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LE ESILARANTI TEORIE DELLA SOVRANISTA DONATO SU SPREAD E DEBITO PUBBLICO

Giugno 5th, 2019 Riccardo Fucile

TUTTA COLPA DELLA UE E DI MONTI, NON DI CHI DESTABILIZZA I MERCATI CON DICHIARAZIONI FOLLI OGNI GIORNO E SPUTTANANDO I SOLDI DEGLI ITALIANI

Non sapevamo che l’avvocato Francesca Donato oltre ad essere esperta di economia e di politiche valutarie fosse anche docente di storia.
Lo abbiamo appreso ieri a Di Martedì quando la neo-Europarlamentare no-Euro è comparsa in studio per spiegarci la sua versione degli eventi del 2011.
L’eurodeputata leghista e fondatrice (assieme al marito) del Progetto Eurexit ormai è una presenza fissa da Floris e noi poveri telespettatori dobbiamo sorbirci
«La dinamica dello spread in realtà  segue molto di più le dichiarazioni e gli umori che il reale andamento dei conti e il reale andamento dell’economia» dice la Donato per spiegare che la colpa dell’innalzamento dello spread è delle letterine della Commissione Europea dove si minacciano procedure di infrazione.
Vale la pena di ricordare che la Commissione ha detto che la per ora ventilata procedura riguarda il bilancio del 2018 Rinaldi per il fatto che l’Italia ha speso lo 0,2% di interessi in più perchè sono saliti i tassi di interesse.
E sono saliti non per un oscuro complotto dei Poteri Forti ma perchè tra marzo e giugno i componenti dell’attuale governo si sono divertiti a fare dichiarazioni che hanno fatto “preoccupare” i mercati circa la nostra capacità  di ripagare il nostro debito.
Quindi è vero come dice la Donato che lo spread segue le dichiarazioni, ma non quelle della Commissione. Sono le dichiarazioni di Salvini che parla di fare 30 miliardi di debito extra che preoccupano i mercati e fanno salire il rendimento dei nostri titoli di Stato al di sopra di quelli emessi dalla Grecia.
Come scriveva l’attuale governo nel DEF (ma forse Donato questa se l’è persa): «i rendimenti a cui lo Stato si indebita sono un termometro della fiducia nel Paese e nelle sue finanze pubbliche. Inoltre, essi giocano un ruolo cruciale nel determinare le condizioni di finanziamento per le banche e le aziende italiane».
Quando nei giorni scorsi la Commissione si è mossa con la “letterina” Salvini già  da giorni parlava di fare nuovo debito per finanziare le sue promesse elettorali. I mercati non sono certo stati a guardare.
Il partito di cui fa parte l’onorevole Donato promette di abbassare le tasse (ma non quelle locali) e di non far aumentare l’Iva (senza dire come) e poi ci si stupisce che chi dovrebbe finanziare quelle riforme comprando il nostro debito non si fidi.
Anche perchè questa benedetta Flat Tax nessuno sa come sarà  perchè nessuno ha visto la bozza della legge.
La Donato inizia con il suo   «che il discorso della professoressa Fornero che è intervenuta nel 2012 per un’emergenza eravamo sull’orlo del baratro. Lì il debito pubblico era al 120% nel periodo del Governo Monti è salito di 13 punti e noi ci portiamo ancora questa zavorra».
Insomma se abbiamo un debito pubblico alto è colpa del governo Monti e non solo di Monti e della Fornero perchè secondo l’europarlamentare no-euro all’epoca: «lo spread era salito perchè c’era un tam tam mediatico della Commissione, della BCE che davano ai mercati la sensazione che stessimo fallendo».
La Donato sta riscrivendo la storia? Pare proprio di sì perchè come spiegano Floris e il professor Cottarelli il debito pubblico ha continuato a salire anche con il governo Monti (non di 13 punti percentuali come sostiene l’eurodeputata leghista) perchè stava già  salendo.
Quello che è accaduto durante il breve periodo del governo tecnico del 2011-2013 è stato che si sono messe in campo delle riforme (tra cui la Legge Fornero, che il governo del cambiamento vuole abolire) che hanno messo in sicurezza i conti pubblici per evitare che questi potessero esplodere.
La “frenata” c’è stata ma è chiaro che non si poteva chiedere al governo di “inchiodare” perchè avrebbe peggiorato la crisi del Paese e perchè “inchiodare” avrebbe significato non spendere nulla per evitare di far salire il debito.
Ma questo evidentemente Francesca Donato non lo capisce.

(da “NextQuotidiano”)

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INVECE DI PREOCCUPARSI DELLA TALPA CHE AVREBBE RESA PUBBLICA LA BOZZA CON I TAGLI AL WELFARE, TRIA FAREBBE BENE A SPIEGARE AGLI ITALIANI PERCHE’ HA CEFFATO CLAMOROSAMENTE LE PREVISONI SUL PIL

