Ottobre 31st, 2018 Riccardo Fucile
SONO I NUMERI DELLE EMISSIONI DI BTP FATTE DA APRILE
Ieri il ministero del Tesoro ha collocato 5,5 miliardi nuovi titoli a 5 e a 10 anni con il rendimento al 3,47%: via XX Settembre ha dovuto offrire oltre 50 centesimi in più per ogni titolo rispetto a un mese fa pur di mantenere viva la domanda, stabile rispetto a settembre.
Sulla scadenza più breve, il titolo a 5 anni è stato toccato il tasso massimo da dicembre 2013, il 2,58% in netta salita rispetto al 2,03.
Il ministero ha pagato 11 milioni in più rispetto a un mese fa solo per questo pacchetto da 2 miliardi di titoli.
Per i Btp decennali, invece, si sono rivisti i livelli di febbraio 2014, con il tasso al 3,36% rispetto al 2,9% di settembre e altri 11 milioni di interessi in più da pagare. Per la tranche di CcT eu da un miliardo, il rendimento è salito al 2,32%.
Ma non è finita qui.
Secondo alcuni calcoli citati dall’agenzia di stampa finanziaria Radiocor, emettere il pacchetto da 5,5 miliardi tra Cct e Btp è costato ieri all’Italia 689 milioni in più di quanto sarebbe costato a fine aprile. Non solo.
Mettendo insieme i numeri per tutte le emissioni di Btp fatte da allora — esclusi i titoli indicizzati, quelli collocati a sindacato e i Btp Italia — si arriva a una cifra di circa 6,5 miliardi.
Il programma 2018 del Tesoro è ormai completo per il 92%.
Nel 2019, però, arriverà per il Tesoro un carico da 260 miliardi di titoli da collocare. E con uno spread a 300 punti — ha calcolato l’Osservatorio Cpi guidato da Carlo Cottarelli- la spesa per interessi lieviterebbe di oltre 6 miliardi nel 2019 e di 10 miliardi nel 2020 rispetto a quanto previsto nel Def di aprile scorso.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO I DELUDENTI DATI SUL PIL, IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA ATTACCA
Il dato deludente sulla crescita comunicato questa mattina dall’Istat, con il Pil fermo a zero nel terzo trimestre, irrompe nel dibattito politico già surriscaldato dalla Manovra. Tra i primi a pronunciarsi è stato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: “C’e una divergenza di spiegazioni economiche in questo governo su cui bisogna cominciare a chiarire che se i risultati della crescita non ci saranno nei prossimi mesi è colpa esclusiva di questo governo e della politica economica che realizza, non di altri”, ha detto Boccia, a Ivrea per l’assemblea di Confindustria Canavese.
“Siamo a disposizione del Paese e del Governo – ha detto – per fare proposte che non antepongano le ideologie alle spiegazioni economiche”.
Il presidente degli industriali ha comunque definito prevedibile” il dato comunicato oggi dall’Istat. “L’abbiamo detto da tempo, l’economia globale comincia a rallentare c’e’ una questione interna di un’Italia che deve reagire”, ha detto “Il rallentamento dell’economia globale in funzione dei dazi degli Stati Uniti, il rallentamento complessivo della maggiore capacita’ di competizione industriale a partire dalla Cina, sono segnali che devono farci fare i conti su due questioni: una italiana e l’altra europea che per noi si chiama questione industriale”.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE + 1,5% DEL GOVERNO CONTE PER IL 2019… IMPOSSIBILE REALIZZARE QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA SENZA SCASSARE I CONTI PUBBLICI
Le stime dell’Istat si abbattono sulle prospettive di crescita dell’Italia: nel terzo trimestre del
2018, l’Istituto di statistica calcola che il Prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati.
Il tasso di crescita sullo stesso periodo del 2017 è in rallentamento allo 0,8%.
“Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni”, commentano dall’Istituto. “Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, – continua l’Istat – tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale (ovvero annuo, ndr) del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre”.
Il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2017.
L’Istat ricorda che la stima è provvisoria, ma intanto “riflette dal lato dell’offerta la perdurante debolezza dell’attività industriale – manifestatasi nel corso dell’anno dopo una fase di intensa espansione – appena controbilanciata dalla debole crescita degli altri settori”. La crescita acquisita per il 2018, ovvero quella che si realizzerebbe se nell’ultimo trimestre non avvenissero ulteriori variazioni, è ora all’1%.
