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TASSE NON PAGATE: BUCO DA 795 MILIARDI TRA IMPRESE FALLITE, MORTI E NULLATENENTI

Ottobre 19th, 2016 Riccardo Fucile

PER LA CORTE DEI CONTI RECUPERABILE SOLO IL 4,8%

Se Pier Carlo Padoan avesse la bacchetta magica e potesse di colpo incassare tutte le tasse rimaste in sospeso nel corso degli anni ridurrebbe di un terzo il debito pubblico. Secondo l’ultimo rendiconto generale dello Stato redatto dalla Corte dei Conti, infatti, ancora l’anno scorso nel bilancio dello Stato erano iscritti ben 795 miliardi di residui da riscossione relativi ai ruoli emessi dall’Agenzia delle entrate.
In realtà  nella loro relazione i magistrati contabili gelano subito ogni aspettativa, perchè il valore di presunto realizzo supera di poco i 27 miliardi di euro, appena il 4,8% del totale.
Il maxibuco di Napoli
Che fine hanno fatto gli altri 768 miliardi? La spiegazione sta nelle cosiddette rettifiche. La sola Agenzia delle Entrate negli anni ha chiesto di abbattere 534,2 miliardi di residui.
Poi ci sono le cosiddette «informazioni contabili ritardatarie» ed in questo caso la Corte cita un caso clamoroso, quello dell’ex Ufficio Iva di Napoli, che da solo, tra vecchi condoni e accertamenti infondati e/o inesigibili, ha prodotto un «buco» di 56,14 miliardi. In pratica due volte la manovra che il governo ha appena varato.
Falliti o nullatenenti
Tutti questi residui sono calcolati al lordo, ma anche al netto l’importo è da paura: 552,6 miliardi. Peccato però che di questi ben 117,6 siano a carico di soggetti falliti e altri 65,3 riguardino persone decedute oppure ditte che hanno cessato l’attività .
Tant’è che da questi contribuenti si pensa di ricavare poco o nulla, appena il 2,5% dell’arretrato. Se va bene 4,5 miliardi in tutto.
Poi ci sono 242,8 miliardi legati a procedure esecutive e cautelari che a loro volta non produrranno un euro di incasso ed altri 75,9 miliardi di cartelle intestate a soggetti che in base ai dati dell’anagrafe tributaria risultano… nullatenenti.
Per cui anche da loro non ci si aspetta più nulla. Per fare cassa restano i creditori solvibili (8 miliardi recuperabili su 50,9 di debito netto) e gli importi già  rateizzati (altri 14,48 miliardi).
Se si guarda ai conti di Equitalia si ritrova ovviamente la stessa situazione, aggravata però da interessi legali, sanzioni amministrative, aggi e interessi di mora, per cui alla fine il conto totale lievita all’incredibile cifra di 1.058 miliardi.
A tanto ammonta infatti il totale dei crediti non riscossi affidati alla società  mista Agenzia Entrate-Inps. Anche questo dato però va ripulito: togliendo i crediti annullati dagli stessi enti che avevano emesso le cartelle esattoriali, tolte le somme difficilmente recuperabili, quelle sospese in seguito a sentenze e forme di autotutela si scende a 506 miliardi.
Poi, se si sottraggono anche le posizioni già  oggetto di azioni esecutive di recupero non andate a buon fine (60% del totale), gli importi già  riscossi (81 miliardi) e quelli rateizzati (24,5), ad Equitalia restano appena 85 miliardi.
O meglio 51 miliardi, 55 secondo altre stime, che sono le cartelle effettivamente «lavorabili». Che è esattamente il tesoretto finito nel mirino dell’operazione-rottamazione.
Se si applicasse l’aliquota del 4,8 indicata dalla Corte dei Conti per il totale del residuo, il Tesoro dovrebbe incassare tra 2,4/2,6 miliardi di euro. Padoan, invece, rottamando le cartelle punta a racimolare 4 miliardi.
Rate e rottamazione
Il decreto che cancella sanzioni e more, sia per i vecchi ruoli sia per quello che resta ancora da rateizzare per chi sta invece già  pagando, è quasi pronto. La novità  dell’ultima è rappresentata da una norma anti-furbetti che punta a scoraggiare eventuali «comportamenti opportunistici».
Chi ha in corso la rateizzazioni potrà  infatti accedere alla rottamazione a patto che «risultino adempiuti tutti i versamenti con scadenza dall’1 ottobre al 31 dicembre 2016». E lo stesso vale per chi ha sospeso i pagamenti.
Anche in questo caso la decadenza dal piano di rateizzazione deve essere intervenuta prima dell’1 ottobre. La norma-Equitalia entrerà  infatti in vigore col 2017, non prima.

Paolo Baroni
(da “La Stampa“)

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LA “DAVIDE BRITANNICA” METTE IN CRISI LA MAY: LA GUERRA DI GINA CONTRO LA BREXIT

