Agosto 9th, 2019 Riccardo Fucile
BAGNO DI SANGUE A PIAZZA AFFARI: MILANO PERDE IL 2,48
Piazza Affari ha chiuso con un bagno di sangue l’ultima seduta settimanale, coincisa con la prima
valida per monitorare la reazione dei mercati alla crisi di governo che ha portato con sè l’incremento dello spread tra Btp e Bund tedeschi, arrivato a toccare quota 240 punti base, chiudendo a 238. Piazza Affari ha bruciato oltre 15 miliardi di capitalizzazione.
Al termine di una giornata sempre negativa, e in attesa che in serata arrivi il giudizio di Fitch sull’Italia, il Ftse Mib finale ha lasciato sul campo il 2,48%. Profondo rosso per i titoli bancari, più volte finiti in asta di volatilità nel corso della sessione.
Già ieri, 8 agosto, lo spread aveva iniziato a mostrare segni di rialzo, dovuti alle turbolenze che si erano create all’interno del governo. Al momento della chiusura di ieri, però, la crisi non era ancora stata annunciata. Questa mattina la conferma.
E sullo sfondo della crisi di Governo la Borsa di Milano apre con il segno meno. Nei Ftse Mib segna -191%, All Share -1,77%. In difficoltà le banche: sospese Banco Bpm e Bper per ribassi intorno al 5%, così come Unicredit, Intesa è sul -4,5%. Negative anche le Borse europee, anche se il calo è inferiore rispetto a quello di Piazza Affari. Londra cala dello 024%, Francoforte dello 0,35% e Parigi scende dello 0,32%.
In serata un altro scoglio per l’Italia: è atteso infatti il verdetto dell’agenzia di rating Fitch. Il suo giudizio, attualmente al gradino BBB-, potrebbe peggiorare viste delle crescenti difficoltà politiche.
Segno più a Piazza Affari solo per Atlantia. La crisi dell’esecutivo, infatti, cambia lo scenario per il gruppo, che negli ultimi tempi aveva difficoltà in borsa a causa della paventata revoca delle concessioni autostradali dopo il crollo del ponte Morandi di Genova.
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL DIFFERENZIALE IN 48 ORE SCHIZZATO DI 40 PUNTI, PIAZZA AFFARI IN FORTE CALO
Ore 11.20 Il terremoto che ha investito il governo italiano, con il vice premier Matteo Salvini che ha aperto la crisi chiedendo di andare subito al voto, torna a surriscaldare lo spread.
Il differenziale tra Btp e Bund, schizzato già ieri di oltre 10 punti, oggi continua la sua crescita e in mattinata schizza a 240 punti con il rendimento del titolo decennale italiano all’1,79%.
In deciso rialzo anche i tassi dei Bot annuali messi all’asta oggi. Il Tesoro ha collocato 6,5 miliardi di titoli con rendimento allo 0,107%, in aumento di 17 centesimi rispetto all’asta del mese precedente.
Le ripercussioni si vedono anche a Piazza Affari, dove il Ftse Mib cede il 2,21% appesantita da tutta il settore bancario: Banco Bpm cede il 7,80%. Bper il 5,87%, Ubi il 5,87%, Unicredit il 5.80%, Intesa Sp il 4,43%.
Meno pesanti i rossi delle altre Borse europee: Francoforte cede lo 0,59% e Parigi lo 0,63%. Londra perde lo 0,17%.
§Sulla piazza britannica si fa sentire anche il dato molto deludente del Pil nel secondo trimestre, calato dello 0,2%, facendo segnare il risultato peggiore dal 2012.
Restando sui dati macroeconomici, pesante anche il dato sulla bilancia commerciale tedesca. A giugno l’export tedesco è calato dell’8%, realizzando il ribasso più forte da luglio 2016.
(da agenzie)
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Agosto 6th, 2019 Riccardo Fucile
PER IL 46% LA SITUAZIONE E’ RIMASTA INVARIATA, PER IL 44% E’ PEGGIORATA
Gli ultimi sondaggi di Tecnè per Dire, presentano un quadro piuttosto preoccupante per i partiti di governo: gli italiani non percepiscono miglioramenti economici rispetto all’anno scorso. Lega e M5s si fermano alla prova dei fatti.
