Febbraio 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA RICERCA COMMUNITY MEDIA RESEARCH: PER META’ DEGLI ITALIANI LA LIBERA COMPETIZIONE ACCRESCE LE DISEGUAGLIANZE
La Stampa pubblica oggi i risultati di una ricerca Community Media Research il collaborazione con
Intesa San Paolo in cui si sonda la popolazione italiana su come sia meglio agire per uscire dalla crisi, se fare leva sulla libera iniziativa (mercato), sulle risorse della società civile (sussidiarietà ) o sull’intervento pubblico (stato).
La libera competizione divide nettamente gli orientamenti.
Per il 49,1% è il modo migliore per avviare lo sviluppo, ma per l’altra metà (50,9%) aumenta le disuguaglianze.
La competizione sembra associata più alla «perdita», che al «merito».
Prevale l’idea del più forte che schiaccia il più debole, rispetto a una prospettiva dove i talenti si sfidano e sollecitano a un miglioramento progressivo.
Potrebbe essere diversamente leggendo le cronache quotidiane degli intrecci di interesse, delle corruttele di politici, imprenditori e professionisti?
Quando l’umore prevalente è che per accedere a posizioni di rilievo (e non solo) siano necessarie le raccomandazioni, più che i meriti?
Forse non è un caso, allora, che ad associare la competizione a un aumento delle diseguaglianze siano proprio i dipendenti, mentre chi propende per una maggiore libertà d’azione sia al di fuori del mercato del lavoro (giovanissimi e ultra 65enni).
Nel dettaglio alla domanda “Per ridurre le diseguaglianze sociali in Italia sarebbe necessario soprattutto…” il 65% degli intervistati risponde “Incrementare le politiche pubbliche dello Stato”, mentre soltanto il 35% replica “promuovere la libera collaborazione tra i cittadini”.
C’è però da segnalare che la risposta alla domanda “lasciare più spazio alla competizione in tutti gli ambiti” è più combattuta: il 49% dice che sarebbe il modo migliore per uscire dalla crisi mentre il 51% sostiene che farebbe aumentare le diseguaglianze nel paese. Forse questa contraddizione tra la prima e la seconda questione nasce dal fatto che lo Stato viene — correttamente, secondo l’articolo 3 della Costituzione e il principio di eguaglianza sostanziale — individuato come il primo soggetto che deve agire per le diseguaglianze sociali, mentre nella seconda questione si parla più generalmente di “situazione italiana”.
La Stampa opera anche una distinzione tra quattro gruppi in base all’atteggiamento degli italiani nei confronti di Stato, mercato e società : il gruppo più cospicuo è quello degli «statalisti» (39,1%), particolarmente diffuso fra i 30enni, gli operai e chi vive nel Mezzogiorno: ritengono la competizione apportatrice di disuguaglianze e per combatterla è necessario incrementare l’intervento statale.
Segue quello dei «riformisti» (26,3%) costituito da chi vede nell’aumento della competizione lo strumento migliore per uscire dalla crisi, ma contemperato dall’intervento pubblico nel calmierare le disuguaglianze.
Il terzo gruppo è rappresentato dai «liberisti» (22,9%): la libera competizione e la collaborazione fra i cittadini sono le risorse principali per far ripartire il paese.
Infine, i «sussidiari» (11,7%): temono la competizione per le disuguaglianze che può generare, ma ritengono la mobilitazione della società civile la risposta migliore per ridurle.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile
PAGHIAMO OGNI ANNO 70 MILIARDI DI INTERESSI, IL CHE VANIFICA OGNI SFORZO
Il debito pubblico italiano è arrivato lo scorso novembre a 2.229.412 milioni secondo i dati diffusi da Banca d’Italia.
Su questa cifra enorme, arrivata a superare di gran lunga il prodotto interno lordo (Pil) del paese, il Tesoro paga circa 70 miliardi di interessi all’anno, carico che vanifica tutti gli sforzi compiuti dagli italiani sul fronte delle spese e delle entrate.
Se si esclude il 2009, infatti, negli ultimi 20 anni l’Italia ha sempre registrato un avanzo primario, cioè una differenza positiva tra entrate (fiscali) ed uscite (spesa pubblica). Ma alla fine aggiungendo il carico degli interessi il saldo finale è sempre stato negativo, producendo un deficit netto che ogni anno va ad aggiungersi al debito pubblico totale e che ha portato il livello sempre più in alto.
L’indicatore che l’Europa tiene sott’occhio per monitorare il nostro stato di salute è il rapporto tra debito pubblico dello stato e Pil nominale.
Le più recenti cifre fornite dal Tesoro attraverso la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Def) ci dicono che a fine 2016 il rapporto debito/Pil era arrivato al 132,8%, con previsione di discesa al 132,5% nel 2017, al 130,1% nel 2018 e al 126,6% nel 2019.
