Ottobre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“PROGRESSIVO INDEBOLIMENTO DELLA RIPRESA”
Sono sempre loro, i tecnici, a farsi sentire. 
Nel giorno in cui l’Italia mette la firma sulla lettera di risposta all’Europa in cui conferma la bontà delle proprie previsioni sui conti pubblici, arrivano due pareri concordi, dall’Ufficio parlamentare di Bilancio e dal Centro studi di Confindustria, che confermano che la strada per raggiungere i target – a cominciare dal +1,5% di Pil nel 2019 – sarà una salita di montagna.
“In Italia si avvertono segnali di rallentamento ciclico e si profila un progressivo indebolimento della ripresa” afferma l’Upb. “Una ripresa sul futuro della quale pesa una crescente incertezza e incombono i forti rischi di peggioramento del quadro economico internazionale”.
L’Ufficio parlamentare di bilancio nella Nota sulla congiuntura di ottobre stima per il terzo trimestre una crescita dello 0,1% (dal +0,2% calcolato dall’Istat nel secondo trimestre).
Il Pil nei conti annuali potrebbe attestarsi, secondo l’Upb, a +1,1%, leggermente al di sotto della stima del governo (+1,2%). Le attese di bassa crescita nella seconda metà del 2018 incidono anche sul trascinamento statistico per il prossimo anno, che sulla base delle previsioni per l’anno in corso risulterebbe molto contenuto. Sulle previsioni a breve e medio termine incombono tuttavia – avverte l’Upb – significativi e crescenti fattori di rischio collegati ai timori che possano realizzarsi scenari sfavorevoli.
A livello internazionale vi è incertezza sugli sviluppi degli interventi protezionistici e sulle tendenze dei mercati delle materie prime energetiche. Resta inoltre forte l’incognita di repentini incrementi dell’avversione al rischio degli operatori dei mercati finanziari, che si ripercuoterebbero rapidamente sul quadro macroeconomico dell’economia italiana.
Si sono “indebolite le condizioni per la crescita del Paese”. Così il Centro studi di Confindustria ricordando che a inizio ottobre ha tagliato la stima del Pil a +0,9% nel 2019, in rallentamento dal +1,1% nel 2018: “Questo scenario di debole crescita potrebbe anche rivelarsi ottimista se si materializzassero i rischi presenti all’orizzonte” e si avesse “un’accresciuta sfiducia degli investitori finanziari internazionali, legandosi anche al giudizio negativo delle agenzie di rating”.
Dunque, “sembra molto difficile” la crescita programmata dal governo all’1,5% nel 2019. La crescita economica in Italia “si sta assottigliando”, per le condizioni “interne ed esterne”, afferma il Csc, sottolineando che la previsione in rallentamento del Pil è “condivisa da altri centri di ricerca e istituzioni nazionali e internazionali”.
Una crescita debole e “a rischio”, sostiene quindi il Centro studi di Confindustria nell’analisi mensile. In particolare, spiega, “un’accresciuta sfiducia da parte degli investitori finanziari internazionali, legandosi anche al giudizio negativo delle agenzie di rating, determinerebbe il proseguire dell’aumento dei rendimenti sovrani già in corso, pesando sui conti pubblici italiani e facendo crescere significativamente il costo del credito, riducendone la disponibilità per famiglie e imprese, ciò frenerebbe ancor più i consumi e gli investimenti”.
Dunque, “sembra molto difficile l’espansione programmatica del Pil all’1,5% nel 2019, come risultato della manovra di bilancio delineata dal Governo. La manovra è composta per lo più di misure di sostegno al reddito, che potrebbero tradursi solo parzialmente in più consumo; c’è poco di investimenti pubblici e di interventi di stimolo per quelli privati, dei quali ci sarebbe bisogno per colmare il gap accumulato negli anni di crisi.
