Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
QUESTE LE PREVISIONI DEI TECNICI, POI VEDREMO COME ANDRA’ A FINIRE
La combinazione tra dinamismo della metropoli e fascino delle Dolomiti è una delle chiavi che hanno aperto la porta del successo alla candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali 2026 (6-22 febbraio e 6-15 marzo).
Un progetto che punta sulla sostenibilità , con costi stimati per 1.3 miliardi di euro, con ricadute economiche positive sul Pil per 2.3 miliardi secondo uno studio de La Sapienza, con possibilità di ricavi fino a 3 miliardi di euro secondo un’analisi della Bocconi.
Le Olimpiadi sono un grande affare. Ben tre università si sono occupate di valutare le ricadute economiche dei Giochi Invernali del 2016.
La Sapienza che ha dato una previsione complessiva, la Bocconi che si è focalizzata su Milano e la Lombardia e poi Cà Foscari che si è occupata in particolare delle ricadute su Cortina e sul Trentino Alto Adige.
Secondo la Sapienza “i Giochi invernali contribuiranno positivamente alla crescita dell’economia: gli incrementi del Pil tra il 2020 e il 2028 vanno da 93 a 81 milioni annui. La crescita cumulata del prodotto raggiunge un massimo finale complessivo di circa 2,3 miliardi nel 2028”.
La Bocconi si spinge più avanti e parla di 3,2 miliardi. I posti di lavoro generati nelle varie fasi (dalla preparazione fino alla conclusione e anche oltre) sono più di 22.300 di cui 13.800 in Veneto, a Trento e a Bolzano e 8.500 in Lombardia.
Questi studi hanno corredato il progetto italiano presentato a Losanna. Il dossier di Milano-Cortina divide le gare in quattro ‘cluster’ fra Lombardia, Veneto e le province di Trento e Bolzano: Milano, Valtellina, Cortina e Val di Fiemme.
La cerimonia di apertura davanti agli 80mila spettatori dello stadio di San Siro sarebbe la più partecipata nella storia dei Giochi invernali insieme a Pechino 2022.
Quella di chiusura andrebbe in scena nel suggestivo scenario dell’Arena di Verona. Insomma, una nuova Expo, che però durò 6 mesi contro i 17 giorni dell’Olimpiade; con ricadute anche per le casse statali: un rapporto elaborato dalla Sapienza fissa in 602 milioni gli introiti per l’erario, a fronte dei 415 milioni che dovranno essere stanziati per sostenere i costi legati alla sicurezza.
Secondo la Bocconi per ogni euro investito (la Lombardia mette a disposizione complessivamente 321 milioni) ne ‘torneranno’ 2,7, con un vantaggio totale di 868 milioni.
Il 93% delle 14 sedi di gara è già esistente (10, di cui 4 saranno ristrutturate) o temporanea (3), solo una andrebbe costruita da zero (da investitori privati): è il PalaItalia milanese a Santa Giulia (15mila spettatori) per l’hockey, che sarà affiancato dall’Arena Hockey Milano da 7mila posti (l’ex Palasharp da ristrutturare).
In Valtellina le medaglie dello sci alpino maschile sarebbero assegnate sulla pista Stelvio di Bormio, una delle più spettacolari al mondo.
Per lo sci alpino femminile è prevista un’altra sede, a Cortina, sulla Tofane, e questo ha sollevato i dubbi del Cio. Le Medal Plazas verranno allestite in piazza Duomo a Milano e a Cortina.
Le previsioni economiche non tengono conto di tante altre, e persino più sostanziose, voci: dai costi che sosterranno le delegazioni dei paesi partecipanti a quelle che serviranno per permettere ai giornalisti di raccontare l’evento, per non parlare delle migliaia di visitatori e appassionati di sport invernali.
Tutte queste persone spenderanno per mangiare, dormire, muoversi, ma anche per visitare luoghi e divertirsi, con un giro d’affari che potrebbe toccare un controvalore complessivo – incluso l’indotto – di quasi 1,5 miliardi.
Per quanto riguarda invece le aree destinate a subire un profondo rinnovamento e una totale riqualificazione, basterebbe ricordare (oltre ai lavori allo stadio San Siro destinato a ospitare la cerimonia inaugurale) la trasformazione dell’ex Scalo di Porta Romana dove sorgerà il Villaggio olimpico. Insomma, benefici diffusi per immagine, conti, occupazione, lasciti futuri, che i cittadini sembrano aver colto, come dimostrano i sondaggi che in Italia sembrano sfociare in un plebiscito a favore dei Giochi, mentre la Svezia era ben più tiepida: 34% i favorevoli, 37% i contrari, il 29% non sa (dati Ipsos).