Ma per compiere questo significativo progresso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha messo in conto un notevole miglioramento del saldo primario (entrate meno uscite) che dovrebbe passare dall’1,5% del Pil nel 2016, all’1,7% quest’anno, al 2,4% nel 2018 e al 3,2% nel 2019.
Come verrà ottenuto questo considerevole miglioramento è difficile da spiegare, anche perchè si tratta di previsioni che quasi sempre vengono smentite.
Padoan, inoltre, ha messo in conto anche un netto calo della spesa per interessi dovuta alla riduzione fin quasi a zero dei rendimenti provocata dal massiccio acquisto di titoli di Stato da parte della Bce, il cosiddetto Quantitative easing varato da Mario Draghi e che i tedeschi avversano. Dal 4,2% sul Pil di spesa per interessi nel 2015 scenderemo al 3,4% nel 2019. È realistico tutto ciò?
La festa è (quasi) finita
Quattro fatti possono incidere su questo scenario nel prossimo futuro.
1) La manovra della Bce andrà a ridurre il suo effetto verso la fine dell’anno e nel 2018 potrebbe concludersi, comportando nella pratica meno domanda di titoli italiani sui mercati e quindi una diminuzione dei loro prezzi con aumento dei rendimenti;
2) i regolatori del sistema bancario internazionale possono decidere di porre un tetto al possesso di titoli di Stato da parte delle banche determinando per questa via meno domanda per gli stessi;
3) l’instabilità politica italiana che si temeva con il No al referendum costituzionale si sta in effetti manifestando con l’effetto di far aumentare lo spread (differenziale di rendimento tra Bund tedeschi e Btp italiani), come si è già visto nelle ultime settimane e giorni (lunedì 6 ha sfondato quota 200);
4) l’Italia non raggiunge l’1% di crescita nel 2017 a causa dei limitati margini di manovra per la politica fiscale.
Tutto ciò può provocare un “brusco risveglio” come avverte Francesco Giavazzi, economista di punta della Bocconi.
“Sono preoccupato di un brusco risveglio — spiega Giavazzi a Business Insider Italia — perchè i tassi di interesse aumenteranno presto, anzi i tassi a lungo termine stanno già salendo. La ripresa in Europa sta cominciando a contagiare i salari e i prezzi, così che le pressioni inflazionistiche stanno raggiungendo gli obbiettivi che si era posta la Bce, leggermente sotto al 2%. Il privilegio di potersi dimenticare del debito sta dunque volgendo al termine e purtroppo, ancora una volta, l’Italia non è stata capace di avvantaggiarsi di un periodo di tassi eccezionalmente bassi per tagliare le spese almeno un po’, che è l’unico modo per ridurre il rapporto debito/Pil in maniera strutturale”.
La spirale negativa
Dunque ricapitoliamo: l’Italia cresce poco, dello 0,7% nel 2016 e forse dell’1% (stime Tesoro) nel 2017 e non riesce così a compensare l’aumento del debito dovuto al deficit netto che deve tenere conto degli ingenti oneri finanziari (70 miliardi) che ogni anno dobbiamo pagare sul debito pregresso.
Ne consegue che l’Europa è preoccupata per la scarsa capacità dell’Italia di tenere sotto controllo il rapporto debito/Pil e ci chiede di ridurre il deficit 2016 dal 2,4% al 2,2%.
Ma questo aggiustamento significa, secondo il governo, applicare delle misure recessive (più tasse o tagli alla spesa pubblica) che stroncherebbero sul nascere la fragile ripresa economica fin qui conquistata.
E quindi l’Italia è nel pieno del classico circolo vizioso: se taglia le spese o alza le tasse frena la ripresa di cui ha disperatamente bisogno per migliorare il saldo primario e diminuire il deficit netto che va ad aumentare il debito con la conseguenza che la Commissione Ue deciderà il 20 febbraio se aprire una procedura di infrazione verso l’Italia per debito eccessivo.
I mercati reagirebbero male e farebbero salire lo spread che andrebbe ad appesantire la spesa per interessi con ulteriore aggravio per i conti pubblici italiani.
Come se ne esce?
Nel tunnel non si vede ancora la luce ma da qualche parte l’uscita ci sarà .
“Come ama ripetere sempre Draghi, ciò che conta è la composizione della spesa pubblica — ricorda Giavazzi — se si vanno a colpire le spese improduttive si possono contemporaneamente anche ridurre le tasse. L’evidenza empirica ci dice che gli effetti recessivi sul Pil sono minori se si tagliano le spese invece di aumentare le tasse. Ma i tagli di spesa non si riescono a fare. Durante il governo Monti sono state introdotte tasse per oltre il 5% del Pil che hanno portato alla recessione nel 2012 e nel 2013. Il governo Renzi se non altro ha bloccato l’aumento delle imposte (diminuendo quelle centrali anche se compensate da aumenti a livello locale) ma sui tagli di spesa non è riuscito a fare molto”.