Giugno 2nd, 2019 Riccardo Fucile

IL GRANDE REALITY DEL CAMBIAMENTO IN PEGGIO

Nel Grande Reality del Cambiamento la domanda è una: chi è la talpa? Ovvero, chi è il cattivone che ha girato ai giornalisti la lettera del governo all’Unione Europea con cui l’esecutivo risponde “Venerdì!” alla domanda della Commissione: “Che ora è?“.
Il momento è talmente grave che il ministro dell’Economiahahahah Giovanni Tria sceglie la via istituzionale dell’intervista a Federico Fubini sul Corriere della Sera per attaccare, senza accusarla esplicitamente, la viceministra Laura Castelli, a cui in effetti non voleva dare le deleghe (così come a Garavaglia, del resto):
Ha un sospetto su chi e perchè lo abbia passato alla stampa?
«Non ne ho idea, ma è un fatto molto grave. Posso dire che fin da ieri pomeriggio (venerdì per chi legge, ndr) abbiamo depositato una denuncia alla Procura della Repubblica e avviato un’indagine interna al ministero. Cercheremo di vederci più chiaro»
In realtà  qui l’unica cosa grave (ma non seria) è che si stia discutendo della stampa per non discutere del contenuto della lettera, che invece è ampiamente sintetizzabile nel “Le faremo sapere” che ha fornito il governo a Bruxelles senza spiegare nulla nel merito del deficit e del debito nè indicare in che modo l’esecutivo italiano intende riparare la situazione.
Cosa che porterà  all’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia sulla quale si potranno innestare un buon numero di lamentele sovraniste corredate di promesse di Apocalisse in Fa minore.
Ma andiamo all’accusa:
Laura Castelli, il suo viceministro espresso dai 5 Stelle, nella serata di venerdì si è detta sorpresa che lei stesso abbia smentito la validità  del testo uscito poche ore prima perchè – ha aggiusto Castelli– «anch’io avevo visto quella bozza con i tagli al welfare». Lo considera un attacco politico?
«Se Castelli aveva quel testo, non lo doveva avere. Quello era un documento riservato,una bozza di lavoro con i miei appunti annotati amano in cui osservavo nei vari passaggi “questo sì”, “questo no”. La corretta linea istituzionale vuole che prima di tutto un testo consolidato vada al presidente del Consiglio e poi al resto del governo».
È lo stesso Corriere a farci sapere che Laura Castelli si è tradita, perchè venerdì, quando è cominciata la sceneggiata, ha rilasciato una dichiarazione alla stampa molto precisa: :«Nel pomeriggio anche io ho visto una bozza che girava con quei contenuti e purtroppo quel passaggio sul taglio c’era».
Del resto, osservano ambienti del Carroccio, “solo qualche giorno fa Luigi Carbone, capo di gabinetto di Tria, il direttore generale del Mef, Alessandro Rivera, e il neo Ragioniere dello Stato, Biagio Mazzotta, erano andati proprio a Palazzo Chigi per un incontro con il premier Conte che aveva avuto per oggetto anche la lettera da mandare a Bruxelles”.
Funzionari del MEF che si presentano a incontri per una lettera del MEF, circostanza sospetta, che ne pensi Watson?
Dovrebbe essere chiaro, insomma, che stiamo parlando di niente. O meglio, che stiamo parlando delle talpe che hanno dato una notizia vera alle agenzie di stampa senza comprendere che, Castelli o meno, da una parte c’è una strategia del MoVimento 5 Stelle che prevede oggi di mettersi all’opposizione del suo stesso governo dopo aver dato tutto il potere alla Lega — e la scelta di polemizzare sulla lettera fa parte della strategia.
Dall’altra parte c’è un ministro dell’Economia che non ci ha ancora spiegato se erano giuste le sue previsioni sul PIL o piuttosto avevano ragione tutti gli organismi internazionali che lo stimavano più basso.
E se per caso la circostanza della sovrastima del PIL c’entrasse qualcosa con i suoi conti sul deficit/PIL (sì, c’entrava).
E soprattutto se alla fine si è reso conto che aveva clamorosamente torto, o meglio, ha sbagliato per ragioni politiche. Il che è molto più grave di qualunque lettera data ai giornali.

(da “NextQuotidiano”)

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IL CAMBIAMENTO IN PEGGIO DELL’ECONOMIA