I numeri giungono nella fase decisiva di definizione della Manovra per il 2019 e mentre si attende la risposta italiana all’Europa, che ha bocciato il progetto di bilancio italiano dando tre settimane di tempo per riscriverlo.
E uno dei motivi di scetticismo di Bruxelles è legato proprio alle previsioni di crescita che il governo ha segnato per il prossimo anno: +1,5% del Pil, alla luce dei provvedimenti che verranno introdotti dal prossimo gennaio. Uno scenario che secondo molti osservatori nazionali e internazionali – a cominciare dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che non ha validato il documento – è ottimistico.
Se il Prodotto non dovesse centrare quel risultato, a cascata aumenterebbe anche il rapporto tra il deficit e lo stesso Pil, dal 2,4% attualmente previsto per il 2019 e che già non piace alla Ue.
L’8 novembre la Commissione pubblicherà le sue stime, e sarà un altro snodo fondamentale per capire quanto credito verrà dato alla capacità dei provvedimenti in via di definizione di spingere una crescita che a questo punto sembra esaurita.
La stagnazione italiana svelata oggi è infatti un risultato peggiore delle aspettative degli analisti, che pure vedevano un rallentamento. Da Intesa Sanpaolo questa mattina, prima del dato ufficiale, pronosticavano un calo da +0,2 a +0,1% trimestrale. Anche il Bollettino di Bankitalia di una decina di giorni fa stimava una crescita dello 0,1%. L’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, guidato da Carlo Cottarelli, spiega bene come sia ora più difficile far tornare i conti rispetto agli impegni della Nota di aggiornamento del Def.
“Ipotizzando una crescita nel quarto trimestre dello 0,1%, in linea con la media degli ultimi due trimestri”, annota l’ex commissario alla spending review ed economista del Fmi, il ritmo dell’espansione dell’economia dovrebbe proseguire al “+0,5% nel primo e secondo trimestre 2019” mentre nella seconda parte dell’anno dovrebbe arrivare allo “0,6%” a trimestre. A questo punto, “l’economia italiana non solo non raggiungerà la stima di crescita dell’1,2% nel 2018 indicata dal governo nella nota di aggiornamento al Def ma difficilmente riuscirà a registrare nel 2019 una performance dell’1,5%”.
Alla luce del nuovo dato, anche i consumatori attaccano: “E’ di tutta evidenza che la nostra economia sta pesantemente rallentando e che la stima del Governo contenuta nel Def, di avere una crescita nel 2018 pari all’1,2% è ormai, purtroppo, una chimera” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Di conseguenza salta anche la stima di avere nel 2019 un Pil a +1,5% e tutte le previsioni in rapporto al Pil, ossia deficit e debito, sia per il 2018 che per il 2019” prosegue Dona. “Insomma, il Governo deve rifare tutti i calcoli, visto che le stime del Def sono, alla luce dei dati di oggi palesemente sballate”.
Recentemente, gli indicatori Pmi dell’istituto Markit – che anticipano l’andamento di manifattura e servizi intervistando i direttori agli acquisti delle aziende e sono ritenuti assai affidabili sui mercati – avevano mostrato segnali di forte debolezza per tutta l’Eurozona. Timori confermati da Eurostat, secondo la quale lil Pil rallenta nel terzo trimestre al +0,2% e nella Ue-28 al +0,3%
(da agenzie)
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Ottobre 27th, 2018 Riccardo Fucile
LE NUVOLE ALL’ORIZZONTE PEGGIORANO SE LA MANOVRA RESTA QUESTA… L’AGENZIA DI RATING NON CREDE AL TASSO DI CRESCITA ANNUNCIATO DAL GOVERNO
Italia, i grandi problemi si avvicinano. Per ora nessun declassamento, ma le nuvole nere sono all’orizzonte e dense. Quello emesso da Standard&Poor’s sull’affidabilità del debito è un verdetto mite se si guarda all’oggi, ma allarmante se lo sguardo si volge al futuro imminente, a quello cioè che diventerà presente quando e se la manovra entrerà in vigore così come è stata disegnata dal governo gialloverde.
Cosa ha deciso S&P? Il rating è stato confermato a BBB, mentre l’outlook è stato rivisto al ribasso, da stabile a negativo.