Ottobre 17th, 2016 Riccardo Fucile

DONNA DI AFFARI INTERPELLA ALTA CORTE, SENZA IL VOTO DEL PARLAMENTO NON E’ VALIDA, ORA LA LEGGE RISCHIA

Gina Miller è abituata alle missioni impossibili.
Insieme al marito ha creato uno dei fondi di investimento più ricchi di Gran Bretagna, poi ha fatto causa all’industria dei fondi di investimento sostenendo che certe speculazioni sono troppo opache.
Abbandonati i fondi si è impegnata a tempo pieno nella beneficenza, poi ha fatto causa al settore della beneficenza affermando che spende troppi soldi per funzionari e uffici, non abbastanza per aiutare i poveri.
E una volta che si è stufata di tutto, ha cambiato radicalmente vita, girovagando tre anni con consorte e figli per l’America Latina.
Ma la sua più grande sfida è l’ultima: nei giorni scorsi la 51enne businesswoman britannica di origini sudamericana (è nata in Guyana) ha presentato ricorso all’Alta Corte di Londra contro la decisione del primo ministro Theresa May di invocare l’articolo 50 del trattato europeo nel marzo prossimo, il meccanismo che metterà  in moto la secessione del Regno Unito dall’Unione Europea, senza sottoporre il procedimento a un voto del Parlamento.
Se il ricorso verrà  accolto dai giudici, la premier dovrà  affrontare una votazione alla camera dei Comuni e a quella dei Lord, spiegando che tipo di Brexit vuole realizzare, e potrebbe verosimilmente essere sconfitta.
A quel punto il governo dovrebbe cambiare strategia e tutto sarebbe possibile: un Brexit meno “hard”, per esempio restando dentro al mercato comune (e dunque mantenendo la libertà  di immigrazione), un nuovo referendum, elezioni anticipate. Magari, in ultima analisi, niente più Brexit.
La sfida di una donna fino a ieri relativamente poco conosciuta alla donna più conosciuta del regno (a parte la regina) ha qualcosa di eroico, quasi cinematografico, alla Davide contro Golia.
“Mi sono svegliata la mattina dopo il referendum del giugno scorso come dentro un incubo”, racconta Gina Miller, che aveva votato perchè il suo paese rimanesse nella Ue.
E l’incubo è peggiorato, dal suo punto di vista, quando si è resa conto che la nuova premier May ha deciso praticamente da sola, insieme a un pugno di ministri radicalmente euroscettici, non soltanto di portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue ma anche fuori dal mercato comune europeo, promettendo di ristabilire la totale “indipendenza e sovranità  parlamentare” britannica, a suo parere violata fino ad ora dalle leggi europee che vi si sovrappongono.
Sono in tanti a criticare la scelta di Downing street: parlamentari dell’opposizione e dello stesso partito conservatore, finanziari e banchieri della City, commentatori sui giornali.
Nessuno, tuttavia, ha avuto l’idea di mettere un ostacolo concreto, sulla strada di Theresa May: una sentenza dell’Alta Corte.
Ci ha pensato Gina Miller, rivolgendosi a uno dei più prestigiosi studi legali della capitale. Le sue argomentazioni sono di due tipi.
Una prettamente legale: il governo sostiene di non avere bisogno di un voto del parlamento, nonostante il referendum fosse sulla carta soltanto “consultivo”, in virtù di un’antica “royal prerogative”, un diritto reale di agire senza necessità  di approvazione parlamentare.
Insostenibile, a suo parere, nel caso di una decisione storicamente importante come quella di portare il Regno Unito fuori dalla Ue.
La seconda argomentazione è più politica, o se vogliamo etica: sarebbe ben strano voler ristabilire la “sovranità  parlamentare” britannica, rifiutandosi però di ascoltare l’opinione in materia del Parlamento.
Adesso la premier afferma che perlomeno lo “ascolterà ”, avendo accettato, dopo un iniziale rifiuto, un dibattito su Brexit ai Comuni: ma dovrà  essere un dibattito senza un voto, secondo Downing street.
E così le due donne finiranno per affrontarsi simbolicamente all’Alta Corte, ciascuna rappresentata da uno stuolo di avvocati:
Gina Miller contro Theresa May. In una nazione in cui la separazione dei poteri è ben netta, e dove anche un comune cittadino può sfidare le più alte cariche dello stato, in teoria è possibile che la businesswoman della Guyana sconfigga la premier conservatrice
Non è l’unico ostacolo sulla strada di Brexit per Theresa May.
In verità  se ne aggiungono di nuovi tutti i giorni. Un altro è il calo della sterlina, che punisce i consumatori e farà  aumentare l’inflazione, prevede la Banca d’Inghilterra. Un altro ancora è venuto fuori stamane: il premier irlandese Enda Kenny ammonisce sui “gravi danni” economici e politici che verrebbero causati da un “hard Brexit”, ovvero dall’uscita della Gran Bretagna da Ue e mercato comune.
Dagli accordi di pace del 1996, sull’Isola di Smeraldo non c’è più un confine fra repubblica irlandese e “provincia” britannica dell’Irlanda del Nord: ma il confine, se l’Irlanda del Nord, in quanto parte della Gran Bretagna, si ritrovasse completamente fuori dall’Europa, verosimilmente tornerebbe a esistere, creando complicazioni non soltanto commerciali.
Il pericolo maggiore sarebbe la recrudescenza del conflitto fra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord. Nella quale, non a caso, proprio ieri Gerry Adams, leader dello Sinn Fein, il partito cattolico secessionista che vuole la ricongiunzione dell’Irlanda del Nord con l’Irlanda, ha chiesto formalmente che l’Irlanda del Nord (in cui, nel referendum su Brexit, un’ampia maggioranza ha votato per restare nella Ue) possa restare almeno dentro al mercato comune europeo.
La stessa richiesta fatta nei giorni scorsi da un’altra regione autonoma britannica che nel referendum ha votato per restare nella Ue: la Scozia, che in caso contrario medita di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza dalla Gran Bretagna.
Uno scenario che vedrebbe Scozia e Irlanda del Nord nel mercato comune ma non nella Ue (come la Norvegia), mentre Inghilterra e Galles sarebbero fuori da tutto. Ammesso che Bruxelles sia d’accordo, ma anche questo è difficile se non impossibile: la Spagna già  minaccia di mettere il veto, per non creare precedenti in cui la Catalonia possa raggiungere accordi separati per contro proprio.
In questo calderone di ipotesi si inserisce pure la rivelazione di oggi del Financial Times, secondo cui il governo May, contrariamente a quanto promesso dai “brexitiani” nella campagna referendaria, continuerebbe a versare miliardi di sterline al budget della Ue per mantenere l’accesso al mercato comune soltanto in certi settori chiave dell’economia, come la finanza e l’automobile.
Una sorta di mercato comune “alla carta”, questo piatto sì e quest’altro no, su cui è da tutto da vedere cosa pensi Bruxelles.
Se fosse realizzato, Brexit sarebbe un puzzle ancora più contraddittorio e confuso: la City e la città  di Sunderland (la città  in cui tutto dipende dalla locale fabbrica della Reanult/Nissan) dentro il mercato comune europeo, il resto dell’economia nazionale fuori.
Un situazione da far girare la testa. E la trattativa su Brexit non è neanche ancora cominciata.
Nemmeno comincerà , probabilmente, se Gina Miller batte Theresa May all’Alta Corte.