Giugno 1st, 2019 Riccardo Fucile

IN UN ANNO DI GOVERNO SONO ANDATI MALE TUTTI GLI INDICATORI, DAL PIL AL REDDITO PRO CAPITE

La resa dei conti si sta avvicinando a grandi passi per l’esecutivo Di Maio-Salvini, e la lettera della Commissione Europea con la richiesta di spiegazioni sullo sforamento del debito non è che l’aperitivo, perchè poi potrebbero seguire segnali molto più preoccupanti, ovvero un incremento dello spread superiore a quello già  sperimentato nell’ultimo anno e negli ultimi giorni.
In effetti l’esecutivo della coalizione 5Stelle-Lega è stato veramente, almeno nel suo primo anno, il “governo del cambiamento”, come loro stessi amano definirsi.
Peccato però che questo cambiamento, almeno per l’economia e per i conti dello Stato, sia stato in peggio, e non in meglio.
Certo, si può dire di tutto in una diretta Facebook o in una trasmissione televisiva, e persino convincere gli italiani che le priorità  siano gli immigrati, quota 100 per i pensionati, reddito di cittadinanza, la droga e perfino l’autonomia delle Regioni. E magari è così.
Ma non si può negare che secondo i dati consuntivi (e non previsionali, per cui non ci sono possibilità  di smentite future) i risultati dell’azione del Governo Conte sul fronte dell’economia siano stati i peggiori, non solo rispetto a quelli degli ultimi anni, gestiti dal centrosinistra, ma per alcuni dati, come il Pil pro capite, perfino degli ultimi decenni.
Insomma i dati di Eurostat inchiodano l’esecutivo alle sue responsabilità : non c’è stato infatti un solo parametro economico che sia andato meglio nel 2018 rispetto al passato, in termini assoluti, oppure rispetto alla media comunitaria.
Certo, non si può dare a priori tutta la colpa all’esecutivo per l’andamento di un solo anno, ma è indubbio che l’imprinting dato all’economia da Salvini e Di Maio abbia avuto effetti deleteri.
Qui il risultato non poteva essere peggiore, visto che nel 2018 l’Italia ha registrato il tasso di crescita del Pil più basso di tutta la Ue, ed è stato pari a meno della metà  della media europea (su cui pesa peraltro anche il dato negativo italiano).
Infatti, il nostro paese ha visto crescere l’economia solo dello 0,9%, contro la media comunitaria del 2%. Tra l’altro, quest’ ultimo numero smentisce la favola che vari esponenti del Governo gialloverde vanno raccontando agli ignari (di economia) cittadini italiani, ovvero che è tutta l’Europa in crisi, e che quindi è normale che in Italia le cose non vadano bene. No, le cose vanno proprio male solo da noi, e non altrove.
Non soltanto. Considerando il differenziale tra la crescita italiana e quella media comunitaria, emerge che l’attuale maggioranza -tra un tweet e un altro, tra un litigio e l’altro – è riuscita ad invertire il trend virtuoso di riduzione del differenziale negativo tra la crescita italiana e quella comunitaria, che era cominciato nel 2014: -1,7 punti percentuali era il differenziale in quell’anno, poi passato gradualmente allo -0,7 nel 2017.
Insomma, l’Italia sembrava marciare verso un allineamento alla crescita media europea. Col Governo Conte invece tale differenziale è subito risalito a -1,1 punti nel 2018. Vale la pena forse ricordare che il rallentamento della crescita per tutta la Ue registrata nel 2018 non giustifica l’aumento della differenza tra noi e gli altri: semplicemente l’Italia ha fatto peggio e basta.
Il Pil pro capite sempre più sotto la media comunitaria
Anche su questo fronte le cose sono andate male, anzi peggio di sempre. Infatti nel 2018 il differenziale, ancora una volta negativo, tra quanto in media si produce in Italia e nella UE, ha raggiunto il suo massimo storico: -1.500 euro. Nella disattenzione generale sui dati dell’economia, che è tipica del nostro paese, è passato inosservato il grave fatto che il reddito pro capite italiano è dal 2013 sotto la media comunitaria. Da allora il gap tra il valore del Pil pro capite dell’Italia e della Ue è andato allargandosi, raggiungendo il massimo appunto nel 2018 con -1.500 euro, visto che era nel 2017 pari a -1.300.
Certo è che a vedere i dati è difficile non sentirsi umiliati. Sapere che ogni tedesco produce circa 10mila euro in più ogni anno di un italiano (circa il 40% in più rispetto al dato del Bel Paese), e che anche francesi e inglesi sono in grado di produrre in media il 25% in più di noi, dovrebbe suscitare imbarazzo in ciascuno di noi. Ma questo dato non è finito nè in un tweet, nè in una diretta Facebook.
Un rapporto occupati/popolazione tra i più bassi in Europa
Ma la dèbacle dei risultati economici dell’Italia nel 2018 dell’esecutivo guidato (politicamente) da Salvini e Di Maio non finisce qui. Anche sul fronte del lavoro, il confronto tra Italia e altri paesi europei è deprimente. Se si considera infatti il parametro più significativo, che non è il tasso di disoccupazione, visto che non considera le persone che potrebbero lavorare, ma che non cercano lavoro, bensì il tasso di occupazione, che mette in relazione il numero di occupati con la popolazione che ha l’età  per poter lavorare (20-64 anni), allora di nuovo il nostro paese risulta essere agli ultimi posti in Europa, e ben sotto la media comunitaria.
Il differenziale negativo tra il dato italiano e quello medio comunitario è andato crescendo, passando dai -9,3 punti del 2014 ai -10 del 2017. Nel 2018 il governo Salvini-Di Maio non ha affatto invertito il trend, ma anzi ha aumentato il divario, facendolo arrivare a -10,2 del 2018, ponendo l’Italia al penultimo posto in Europa, davanti alla sola Grecia. Ancora una volta non solo non vi è stato un miglioramento, ma neppure una stabilizzazione dei valori, che magari si poteva sperare.
Colpisce poi che, rispetto a tutti gli altri principali paesi europei, Spagna compresa, che nel 2014 aveva lo stesso tasso di occupazione italiano (59,9%), l’Italia stia sotto di parecchi punti a tutti gli altri paesi europei principali: infatti, nel 2018, l’Italia registrava un valore inferiore di 4 punti con la Spagna, di 8,8 punti con la Francia, di 15,7 con la Gran Bretagna, di 16,9 con la Germania.
Il rapporto deficit/Pil in controtendenza
Prima del Governo Conte, la finanza pubblica del nostro paese aveva preso la giusta direzione, come dimostra il fatto che il rapporto deficit/Pil era andato costantemente diminuendo negli ultimi anni: dal 3% del 2014 era passato al 2,6% nel 2015, al 2,5% nel 2016, e al 2,4% nel 2017, per arrivare infine nel 2018, grazie alla manovra economica effettuata dal Governo Gentiloni, al 2,1%.