Passando alla parte operativa, cioè ai costi legati all’attività del comitato organizzatore (stipendi per il personale, costi di marketing, promozione, pubblicità , spese di rappresentanza, viaggi, trasferte, costi per servizi, consulenze e così via) e all’allestimento dei Giochi (cerimonie di apertura e chiusura, spese vive per le gare) una prima stima porta a 1 miliardo e 200 milioni.
Quindi, al momento, escluse le infrastrutture viarie, i Giochi 2026 costerebbero poco più di un miliardo e mezzo.
Ci sono due tipologie di spese. Infatti, mentre gli investimenti in impianti e infrastrutture saranno a carico del Paese organizzatore, per la spesa operativa il Cio interverrà con un contributo, stimato ad oggi intorno ai 900 milioni. Il Comitato olimpico gestisce direttamente le tre principali fonti di entrata: diritti televisivi, top sponsor e fornitori ufficiali
Con questi introiti sostiene la quasi totalità della spesa operativa. Le voci di fatturato gestite dal comitato organizzatore locale sono: i biglietti; gli sponsor (non in conflitto con quelli del Cio) e il merchandising sul territorio nazionale.
Non ci si può comunque dimenticare di come, nonostante i protocolli su legalità e anticorruzione, Expo abbia prodotto la famigerata “cupola degli appalti” che aveva fatto gridare a una nuova Tangentopoli e abbia messo a dura prova il sistema dei controlli, con 64 interdittive antimafia (di cui due poi annullate) emesse dalla prefettura.
Perchè, com’è ovvio, dove ci sono i soldi e le grandi opere si annida anche l’interesse criminale. Il rischio non è rappresentato solo dalla criminalità organizzata, ma anche, più in generale, da quello che Raffaele Cantone ha definito il “male italiano”: la corruzione.
Vedremo come andrà realmente a finire
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“OCCORRONO INVESTIMENTI PUBBLICO-PRIVATO, NON INSEGUENDO OBIETTIVI DANNOSI”
“Se si alimenta la paura che la politica sia quella di distaccarci dall’Europa, i mercati la ascoltano e si assicurano contro questo rischio. Così ci sono vari punti di tassi di interesse più alti che vengono richiesti”.
Così, a Venezia, il governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco, al Foglio Tech Festival. “Va ridotta la sfiducia, non inseguendo obiettivi dannosi, e va enfatizzata la capacità di crescita attraverso investimenti pubblico-privati”.
“Sicuramente c’è una preoccupazione sulla crescita dell’economia con tassi di interesse così alti. Se l’emissione di titoli pubblici vede 2,5 punti in più rispetto alla Germania e uno in più di uno rispetto a Spagna, questo si trasferirà piano piano in tutti i meccanismi che concedono credito a livello privato e questo trasferimento alla fine rallenta la capacità di crescere dell’economia con effetti sugli investimenti”.
Ancora Visco: “Ci vuole fiducia e capacità di programmazione, non si può vivere sotto l’incubo del disavanzo che non asseconda la richiesta di stabilità dei mercati”. L’importante, ha poi aggiunto, “è stabilizzare l’economia, perchè di fronte anche a una situazione di choc tutto dipende dalla capacità di distribuzione della spesa”.
“Il rischio vero per tutti noi è di non guardare in avanti”. Bisognerebbe affrontare il futuro che – assieme alle difficoltà – “porta con se anche opportunità . Per essere colte, bisogna investire senza chiedere semplicemente che cosa lo Stato stia facendo per noi. Ci sono tanti giovani che non studiano e non lavorano e che sono forse sempre più emarginati: quindi il nostro sforzo è includerli in una collettività nazionale rivolta al futuro”
“Il contributo tecnologico – insiste Visco – porta lavoro, ma la velocità di adattamento è tale che non riusciamo a seguire l’evoluzione. In Italia ricaviamo solo il 5% del valore aggiunto dalla digitalizzazione, rispetto alla Germania che ha l’8%”.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
BLOCCARE LE NOMINE DELL’UNIONE EUROPEA? E’ UN’ARMA SPUNTATA, I NUMERI NON CI SONO
Nell’albergo dove alloggiano a Bruxelles in occasione delle riunioni del Consiglio europeo sia il
presidente francese che la Cancelliera, ieri notte il premier ha potuto condurre in modo informale la partita per cercare di fermare la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per disavanzo eccessivo. E trattare con Francia e Germania il tema delle nomine. Con la pistola sul tavolo.