Non a caso Padoan per trovare i 3,4 miliardi chiesti dalla Ue sta pensando di aumentare le accise sulla benzina e i prezzi delle sigarette mentre dai tagli di spesa dei ministeri riesce a cavar fuori ben poco.
La spending review negli ultimi anni è stata affidata alle mani di economisti esperti come Carlo Cottarelli, Roberto Perotti, Yoram Gutgeld ma nessuno è riuscito a incidere più di tanto. Risultato: la strada più indolore, che piace a Draghi, di tagli selettivi alla spesa e diminuzione della pressione fiscale per far ripartire la ripresa finora nessun governo italiano è riuscito a percorrerla.
La via tedesca
I tedeschi sono molto preoccupati per l’ampiezza che ha assunto il debito pubblico italiano. Tanto che ritengono impossibile creare a livello europeo un pacchetto di salvataggio in grado di salvare l’Italia nel caso vi fosse uno shock sul debito.
Nello stesso tempo i casi dell’Irlanda, Grecia e Portogallo hanno portato l’Europa a fare interventi di salvataggio minando la credibilità della clausola del “no bail out” anche se l’introduzione del fondo salva stati (Esm) e dell’Unione bancaria europea ha in parte mitigato questi effetti negativi.
I tedeschi, comunque, non vogliono farsi trovare impreparati e vogliono stabilire un quadro di regole certe da seguire nei casi di ristrutturazione dei debiti pubblici europei.
Un quadro di regole certe, infatti, permette ai mercati di reagire in maniera più consapevole qualora vi siano situazioni di emergenza e costringe i politici dei rispettivi Paesi a essere più disciplinati nella loro politica fiscale, in quanto sanno fin da subito che non pioveranno soldi gratis dagli altri partecipanti all’euro.
Tutto ciò è stato messo nero su bianco in un paper datato luglio 2016 e prodotto dal team degli esperti economici del governo Merkel, guidato da Lars Feld, considerato molto vicino al ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. Il paper di 26 densissime pagine si intitola: “Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani nell’area Euro” e propone “l’allungamento delle scadenze” del debito di un Paese nel caso questo risulti non sostenibile dopo una verifica che passa per l’Esm e per alcuni parametri chiave.
Solo in una seconda fase ci può essere una vera e propria ristrutturazione del debito. L’allungamento delle scadenze, però, deve essere approvato dai detentori dei singoli titoli e per questo motivo Feld e i suoi esperti propongono la modifica delle clausole contrattuali attualmente in vigore per rendere più agevole l’approvazione dell’allungamento delle scadenze. Inoltre queste clausole prevedono anche che il debito si debba ripagare per forza in euro e non in valuta nazionale rendendo così sconsigliabile per un paese aderente uscire dalla moneta unica, se non al costo di perdite ingenti.
L’analisi di Feld&C. affronta anche il tema spinoso di chi pagherà il conto di una eventuale ristrutturazione del debito.
Nel caso dell’Italia — essendo lo stesso per il 90% detenuto all’interno dell’area euro e per il 65% da investitori domestici, essendo distribuito tra banche private (30%), privati cittadini (30%) e Banca d’Italia (10%), e con un altro 25% presente nei portafogli delle banche europee — uno riscadenziamento comporterebbe un onere da dividere tra questi quattro insiemi di investitori.
Ma il rischio è che tappando il buco da una parte se ne crei un altro poco distante, cioè nelle banche che dovrebbero marcare a bilancio delle probabili perdite. E poi chiedere nuovo capitale ai mercati.
“Un riscadenziamento del debito non tiene conto che i titoli governativi sono presenti per la maggior parte nei portafogli delle banche, italiane ed estere — spiega il professor Giavazzi -. E quali sono quelle banche, magari tedesche o francesi, che approverebbero con una maggioranza del 75% di accollarsi delle perdite? Poi dovrebbero ricapitalizzarsi e se non sei costretto, come è successo in Grecia, non lo fai”.
Un taglio secco
Una seconda strada per disinnescare la mina del debito pubblico italiano passa per un taglio secco di importo consistente che permetterebbe altresì di ridurre la spesa per interessi.
Se il governo riuscisse un giorno ad annunciare un piano per la riduzione del debito nell’ordine dei 300 miliardi tale annuncio avrebbe benefici immediati sul livello dello spread innescando una spirale positiva.
Già , ma come fa il governo a trovare 300 miliardi visto che non riesce a trovarne 3,4 se non alzando il prezzo della benzina?