Questo trend è stato però invertito con la prima manovra dell’esecutivo gialloverde, nonostante le resistenze di Tria, come dimostra il dato sul deficit/Pil previsto per il 2019, riportato nel Def dell’aprile di quest’anno: 2,4%, un valore superiore a quello concordato con la Ue pochi mesi prima (2,04%), dopo un duro negoziato, che, concludendosi a ridosso di Natale, aveva di fatto estromesso il Parlamento italiano dalla discussione sulla manovra, confermando che, anche sul piano del funzionamento della democrazia, effettivamente il governo 5Stelle-Lega è stato quello del “cambiamento”.
Va detto però che, nonostante la riduzione progressiva del rapporto deficit/Pil assicurata dai Governi di centrosinistra, l’Italia aveva comunque visto allargarsi la forbice rispetto ai risultati di finanza pubblica ottenuta dagli altri paesi dell’Ue: infatti il differenziale negativo con la media comunitaria del rapporto deficit/Pil era aumentato costantemente, passando dai -0,1 punti del 2014 ai -1,5 punti del 2018.
Lo sconcerto di Bruxelles in occasione dell’ultima manovra di bilancio si comprende quindi pienamente, soprattutto se si considera che il rapporto deficit/Pil riferito all’insieme della Ue è andato riducendosi sensibilmente in questi ultimi anni, passando da 2,9% del 2014 allo 0,6% del 2018. Questa circostanza dimostra che negli altri paesi comunitari vi sono maggioranze politiche che riescono ad essere elette senza promettere la riduzione delle tasse e l’aumento della spesa pubblica, che da noi costituisce invece il mantra costante delle elezioni, tra l’altro comune a molte le forze politiche
In conclusione, il dato medio comunitario conferma che la maggioranza dei paesi europei sta effettivamente raggiungendo il pareggio di bilancio, o lo ha già  raggiunto (13 paesi comunitari hanno segnato un avanzo di bilancio nel 2018 e 1 il pareggio), mentre da noi questo obiettivo è considerato al pari di una bestemmia, pur essendo dal 2012 sancito dall’articolo 81 della Costituzione, che rimane totalmente inapplicato.
Un debito pubblico in aumento
La lettera dell’Unione europea del 29 maggio è però centrata sul debito pubblico italiano, per un motivo semplice: non si riduce rispetto al Pil. D’altronde, quando uno Stato spende più di quello che ottiene con le entrate (circostanza che determina un deficit), che comporta un’emissione ulteriore di titoli di stato, e quindi un aumento del debito pubblico (numeratore del rapporto), e l’economia non cresce in misura sufficiente (denominatore del rapporto), ecco allora che lo squilibrio di bilancio provoca anche un incremento del rapporto debito/Pil. Ed è quello che è accaduto all’Italia nel 2018, quando il debito è salito al 132,2% del Pil, peggiorando il dato degli anni passati (fra il 2014 e il 2017 c’era stata una riduzione, molto lenta, ma progressiva: dal 131,8% si era passati al 131,4%).
A questo si aggiunge il trend peggiorativo del differenziale (negativo) tra il valore italiano e quello medio comunitario del rapporto debito pubblico/Pil, sempre crescente negli ultimi anni, passato dai -45,2 punti del 2014 ai -49,7 del 2017, per arrivare infine nel 2018 a -52,2 punti, circostanza che avrebbe dovuto indurre l’accoppiata Salvini-Di Maio ad essere quanto mai prudente negli annunci di misure di politica economica come la flat tax.
La fuga degli investitori internazionali
Inutile dire quanto questa inversione di tendenza nei dati della finanza pubblica italiana stia preoccupando, oltre che le autorità  comunitarie, anche gli investitori stranieri, molti dei quali stanno uscendo dall’Italia a gambe levate, fenomeno iniziato in realtà  quando ancora soltanto si profilava il Governo gialloverde.
Questa circostanza è certificata dalla Banca D’Italia (tavola 9 della pubblicazione Bilancia dei pagamenti e posizione patrimoniale sull’estero, del 20 maggio 2019), la quale segnala che a fine marzo 2018 gli investitori esteri detenevano 828 miliardi di euro di titoli di Stato italiani, mentre a fine giugno tale valore era sceso a 744 miliardi, per arrivare a fine 2018 a 706.
La situazione nel 2019
I numeri sopra richiamati spiegano, da soli, le preoccupazioni delle autorità  comunitarie e internazionali (Fmi, Ocse), che sono andate ripetendo negli ultimi mesi che il percorso di finanza pubblica preso dall’Italia è sbagliato e, se non corretto, pericoloso. E che ci sia motivo di preoccupazione lo confermano gli ultimi dati economici. Nel primo trimestre 2019 il Pil è cresciuto di appena lo 0,2%, la metà  del tasso di crescita media comunitario (0,4%) come testimoniano sempre i dati Eurostat.
Non solo, ma come ricorda la Banca d’Italia, il debito pubblico italiano è passato dai 2.330 miliardi di euro di giugno 2018, il valore che vi era all’inizio del Governo 5Stelle-Lega, a 2.359 miliardi di marzo 2019 (ultimo dato disponibile), quindi 29 miliardi in più, in appena 9 mesi, con il risultato che il debito è cresciuto di oltre 3 miliardi in più al mese.
Un dato preoccupante, se si considera che nello stesso periodo (giugno 2017 — febbraio 2018) dell’anno precedente, il debito era invece diminuito di 2 miliardi di euro (da 2.295 a 2.293 miliardi).
Se a questo trend si aggiunge l’impatto che avranno le misure di quota 100 e reddito di cittadinanza (partiti a metà  2019), allora non c’è motivo veramente di credere che il 2019 sarà  un anno bellissimo (parole di Conte).
Le prospettive
In conclusione, la politica economica condotta dal Governo a traino Lega-5Stelle risulta, dai primi numeri, fortemente negativa, e se fosse vero il refrain ripetuto dagli esponenti della maggioranza che le grandi istituzioni non ci azzeccano con le previsioni, è probabile che saranno proprio loro a riuscire a smentire tale propria convinzione, perchè i dati, per ora, stanno dando ragione a Ue, Fmi, e Ocse (e agenzie di rating), che hanno affermato che la politica economica dell’attuale esecutivo è da correggere.
Se dunque l’azione di governo dell’attuale maggioranza Lega-5Stelle non cambierà  radicalmente, è difficile aspettarsi un miglioramento della situazione economica del nostro paese, e non saranno certo i risultati elettorali, complessivamente positivi per almeno uno dei due partiti al governo, a far cambiare i meccanismi di funzionamento del sistema economico.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A COTTARELLI: “ITALIA FRAGILE, SI RISCHIA DI TORNARE AL 2011”

