Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BLITZ E MANIFESTAZIONI CONTRO IL COLOSSO CASEARIO
Dopo l’inverno sulle barricate degli allevatori italiani, l’estate bollente nelle strade di Francia. Se un anno fa i produttori di latte protestavano contro lo Stato, l’Unione europea e i grandi gruppi caseari, senza fare differenza tra di loro, oggi il settore è di nuovo in subbuglio.
Ma l’obiettivo dei raid contro stabilimenti o supermercati, stavolta, è solo uno. E si chiama Lactalis, il numero uno mondiale nel settore, che nel nostro Paese controlla Parmalat, Galbani e Invernizzi.
L’appuntamento è per questa sera, davanti alla sede del colosso, a Laval.
In un contesto di prezzi bassi per il latte in generale, i produttori ce l’hanno in particolare con Lactalis, fondata nel 1933 dalla famiglia Besnier che, dicono, paga ancora meno (molto meno) degli altri.
In un certo senso si sta rompendo un tabù, perchè nessuno aveva osato mai sfidare il gruppo, all’origine del 20% degli acquisti di latte in Francia e del 10% in Italia.
Il velo sui conti
La multinazionale è efficiente e ramificata, ma considerata troppo misteriosa: non è quotata e neppure pubblica i suoi conti.
La proprietà è salda nelle mani di una dinastia, che ancora vive a Laval, la città di origine, nella Mayenne.
«Il signor Besnier, tredicesimo nella classifica dei francesi più ricchi, è invisibile – attacca Franck Guyot, presidente della Fnpl (la Federazione dei produttori di latte) nella Loire-Atlantique, uno dei dipartimenti più importanti per quest’attività -. Ebbene, deve mostrarsi, accettare una buona volta di dialogare con gli allevatori. E pubblicare i suoi conti». In Italia, dopo le grandi manifestazioni, ci sono state prove di accordo.
Ma è durato poco, attacca la Coldiretti. «Siamo coscienti delle difficoltà attuali degli allevatori — ha sottolineato nei giorni scorsi Michel Nalet, portavoce di Lactalis, al quotidiano Le Figaro -. Ma il nostro modello economico ci obbliga a pagare questi prezzi». Il gruppo ha puntato il dito anche contro «il discorso irresponsabile del sindacalismo agricolo francese».
Il nodo dei prezzi
Se si prendono le tariffe applicate dal gruppo nella Bassa-Normandia, altro dipartimento dalla forte produzione lattiera, si tratta di 25,596 centesimi di euro al litro, che è molto meno dei 30,305 pagati da un piccolo gruppo come Maà®tres Laitiers du Cotentin, una cooperativa.
Ma è al di sotto anche dei 27,183 di una multinazionale come Danone.
Da questa parte delle Alpi, il tono è sostanzialmente lo stesso. La compagnia si era accordata per pagare il latte tricolore 4 centesimi in più rispetto alla media europea.
È durato poco, e a ora si viaggia sotto i 30 centesimi, sotto la «soglia di sopravvivenza».
«Lactalis? È il peggior pagatore del Paese» dice Giorgio Apostoli, responsabile di settore della Coldiretti che, oltretutto, lamenta «costi di produzione troppo alti a causa di energia, costo del lavoro e complicazioni burocratiche».
La tregua è fragile, agosto è un mese complicato – meno latte, dunque i prezzi dovrebbero salire – e presto potrebbero ripartire le manifestazioni.
I blitz
Alle accuse sui pagamenti, l’azienda replica che è quanto può sborsare in funzione dei margini che realizza. Ma gli allevatori rispondono che quei margini non si sa a quanto ammontino.
Prima della manifestazione di lunedì (un’occupazione che, nelle intenzioni degli allevatori, «durerà nel tempo») vari blitz si sono succeduti dinanzi agli stabilimenti di Lactalis in tutta la Francia.
Nei campi, soprattutto nella Mayenne, appaiono sempre più numerosi ampi cartelli con queste parole: “Lactalis ladri”.
E i produttori di latte entrano nei supermercati, dove, sui prodotti del gruppo, dal camembert alle bottiglie di latte, appiccicano autoadesivi con scritte del tipo: «Questo prodotto crea disoccupazione».
La mediazione sembra sempre più lontana.
Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
SIAMO 32° IN GRADUATORIA NELLA CAPACITA’ DI GOVERNARE E FORNIRE SERVIZI PUBBLICI
L’Italia ha un sistema pensionistico che non garantisce un futuro ai giovani, ci sono pochi aiuti alle
famiglie, un indice di povertà fra i più alti, e investimenti insufficienti in istruzione e in ricerca.
Questi non sono problemi isolati uno dall’altro: secondo il nuovo rapporto della Fondazione Bertelsmann (pubblicato in Italia in esclusiva da La Stampa) la scarsa capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini è dovuta a un sistema politico la cui efficienza si piazza appena al 32° posto fra i 41 Paesi dell’Ocse (cioè occidentali o assimilabili).
Ci sono aspetti positivi, che il rapporto individua nel Jobs Act e nelle misure fiscali del governo Renzi a favore delle aziende, ma il percorso delle riforme necessarie è appena all’inizio.
