Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO CI SARANNO 260 MILIARDI DI NUOVI TITOLI DA EMETTERE A FRONTE DI SCADENZE PER 200 MILIARDI DI EURO E VERRA’ A MANCARE IL SUPPORTO DELLA BCE
I Btp Italia sono titoli di Stato pensati per i piccoli risparmiatori, che assicurano il recupero
dell’inflazione più un premio di rendimento.
Per questo vengono offerti ai privati prima che agli investitori istituzionali e per questo l’andamento dell aste su questi strumenti finanziari viene spesso monitorato per comprendere la percezione del rischio di un paese.
E ieri, a conclusione dell’ultima asta di Btp Italia, si è registrato il peggior collocamento di Btp dal giugno 2012, ovvero dalle settimane del contagio greco.
Il titolo con scadenza novembre 2022 ha raccolto 1,3 miliardi dagli investitori istituzionali per un totale di appena 2,16 miliardi, contro una previsione di 7-8 miliardi.
Un fallimento che è evidentemente causato dal panico in continua diffusione sui mercati per i conti dell’Italia e per la crescita dello spread, che il governo gialloverde non ha ancora trovato il modo di fronteggiare se non con la tattica del rimanda, rimanda cara ai democristiani.
Il punto però non è il 2018, visto che ormai gran parte del fabbisogno di liquidità è coperto. Il vero problema è il 2019.
Le emissioni previste il prossimo anno sono nell’ordine dei 400 miliardi di euro. Escludendo i BoT ci sono 260 miliardi di nuovi titoli da emettere a fronte di scadenze per 200 miliardi di euro.
E da maggio 2018 in poi — ha certificato Bankitalia — gli investitori istituzionali hanno ridotto la loro esposizione in BTp di 68 miliardi di euro.
Un vero e proprio esodo come non si vedeva dal 2011-2012 che è stato compensato in parte della BCE, la cui esposizione in BTp è cresciuta di 16,4 miliardi da maggio, e soprattutto dalle istituzioni finanziarie domestiche che hanno aumentato i BTp in portafoglio per 73,6 miliardi.
E non è un caso che sia maggio 2018 la data di partenza: all’epoca uscì la famosa bozza del contratto di governo che prevedeva il referendum sull’euro che poi, complice anche la scelta di Savona come ministro dell’Economia, diede il via a un buon numero di retroscena sulle intenzioni, mai nascoste prima da parte di interi settori della maggioranza gialloverde, di portare l’Italia fuori dalla moneta unica.
La Manovra del Popolo e i richiami di Bruxelles, che l’esecutivo Conte ha pateticamente tentato di addossare ai governi precedenti, è la ciliegina su una torta che rischia di diventare indigesta non per la Lega o per il M5S, ma per tutta l’Italia.
E così, mentre si rincorrono voci (non si sa se vere o false) sulle dimissioni di Savona, non stupisce che nei resoconti si dipinga il ministro come pronto ad andarsene prima delle aste di gennaio: ricorda oggi Andrea Franceschi sul Sole 24 Ore che nel 2019 verrà a mancare il supporto della Bce che a dicembre smetterà di acquistare titoli nell’ambito del Qe e, con un contributo minore da parte dei fondi esteri e la freddezza manifestata fin qui dai risparmiatori retail, l’unica opzione rimasta (escludendo l’improbabile contributo di Paesi solidali alla causa sovranista come la Russia di Putin) è che il fardello ricada sulle istituzioni finanziarie domestiche.
L’esposizione in BTp delle “main financial istitution”(gli istituti più grossi) è ampia ma in diminuzione proprio a causa del diverso valore dei Titoli di Stato.
Qualcuno, come Generali, ha già annunciato l’intenzione di diminuire le quote in portafogli. Lo scenario che comincia a farsi sempre più reale per gennaio è quello dei flop nelle aste dei titoli di Stato. L’anticamera del dramma.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE SI STA FACENDO DRAMMATICA, GLI ITALIANI SE NE ACCORGERANNO PRESTO
“Ovviamente sono preoccupato”, per lo spread. Così continua a ripetere il ministro
dell’economia Giovanni Tria a chiunque gli chieda spiegazioni per il costante aumento del costo del denaro in Italia.