L’Italia potrebbe accordarsi con un altro paese per bloccare le nomine se l’Europa continua con la procedura d’infrazione, secondo quanto trapela dai soliti uffici stampa & propaganda autorganizzati.
Ma in realtà le cose non stanno così. Perchè secondo i calcoli del premier basta trovare un altro alleato per farcela.
Marco Bresolin spiega su La Stampa infatti che le regole prevedono che il candidato presidente della Commissione da proporre al Parlamento venga indicato dal Consiglio, che delibera «a maggioranza qualificata rafforzata». Per superare il quorum serve il voto di almeno 21 Paesi che rappresentino più del 65% della popolazione Ue.
Per costituire una minoranza di blocco la normativa dice che però sono necessari almeno quattro Paesi che superino il 35% della popolazione.
A titolo puramente teorico: tre grandi Stati (per esempio Italia, Francia e Germania) non possono formare una minoranza di blocco (nonostante contino il 41% della popolazione). Con la possibile astensione del Regno Unito (che vale come un voto contrario), Conte potrebbe cercare di convincere il governo polacco (che è guidato dai conservatori e non far parte della maggioranza all’Europarlamento) e magari Viktor Orban (perfettamente a suo agio nel ruolo di guastafeste).
Ma i numeri dicono che serve il sostegno di qualcun altro: Regno Unito, Italia, Polonia e Ungheria contano il 34,12% della popolazione Ue.
Per un soffio, gli altri supererebbero il 65%. Bisognerebbe dunque coinvolgere tutto il quartetto di Visegrad, ma Slovacchia e Repubblica Ceca sono su posizioni più moderate e non sembrano intenzionate a mettersi di traverso.
Difficile trovare sponde tra i Paesi del Sud Europa: Malta, Portogallo e Spagna (oltre alla Grecia) formano un asse socialista che sta avendo un ruolo di primo piano nei negoziati e che sicuramente sarà premiata.
Nessuna speranza a Nord e nei Baltici, dove ci sono governi che sulla procedura spingono per la linea dura e dunque non hanno alcuna voglia di salvare Roma.
Quindi Conte rischia di rimanersene con il cerino acceso in mano. E con lui tutta l’Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 20th, 2019 Riccardo Fucile
OGNI VOLTA CHE LA MELONI PARLA, UN ECONOMISTA MUORE (DAL RIDERE)
Ogni volta che Giorgia Meloni parla, un economista muore. Dal ridere. Ma anche uno studente
al terzo anno di ragioneria ha buone chances di sganascarsi dalle risate, e il fatto che ci siano molti italiani che hanno deciso di votarla ci fa capire che il problema non è lei ma è la situazione che è disperata, ma non seria.
Il fatto che Meloni — o il suo social media manager — non capisca buona parte di quello che legge è dimostrato da questo tweet in cui paragona Libra, la moneta elettronica di Facebook, ai minibot che il governo vorrebbe introdurre, anzi no, anzi sì, anzi forse, anzi a seconda di quale piede mette giù dal letto la maggioranza di prima mattina.
In primo luogo, Meloni commette un errore che manda a prostitute tutto l’apparato ideologico-macchiettistico dei fautori della proposta: loro si sono prodigati a spiegare che i minibot non sono moneta ed ecco che lei dice che bisogna emetterli, considerandoli implicitamente moneta.
Ma perchè Libra non c’entra niente con i minibot, nonostante quanto asseriscano personaggi del calibro di Paolo Becchi su Libero?
Perchè Libra è basata su una nuova blockchain open source, la cui stabilità sarà supportata da una riserva di asset reali, composta da un mix di valute internazionali e titoli di debito a breve termine.
Cosa vuol dire questo? Facciamo un passo indietro: la moneta può avere valore intrinseco o valore fiduciario. Un esempio: l’oro ha un valore intrinseco perchè è accettato e scambiato ovunque in base al suo peso.
Le monete fiduciarie invece dipendono dalla fiducia nei confronti dell’emittente (la banca centrale, ovvero lo Stato che la emette).