A questa domanda ha cercato di rispondere la “Fondazione Res Publica”, presieduta da Eugenio Belloni, il cui comitato scientifico è retto da Giulio Tremonti e con un comitato direttivo che riunisce banchieri come Alessandro Profumo, Gaetano Miccichè e Ruggero Magnoni.
Secondo uno studio preparato dalla Fondazione e già presentato in via riservata al Tesoro, lo Stato dovrebbe creare dei veicoli societari entro cui convogliare propri attivi per 300 miliardi di euro, tra cui immobili degli Enti locali, crediti di Equitalia verso i contribuenti italiani, crediti dello Stato verso Stati esteri, partecipazioni azionarie di società quotate possedute dal Tesoro, valore delle concessioni (su infrastrutture di trasporto o demaniali), parte dell’oro della Banca d’Italia.
La vera novità arriva al passo successivo: al posto delle normali emissioni di Btp il Tesoro andrebbe a collocare sul mercato BtpMc e BtpC, cioè titoli obbligazionari che possono essere convertiti in azioni delle società veicolo con al loro interno i beni dello Stato.
I sottoscrittori di tali titoli incasseranno una cedola superiore a quella dei Btp fino a quando questi non verranno convertiti e poi diventeranno azionisti di società che dovranno valorizzare al meglio gli asset dello Stato.
In questo modo lo Stato scambierà titoli di debito con azioni e potrà ridurre in maniera corrispondente l’ammontare dell’indebitamento che grava sulle sue spalle e per questa via gli oneri finanziari futuri.
Certo, dovrebbe convincere privati e banche che i valori a cui vengono fatti i conferimenti degli asset nei veicoli siano congrui e trovare investitori che siano disposti ad avere in portafoglio prima titoli obbligazionari e poi azioni. Inoltre dovrebbe trovare manager capaci che siano in grado di valorizzare gli asset conferiti nei veicoli. Non facile ma forse non impossibile.
Vedremo se questa proposta andrà avanti nel percorso di analisi del ministero del Tesoro che sicuramente starà studiando la situazione da tempo, senza far trapelare nulla all’esterno. Ma sia tra gli operatori di mercato sia tra gli addetti ai lavori è sempre più diffusa la consapevolezza che sia utopistico affidare la riduzione del debito pubblico al solo avanzo primario. L’elevata spesa per interessi lo impedisce.
Giovanni Pons
(da “Business Insider”)
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Gennaio 16th, 2017 Riccardo Fucile
QUOTAZIONE A PARIGI, MANAGER TRANSALPINI E PROPRIETA’ ITALIANA
Arriva finalmente l’operazione attesa da tempo su Luxottica: il gruppo dell’occhialeria, che venerdì in Borsa valeva 24 miliardi di euro, viene inglobato in quello francese specializzato in lenti Essilor (22 miliardi).
E il primo azionista, Leonardo Del Vecchio, risolve in un colpo solo le questioni di successione e di gestione dell’azienda.
In pratica, la sua finanziaria di famiglia, la lussemburghese Delfin, conferisce la propria intera partecipazione in Luxottica, pari a circa il 62%, ricevendo in cambio azioni Essilor di nuova emissione sulla base di un rapporto di scambio pari a 0,461 titoli francesi per ogni azione italiana.
Se poi i soci di Essilor daranno il via libera in assemblea, il gruppo francese promuoverà un’offerta pubblica di scambio obbligatoria sulla totalità delle rimanenti azioni Luxottica in circolazione, al medesimo rapporto di scambio, finalizzata all’uscita di Borsa (delisting) delle azioni del gruppo dell’occhialeria di Agordo.
In pratica, chi aderirà all’offerta francese si ritroverà in portafoglio 0,461 titoli Essilor per ogni azione italiana.
Ed Essilor si trasformerà in una unica finanziaria (holding) dal nome Essilor Luxottica, di cui la Delfin avrà in mano una quota tra il 31% e il 38%, con i diritti di voto però bloccati al 31%, meno di un terzo del capitale.
In altri termini, la famiglia Del Vecchio rappresenterà il primo socio singolo del nuovo gruppo, dal momento che Essilor è di fatto una società ad azionariato diffuso (public company).
Quanto ai poteri gestionali, per il momento resteranno equamente distribuiti tra Luxottica ed Essilor.
Se, infatti, da una parte, l’ottantunenne Leonardo Del Vecchio diventerà presidente esecutivo e amministratore delegato della nuova Essilor Luxottica, dall’altra, l’attuale numero uno del gruppo francese, Hubert Sagnières, 61 anni, sarà suo vice per entrambe le posizioni ma con medesimi poteri.
E’ altamente probabile, nota l’analista di Exane Bnp Paribas Luca Solca, che quando Del Vecchio deciderà di andare in pensione le redini del nuovo gruppo passeranno a Sagnières, senza contare che in Essilor lavorano diversi manager che possono essere utilizzati all’occorrenza.