Lo ripete almeno da tre mesi e da quando ha presentato a fine settembre l’aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza) continua a dire che lo spread dovrà scendere una volta che il mercato si sarà accorto che un rapporto Deficit/Pil del 2,4% non è la fine del mondo.
E invece sta succedendo l’esatto contrario, più il mercato percepisce che i conti dell’Italia non stanno in piedi, più escono dal paese, vendendo titoli di Stato o semplicemente non comprandoli più.
E così facendo spingono lo spread, cioè il differenziale di tasso di interesse tra titoli di Stato italiani e tedeschi, sempre più in alto.
Una spirale negativa che ormai si sta autoalimentando.
La reazione scomposta del sottosegretario Giorgetti di martedì sera fa capire lo sconcerto che serpeggia nella compagine di governo: “Lo spread a 326? Speriamo che si vieti finalmente la vendita allo scoperto anche in Italia”.
Martedì 20 novembre lo spread ha superato quota 330 punti, non succedeva dal 2013, e sembra incorporare la bocciatura della Ue alla manovra italiana, che arriverà nella giornata di mercoledì 21.
Se anche si mantenesse su questi livelli, senza crescere ulteriormente, la situazione italiana diventerebbe ben presto esplosiva.
Lo spread troppo alto impatta su due pilastri che tengono in piedi il sistema bancario: dal lato della raccolta di liquidità sul mercato, che diventa più cara, e sul fronte patrimoniale, poichè crea dei buchi di bilancio per la perdita di valore dei titoli di Stato che gli istituti di credito hanno in pancia.
Strette in questa tenaglia le banche non possono far altro che aumentare i tassi sui prestiti a famiglie (credito al consumo, mutui) e imprese, creando una sorta di credit crunch e rallentando l’economia, che infatti sta entrando in una fase di crescita minima se non recessione.
Si tratta di una spirale negativa che è stata innescata nel maggio scorso quando i due partiti usciti vincitori dalle elezioni, Lega e M5S, hanno cominciato a parlare di possibile uscita dall’euro creando preoccupazione tra gli investitori e incrinando la fiducia nella capacità di tenuta dei conti pubblici.
Con un debito arrivato al 132% del Pil l’Italia purtroppo non può permettersi manovra finanziarie espansive finanziate in deficit (quindi con ulteriore debito pubblico), ma Salvini e Di Maio per accontentare i loro elettori hanno sfidato le leggi che hanno governato l’economia finora.
Hanno spinto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che non ha saputo opporsi, a presentare una legge di bilancio con un deficit di 23 miliardi che porta il debito strutturale a salire dello 0,8% invece che scendere dello 0,1%.
Nella speranza che questi soldi, spesi nel reddito di cittadinanza, nel fare andare le persone in pensione prima e per estendere la flat tax a commercianti, professionisti e piccoli imprenditori, potessero portare in breve tempo a una crescita dell’economia capace di riequilibrare tutto.
Ma così non sta succedendo, la crescita dello spread e i suoi effetti devastanti hanno un effetto molto più rapido delle misure espansive o supposte tali.
In poche parole i nostri governanti hanno sbagliato i conti e a pagare il conto sono tutti gli italiani, già in questi giorni. Salvini e Di Maio speravano di arrivare indenni alle elezioni europee di maggio 2019 dicendo ai propri elettori che hanno mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale e quindi sono degni di essere rivotati, al contrario dei politici dei precedenti governi.
Ma la situazione gli sta franando addosso molto più velocemente di quel che pensavano.
Il muro contro muro con la Ue non fa che peggiorare questa situazione di isolamento dell’Italia e riduce giorno dopo giorno la fiducia degli investitori nei confronti dell’Italia.
Inoltre, fatto ancora più grave, anche i risparmiatori italiani stanno voltando le spalle al governo italiano. Il dato degli ultimi due giorni, sull’asta dei Btp Italia, che è stato accolto con molta freddezza dagli investitori al dettaglio, è un segnale molto preoccupante.
L’operazione, segnalava Unicredit in una preview dell’emissione, “costituirà un importante test per l’appetito domestico interno al debito sovrano italiano ai rendimenti attuali”.
Una domanda scarsa potrebbe essere “presa come un segno che gli investitori al dettaglio non forniranno un grande sostegno ai Btp l’anno prossimo e ciò potrebbe esercitare ulteriori pressioni sui Btp”. Al contrario una domanda al di sopra delle attese potrebbe avere un effetto benefico sui titoli di stato italiani e sui Btp in particolare.
