Destra di Popolo.net

INTERVISTA ALL’ECONOMISTA DAVERI (BOCCONI): “L’ECONOMIA FRENA, ENTRO L’ESTATE EFFETTO NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI”

Gennaio 11th, 2019 Riccardo Fucile

“QUANDO C’E’ RECESSIONE E’ BENE AVERE MECCANISMI DI WELFARE, MA QUANDO FINISCE SONO UN PESO”… “CI SARANNO AZIENDE IN CRISI E AUMENTO DELLA DISOCCUPAZIONE”

Pochi mesi, sicuramente prima dell’estate, e quello che oggi appare come un dato sì drammatico ma lontano dalla vita quotidiana – il crollo della produzione industriale – potrebbe riversarsi nelle tasche degli italiani. Rendendole più povere.
È il rischio di un effetto a catena, meglio a valanga, capace di mandare in tilt anche le imprese e le banche.
I dati dell’Istat parlano chiaro: il motore dell’industria non gira, la produzione a novembre dello scorso anno è diminuita dell’1,6% rispetto a ottobre. Il confronto con il novembre del 2017 è ancora più impietoso: -2,6 per cento.
Cosa dicono questi dati e soprattutto a cosa porteranno?
Huffpost lo ha chiesto all’economista Francesco Daveri, professore di macroeconomia alla Bocconi.
Professore, partiamo dall’oggi. La produzione industriale è precipitata. Caso Italia?
“La frenata riguarda tutta l’Europa, con dimensioni più grandi per Italia e Germania. È un dato quindi europeo che stupisce, ma che potrebbe essere una mezza buona notizia e cioè che non siamo gli unici che vanno male. La notizia nel complesso resta però cattiva”.
Perchè? Cosa ci aspetta?
“La produzione industriale è fortemente correlata con l’andamento del Pil. Se, come probabile, la produzione si contrae anche nel quarto trimestre (del 2018 ndr) allora è molto probabile una contrazione del Pil”.
Sarebbe il secondo trimestre consecutivo di segno meno per l’economia italiana, cioè recessione tecnica. Che conseguenze ci saranno per gli italiani?
“Gli effetti si vedranno presto”.
Quando?
“Nei prossimi mesi, prima dell’estate”.
Quali saranno questi effetti?
“C’è il rischio di una diminuzione dei redditi ad esempio”.
Meno soldi nelle tasche degli italiani?
“Sì. Soprattutto in quelle dei lavoratori autonomi, ma questo scenario può valere anche per i dipendenti”.
Perchè?
“Nei prossimi mesi potrebbe peggiorare l’andamento del mercato del lavoro e quindi la disoccupazione aumenterà “.
Chi corre il rischio maggiore?
“Un po’ tutti. Potrebbe aumentare il numero dei fallimenti delle aziende mentre per le banche c’è il rischio di un aumento dei crediti deteriorati. Il rischio concreto è quello di un peggioramento dello stato di salute dell’economia”.
Un effetto a catena, insomma. C’era da aspettarselo?
“L’economia italiana ha smesso di andare bene con il primo trimestre del 2018, da allora è andata meno bene. Da dopo l’estate sono arrivati i segni negativi. La cosa che conta è quando finisce e quanto seria e profonda è la recessione”.
Quanto può essere profonda?
“Il fatto di avere in essere dei meccanismi che attutiscono il colpo può far si che la recessione sia limitata”.
Di che meccanismi parla?
“Meccanismi di welfare come i sussidi di disoccupazione. Ora arriva il reddito di cittadinanza, che da questo punto di vista potrebbe capitare a fagiolo. È pure vero che meccanismi di assistenza al reddito c’erano già , come ad esempio il Rei (reddito d’inclusione ndr). In generale questi meccanismi tendono a fare da cuscinetto: quando c’è una recessione è buona cosa avere questi meccanismi di assistenza. Il problema però è quando finisce: se non riesci a toglierli e continui a finanziarli possono diventare un peso sulla crescita”.
Al di là  dei cuscinetti a cosa dobbiamo essere pronti?
“Se il quadro macroeconomico europeo è di rallentamento bisogna prepararsi al peggio. Immagino che la Bce possa rivedere la decisione di porre fine al quantitative easing, Bruxelles potrebbe consentire deviazioni più significative dagli obiettivi di deficit. Ma l’arrivo della recessione impone di prepararsi al meglio”.