Tanta propaganda e poca sostanza?
Solo il 10 per cento degli intervistati pensa che la situazione sia migliorata, mentre il 46 per cento la vede invariata, e un 44 per cento pensa che ci sia stato un peggioramento.
Il sondaggio indaga anche la percezione che gli italiani hanno della propria situazione personale, una netta maggioranza, il 75 per cento, non vede cambiamenti.
Solo il 3,9 per cento pensa di aver migliorato la propria situazione, mentre oltre il 20 per cento vede addirittura un peggioramento.
Il sondaggio infine indaga il piano dei risparmi. Il 30 per cento dichiara di essere riuscito a mettere da parte dei risparmi, mentre il 12,9 per cento degli intervistati ha contratto debiti.
(da TPI)
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Agosto 3rd, 2019 Riccardo Fucile
SI PAGA DI PIU’ PERCHE’ C’E’ CHI EVADE LE TASSE… LA FLAT TAX UTILE SOLO AI REDDITI ALTI
Nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di euro di tasse in più rispetto all’ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell’Unione Europea.
Si tratta di un differenziale che ‘pesa’ quasi 2 punti di Pil.
In termini pro capite, invece, abbiamo corrisposto al fisco 552 euro in più rispetto alla media dei cittadini europei.
A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che ha comparato la pressione fiscale dei 28 Paesi dell’UE e, successivamente, ha calcolato il gap esistente tra l’Italia e ciascun Paese appartenente all’Unione.
In attesa che la manovra di Bilancio 2020 chiarisca come verranno “recuperati” i 23,1 miliardi di euro necessari per evitare che dal prossimo primo gennaio l’Iva torni ad aumentare, la Cgia ricorda che la pressione fiscale “reale” presente nel nostro Paese è di ben 6 punti superiore al dato “ufficiale”.
Il nostro Pil, infatti, come del resto quello di altri Paesi dell’Ue, include anche gli effetti dell’economia non osservata che, secondo le ultime stime dell’Istat, ammontano a 209 miliardi di euro all’anno.
Questa “ricchezza”, generata dalle attività irregolari e illegali, se da un lato non fornisce alcun contributo all’incremento delle entrate fiscali, dall’altro accresce la dimensione del Pil.
Rammentando che la pressione fiscale si ottiene dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza prodotta (ovvero dal denominatore) togliamo la componente riconducibile all’economia “in nero”, il risultato del rapporto (vale a dire la pressione fiscale) in capo ai contribuenti onesti aumenta, consegnandoci un carico fiscale “reale” molto superiore a quello “ufficiale” (48 per cento anzichè 42,1 per cento).
Tornando ai dati della comparazione, sempre nel 2018 è emerso che in Europa solo Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia hanno pagato mediamente piu’ tasse di noi.
La “sorpresa” viene da Parigi: ogni cittadino d’Oltralpe ha versato al fisco 1.830 euro in piu’ rispetto a noi. In termini assoluti il divario fiscale e’ a noi favorevole e ammonta a 110,7 miliardi di euro.
Rispetto agli altri principali competitori, invece, “soccombiamo” sempre. Se avessimo la pressione fiscale della Germania verseremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro pro capite), dell’Olanda 56,2 (930 euro pro capite), del Regno Unito 114,2 (1.888 euro pro capite) e della Spagna 119,5 (1.975 euro pro capite).
La flat tax può costituire la medicina che consentirà alla pressione fiscale italiana di scendere ad un livello accettabile?
Se i numeri in circolazione in queste settimane saranno confermati, pare che già oggi sulla maggior parte dei contribuenti Irpef gravi un’aliquota effettiva inferiore al 15 per cento. Pertanto, l’applicazione della tassa piatta rischia di interessare un numero ristretto di soggetti con redditi medio-alti.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2019 Riccardo Fucile
“TROPPO GRANDE LA DISTANZA TRA LE LORO PROMESSE E LA NECESSITA’ DI RIDURRE DEFICIT E DEBITO”
L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spento. Questo motore, cioè l’economia, non
ingrana una marcia per ripartire, figurarsi una direzione.