Per raggiungere l’ambizioso obiettivo di crescita dell’1,5%, l’economia italiana, che sta rallentando, dovrebbe improvvisamente invertire rotta. Accelerando al ritmo dell’Eurozona, già da inizio 2019”, conclude il Csc.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 21st, 2018 Riccardo Fucile
RESTRINGIMENTO DEL CREDITO E AUMENTO DEI COSTI PER LE AZIENDE
Il downgrade di Moody’s, a dispetto dell’outlook stabile certificato dall’agenzia di rating (che si basa sulla possibilità di una patrimoniale), rischia di amplificare un fenomeno che oggi già si sta palesando con la crescita dello spread partita con l’arrivo al governo di Lega e MoVimento 5 Stelle.
Oltre alla perdita di valore delle banche italiane e ai conseguenti rischi di aumenti di capitale, anzi proprio per effetto dei BtP in pancia degli istituti di credito, comincia a palesarsi un restringimento del credito e un aumento dei costi per quello alle imprese. I dati ISTAT per le imprese manufatturiere dicono che il saldo tra risposte positive e negative sulle richieste di credito è in rosso di cinque punti: il dato peggiore da settembre 2014.
A segnalare un rapporto più fluido con le banche è solo il 3,7% degli intervistati, quasi la metà rispetto a marzo. Al contrario, quasi nove imprenditori su 100 registrano un irrigidimento: un valore più alto si trova solo alla fine del 2016.
Oggi i tassi sono a ridosso dei minimi storici: con lo spread, ai livelli attuali (1,55% l’ultima rilevazione Bankitalia di agosto) i 21,7 miliardi erogati dalle banche due mesi fa generano su base annua per le imprese un onere di 336 milioni, un terzo rispetto a quanto sarebbe accaduto per lo stesso importo alla fine del 2011, nel pieno della crisi. Se la reattività è massima per i tassi sulle nuove operazioni di finanziamento, occorre poi considerare l’effetto di trascinamento sulle masse prese a prestito e anche in questo caso sono più che apprezzabili i vantaggi ottenuti nel tempo.
Il tasso medio sulle consistenze, mese dopo mese si è sgonfiato per includere i nuovi prestiti “low-cost”, arrivando oggi al minimo del 2,11%.
A questi livelli, su base annua l’onere finanziario per le imprese, relativo ai 696 miliardi di euro presi a prestito dal sistema bancario, è di 15 miliardi.
La stessa massa di prestiti, se si tornasse ai picchi del 2011, costerebbe invece su base annua 13 miliardi in più.
Tutta colpa dello spread. O di chi lo fa crescere?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 20th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMPATTO NEGATIVO SU BANCHE, IMPRESE E CONSUMATORI SI RIVERSERA’ SULL’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA
Ieri sera Moody’s ha declassato il rating sul debito sovrano dell’Italia a Baa3 da Baa2,
appena un gradino sopra il livello «spazzatura», mentre l’outlook è stato giudicato stabile e non negativo.
Gli analisti della società di rating hanno legato il giudizio «al cambio concreto della strategia di bilancio con un aumento significativo del deficit», che manterrà anche il debito a un livello prossimo al 130% del Pil, invece che scendere come l’agenzia stimava in precedenza.
E non condividono nemmeno l’ottimismo del governo sugli effetti della manovra per il Pil: manca — scrivono — «una coerente agenda di riforme per la crescita», con implicazioni negative sul fronte della «crescita nel medio termine».
La decisione era ampiamente attesa e l’outlook stabile è un segnale positivo perchè significa che l’agenzia di rating non si aspetta ulteriori peggioramenti nel breve periodo.
La decisione è arrivata a mercati chiusi e con il week end in mezzo, ma lunedì a cascata verrà anche tagliato il rating delle banche e dei grandi gruppi quotati alla Borsa di Milano.
Ieri la crescita dello spread ha ripiegato dopo il picco di 340 ma l’inizio della settimana riserverà altri rally. La decisione arriva mentre secondo il Bollettino economico della Banca d’Italia prosegue la fuga degli investitori esteri dal nostro debito con gli investitori non residenti che nei primi otto mesi hanno ridotto le loro consistenze di titoli di portafoglio italiani di 42,8 miliardi: i disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi).