Purtroppo solo adesso qualcuno tra i 5Stelle comincia ad accorgersi che la situazione si sta facendo molto difficile.
“E’ un dato che fa riflettere e che credo sia in un quadro complessivo che richiede molta attenzione, perchè ci interessa il bene del paese”, ha commentato martedì il sottosegretario alle autonomie regionali Stefano Buffagni, esponente del Movimento 5 Stelle.
“Di certo non siamo degli scapestrati senza ratio” ha aggiunto. “Mi auguro che ci sia la possibilità di aprire un dialogo costruttivo con l’Unione europea che non sia solo uno scambio di lettere, ma che sia concreto”.
Peccato che il dialogo non c’è per colpa delle autorità italiane mentre lo spread continua a lievitare.
E cosa succederà nel 2019 quando il Tesoro dovrà andare a vendere titoli di Stato per oltre 250 miliardi di euro senza l’appoggio della Banca centrale europea che a fine anno terminerà il proprio programma di acquisti sul mercato?
Il ministro Tria al di là di esternare la sua preoccupazione non riesce a far niente per opporsi alla deriva in cui il governo sta trascinando l’Italia.
Non riesce a imporre la sua linea, il suo peso specifico è nullo in questo governo e la sua credibilità nei confronti dei mercati è vicina allo zero.
Dal canto suo il ministro Savona, considerato in Europa come l’economista che ha acceso la miccia dell’uscita dall’euro, in questi giorni si mostra stupefatto e preoccupato per come si sta mettendo la situazione dell’Italia.
Salvini e Di Maio non sanno far altro che ripetere che la manovra non cambia e che lo scontro con la Ue è inevitabile.
Avanti di questo passo questo governo passerà alla storia per aver portato l’Italia alla bancarotta, un governo del cambiamento, in peggio.
(da “Business Insider”)
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Novembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
IN DUE GIORNI RACCOLTI APPENA 722 MILIONI, CONTRO I 9 MILIARDI PREVISTI… TROPPO COMODO: LI AVETE VOTATI, ORA SONO CAZZI VOSTRI, PRECIPITATE CON LORO
“Sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”. Era il 9 ottobre e Matteo Salvini
manifestava così tutto il suo ottimismo nonostante uno spread a 299 punti.
Poco più di un mese dopo, il differenziale tra i Btp italiani e i Bund tedeschi ha sfondato quota 335.
E gli italiani? Hanno lasciato cadere nel vuoto l’appello del vicepremier leghista. Basta guardare l’esito funesto dei primi due giorni dell’asta dei Btp Italia – quelli destinati ai piccoli risparmiatori – per capire quanto profonda sia la crepa che si è aperta con il governo gialloverde. È una crepa di fiducia.
Parlano i numeri e sono numeri eloquenti, negativi perchè l’asta dei Btp Italia sta registrando un andamento drammatico.
In due giorni sono stati raccolti appena 722 milioni: 241 oggi, 481 milioni ieri.
Solo per dare un riferimento dell’entità del crollo basta pensare che il Tesoro si aspetta di incassare tra i 7 e i 9 miliardi alla fine dell’operazione: mancano due giorni e i primi due si sono conclusi con un flop.
Chi ha paura del rischio Italia, ora, sono i cassettisti. Sono i piccoli risparmiatori che comprano titoli di Stato a lunga scadenza e senza obiettivi speculativi.
È il nocciolo duro della fiducia nei confronti della solidità economica del Paese. È o meglio era perchè questa fiducia si sta frantumando sotto i colpi dello spread e di uno scontro cieco sulla manovra tra Roma e Bruxelles, alla vigilia di un sempre più probabile avvio della procedura d’infrazione.
È un doppio cambio di passo quello che hanno registrato i mercati oggi nei confronti dell’Italia. Perchè lo spread – che da tre settimane si era attestato sulla pur sempre critica soglia dei 300 punti – ha registrato un nuovo sobbalzo, toccando quota 336 punti per ripiegare leggermente, alla fine, a 327 punti.