(da “Huffingtonpost”)

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CARIGE COMMISSARIATA DALLA BCE, TITOLO SOSPESO IN BORSA

Gennaio 2nd, 2019 Riccardo Fucile

DECIDE LA VIGILANZA UE, DECADE IL CDA

La Bce ha disposto il commissariamento di Banca Carige alla luce delle recenti vicende dell’istituto genovese con lo stop dell’Assemblea all’aumento di capitale da 400 milioni di euro – determinante l’astensionismo del principale azionista, la famiglia Malacalza – e della situazione di ingovernabilità  in cui versa la banca che da questa mattina è anche senza Consiglio di amministrazione.
La banca sottolinea come sia “garantita la consueta operatività  senza alcun impatto su clienti, depositanti e dipendenti”. Il cda di Banca Carige è infatti decaduto in seguito alle dimissioni di altri quattro consiglieri, tra cui il presidente Pietro Modiano e l’a.d. Fabio Innocenzi.
L’amministrazione straordinaria sarà  affidata a una triade di commissari composta da Modiano, Innocenzi e Lener.
Nominato inoltre un comitato di sorveglianza composto anch’esso da tre membri – Brancadoro, Guaccero e Zanotti.
I commissari proseguiranno le attività  di rafforzamento patrimoniale, rilancio commerciale attraverso recupero delle quote di mercato nei segmenti core, derisking attraverso la riduzione dei Non Performing Loan e ricerca di possibili fusioni.
I tre avvieranno anche delle “riflessioni con lo Schema Volontario di Intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi” che ha sottoscritto il bond subordinato da 320 milioni che permette a Carige di rispettare i ratio patrimoniali chiesti dalla Bce, per rivalutare l’operazione alla luce del nuovo quadro venutosi a creare e al fine di consentire il proseguimento delle attivita’ di rafforzamento patrimoniale dell’istituto. Questi elementi troveranno una sintesi nel piano industriale la cui predisposizione è già  in corso e che avrebbe dovuto essere presentato a febbraio, a valle dei conti del 2018.
Stamattina la Consob ha disposto “la sospensione dalle negoziazioni dei titoli emessi o garantiti da Banca Carige nelle sedi di negoziazione italiane nei quali i suddetti titoli sono ammessi alle negoziazioni”.
La sospensione dalle negoziazioni “non si applica agli strumenti finanziari aventi come sottostante indici contenenti i titoli emessi da Banca Carige”, specifica la Commissione di controllo sulla Borsa.

(da “Huffingtonpost”)

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LO SPREAD FA PAURA AL 44% DEGLI ITALIANI, MA MOLTI NON SANNO NEANCHE COSA SIA

Dicembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

HANNO PIU’ TIMORE I RESIDENTI NEL SUD… UN MILIONE E MEZZO DI PERSONE NON CONOSCE NEMMENO IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA

Il 44,4% degli italiani, oltre 19 milioni di persone, è preoccupato e teme che l’andamento dello spread si ripercuota negativamente sulla propria economia familiare.
È il quadro che emerge da un’indagine di Facile.it e Mutui.it. Ad avere più paura delle possibili conseguenze dell’andamento dello spread sono i residenti nel Sud e nelle Isole (48,2%), seguiti da chi vive nel Nord Ovest (45,6%), mentre se si suddivide il campione per fasce d’età , i timori maggiori si registrano nella fascia 35-54 anni (47,3%).
Un dato comprensibile, visto che è soprattutto in questo periodo della vita quello in cui si è responsabili delle economie familiari.
Magari con un prestito per la casa con cui fare i conti. Segmentando invece per genere, si dichiara preoccupato il 47,4% del campione maschile e il 41,5% di quello femminile.
«Se chi ha già  un mutuo può stare tranquillo – spiega Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it – chi si trova a chiederlo oggi ha davanti a sè una situazione molto differente. Sebbene la correlazione tra spread Btp-Bund e mutui non sia immediata e diretta, nel medio e lungo periodo un valore elevato del differenziale spinge verso l’alto lo spread bancario».
Ovvero la maggiorazione applicata dagli istituti di credito ai nuovi finanziamenti, aumentando quindi il costo a carico del cliente.
Il primo impatto si è già  sentito a ottobre, quando i tassi finali offerti da un buon numero di banche sono aumentati fra lo 0,10% e lo 0,30%.
Un rincaro che, sebbene lasci ancora tassi molto competitivi su un piano di restituzione ventennale o magari ancora più lungo, si traduce in una differenza di migliaia di euro di interessi da pagare.
«Molti lo hanno già  visto e questo spiega la loro preoccupazione», dice ancora Cresto.