Lo dice l’Istat: nel secondo trimestre dell’anno il Pil si è inchiodato allo zero. Altro che crescita e anno bellissimo. E ora? Con un accordo flebile con Bruxelles da onorare e una manovra d’autunno già carica di impegni obbligati, il dato del Pil sballa il quadro dei conti e il cantiere fragile del Governo.
Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, prefigura un aumento del rapporto debito-Pil, uno dei fattori-chiave per la tenuta delle finanze. “L’anno scorso – dice in un’intervista a Huffpost – vedevo una possibilità , ma alla luce di come stanno andando le cose ora non vedo vie d’uscita per il Governo. La differenza tra quanto è stato promesso, dallo stop all’aumento dell’Iva alla flat tax, e il deficit che deve scendere è troppo grande”.
Professore, siamo ancora in stagnazione. La crescita zero fa saltare la strategia del governo sui conti pubblici?
“Il Pil cresce poco, l’inflazione è bassa. Mi aspetto un aumento del rapporto debito-Pil dopo una tendenza alla stabilizzazione che c’è stata dal 2015 al 2018. Già l’anno scorso è iniziato a crescere e quest’anno lo farà ulteriormente. Non siamo in recessione, ma se ci finiamo saremo nei guai perchè il debito aumenterebbe velocemente”.
Qual è l’exit strategy?
“Esattamente un anno fa, a luglio, scrissi un articolo dove dicevo che il Governo italiano e la Commissione europea potevano mettersi d’accordo per un deficit intorno al 2 per cento. Ma adesso non riesco a capire davvero come farà il Governo”.
Perchè?
“La differenza tra quanto è stato promesso, dallo stop all’aumento dell’Iva fino alla flat tax, e il deficit che deve scendere è troppo grande. Servono 30 miliardi. Se ora il Governo dice che questi soldi non li vuole trovare e passa la linea che fino ad oggi non si è osato fare abbastanza, allora si dice che si aumenta il deficit e poi venga quel che venga”.
Ecco, il punto è questo. Cosa ci aspetta?
“Sarà un autunno incerto. Il rischio è che si innesti un nuovo scontro con l’Europa. E a seguire può esserci chi, nella Lega, anche se in una posizione minoritaria, tornerà a dire che è meglio uscire dall’euro”.
Sembra di essere tornati indietro di un anno. Siamo ancora destinati a tensioni sui mercati?
“Per la fine dell’anno sono possibili due scenari. Uno è quello in cui i mercati se ne stanno tranquilli. È possibile che nella seconda metà dell’anno potremmo avere qualche segnale di positivo con gli effetti un po’ del reddito di cittadinanza e di quota 100, che possono aumentare il livello del Pil. Si parla però di uno 0,2 nel terzo e nel quarto trimestre, che porterebbe la crescita a fine 2019 tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento. Questo se i mercati stanno tranquilli e lo spread non aumenta”.
E il secondo scenario?
“Dipende da come sarà sciolto il nodo della manovra. A oggi non sappiamo come sarà risolta questa partita. Credo che da parte della Lega ci sia la tentazione di alzare il deficit per dare una spinta fiscale, ci sarà la tentazione di dire ‘non abbiamo osato abbastanza, ci siamo piegati all’Europa’. Insomma credo che qualcuno giocherà al lascia o raddoppia”.
Un gioco pericoloso?
“Il rischio è quello che lo spread ritorni su, di un’economia che non riesce a beneficiare dell’eventuale abbassamento della tassazione. Ma anche se i mercati se ne stanno tranquilli, temo che ci possa essere solo un effetto espansivo di breve periodo, un effetto temporaneo sul Pil ma non sul tasso di crescita permanente, che è ben altra cosa”.
Per tirare su la manovra i soldi a disposizione sono pochi, anzi tutti da trovare. Anche alla luce dei dati di oggi, la flat tax è un progetto da archiviare?
“Io credo che ovviamente sia utile tagliare le tasse e che sia utile farlo per i ceti medio-bassi, però questo taglio deve essere finanziato non prendendo i soldi a prestito. Perchè se poi l’effetto è quello di far aumentare lo spread, allora quei soldi sono un taglio temporaneo. E allora poi bisognerebbe riaumentare le tasse perchè i soldi presi a prestito vanno restituiti”.