I tassi dei titoli decennali sono arrivati a toccare il 3,86 per cento: sono soldi pubblici in più che vanno in fumo, quelli che il ministero dell’Economia deve sborsare per finanziare il debito. Piazza Affari in rosso (-1,87%), titoli bancari a picco.
È in questa cornice che i piccoli risparmiatori hanno alzato le mani di fronte alla possibilità di acquistare i titoli del Tesoro offerti a condizioni vantaggiose. L’appetibilità non è bastata.
Perchè? Francesco Pratesi, capo analista di Martingale Risk, spiega a Huffpost: “Il Btp Italia tende a risentire, più degli altri Btp, dei problemi della credibilità dell’Italia sui mercati”.
Il punto è il rischio che non vuole correre chi si trova a sottoscrivere questa tipologia di titoli di Stato. E non è un rischio legato alle condizioni di offerta o ai vantaggi. Tutt’altro.
Ancora Pratesi: “I Btp Italia non sono fatti per il trading, per giocare cioè con lo spread e la curva. Sono titoli per i cassettisti, cioè quelli che si mettono gli investimenti nel cassetto e contano di godere presto delle cedole, cioè dell’incasso. Sono risparmiatori che comprano questi titoli aspettando la scadenza o comunque li tengono per qualche anno”.
Il profilo di chi sottoscrive il Btp Italia si lega, quindi, a una maggiore attenzione al rischio. “Un conto – sottolinea ancora l’analista di mercato – è il rischio legato a un titolo che puoi dismettere in qualsiasi momento, un altro è quello legato a un titolo che ti tieni fino a scadenza. Magari a fine scadenza possono succedere mille cose o, anche prima, ci potrebbe essere per l’Italia il rischio di dovere ristrutturare il proprio debito”.
A influire in questo clima di incertezza e di paura sono lo spread e la manovra. Quanto l’andamento della curva del differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi sia legato anche ai Btp Italia lo spiega Alessandro Tarello, gestore obbligazionario di Columbia Threadneedle Investments: “L’allargamento di circa 20 punti di base dello spread negli ultimi due giorni è spiegato dal risultato dell’asta ma è consistente con la valutazione della sostenibilità del debito italiano”.
*La legge di bilancio, arrivata al nodo cruciale del giudizio della Commissione europea, ha un peso altrettanto importante: “Nel braccio di ferro che si è innestato tra Roma e Bruxelles – spiega Pratesi – non sembra esserci spazio per una soluzione: nella sostanza non c’è un millimetro di disponibilità a variare il contenuto della manovra, nè l’entità nè la sua composizione. Così i mercati si spaventano perchè a loro piacciono situazioni di accordo, soluzioni, compromesso, non l’incertezza e la modalità inedita di rigidità con cui l’Italia si sta rivolgendo all’Europa”.
Torniamo ai numeri perchè con la lente d’ingrandimento posizionata sui grafici delle sottoscrizioni odierne si capisce bene la grande ritirata dei piccoli risparmiatori. Il Btp Italia ha una finestra di collocamento aperta ieri, lunedì 19 novembre, e che si chiuderà giovedì 22: i primi tre giorni destinati al retail, cioè ai risparmiatori, e il quarto agli investitori istituzionali.
Nel giorno dell’esordio di questa che è la 14esima emissione il risultato è stato più che deludente: sono stati raccolti, infatti, 481,35 milioni, meno della metà dell’obiettivo potenziale. Ancora peggio oggi: appena 241,e milioni.
Per rispettare le aspettative del Tesoro, che punta a incassare tra i 7 e i 9 miliardi, bisognava arrivare già ieri a oltre 1 miliardo. Si è arrivati a meno della metà : mai successo prima.
È andata così male che solo nel 2012 si fece peggio nella prima giornata, quando l’incasso fu di 218 milioni.
Se si guarda all’andamento di tutte le altre collocazioni, però, è ben evidente il flop di quest’ultima. Alcuni esempi: a ottobre 2012 si incassarono 18,01 miliardi, a novembre 2013 si arrivò a 22,27 miliardi.
Più vicino ad oggi e se si vuole prendere come riferimento un periodo delicato dal punto di vista politico-governativo: maggio 2018, Italia ancora senza un nuovo esecutivo dopo l’esito del voto del 4 marzo.
Nella prima giornata si arrivò a incassare 2,3 miliardi, cioè quasi cinque volte di più rispetto alla prima giornata dell’emissione attuale.