(da “il Corriere della Sera”)

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BOCCIA: “CONTE CONVINCA I SUOI VICEPREMIER A TAGLIARE DUE MILIARDI A TESTA O SI DIMETTA”

Dicembre 3rd, 2018 Riccardo Fucile

A TORINO MIGLIAIA DI IMPRESE RIUNITE PER DARE UN SEGNALE AL GOVERNO, IN SALA I DUE TERZI DEL PIL ITALIANO

“Se fossi in Conte convocherei i due vicepremier e gli chiederei di togliere due miliardi per uno visto che per evitare la procedura d’infrazione bastano 4 miliardi.
Se qualcuno rifiutasse mi dimetterei e denuncerei all’opinione pubblica chi non vuole arretrare”.
Lo ha detto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, concludendo la manifestazione alle Ogr per il Si Tav a Torino . “Una promessa a Di Maio: se ci convoca tutti non lo contamineremo. A Salvini, che ha preso molti voti al Nord, dico di preoccuparsi dello spread”.
Boccia aveva esordito dicendo “Se siamo qui è perchè la nostra pazienza è quasi limite, per mettere insieme 12 associazioni tra cui alcune concorrenti tra loro. Se siamo qui tra artigiani, commercianti, cooperative, industriali, qualcuno si dovrebbe chiedere perchè. La politica è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai politici”. “Siamo dodici associazioni che rappresentano tre milioni di imprese, oltre il 65% del Pil. È un segnale importante che si vuole dare al governo. Si parte dalla Tav, si pone la questione infrastrutture in senso largo, grandi e piccole, e si pone un auspicio che è quello di attenzione alla crescita”.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha spiegato così il senso della manifestazione delle imprese per la Tav, oggi alle Ogr di Torino. “Il messaggio di oggi è un richiamo alla politica e al governo da parte dei corpi intermedi dello Stato: avere il senso del limite”, afferma Boccia.
Aggiunge: “Il governo ha convocato i vertici torinesi delle associazioni fattoriali e non quelli nazionali. Questo la dice lunga sul l’idea che ha il governo della Torino- Lione come fosse un fatto locale. mentre al contrario l’opera è una questione nazionale”.
Quasi due terzi del pil italiano sono rappresentati oggi pomeriggio alle Ogr.
E sono oltre 3 mila i rappresentanti in sala.
La protesta nazionale degli impreditori per chiedere «sì alla Tav, si alle grandi infrastrutture europee, si al futuro, allo sviluppo, alla crescita sostenibile», è salita in partecipazione mano a mano che trascorrevano i giorni.
I lavori sono stati   aperti dalla relazione di Roberto Zucchetti, professore alla Bocconi di Milano che a settembre aveva calcolato in 9 miliardi gli effetti positivi dell’opera. Cui seguono   gli interventi di 12 esponenti delle associzioni imprenditoriali. L’ultimo a prendere la parola   il numero uno di Confindustria, Vincenzo Boccia. In platea sono presenti anche i rappresentanti dei sindacati.
Confermata invece la richiesta ai poltici di non presentarsi «per evitare strumentalizzazioni», come hanno ripetuto ancora ieri gli organizzatori.
Daniele Vaccarino, torinese, presidente nazionale di Cna è uno degli oratori . Perchè l’appuntamento di Torino è diventato l’occasione per una protesta nazionale? «Perchè proprio da Torino è partita, il 10 novembre scorso, la prima protesta contro la politica dei no. La richiesta di non bloccare la Tav è venuta dopo lo stop della candidatura olimpica con quel sì ufficiale di Appendino che sembrava tanto un no». Un problema solo torinese?
«Purtroppo no. La cartina della Penisola è costellata di no e di blocchi dei lavori. In realtà  questo atteggiamento non danneggia solo le grandi imprese che vincono gli appalti. Punisce i territori e anche chi ha dimensioni più ridotte come in genere le imprese artigiane.
Prendiamo l’esempio della val di Susa. All’inizio, tanti anni fa, avevamo avuto problemi a convincere qualche nostro iscritto. Poi tutti abbiamo capito che non solo i subappalti del cantiere ma le stesse opere di compensazione possono essere una occasione di crescita per le nostre imprese».
“Siamo qui per dire sì allo sviluppo. Sì agli investimenti strategici. Sì ad un Paese che sa andare oltre le proprie fragilità  strutturali”. dice invece il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli.
“Oggi – ha affermato – il tempo necessario per compiere la tratta Torino-Lione è di poco inferiore alle 4 ore e nel 2030, con la nuova infrastruttura, scenderà  a meno di 2, così da connettere il nostro Paese all’Europa. Con la Torino-Lione si completerebbe, insomma, quella ‘Metropolitana d’Europà  in grado di integrare ulteriormente e naturalmente il nostro Paese anche nei flussi turistici e commerciali europei. Al di là  dei passeggeri che si riconvertirebbero al treno da altri mezzi di trasporto (si parla di due milioni e mezzo di viaggiatori) con significativi effetti sull’impatto ambientale ci sarebbe sicuramente un aumento importante di flussi. Insieme a Torino, la stessa Milano capitale del terziario avanzato, sarebbe infatti finalmente e pienamente connessa all’Europa”.
L’agricoltura italiana ha bisogno di un sistema infrastrutturale moderno ed efficiente, che garantisca la piena mobilità  di persone e merci e l’accessibilità  all’Europa di tutte le aree del territorio nazionale, rendendo il Paese competitivo sui mercati internazionali.” Lo ha detto il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti intervenendo oggi   alla manifestazione alle Ogr a favore del Tav.
Giansanti ha ricordato che nell’Europa a 28 è al 21° posto per quanto riguarda le strutture portuali e aeroportuali, al 19° per quelle ferroviarie, al 18° per la reti stradali. E la copertura internet interessa solo il 77% del territorio, contro una media europea dell’82%. “Con questi numeri – ha detto il presidente di Confagricoltura – sono evidenti le ricadute in termini di competitività  sul nostro sistema agricolo ed agroalimentare.”