L’Italia resta a due gradini dal livello “spazzatura” e le prospettive negative possono portare a un potenziale declassamento tra qualche mese.
Se il presente, infatti, è più o meno salvo, il futuro dell’Italia per S&P è pieno di incognite.
E nel mirino dell’agenzia di rating c’è il piano economico del governo che “rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”. Altro colpo diretto a uno dei pilastri dell’impianto definito da Lega e 5 Stelle con la Nota di aggiornamento al Def e la manovra: la super crescita stimata già a partire dal prossimo anno, fissata all’1,5 per cento.
Per Standard&Poor’s le previsioni sono “ottimistiche”. Quelle dell’agenzia di rating sono riviste al ribasso: 1,1% quest’anno e anche il prossimo. In precedenza erano molto più alte, con un Pil stimato a 1,4% per tutti e due gli anni.
Sterilizzata la teoria della crescita ipertrofica cade anche l’altro punto fermo dei piani del governo, cioè che il super Pil porterà all’abbassamento del debito proprio in relazione al Pil.
A cascata anche il rapporto deficit-Pil – il pomo della discordia tra il governo e la Commissione europea – sarà più elevato: non 2,4%, ma 2,7 per cento.
Oltre alla cornice descritta, quindi, come precaria e debole, il giudizio dell’agenzia di rating impatta anche nel merito della manovra.
La quota 100 per il superamento della legge Fornero in materia di pensioni, “se attuata in pieno invertirà i guadagni della precedente riforma e minaccia la sostenibilità di lungo termine dei conti pubblici”, si legge nella nota dell’agenzia di rating.
C’è – guardando a una prospettiva più larga – la messa in discussione di quelle “misure politiche che annullano o compromettono le precedenti riforme economiche strutturali o che ampliano ulteriormente il deficit di bilancio”.
Un accento negativo sostanziale perchè — spiega l’agenzia di rating — queste scelte “hanno indebolito la fiducia degli investitori”. Lunedì è già tempo di un nuovo esame da parte dei mercati.
(da agenzie)
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Ottobre 27th, 2018 Riccardo Fucile
PER DUE RAGIONI: IL FONDO SOVRANO RUSSO NON HA I SOLDI SUFFICIENTI E PUO’ SOLO ACQUISTARE TITOLI CON RATING INFERIORE AD AA-
Continua l’appassionante saga dei sovranisti che cercano di piazzare il debito pubblico italiano
nelle mani di potenze straniere.
Ieri il Sole 24 Ore dava conto che durante l’incontro tra Giuseppe Conte e Vladimir Putin a Mosca il presidente russo ha dichiarato che non verrà opposta «alcuna limitazione o restrizione» al lavoro del Fondo sovrano per un eventuale acquisto dei titoli di Stato italiani.
Da parte sua il premier precisava di non essere andato a Mosca «per chiedere di comprare titoli sovrani».
È bastato questo non annuncio per mandare in fibrillazione i sovranisti nostrani, da sempre eccitati quando l’uomo forte del Cremlino si presenta come salvatore della Patria (altrui).
Il problema è che Putin non ha detto che la Russia comprerà titoli di Stato italiani; il presidente russo si è limitato a dire che non c’è alcuna restrizione di tipo politico all’acquisto del debito pubblico italiano.
Il che è ben diverso perchè il Fondo Sovrano russo non può acquistare titoli di stato con un rating inferiore ad AA- (per Fitch e Standard and Poor’s) oppure Aa3 nel caso di Moody’s.
Attualmente il rating del debito pubblico italiano è Baa2 per Moody’s e BBB per Fitch e Standard and Poor’s.
Già da questo è evidente che la Russia non può comprare il nostro debito pubblico. Semplicemente perchè come altri investitori (ad esempio i fondi di investimento) ritiene troppo rischioso farlo.
Il fatto che dal punto di vista politico Putin abbia detto che non ci sono preclusioni non significa nulla. A meno che il presidente non si metta in testa di cambiare le regole proprio per fare un favore al nostro Paese.
La Russia non ha abbastanza soldi per finanziare il debito pubblico italiano
Lasciamo per un momento da parte le valutazioni riguardo la convenienza politica di farsi aiutare dalla Russia e ammettiamo per assurdo che, magari in cambio della rimozione delle sanzioni alla Russia (cosa che l’Italia da sola non può garantire) Putin riesca a far modificare i criteri per gli investimenti da parte del Fondo Sovrano di Mosca.