Buoni del Tesoro con scadenza a quattro anni, i Btp Italia sono titoli “indicizzati all’inflazione italiana” e pensati soprattutto per le esigenze del mercato dei piccoli risparmiatori. Forniscono all’investitore una protezione contro l’aumento dei livelli dei prezzi italiani. Le cedole – cioè quanto si guadagna – offrono un tasso reale annuo minimo garantito, che è pari all’1,45 per cento, eventualmente ritoccabile al rialzo al termine del collocamento. Vantaggiosi sono anche i tempi di pagamento delle cedole: sei mesi.
Fonti in ambiente finanziario parlano di un rischio Btp che “si mantiene su livelli elevati”.
Ancora lo spread e la manovra: “L’allargamento dello spread di questi giorni – spiegano le stesse fonti – si inserisce all’interno di un movimento ribassista dei mercati finanziari che tradizionalmente penalizza i titoli più fragili e quindi anche il Btp. Anche la diserzione unilaterale dalle regole europee sulla sostenibilità della finanza pubblica contribuiscono a tenere i titoli italiani sotto pressione assieme al merito di credito del Paese e delle banche Italiane”.
Quali sono i rischi? Le stesse fonti mettono in guardia: “il collocamento difficile del Tesoro potrebbe suonare come un campanello d’allarme per il fabbisogno futuro che da inizio 2019 non potrà più contare sugli acquisti della Bce. La speranza di aumentare la quota domestica di investitori nel Btp non sembra al momento sortire l’effetto sperato. Viene spontanea una domanda: o chi continua ad essere favorevole al governo nei sondaggi è nullatenente oppure, pur apprezzandolo, non gli fa credito neppure a tassi più vicini a quelli greci che a quelli portoghesi”.
L’impatto del flop dei Btp Italia è anche – come si diceva – una questione politica. Perchè quella che si sta svolgendo in questi giorni è la prima emissione di un titolo da parte del governo gialloverde. E i risultati rendono evidente quale è il grado di fiducia che lega i piccoli risparmiatori all’offerta messa in campo. La crepa rischia di diventare una voragine.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
DA MAGGIO SI SONO LIBERATI DI 68 MILIARDI DI TITOLI, E’ L’EFFETTO GOVERNO LEGA-M5S… E LO SPREAD SUPERA QUOTA 320
Continua la fuga di investitori stranieri dal debito italiano: nel corso del mese di settembre, gli investitori esteri hanno fatto segnare vendite nette di titoli di portafoglio italiani per 1,6 miliardi, di cui un miliardo e mezzo circa erano titoli pubblici, “a fronte di investimenti diretti in Italia sostanzialmente nulli”.
A certificare quanto avvenuto sui mercati al rientro dalle ferie sono i dati di Bce e Bankitalia
Il mese di settembre era iniziato sull’onda delle tensioni sullo spread di agosto – quando erano iniziati i dubbi circa le intenzioni del governo sulla legge di Bilancio – ma nel corso del mese si era poi dato credito alla possibilità di Giovanni Tria di trovare una mediazione e non andare allo scontro diretto con la Ue.
Idea poi smentita dai fatti, tanto che poi a ottobre lo spread era tornato a salire per superare i 300 punti, oltre i quali staziona ancora.
Un livello che per il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, “rappresenta già un appesantimento per tutta la catena produttiva”, “non è coerente con le normali condizioni di mercato e può avere un impatto sulla crescita economica”.
Per il rappresentante dei banchieri, a tale livello il differenziale “avrà un impatto sul patrimonio delle banche, un aumento del costo della raccolta e quindi dei finanziamenti a famiglie e imprese oltre a una loro riduzione” che fino a ora non si è “ancora verificata” grazie anche alle misure Bce
Nel complesso gli investitori esteri hanno scaricato dai loro portafogli 2,1 miliardi di bond italiani rispetto a fine agosto, quando si era vista una massiccia vendita di titoli italiani, in particolare Btp e bond di Stato: ne erano stati ceduti sul mercato oltre 17 miliardi dai soggetti stranieri.
Nei primi 9 mesi dell’anno, le vendite di titoli di stato da parte di investitori esteri hanno raggiunto i 26,4 miliardi di euro su un totale di oltre 46 miliardi di titoli di debito ceduti.