Maggio 31st, 2019 Riccardo Fucile

“SE UN GOVERNO NON CE LA FA, MEGLIO NUOVE ELEZIONI”

“La lettera di Tria magari servirà  a indurre la Commissione europea a rimandare l’eventuale procedura sul debito a dopo l’estate. Ma non può indurci a stare tranquilli. Rischiamo di tornare al 2011-2012, con lo spread che arriva a 500-600 punti… Voglio dire che la ‘casa Italia’ è fragile equindi, o perchè non si trova la quadra per il 2020 o perchè c’è un peggioramenteo del mood dei mercati o perchè ci sono degli scossoni, delle guerre, insomma in questi casi noi siamo i primi della lista a essere attaccati dai mercati”.
Come oggi, esattamente un anno fa, Carlo Cottarelli saliva al Quirinale per rimettere l’incarico di formare un governo.
Sergio Mattarella aveva pensato a lui, ex commissario della Spending review, ex Direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica all’Fmi, quale premier di un governo tecnico in mancanza di una maggioranza dopo le politiche del 4 marzo.
Durò pochi giorni. Al 31 maggio 2018 l’idea di un governo Cottarelli era già  sfumata, perchè nel frattempo Matteo Salvini e Luigi Di Maio avevano cambiato idea, pronti a sostenere insieme un esecutivo con un altro premier, Giuseppe Conte appunto.
A un anno dai fatti e soprattutto nel bel mezzo di tante preoccupazioni sui conti pubblici, con lo spread tornato di nuovo ballerino e i mercati che sembrano ritenere l’Italia più rischiosa della Grecia, Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici dell’Università  Cattolica, ci concede questa intervista.
Oggi lo spread è salito ai livelli massimi toccati a dicembre, 296 punti, dopo è sceso ma comunque ha chiuso in rialzo a 286. Sembra che i mercati considerino i titoli italiani più rischiosi di quelli greci. E’ davvero così?
Infatti, nella seconda parte della giornata è sceso. Non enfatizzerei troppo, il problema è generale. Ma è vero che lo spread è già  più alto di un mese fa, ben prima di subire i possibili effetti della discussione tra il governo e la Commissione europea sulla manovra 2020, discussione che non è ancora iniziata.
Oggi il ministro Tria ha risposto alla richiesta di spiegazioni di Bruxelles. Come valuta la lettera del ministro?
E’ una lettera che cerca di dare delle spiegazioni e io penso che sarà  sufficiente per far rimandare le cose.
Cioè ritiene che la lettera riuscirà  a convincere la Commissione a non annunciare l’apertura di procedura per debito mercoledì prossimo?
Per il 2018 e il 2019, Tria ha argomenti validi e le cose non sono cambiate molto dal dicembre scorso. L’economia è cresciuta meno e questo spiega l’aumento del deficit. Ma la lettera è poco convincente sul 2020-2022. Come si fa a raggiungere l’obiettivo di un disavanzo nominale al 2,1 per cento, cui si fa esplicito riferimento, se poi nella stessa lettera si dice che i partiti politici non vogliono aumentare l’Iva? Che vuol dire questo? I partiti politici sono Lega e Cinquestelle e sono al governo insieme a Tria! E a volte dicono di voler sfondare il 3 per cento del rapporto tra deficit e pil, altre che devono finanziare la flat tax in deficit, ecc. Questi annunci rendono il quadro instabile e oscuro.
Nella lettera Tria annuncia tagli al welfare, giusto leggerla in questo modo?
A me sembra che si tratti di qualcosa di già  scontato e non di nuovi tagli. Credo si riferisca al fatto che il reddito di cittadinanza è costato meno di quanto preventivato. Si parla invece di trovare i soldi per la flat tax… Ma data tutta questa incertezza, mercoledì prossimo la Commissione potrebbe rimandare il giudizio a settembre in occasione della presentazione del piano di medio termine e lì prendere una decisione. Non mi piace scommettere ma se fossi forzato a farlo, dire che il 5 giugno il rapporto della Commissione non conterrà  la stessa frase critica che c’era nel rapporto dello scorso novembre.
La frase critica era che la procedura sul debito sarebbe “giustificata”, poi fu rimandata a dopo il voto, come si sa.
Sì, penso che in questa fase, considerato che la Commissione Juncker è in uscita, prevarrà  un tono più interlocutorio.
Non la sento allarmato dalla situazione economica italiana.
Invece lo sono ma il problema scoppierà  a settembre-ottobre. Perchè resta un buco nel bilancio 2020 e ancora non si è capito come lo riempiono. Dunque potrebbe ripetersi una crisi sui mercati, con lo spread che sale rapidamente, partendo già  da un livello alto. Lo scenario è che rischiamo di tornare alla situazione del 2011-12.
Fu la situazione che portò al governo Monti. Prevede un altro governo tecnico? Esattamente un anno fa lei era al Quirinale, Mattarella le diede l’incarico di formare un governo, poi non andò così…
No. Io vedo il rischio che lo spread arrivi a 500-600 punti percentuali di differenza col bund tedesco. Magari non si verificherà  ma il rischio c’è. E’ vero che alla fine i mercati sono abbastanza tolleranti e gli eventi del 2011 sono davvero rari. Ma la ‘casa Italia’ è fragile e quindi, o perchè non si trova la quadra per il 2020 o perchè c’è un peggioramenteo del mood dei mercati o perchè ci sono degli scossoni, delle guerre, insomma in questi casi noi siamo i primi della lista a essere attaccati dai mercati.
Se tutto questo avviene, ci si può immaginare la riedizione di un governo tecnico alla Monti come se 8 anni non fossero passati?
Io credo che questo governo terrà , se non ci sono problemi, se non c’è una crisi finanziaria: alla fine, si metteranno d’accordo. Se invece lo scenario è di crisi, se ci fosse una crisi economica che si estende a una crisi politica, allora l’unica cosa sensata è andare a nuove elezioni. Resta in carica il governo corrente fino a nuove elezioni.
Un anno è passato: il governo tecnico che lei avrebbe potuto guidare sarebbe stato sufficiente a evitare l’attuale situazione di preoccupazione?
Il mio governo tecnico sarebbe stato lì per uno scopo molto limitato, massimo 4 mesi, per fare delle cose e portare il paese a nuove elezioni. Una specie di ‘governo balneare’. Per fare riforme vere ci vuole una maggioranza politica e questa c’è ora. Non vedo alternative al governo attuale.
Non c’è all’orizzonte un altro tentativo di governo Cottarelli, mi permetta…
Non c’è al momento una maggioranza di governo alternativa a quello attuale. Gli italiani hanno votato e l’unica maggioranza possibile è quella che è stata formata da Lega e M5s. Andranno avanti, anche se non è solidissima. Se non ce la fanno, vedo le elezioni.
Ecco, allora il discorso è tutto politico. La critica all’austerity è diventata quasi tutta appannaggio dei soli sovranisti, a giudicare da quanti voti prendono. Per l’opposizione non populista si tratta di trovare il modo di convincere l’elettorato sulle ricette di lungo periodo per rimettere in sesto i conti. Come si fa?
Dipende da cosa intendiamo per austerity. L’austerity è la modalità  per evitare un aumento del deficit con un taglio drastico del deficit. Ecco questa secondo me non è la soluzione per l’Italia. Io sono per natura gradualista. Ritengo necessarie politiche che rilancino la crescita senza usare i soldi pubblici per poi mettere da parte le maggiori entrate che arrivano. Ecco questa non la chiamerei austerity: non è necessario fare i tagli alla spesa pubblica. Se avessimo iniziato dal 2015, avremmo il bilancio in pareggio senza fare tagli. Dobbiamo fare riforme che riducano la burocrazia, rendano più facili gli investimenti senza far impazzire gli imprenditori, combattere la corruzione, ridurre le tasse ma trovare risparmi sul lato della spesa: se cosi si recupera competitività , si cresce.