In che punto va collocato il Paese? Siamo il rischio Italia di cui si parlava pochi mesi fa oppure il trend può essere invertito?
“Penso che guardando all’Italia, i mercati al momento pensano a un Paese che sta perdendo terreno, un Paese che cresce poco. A fine 2018 c’era la percezione che si andava verso la crisi del 2011, oggi la fase è più incerta ma i mercati cambiano idea velocemente”.
L’economia interna ha il tratto della sfiducia: consumi in calo, mood preoccupato e sfiduciato delle imprese, investimenti al palo. Il dato sull’occupazione sembra andare in direzione opposta: basta per invertire la rotta?
“Gli occupati a giugno non sono aumentati. C’è stata la riduzione della disoccupazione perchè si è ridotto il numero di chi cerca lavoro, a un certo punto qualcuno si è stufato di farlo”.
Come è stato possibile arrivare a questo scenario? Sono quindici mesi di fila che il Pil si aggira intorno allo zero.
“Il contesto internazionale non è favorevole. L’area euro ha fatto lo 0,2, rallentando dallo 0,4 e noi siamo passati dallo 0,1 a zero. Continuiamo a crescere meno dell’Europa, il problema è questo. Se fosse una gara di bici si potrebbe dire che noi perdiamo rispetto agli altri sia in salita che in discesa e anche nei tratti pianeggianti”.
Lo stato di salute di un’economia è determinata anche dai fattori interni, dalle scelte di un governo. La ricetta di Lega e 5 stelle è stata sbagliata?
“Non si sono fatte le cose che servono per far crescere l’Italia più dell’Europa perchè questo dobbiamo fare per recuperare il gap. Il taglio della burocrazia non c’è stato: il decreto Concretezza della Bongiorno è poca roba. Serve una giustizia civile che funziona più velocemente, ma Lega e 5 stelle si stanno muovendo in modo controverso. E poi il taglio delle tasse che deve essere permanente, sostenibile, finanziato”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 13th, 2019 Riccardo Fucile
TUTTI PENSANO SOLO A BLANDIRE I DISONESTI E NESSUN GOVERNO HA IL CORAGGIO DI ATTUARE MISURE IMPOPOLARI
Si parla tanto e giustamente di tagliare le tasse ma da recidere in Italia, e con le cesoie più
robuste in circolazione, ci sarebbe innanzitutto il debito pubblico.
È la causa principale dell’alta pressione fiscale, perchè costringe il Tesoro ogni anno a pagare solo di interessi una settantina di miliardi e questi soldi si trovano o con le tasse o con nuove emissioni di titoli di Stato e dunque nuovo debito. Questo fatto condiziona fortemente qualsiasi politica economica.
Ebbene nonostante la considerazione sia quasi lapalissiana, la palla di neve è ormai una quasi valanga e stiamo tutti rintanati in baita nella speranza di salvarci senza alcuna strategia.
L’indebitamento pubblico cresce senza sosta e fa segnare nuovi record assoluti mese dopo mese, anno dopo anno, come se fosse impossibile anche solo pensare di ridurlo.
Ad aprile, rispetto a marzo, si è registrato un incremento di 14,8 miliardi di euro, circa la metà della prossima manovra economica che il governo Conte dovrà fare per rispettare i vincoli europei.
In tutto il totale è a quota 2.373,3 miliardi, ma il contatore gira vorticoso come quando si fa il pieno di benzina con un buco nel serbatoio.
Considerato che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono 25.386.000 famiglie, è come se ogni nucleo avesse 93mila euro di debito personale: un mutuo per una casa insomma, senza avere la casa e senza aver deciso di comprarla.
È dal 2011, anno della crisi finanziaria che questo trend rialzista va avanti senza sosta e si può dire che dal 2001, anno della riforma del titolo V della Costituzione, dodici mesi prima della nascita dell’Euro, non c’è stato mai nessuno al governo che si sia sul serio posto il problema di cosa ne sarebbe stato dell’indebitamento statale una volta entrati nella moneta unica e avendo devoluto molte competenze alle Regioni.