(da “La Repubblica”)

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LA STERLINA HA GIA’ PERSO IL 15% DEL VALORE DAL REFERENDUM

Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile

SCATTA LA PROTESTA: “PREZZI VERGOGNOSI”… E ORA SI TEME PER UN DIVORZIO TRAUMATICO CON LA UE

«Bonjour, finalmente l’Inghilterra non è più così cara», si felicita Marcel, l’uomo d’affari parigino appena arrivato in città .
« Shit, questa è una rapina», si arrabbia Russell, il turista inglese in partenza per le vacanze.
La storia di due valute si concretizza all’ingresso dell’Eurostar
Il treno che attraversa la Manica collegando Londra e Parigi, nella magnifica stazione di St. Pancras, davanti al chiosco dell’International Currency Exchange, una delle principali catene di cambiavalute della città .
Il viaggiatore appena arrivato dalla Francia compra 100 sterline con 114 euro: «Non mi era mai successo», dice, «di ricevere un cambio così vantaggioso».
Il vacanziere diretto a Parigi è furioso: ha dovuto sborsare 99 pound (e due penny) per acquistare 100 euro. «Come se le due monete», s’arrabbia, «fossero alla pari». Già : la parità . Una prospettiva deludente, quasi umiliante, per chi pensava che la scelta di Brexit avrebbe restituito alla Gran Bretagna il ruolo di potenza ricca e sovrana a cui la burocratica Unione Europea le impediva di tornare
Il senso di amara sorpresa cresce, per i sudditi di Sua Maestà , più ci si allontana dal centro e ci si avvicina per così dire all’Europa.
Il massimo dell’indignazione si raggiunge in uno dei sei aeroporti della capitale, Gatwick, al cui interno il cambiavalute Moneycorp è addirittura sceso sotto la soglia dell’1 a 1, quotando il cambio della sterlina con l’euro a 0,97: vale a dire che con 100 sterline si comprano appena 97 euro.
Stessa quotazione agli aeroporti di Luton e Southend. Qualcuno dà  la colpa ai cambiavalute. «È una vergognosa speculazione», accusa Martin Lewis, difensore dei consumatori britannici, che è andato fin dentro le partenze di Gatwick per fotografare il tabellone del cambio da scandalo, a suo giudizio, e racconta che per poco non ha preso le botte.
«Non mi meraviglio che mi abbiano gridato dietro che non è permesso fotografare i chioschi di cambiavalute», afferma. «Questo significa approfittare delle ansie del mercato». La foto, peraltro, l’ha scattata lo stesso e l’ha messa su Twitter
È innegabile che i cambiavalute arrotondino, o ne approfittino: è il loro mestiere. Praticano sempre un cambio più basso o più alto, a seconda se vendono sterline o le acquistano, di quello ufficiale.
Ed era già  successo, nei tre mesi e mezzo dopo il referendum sull’Unione Europea, che la sterlina venisse scambiata a meno della parità  dai cambiavalute londinesi: in luglio qualcuno la dava a 0,99 euro
Adesso, però, è scesa ancora più giù.
Dopo il flash crash della settimana scorsa, in cui con il concorso di un algoritmo impazzito o di un errore umano a un certo punto ha perso il 6 per cento del valore in due minuti, la possibilità  che il declino continui fino ad assestarsi sulla parità  con l’euro, non sui tabelloni dei cambiavalute ma al cambio ufficiale, appare sempre più verosimile.
È l’effetto dei timori sui danni che Brexit causerà  all’economia britannica, spiegano gli analisti della City, anzi dei danni che causerà  l’hard Brexit, l’uscita totale, da Unione Europea e mercato comune, che sembra la strada imboccata da Theresa May, sacrificando i liberi commerci pur di fermare la libertà  di immigrare nel Regno Unito
Del resto non sono soltanto i cambiavalute a speculare sul declino della moneta con l’effigie della Regina Elisabetta: il Times rivela che hedge fund e investitori hanno aumentato l’acquisto di contratti che “scommettono” sul crollo della sterlina.
Ce ne sono stati 97 mila nei sette giorni prima del 4 ottobre, diecimila più della settimana precedente, e non c’era ancora stato il flash crash, il crollo in due minuti.
È un’attività  da avvoltoi o da indovini, come ha illustrato “The Big short”, il film sugli speculatori che scommettevano sul crollo dei mutui troppo facili prima del grande crash 2007-2008. Ma parte sempre da un problema reale
Ora il problema è uscito dalle stanze di broker e banchieri per approdare sulle “high street”, come si chiamano in inglese le strade più centrali e affollate delle città . Cioè tra la gente.
Al Currency Exchange dietro la stazione Vittoria: 1,09 sterline per un euro. Al Post Office poco più in là : 1,066 sterline per un euro.
Nel cambiavalute dentro i grandi magazzini Mark Spencer: 1,064. In pratica, la parità , una sterlina per un euro.
«Ragazzi, venire a Londra è diventato quasi conveniente », commenta Franco, impiegato milanese, appena sbarcato con la moglie all’aeroporto di Gatwick.
Per italiani e altri continentali, è una manna. Ma per gli inglesi è una sberla. Con la monarchia e la Bbc, la sterlina è una delle istituzioni nazionali.
Il fatto che abbia perso il 19 per cento del valore da gennaio, e quasi il 15 per cento dal referendum, suscita un’ondata di incredula frustrazione.
È vero che, come notano gli economisti, ciò ha contribuito ad aumentare le esportazioni, far crescere la Borsa e nel lungo termine potrà  servire a rimettere tutto a posto.
Ma nel lungo termine, ammoniva John Maynard Keynes, «saremo tutti morti».
È il breve termine che conta, viceversa, per la classe medio bassa in partenza per l’Europa sui voli low cost: di colpo si trova con meno soldi in tasca per la piccola vacanza alle Canarie, in Grecia, in Italia.
E con un dubbio in testa: sarà  stato davvero un buon affare, per l’inglese medio, l’inglese scontento, l’inglese colpito dal disagio sociale, votare per Brexit?