(da agenzie)

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L’INCUBO DI TRIA: 400 MILIARDI DI BOT E BTP DA COLLOCARE NEL 2019

Dicembre 1st, 2018 Riccardo Fucile

CON LE BANCHE CENTRALI E I GRANDI FONDI IN RITIRATA

“Il Mef comunica che, in considerazione dell’ampia disponibilità  di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento, le aste di titoli a medio-lungo termine previste per il giorno 13 dicembre 2018 non avranno luogo“. Secco, asciutto, essenziale.
Il comunicato con cui il ministero dell’Economia e delle Finanze annunciava la cancellazione delle emissioni previste per metà  dicembre, ovviamente, non tradiva allarmismo. Come da prassi.
La giustificazione addotta, poi, è di quelle buone per ogni stagione. Come una giacca blu che va su tutto.
Certo, quando però lo spread è stato in altalena fino all’altro ieri e di fronte a te, oltre a un contenzioso da ricomporre con la Commissione Ue, hai necessità  di finanziamento per oltre 400 miliardi per il 2019, cui devi far fronte senza più gli acquisti della Bce, i cattivi pensieri emergono e stuzzicano.
Soprattutto, quando si pensa che il 13 dicembre si terrà  la riunione del board della Bce e nel primo pomeriggio Mario Draghi parlerà  con la stampa per illustrarne i contenuti.
Fino a un mese fa, nessuno aveva particolari attese al riguardo: la fine del Qe era certa, così come un più che probabile primo aumento dei tassi nel secondo semestre dell’anno prossimo.
Ora, però, qualcosa pare tornato in discussione e il mercato comincia a guardare a quel giorno con interesse e, con il passare delle ore e l’approssimarsi dell’appuntamento, con un po’ di apprensione.
L’attesa di tutti non è certo quella di prolungamento sic et simpliceter del programma di acquisto come finora intrapreso ma almeno un paio di alternative vengono prezzate: aste di rifinanziamento a lungo termine per le banche e una qualche alchimia all’atto del reinvestimento dei titoli già  in detenzione all’Eurotower, ad esempio uno swap fra scadenze brevi e lunghe per garantire ancora un po’ di scudo anti-spread ai debiti più sensibili.
Leggi, Italia, Spagna e Portogallo. Ecco che allora andare in asta con titoli a medio-lungo termine a poche ore dalla decisione della Bce avrebbe potuto rappresentare un azzardo, di quelli politicamente pesanti.
Un eventuale flop con rendimenti troppo al rialzo, infatti, avrebbe un potenziale psicologico in grado di rovinare il Natale e, certamente, di non spianare la strada alle ultime emissioni dell’anno, quelle del 27 e 27 dicembre (rispettivamente Bot e Ctz e medio-lungo termine).
Ma al netto dei trucchi, quanto c’è da preoccuparsi per il 2019, se davvero la Bce non dovesse garantire un minimo di supporto, anche indiretto? Quali sono le prospettive dell’appetito obbligazionario per l’anno prossimo?
A dare un risposta al quesito, analizzando le cifre del 2018 e le dinamiche post-Qe globale, ci ha pensato JP Morgan nel suo ultimo report, il quale non pare proprio offrire il cosiddetto silver lining alle speranze del governo italiano di poter collocare debito senza troppi patemi d’animo e, soprattutto, senza svenarsi a livello di rendimenti da offrire come premio di rischio.
L’assunto di base è semplice: stante il calo da oltre 1000 miliardi di dollari degli acquisti delle quattro principali Banche centrali (G4) nel 2018 rispetto all’anno precedente, “questo minore appetito da parte dei compratori di ultima istanza (e, nel caso dell’Italia, quasi di unica istanza, ndr) sarà  il key driver nel cambio di dinamica domanda/offerta per i bond governativi, con il rischio di innescare un aumento generalizzato dei rendimenti“.
Non una bella premessa.
Insomma, l’anno prossimo le operazioni poste in atto dalle Banche centrali — fra dimagramento del bilancio, fine o riduzione degli acquisti — “costringerà  il mercato ad assorbire un ulteriore decremento di domanda pari a oltre 400 miliardi di dollari“. Ma, unendo l’impatto del lato della domanda con quello dell’offerta, il minor flusso garantito dalle G4 imporrà  un altro calo di 550 miliardi per il 2019.
Il report, poi, si addentra ad esaminare quelli che sono i principali soggetti attivi nel mercato obbligazionario sovrano: ovvero, banche commerciali, pubblico retail, investitori istituzionali esteri e fondi pensione. E anche qui, il quadro appare tutt’altro che roseo.
A partire proprio dalle banche commerciali, di fatto il polmone d’acciaio cui sono legate le emissioni di debito del Tesoro, stante l’accertata fuga di investitori stranieri e lo stop del Qe.
Già  oggi il cosiddetto doom loop fra istituti di credito e detenzioni di debito sovrano rappresenta la criticità  maggiore del sistema Italia, non a caso bersagliato dai mercati che, al minimo accenno di tensione politica, accoppiano all’azione sullo spread quella sul sistema bancario, duramente colpito a Piazza Affari proprio per la sua eccessiva esposizione ai Btp e alla loro variazione di valore a bilancio.
Il consensus degli analisti si attendeva che quest’anno le banche commerciali avrebbero controbilanciato per circa 500 miliardi il “dimagrimento” da oltre 1.000 miliardi di dollari dei flussi della Banche centrali, stima basata sul fatto che nei cinque anni precedenti, i 7.000 miliardi di acquisti legati ai vari cicli di Qe delle Banche centrali avevano visto gli istituti di credito assorbire circa 3.000 miliardi di dollari di controvalore in bond in meno di quanto non avrebbero fatto senza programmi di stimolo.