Da notare che, in questo modo, Del Vecchio risolve innanzi tutto i problemi di gestione aziendale di Luxottica, emersi negli ultimi anni con il continuo ricambio degli amministratori delegati, a cominciare da Andrea Guerra.
Non solo: consegnando Luxottica a Essilor, l’imprenditore nato a Milano e cresciuto al collegio dei Martinitt, sei figli da tre diverse compagne di cui uno dalla moglie Nicoletta Zampillo, risolve così anche il nodo della complessa successione, perchè la sua finanziaria di famiglia, la Delfin appunto, diventa socia con poco più del 30% di un gruppo molto più grande, da oltre 15 miliardi di euro di ricavi complessivi, circa 140 mila dipendenti e presenza internazionale in oltre 150 paesi.
Inoltre, con l’uscita di Borsa di Luxottica, quotata non solo alla Borsa di Milano ma anche a quella di Wall Street, Del Vecchio risolve un ulteriore problema: evita eventuali nuove richieste da parte della Sec, il corrispettivo a stelle e strisce della Consob nostrana.
Di recente, infatti, la Sec aveva domandato a Luxottica chiarimenti sulla gestione e in particolare sulla suddivisione di ruoli tra Del Vecchio, attuale presidente della società dell’occhialeria, e Massimo Vian, amministratore delegato. Che nel nuovo gruppo appare destinato a cedere il testimone a Del Vecchio.
(da “BusinessInsider”)
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Gennaio 16th, 2017 Riccardo Fucile
NASCE IL PIU’ GRANDE GRUPPO MONDIALE, IL TITOLO VOLA IN BORSA: “HO REALIZZATO IL MIO SOGNO”
Luxottica convola a nozze con la francese Essilor, in una fusione da 50 miliardi di euro. La notizia,
anticipata nella notte tra domenica e lunedì dal Financial Times, è stata poi confermata prima dell’apertura dei mercati dalle società coinvolte.
E ha messo le ali al titolo della compagnia italiana, che a Piazza Affari ha faticato a fare prezzo in avvio di giornata salvo poi registrare fortissimi ordini d’acquisto (segui in diretta).
Come ha avuto modo di sottolineare il quotidiano della City, dall’intesa nasce un leader globale nel settore degli occhiali.
Leonardo del Vecchio sarà il maggiore azionista della società che nascerà dall’unione. Sarà così il primo socio di un colosso da oltre 140.000 dipendenti e vendite in oltre 150 Paesi.
Sulla base dei risultati annuali del 2015 delle due società , la semplice loro somma dà vita a una realtà da ricavi netti per oltre 15 miliardi e un margine operativo netto combinato di circa 3,5 miliardi.
Per Delfin, la cassaforte di Del Vecchio, sarà garantita una quota tra il 31% e il 38 per cento.
Il patron della società di Agordo – in provincia di Belluno – sarà il presidente esecutivo della società , mentre l’amministratore delegato di Essilor, Hubert Sagnieres, sarà il vice presidente esecutivo.
La società sarà quotata a New York. L’accordo è in grado di cambiare la dinamica dell’industria degli occhiali, un mercato da 90 miliardi di euro, considerato uno dei settori a più forte crescita.
Secondo gli analisti, le prospettive per l’industria sono infatti ”ottimistiche”, con il settore previsto in crescita di oltre il 2% fino al 2020.
A spingere le vendite è il cambiamento demografico, soprattutto in Asia. Dei 7,3 miliardi di persone al mondo, il 63% ha bisogno di lenti correttive ma solo 1,9 miliardi ha già acquistato occhiali, lenti o si è sottoposto a interventi chirurgici. Secondo le stime, hanno bisogno di occhiali circa 2,6 miliardi di persone, in particolare in Asia, Africa e America Latina.
Essilor e Luxottica avevano già valutato un accordo tre anni fa, quando Sagnieres aveva contattato Luxottica. Le trattative però non erano decollate fra lo scetticismo di Del Vecchio.
Essilor da allora si è sottoposta a una ristrutturazione, con la quale è divenuta una società più orientata ai consumatori e, riporta il Financial Times, più ‘adattà a Luxottica.
Gli analisti ritenevano da tempo che una fusione fra Essilor e Luxottica sarebbe stata positiva, offrendo un piano di successione per il gruppo, considerati i 20 anni di differenza di età fra Del Vecchio e Sagnieres.
“Con questa operazione si concretizza il mio sogno di dare vita ad un campione nel settore dell’ottica totalmente integrato ed eccellente in ogni sua parte. Sapevamo da tempo che questa era la soluzione giusta ma solo ora sono maturate le condizioni che l’hanno resa possibile”.