Libra però, come abbiamo visto, sarà garantita da asset reali. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che quando il signor Rossi chiederà (poniamo, in caso di parità di valutazione) 100 libra in cambio di 100 euro, gli euro verranno impiegati per comprare (ad esempio) titoli di Stato a basso (ma sicuro) rendimento.
Quindi Libra avrà un valore reale e, punto importante, verrà creata soltanto quando qualcuno la richiederà e fino a esaurimento della richiesta (che potrebbe essere sì infinita, ma anche no).
Questo fa di Libra non una moneta fiduciaria ma una moneta dal valore intrinseco, visto che il suo valore è garantito dal paniere di valute e titoli che sono stati comprati all’atto della sua emissione. Chi gestisce Libra non creerà moneta dal nulla.
E invece i Minibot? Secondo i loro fautori i minibot sono la cartolarizzazione di un debito (di solito si cartolarizzano i crediti, ma questo è un dettaglio…) che servono effettivamente o a far aumentare il circolante (e quindi a battere moneta dal valore fiduciario).
Già questo dovrebbe far capire che paragonare i minibot a libra è come paragonare Giorgia Meloni a uno che sa di che parla.
Ma c’è anche una differenza con i bitcoin: il valore dei bitcoin è determinato dalla legge della domanda e dell’offerta. In più a stessa blockchain ripropone un modello centralizzato, ben diverso da quello di bitcoin, anche se la presenza di più gestori punta a garantire una maggiore pluralità .
Ma il white paper su Libra precisa che nell’arco di cinque anni saranno trovate le soluzioni adeguate per ricalcare uno schema davvero decentralizzato. Restano aperti molti nodi legati proprio alla reale decentralizzazione, così come alla sicurezza e al meccanismo di consenso della blockchain. Ma di certo la differenza c’è.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 18th, 2019 Riccardo Fucile
LE MISURE ANNUNCIATE DA DRAGHI AIUTERANNO L’ECONOMIA DELL’ITALIA CHE GRAZIE AI DAZI DI TRUMP IN ANNO HA PERSO QUASI 2 MILIARDI DI EURO..E CON CHI STANNO I SOVRANISTI VENDUTI? CON IL NOSTRO CARNEFICE
Mentre Salvini se ne parte per l’America come il ragazzo di campagna di Pozzetto se ne andava in città e scambia Washington per Philadelphia, Donald Trump scomunica Mario Draghi equiparando l’Europa alla Cina, contro cui attualmente è in guerra (commerciale). Ma cosa ha fatto il capo della Banca Centrale Europea per far arrabbiare il presidente degli Stati Uniti tanto da spingerlo a un attacco diretto su Twitter?
Al simposio delle banche centrali in quel di Sintra in Portogallo Draghi ha annunciato un nuovo stimolo all’economia europea: “Nelle prossime settimane il Consiglio direttivo delibererà in che modo i nostri strumenti possono essere adattati alla severità del rischio alla stabilità dei prezzi. Manteniamo la capacita’ di rafforzare la nostra forward guidance modificando il suo bias e la sua condizionalità per tener conto delle variazioni negli aggiustamenti del percorso di inflazione”.
Questo si applica, ha detto, a tutti gli strumenti di politica monetaria: “Ulteriori tagli dei tassi di interesse e misure per mitigare eventuali effetti negativi rimangono parte dei nostri strumenti e il programma di acquisto di bond ha ancora considerevole spazio a disposizione”.
Le parole di Draghi hanno provocato la ripresa delle Borse e, soprattutto, il calo degli spread tra cui quello tra Italia e Germania, arrivato ai minimi da aprile.
Ma è interessante anche segnalare cosa lo ha spinto a fare queste valutazioni: “Guardando in prospettiva, i rischi per l’outlook rimangono orientati al ribasso e gli indicatori per i prossimi trimestri puntano a una debolezza persistente”, ha detto, “i rischi che sono stati prominenti per tutto l’ultimo anno — ha aggiunto — in particolare i fattori geopolitici, la crescente minaccia del protezionismo e le vulnerabilità dei mercati emergenti non sono scomparsi e continuano a pesare in particolare sul settore manifatturiero”.
Con chi ce l’ha Draghi quando parla della minaccia del protezionismo? Ma con Trump, che domande.