Le ultime stime, ci dicono invece che l’effetto di controbilanciamento da parte delle banche per quest’anno sia stato solo di circa 200 miliardi di dollari rispetto al flusso di acquisti degli istituti centrali, ovvero un moltiplicatore di circa 0,2 rispetto a quello di oltre 0,4 atteso.
Dunque, se i piani delle G4 non cambieranno e se, soprattutto, la Fed non fermerà  in qualche modo il suo piano di roll-off sui bond a maturazione per 50 miliardi di dollari al mese, cominciato a pieno solo nel trimestre in corso, le banche commerciali non potranno assolutamente essere viste come un controbilanciamento sufficiente a colmare il gap crescente fra domanda e offerta nel 2019.
C’è poi la clientela retail, la stessa che ha snobbato in maniera clamorosa la recente emissione del Btp Italia, inviando un pessimo segnale al governo e mostrando — seppur striminzito e senza colpi di scena — un trailer del film cui rischiamo di dover assistere il prossimo anno ad ogni asta.
Anche qui, gli animal spirits non sembrano voler entrare in azione a forza quattro. Dopo la domanda di obbligazioni superiori agli 800 miliardi di dollari di controvalore del 2017, Jp Morgan si attendeva un risultato finale più o meno simile per l’anno che sta per concludersi, non fosse altro per il periodo di transizione che ha rappresentato in seno alle dinamiche di uscita/rallentamento dai cicli di Qe.
Così non è stato, invece. Dopo la fortissima domanda registrata in gennaio, infatti, le turbolenze sui mercati dei mesi immediatamente successivi hanno portato a un netto raffreddamento degli acquisti, tanto che l’attesa per il dato finale per l’intero 2018 si attesterebbe a un poco confortante controvalore di 320 miliardi.
Si tratta del livello più basso dal 2015 e negli ultimi dieci anni, soltanto due volte — 2011 e 2013 — si era registrata una domanda così debole.
Prospettive per il 2019? Per Jp Morgan, l’attesa è quella di un incremento di circa 80 miliardi rispetto all’anno in corso: insomma, circa 400 miliardi, al di sotto della media a dieci anni di 480 miliardi. E senza più Qe a garantire sostegno price insensitive.
Ci sono poi gli investitori istituzionali esteri, di fatto le riserve valutarie dei mercati emergenti (Cina in testa) che girano per il mondo in cerca di investimenti fruttuosi e rendimenti che valgano il rischio.
Questi grafici mostrano però due cose. Primo, rispetto alle stime annualizzate dell’Fmi, relative ai dati del primo semestre e fissate in 230 miliardi di dollari, la realtà  parla di una crescita delle riserve degli emergenti già  in indebolimento per i secondi sei mesi dell’anno.
Per Jp Morgan, facendo riferimento alle cifre disponibili alla fine di ottobre, si parla di un calo di circa 15 miliardi di dollari, cifra che porta il ritmo di crescita annualizzato a circa 130 miliardi per l’intero 2018, qualcosa come 100 miliardi meno del 2017.
E per il 2019? Il secondo grafico parla chiaro e mette in prospettiva numerica l’impatto di quello che viene definito il driver principale nel rallentamento della domanda di bond da parte di questa categoria di investitori: la politica monetaria cinese e il contrasto all’eccessivo deprezzamento dello yuan.
Di fatto, per il prossimo anno l’attesa è per una domanda di bond sovrani pari a circa 130 miliardi di dollari, cifra che può davvero poco per controbilanciare il netto calo dell’appetito obbligazionario delle Banche centrali.
Infine l’unica nota positiva, ovvero i fondi pensione. I quali, al netto della maggior regolamentazione prudenziale e della necessità  di futura supervisione negli investimenti prospettata per quelli dell’eurozona dallo stesso Mario Draghi parlando allo European Systemic Risk Board il 26 novembre, quest’anno dovrebbero presentare un dato di domanda aggregata di bond per circa 700 miliardi di controvalore, dato leggermente più alto delle attese e dovuto a un maggior appetito dei fondi pensione statunitensi, spinti all’acquisto dallo shock fiscale di Trump che consente loro di beneficiare di un tasso maggiore di sconto sulle future liabilities.
Ma al netto dell’impatto di quel taglio delle tasse, destinato a svanire entro l’estate del 2019, il dato generale per l’anno prossimo parla di domanda comunque in calo a circa 600 miliardi di dollari, ancora maggiore della media a dieci anni di 550 miliardi ma ben lontana dal potere agire da efficace offset al disimpegno delle G4.
Insomma, le dinamiche di domanda e offerta previste, al netto delle attuali politiche delle Banche centrali, fra tutte le principali categorie di investitori obbligazionari sovrani per il 2019: il deterioramento nel bilancio netto fra domanda e offerta di bond appare palese e marcato, poichè ai circa 130 miliardi di aumento stimato della prima si vanno a sommare i -350 miliardi della seconda, dovuti appunto al disimpegno delle Banche centrali.
Cifre e analisi che freddamente mettono in prospettiva le liabilities strutturali del comparto a livello mondiale che attendono il Tesoro italiano l’anno prossimo per le sue enormi necessità  di finanziamento.
E che, di fatto, non contemplano l’eventuale aggravamento delle condizioni di emissione dovute a tensioni politiche interne o con l’Ue.
Qui si parla, meramente, di domanda e offerta , al netto di quanto comunicato dalle Banche centrali e dai trend a dieci anni degli investitori obbligazionari.
Il carico da novanta su quella che già  pare un’impresa improba lo sta mettendo, scientemente e giorno dopo giorno, il governo giallo-verde.
Lo stesso che ha annullato l’asta a medio e lungo termine prevista per il 13 dicembre. Forse, sperando nel regalone di Natale anticipato di Mario Draghi.