Come nessuno si è mai imposto nel programma un concreto piano-argine all’evasione fiscale, un centinaio di miliardi di euro all’anno, all’estero o nelle cassette di sicurezza poco importa.
In prossimità del consueto braccio di ferro con Bruxelles sui nostri conti pubblici e superata la fase di febbre da spread, prima di avviare i lavori sulla legge di bilancio 2020, sarebbe arrivato il momento di prendere coscienza che debito ed evasione sono la faccia della stessa medaglia, problemi che si alimentano da soli nel nostro Paese: se sale l’evasione sale il debito pubblico e con essi il costo dei servizi non pagati da chi appunto aggira il suo dovere tributario.
Inevitabile che crescano anche le tasse che gravano invece sui cittadini onesti, proprio per ripianare questa falla. Non c’è quindi che fare una cosa: aggredire l’evasione e tagliare il debito.
Partiamo dal primo nodo. Inutile favoleggiare di riduzioni fiscali, di flat tax, o di bonus bebè, famiglie e studenti.
Finchè verrà assecondata la rimozione collettiva di un problema che va affrontato con la stessa determinazione con cui si è combattuto il terrorismo e la mafia nulla cambierà .
L’evasione fiscale, calcolata sommariamente intorno ai 100 miliardi di euro, è il vero cancro della società italiana, perchè nei fatti impedisce allo Stato di utilizzare questi soldi per ridurre il debito pubblico e pagare i servizi sociali.
Chi evade non solo non fornisce il suo contributo di cittadinanza ma usa indebitamente tutti i servizi pubblici, comportandone di conseguenza l’aumento dei costi.
Il tax gap, ovvero la differenza tra le imposte che si dovrebbero pagare e quelle effettivamente incassate dall’Erario, si è allargato a 111,6 miliardi di euro da 108 miliardi del 2012.
Il buco di imposte pagate – rispetto al dovuto si impenna quando in ballo ci sono i redditi del lavoro autonomo e d’impresa: per questa tipologia di Irpef il tax gap si attesta al 59%, mentre per il lavoro dipendente è al 4% e per l’Iva al 30%.
Serve perciò una legge chiara per punire gli evasori e premiare aziende e contribuenti onesti con una riduzione dell’imposte. Questa è l’ingiustizia sociale più evidente in Italia, che pervade una comunità intera. Ammettiamolo: l’evasione è uno Stato ombra nello Stato.
Passando al secondo tema, è inutile girarci intorno, occorre agire anche qui. Per anni si è inutilmente parlato di un taglio del debito pubblico e della necessità di fare una stima degli asset statali da dismettere.
L’ultima fatta risale a dieci anni fa. Il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, sarebbe pari a circa 400 miliardi di euro, da un’azione dell’Eni al faro sperduto in Sardegna.
Occorre quindi una due diligence seria e immediata per capire due cose: a quanto ammonta attualmente questo patrimonio e quanti sono davvero i debiti fuori bilancio, quei “pagherò” dell’amministrazione di cui non si trova traccia negli impegni di spesa, che sono ancora più pericolosi dei crediti della Pa.
La Corte dei Conti è arrivata a stimare nel 10% quella parte di bilancio pubblico che non ha riscontri cartacei nei libri di bilancio. Una volta verificata l’entità di questo patrimonio, che spesso non produce alcun reddito, va messo a frutto emettendo titoli di debito nuovi e studiare un’operazione che permetta di scambiarli con altri già in circolazione, che andrebbero poi cancellati
Va reciso il canale di dipendenza dello stesso gestore del debito pubblico dagli istituti di credito che ancora oggi detengono nei loro bilanci un quarto dei titoli emessi dal Tesoro e che ormai non sono più controllati da holding italiane.
Il Tagliadebito serve ad affrancarsi dai propri creditori come la lotta all’evasione fiscale riduce l’onere dell’indebitamento. Mettiamo fuori corso le due facce di questa stessa medaglia. Saremo tutti più liberi.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 10th, 2019 Riccardo Fucile
CRESCE L’EUROPA CENTRALE E ORIENTALE, RALLENTA LA GERMANIA, FORTE CALO DELL’ITALIA … BOCCIATA QUOTA 100, MEGLIO LA RIFORMA FORNERO, POSITIVO IL REDDITO DI CITTADINANZA
Nessuna novità . L’Italia resta affetta da anemia economica, e la crescita rimane ferma allo
0,1% quest’anno e allo 0,7% nel 2020.