TRE GRADUATORIE
Il nostro Paese si piazza un po’ meglio nella classifica della democrazia (23° posto) e in quella relativa alla qualità della «governance» (cioè l’efficacia e la trasparenza dell’azione di governo, un 25° posto).
Tenendo conto di tutte le variabili, l’Italia si merita un voto di sintesi 5,35 (su 10) per l’efficienza del sistema politico, mentre lucra un 7,23 per la democrazia e un 6,16 per la qualità della «governance». Forse la gran parte di noi si aspettava un voto più basso per quest’ultima voce.
Da notare però che in questo quadro non lusinghiero l’Italia sta un po’ risalendo la china in tutte e tre le classifiche Sgi appena citate: l’azione del governo Renzi viene più volte valutata in positivo dal rapporto Bertelsmann, per quanto senza trionfalismo.
LA FIGURACCIA DEL G7
Un altro aspetto curioso del rapporto rivela che (entro certi limiti) mal comune, mezzo gaudio: se noi italiani ci piazziamo male fra i 41 Stati dell’Ocse, anche gli altri del club ristretto del G7, cioè i grandi Paesi che si incontrano periodicamente per stabilire le linee strategiche del mondo sviluppato, e che (si suppone) devono dare l’esempio a tutti gli altri, in realtà si piazzano male nell’Sgi delle prestazioni politiche: soltanto due dei Grandi, cioè la Germania e il Regno Unito, si collocano fra i primi dieci (al sesto e al nono posto rispettivamente) mentre gli Stati Uniti, che come indole danno lezioni a tutti, sono appena al 26° posto; per fare un’analogia con la classifica della serie A di calcio, gli Usa sarebbero nella parte destra, cioè fra chi non lotta neanche per la Uefa League.
Invece ai primi cinque posti si piazzano i Paesi scandinavi e la Svizzera e all’ultimissimo la sempre più derelitta Grecia.
QUELLO CHE FUNZIONA
Per focalizzarci sull’Italia, e cominciando dalle note positive, il rapporto Bertelsmann parla bene della riforma del mercato del lavoro, perchè ha promosso (è il giudizio della Fondazione) «contratti di lavoro più flessibili, ma allo stesso tempo a lungo termine e meno precari».
Un’altra lode (cauta) arriva per le riforme del sistema fiscale volute da Renzi, definite «elementi di stimolo per un’economia in crescita nel 2015, dopo tre anni di recessione». Sempre secondo lo studio, «soprattutto le agevolazioni fiscali concesse alle imprese e ai redditi bassi hanno stimolato l’economia».
Su questo aspetto, come sulla politica del lavoro, in Italia le opinioni sono discordi, ma la Fondazione Bertelsmann, stilando una sotto-classifica sulle riforme del fisco, dice che «l’Italia è il Paese che si è mosso di più e meglio fra i 41 dell’Ocse negli ultimi anni», essendo salita dal 33° posto del 2014 all’attuale 19°.
MOLTO RESTA DA FARE
Da qui a dire che va tutto bene ce ne corre. L’indice di povertà in Italia è altissimo: un 12,7% da confrontare (per esempio) con il 5,7% di uno Stato tutt’altro che ricco come la Repubblica ceca.
Il rapporto identifica come «particolarmente problematici i settori della politica familiare e delle pensioni». Nelle politiche a sostegno della famiglia l’Italia è al 36° posto, e la carenza è acutissima negli asili nido, cosa che «contribuisce a spiegare la bassa natalità e la bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro».
Sulle pensioni il rapporto Bertelsmann prende una posizione controversa, lodando la crescita a 67 anni dell’età di uscita dal lavoro e lancia l’allarme per le «nere prospettive previdenziali dei giovani».
Soluzioni? Bisognerebbe migliorare queste prospettive «investendo di più nell’istruzione e nella ricerca».
Quest’ultima raggranella solo l’1,31% del prodotto lordo contro la media Ue del 2%. Ma la Bertelsmann non si aspetta grandi cambiamenti, con il debito pubblico al 132,6% del Pil.
LO STILE DI COMUNICAZIONE DI RENZI
Il rapporto avanza riserve sulla maniera in cui il governo italiano gestisce la comunicazione.
Di frequente Matteo Renzi comunica di persona con i mass media o attraverso Twitter, anticipando provvedimenti sulle più varie questioni, «fino a oscurare le comunicazioni delle altre personalità di governo».
Ma capita che lo faccia senza tener conto dello stato di avanzamento dei vari dossier. Questo «talvolta dà l’impressione che certe politiche governative non siano sufficientemente meditate». È la sindrome che qualcuno in Italia ha definito «annuncite».
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“ROMA CAUSA DEI MAL DI PANCIA EUROPEI”… “AL REFERENDUM IL SI’ DEVE VINCERE PER DARE STABILITA’ O SARANNO GUAI”
Crescita zero, debito pubblico alle stelle e vulnerabilità delle banche.
Dopo El Paìs e Le Monde, la pessima performance dell’economia italiana diventa il centro delle analisi preoccupate del Financial Times e del Wall Street Journal, che consigliano a Matteo Renzi una terapia-choc.