(da “Business Insider”)

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ECONOMIA ITALIANA A MARCIA INDIETRO: IL PIL E’ SCESO DELLO 0,1% NEL TERZO TRIMESTRE

Novembre 30th, 2018 Riccardo Fucile

LE PREVISIONI SBALLATE DEL GOVERNO: SI CHIUDERA’ L’ANNO CON TRE DECIMALI IN MENO DI QUANTO ANNUNCIATO

Peggiora il quadro per l’economia italiana: l’Istat ha aggiornato i dati del terzo trimestre e scoperto che il passo del Paese è scivolato in territorio negativo. –
Nel terzo periodo dell’anno, infatti, il Prodotto interno lordo – corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato – è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.
Si tratta del primo dato negativo dopo 14 trimestri di crescita. Il dato provvisorio parlava invece di una crescita zero e di un +0,8% tendenziale.
A questo punto, la variazione acquisita per il 2018 – ovvero quella che si registrerebbe se non intervenissero ulteriori variazioni nell’ultimo periodo dell’anno – è del +0,9% (in calo dal +1% nei dati provvisori).
Il governo, nella Nota di aggiornamento al Def, prevedeva di chiudere l’anno con una crescita dell’1,2%.
Se alla fine di dicembre la spinta economica fosse ben inferiore, ci sarebbero ovviamente ripercussioni anche sull’abbrivio per il 2019, che il governo punta a chiudere in crescita dell’1,5%, indicazione già  ritenuta ottimistica da molti osservatori internazionali e domestici.
Lo stesso Istituto di statistica, in audizione sulla Manovra e dopo aver diffuso il dato provvisorio sul Pil del terzo trimestre, diceva che per centrare l’obiettivo di crescita all’1,2% nel 2018 sarebbe stato necessario un balzo nel trimestre finale dell’anno di 0,4 punti.
Nel commento ai dati, l’Istat ha sottolineato che la flessione del terzo trimestre “che segue una fase di progressivo rallentamento della crescita, è dovuta essenzialmente alla contrazione della domanda interna, causata dal sovrapporsi di un lieve calo dei consumi e di un netto calo degli investimenti, mentre l’incremento delle esportazioni, pur contenuto, ha favorito la tenuta della componente estera”.
Infatti, si dettaglia, dalla domanda nazionale (al netto delle scorte) è arrivato un effetto capace di sottrarre 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil, con un contributo nullo per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private e per la spesa delle Amministrazioni Pubbliche e negativo per 0,2 punti percentuali per gli investimenti fissi lordi.
La variazione delle scorte ha fornito un contribuito nullo alla variazione del Pil, mentre l’apporto della domanda estera netta è risultato positivo per 0,1 punti percentuali: non tanto da risollevare il corso complessivo.