Cosa succede dopo il declassamento di Moody’s?
Il taglio del rating sovrano porta automaticamente al declassamento delle banche, e questo a cascata porterà maggiori difficoltà nell’approvvigionamento di capitale; c’è poi il problema dei titoli di Stato in pancia agli istituti di credito, che vengono svalutati con effetti importanti sul patrimonio, tanto che Credit Suisse ha pronosticato che con lo spread a 400 gli istituti di credito sarebbero costretti ad aumenti di capitale. C’è poi il problema del debito pubblico, che crescerà ulteriormente perchè le nuove emissioni dovranno pagare interessi più elevati ai sottoscrittori.
Effetti sono attesi anche su mutui e prestiti.
Una stabilizzazione dello spread a livelli elevat costringerebbe le banche ad alzare un altro spread, quello che compone, insieme ai parametri di mercato, il tasso«chiavi in mano» di prestiti e finanziamenti.
Il peggioramento interesserebbe solo i nuovi mutui e non quelli in essere. Morya Longo sul Sole 24 Ore spiega che secondo le stime di Goldman Sachs se l’Italia venisse declassata a «junk», le vendite sui BTp potrebbero arrivare a 100 miliardi. Morgan Stanley calcola che a un tale declassamento del rating italiano sarebbero sensibili investitori nazionali che attualmente detengono 436 miliardi di BTp e internazionali che hanno 405 miliardi.
Commerzbank, limitando l’analisi alle sole società di gestione del risparmio, stima che i BTp siano in mano ai fondi investment grade europei per 250 miliardi e non europei per 80. Per non parlare degli Etf.
Il problema è questo: i fondi dedicati ai bond “sicuri” (dunque investment grade) non possono “tradire” i sottoscrittori tenendo in portafoglio titoli «junk».
Qualora un Paese o una società venga declassata su questo livello, i fondi hanno solitamente 6-12 mesi di tempo per sbarazzarsene.
L’effetto più pericoloso del combinato disposto di spread e declassamento, in attesa che arrivi quello delle altre agenzie di rating, è il restringimento del credito da parte delle banche a cittadini e imprese.
Perchè quello che succede dopo di solito è un effetto a cascata classico. Spiega oggi Roberto Rho su Repubblica:
Siccome lo spread non è un indicatore virtuale, la sua ascesa su su fin oltre i 300 punti si traduce quasi automaticamente in maggiori spese per lo Stato.
L’aumento dei tassi ha poi un doppio effetto sulle banche. Il primo: l’aumento del costo di approvvigionamento del denaro. Le banche, cioè, pagheranno di più i soldi che chiedono in prestito e che a loro volta presteranno a imprese e consumatori. Ovviamente più sarà alto il costo di approvvigionamento e più cresceranno i tassi su prestiti e mutui.
Il secondo effetto: la caduta dei valore dei Btp in portafoglio (se salgono i tassi scendono i prezzi) appesantirà i bilanci delle banche.
Quasi tutte sono gonfie di titoli di Stato: per quelle più esposte l’aumento dei tassi rischia di essere uno choc. L’uno e l’altro effetto rischiano di innescare il “credit crunch”, cioè la chiusura dei cordoni della borsa da parte degli istituti di credito, che lascerebbe le imprese senza carburante.
Da qui è tutto in discesa: gli impatti sulle banche, sulle imprese e sui consumatori (senza finanziamenti si acquistano meno case, auto, mobili, elettrodomestici…) avrebbero un effetto negativo sull’andamento dell’economia: il Pil crescerebbe assai meno dell’1,5% previsto dal governo.
Andrebbero rivisti tutti i calcoli su deficit e debito.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 20th, 2018 Riccardo Fucile
MOODY’S CI DECLASSA E BOCCIA TOTALMENTE LA MANOVRA: FA DEFICIT MA SENZA CRESCITA… LE POSSIBILITA’ DI ADDIO ALL’EURO POTREBBERO AUMENTARE
L’agenzia Moody’s taglia il rating dell’Italia a Baa3, ultimo gradino prima del livello “spazzatura”, da Baa2 con outlook stabile.