Enrico Franceschini
(da “La Repubblica”)

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TOTO: IL MINISTERO BOCCIA LE VARIANTI MILIARDARIE DELLA STRADA DEI PARCHI

Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile

STORICA SCONFITTA DELL’EX PATRON DI AIRONE: SFUMA UN AFFARE DI 7 MILIARDI

Non tutte le ciambelle riescono col buco. Nemmeno se ti chiami Carlo Toto e sei riuscito a piazzare una fallimentare AirOne all’Alitalia.
L’ex proprietario della compagnia low cost non è infatti riuscito ad ottenere l’ok dal ministero delle Infrastrutture (Mit) per alcune varianti sulle autostrade che gestisce in concessione: la A24 (Roma-Teramo) e la A25 (Torano-Chieti-Pescara).
E così non solo ha perso l’occasione di realizzare nuove opere infrastrutturali, ma anche di portare a casa corposi aumenti tariffari e un allungamento di 45 anni delle sue concessioni che andranno in scadenza nel 2030.
Del resto il piano era meritevole di attenzione visto che prevedeva di realizzare varianti autostradali al posto di opere di messa in sicurezza di una rete viaria che necessita interventi dopo il terremoto dell’Aquila.
Nel dettaglio, il progetto includeva la modifica dei due tratti in concessione per circa 30 chilometri e la realizzazione di 55 gallerie con un investimento che, secondo quanto riferisce il ministero, avrebbe potuto raggiungere i 6,9 miliardi.
L’operazione avrebbe anche avuto un discreto impatto occupazionale creando circa 20mila posti di lavoro. Ma avrebbe anche comportato dieci anni di lavori sulle strade che “uniscono nel cuore dell’Italia — il versante tirrenico a quello adriatico e sono immerse in un paesaggio distintivo e straordinario”, come ha evidenziato un’interrogazione al Mit del parlamentare Pd Ermete Realacci, tra i primi oppositori di Toto.
Per non parlare del fatto che avrebbe interessato sei parchi naturali e anche il massiccio del Gran Sasso.
Il progetto della Strada dei Parchi, la controllata della famiglia Toto che gestisce le concessioni, è sembrato eccessivo agli esperti del Mit che hanno richiesto invece un semplice “adeguamento sismico con la messa in sicurezza dei viadotti sul tracciato autostradale esistente” per un programma di spesa che non dovrebbe superare gli 1,2 miliardi di euro.
Ben poca cosa rispetto ai quasi sette miliardi di investimenti cui puntava Strada dei Parchi e che sarebbero finiti col pesare sulle casse dei contribuenti anche per effetto degli aumenti delle tariffe autostradali.
Certo gli incrementi non sono scongiurati, anche perchè la partita non sarà  definitivamente conclusa finchè il Mit non approverà  il piano di lavori per la messa in sicurezza delle due autostrade che Strada dei Parchi gestisce dal lontano 2001.
Toto del resto non è uno che molla e il business autostradale è certamente uno dei più redditizi per la sua famiglia che ha anche interessi nelle costruzioni di grandi opere, nelle rinnovabili, nei trasporti su rotaie e nel leasing aeronautico per un fatturato complessivo che sfiora i 250 milioni.
Per non parlare del fatto che le strade sono un vecchio amore di famiglia: la nascita dell’impero industriale di Toto risale infatti ad una piccola impresa fondata dal padre per rispondere alla richiesta di lavori in subappalto nella realizzazione delle autostrade.
Per Carlo, ultimo di tre figli, è un business interessante che cresce negli anni.
Il sogno del self made man di Chieti, classe 1944, viene però infranto da Tangentopoli: il nome di Toto finisce nelle carte di un processo per corruzione e tangenti assieme ad alcuni esponenti abruzzesi della Democrazia cristiana.
Per chiudere la partita nel 1995, l’imprenditore di Chieti patteggia undici mesi.
Un piccolo intoppo che tuttavia non blocca gli affari di Toto che, pochi mesi dopo, allarga il campo d’azione della sua Aliadriatica, una piccola società  di Pescara specializzata in servizi di aerotaxi.
Inizia così l’avventura nei cieli italiani che porta alla creazione di AirOne, capace di contendere all’Alitalia la redditizia rotta Roma-Milano.
Ma i costi di gestione della compagnia aerea non sono certo quelli di una piccola impresa edile: Toto non fa bene i suoi conti e così AirOne rischia il collasso.
Per evitare il peggio entra in gioco Banca Intesa che, per salvare i crediti vantati con AirOne, orchestra, con l’ex amministratore delegato Corrado Passera, la cessione della compagnia all’Alitalia.
Con un salato conto per le tasche dei contribuenti. Gli stessi che vorrebbero poter viaggiare su autostrade sicure senza dover subire continui aumenti tariffari per gli investimenti dei concessionari.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COSI’ IL FISCO HA FATTO LO SCONTO A TRONCHETTI PROVERA E COSSUTTA JR