Se ci si concentra soltanto sui dati a partire da maggio, i titoli di Stato ‘scaricati’ dai portafogli stranieri arrivano a quota 68 miliardi di euro.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
DA AGOSTO PERSI 15,6 MILIARDI, SEMPRE MENO INTERESSE A DETENERE TITOLI ITALIANI
Gli investitori esteri hanno sempre meno interesse a detenere titoli di stato italiani.
La fotografia che ci restituisce Bankitalia è quella di una vera e propria fuga degli investitori non residenti dell’Italia, iniziata subito dopo le elezioni che hanno portato alla formazione del governo Lega M5s.
Secondo i dati comunicati nel supplemento dedicato al fabbisogno e al debito pubblico che contiene i dati aggiornati allo scorso mese di agosto, l’ammontare dei titoli di stato nel portafoglio di investitori non residenti è pari a 656,8 miliardi di euro, in calo di 15,6 miliardi dai 672,4 miliardi del mese precedente e di ben 65,3 miliardi dal picco di aprile quando lo stock era pari a 772,1 miliardi.
Tenendo conto dello stock complessivo del debito pubblico, pari ad agosto a 2.326,5 miliardi, la quota di titoli in mano a investitori esteri ad agosto era pari al 28,2% circa del debito, mentre ad aprile si attestava sopra il 30%, al 31,2 per cento.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
HA RAGGIUNTO 2.331,3 MILIARDI E PENSIAMO A FARE ALTRI DEBITI
Ritorna a salire il debito pubblico. Nel mese di settembre è aumentato di 4,7 miliardi
rispetto ad agosto, risultando pari a 2.331,3 miliardi.
Lo rende noto Bankitalia nel supplemento al Bollettino Statistico ‘Finanza pubblica, fabbisogno e debito’.
Il fabbisogno, pari a 20 miliardi, è stato solo in parte compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (15,4 miliardi, a 49,6).
Gli scarti e i premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione dei tassi di cambio hanno complessivamente incrementato il debito di 0,1 miliardi, spiega Via Nazionale.
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 4,8 miliardi e quello degli Enti di previdenza è diminuito di 0,1 miliardi. Il debito delle Amministrazioni locali è rimasto pressochè invariato, aggiunge Bankitalia.
I mercati reagiscono al braccio di ferro tra Italia e Ue. La risposta inviata dal Governo italiano sulla manovra, non è piaciuta a Bruxelles e l’Italia va incontro a una possibile procedura d’infrazione, già chiesta da Austria e Olanda.
Tra una settimana il nuovo giudizio di Bruxelles sul documento italiano. Il rendimento del decennale avanza al 3,503%.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
“SERVE CRESCITA A + 0,4% NEL QUARTO TRIMESTRE”
L’ISTAT fa a pezzi la Manovra del Popolo. Il presidente facente funzione dell’istituto
Maurizio Franzini nell’audizione sulla manovra alla Camera lanciato una serie di allarmi sulla crescita nel 2019 — mettendo così in dubbio le previsioni del governo -, sull’aumento delle tasse alle imprese e sullo scarso appeal del reddito di cittadinanza rispetto all’incremento del PIL.
Franzini ha spiegato che il mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica, in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi.
Senza pronunciare la parola “recessione”, il presidente ha detto che l’indicatore anticipatore registra un’ulteriore flessione e, dunque, prelude alla persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico.
E visto che la crescita è stata nulla nel terzo trimestre “un termini meccanici sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari a +0,4% nel quarto trimestre dell’anno in corso per raggiungere gli obiettivi di crescita presenti nella Nota di aggiornamento al Def per il 2018”.
Non solo: l’ISTAT ha calcolato anche un aumento delle tasse per la maggioranza delle imprese a causa della Manovra del Popolo: “Nel complesso i provvedimenti” sulla tassazione delle imprese “generano una riduzione del debito di imposta Ires per il 7% delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento.
L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-Ires (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’Ace (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%)“, secondo una serie di calcoli che erano stati già anticipati dai commercialisti.