La decisione di Moody’s di tagliare il rating dell’Italia è legata a un “cambio concreto della strategia di bilancio, con un deficit significativamente più elevato “rispetto alle attese”.
Alla base della decisione di Moody’s di tagliare il rating dell’Italia c’è la “mancanza di una coerente agenda di riforme per la crescita”, e questo “implica” il prosieguo di una “crescita debole nel medio termine”, si legge nella nota, sottolineando che i piani del governo non rappresentano un “coerente programma di riforme” che può spingere “la mediocre performance della crescita su base sostenuta”.
Le possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro sono al momento “molto basse”, ma potrebbero aumentare “se le tensioni fra il governo italiano e le autorità europee” sulla manovra e sugli impegni sui vincoli bilancio “dovessero subire una ulteriore escalation”, scrive ancora Moody’s.
Il reddito di cittadinanza, il rilancio dei centri dell’impiego e la riforma della legge Fornero sulle pensioni da sole, costeranno uno 0,8 per cento del Pil per ognuno dei prossimi tre anni. Mentre un altro 0,7 del Pil sarà depresso dal mancato aumento dell’Iva.
Alla base del declassamento di un notch del rating italiano, scrive Moody’s, “un indebolimento della politica fiscale con un deficit di bilancio più alto per i prossimi anni che l’agenzia aveva assunto in precedenza”.
Il debito pubblico italiano, spiega, si stabilizzerà in rapporto al Pil intorno all’attuale 130% nei prossimi anni piuttosto che iniziare la fase discendente come era atteso. Inoltre il trend del debito pubblico è soggetto alla debolezza delle prospettive economiche che potrebbe alla fine comportare un ulteriore aumento del debito stesso dal già alto livello attuale.
Le stime del governo italiano sulla crescita sono “ottimiste”: il debito “non calerà concretamente nei prossimi anni”, rimanendo stabile attorno al 130% del pil.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO DELL’AGENZIA DI RATING: “PROSPETTIVA DI UN DEFICIT PIU’ ALTO, STALLO DELLE RIFORME”
Moody’s ha declassato il rating dell’Italia a Baa3 da Baa2, cambiando l’outlook in stabile. 
Fra le ragioni del downgrade, l’agenzia cita la prospettiva di un deficit più alto delle attese e gli impatti negativi dello stallo di riforme strutturali e fiscali.
Il giudizio dell’agenzia era già stato pronosticato da alcuni operatori.
Thomas Strobel, Economista, di UniCredit Bank a Monaco e Philip Gisdakis, Co-Head of Strategy Research, sempre di UniCredit Bank a Monaco, avevano scritto in una nota di aspettarsi che «Moody’s tagli il rating dell’Italia di un gradino e assegni un outlook stabile mentre S&P probabilmente cambierà il suo outlook sul rating da stabile a negativo (sebbene vi sia la possiblità di un taglio di un gradino con outlook stabile)».
Fitch: possibile effetto-domino sulle banche
Proprio oggi Fitch, un’altra agenzia di rating, ha sottolineato in una nota come un suo ulteriore downgrade (da attendersi nel 2019) rischi di innescare un effetto-dominio sul comparto bancario.
L’abbassamento di un gradino può avere conseguenze sugli istituti ritenuti più solidi come Bnl (BBB+), Credito Emiliano, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e UniCredit (tutte BBB) e Unipol Banca (BB+)
Ma i problemi più gravi potrebbero colpire gli istituti più esposti ai Btp, a partire da Popolare Sondrio (rapporto del 360% fra titoli in portafoglio e capitale Cet1), Mps (250%) e Banco Desio (240%).
I nostri istituti di credito, sempre secondo Fitch, rischiano soprattutto l’erosione di capitale dovuta al crollo dei prezzi dei titoli di Stato, un rialzo nei costi della raccolta e il quadro di instabilità macroeconomica che si annuncia sul medio periodo.