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

IN BASE A UN ACCORDO CON LA SOCIETA’ PARTECIPATA HANNO PAGATO 61 MILIONI DI TASSE INVECE DI 883

«Io sono amico della signora Rinascente». In “Così parlò Bellavista”, con questa battuta un cliente attempato provava a convincere la caporeparto della storica catena commerciale a concedergli uno sconto.
Ma nella pellicola di Luciano De Crescenzo la risposta dell’impiegata era perentoria: «Non esiste nessuna signora Rinascente!».
E invece agli inizi degli anni Duemila, per quasi un lustro, un signor Rinascente è esistito eccome.
Rispondeva al nome di Dario Cossutta, il figlio del più filosovietico dei comunisti italiani, Armando, il grande antagonista di Berlinguer dentro al Pci.
Nel 2005, il fondo di investimento che a Cossutta junior fa riferimento – la Investitori associati – aveva messo insieme una cordata riunita nella società  Tamerice srl per acquistare ciò che restava degli storici marchi Rinascente e Upim.
Del gruppo facevano parte anche la Pirelli Real Estate di Tronchetti Provera e una società  lussemburghese.
Un affare, soprattutto immobiliare, che sfiorava il miliardo di euro su cui Cossutta, Tronchetti e company sono riusciti a pagare un’inezia di tasse.
Grazie a un maxi sconto fiscale concordato con l’Agenzia delle entrate.
Il sistema di elusione messo in piedi è stato scoperto dagli investigatori della Guardia di finanza nel 2008.
Successivamente l’Agenzia delle entrate aveva quantificato i mancati versamenti al fisco da parte della cordata in una cifra colossale: 883 milioni di euro.
La Tamerice srl è stata perciò condannata a pagare dalla commissione tributaria della Lombardia sia in primo grado che in secondo grado.
Poi si è arrivati alla transazione. E qui c’è la grande sorpresa. Secondo il documento di cui “l’Espresso” è entrato in possesso, l’Agenzia ha praticato a Tamerice uno sconto del 93 per cento.
Doveva, cioè, incassare 883 milioni di euro, ma si è accontentata di appena 61 milioni.
«Il denaro di per sè non si crea nè si distrugge», diceva Gordon Gekko, il protagonista del film “Wall Street” di Oliver Stone, «semplicemente si trasferisce da una intuizione ad un’altra, magicamente».
Principio che la Investitori Associati ha applicato anche in altre occasioni.
Il private equity, infatti, si è distinto pure per un’altra operazione finita malissimo. Ne sanno qualcosa le decine di migliaia di azionisti di Seat Pagine Gialle.
La società  era stata acquistata nel 2003 dalla Investitori Associati e da altri due fondi di investimento. Ma nella proprietà  la cordata di cui faceva parte anche Cossutta ci restò giusto il tempo di distribuirsi 3,6 miliardi di euro di dividendo, realizzato indebitando mortalmente Seat Pagine Gialle.
In Borsa il titolo divenne carta straccia e molti piccoli azionisti si ritrovarono sul lastrico
Non sarà  l’unica magia finanziaria compiuta da Investitori Associati.
Due anni dopo, infatti, parte l’operazione Rinascente-Upim. La Fiat era in crisi e aveva bisogno di liquidità , per questo decise di vendere la sua quota di partecipazione dentro Rinascente, che gli consentì di mettere a segno una plusvalenza da oltre 600 milioni di euro.
All’epoca Rinascente-Upim era un gruppo in buona salute: registrava un fatturato di 6,6 miliardi di euro, aveva oltre 35 mila dipendenti, 1850 sedi e uno dei patrimoni immobiliari più invidiabili d’Italia, con palazzi storici situati nelle zone più lussuose di quasi tutte le città  della penisola.
È su questo patrimonio che mise gli occhi Tamerice srl, una società  costituita ad hoc di cui all’epoca la Investitori Associati deteneva il 32 per cento, la Pirelli Real Estate il 20 e un fondo lussemburghese, Goib Luxembourg Three sarl, il 32.
Per comprare La Rinascente Spa Tamerice srl versò 880 milioni di euro, di questa somma, però, 750 milioni furono prestati da un gruppo di banche che finanziarono l’operazione.
Un acquisto, quindi, fatto quasi interamente a debito. Ma qui interviene l’intuizione alla Gordon Gekko per moltiplicare i profitti.
La Rinascente Spa aveva una controllata, la Rinascente Upim spa che valeva circa 90 milioni di euro. Tamerice decide di comprarla, sborsando una cifra ben sette volte superiore al reale valore di mercato.
E anche in questo caso è lo stesso gruppo di banche che concede il finanziamento.
La società  alla fine versa 865 milioni nelle casse della Rinascente Spa, che in questo modo, registra una super plusvalenza da 768 milioni di euro.
Ma all’epoca Rinascente Spa era interamente di proprietà  di Tamerice srl. E infatti, poche settimane dopo, è lì che tornano tutti i soldi, sotto forma di dividendi.
Il denaro, dunque, rientra da dove era uscito. Il motivo di questa alchimia finanziaria è presto spiegato: dal momento che le plusvalenze sono frutto di operazioni infragruppo, non viene pagato nemmeno un euro di tasse.
Tamerice incassa così il maxi dividendo e il fisco non può che stare a guardare.
Tuttavia il capolavoro non è ancora compiuto. Subito dopo aver spostato tutti gli immobili nella partecipata Rinascente Upim, Tamerice srl si libera di Rinascente spa.
La vende però a poco più di 90 milioni di euro, dopo averla comprata a 880 milioni di euro. Realizza così un minusvalenza enorme, che ammortizzerà  non pagando le tasse su tutti gli ulteriori profitti raccolti dalla vendita dell’immenso patrimonio immobiliare del vecchio gruppo Rinascente Upim.
“L’Espresso” ha contattato l’Agenzia delle Entrate per un commento tecnico sull’accordo. «Non siamo autorizzati a rilasciare dichiarazioni su casi particolari», è stata la risposta. Mentre il manager Cossutta, contattato tramite Investitori Associati, non ha risposto.
Che i registi dell’operazione fossero disinteressati a far andare avanti lo storico marchio, ma intendevano soltanto realizzare una speculazione immobiliare, i lavoratori lo avevano intuito subito.
«Non riteniamo malizioso», spiegava all’Unità  il 14 maggio 2006 Marco Marroni, segretario nazionale Uiltcs, «temere che l’obiettivo sia quello di ripulire il conto economico, attraverso iniziative brutali come le chiusure e i licenziamenti, per poi rivendere l’azienda e nello stesso tempo vendere i negozi di proprietà ».
È quello che poi è accaduto: nel giro di qualche mese viene annunciata la chiusura di 14 punti vendita e il licenziamento di quasi 500 persone.
In pochi anni ciò che rimane della parte operativa viene dismesso e i gioielli immobiliari venduti al maggior offerente.
A rimetterci da questa intricata vicenda, dunque, non solo i lavoratori di Upim e Rinascente ma anche i contribuenti italiani.
Perchè grazie allo schema di ingegneria fiscale messo in piedi, Tamerice e la cordata che l’ha sostenuta sono riusciti a versare solo gli spiccioli al signor Fisco.