Le previsioni economiche d’estate confermano le performance tutt’altro che maiuscole già evidenziate dalla Commissione europea a maggio, in occasione delle precedenti stime sull’andamento economico dei Paesi membri dell’Unione europea.
L’Italia resta dunque all’ultimo posto dell’Unione europea e della zona euro per crescita.
«La crescita robusta nell’Europa centrale e orientale contrasta con il rallentamento in Germania e il forte calo in Italia». L’esecutivo certifica che «l’Italia ha lasciato la recessione tecnica in cui era stata la seconda metà del 2018», ed è forse questa la vera buona notizia per il sistema Paese, che rispetto agli altri Stati membri arranca.
«Nel mese di marzo, la produzione manifatturiera è scivolata di nuovo in contrazione e ha continuato a ridursi in aprile, mentre le indagini di aziende e consumatori indicano attività economiche modeste nel breve periodo».
A venire incontro all’Italia ci pensa la Brexit, che traina al domanda favorendo le vendite all’estero. «La costituzione di scorte su larga scala da parte di società con sede nel Regno Unito ha contribuito a stabilizzare le esportazioni», rileva l’esecutivo comunitario.
Proprio l’export gioca un ruolo fondamentale per l’economia italiana. A fronte di consumi interni non pronunciati, la domanda esterna traina l’economia tricolore. La Commissione rileva che «la crescita delle esportazioni dovrebbe perdere slancio nel 2019, ma rafforzarsi gradualmente nel 2020 sulla scia di una crescente domanda esterna».
Lo scetticismo iniziale di Bruxelles per il reddito di cittadinanza sembra essere stato superato. La Commissione europea ritiene che, almeno per quanto riguarda il periodo considerato nelle previsioni pubblicate oggi, «la crescita del PIL in termini reali si baserà principalmente sui consumi privati, sostenuta da prezzi dell’energia più bassi e dal nuovo schema di reddito della cittadinanza per i redditi a basso reddito».
Politicamente parlando, la fiducia mostrata alla misura cara al Movimento 5 Stelle contrasta con la bocciatura del cavallo di battaglia dell’altro partito al governo, la Lega. La riforma delle pensioni basata su «quota cento» proprio ieri è stata respinta dal consiglio Ecofin. I ministri economici, approvando le raccomandazioni specifiche per Paese, hanno chiesto di «attuare pienamente le riforme passate». Meglio la riforma Fornero di quella di Salvini.
L’Italia resterà un sorvegliato speciale. La Commissione rileva che «i rischi per il le prospettive di crescita rimangono pronunciate, soprattutto nel 2020, quando la politica di bilancio affronterà sfide particolari». Tra le altre cose si prevede, per il prossimo anno, un calo negli investimenti in Italia.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITER DELLA PROCEDURA D’INFRAZIONE SENZA FATTI NUOVI SARA’ CONFERMATA IL 9 LUGLIO
Il clima di festa per la vittoria dell’Italia contro la Svezia nella ‘gara’ per ospitare le Olimpiadi
invernali 2026 non arriva fino a Bruxelles. Fa bene alla reputazione del Belpaese, ma non cambia di una virgola quel dossier che tanto preoccupa l’esecutivo: la procedura per deficit legata al debito eccessivo.
Oggi la Commissione europea ne ha discusso: i preparativi vanno avanti. Tempo per decidere: esattamente tra una settimana.
“Il 5 giugno la Commissione ha redatto un report le cui conclusioni dicevano che la procedura per debito eccessivo è giustificata. La Commissione prosegue i lavori preparatori in linea con le indicazioni della procedura. La Commissione ha avuto una discussione sulla situazione attuale e si è concordato di tornare sulla questione la prossima settimana”, spiega il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas nel briefing con la stampa dopo la riunione dei commissari.