(da “il Sole 24 Ore”)
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Ottobre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL RIALZO INFLUISCE SUI MUTUI
Ore 11.40. Piazza Affari soffre in mattinata. Il Ftse Mib torna in calo dopo un rapido
passaggio in positivo e cede l’1,31%.
Il listino milanese sconta non solo lo strappo del governo sui conti, con la Ue che ieri ha mandato un primo avvertimento con l’invio di una lettera molto dura sul progetto di bilancio fatto pervenire alcuni giorni fa a Bruxelles, ma ora anche le tensioni all’interno della stessa maggioranza di governo, con il vice premier Di Maio che dopo il caos sulla presunta manipolazione del decreto fiscale ha parlato per la prima volta di un problema “politico” da chiarire con il proprio alleato
In mattinata intanto lo spread sale ulteriormente rispetto alla chiusura di ieri e supera quota 340 e si assesta a 333 punti, con il rendimento del titolo decennale italiano arrivato a toccare il 3,8%.
Negativo anche il segnale che arriva dai credit default swap, le assicurazioni sul rischio insolvenza del Paese, schizzati per quanto riguarda i contratti a 5 anni a 293 punti, ai massimi dal 2013.
Anche i dati forniti da Banca d’Italia non sono incoraggianti: nel mese di agosto le vendite nette di obbligazioni da parte di investitori stranieri, prevalentemente titoli di Stato ma anche bond societari, sono tornate a scendere ad agosto a -17,9 miliardi, dopo il doppio maxi ribasso di maggio e giugno.
In sofferenza tutto il settore bancario, particolarmente sensibile alle variazioni dello spread. In profondo rosso Mps, Carige e Ubi e Banco Bpm.
Un monito in questo senso è arrivato in giornata dal numero uno dell’Abi Antonio Patuelli: “L’ulteriore crescita dello spread peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese”.
(da agenzie)
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Ottobre 16th, 2018 Riccardo Fucile
“LA DECISIONE DI NON VALIDARE I NUMERI DEL DEF E’ STATA PRESA SULLA BASE DEI DATI UFFICIALI DELLA MANOVRA TRASMESSI DAL MINISTERO DELLE FINANZE”
La validazione delle stime programmatiche “riguarda il quadro nella sua interezza” e la
decisione dell’Upb di non validare i numeri della Nota al Def è stata presa “sulla base esclusivamente delle variabili esogene e delle informazioni sulla struttura della manovra fornite dal Mef, informazioni che non si devono ritenere nè parziali nè obsolete”.
È quanto puntualizza lo stesso Upb dopo aver notato come nel Draft budgetary plan si affermi “sorprendentemente” che le previsioni sono state “pubblicate in tempi diversi e sulla base di informazioni parziali o obsolete”.
“Nel Dpb 2019 pubblicato in data odierna – si legge in una nota diffusa dell’Autorità dei conti pubblici – il Governo, dando conto della mancata validazione da parte dell’Upb delle previsioni macroeconomiche programmatiche 2019, afferma sorprendentemente a pagina 6 che ‘oggetto di discussione dovrebbe essere unicamente la valutazione dell’impatto sul quadro macroeconomico della manovra di finanza pubblica, e non la misura in cui la previsione ufficiale si discosta da quelle formulate da altri analisti, pubblicate in tempi diversi e sulla base di informazioni parziali o obsolete’.
Al riguardo – viene precisato nel comunicato – l’UPB ribadisce che la validazione delle previsioni macroeconomiche programmatiche riguarda il quadro nella sua interezza”.
In ogni caso, rispetto allo scenario a legislazione vigente, “la valutazione dell’impatto positivo della manovra sulla crescita reale è risultata, per tutti i previsori del panel Upb (CER, Prometeia, REF.ricerche), inferiore a quella implicita nella previsione del Governo. Un divario ancora più ampio rispetto alle stime ufficiali, sempre per tutti i previsori del panel Upb, si riscontra nella valutazione dell’impatto della manovra sulla crescita nominale”.