A quel punto c’è un altro problema, ancora più grosso: i soldi.
La Russia semplicemente non ha abbastanza denaro per finanziare il nostro debito pubblico.
Come spiega Federico Fubini sul Corriere della Sera nel 2019 l’Italia dovrà collocare obbligazioni per un valore di 250 miliardi di euro. Di questi, cinquanta miliardi saranno nuove emissioni (ovvero nuovo debito pubblico) mentre il resto serve per rimborsare prestiti che andranno a scadenza.
Il problema è rappresentato soprattutto dai 60 miliardi di euro in mano agli investitori stranieri che potrebbero decidere di non rinnovare la fiducia al nostro Paese.
Non è una questione di antipatia nei confronti del Governo del Cambiamento, molto più semplicemente visto il rating dell’Italia ci sarà chi non potrà più investire nel nostro debito pubblico.
Tra quei sessanta miliardi e i cinquanta di nuovo debito si tratta di oltre 100 miliardi di euro.
Il Fondo Sovrano russo però ha una dotazione complessiva pari a meno di 80 miliardi di euro (c’è chi dice addirittura 60 miliardi di euro). È evidente quindi che anche potendo — e ora non può — la Russia non potrà usare i suoi soldi per acquistare solo titoli di Stato italiani.
Ne potrà acquistare, forse, una piccola parte, di sicuro non oltre i sei miliardi di euro. La Russia non è in grado di “salvare l’Italia” perchè non ha abbastanza denaro per farlo; le riserve della Russia in foreign exchange ammontano a circa 350 miliardi di euro, una cifra che corrisponde grossomodo alla quantità di denaro che il nostro Paese deve raccogliere ogni anno per finanziare il debito pubblico.
E no, la Russia non può stampare euro per comprare i nostri titoli di Stato.
Tutte le volte che Putin ha promesso di comprare il debito estero di uno Stato europeo (si veda la Grecia) non lo ha mai fatto.
Ciononostante da bravo sovranista e populista Conte continua a cercare sponde fuori dall’Italia e dall’Europa.
Perchè la sovranità nazionale la devono difendere gli altri. Ma a che prezzo?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 24th, 2018 Riccardo Fucile
I VERI NEMICI DEL POPOLO STANNO AL GOVERNO CON BUONA PACE DEI PIRLA CHE LI HANNO VOTATI
Nonostante la retorica gulloleghista farnetichi di “Attacco al popolo” o alla nostra economia, è bene chiarire che la bocciatura incassata prima dai mercati e ratificata poi dal downgrade dell’agenzia di rating Moody’s riguarda la politica economica del governo.
Anzi, il risparmio privato delle famiglie italiane, e la connessa prospettiva del governo di aggredirlo con imposte patrimoniali è considerato l’unico baluardo prima che debito pubblico del nostro paese venga declassato al livello di “spazzatura”.
Per chi avesse ancora dubbi sui danni che può portare alla collettività una manovra di bilancio che con obbiettivi di rapporto deficit/pil al 2,4% per il prossimo anno, l’agenzia di rating scrive a chiare lettere che la prima motivazione per il downgrade è costituita dall’indebolimento fiscale connesso a deficit di bilancio superiori alle aspettative e conseguente permanenza del rapporto debito PIL su livelli elevati.
Per contro, nel motivare le ragioni del outlook stabile, Moody’s sostiene che la debolezza sulla componente fiscale del merito di credito del paese è bilanciata da una economia diversificata, con imprese capaci di generare un surplus commerciale e un risparmio delle famiglie in grado di costituire un “cuscinetto” nei confronti delle potenziali necessità del governo.
Il messaggio chiaro, che la retorica di bassa lega del governo cerca di offuscare, è dunque il seguente: la politica del governo distrugge la ricchezza presente del nostro paese (maggiore spesa per interessi comporta la necessità di incrementare il carico fiscale e/o ridurre l’offerta di servizi pubblici), contribuisce a minare ulteriormente le già ridotte prospettive di crescita futura e tutto al solo fine di attribuire qualche modesto beneficio ad una sparuta minoranza, che ne ha determinato il successo elettorale.
Su tutta la trista vicenda aleggia il fantasma della crescita che non c’è e che non ci sarà : la seconda motivazione del downgrade riguarda appunto l’elevata probabilità che le previsioni di crescita su cui si basa la manovra del governo siano irrealistiche.