A bocce ferme, se il governo italiano non fornirà garanzie vere sulla riduzione del deficit e del debito, la procedura — percorso obbligato di controllo della spesa per almeno 5 anni — sarà confermata nella riunione dei commissari la settimana prossima a Strasburgo, in concomitanza con la prima plenaria del nuovo Europarlamento eletto a maggio.
Significa che il quella sede la Commissione approverà un documento nel quale si dirà che l’Italia non ha prodotto nessuna iniziativa rilevante sul fronte deficit/debito, per cui si chiederà l’apertura formale della procedura, che gli Stati dovranno approvare all’eurogruppo/Ecofin dell′8 e 9 luglio.
A questo punto, per bloccare procedura servirà il voto contrario del 55% degli Stati membri in rappresentanza del 65% della popolazione.
La Commissione prevede che il deficit italiano possa arrivare al 2,5 per cento del pil quest’anno e sforare il 3 l’anno prossimo, mentre per il debito prevede un pericoloso aumento fino al 135,2 per cento del pil.
Il punto è che Bruxelles chiede garanzie. Non si fida perchè dal governo italiano arrivano voci diverse. Un conto è Tria — con lui anche il premier Giuseppe Conte.
Altra cosa è il vicepremier Matteo Salvini che vuole usare i risparmi per permettersi la flat tax. E’ per questo che anche oggi da Palazzo Berlaymont trapela un’impostazione rigida.
(da “Huffintonpost”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA CASSA E’ NATA E HA SENSO SE RIMANE FUORI DAL PERIMETRO PUBBLICO, COSI’ LA SI INDEBOLISCE
La decisione del ministero dell’Economia, guidato da Giovanni Tria, di chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), controllata all’82,7%, la distribuzione di un dividendo aggiuntivo di 952 milioni di euro, è legittima ma allo stesso tempo pone una serie di problemi da non sottovalutare, tra cui la permanenza della stessa Cdp al di fuori del perimetro dell’amministrazione pubblica.
Vediamo perchè.
Essendo la richiesta del dividendo arrivata esplicitamente dal Tesoro — come tra l’altro recita il comunicato stampa della Cdp — ed essendo il miliardo destinato esplicitamente a contenere il deficit pubblico, insieme ad altre risorse che il ministero di Tria sta cercando di raggranellare in questi giorni, implicitamente si sta mettendo a rischio una delle caratteristiche che ha contraddistinto la Cassa da metà degli anni Duemila fino a oggi: la sua permanenza al di fuori dal recinto del bilancio pubblico.
Una connotazione che permette alle sue attività e passività di non essere incluse nel conteggio del debito pubblico e che ha consentito, in più di un’occasione, di trasferire partecipazioni importanti dal Mef alla Cassa destinando il corrispettivo all’abbattimento del debito pubblico.
L’attuale architettura della Cdp era stata pensata dal ministro Tremonti agli inizi degli anni Duemila: una Spa controllata dallo Stato (Mef ha l’82,7%), con la presenza nell’azionariato delle fondazioni bancarie a segnalare un baluardo di mercato alla sua gestione, il tutto posto al di fuori dell’amministrazione pubblica.
Applicando anche all’Italia l’esempio della francese Caisse des Dèpot et Consignations e della tedesca Kfw che, benchè controllate al 100% dallo Stato venivano considerate entità esterne all’amministrazione pubblica e quindi non contribuivano a peggiorare i parametri del debito pubblico.
Un beneficio molto utile per due paesi che si apprestavano a sforare il 3% di rapporto deficit/pil senza però incorrere nelle procedure di infrazione che al contrario oggi si stanno abbattendo sull’Italia.
Dunque con la Cdp incastonata in un delicato equilibrio fatto di controllo pubblico e comportamenti privati e di ‘mercato’, anche per non incorrere negli strali degli aiuti di stato, bassa patrimonializzazione ma rispetto volontario delle regole di Basilea per le banche, il Tesoro nel corso degli ultimi 15 anni ha condotto una serie di operazioni che hanno portato al trasferimento di asset fuori dal suo perimetro ricevendo in contropartita dalla Cassa risorse finanziarie che sono andate ad alleviare la montagna del debito pubblico.