In particolare il quotidiano finanziario americano titola “L’Italia sta provocando crescenti mal di pancia nell’Unione europea”, fornendo però una soluzione: nel referendum di autunno il “sì” deve uscire vittorioso per dare al governo italiano maggiore stabilità e far ripartire in maniera conseguente la crescita.
La consultazione popolare per il Wsj è addirittura “più importante del voto sulla Brexit” e più cruciale delle riforme economiche e fiscali che Renzi potrebbe mettere in campo: “la politica è la chiave”, scrive il Wsj, “e il referendum marcherà una svolta importante per l’Italia e l’Europa”.
Il panico è scattato venerdì 12 agosto, quando sono stati resi pubblici i dati sulla mancata crescita della Penisola, completamente ferma nel secondo quadrimestre nonostante palazzo Chigi auspicasse un aumento dello 0,2%: poca cosa, ma avrebbe fatto la differenza.
Ugualmente sconfortanti le cifre della disoccupazione, che ha cominciato nuovamente a salire seppure lievemente: 11,6% contro il 10,1% della media dell’Eurozona. Abissale come sempre la percentuale di giovani italiani senza lavoro: 36,5%, la media dei paesi europei è 20,8%.
L’Italia stagna e cresce invece il timore che la nostra economia al palo possa trascinare nel baratro l’intera Unione europea. Dopo El Paìs che ha ribattezzato il Belpaese “la malata d’Europa”, tocca a Le Monde formulare la domanda più difficile: “Perchè Matteo Renzi non riesce a raddrizzare l’economia italiana?”.
Per il Financial Times invece non è il momento di discutere sulle ragioni della nostra crescita zero e in un articolo pubblicato proprio nel giorno di Ferragosto suggerisce al premier italiano di dare un “poderoso stimolo” all’economia, specialmente per scongiurare la deflazione: “Accelerare il taglio delle tasse sul reddito su vasta scala nel 2018 potrebbe essere una opzione”, scrive il quotidiano finanziario britannico, che osserva come la frenetica attività legislativa di Renzi abbia subìto un rallentamento nel 2015.
Per Ft l’economia stagnante rischia di portare conseguenze pesanti anche nel settore bancario, già vulnerabile e infragilito: “Questo panorama renderà molto più difficile agli istituti di credito superare il problema della grossa quantità di crediti deteriorati (non performing loans, ndr)”.
Inoltre “l’aggiunta della deflazione” farà in modo che per l’Italia sarà “più arduo rientrare nei parametri fiscali” ordinati da Bruxelles, e risulterà ugualmente difficoltoso “snellire il debito pubblico”.
Esiste una seconda via d’uscita, parallela al forte stimolo che Renzi dovrà dare all’economia attraverso nuove riforme: trattare con Bruxelles un “margine di manovra” che secondo il Financial Times deve essere accordato all’Italia in quanto è già successo per Spagna, Francia e Portogallo.
“L’Unione europea deve essere comprensiva” con il governo italiano, e Matteo Renzi sa bene che questa è la soluzione visto che sta per chiedere all’Europa una flessibilità di 10 miliardi di euro.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL MODELLO SCANDINAVO COME ANTIDOTO ALLA CRISI ECONOMICA
Paradiso svedese, inferno italiano.
Il Rapporto del McKinsey Global Institute sull’impoverimento generazionale esalta il modello scandinavo come antidoto alla regressione del tenore di vita che affligge le economie più avanzate.
E mette il nostro paese all’indice, il peggiore di tutto l’Occidente per la performance economica misurata nell’arco di un decennio.
“Ad una estremità c’è l’Italia dove i redditi sono rimasti fermi o sono diminuiti per la quasi totalità della popolazione. Al polo opposto c’è la Svezia dove solo il 2% della popolazione ha avuto i propri redditi bloccati o ridotti”.
Così si legge nella recente indagine intitolata “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi).
Questa citazione si riferisce peraltro ai “redditi di mercato”, cioè prima di calcolare l’impatto degli ammortizzatori sociali, delle tasse, di tutte le politiche pubbliche sui bilanci delle famiglie.
Quel che interessa ancora di più, è il risultato finale in tasca ai cittadini, sono i “redditi disponibili”: quelli che rimangono dopo l’intervento del fisco e l’eventuale aiuto del Welfare.
Ebbene, alla fine il divario tra Svezia e Italia si accentua ancora di più.
Il ristagno o impoverimento decennale passa dal 97% fino a quasi il 100% degli italiani. Mentre per gli svedesi si scende dal 20% al 2% della popolazione “bloccata o impoverita”.
Eppure tutti i paesi esaminati nell’indagine (Nordamerica ed Europa occidentale) hanno subito lo stesso shock esterno: dopo la crisi finanziaria globale del 2008 il Pil si è ridotto in tutte le economie senza eccezione.
Il Rapporto McKinsey è molto dettagliato su ciò che fa la differenza tra i due estremi di Italia e Svezia.
Il modello svedese si fonda su una serie di ricette originali. A cominciare dai rapporti di forze sociali. “Il 68% dei lavoratori svedesi sono sindacalizzati”, un record in tutto l’Occidente.