Un’operazione a cui stava lavorando con Mediobanca, unico advisor di Del Vecchio, da 4 anni. “Finalmente, dopo cinquanta anni di attesa, due parti naturalmente complementari, montature e lenti, verranno progettate, realizzate e distribuite sotto lo stesso tetto”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 1st, 2017 Riccardo Fucile
CAFFE DA 900 LIRE A 90 CENTESIMI, PIZZA AUMENTATA DEL 123%
Il caffè al banco da 900 lire a 90 centesimi, il Big Mac da 4.900 lire a 4,20 euro, la pizza
margherita da 6.500 lire (3,36 a euro) agli attuali 7,5 euro.
Andando a cercare i prezzi di fine 2001, si scopre quanto sia cambiato il costo di beni e servizi negli ultimi 15 anni.
Da quando cioè, il primo gennaio 2002, gli italiani abbandonavano la lira e nel nostro Paese entrava in vigore l’euro (quotato al cambio fisso di 1936,27 lire).
Non solo cibo e bibite: dalle bollette alla benzina, è lunga la lista dei rialzi, in certi casi molto elevati. Certo ben più dell’inflazione.
Ci sono anche casi inversi, soprattutto nel comparto elettronico dove è aumentata la concorrenza e sono diminuiti i prezzi, ma in questo caso più del passaggio dalla lira all’euro hanno contato i passi da gigante della tecnologia.
Qualcosa è rimasto immobile nel tempo, come la giocata minima del Lotto, passata dalle 1.500 lire del 31 dicembre 2001 all’euro del primo gennaio 2002 e da lì mai più cambiata.
Sono i dati del Nens (Nuova Economia Nuova Società , la fondazione che fa capo a Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco) a fornire un termine di paragone fra i prezzi attuali e quelli di 15 anni fa.
Tra i grandi classici, quella che ha subito l’aumento maggiore è la pizza margherita: pur con le dovute distinzione territoriali, si passa dai 3,36 euro della media Nens del 2001 agli attuali 7,5 euro, con un rialzo pari al 123%.
Sono vicini al raddoppio invece sia il caffè al banco (da 900 lire a 90 centesimi) che il Big Mac (da 4.900 lire a 4,20 euro), come anche i quotidiani in edicola: nel 2001 leggere il giornale costava 1.500 lire, oggi 1,50 euro.
Sono i simboli della perdita di potere d’acquisto degli italiani, peggiorata ulteriormente dopo la crisi economica.
La lista è lunga: nel 2002 per l’elettricità , spiegava il Nens, si spendevano 647mila lire (circa 334 euro), mentre i dati pubblicati il 31 dicembre dall’Autorità dell’Energia parlano di una spesa fissata a 498 euro (+50% circa).
Andamento più contenuto per il gas, con la spesa annua passata da 1 milione e 700mila lire a 1.022 euro (+16%).
È salita anche la benzina, per la verità con un percorso decisamente altalenante che l’ha portata a toccare il massimo storico con punte oltre i 2 euro nel 2012. Per un litro di carburante si è passati da circa 2mila lire agli 1,5 euro attuali (+45%).
L’unico comparto in controtendenza è quello dell’elettronica, complice lo sviluppo tecnologico e il boom delle vendite online che hanno ulteriormente alzato la concorrenza e abbassato i prezzi.
Fare paragoni tra i prodotti di allora e quelli odierni diventa difficile. Ma basti pensare che all’inizio del nuovo millennio una Tv 46 pollici, la migliore sul mercato, costava circa 6,5 milioni di lire, mentre oggi una Tv smart Full Hd 49 pollici costa meno di 500 euro.
Nel 2001 per comprare una fotocamera digitale da 1,9 megapixel di risoluzione ci volevano 890mila lire mentre oggi con circa 100 euro si trovano macchine da 20 megapixel.
Infine, il Motorola Startac 130, vanto per l’epoca, costava oltre 2 milioni di lire, ben più di qualsiasi ultimo modello di smartphone.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
BCE: “LO STATO DA SOLO NON BASTA, COINVOLGERE AZIONISTI E OBBLIGAZIONISTI”
“L’intervento pubblico per una banca è sempre l’ultima opzione ed è soggetto a regole stringenti. I vertici di Mps hanno lavorato in questi mesi a varie soluzioni che la vigilanza ha seguito con attenzione”, ma “esaurito questo tempo il governo ha valutato che un intervento fosse necessario”.
Lo dice – in un’intervista a La Stampa – Ignazio Angeloni, membro italiano della vigilanza europea, all’indomani delle lettere con cui la Bce ha innalzato a 8,8 miliardi il conto per salvare la banca più antica del mondo.