E dietro tutte quelle parole difficili il governatore centrale sta dicendo una cosa molto semplice che riguarda il presidente degli Stati Uniti. Perchè è lui il protezionista che mette in difficoltà l’economia europea. E quella italiana: la guerra dei dazi è già costata lo scorso anno 1,7 miliardi all’Italia e il conto potrebbe salire (secondo stime del centro studi Confindustria) a 8,5 miliardi entro il 2021.
In caso di conflitto commerciale limitato al fronte Usa-Cina, vincerebbero le piastrelle, la moda di fascia media, il tessile e la meccanica italiana, che diventerebbero più competitivi negli States rispetto ai rivali di Pechino. A perdere sarebbe invece la componentistica auto.
Se scoppia il conflitto commerciale globale, invece, molti cavalli di battaglia del made in Italy sarebbero a rischio: il Prosecco e il Campari, per dire, minacciati dai balzelli di Trump, Leonardo che faticherebbe a vendere i suoi elicotteri, l’olio d’oliva, il pecorino (i 2/3 della produzione vanno negli Usa). Il 50% dei 4,3 miliardi di prodotti alimentari venduti agli Usa sarebbe colpito da dazi.
“Il Quantitative Easing ha ancora notevoli margini”, ha detto oggi Draghi rispolverando il suo bazooka. Quello del 2015 ha superato di gran lunga i 700 miliardi di euro nel primo anno di azione, ben più delle previsioni più allegre che arrivavano a seicento. A beneficiarne di più è stata la Germania, proprio il paese che l’aveva più osteggiato. Ma anche l’Italia deve ringraziare visto che il nostro Paese, da solo, ha potuto usufruire di 362 miliardi di acquisti di bond.
Ora quindi ce n’è abbastanza per capire che Draghi è un europeo che ha a cuore l’intero Vecchio Continente e sta agendo per il meglio della sua intera economia.
È un patriota. E infatti un nemico — come il presidente USA — lo osteggia e continua a twittare contro di lui. Dovrebbe invece sostenerlo con tutte le sue forze il governo italiano perchè non vi sarà sfuggito che l’azione annunciata dalla BCE va ad aiutare anche chi soffre di alti spread perchè gioca a rimpiattino con l’uscita dall’euro. Soprattutto loro.
E invece da una parte c’è uno che pensa a Rocky perchè non gli fanno fare un selfie con Trump ma annuncia che l’Italia sarà il miglior alleato degli Stati Uniti (Salvini), dimostrando di non aver ancora capito cosa gli stia succedendo intorno.
Dall’altra c’è Di Maio che se ne sta zitto perchè almeno lui ha imparato — troppo tardi — che è meglio fare scena muta e sembrare di essere stupidi che aprire bocca e togliere a tutti ogni dubbio.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI AVRA’ CONTATO MALE QUANDO STRILLAVA “LI VOGLIONO GLI ITALIANI”
Salvini farebbe bene a dare un’occhiata al sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera in cui gli strumenti per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione vengono sonoramente bocciati proprio da quel popolo che a dire del leghista “li vuole”
Il 35% li giudica pericolosi perchè rischierebbero di diventare una sorta di moneta parallela vietata dai trattati Ue, il 24% li considera semplicemente inutili, mentre solo il 22% ritiene che siano utili per risolvere il problema del mancato pagamento di chi lavora con le amministrazioni pubbliche e il 19% non ha un parere in proposito.
Il consenso per questa possibile misura prevale solo tra gli elettori della maggioranza.
Il sondaggio evidenzia un paio di ambivalenze.
La prima riguarda la relazione con l’Ue: si considera inaccettabile una procedura di infrazione ma vogliamo evitare prove di forza propendendo per un atteggiamento cauto (siamo critici con l’Ue ma ci guardiamo bene dal volerne uscire).
La seconda attiene al rapporto tra la situazione economica non brillante e il consenso per il governo che non sembra pagar pegno (sebbene in calo di quattro punti, si mantiene su livelli elevati), smentendo il famoso slogan della campagna di Bill Clinton nel 1992 «It’s the economy, stupid!».