(da agenzie)

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DEPOSITI IN BANCA RADDOPPIATI NEGLI ULTIMI DIECI ANNI

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

PREVALGONO I CONTI CORRENTI, PIU’ FACILI DA SPOSTARE IN CASO DI CRISI

I depositi in banca sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, arrivando a una media italiana di circa 21mila euro pro capite.
A dirlo sono i dati dell’Abi-Banca d’Italia, rielaborati dal Sole 24 Ore in rapporto con la popolazione su base provinciale dal 2008 al 2018.
I numeri dicono che a Milano oggi questa cifra sfiora la vetta dei 58mila euro per abitante, mentre dieci anni fa si fermava a 29.100 euro.
Queste somme includono tutte le forme di deposito (consistenze calcolate al 31 dicembre dell’anno precedente): con durata prestabilita, a vista, overnight, rimborsabili con preavviso, buoni fruttiferi, certificati di deposito e infine i tanto amati conti correnti.
A dir la verità  sono soprattutto questi ultimi a raccogliere il flusso di denaro in fuga da altre forme di investimento.
Oggi si contano quasi 1.200 miliardi di euro parcheggiati in banca, uno stock che — sempre negli ultimi dieci anni — è cresciuto quasi del 75 per cento.
Una situazione che dovrebbe far capire quanto sia difficile far aderire gli italiani ai piani per l’Oro alla Patria di cui hanno favoleggiato Lega e M5S negli ultimi mesi.
Il flop del BTp Italia — che la scorsa settimana ha raccolto fra le famiglie appena 863 milioni di euro, il minimo di sempre per questo strumento creato dal Tesoro appositamente per il retail — è infatti soltanto l’ultimo episodio di un fenomeno che procede ormai da anni.
Senza infatti scomodare l’era dei «BoT people» di 30 anni fa (quando i piccoli risparmiatori detenevano oltre il 60% del debito pubblico italiano), la quota di titoli pubblici italiani custodita dai privati si è ridotta dal 19,1% del 2008 al 4,8% registrato a fine luglio.

(da “NextQuotidiano”)

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L’ESILARANTE INTERVISTA DI LAURA CASTELLI: “SI’, LUI HA STUDIATO. E ALLORA?”

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

LA BRUTTA FIGURA NEL CONFRONTO CON PADOAN NON LE E’ BASTATA

Laura Castelli non ci sta. Colei che con Danilo Toninelli tiene alta la bandiera del LOL nel governo Conte non accetta di passare per impreparata davanti al “collega” Pier Carlo Padoane dopo lo scontro con l’ex ministro a Porta a Porta   si difende in un’intervista rilasciata a Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera che resterà  negli Annali della storia di questa Repubblica:
«Guardi, evito di commentare».
Invece, coraggio, sottosegretaria Castelli, stavolta commentiamo: si è rivista nel video?
«Certo, perchè?».
Beh.
«Senta: non è che perchè uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione».
Però sullo spread Padoan è nel giusto, adesso può ammetterlo.
«Ma scherziamo?».
Guardi, non c’è niente di male. Magari lei…
«Io cosa?».
Non so, magari a ragioneria e nella laurea triennale non l’ha studiato bene il funzionamento dello spread.
«E allora?».
Allora che?
«No, dico: io ho il grafico del Sole 24 Ore, ho il report della Banca d’Italia! Io mica parlo a vanvera! Comunque, non c’è problema. L’ho scritto persino su Facebook». Cosa ha scritto?
«Che adoro la satira. Quindi non mi arrabbio. Anche se lei… io l’ho capita, sa? Lei è convinto che la mia formazione non sia adeguata al ruolo che ricopro: è così, vero?».
Ma no…
«Ma sì! Solo che io, per sua conoscenza, sono circondata dalle migliori menti di questo Paese. No, ecco, tanto per essere chiari: mica lavoro da sola, ho un fior fiore di staff, io»