L’Ufficio ribadisce quindi che la decisione “è stata presa utilizzando il modello di previsione dell’Upb e quelli degli istituti che fanno parte del panel, sulla base esclusivamente delle variabili esogene e delle informazioni sulla struttura della manovra fornite dal Ministero dell’Economia e finanze dopo la pubblicazione della Nadef, informazioni che non si devono ritenere nè parziali nè obsolete”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
PERCHE’ MAI UN RISPARMIATORE ITALIANO DOVREBBE ANDARE INCONTRO A PERDITE IN CONTO CAPITALE?.. PER FARE UN FAVORE A UN GOVERNO CHE NON VUOLE RIMBORSARE IL DEBITO PUBBLICO?
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, a margine del G6 di Lione, ha risposto così a chi gli chiede cosa farà il governo se lo spread continuerà a salire.”La forza dell’Italia, che nessun altro degli amici seduti al tavolo oggi ha, nè i francesi, nè gli spagnoli, è un risparmio privato che non ha eguali al mondo. Per il momento è silenzioso e viene investito in titoli stranieri. Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”.
In pratica il vicepremier auspica una nazionalizzazione del debito pubblico italiano, debito oggi pari a 2.286.000 milioni di euro che dalla nascita della moneta unica in poi è finito sempre più in pancia a investitori e istituzioni estere (oggi al 36%), nei bilanci della Bce o della Banca d’Italia (16%), in quelli delle banche italiane (27%) e in quelle di fondi e assicurazioni (19%).
I cittadini italiani, invece, hanno parzialmente diminuito il peso di Bot e Btp nei loro portafogli fino a scendere al 6% del totale, preferendo i fondi o direttamente le azioni, anche andando incontro a un grado di rischio maggiore per i loro investimenti. Per cercare un maggiore rendimento.
Così negli ultimi anni hanno dirottato una fetta importante del loro risparmio verso i titoli esteri, come dimostra il saldo di Target 2, che misura le passività dell’Italia sul sistema di pagamento dell’Eurosistema: ad agosto scorso queste erano pari a 471 miliardi di euro, contro il record di 480 miliardi segnato a giugno.
Tra maggio e giugno il saldo Target2 italiano è peggiorato di quasi 55 miliardi a causa anche delle forti tensioni politiche legate alla nascita del governo M5s-Lega, ed è per questo motivo, forse, che ora Salvini chiede agli italiani di tornare sui loro passi e di riscoprire la bontà dei vecchi cari Bot e Btp.
In effetti un debito pubblico in gran parte in mano agli italiani, sia privati che banche, renderebbe il paese molto meno esposto alle oscillazioni dei tassi di interesse, come dimostra il caso giapponese il cui debito pubblico è pari al 220% del Pil ma è in gran parte all’interno delle pareti domestiche.
Con un debito ‘autarchico’ non esisterebbe il problema degli investitori esteri che vendono e fanno salire lo spread, semplicemente perchè non avrebbero carta italiana nei loro portafogli. E il debito degli italiani sarebbe garantito dai beni dello Stato italiano in un circolo che isola l’Italia dai movimenti di capitali internazionali.
Ma la domanda è: vi sarebbe convenienza a seguire le indicazioni di Salvini? Difficile, visto che con il governo gialloverde, finora, lo spread e quindi i tassi di interessi sui titoli italiani sono solo saliti, e, come è noto, se si alzano i rendimenti scendono i relativi prezzi.
Dunque un risparmiatore italiano rischia di comprare oggi qualcosa che domani renderà di più e costerà di meno, andando incontro a perdite pesanti in conto capitale. A meno che non si abbia bisogno del proprio risparmio per periodi molto lunghi e quindi si possa scegliere di portare i titoli di Stato alla loro naturale scadenza senza incorrere in eventuali minusvalenze.
Ma perchè legarsi le mani e perchè mettere i propri soldi in mano a a Salvini e soci che alla prova dei fatti non stanno dimostrando di avere a cuore il rimborso del debito pubblico quanto piuttosto di riaprire i cordoni della spesa come negli anni della prima Repubblica.