Non è un fatto nuovo in Italia, come ben sanno i leader del centrosinistra, sconfitto alle Politiche 2018 dopo aver governato in una fase nella quale il Paese dopo anni difficili ha ripreso a crescere.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 14th, 2019 Riccardo Fucile
“BASTA CHIACCHIERE, SERVONO FATTI CONCRETI O AVANTI CON LA PROCEDURA”
Quando Giovanni Tria ha iniziato a spiegare agli altri 18 ministri dell’Eurozona che «l’economia
italiana sta andando meglio del previsto» e che «i dati in arrivo a fine luglio lo dimostreranno», al tavolo dell’Eurogruppo – racconta chi era in sala – molti suoi colleghi hanno scosso la testa.
Si aspettavano qualche proposta concreta e invece il titolare di via XX settembre è arrivato a Lussemburgo a mani vuote.
A quel punto un solo ministro si è alzato e ha preso la parola: un intervento che ha interpretato perfettamente il pensiero di tutti gli altri. «Non basta, dovete spiegarci cosa volete fare per evitare la procedura. Altrimenti la Commissione deve andare avanti e noi la sosterremo».
A sorpresa è stato il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire a vestire i panni del Grande Accusatore. Chi si aspettava un atteggiamento solidale da parte di Parigi – che sul rispetto delle regole contabili ha pure qualche problema – si sbagliava di grosso. «Non bastano previsioni generiche – questo il ragionamento di Le Maire nell’intervento in sala -. Dovete dirci quali misure volete prendere perchè ci sono delle regole da rispettare. Ne va della stabilità dell’Eurozona».
Anche Christine Lagarde, direttrice Fmi, ha indicato tra i principali rischi economici «i Paesi ad alto debito e a bassa crescita che non fanno le riforme».
Proprio il futuro della zona euro è stato uno degli elementi cruciali del dibattito di ieri, che ha tenuto i ministri inchiodati nell’European Convention Center di Lussemburgo fino a notte. E il caso-Italia non aiuta ad ammorbidire i nordici su questi temi.
Ieri pomeriggio, però, con il francese a interpretare la linea dura, i veri “falchi” sono rimasti in disparte.
L’olandese Wopke Hoekstra, per esempio, ha evitato di affondare il colpo. Ci ha pensato la colomba Mario Centeno, presidente Eurogruppo: «Vogliamo chiarezza sulle vostre decisioni politiche».
Prima della riunione, Tria ha incontrato Valdis Dombrovskis per un faccia a faccia. Il vicepresidente è stato molto chiaro: «Serve una correzione sostanziale della traiettoria di bilancio, sia per il 2019 che per il 2020». Tradotto: una manovrina correttiva subito (circa 4 miliardi) e un cambio di passo sui piani in autunno.
Fonti del Tesoro, però, sostengono che la manovra per il 2020 è esclusa dalla trattativa e si dicono convinte che «la maggioranza dei governi non voglia andare fino in fondo». In ogni caso anche il Mef conferma che «i negoziati sono ancora in una fase embrionale». Il problema è che il tempo stringe: il verdetto sulla procedura arriverà entro il 9 luglio, per questo serve un’intesa prima della fine di giugno.
Il falco francese Le Maire, dunque. Eppure il premier Giuseppe Conte credeva di arrivare oggi a Malta, dove parteciperà al vertice dei Paesi del Sud Europa, con ben altre prospettive. Questa sera, a margine della cena dei capi di Stato e di governo, avrà un colloquio a quattr’occhi con il presidente Emmanuel Macron. E magari sarà l’occasione per chiedere spiegazioni dell’attacco così duro da parte del ministro francese.
In generale Conte si illude della benevolenza dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e di una mediazione del portoghese Centeno. Ma è in casa francese che cerca una sponda. Il premier comincia a muoversi con il suo metodo diplomatico e felpato che nel dicembre scorso consentì all’Italia di evitare la procedura. Ora ci riprova e con Macron sarà il primo importante tentativo, mentre giovedì della prossima settimana a Bruxelles incontrerà gli altri leader europei . Da Palazzo Chigi fanno sapere che di fatto la Francia non ha ancora preso una decisione. Ma visto quello che è successo ieri non sembra che Parigi sia disposto a farci sconti.
(da “La Stampa”)
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Giugno 9th, 2019 Riccardo Fucile
ANDREA ROVENTINI E’ DOCENTE DI ECONOMIA ALL’UNIVERSITA’ DI PISA: “SONO TITOLI DI DISTRUZIONE DI MASSA”
Giggino da Avellino se l’è presa con Tria che li ha responsabilmente rifiutati e ha letto q questo no come un affronto, dal basso della sua incompetenza totale, di persona che non distingue l’economia dal congiuntivo.