Giorgio Mottola e Giovanni Tizian
(da “L’Espresso“)

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PIL, ITALIA A DUE FACCE: EMILIA ROMAGNA SOPRA L’1%, CALABRIA IN CODA

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

IL SUD CRESCE LA META’ DEL NORD MA HA PUNTI DI ECCELLENZA IN PUGLIA E CAMPANIA

Si fa presto a dire Pil. A guardare il solo dato numerico, l’Italia non avrebbe scampo. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario, nel 2016 crescerà  dello 0,8%.
Il che ci pone ultimi tra i paesi più industrializzati – a parte il Giappone – e sotto la media Ue (+1,7%).
Ma scomponendo il dato del Pil su base regionale, a seconda dell’andamento dei distretti industriali, nonchè al netto delle varie voci di spesa (famiglie e pubblica amministrazione), si scopre una realtà  più complessa.
Con l’Italia che va meglio della Germania, da tutti presa a esempio per la sua crescita, prevista nel corso dell’anno all’1,7%, ma in calo all’1,5 nel 2017.
Regioni a due velocità .
In base ai dati aggiornati al luglio scorso, l’Italia si conferma a due velocità , con un Mezzogiorno che cresce della metà  rispetto al Nord.
La regione leader per una volta non è la Lombardia (+1%), ma l’Emilia Romagna (+1,1%), in pratica ai livelli della Francia (+1,3%).
Fanalini di coda Calabria e Sardegna (+0,3%).
Ma anche il dato lombardo andrebbe scorporato: Milano e il suo hinterland si confermano tra le aree metropolitane più ricche d’Europa: secondo la Camera di Commercio, al quarto posto, alle spalle di Londra, Parigi e Madrid.
Il resto della regione soffre. “Ma si tratta di un rallentamento congiunturale – spiega Alessandra Lanza, partner dalla società  di consulenza Prometeia – perchè la Lombardia è ricca di realtà  votate all’export, in questo momento sofferenti per il rallentamento dell’economia mondiale. Saranno le prime a riagganciare la ripresa”.
Distretti contro la crisi.
La conferma di una Italia che cresce a macchia di leopardo arriva dai distretti industriali, fiore all’occhiello della manifattura. Nel secondo trimestre del 2016 – secondo l’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo – hanno cominciato a dare un primo segnale di ripresa le esportazioni (+0,2%); che diventa un +1,3% al netto dei distretti orafi che stanno risentendo del crollo della domanda di gioielli da parte dei paesi emergenti.
Tra i settori in crescita oltre all’agroalimentare, le ceramiche in Emilia, l’imballaggio nel bolognese, la termomeccanica a Padova e Verona. Bene anche qualche realtà  del sud, come le conserve in Campania e l’elettromeccanica nel barese. Male sistema moda e metallurgia.
Meglio della Germania.
Ma secondo Marco Fortis direttore della Fondazione Edison “c’è una contraddizione tra il dato del Pil e le condizioni economiche complessive degli italiani migliorate, sia in termini di potere di acquisto, sia di reddito disponibile”.
Perchè allora l’Italia non cresce come la Germania? La differenza è data dai consumi della Pubblica amministrazione: dalla fine del 2014 al giugno scorso, in Germania è cresciuta del 5,4% e in Italia è calata dello 0,5%.
Al netto della Pa, la crescita cumulata del Pil italiano negli ultimi sei semestri sarebbe stata dell’1,3% e quello della Germania dell’1,4%.