(da “Huffingtonpost“)

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SIAMO MENO CREDIBILI DELLA GRECIA: LO SPREAD SUPERA QUELLO DI ATENE SUI TITOLI A CINQUE ANNI

Maggio 31st, 2019 Riccardo Fucile

VENGONO GIUDICATI PIU’ RISCHIOSI DI QUELLI DI ATENE, CREDIBILITA’ DELL’ITALIA SUI MERCATI SEMPRE PIU’ IN BASSO

I titoli di Stato italiani sulla scadenza a cinque anni vengono giudicati dai mercati più rischiosi di quelli della Grecia. Lo spread tra Btp quinquennale e Bund tedesco è salito a 234 punti base, in rialzo di 10 punti, mentre quello tra Atene e Berlino scende di 10 punti base a 226. Il Btp quinquennale offre così un rendimento più alto di quello della Grecia: l′1,74% contro l′1,68%.
Non si arresta la corsa dello spread: dopo un’apertura a 292, il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi si colloca ora a 293,8 punti con il rendimento del decennale che sale al 2,727%.
Piazza Affari scivola (-1,6%), trovando nuovi minimi dallo scorso 14 febbraio. Pesa il differenziale tra titoli di stato italiani e tedeschi, salito a quota 290 punti nella mattinata e lì inchiodato anche al traguardo di metà  seduta.
Un valore che penalizza i bancari Intesa (-2,71%), Ubi (-2,41%), Banco Bpm e Unicredit (-1,3% entrambe). Il titolo peggiore è però Fca (-5,23%), in linea con l’andamento del resto del settore dopo le minacce di Trump al Messico. In particolare cede Renault (-4,83%), il cui Cda si riunirà  martedì per valutare la proposta di fusione dell’ex-Lingotto.
Sotto pressione anche Exor (-3,4%)( , più caute invece Cnh (-2,34%) e Ferrari (-1,68%). Il nuovo calo del greggio (Wti -2,12%) frena Eni (-1,02%) e Saipem (-1,52%). Pochi i rialzi, limitati a Juventus (+2,13%), A2a (+1,8%) e Amplifon (+1,33%). Bene Astaldi (+0,9%) e Salini Impregilo (+2,17%), dopo la diffusione dei dettagli sul ‘Progetto Italia’.

(da “Huffingtopost”)

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ANTONIO RINALDI, IL “NEUROPARLAMENTARE” CHE OFFENDE I CAMERIERI E NON SA DOVE TROVARE I SOLDI PER L’IVA

Maggio 31st, 2019 Riccardo Fucile

TRA INFELICI BATTUTE E ZERO SPIEGAZIONI, LA SERATA NO DELL’ECONOMISTA SOVRANISTA…PER FARE DEBITI NON E’ NECESSARIA UNA LAUREA