Cade pertanto anche l’ultima foglia di fico sulla pseudoeconomia populista: distribuire denari a una frazione dei propri elettori, come peraltro testimonia la storia italiana degli ultimi 30 anni, non ha alcuna possibilità di contribuire alla crescita economica del paese che rimarrà dunque legata alla produttività dei nostri fattori, variabile zavorrata da un apparato statale inefficiente e dalla endemica carenza di investimenti in capitale umano, alla capacità di innovare del nostro tessuto industriale e imprenditoriale, che troppo spesso trova più semplice e veloce emigrare piuttosto che combattere contro i mulini a vento della burocrazia e difendersi dagli artigli rapaci del fisco.
Dunque è inutile cercare tra gli aridi analisti delle agenzie di rating o tra i perfidi Euroburocrati o peggio ancora tra gli speculatori finanziari senza cuore: i veri nemici del popolo che stanno dissipando le risorse presenti del paese e ipotecando quelle future si trovano al governo, con buona pace dei cittadini che gli hanno accordato la maggioranza dei consensi.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 24th, 2018 Riccardo Fucile
COSA STA SUCCEDENDO NEL NORD-EST
Massimo Doris, amministratore delegato di Mediolanum, qualche giorno fa aveva rivelato
che i clienti della sua banca si presentano spesso agli sportelli per chiedere di conoscere modi legali per portare i soldi all’estero.
Il Gazzettino racconta oggi cosa sta succedendo nel Nord-Est, terra di risparmiatori piuttosto attenti a chi pagherà per la lite tra governo e UE concentrando in particolare l’attenzione su Sillian, villaggio austriaco di 2.046 abitanti, ai piedi delle Dolomiti di Lienz e a cinque chilometri dal confine italiano.
È lì che ha sede la Raiffeisenbank della Val Pusteria, banca regionale autonoma che fa parte dell’omonimo gruppo nazionale e che è l’equivalente transalpino di una cassa rurale.
Un istituto talmente sensibile ai capitali nostrani da citare i propri dipendenti italofoni, 7 su un totale di 53, tra i dati-chiave del proprio bilancio: offre consulenza su risparmio e investimenti direttamente in lingua e questo non può che costituire un vantaggio per chi ha necessità di decidere presto e bene cosa fare con i propri soldi.
I depositi italiani nelle istituzioni finanziarie monetarie (e non) austriache hanno da tempo abbondantemente superato il miliardo di euro ma da giugno, picco più alto del 2018, a settembre sono calati.
Eppure il sessantenne trevigiano che sotto la garanzia dell’anonimato accetta di parlare con Angela Pederiva non si preoccupa della controtendenza: «Non mi fido più dell’attuale sistema italiano. Non mi riferisco all’apparato bancario, ma all’assetto politico. Dopo le elezioni del 4 marzo, ho cominciato a sentire sempre più spesso battute e annunci di questo o quel ministro riguardanti l’addio all’euro e il ritorno alla lira, il che a mio avviso sarebbe disastroso e comporterebbe un drastico ridimensionamento del valore dei miei risparmi, frutto di tanti anni di lavoro».
E allora perchè proprio in Austria?
«Me l’ha consigliato un amico, che si era trovato molto bene e mi ha passato il contatto. Ma fondamentalmente perchè quella banca si trova appena cinque chilometri dopo il confine, dunque dalla provincia di Treviso è raggiungibile in un’ora e mezza di macchina o poco più».
Bawag Psk, Unicredit Bank Austria, Erste Bank, Tiroler Sparkasse e ora la Raiffeisenbank: la grande fuga degli euro dall’Italia è iniziata. In attesa dell’uscita dall’euro dell’Italia, i gialloverdi al governo si accontenteranno?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 24th, 2018 Riccardo Fucile
“LA GRECIA E’ DISSEMINATA DI CADAVERI POLITICI DI CHI HA VOLUTO SFIDARE LE REGOLE DEL BUON SENSO”… “SCONTRO COSTRUITO AD ARTE CONTRO LA UE PER FINI ELETTORALI”
“Il teatro romano si scontra con il libro delle regole Ue”, dove “la disputa sul bilancio dell’Italia rischia di diffondere una grave agitazione sui mercati”.