Ora quello che i grillini avrebbero voluto ministro dell’economia (posto poi preso da Tra) usa parola ancora più dure: “I mini bot sono fondamentalmente una follia, non hanno niente a che fare con la buona politica economica”.
Parola di Andrea Roventini, professore di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ‘candidato’ dei 5 Stelle al ministro dell’Economia, prima che la scelta cadesse su Giovanni Tria.
“I mini bot sono titoli di distruzione di massa per l’economia italiana, bisogna stare attenti”, avverte l’economista criticando l’idea del presidente della commissione Bilancio alla Camera Claudio Borghi, appoggiata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, di introdurre i mini bot per ripagare i debito dello Stato verso i fornitori.
“Non è vero che servano solo a questo scopo, i mini bot possono essere il primo passo per l’uscita dell’Italia dall’euro, come lo stesso Borghi spiega in diversi video che circolano in rete. Il voto bipartisan alla Camera – insiste Roventini – è stato un grave errore e ha già costretto il presidente della Bce Mario Draghi e il ministro dell’Economia Giovanni Tria a precisazioni pubbliche sull’illegalità di questo strumento”, mettendo a rischio la credibilità della politica economica italiana.
“Mi ricordano i ‘patacones’ argentini, sono una politica economica voodoo, come rilevato da tutti gli economisti tranne che da qualche esponente della Lega: o aumentano il debito pubblico, e quindi sono inutili, oppure sono di fatto una moneta parallela che sarebbe dichiarata illegale dall’Europa. In ogni caso, aumentano la tensione sui mercati in un momento difficile per il nostro Paese, indicando una possibile volontà dell’Italia di uscire dall’euro”.
Ecco, conclude, “vista la situazione attuale non ci possiamo permettere questi rischi per una scelta di politica economia irresponsabile che potrebbe essere disastrosa per l’economia italiana dell’Italia”.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2019 Riccardo Fucile
“L’INTESA AVREBBE RESO PIU’ FRAGILE RENAULT”… “ELKANN NON MERITA CRITICHE, LUI VOLEVA CORRERE, NOI AVERE PIU’ GARANZIE, OGNUNO E’ RIMASTO FEDELE ALLA PROPRIA LINEA”
Dopo un Cda della Renault lungo e complicato, mercoledì sera, la Fca ha ritirato la sua offerta
di fusione. Chi è responsabile di questo fallimento?
“La Fca ha fatto la scelta di ritirare la sua offerta. È una scelta che rispetto. Questa operazione rappresentava una bella opportunità sul piano industriale. Questo resta vero. Ma lo Stato, azionista di riferimento della Renault, aveva fissato delle condizioni che dovevano essere tutte soddisfatte. Siamo stati chiari fin dal principio. Volevamo degli impegni sulla preservazione dei livelli occupazionali e dei siti di produzione in Francia. Chiedevamo anche garanzie sulla governance del futuro gruppo, e auspicavamo che partecipasse al programma sulle batterie elettriche. Ma la prima delle nostre richieste era che questa fusione avvenisse nel quadro dell’alleanza tra Renault e Nissan. Questo presupponeva che i rappresentanti della Nissan all’interno del consiglio d’amministrazione della Renault votassero a favore del progetto. Mercoledì sera, questa condizione non era soddisfatta: il nostro partner si sarebbe astenuto in caso di voto nel Cda della Renault. Avremmo potuto prendere più tempo per ottenere il loro sostegno, necessario per lanciare la fusione su basi chiare e solide. Tanto più che il mio viaggio in Giappone alla fine di questa settimana, per il G20 dei ministri economici, mi permetteva di proseguire le discussioni con i nostri partner giapponesi. La Fca ha fatto una scelta diversa”.
Un voto mercoledì sulla proposta della Fca serviva semplicemente ad aprire una nuova fase di discussioni. Questo lasciava tempo per proseguire il negoziato con la Nissan senza uccidere il progetto…
“In un’operazione di questa portata, dove sono in gioco centinaia di migliaia di posti di lavoro, più di 30 miliardi di euro di capitalizzazione di Borsa, tecnologie di avanguardia, non possiamo permetterci il lusso di avere qualcuno che non è pienamente convinto. Se alcuni partner esprimono delle reticenze, si può star certi che il progetto fallirà . Non volevamo prendere nessun rischio, nè per l’alleanza con la Nissan nè per la Renault. L’alleanza tra Renault e Nissan esiste da vent’anni. È uno degli elementi chiave del rafforzamento della Renault, cioè del nostro strumento industriale. La Renault sono circa 4 milioni di veicoli prodotti. Nissan e Mitsubishi, circa 7 milioni. Questa alleanza ci ha permesso di creare delle sinergie sulle piattaforme, di fare la corsa in testa sul piano delle tecnologie a bordo e dei veicoli elettrici. Prendersi il minimo rischio di indebolirla sarebbe stato irresponsabile”.