Antonio Maria Rinaldi, sovranista no-euro, animatore del sito Scenari Economici, allievo di Paolo Savona (quello del Piano B per uscire dall’euro) da domenica è Europarlamentare.
Finalmente quindi quando Rinaldi va in televisione gli si può chiedere cosa ha intenzione di fare nel concreto, visto che è stato eletto con la Lega, la maggioranza per mantenere le promesse fatte in questi ultimi giorni sull’aumento dell’Iva e sulla Flat Tax.
A maggior ragione, visto che ora verrà  pagato anche con i nostri soldi per rappresentarci (certo, non in maggioranza) al Parlamento Europeo gli si può chiedere di spiegarci il rapporto senza dubbio complicato tra il governo italiano e le istituzioni europee.
Rinaldi però tra tutti i pregi ha quello di non rispondere alle domande che gli vengono fatte.
Ieri sera a Piazza Pulita ad esempio gli è stato chiesto di commentare la situazione degli ultimi giorni, quella della famosa letterina inviata dalla Commissione Europea.
Rinaldi   spiega: «ho fatto un ragionamento molto semplice se i rapporti tra i paesi europei sono arrivati al punto che   danno 48 ore di tempo per rispondere fa un po’ di paura perchè tra Stati 48 ore si danno per gli ultimatum di guerra. Non si danno neanche ai camerieri 48 ore, si danno 15 giorni, evidentemente ci considerano così».
Ora non si sa cosa volesse dire davvero Rinaldi, forse c’era un ammiccamento alla classica battuta sui burocrati europei “camerieri dei banchieri” ma c’è chi ha visto l’uscita del “neuroparlamentare” (così Formigli in un lapsus) come un insulto alla categoria.
Chissà , forse ora che prenderà  il lauto stipendio europeo Rinaldi scoprirà  che bisogna avere più rispetto per i cittadini.
Ma tornando a quello che Rinaldi non dice il punto è che — e lo ha spiegato Federico Fubini — le 48 ore sono dovute al fatto che la Commissione ha voluto mandare la lettera prima delle elezioni.
Un fatto che, riferisce Fubini, è stato spiegato in questi termini anche dal ministro Tria che ha detto che contenuto della lettera era stato già  ampiamente anticipato.
Riguardo al fatto invece che la letterina riguardi il 2018 Rinaldi non dice invece che il punto delle critiche è il fatto che l’Italia ha speso lo 0,2% di interesse perchè sono saliti i tassi di interesse.
E sono saliti non per un oscuro complotto dei Poteri Forti ma perchè tra marzo e giugno i componenti dell’attuale governo si sono divertiti a fare dichiarazioni che hanno fatto “preoccupare” i mercati circa la nostra capacità  di ripagare il nostro debito.
Archiviata la questione si passa alle cose serie. Una su tutte l’Iva.
Anche Rinaldi dice che non aumenterà  e ci tiene a ricordare che «queste famose clausole di salvaguardia di montiana memoria ce le tiriamo avanti dal 2011-2012 e siamo arrivati a 19 miliardi di euro grazie agli 80 euro».
In realtà  il primo a ricorrere alle clausole di salvaguardia fu Berlusconi e visto che il governo Conte non ha tolto il bonus degli 80 euro dare la colpa agli ottanta euro (che ci sono dal 2014 senza aumenti Iva) non sembra una grande giustificazione.
Salvini ha parlato di flat tax, una misura che dovrebbe costare tra i 12 e i 14 miliardi di euro.
La proposta della Lega prevede un’aliquota fissa al 15% entro i 50mila euro l’anno di reddito. A chi conviene? Fino a 25mila euro l’anno — vale a dire un reddito di 1.500 euro al mese — si scopre che sarebbe più conveniente l’attuale sistema di tassazione. Più il reddito sale e si avvicina alla soglia invece maggiore è il guadagno per il contribuente. Insomma è una legge che conviene di più a chi guadagna di più.
«Dove li trovate i 23 miliardi per le clausole di salvaguardia sull’Iva?» chiede Alessandra Moretti.
La risposta di Rinaldi dà  la misura del personaggio: «E i 10 miliardi per gli 80 euro dove li avete trovati? Sotto un tavolino li avete trovati? Eh allora, Eh no eh!».
E allora giusta o sbagliata che sia stata l’idea degli 80 euro (che ricordiamo l’attuale governo non ha abolito) i fatti dicono che quei soldi sono stati trovati e allo stesso tempo è stato sterilizzato l’aumento dell’Iva.
Rinaldi invece che fare battute da bar dovrebbe dirci — visto che è un economista — dove sono i soldi, o quanto meno dove pensa di trovarli.
«E mò parlo io. I numeri ve li do io. Vogliamo continuare con la politica dell’austerity o vogliamo rilanciare i consumi? Questa è la scommessa. Se non lasciamo in tasca degli italiani più risorse».
Anche il solutore meno abile sarà  in grado di cogliere come Rinaldi nonostante la premessa da spaccone di numeri non ne abbia dati.
Infatti gli rifanno la domanda. «Ma la pagate in deficit?» chiede Formigli. Risposta: «all’inizio sarà  anche in deficit, dobbiamo perseguire politiche espansive» dice quasi urlando. Poi Rinaldi fa la domanda esistenziale che ingolfa ogni possibilità  di ragionamento «Tutto il mondo dove li trova i soldi?».
Naturalmente poco interessa dove trovino i soldi “in tutto il mondo” (volendo si può sempre prendere l’esempio dello Zimbabwe o del Venezuela) perchè quei 23 miliardi (più i 14 per la Flat Tax) dobbiamo tirarli fuori noi.
La risposta sul dove nascono i soldi la dà  Federico Fubini che — mentre Rinaldi mormora questo dice cazzate — spiega che «i soldi “nascono” dalla pressione fiscale».
Fubini ricorda che i paesi che hanno la Flat Tax hanno un reddito medio più basso di quello italiano, un welfare che non è ai nostri livelli e un’Iva molto alta (ad esempio in Ungheria è al 27%).
Il senso è: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Il governo deve scegliere se tenere l’Iva al 22% o abbassare le tasse al 15% ma non può fare entrambe le cose. Non con i nostri conti pubblici.
Rinaldi, l’europarlamentare che tutto il mondo ci invidia, ha un rapporto complicato coi giornalisti. Tant’è che quando si accinge a (non) rispondere per l’ennesima volta chiede a Formigli «lo spegni un minuto?» (Fubini era in collegamento).
Ed infatti Rinaldi non risponde. Dice che delle economie emergenti hanno un tasso di crescita superiore al nostro e prima di buttarla di nuovo in caciara mettendo in dubbio i titoli di studio del giornalista.
Di nuovo non dice dove si trovano i soldi nè ci dà  questi benedetti numeri. Perchè al solito l’unica risposta è quella detta a mezza bocca di “fare un po’ di deficit” che però non è consentito dalle regole europee.
Regole che i leghisti all’Europarlamento non hanno nè i numeri nè il tempo per cambiare.