Secondo Angeloni, questo terzo intervento pubblico in pochi anni potrà essere l’ultimo “se verranno attuate soluzioni incisive, in particolare rispetto all’obiettivo di ripulire il bilancio della mole di crediti deteriorati. Va anche considerato che ora Mps è compiutamente vigilata dalla nostra istituzione. Continueremo a fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per far sì che la banca trovi un modello di business sostenibile”.
Quanto al fondo da 20 miliardi autorizzato dal governo per le banche italiane in difficoltà , Angeloni sottolinea che “la dimensione dell’intervento tiene conto della natura del problema e si basa sull’assunto che in alcuni altri casi un rafforzamento patrimoniale possa avvenire sul mercato”. E rileva che “non tutto quanto è necessario per ricapitalizzare le banche deve venire dallo Stato. Persino nel caso di Mps ci potrà essere il contributo dei vecchi azionisti e di parte degli obbligazionisti subordinati”.
Il principio della condivisione dei rischi – afferma – “va mantenuto, ma va anche regolato e gestito in modo da evitare rischi al sistema e oneri ingiusti per certe categorie di investitori”, in particolare coloro che non hanno una conoscenza sufficiente dei rischi.
Mps ha ricevuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze due lettere redatte dalla Bce, indirizzate allo stesso Ministero che confermano la sussistenza dei requisiti necessari per accedere alla misura della “ricapitalizzazione precauzionale”, in conformità alla normativa vigente. quanto si legge nel comunicato del Monte emesso nella serata di ieri che conferma quanto riportato dal Sole24 ore ieri secondo cui la necessità di capitale sale da 5 a 8,8 miliardi di euro.
I risultati dello stress test del 2016, secondo la Bce, hanno infatti registrato uno shortfall, solo nello scenario avverso, nel parametro del CET 1 fully loaded a fine 2018 pari a -2,44%, da mettersi in relazione con una soglia dell’8%; tale shortfall si traduce, secondo la Bce, in un fabbisogno di capitale di Euro 8,8 miliardi, comprensivo di tutte le componenti dei fondi propri così come previsti dalla normativa vigente.
La Banca ha tempestivamente avviato le interlocuzioni con le Autorità competenti al fine di comprendere le metodologie sottese ai calcoli effettuati dalla Bce.
Nelle lettere, la Bce evidenzia anche che, per quanto riguarda i dati a livello consolidato, Mps è tuttora solvente, rispettando i requisiti minimi di capitale stabiliti dalla normativa
Sono altresì rispettati i requisiti di Pillar 2 per quanto concerne il capitale.
La posizione di liquidità della Banca ha subito un rapido deterioramento tra il 30 novembre 2016 e il 21 dicembre 2016, come evidenziato dal calo significativo della counterbalancing capacity (da 14,6 miliardi di euro a 8,1 miliardi di euro) e della liquidità netta a 1 mese (da 12,1 miliardi di euro, pari al 7,6% del totale delle attività , a 7,7 miliardi di euro, pari al 4,78% del totale delle attività ).
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IN FRANCIA, GRAN BRETAGNA E GERMANIA 6 VOLTE DI PIU’, SPAGNA 3 VOLTE DI PIU’
In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento.
Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più.
Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.
Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo.
Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora.
Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite.
Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria
Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante.
Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato.
Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività , peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario
Come spiegare il caso italiano?
Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi.
Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei.
Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perchè vendute «in nero».
Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo.
Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero»
E allora? Ci sono varie possibilità .
La prima è il «nanismo» delle imprese italiane.
Aziende piccole tendono – in media, non tutte – ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività . Se non lo fanno la produttività ristagna.
La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese.
L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento.
Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia – e tutte le altre da manager professionisti – in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia.
Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa.
Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia».
L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.
Ma vi sono altre ragioni.
Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente.
Cioè non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive.
Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore.
Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anzichè facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finchè quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva.
A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività .
Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi.
L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo.
La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.
Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso.
E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive.
Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese.
Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.
Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti.
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
UN AUMENTO DI IMMIGRATI PARI ALL’1% DELLA POPOLAZIONE ADULTA DI UN PAESE ACCRESCE IL PIL PROCAPITE DI ALMENO IL 2%
Non saranno le statistiche a risolvere le dispute e gli scontri sull’immigrazione. Se così fosse, la questione sarebbe in gran parte risolta.
Uno studio pubblicato dal Fondo monetario internazionale ha cercato di stabilire le conseguenze dell’immigrazione sul Pil pro capite nei Paesi più sviluppati, in sostanza sugli standard di vita.
Il risultato più notevole è che, nel medio-lungo periodo, un aumento degli immigrati pari all’ 1% della popolazione adulta di un Paese accresce il Pil pro capite generale di almeno il 2% .