È il titolo dell’editoriale del Financial Times, che dedica alla bocciatura della manovra anche un articolo di cronaca a pagina 2, “Bruxelles rigetta i piani di bilancio dell’Italia”, e uno di mercati a pagina 19, “La Banca Centrale Europea di fronte al dilemma di Roma sui bond in maturazioni del Qe”.
Nell’editoriale, il quotidiano finanziario nella sua edizione internazionale sottolinea che, “come molti showdown tra Bruxelles e i governi dell’eurozona, la disputa include elementi di teatro politico così come di principi di governance economica”. A
nche se il teatro avviene soprattutto a Roma, dove il governo “sembra credere che ogni scontro costruito ad arte con l’Ue rappresenti un guadagno politico di per sè”, avendo in vista le elezioni europee di maggio.
La speranza è infatti che dal voto emerga una “commissione dalla costituzione e politica economica molto diverse” che lascerebbe Lega e M5S perseguire “le loro visioni populiste non ortodosse”.
Ma, avverte, il Ft, “queste tattiche sottostimano il mondo in cui gli investitori vedono questioni seriamente importanti in gioco nella disputa sul bilancio, a partire dalla sostenibilità del debito pubblico italiano per finire con la stabilità dell’eurozona”. Salvini e Di Maio, quindi, “rischiano di ripetere gli errori di altri leader dell’eurozona che hanno provato a sfidare o a giocare d’astuzia con i mercati”, infatti, ricorda il Ft, “i corridoi del potere greco sono disseminati dei cadaveri politici di questi uomini”.
Allo stesso tempo Bruxelles “deve stare attenta a non giocare il gioco dei populisti italiani dando l’impressione che un governo regolarmente eletto non possa perseguire le politiche economiche di sua scelta”, anche perchè “non tutte le idee del governo italiano sono sbagliate”.
Per questo, conclude il Ft, “i nuovi leader hanno il diritto di volere un cambiamento”, però “il problema è che, nella loro disperazione di spingere l’Italia fuori dalla palude, stanno governando in un modo disordinato e imprevedibile che allarma i mercati e solleva profondi dubbi a Bruxelles e tra i governi dell’eurozona”.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
L’AD DI BANCA MEDIOLANUM: “C’E’ UN CLIMA DI SFIDUCIA E PAURA, MOLTI CLIENTI CI CHIEDONO COME PORTARE I SOLDI ALL’ESTERO IN MODO REGOLARE”
Tra i clienti di Banca Mediolanum “la preoccupazione c’è” a seguito della reazione dei mercati alla manovra del governo. Lo afferma l’amministratore delegato Massimo Doris.
Soprattutto, spiega il banchiere, “abbiamo ricevuto richieste su come portare i soldi all’estero in modo regolare, c’è un clima di sfiducia e paura”
Gli euro continuano a uscire dall’Italia
Forse preoccupati da affermazioni come “Non possiamo fermarci se 7-8 banche sono in difficoltà ” (Luigi Di Maio), “Non si può andare avanti a chiedere unicamente alle banche di sostenere il paese: il cittadino si deve ritenere parte del progetto e dobbiamo chiedergli di crederci” (Laura Castelli), oppure “Sono sicuro che gli italiani ci daranno una mano se serve” (Matteo Salvini).
D’altro canto la situazione comincia a farsi davvero preoccupante se anche Moody’s nel confermare l’outlook stabile sul debito italiano dice anche che questo è comunque garantito dal risparmio privato degli italiani.
La corsa dello spread e i BtP
Gli esperti consigliano di guardare ai titoli a scadenza breve, che risentono meno delle tensioni in corso. Anche il parcheggio della liquidità sui conti deposito o sul conto è da valutare. Rende zero ma consente di stare lontano dalle perdite e di valutare con calma, una volta passate le bufere, che cosa fare.
In ogni caso chi vuole mettere al sicuro i propri soldi in una banca estera tradizionale (per esempio in Germania) lo può fare con un conto corrente che gli consenta di fare tutti i tipi di operazioni. Deve risiedere legalmente in un paese dell’Ue e ha il diritto di aprire un “conto di pagamento base”.
Di solito il conto consente di effettuare operazioni standard: depositi, ritirare contante, ricevere o eseguire pagamenti (ad esempio addebiti diretti o acquisti mediante carta). Dovrebbe anche prevedere una carta di pagamento utilizzabile per ritirare contante ed effettuare acquisti, sia online sia in negozio.
(da “NextQuotidiano”)
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