Questo li ha resi capaci di spostare in loro favore la distribuzione nazionale del reddito, la ripartizione della “torta” fra profitti e salari.
È un tema centrale, perchè nell’insieme dell’Occidente questo è un periodo dominato da una dinamica del tutto opposta: “I profitti delle imprese sono saliti ai livelli record dagli ultimi tre decenni, +30% rispetto al 1980”.
Torna in primo piano la battaglia distributiva, che era stata al centro dell’attenzione negli anni Settanta, poi fu contrastata dal liberismo che dava la priorità alla crescita. Da Ronald Reagan e Margaret Thatcher in poi, si è imposto il dogma secondo cui non conta la diseguaglianza tra i ricchi e il resto della società , perchè “quando sale la marea alza tutti i battelli, grandi e piccoli”.
Più di trent’anni dopo, lo studioso delle diseguaglianze Thomas Piketty sconfigge il padre del neoliberismo Milton Friedman.
Un eccesso di diseguaglianze contribuisce alla “stagnazione secolare”, bloccando la crescita.
Lo stesso Rapporto McKinsey è generoso di riconoscimenti verso Piketty: a conferma che ormai l’attenzione alle diseguaglianze è trasversale, non è un tema “ideologico”. (La società McKinsey, nota soprattutto per le consulenze d’impresa, non ha fama di essere un think tank radicale).
Il modello Svezia, così come lo illustra questa indagine, contiene vari altri ingredienti che si riconducono all’importanza dell’intervento pubblico.
Sono state messe in opera “normative per proteggere i salari”. Dopo la crisi finanziaria globale il governo svedese “ha operato d’intesa con i sindacati per raggiungere accordi di riduzione temporanea degli orari di lavoro, in alternativa ai licenziamenti, in modo da mantenere alti livelli di occupazione”.
Sono state “aumentate le assunzioni con contratti a tempo determinato nei servizi pubblici”, sempre al fine di contrastare l’aumento della disoccupazione.
“Sono stati ridotti gli oneri sociali e il cuneo fiscale per le imprese. Sono stati offerti incentivi fiscali per le assunzioni di giovani e disoccupati di lungo periodo”.
Qui va precisato che, almeno in parte, l’Italia ha cambiato il suo mix di ricette in tempi recenti, ma questo non appare nel Rapporto McKinsey che si fonda prevalentemente su dati dal 2005 al 2014.
Le lezioni dalla Svezia comunque non mancano; insieme con le difficoltà ad esportarle da Stoccolma a Roma.
Da una parte il “paradiso svedese” è la conferma della bontà delle ricette keynesiane: in una recessione o in una prolungata stagnazione, lo Stato è l’unico ad avere la capacità di rianimare un’economia esangue.
La Svezia ha più autonomia nel decidere politiche di bilancio neo-keynesiane, in quanto non fa parte dell’Eurozona e quindi non è sottoposta alle stesse rigidità (rifiutò di entrare nell’euro con il referendum del 2003).
La Svezia parte anche da una situazione di bilancio molto più florida della nostra: il suo debito pubblico era inferiore al 40% del Pil prima della grande crisi, è aumentato da allora, ma rimane ben inferiore ai livelli italiani. Ha un’evasione fiscale tra le più basse del mondo; e una spesa pubblica notoriamente efficiente, poco viziata da clientelismi e sprechi.
Un modello davvero, in tutti i sensi.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
“SIAMO BLOCCATI DALLA PAURA”
L’Istat e la Banca d’Italia l’hanno messo nero su bianco: il Pil ha registrato una crescita nulla nel
secondo trimestre e il debito pubblico, tallone d’Achille dell’economia italiana, ha toccato un nuovo record, a 2.248,8 miliardi.
L’economia italiana arranca e la crescita è una chimera.
Perchè?
“Sono finiti gli 80 euro e la ripresa Renzi-Marchionne si è fermata”, spiega l’economista Giacomo Vaciago, in un’intervista all’Huffington Post.
Il futuro è tutt’altro che roseo: “Sui prossimi mesi – sottolinea il professore – non c’è da stare ottimisti: l’effetto Brexit non l’abbiamo ancora visto sul secondo trimestre, inciderà sul terzo”.
Partiamo dai dati di oggi. Impietosi. Cosa non ha funzionato nelle politiche del governo Renzi?
“È mancato il passaggio del testimone tra il settore dell’auto, che ha trascinato la ripresa nel 2014-2015, al resto dell’economia. Se si va a vedere la produzione industriale, che è la locomotiva, si vede che si è fermata nel secondo trimestre. Sono finiti gli 80 euro e la ripresa Renzi-Marchionne si è fermata. Gli investimenti non sono stati contagiati e la ripresa si è fermata”.
È un trend che andrà peggiorando nei prossimi mesi?
“Il terzo trimestre è già iniziato male. Non vedremo ottimi numeri nella produzione industriale di luglio e agosto, ma il problema è settembre. A settembre ci arriviamo con l’ottimismo o si accumulano nuova paura e pessimismo? Andiamo avanti con il terrorismo o si calma? La probabilità di trovare un lavoro di un giovane a che punto è? Se ne deve andare o può restare in questo Paese?”.