Avviene, in parte, perchè i migranti sono di solito più giovani della media dei cittadini delle Nazioni ricche e quindi fanno salire la quota di persone in età da lavoro; soprattutto, però, avviene perchè migliora la produttività , in quanto spinge i nativi a occupare lavori più specializzati
Una delle conclusioni interessanti dello studio dell’Fmi (che utilizza un approccio sviluppato in anni recenti da Alberto Alesina, Johann Harnoss e Hillel Rapoport) è che, a differenza di quanto in genere si pensa, il grado di istruzione degli immigrati non è l’elemento determinante per giudicarne l’effetto su un’economia.
Per esempio, migranti con minori competenze spesso aumentano il numero di donne native che lavorano, in quanto vanno a sostituirle nelle prestazioni di assistenza famigliare.
Inoltre, i benefici di più immigrati tendono a distribuirsi su tutta la scala sociale, anche se non allo stesso modo: per un 1% di aumento della quota di immigrati ad alta istruzione sulla popolazione, il reddito pro capite aumenta di quasi il 6% per il 10% più ricco dei residenti e di quasi il 2,5% per il restante 90% ; se l’aumento dell’ 1% della quota è composto invece da persone di istruzione media o bassa, il reddito pro capite cresce del 2,5% per il 10% più ricco dei locali e del 2,2% per il restante 90% . Interessante notare che i migranti hanno livelli di competenza sempre più alti.
Tra il 1980 e il 2010, i meno istruiti in arrivo sono restati di fatto stabili, anzi leggermente in calo, attorno al 5% della popolazione.
I mediamente istruiti sono saliti dal 2% al 4,5% . E i più istruiti dal 2 al 5,7% (hanno superato la quota di chi ha basse competenze a metà del decennio scorso).
Tutto questo è una media tra Paesi. Decisive perchè i vantaggi si concretizzino sono le politiche di integrazione nel mercato del lavoro.
Su questo sarebbe bene che i governi si concentrassero.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile
OLTRE UN TERZO DELLE NEONATE AZIENDE SONO FONDATE DA GIOVANI… IL RECORD IN BASILICATA, CALABRIA E MOLISE
La crisi non scoraggia i giovani che scommettono sul loro futuro. E nonostante la crisi degli ultimi anni, ogni giorno in Italia nascono 300 imprese guidate da under 35.
Il dato emerge dall’assemblea dei presidenti delle Camere di commercio italiane in corso a Rieti nel corso del quale sono stati rese note alcune tendenze interessanti.
Ad esempio, nei primi 9 mesi del 2016, nella fascia di età under 35 sono state create circa 90mila imprese ovvero un terzo (il 31% del totale) di quelle nuove nate in Italia. All’opposto quasi 40mila, nello stesso periodo, hanno chiuso i battenti ma il saldo resta positivo e in crescita di circa 50mila unità .
Rispetto al saldo complessivo delle imprese siamo di fronte ad un piccolo miracolo visto che risulta superiore al totale delle aziende create in Italia nei primi 9 mesi dell’anno pari a più 42mila.
La fotografia realizzata da Unioncamere-Infocamere nell’indagine Movimprese, segnala il forte contributo dato in molte regioni del Mezzogiorno da chi è nato dopo il 1981: in Basilicata, Calabria e Molise, le iscrizioni di nuove attività da parte degli under 35 superano il 38% delle iscrizioni totali dei primi 9 mesi dell’anno; in Campania rappresentano il 37,5%, in Sicilia il 36,8% e in Sardegna il 33,6%.
In Italia le imprese giovanili sono circa 600mila (il 10% del totale) e si concentrano, in gran parte, nei settori tradizionali. I nuovi “capitani d’impresa” sembrano invece puntare parecchio su settori ad alto valore aggiunto, come spiega la ricerca.
Fra i settori tradizionali si segnalano il Commercio con il 29% delle imprese di under 35 registrate a fine settembre, le Costruzioni (14%) e le Attività dei servizi di alloggio e ristorazione (10%).
Fra quelli ad alto valore aggiunto spiccano le Telecomunicazioni, in cui più della metà delle imprese fondate nei primi nove mesi del 2016 si deve ai giovani. Nei servizi finanziari i neo imprenditori di meno di 35 anni sono quasi la metà del totale e nelle attività imprenditoriali legate a cinema, video, programmi Tv e registrazioni musicali, le iscrizioni di imprese giovani superano il 40% del totale.
“L’intraprendenza dei nostri giovani mantiene positiva la dinamica della nati-mortalità delle imprese”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello, nel corso del suo intervento all’Assemblea dei presidenti in corso a Rieti. “In questi 6 anni tanto difficili per il nostro Paese, abbiamo visto questo dato incoraggiante che va sostenuto. Occorre puntare su innovazione, digitale, semplificazione amministrativa e avvicinare la scuola all’impresa.
Tutte cose sulle quali il sistema camerale continuerà ad impegnarsi nei prossimi anni”.
(da “La Repubblica”)
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