(da “La Repubblica”)

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QUEL PRANZO CON CAPROTTI ALLA MENSA DEI DIPENDENTI TRA CLASSICI GRECI E RICORDI D’AMERICA

Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile

DAGLI ATTACCHI AI COMUNISTI AL GIUDIZIO SU BERLUSCONI: “ROVINATO DALLE DONNE”

L’invito arrivò dopo che avevo scritto un pezzo sull’aspra battaglia burocratica per aprire una grande Esselunga a Modena, nell’Emilia rossissima dove di regola i supermercati o sono Coop o non ci sono.
Il reportage, apparentemente, gli era piaciuto.
«Perchè non viene a trovarmi con il suo direttore?». Detto fatto.
Così il direttore, che all’epoca era Mario Calabresi, e il soprascritto partirono alla volta di Limito di Pioltello, sede principale dell’Esselunga, convinti di portare al giornale un’intervista a Bernardo Caprotti che non ne dava mai.
Il posto è la tipica imitazione milanese dell’America produttiva: capannoni e rotonde, rotonde e capannoni, e in mezzo gente in macchina intenta ad andare al lavoro o a tornare dal lavoro.
Arrivammo e fummo parcheggiati in una sala d’attesa tipo dentista dove spiccavano due quadri con il loro bravo cordoncino davanti, come in un museo.
Non mi sembravano meritarlo e nel tentativo di studiarli meglio mi avvicinai troppo facendo scattare una sirena terrificante. Come dire: meglio non fidarsi troppo.
Però è anche vero che non arrivò nessun vigilante. Evidentemente erano abituati agli allarmi a vuoto.
In compenso comparve Caprotti, che all’epoca era già  anziano ma sempre gagliardo, ed esauriti i convenevoli (pochi e sbrigativi) ci informò, primo, che i quadri erano dei Canaletto (e qui forse era troppo ottimista), secondo, che non c’era nessuna intervista ma solo una conversazione «off the record», insomma che non avremmo potuto scrivere una sola parola e, terzo, che ci invitava a colazione.
Il tutto esibendo una copia del mio articolo tutta sottolineata con l’evidenziatore e spiegando che «i comunisti» gli volevano impedire di fare il suo mestiere, cosa peraltro verissima.
Seguì la famosa colazione. E qui capimmo che quello che avevamo davanti era un capitalista della vecchia scuola, un padrone delle ferriere senza indulgenze per nessuno, nemmeno sè stesso.
Macchè ristorante stellato, macchè insalatina veloce e fighetta così-non-mi-appesantisco-che-devo-lavorare: andammo a pranzo in mensa, insieme con i dipendenti, con l’unico modesto lusso di una tavola a parte e del cameriere e mangiando solo prodotti Esselunga perchè, come mise subito in chiaro, «io assaggio tutto quello che vendo».
Scherzando, pure. «Le piace questo patè?». Sì, non male, grazie. «L’ha fatto mia moglie», ah ah ah.
La conversazione si aggirò intorno alle vicissitudini di «Falce e carrello», il suo libro denuncia sull’intreccio fra grande distribuzione e amministrazioni locali di sinistra, allora al centro di una complicata battaglia giudiziaria.
Poi si passò ai suoi ricordi, lui di buona famiglia imprenditoriale lombarda spedito dal padre negli Stati Uniti più o meno all’epoca della presidenza Truman: doveva occuparsi di industria tessile, il business di famiglia, e invece scoprì che là  esistevano degli strani grandi negozi chiamati «supermercati».
A sprazzi, emergeva qualcosa di più personale.
Il giudizio su Berlusconi, per esempio, che lui conosceva bene e di cui disse «quello l’hanno rovinato le donne», sentenza magari sbrigativa ma non sbagliata.
E, curiosamente, una gran simpatia per i greci e la Grecia, in teoria quanto di più lontano dalla sua etica del «laurà » e dalla sua estetica dell’understatement: ci raccontò che passava lì tutte le estati, in barca, e gli piaceva moltissimo.
Non una parola sulle risse giudiziarie con i figli, che pure avevano già  cominciato a tracimare dai tribunali ai giornali.
I suoi giudizi erano netti, espressi in un italiano impeccabile e per questo un po’ demodè. Analizzava le malefatte di governi, partiti e sindacati con la spassionata chiarezza di chi non se ne aspetta nulla di buono. Era duro ma lucido. E si capiva (ipotesi poi confermata parlando con chi lavorava con lui) che non chiedeva ai dipendenti niente che non avrebbe fatto lui.
Tornando, Calabresi mi raccomandò di scrivere un appunto sulla giornata, cosa che feci. Non ho più rivisto il cavalier Caprotti.
Poco male: era di quelle persone che non si dimenticano. Magari era un uomo difficile. Ma certamente era un uomo.

Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)

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ADDIO A BERNARDO CAPROTTI, GRANDE NEMICO DELLE COOP

Ottobre 1st, 2016 Riccardo Fucile

E ANCHE CON I FIGLI NON E’ CHE ANDASSE MOLTO D’ACCORDO

Considerava la Coop il diavolo e se stesso l’acqua santa. E anche con i figli non è che andasse molto d’accordo. D’altronde, è stato quel carattere deciso a permettergli di diventare mister Esselunga. Era questo Bernardo Caprotti, morto poco prima di compiere 91 anni e tutta una vita legata alla grande distribuzione.
Il suo nome fa capolino anche nell’inaugurazione del primo supermercato italiano, all’epoca targato Rockefeller, in viale Regina Giovanna a Milano: era il 1957.
Il nome della catena deriva da un modo di dire. A 40 anni, Caprotti riuscì a scalare la società  che aveva costruito a Milano quel primo negozio di grande distribuzione, la Supermarkets, e la chiamò Esselunga quando si accorse che i clienti indicavano i suoi negozi con un articolato giro di parole: “il supermercato con la esse lunga”, appunto. Figlio del proprietario di un’azienda cotoniera della Brianza, dopo essersi laureato in Giurisprudenza, Caprotti andò in Texas, dove lavorò come montatore meccanico, per rientrare in Italia a 26 anni e assumere la direzione della ditta di famiglia.
Poi il salto nel mondo della grande distribuzione.
La sua morte coincide con un possibile momento di svolta per la sua creatura. All’esame di Citi ci sono due manifestazioni di interesse per Esselunga arrivate da Cvc e Blackstone.
L’advisor dovrebbe fare il punto su quanto emergerà , valutare se approfondire il dossier e procedere sulla strada della vendita.
Con la scomparsa di Caprotti, che in passato ha resistito alle avances di insegne della distribuzione del calibro della statunitense Walmart e della spagnola Mercadona, bisognerà  capire quale strada verrà  presa.
Esselunga è valutata fra i 4 e i 6 miliardi di euro, a seconda che vengano considerati o meno immobili e aree di sviluppo.
Nel 2015 aveva una rete di 152 supermarket in Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Liguria e Lazio, conta oltre 22.000 dipendenti e un fatturato di 7,3 miliardi di euro.
La vendita potrebbe in qualche modo risolvere il problema della successione.
Fino all’ultimo è rimasto aperto lo scontro di Caprotti con i figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, estromessi nel 2011 dal controllo della società : la causa di merito è in Cassazione, anche se con Violetta c’era stato un riavvicinamento, e gli era al fianco anche negli ultimi momenti in clinica.
Un’altra battaglia che lo ha segnato è stata quella con le Coop, che accusava di illecita concorrenza e scorrettezze.
Nel 2007 pubblicò il libro “Falce e carrello. Le mani sulla spesa degli italiani” edito da Marsilio. I suoi collaboratori lo ricordano come un vero Capitano d’industria, con l’azienda nel sangue.
E’ andato in ‘pensione’ a 88 anni. Per dare l’annuncio riunì i dipendenti della sede centrale di Limito di Pioltello (Milano): “Ho dato le dimissioni” annunciò prima di smorzare la commozione con la sua burbera ironia: “Ma quello in pensione sono io, voi tornate al lavoro!”.
Finchè ha potuto, cioè qualche mese fa, ha portato il badge, ha partecipato alle riunioni, ha pranzato in mensa ed è andato in giro per i negozi per assicurarsi che tutto funzionasse bene.
Nel 2015 i suoi collaboratori comprarono una pagina del Corriere della Sera per fargli gli auguri: “Never never never give up. 7 ottobre 2015. 22.218 collaboratori di un’Azienda straordinaria rendono omaggio al loro Dottore nel giorno del suo 90 compleanno”.

(da “Huffingtonpost“)

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CRESCITA ZERO, LA RIPRESA NON C’E’, I DATI ISTAT CONFERMANO

Settembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

DOCCIA FREDDA PER IL GOVERNO: FERMI I CONSUMI E INVESTIMENTI IN CALO

Nel secondo trimestre del 2016 il Pil italiano è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente: crescita zero, quindi.
Lo rende noto l’Istat confermando le stime congiunturali del 12 agosto. Su base annua, invece, l’Istituto nazionale di statistica ha rivisto al rialzo le sue previsioni: il Pil è cresciuto dello 0,8% invece che dello 0,7% come stimato precedentemente.
Il dato relativo al secondo trimestre è una doccia fredda per il Governo.
Negli scorsi giorni, infatti, fonti del ministero del Tesoro avevano espresso fiducia sul fatto che sarebbe ritornato il segno più per il Pil alla luce del dato positivo registrato dal fatturato dei servizi.
La fotografia dell’Istat relativa all’andamento del Pil nel secondo trimestre registra consumi fermi e investimenti in calo.
I consumi, dopo aver registrato aumenti per quattro trimestri consecutivi, tornano allo zero congiunturale, in particolare quelli delle famiglie con +0,1% dopo il +0,4% del primo trimestre (+0,3 nel quarto 2015, +0,5% nel terzo e nel secondo).
Su base tendenziale la variazione scende a +1,1% da +1,5% (famiglie da +1,7% a +1,2%).
Sul fronte degli investimenti, il dato torna addirittura negativo dopo cinque trimestri: -0,3% dopo +0,8% del trimestre precedente (1% nel quarto 2015).

(da “Huffingtonpost“)

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