà  pubbliche le nuove stime. C’è da dire che l’Ocse ha già  tagliato le stime del Pil italiano riducendole dello 0,2% sia nel 2018 sia nel 2019 (rispettivamente all’1% e allo 0,9%).

(da agenzie)

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“L’ITALIA ZAVORRA L’ECONOMIA MONDIALE”: DOPO BANKITALIA ANCHE IL FMI TAGLIA LE STIME

Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE PREVEDE UNA CRESCITA DI APPENA LO 0,6% NEL 2019… IL DELIRIO DI SALVINI: “SONO LORO UNA MINACCIA”, CHIAMATE IL 118 E FATEGLI UN TSO

In perfetta sintonia con quella Banca d’Italia che secondo Luigi Di Maio “sbaglia sempre”, anche il Fondo monetario internazionale taglia le stime di crescita dell’Italia allo 0,6 per cento per l’anno in corso.
Una revisione di quattro decimali rispetto a tre mesi fa e un numero che potrebbe anche peggiorare, se lo spread dovesse rimanere alto. Il “boom economico”, per ora, sembra inghiottito da un orizzonte dove si stanno addensando molte nubi scure.
Oltretutto, la zavorra non viene dall’estero; la zavorra siamo noi.
Ed è la nuova capoeconomista del Fondo, Gita Gopinath, a dirlo a chiare lettere, nella conferenza stampa di presentazione dell’aggiornamento delle stime sull’economia globale: “Il costoso intreccio tra rischi sovrani e rischi finanziari in Italia rimane una minaccia”.
Mentre a ottobre era stato il braccio di ferro commerciale tra Stati Uniti e Cina a imbrigliare l’economia globale, da allora l’ulteriore freno al Pil è “in parte” imputabile alla Germania e all’Italia, si legge nel documento.
Nel caso del nostro Paese “le preoccupazioni sui rischi sovrani e finanziari” – tradotto, lo spread alle stelle dei mesi scorsi – “ha schiacciato la domanda interna”.
Argomentazioni che scatenano immediata la risposta del vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini: “Piuttosto è il Fmi che è una minaccia per l’economia mondiale”
Stando alle previsioni del Fondo, il Pil globale rallenta quest’anno di due decimali al 3,5 per cento, l’area euro dello 0,3 per cento a quota 1,6. La recessione, ha sottolineato il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, “non è ancora dietro l’angolo”, ma i rischi di “un calo repentino” della crescita globale sono aumentati.
Nell’aggiornamento presentato al Forum economico mondiale di Davos del tradizionale ‘outlook’ autunnale, il Fmi rileva inoltre che lo spread italiano è sceso rispetto al periodo più nero dello scontro sulla manovra, ma “che resta alto”.
E aggiunge che “un prolungato periodo di differenziale alto potrebbe mettere sotto pressione le banche italiane, pesare sull’economia e peggiorare la dinamica del debito”.
Pesante anche la revisione per la Germania, che secondo gli economisti di Washington crescerà  solo dell’1,3% ne 2019, dunque sei decimali in meno rispetto alle stime d’autunno.
Interessante anche la Francia, meno colpita dalla correzione delle stime (1,5 per cento invece di 1,6) ma dove si può già  riconoscere un riflesso negativo “delle proteste di piazza”, insomma un effetto-gilet-jaune.
L’Italia è afflitta invece “dalla debolezza della domanda interna, dagli oneri più alti sul credito dovuti alle pressione ancora alte sui rendimenti dei titoli governativi”, mentre la Germania ha sofferto sia per i consumi e gli investimenti al palo sia per la nota revisione di alcune norme per le emissioni delle auto che hanno messo il freno all’industria trainante.