(da “NextQuotidiano”)

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L’ORO ALLA PATRIA LO DANNO LE BANCHE: ALTRO CHE LE FAMIGLIE ITALIANE, L’AIUTINO A SALVINI ARRIVA DAI POTERI FORTI

Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile

INVESTITORI STRANIERI IN FUGA DAI TITOLI DI STATO, BANCHE IN SOCCORSO DEL GOVERNO… NON SENZA RISCHI

L’oro alla Patria, quello che Matteo Salvini si aspettava dalle famiglie e che le famiglie si sono ben guardate dal donare nell’ultima asta del Btp Italia, per ora continuano a darlo le banche, uno dei pezzi dell’establishment meno simpatetici con la maggioranza gialloverde.
Se qualcuno aveva dubbi su chi fosse infatti il compratore misterioso che nelle ultime settimane ha inchiodato lo spread in uno stretto intorno di quota 300 punti base, il Rapporto sulla stabilità  finanziaria diffuso ieri dalla Banca d’Italia li ha fugati tutti.
Il passaggio chiave delle oltre 60 pagine del documento è questo: “Come avvenuto in altri periodi di forte tensione finanziaria, tra maggio e settembre le banche italiane hanno effettuato ingenti acquisti di titoli sovrani per 39 miliardi. Questi investimenti contribuiscono a stabilizzare i prezzi dei titoli…”.
A conferma di quanto scritto dalla Banca d’Italia l’esito della seconda fase del collocamento dei Btp Italia riservata agli investitori istituzionali. Il Mef ha infatti spiegato che il collocamento “ha visto una presenza predominante di investitori domestici, che ne hanno sottoscritto circa il 93%. Hanno partecipato alla sottoscrizione anche investitori residenti nel Regno Unito (circa il 5% ) ed in Francia (circa il 2%)”.
Ma il soccorso rosso bancario, che nessuno può dire con certezza se sia stato in qualche modo sollecitato dal governo, non è senza costi e rischi per gli istituti di credito (soprattutto piccoli) che nonostante i progressi dell’ultimo anno, sul piano della riduzione del peso degli Npl e della redditività , continuano a camminare sul filo di una lama di rasoio.
Il punto infatti è questo. Inariditasi la fonte della raccolta di fondi sull’interno il cui costo è aumentato e quasi prosciugatosi il ricorso all’emissione di obbligazioni sul mercato (le famose subordinate), alle banche non è rimasto che indebitarsi verso l’Eurosistema, cioè quell’Europa che i nazional populisti considerano matrigna ma che in questo caso torna comoda per finanziare l’investimento in Btp.
Il Rapporto sul punto è chiaro: “Le banche hanno aumentato notevolmente la posizione debitoria netta nei confronti dell’estero per finanziare a tassi contenuti gli acquisti di titoli di Stato”.
Il debito netto verso gli istituti esteri che ad aprile era ancora di circa 40 miliardi è più che raddoppiato ed oggi supera quota 80.
D’altra parte altra soluzione non si intravedeva. Se gli istituti italiani hanno comprato titoli per 39 miliardi, l’estero ha disinvestito tra maggio e settembre per 68 miliardi e ormai partecipa al mercato nella misura di un quarto del totale.
Secondo l’agenzia di rating Moody’s, che un mese fa ha ridotto di un gradino la valutazione del debito italiano con outlook stabile, i prossimi mesi continueranno ad essere caratterizzati dalla latitanza dell’estero e saranno i risparmiatori privati a comprare affiancando il modo del credito.
Mentre lo scontro con l’Europa, dice Moody’s, “continuerà  a pesare sullo spread e aumenterà  i rischi di rallentamento dell’economia”. L’equilibrio insomma è instabile e le banche si trovano al centro di un’operazione non esente da gravi pericoli. Il maggiore dei quali si chiama rischio di liquidità .
È ancora la Banca d’Italia a parlare: “Il calo del valore dei titoli impiegati come collaterale per il rifinanziamento presso l’Eurosistema ha ridotto la posizione netta di liquidità  delle banche di due punti”.
L’aumento dello spread intanto riduce il patrimonio e ciò a catena si riflette sull’offerta di credito ad imprese e famiglie ed amplia la djstanza tra gli istituti italiani e i concorrenti stranieri. Il governo è servito. Il volume dei titoli di Stato detenuto dalle banche nazionali è arrivato in settembre a oltre 320 miliardi.
Ma il sistema continua a correre sul filo di una lama di rasoio..

(da “Huffingtonpost”)

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