(da “NextQuotidiano”)

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SPREAD A QUOTA 290, I MERCATI NON AMANO I BALLISTI COME SALVINI

Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile

LA BORSA ITALIANA PEGGIORE IN EUROPA, ALTRI MILIARDI BRUCIATI, COMPRESI QUELLI DEI CAZZARI SOVRANISTI CHE LO HANNO VOTATO

Piazza Affari apre in calo rispetto alle altre borse europee e Milano è la peggiore nel continente. La Borsa italiana apre con – 0,5 rispetto al rialzo dello 0,25% di Parigi, dello 0,3% di Francoforte o dello 0,25% di Londra.
Nonostante il 34% alle elezioni europee, e le rassicurazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, sulla tenuta della borsa italiana pesano i rumors di Bloomberg che parlava di una possibile procedura Ue nei confronti del Paese.
Continua ad allargarsi lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi. La quota del differenziale è salita a quota 290 poco dopo l’apertura. Il tasso aumenta fino al 2,74%, Pesa tra gli investitori il successo elettorale della Lega, sostenitrice di una violazione dei parametri europeiche si prepara a guadagnare maggiore spazio all’interno della maggioranza di governo.

(da agenzie)

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SALVINI STRAPARLA E LO SPREAD SCHIZZA A 288: PAGHERANNO GLI ITALIANI

Maggio 15th, 2019 Riccardo Fucile

DOPO CHE CAPITAN NUTELLA HA DETTO CHE BISOGNA SFORARE IL 3%, EFFETTO DISASTROSO SUI MERCATI

Vergognoso e irresponsabile. Con le sue sparate contro l’Europa e sul non rispetto del debito porterà  l’Italia allo sfacelo. Lui e i suoi complici grillini che non staccano la spina
Prosegue il trend di allargamento dello spread Btp/Bund iniziato ieri dopo che il vicepremier Matteo Salvini si è detto pronto a sforare le regole europee sul deficit/Pil per dimezzare il tasso di disoccupazione in Italia.
Il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco si sta avvicinando a quota 290 punti base e viaggia ora a 288,883 pb rispetto ai 282,902 della chiusura di ieri.
“La vicenda Salvini impedisce allo spread di beneficiare del sentiment positivo”, afferma Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners, avvertendo che “se la campagna elettorale per le europee continuerà  toccare questi temi, gli asset italiani avranno un ostacolo in più. Nel frattempo l’economia della Germania è rimbalzata in primo trimestre dell’anno, dopo essere scampata per un pelo alla recessione a fine 2018. Sull’outlook di Berlino continua però a pesare l’escalation delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti.
Entrando nel dettaglio di numeri, secondo quanto emerge dalle stime pubblicate dall’agenzia nazionale Destatis, il prodotto interno lordo di Berlino si è espanso dello 0,4% t/t e dello 0,7% a/a nei primi tre mesi del 2019, trainato da un robusto aumento dei consumi privati e delle costruzioni di case.
La lettura è in linea al consenso. Tuttavia il clima di cautela tra le imprese tedesche suggerisce che qualsiasi recupero della crescita economica potrebbe essere temporaneo, soprattutto perchè il settore delle esportazioni si trova ad affrontare nuovi ostacoli dovuti all’aumento delle tariffe tra Washington e Pechino e ai timori riguardo possibili dazi americani sulle importazioni di prodotti europei. Sul primario infine gli investitori restano in attesa dell’asta di Bund trentennali da 1 miliardo di euro

(da Globalist)

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PRODUZIONE INDUSTRIALE IN CALO A MARZO, LA LOCOMOTIVA DI DI MAIO SI E’ INCEPPATA

Maggio 10th, 2019 Riccardo Fucile

CALA DELLO’ 0,9% AZZERANDO IL TRIMESTRE PRECEDENTE, ADDIRITTURA DELL’1,4% RISPETTO A MARZO 2018

Poco meno di un mese fa il vicepremier e bisministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ci faceva sapere che «l’Italia spicca ancora una volta» perchè il nostro Paese era «la locomotiva nella produzione industriale di tutta Europa in questo momento».
Era quello che ci voleva dopo le battute di Conte sull’anno bellissimo e straordinario che ci si prospetta dinnanzi, tant’è che per settimane i 5 Stelle hanno ripetuto ovunque la storiella dell’Italia capofila in Europa per la produzione industriale.
Di Maio poi ci aveva spiegato che l’export italiano aveva segnato un record assoluto, un altro segnale secondo il vicepremier che il governo del Cambiamento stava davvero rimettendo in moto il Paese. Oggi sono usciti i dati ISTAT sulla produzione industriale di marzo e la locomotiva non c’è più.
Perchè l’Istat dice che a marzo 2019 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,9% rispetto a febbraio.
Non solo perchè — scrive l’Istituto di statistica — a marzo 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dell’1,4% rispetto a marzo 2018 (pari al -3,1% dei dati grezzi).
Si tratta del calo congiunturale più importante dal novembre 2018. L’indice destagionalizzato mensile mostra un modesto aumento congiunturale solo per i beni strumentali (+0,1%); diminuzioni si registrano invece per i beni di consumo (-2,3%) e, in misura più lieve, per l’energia (-0,4%) e per i beni intermedi (-0,3%).
Cosa farà  ora il governo? Dirà  che in ogni caso le stime sulla produzione industriale del primo trimestre sono confortanti perchè l’Istat scrive che la produzione aumenta dell’1,0% rispetto al trimestre precedente.
Il problema è che questo dato (relativo alla produzione industriale di gennaio e febbraio) è praticamente azzerato dalla performance di marzo.
Questo significa che il M5S e Di Maio hanno cantato vittoria troppo presto, perchè la locomotiva italiana non sembra essere così lanciata e la performance del primo bimestre dell’anno è stata probabilmente frutto anche dell’effetto scorte dovuto alla ricostituzione dei magazzini.
Gli analisti inoltre ritengono che «effetti di calendario abbiano contribuito a “spostare crescita” dal 2° al 1° trimestre, con un trend di sostanziale stagnazione al netto della volatilità  su base trimestrale». Insomma forse Di Maio dovrebbe mettersi a spingere la locomotiva invece che fare propaganda.

(da “NextQuotidiano”)

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