Un altro tema che è stato toccato e quello dell’apporto del reddito di cittadinanza al Prodotto interno lordo: “Sotto l’ipotesi che il Reddito di cittadinanza corrisponda a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi, secondo le simulazioni effettuate il Pil registrerebbe un aumento dello 0,2% rispetto allo scenario base. Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3%, nel caso in cui si consideri l’impatto del Reddito di cittadinanza come uno shock diretto sui consumi delle famiglie”, ha detto Franzini.
“Il modello dell’ISTAT stima un incremento del Pil pari allo 0,7% in corrispondenza di un aumento della spesa pubblica pari all’1% del Prodotto interno lordo. L’effetto del beneficio sul Pil terminerebbe dopo 5 anni, quando la riduzione dell’output gap e il conseguente aumento dei prezzi annullerebbero gli effetti positivi della spesa pubblica. Gli effetti positivi di questo scenario sono raggiunti sotto l’ipotesi che nello stesso periodo non si verifichino peggioramenti delle condizioni di politica monetaria, ovvero che non ci siano aumenti dei tassi di interesse di breve termine”.
Dalla Corte dei conti sono arrivati invece rilievi sulle scelte di allocazione dei fondi. La “polarizzazione” delle risorse su “limitati interventi”, decisa dal governo per la manovra del 2019, ha evidenziato il presidente Angelo Buscema si “traduce in una carenza di risorse per affrontare nodi irrisolti e garantire un adeguato livello di servizi in comparti essenziali per la collettività “. Secondo i magistrati contabili “occorrerebbe, infine, una più incisiva azione sul fronte della razionalizzazione della spesa nelle sue componenti meno funzionali al sostegno della crescita”.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 2nd, 2018 Riccardo Fucile
DIECI MINISTRI DELLE FINANZE ALZANO IL PRESSING SU ROMA
Una richiesta di riforma degli strumenti di mutuo soccorso dell’Eurozona, ma perchè sia chiaro a
Roma che nel Nord Europa non ammettono sgarri sulle finanze pubbliche che possano contribuire a generare tensione su tutto il Vecchio continente.
A tre giorni dalla riunione dei ministri delle Finanze nella quale l’italiano Giovanni Tria sarà ancora sotto la lente, riformare l’Eurozona con una stretta sul fondo Salva Stati ed una maggiore responsabilità dei singoli Stati sulle perdite è quanto hanno messo nero su bianco in un ‘paper’ i ministri delle Finanze di 10 Paesi nordici europei.
Si tratta di Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca, della ‘neo-lega anseatica’.
Secondo il quotidiano olandese De Volkskrant si tratterebbe di un “duro avvertimento all’Italia”, per come lo ha qualificato una fonte Ue a conoscenza del progetto. Hoekstra, ministro olandese, ha spiegato che la lettera congiunta è intesa a “proteggere i contribuenti olandesi” contro la cattiva gestione finanziaria di altri paesi dell’euro, per la ricostruzione di stampa.
In pratica, a quanto si ricostruisce si chiede che prima dell’attivazione di un prestito dal fondo di emergenza europeo si facciano partecipare alle perdite sulle obbligazioni i risparmiatori che le hanno sottoscritte, ristrutturando di fatto il debito. Secondo un diplomatico il messaggio è che “gli investitori in titoli di Stato italiani potrebbero perdere i loro soldi”.
I dieci ministri chiedono che un eventuale prestito dal fondo di emergenza europeo di emergenza sia garantito prima che un Paese dell’euro abbia grandi problemi finanziari ed economici, in primo luogo se il debito nazionale è in fase di ristrutturazione.
Ciò significa che i possessori privati di titoli di Stato dovrebbero subire le perdite prima del fondo. Gli attuali criteri per un prestito di emergenza rendono comunque già possibile uno sforzo da parte di investitori privati.
Dovrebbe essere un doppio avvertimento, dunque: sia verso chi volesse sottoscrivere il debito italiano, perchè saprebbe che andrebbe incontro a un possibile haircut in vista di tensioni finanziarie.
Sia per chi deve decidere la politica economica, perchè saprebbe che a pagare le conseguenze di scelte fuori dal seminato sarebbero in primis i sottoscrittori dei Btp, in prima battuta i cittadini e le banche locali.