Su questo argomento mercoledì 10 ottobre è intervenuto anche il sindaco di Milano Giuseppe sala che ha detto: “Sono preoccupato, perchè me ne intendo un pò di finanza e lo spread non è che sia un’idea vaga. Chi ha Bot in tasca negli ultimi tre mesi ha visto perdere il valore del 20%, ci saranno tanti cittadini che li hanno e non necessariamente è la parte più ricca del Paese”.
E riguardo la manovra economica del governo Sala ha aggiunto: “Dal Def poi non si vede molto in termini di sviluppo e investimenti per le infrastrutture, le cose che possono stare a cuore a Milano — ha concluso — per esempio gli investimenti per la metropolitana a Monza o per il terzo valico fra Milano e Genova. Chissà cosa succederà ”.
Insomma più che chiedere aiuto agli italiani Salvini e i suoi compagni di governo dovrebbero mettere in campo qualche manovra in grado di abbattere o almeno ridurre il debito pubblico e di conseguenza raffreddare lo spread: solo così gli italiani beneficerebbero di un costo del denaro a buon mercato per nuovi investimenti e il minor onere degli interessi sul debito pubblico libererebbe risorse da investire nella crescita economica del paese.
(da “Business Insider”)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
E’ CHI GOVERNA CHE DEVE PENSARE A “NON DARE I NUMERI”
Lo spread è un numero, come le temperature del grafico della febbre. 
Entrambi indicano uno stato di salute: nel primo caso quello del debitore, se ispira o meno fiducia al creditore; del malato, nel secondo.
Nessun malato è mai stato così incosciente da accusare il termometro di “complotto”, ma semmai, messo in allarme proprio da quelle precise indicazioni del termometro, s’è rivolto a un buon medico, una persona competente e responsabile, uno non eletto a furor di popolo ma scelto perchè bravo, per studi, scienza ed esperienza.
Il paragone con il grafico della febbre viene in mente, a chi si occupa di cultura d’impresa, di fronte alle ennesime polemiche che maturano in ambienti di governo a proposito del giudizio negativo dei mercati finanziari e delle perplessità della Commissione Ue sulla “manovra” annunciata con il Def (il Documento di economia e finanza) e sullo “sfondamento” del rapporto deficit-Pil al 2,4%.
Lo spread tra Bund (i titoli pubblici tedeschi, affidabili) e i nostri Btp è a quota 300, con allarme diffuso, negli ambienti finanziari, su “quota 400”.
E il rendimento dei titoli pubblici all’ultima asta di lunedì 8 ottobre, ha superato il 3,5%: il che vuol dire che chi li compra pretende un maggior “premio” per il rischio che corre mettendoli in portafoglio ma anche che chi ha già titoli in portafoglio ne vede deprezzato il valore.
Quanto? Per ogni punto percentuale di aumento dei rendimenti, i Btp decennali perdono il 7% del loro valore.
A maggio quel rendimento era dell’1,79%, lunedì, come abbiamo detto, ha toccato il 3,57, il doppio Cioè.
Che vuol dire, in soldi contanti?
“Diecimila euro di Btp acquistati a maggio ora ne valgono 8.500” (Corriere della Sera). Detto in altri termini: nei mesi delle tante chiacchiere giallo-verdi sul governo, i programmi, le sfide all’Europa e l’irrisione dell’equilibri dei conti pubblici, un piccolo risparmiatore che aveva messo da canto 10mila euro di risparmi affidati allo Stato, ne ha persi 1.500. Un sacco di soldi, sfumati a causa di troppe, irresponsabili chiacchiere.
Anche la Borsa vive parecchie giornate nere, perdendo miliardi (15, nella sola giornata di lunedì 8 ottobre). Ecco, questi “numerini” degli indici al ribasso dicono quanti altri risparmi dei “cittadini” sono andati in fumo.
In ambienti di governo si reagisce parlando di speculatori internazionali che vogliono il male dell’Italia e si contrappone ancora una volta “l’economia reale” alla “finanza”. O, per usare un altro slogan di gran moda tra i “gialloverdi” al governo, “i numerini” ai “cittadini”.