(da agenzie)

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BANKITALIA: CONSUMI IN CALO NEL 4° TRIMESTRE, E’ RECESSIONE TECNICA

Gennaio 18th, 2019 Riccardo Fucile

E IPOTIZZA UNA CRESCITA ALLO 0,6% CONTRO L’ 1,5%, DIVENTATO POI 1% DEL GOVERNO

Ci sarà  stata una distensione sui titoli di Stato, con lo spread che in questi giorni veleggia ai livelli di settembre, ma a preoccupare è sempre più l’evoluzione dell’economia reale.
Lo certifica anche l’ultimo bollettino della Banca d’Italia, che sintetizza tutti i timori in un dato: il Pil quest’anno è visto in crescita dello 0,6 per cento, “0,4 punti in meno rispetto a quanto valutato in precedenza”.
Si scende ancora rispetto all’1 per cento che rappresenta l’ultima indicazione ufficiale del governo, per altro già  rivista dal +1,5% inizialmente stimato, poi corretto nel corso della trattativa con la Ue che ha portato alla revisione dei saldi della Manovra per evitare la procedura d’infrazione.
Secondo via Nazionale, questa sforbiciata si deve a una serie di cause: “Dati più sfavorevoli sull’attività  economica osservati nell’ultima parte del 2018, che hanno ridotto la crescita già  acquisita per la media di quest’anno di 0,2 punti; il ridimensionamento dei piani di investimento delle imprese che risulta dagli ultimi sondaggi; le prospettive di rallentamento del commercio mondiale. Sono invece moderatamente positivi gli effetti sulla crescita dell’accordo raggiunto dal Governo con la Commissione europea: l’impatto favorevole della diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine compensa ampiamente quello degli interventi correttivi apportati alla manovra”. Nei prossimi anni le cose dovrebbero andare un poco meglio: “Le proiezioni centrali della crescita nel 2020 e nel 2021 sono dello 0,9 e dell’1,0 per cento, rispettivamente, ma l’incertezza su questi obiettivi è “particolarmente ampia”.
Il documento periodico parte proprio dall’analizzare le fonti di tensione che stanno frenando il commercio globale: i problemi sono ben noti, dal braccio di ferro Cina-Usa alla Brexit, passando per le tensioni sui mercati finanziari in particolare quelli emergenti.
La previsione per l’Italia, dopo il passaggio in negativo del Pil nel terzo trimestre, è che anche il quarto periodo del 2018 possa segnare una ulteriore contrazione dell’attività  economica.
L’Italia sarebbe così in ‘recessione tecnica’, senza l’appiglio dei consumi che – dopo il calo dello 0,1 per cento nel terzo trimestre – anche nei mesi finali dell’anno scorso sono attesi deboli.
Per l’anno nuovo, incertezze commerciali e tensioni politiche interne stanno indebolendo gli investimenti delle aziende e la domanda interna soffre. L’abbassamento delle stime di 0,4 punti percentuali – dettaglia Bankitalia – rispetto a fine novembre si deve all’aggiornamento delle informazioni disponibili, dal quadro globale alla minore domanda estera, passando per il “ridimensionamento dei piani di investimento”.
Il calo dello spread dopo l’accordo con la Commissione serve a compensare ampiamente gli effetti diretti della Manovra, che è meno espansiva di quanto fosse in origine.
Nonostante il taglio alle stime, Bankitalia vede all’orizzonte ancora possibilità  che la crescita deluda. “Oltre ai fattori globali di incertezza già  ricordati”, sintetizza il bollettino, “i rischi al ribasso per la crescita sono legati all’eventualità  di un nuovo rialzo dei rendimenti sovrani, a un più rapido deterioramento delle condizioni di finanziamento del settore privato e a un ulteriore rallentamento della propensione a investire delle imprese. Un più accentuato rientro delle tensioni sui rendimenti dei titoli di Stato potrebbe invece favorire ritmi di crescita più elevati”.
La voce di Bankitalia non è certo isolata.
Solo pochi giorni fa l’agenzia di rating S&P aveva ricordato come la stima di crescita per l’Italia possa essere allo 0,7%, contro il +1,1% riportato in autunno.
Il Centro studi Confindustria stimava, a ottobre e quindi ben prima della correzione della Manovra, una crescita allo 0,9 per cento, ma nelle successive edizioni “flash” della sua congiuntura ha più volte segnalato il rallentamento in atto. Prometeia, istituto di ricerca economica, ha fissato la stima allo 0,5%.

(da agenzie)

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