I dieci Paesi chiedono politiche fiscali prudenti a livello europeo, convinti che il “fondo SalvaStati debba essere adeguatamente attrezzato” e avere per questo “pieno accesso” alle informazioni dei bilanci pubblici degli Stati. Tali Paesi sostengono “il ruolo rafforzato dell’Esm, come istituzione intergovernativa responsabile dei suoi azionisti. Il suo ruolo principale dovrebbe rimanere il finanziatore di ultima istanza per gli Stati”. Ma “la prima linea di difesa nelle difficoltà finanziarie dovrà essere a livello nazionale”.
(da agenzie)
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Novembre 1st, 2018 Riccardo Fucile
LA PROCEDURA DI DISAVANZO ECCESSIVO POTREBBE SCATTARE NON AD APRILE DEL 2019 MA GIA’ A NOVEMBRE … E’ PREVISTA UNA SANZIONE IMMEDIATA DI 3,5 MILIARDI DI DEPOSITO INFRUTTIFERO
Le due lettere inviate dall’Unione Europea al governo italiano sono la prova che la Commissione
potrebbe aprire una procedura contro Roma per disavanzo eccessivo prima del previsto, ovvero già a novembre invece che ad aprile-maggio, come si pronosticava nelle scorse settimane.
La Manovra del Popolo potrebbe finire sotto inchiesta molto prima delle elezioni europee, e questo non può che riverberarsi sui piani di MoVimento 5 Stelle e Lega.Quindi invece di attendere l’aprile del 2019 per lanciare una procedura per il disavanzo eccessivo, rinviando così le sanzioni al semestre successivo, la Commissione Europea potrebbe muoversi intorno alla metà di novembre, visto che la deadline per la risposta ai rilievi UE per il ministero dell’Economia e delle Finanze è fissata il 13, quando scadrà il termine dato dalla stessa Commissione.
La lettera inviata il 29 ottobre infatti scrive che “L’Italia ha notificato a Eurostat un debito lordo delle amministrazioni pubbliche per il 2017 pari al 131,2% del PIL, confermando così che l’Italia non ha compiuto progressi sufficienti verso il rispetto del parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/PIL nel 2017. Il DPB 2019 prevede una leggera diminuzione del rapporto debito/PIL dal 131,2% del PIL nel 2017 al 130,9% nel 2018 e al 130,0% nel 2019. La diminuzione del rapporto debito/PIL è poi attesa continuare, fino al 126,7% del PIL nel 2021″. Quindi l’Italia, secondo la commissione, non soddisfa il parametro del debito/PIL sia nel 2018 che nel 2019.
Quindi la procedura potrebbe essere attivata quest’anno a causa dei piani fiscali per il prossimo anno in base ai dati dell’anno precedente.
Come scrive Jèrèmie Cohen Setton su un blog del Peterson Institute for International Economics (PIIE) la Commissione potrebbe sollecitare l’inizio della procedura nel momento in cui pubblicherà le sue previsioni d’autunno. E questo avrebbe un riverbero anche sulle sanzioni.
Perchè se è vera la premessa, è vera anche la conclusione del ragionamento: invece che entrare in vigore a metà 2019, le sanzioni potrebbero arrivare molto prima.
La Commissione può infatti raccomandare una sanzione immediata se individua una non conformità particolarmente grave con le regole del patto di stabilità e crescita. Questa sanzione assumerebbe la forma di un deposito infruttifero da presentare alla Commissione.
La decisione può essere adottata se il Consiglio non decide di respingere la raccomandazione della Commissione con un voto a maggioranza qualificata.
Ma vista la posizione presa da molti degli alleati di Salvini sulla questione del deficit (ad esempio l’Austria) è estremamente difficile che il governo italiano riesca a racimolare i voti necessari per fermare la procedura.
Una sanzione immediata imposta così rapidamente sarebbe senza precedenti ma è possibile secondo le regole dell’Unione.
Un rifiuto da parte dell’Italia di cambiare la Manovra del Popolo, che a quanto pare Tria e Conte hanno già messo in conto, costituirebbe così il motivo scatenante per muovere la CE verso la sanzione immediata.
L’Italia sarebbe a quel punto invitata a effettuare un deposito non fruttifero pari allo 0,2% del Prodotto interno lordo (3,5 miliardi di euro).
E così si accenderebbe la miccia di uno scontro nel quale tutti hanno qualcosa da perdere, ma qualcuno ha da perdere più degli altri.
Il più debole, ovviamente.
(da “NextQuotidiano”)
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