Chiacchiere buone per la propaganda. E nemmeno chiacchiere originali.
Anni fa ci fu un ministro che, per amore di battuta, disse che lui si occupava dei mercati rionali e non di quelli finanziari (non lasciò di sè un buon ricordo). La realtà , però, non ama le chiacchiere e racconta altro. E fatti e numeri sono testardi.
I “numerini” sui titoli di Stato dicono quanti interessi in più si devono pagare per il nostro gigantesco e crescente debito pubblico (si devono: lo Stato, cioè tutti noi “cittadini” con le nostre tasse).
I “numerini” dello spread dicono quanto in più pagheremo, sempre noi “cittadini”, per i mutui sulle case, i prestiti che abbiamo fatto o per ottenere credito per cercare di fare crescere le nostre aziende e creare lavoro.
Gli imprenditori ne sono, giustamente, molto preoccupati, soprattutto nelle aree più dinamiche dell’industria e del commercio.
I “numerini” sulla crescita annunciata dal governo parlano di un 1,5% nel 2019 dopo una crescita dell’1,2% quest’anno, ma qualcuno dei ministri, Paolo Savona, azzarda anche il 2% o addirittura il 3% nell’arco di un paio di anni e il vicepremier Matteo Salvini insiste su “più del 2%”.
Il Fmi, invece, tra rallentamento generale dell’economia internazionale e tensioni e incertezze politiche italiane, prevede una crescita dell’1% appena.
Concordi anche autorevoli protagonisti dell’economia: 1% Confcommercio, 0,9% Confindustria, 1 o forse peggio 0,9% Bankitalia. Le previsioni del governo sul Pil, insomma, sono “troppo ottimistiche” secondo la Corte dei Conti, irrealistiche per Bankitalia e Ufficio Parlamentare del Bilancio.
Siamo di fronte, dunque, a un forte divario di previsioni e aspettative. E se quei “numerini” ottimisti non saranno confermati dalla realtà , per i “cittadini” la conseguenza sarà pesante: debito pubblico maggiore, meno lavoro, salari ridotti, minori servizi pubblici, minore benessere. Tutte questioni che riguardano la vita quotidiana dei “cittadini”.
Si potrebbe andare avanti così a lungo. Ci si ferma qui per dire che l’attenzione ai “numerini” è un dovere fondamentale per qualunque governo che abbia a cuore il futuro dei suoi cittadini.
Non enumerando dati con scarso riscontro reale, per pure ragioni di propaganda elettorale e polemica politica. Nè facendo affidamento sul “potere magico” di certe parole (il “pensiero magico”, contrapposto alla realtà , è stato fonte di alcuni dei più tragici disastri del Novecento).
Ma elaborando e condividendo scelte che possano essere realizzate. Non si costruisce alcun solido sviluppo economico aumentando il peso dei debiti.
E non si forma opinione pubblica consapevole, capace di approvare e sostenere scelte riformatici coraggiose, senza fare i conti con la realtà . Con la realtà , non con i desideri o la propaganda. O con le illusioni d’una nota sui social media o con l’invenzione del “nemico” (un’altra funesta abitudine del Novecento).
I numeri, insomma, certi, attendibili, ben studiati ed elaborati con competenza e autonomia scientifica, ben spiegati con chiarezza, sono la base della scienza, anche di quella economica.
Di numeri, vivono le imprese (gli investimenti, il lavoro, i salari, i dati contabili che dicono, nei bilanci, cosa fare e dove puntare, quante rate fare per un nuovo macchinario, quante quote di mercato conquistare o difendere).
Di numeri, si alimentano i bilanci delle famiglie. Numeri da umanizzare, non da disprezzare.
I numeri sono un fondamento del buon governo e, naturalmente, d’una solida, partecipata democrazia. E perchè i cittadini possano ritrovare fiducia e sicurezza, è davvero indispensabile, per una dignitosa classe dirigente, “non dare i numeri”.
(da “Huffingtonpost”)
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