Difficile rispondere a questi interrogativi. Cosa servirebbe?
“È chiaro che abbiamo bisogno assolutamente di una politica che dia nuova fiducia e di altre riforme, non solo quella del Jobs act, che è stata utile, ma i benefici li abbiamo già visti”.
Il cantiere del Governo sulle riforme è attivo. È sufficiente il lavoro che sta facendo?
“La ministra Madia ha promesso una pubblica amministrazione efficiente. È un miracolo. Quando incominciamo? Negli ultimi mesi abbiamo avuto paura di tutto, del terrorismo, dell’uscita inglese. Abbiamo subito una serie di shock negativi e il governo non è stato rapido a dare reazioni positive”.
Superare la paura, quindi. Come?
“Bisogna dare coraggio a chi è rimasto in Italia e rendere attraente il Paese per chi se ne è andato. Servono riforme che rendano il Paese attraente. La riforma Madia è una buona riforma, ma da che giorno entra in funzione? Per ora è per metà sulla Gazzetta ufficiale, ma non basta. L’unica vera riforma che è andata oltre la Gazzetta ufficiale è stata il Jobs act. È troppo poco. Le riforme utili sono quelle dalla Gazzetta ufficiale in poi. Bisogna lavorarci su un bel po’ e realizzare le cose”.
Che Italia è quella di oggi?
“In questo momento ci sono tre Italie. Una che non è mai andata così bene, che cresce in tutto il mondo e cresce più fuori che in Italia. Una è disoccupata e spera in un santo che la aiuti. Una tira a campare, ma ha paura. La media è vicina allo zero”.
Cosa ci aspetta nei prossimi mesi?
“Non c’è da stare ottimisti perchè il 23 giugno gli inglesi hanno fatto casino. L’effetto Brexit non l’abbiamo visto nei dati del secondo trimestre, inciderà sul terzo. Difficile essere ottimisti se il Governo non inventa qualcosa che faccia ripartire l’economia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
“PREOCCUPA IL CALO DELL’EXPORT”
Pil fermo al palo e debito pubblico al nuovo massimo storico, ma i problemi che attanagliano l’economia italiana travalicano la dimensione nazionale: la partita si gioca in Europa.
È lì che “il governo Renzi ha sbagliato perchè avrebbe dovuto ridiscutere la nostra posizione piuttosto che preoccuparsi di ottenere margini di flessibilità ”.
L’economista Luigi Zingales, professore alla University of Chicago Booth School of Business, legge così, in un’intervista all’Huffington Post, i dati resi noti oggi dall’Istat e dalla Banca d’Italia.
L’economia italiana piange: crescita nulla e un debito pubblico che aumenta invece di calare. Come lo spiega?
“I dati sono chiaramente preoccupanti: quello più preoccupante è il calo dell’export. L’export negli anni della crisi è stata la componente della domanda che ha sostenuto la nostra economia. In una fase in cui l’euro era più debole del dollaro, ci saremmo aspetti un aumento dell’export, non una riduzione”.
Cosa manca?
“C’è una carenza di domanda a livello europeo. Assistiamo a una deflazione, a livello europeo, che non sembra essere stata risolta dal quantitative easing e dalla Bce. Mi sembra che la Bce abbia sparato tutte le cartucce e a questo punto siamo di fronte alla necessità di avere una politica fiscale europea. Qui casca l’asino però perchè la politica fiscale non c’è perchè non c’è un governo europeo”.
Leggendo i dati dell’Eurostat, l’Italia sta peggio rispetto a molti Paesi europei: Germania, ma anche Spagna.
“Il problema di fondo è che l’Italia è in crisi da vent’anni. La Spagna ha avuto una grande crescita negli anni 2000 e poi una grande crisi. L’Irlanda ha ripreso a crescere a ritmi straordinari. Il nostro problema non dipende dal fatto che al governo ci sia Berlusconi, piuttosto che Letta o Renzi. C’è un problema di fondo. Per esempio molti si sono appigliati al fatto che bastava aumentare la flessibilità del lavoro, ma si è fatto e la situazione non è cambiata”.
Cosa servirebbe all’economia italiana?
“Serve quella che io chiamo la flessibilità del capitale, cioè la flessibilità della capacità di spostare gli investimenti e i capitali da imprese che oggi sono marginali a imprese che sono più dinamiche. Serve una maggiore capacità di crescere, che significa anche tagliare i rami secchi. Questa dinamicità in Italia si è persa ed è un grande ostacolo per la crescita”.
Cosa aggiungerebbe alla ricetta per guarire il malato Italia?
“Una riduzione generalizzata del costo di fare impresa. Uno va in Austria e costa molto meno, costa molto meno anche in Slovenia. Perchè i nostri imprenditori devono stare in Veneto quando possono andare in Slovenia e stare molto meglio?”.
Qual è la freccia che è mancata nell’arco di Renzi?
“Il governo Renzi avrebbe dovuto cercare di ridiscutere la nostra posizione in Europa. Noi siamo in una situazione insostenibile. Un’Unione monetaria non è sostenibile senza una qualche forma di ridistribuzione fiscale”.