Così fu per le dotazioni iniziali di azioni di Eni, Enel, Stm, Terna che uscirono dal recinto del Tesoro e così fu anche nel 2012, sotto il governo Monti e con Vittorio Grilli ministro dell’Economia, quando il Tesoro trasferì a Cdp un pacchetto di attività formato da Sace, Simest e immobili del valore di 10 miliardi.
Tornando a oggi, il blitz del Tesoro volto a convocare in fretta e furia un’assemblea di Cdp per deliberare un dividendo aggiuntivo da circa un miliardo rispetto a quello già importante di 1,55 miliardi distribuito a maggio, rischia di mettere a rischio il fragile castello costruito negli anni intorno alla Cassa e offrendo un’arma di potenziale revisione a Eurostat che aveva certificato la bontà dell’architettura ai tempi di Tremonti.
La destinazione delle risorse a riduzione del deficit, infatti, su richiesta diretta del Mef, può rappresentare la prova che Cdp non è effettivamente estranea ai conti dell’amministrazione pubblica.
E anche la tempistica molto stretta tra la richiesta e la necessità di far quadrare i conti della prossima manovra di bilancio mette in stretta correlazione il bilancio della Cdp con i conti pubblici.
A ben vedere il Tesoro poteva anche battere un’altra strada se voleva ‘estrarre’ benefici finanziari dalla partecipata Cdp. Come è noto, infatti, la Cassa deposita circa 160 miliardi di risparmio postale presso il conto corrente di tesoreria, ai fini di stabilizzazione del debito pubblico.
Il rendimento di questo conto corrente è stato innalzato durante il governo Renzi e con Padoan ministro del Tesoro, pur in un periodo di tassi calanti, per consentire alla Cdp di avere munizioni adeguate a gestire partite importanti, dalla Saipem, al fondo Atlante per il salvataggio delle banche a Open Fiber.
La remunerazione del c/c tesoreria è il vero bazooka nel bilancio della Cassa la quale da una parte deve pagare alle Poste una commissione di collocamento dei propri strumenti finanziari ai risparmiatori postali, pari a circa lo 0,6%; dall’altro lucra il rendimento garantito dal Tesoro frutto di un tratto di penna del ministro.
Poichè i tassi di interesse sono ancora ai minimi e rimarranno bassi ancora per molto, come annunciato da Draghi, il ministro Tria poteva ridimensionare il proprio esborso per interessi abbassando la remunerazione del conto corrente di tesoreria.
Ma evidentemente questa mossa avrebbe mostrato i suoi benefici a partire dall’anno prossimo mentre il ministro ha bisogno di soldi subito per far quadrare i conti della prossima legge di Bilancio. Di qui l’incursione diretta sul dividendo che però lascia le impronte digitali del Tesoro sparse ovunque.
Vi è poi una seconda questione da segnalare: è noto che i rapporti personali tra il vertice della Cassa, formato dal presidente Massimo Tononi (indicato dalle Fondazioni bancarie azioniste con il 15,9%) e dall’amministratore delegato Francesco Palermo (indicato, dopo un duro braccio di ferro con la Lega, dal Movimento 5 Stelle) e la struttura del Mef capitanata dal ministro Tria, non siano tra i più fluidi.
Anzi, le occasioni di scontro si sono susseguite nei mesi scorsi, tanto che più volte sono state ipotizzate dimissioni in segno di protesta, come dimostrano anche gli svariati tentativi (almeno quattro) di nominare il nuovo vertice della Sace, al momento ancora senza esito positivo.
Quindi la scelta di far pagare quasi un miliardo di dividendo straordinario dalla Cdp al Tesoro può anche essere interpretato come un segnale della volontà di togliere munizioni importanti dal tavolo di Palermo e per via indiretta al M5s i quali vorrebbero invece la Cassa sempre più impegnata, anche finanziariamente, a risolvere alcune importanti partite industriali, da Tim ad Alitalia.
Nelle prossime settimane si potranno misurare meglio le conseguenze di questa scelta e se vi saranno interventi di qualche tipo da parte di Eurostat o Bruxelles.
(da “Business Insider“)
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