Questo fallimento rimette in discussione il ruolo di Jean-Dominique Senard alla testa della Renault?
“Jean-Dominique Senard ha la mia fiducia”.
Lei insiste sul rafforzamento dell’alleanza. Ma bisogna essere in due a volerlo e la Nissan dall’inizio dell’anno oppone resistenza agli sforzi di Jean-Dominique Senard. Non è stato un errore dare così tanto peso al gruppo giapponese nel negoziato fra la Renault e la Fca?
“L’azionista pubblico ha mostrato la sua lealtà verso il partner giapponese e la sua costanza nelle scelte strategiche fatte vent’anni fa. La lealtà e la costanza contano, anche nel mondo degli affari. Tuttavia, le cose non possono rimanere così. La governance attuale dev’essere più efficace e più rispettosa degli equilibri fra i due partner. Gli sviluppi tecnologici devono essere accelerati”.
Il fallimento delle trattative con la Fca non rischia di rendere più fragile la Renault, subordinando per di più la sua capacità di movimento strategica alla buona volontà della Nissan…?
“La Renault ha delle carte importanti! La Renault è una casa automobilistica solida, che è un passo avanti a tutte le altre nei veicoli elettrici, che possiede dei marchi forti, dalle auto economiche come la Dacia o la Lada fino alle auto sportive prestigiose come l’Alpine. E la Renault è in una situazione finanziaria sana. Quello che avrebbe reso più fragile la Renault sarebbe stato impegnarsi in un’operazione senza basi chiare, trasparenti e solide”.
La sua posizione però è paradossale: lei afferma che il ruolo dello Stato non è quello di gestire imprese commerciali, ma al tempo stesso il governo è onnipresente nel dossier Renault.
“Perchè lo Stato è l’azionista storico della Renault. Che cosa avrebbero detto se avessimo svenduto gli interessi industriali della Francia? Che cosa avrebbero detto se non avessimo tenuto contro delle preoccupazioni del nostro partner giapponese? La situazione attuale è che lo Stato possiede il 15 per cento della Renault. E deve assumersi le sue responsabilità “.
Non aveva nessuna stretta al cuore, all’idea che la Renault, l’antica Règie Nationale, potesse passare sotto il controllo di una società olandese?
“Quello che mi fa stringere il cuore è quando vedo delle fabbriche che chiudono e dei lavori nell’industria minacciati. E per garantire un futuro solido alla Renault e ai dipendenti della Renault, che siano a Clèon, a Sandouville o altrove, bisogna portare a termine la rivoluzione tecnologica in corso. Continuo a sostenere che questa operazione era un’opportunità industriale. Avere una sede in Olanda era un’idea che si poteva contemplare, considerando che la Francia conservava una sede operativa che copriva l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. Guardate l’Airbus, che è uno straordinario successo. La sede sociale è ad Amsterdam. Ma la sede dello sviluppo aeronautico è a Tolosa”.
John Elkann, il presidente della Fca, è stato troppo intransigente e troppo goloso?
“John Elkann ha svolto il suo ruolo di presidente della Fca. Aveva la libertà di ritirare la sua offerta. Lui voleva andare avanti rapidamente, mentre noi volevamo prenderci più tempo per mettere in sicurezza un progetto che poteva avere impatti industriali e tecnologici considerevoli. Ognuno è rimasto fedele alla sua logica, nessuno merita critiche”.
Il matrimonio tra Renault e Fca non è andato in porto. Quello tra Psa e Fca è possibile?
“Ci saranno dei movimenti di concentrazione nell’industria automobilistica nei mesi e negli anni a venire. È indispensabile per finanziare gli investimenti nei veicoli elettrici, autonomi e connessi, che sono quantificati in decine di miliardi. Non sono al corrente di nuove operazioni”.
(da “La Repubblica”)
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