Il governo italiano in cosa ha sbagliato?
“Fino ad ora il governo italiano si è più preoccupato di ottenere margini di flessibilità piuttosto che ridiscutere la situazione dall’inizio. La Germania non ci sente: non solo ha negato la promessa di fare una garanzia unica sui depositi, ma ha imposto nuove condizioni e quando si vogliono imporre nuove condizioni significa che le cose non si vogliono fare. A questo punto ci dicano loro cosa sono disponibili a fare: se la risposta è niente, allora la sopravvivenza dell’area euro è in bilico”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
CI SI ATTENDEVA UN + 0,1% – +0,2%… IL GOVERNO DOVRA’ RIVEDERE AL RIBASSO LE PREVISIONI 2016
La crescita italiana non si è limitata a rallentare, come gli ultimi dati Istat su produzione
industriale e esportazioni facevano presagire, ma si è del tutto fermata. Nel secondo trimestre, stando alla stima preliminare diffusa venerdì mattina dall’istituto di statistica, il pil corretto per gli effetti del calendario è infatti rimasto al palo: +0%.
Peggio di quanto temeva il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che il 27 luglio ha ammesso la frenata ma ha detto di attendersi un “+0,1/+0,2%”.
Preoccupa soprattutto il fatto che dietro la variazione nulla c’è un calo del valore aggiunto dell’industria, mentre agricoltura e servizi hanno tenuto.
La battuta d’arresto, dopo il risicato +0,3% dei primi tre mesi, arriva peraltro mentre il resto della Ue rallenta ma non inchioda, mettendo a segno un +0,4% contro il +0,5% del primo trimestre, e l’Eurozona vede il pil progredire dello 0,3% a fronte del +0,6% dei primi mesi dell’anno.
Bene la Germania, che ha registrato un +0,4%, sopra le attese degli analisti che si aspettavano un +0,2%, e il Regno Unito a +0,6 per cento.
Ferma come Roma, invece, Parigi. Di fronte al brusco stop, il governo Renzi dovrà necessariamente tagliare le stime di crescita sull’intero 2016 contenute nel Def, che erano di un +1,2%.
“In calo il valore aggiunto dell’industria”
La variazione acquisita per quest’anno, ovvero la crescita che si registrerebbe se nei prossimi mesi ci fosse una variazione congiunturale nulla, è secondo l’Istat dello 0,6%.
Nel 2015, come è noto, l’Italia è cresciuta dello 0,6% (dato corretto per gli effetti del calendario), risultato di performance decrescenti di mese in mese: +0,4% nel primo trimestre, +0,3 nel secondo, +0,2 nel terzo e +0,1 nel quarto.
Tornando al dato del secondo trimestre 2016, quel +0% è “la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. Il progresso rispetto allo stesso periodo del 2015 è stato dello 0,7%.
L’analisi di Nomisma:
“Confermate le difficoltà di lungo periodo dell’Italia. Si riduce lo spazio per una manovra espansiva” — “In un panorama economico internazionale che si è fatto più complicato, l’Italia conferma le sue difficoltà di lungo periodo”, commenta Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, facendo notare che preoccupa sopratutto il calo del valore aggiunto dell’industria, mentre dal lato della domanda il contributo della componente nazionale è lievemente negativo. Per l’ennesima volta, insomma, a tenere è solo la componente estera netta, favorita però soprattutto dal prezzo ancora debole dell’energia. In questo quadro, secondo il centro studi bolognese, si riduce ulteriormente lo spazio per varare una manovra espansiva in autunno e “non c’è alternativa a una politica economica nel segno delle misure strutturali e del recupero della competitività erosa da troppi anni di timidezza”.
La Germania meglio delle attese. Parigi ferma come Roma
Sempre venerdì sono stati resi noti anche i numeri sulla crescita tedesca, francese, inglese e statunitense. La performance della Germania tra aprile è giugno è stata del +0,4%, superiore alle attese anche se in netto calo rispetto al +0,7% del trimestre precedente. Su base annua il dato corretto rispetto all’inflazione è aumentato del 3,1%, il miglior risultato degli ultimi 5 anni. A spingere l’economia, spiega l’istituto di statistica nazionale tedesco Destatis, sono stati il saldo tra importazioni ed esportazioni, i consumi delle famiglie e la spesa pubblica. Per contro, la debolezza degli investimenti ha influito negativamente sul dato finale.
Il Regno Unito mette a segno un +0,6% nel trimestre culminato con la Brexit –
Nel trimestre che si è concluso con il referendum sulla Brexit ha fatto meglio il Regno Unito, con un +0,6%. Crescita zero, come per l’Italia, in Francia, duramente colpita dalle conseguenze degli attentati terroristici.
Gli Stati Uniti hanno invece registrato un +0,3%. In termini tendenziali, cioè rispetto allo stesso periodo del 2015, si è registrato un aumento del 2,2% nel Regno Unito, dell’1,4% in Francia e dell’1,2% negli Stati Uniti.
Eurozona più lenta dell’intera Ue
Nel complesso, il pil dei Paesi Ue nel secondo trimestre è aumentato dello 0,4% contro il +0,5% dei primi tre mesi, mentre quello dell’Eurozona dello 0,3% rispetto al trimestre precedente quando il progresso era stato dello 0,6%.
Rispetto allo stesso periodo del 2015, la crescita è stata dell’1,6% nell’area euro e dell’1,8% per l’Unione a 28.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile
DAL DOPOGUERRA NON SI ERA MAI VISTO UN CROLLO COME QUELLO DEGLI ANNI SCORSI
Due elettori mediani commentano il fatto politico del giorno: “Hai visto che scandalo? Poi dicono
che c’è la crisi! Ma il problema è che se sò magnati tutto…”.
L’amico, sconsolato: “Che ci vuoi fare: ogni popolo ha i politici che si merita…”.
Su queste parole i due si congedano, ebbri di assolutoria autocommiserazione. Ognuno di noi ha assistito a simili siparietti. Qualcuno invece potrebbe essersi perso un fatto che apparentemente non ha nulla a che vedere con quanto precede.
Il 5 agosto scorso, alle 12:19, l’Ansa ha twittato: “Istat, economia frena, meglio ultimi mesi”.
Frenare, in italiano, significa diminuire la propria velocità . Letto così, il lancio sembrerebbe indicare che l’economia italiana cresca di meno (freni), ma che negli ultimi mesi la situazione stia migliorando (cioè si stia tornando a crescere di più).
Nei dati leggiamo che a giugno l’indice della produzione industriale (Ipi) è diminuito dello 0,4%, mentre a maggio la diminuzione era stata dello 0,6%.
L’Ansa ha ragione: la velocità dell’economia italiana è diminuita. Quindi tutto bene? Non me ne voglia l’agenzia di stampa, ma direi di no. Non stiamo andando “meglio” (crescendo di più): stiamo andando “meno peggio” (diminuendo di meno).
Non stiamo frenando: stiamo andando a marcia indietro, e questa non è una sfumatura, ma un fallimento epocale.
Renzi è in carica dal febbraio 2014, quando l’indice della produzione industriale era a 91,6.
Ventotto mesi dopo l’indice è a 91,8: un aumento dello 0,2%, e questo mentre l’Unione Europea, nostro principale cliente, è ripartita, passando dall’1,4% al 2% di crescita fra 2014 e 2015.
Certo, nessuno si aspetta che oggi la produzione industriale possa raddoppiare in un decennio, come al tempo del miracolo economico (fra 1955 e 1965), con un paese da ricostruire. Ma il -18% del decennio 2005-2015 è una catastrofe senza precedenti.
Negli ultimi 64 anni le due annate più infauste per l’Ipi sono state il 2009 (-19%) e il 1975 (-9%). La terza ce l’ha regalata Monti (-6% nel 2012), riportando l’indice ai valori di 26 anni prima (ma questo i media ce l’hanno taciuto, vantando i successi delle “riforme”).
Da quando siamo nell’euro, un anno su due è stato in rosso (ci verrebbe un bel titolo, che nessun giornale ha mai scritto).
Le recessioni, naturalmente, ci sono sempre state: il problema è che oggi non ci sono le riprese.
Questo non è un caso: è il cambio rigido, che in caso di crisi costringe a tagliare i salari per recuperare competitività .
Rendere i lavoratori ricattabili col Jobs act facilita il compito.
Incassata questa “riforma” la Confindustria ricambia il favore al governo: i suoi economisti elogiano la riforma costituzionale, con uno studio sbriciolato da Massimiliano Tancioni sul “Menabò di etica ed economia” (cosa che la stampa allineata non credo vi abbia detto).
Quanto agli industriali, poverini, loro proprio non arrivano a capire che dipendenti sottopagati sono clienti col braccino corto: distruggere il mercato interno per inseguire quello estero non è una buona idea, e il fallimento di Renzi è tutto in questa frase (che lui non capirebbe, e che chi lo circonda, occupato a mettersi in salvo, non ha tempo di spiegargli).
I danni dell’euro sono ormai conclamati. L’ultimo rapporto sui mercati esteri del Fondo monetario internazionale, pubblicato il 27 luglio, è cristallino: a 17 anni dall’adozione, l’euro è ancora troppo forte di circa il 5% per Italia e Francia, e troppo debole di circa il 15% per la Germania (nessun giornale italiano ve l’ha detto, ma ai francesi ne ha parlato il Figaro).
Non a caso il 29 aprile il dipartimento del Tesoro americano ha messo la Germania nella lista dei manipolatori di valute (cosa che avete letto solo qui).
I nostri media, però, continuano tetragoni a ripeterci che ci siamo scelti degli ottimi compagni di strada (sarebbero quelli della Volkswagen, per capirci), e che se non ce la facciamo è colpa nostra.
Il grafico è eloquente: gli episodi di contrazione prolungata dell’Ipi sono tre, e coincidono con l’entrata nel Sistema Monetario Europeo (inizio degli anni ’80), con il suo irrigidimento (inizio degli anni ’90) e con l’entrata nell’euro (dal 1999).
È naturale che in un paese esportatore come il nostro l’eccessiva rigidità del cambio porti con sè de-industrializzazione. Porta anche accresciuta mobilità dei capitali, che fa molto comodo all’industria finanziaria. Insomma: alle banche.
Come dimostra Luigi Zingales sul blog dell’Università di Chicago, queste controllano in vari modi i giornali, con l’unica eccezione del Fatto Quotidiano (ipse dixit).
Sarà per questo che qui ogni tanto trovate notizie non allineate. Torno al punto: per scegliere bene i politici, gli elettori hanno bisogno di informazioni corrette, senza le quali la democrazia non funziona.
Se siamo nei guai, quindi, non è solo per colpa dei politici che ci siamo scelti noi (e che quindi ci meriteremmo), ma anche per colpa dei media che ci hanno scelto le banche (e che forse non ci meritiamo).
Non è insomma colpa loro se, bombardati dal messaggio che “va tutto bene”, gli italiani non riescono a scegliere politici che facciano anche i loro interessi, e non solo quelli della finanza internazionale.
Parafrasando Brecht: “Sventurata la democrazia che ha bisogno di blogger”.
Alberto Bagnai
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile
“DALLE BANCHE ITALIANE LA PROSSIMA CRISI IN EUROPA… CE’ UNA VIA D’USCITA: SOLDI PUBBLICI COME VUOLE RENZI
L’immagine di copertina è tutto fuorchè incoraggiante: un pullman dipinto con i colori della bandiera italiana, in bilico su un burrone e con una inequivocabile scritta sulla fiancata: “Banca”.
Nel suo ultimo numero, l’Economist mette in guardia sulla fragilità del nostro sistema bancario definendolo “traballante” e possibile causa della “prossima crisi europea”.
Ma se da lato il settimanale economico definisce il nostro Paese “la quarta maggiore economia e una delle più deboli”, mettendo in evidenza tra i rischi principali proprio la montagna di sofferenze bancarie che riempiono i bilanci delle banche e che sono all’origine delle turbolenze che hanno colpito alcuni istituti, Monte dei Paschi in testa, dall’altra – un po’ sorprendentemente – il giornale delinea come possibile soluzione proprio la via che il governo italiano sta cercando di battere a Bruxelles, scontrandosi però con il veto – per via indiretta – della Germania.
Quella di un intervento pubblico nel capitale delle banche in difficoltà , sospendendo però le nuove regole sui salvataggi bancari – il cosiddetto bail in – che prevedono che a pagare il conto siano anche azionisti, obbligazionisti e in ultimi istanza anche correntisti sopra i 100 mila euro.
“Le pressioni del mercato sulle banche italiane non diminuiranno finchè la fiducia non verrà ristabilita e ciò non succederà senza fondi pubblici.
Se le regole sul bail-in verranno applicate con rigidità in Italia, le proteste dei risparmiatori mineranno la fiducia e apriranno le porte del potere ai movimento Cinque Stelle”, scrive l’Economist.
L’argomentazione del settimanale economico è questa.
Il combinato disposto delle ferree regole di bilancio e le nuove norme sui salvataggi bancari arrivate – si sottolinea – “dopo che altri Paesi avevano salvato con soldi pubblici le banche” rischia di alimentare l’idea “che l’Italia ottenga scarsi benefici dalla supposta condivisione dei rischi all’interno dell’Eurozona, ma sia allo stesso danneggiata dai molti vincoli che deve rispettare”.
Il pericolo più grande è alle porte: “Se gli italiani dovessero perdere fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe”.
Per questo, continua l’Economist, “non c’è motivo di rispettare alla lettera le regole. se questo dovesse mettere a rischio la moneta unica”. Quindi “la risposta giusta è autorizzare il governo italiano a finanziare i meccanismi di difesa delle sue banche vulnerabili con capitali pubblici che siano sufficienti per placare i timori di una crisi sistemica”.
L’Italia, continua il giornale, “ha comunque bisogno urgentemente di fare piazza pulita nel settore bancario. Con i capitali che fuggono e un fondo di salvataggio finanziato dalle banche stesse già ampiamente esaurito, ciò necessiterà una iniezione di denaro pubblico”, cosa appunto proibita dalle nuove regole dell’Eurozona.
L’Economist giudica “buone” le nuove regole sul bail-in, ma ricorda la particolarità del caso italiano, dove oltre 200 miliardi di titoli bancari sono in mano a piccoli investitori, non ad investitori istituzionali che conoscono i rischi, come nella maggior parte dei Paesi europei.
“Obbligare gli italiani comuni ad accollarsi di nuovo le perdite danneggerebbe pesantemente il premier Matteo Renzi, facendo svanire la sua speranza di vincere il referendum sulle riforme costituzionali in autunno. Renzi vuole che le regole siano applicate con flessibilità “, conclude il settimanale.
Per questo, la ricetta dell’Economist è chiara: “per dare alle norme sul bail in una opportunità maggiore di essere messe in atto in futuro, doverebbero essere cambiate escludendo gli investitori privati che detengono questi titoli” dai soggetti coinvolti nel salvataggio.
(da “Huffingtonpost“)
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