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LA TAV SI RIDUCE, NON SARA’ REALIZZATA LA GALLERIA DA 20 KM A TORINO

Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

CAMBIA LA TRATTA: “COSTERA’ 2,6 MILIARDI IN MENO”

Meno tunnel, utilizzo e adeguamento delle linee esistenti e, soprattutto, meno spese per lo Stato.
Il progetto della tratta nazionale della Torino-Lione, quella che da Bussoleno scende verso il capoluogo e raggiunge Settimo, è stato «revisionato» rispetto al preliminare del 2011 e il costo degli interventi scende da 4,3 a 1,7 miliardi.
È stato il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ad annunciare il cambio di passo: «Non sono arretramenti ma adeguamenti, e sono un’intelligente rivisitazione dei progetti per fare le opere nei tempi giusti, con i costi minori e che siano davvero utili».
Che cosa cambia?
La tratta nazionale di avvicinamento al tunnel di base della Torino-Lione è lunga 57,1 chilometri.
Da Bussoleno a Buttigliera resta confermato l’adeguamento della linea esistente lunga 23,5 chilometri.
A Buttigliera partiranno i cantieri dell’unica parte che sarà  costruita ex novo ma invece di 20,5 chilometri di galleria (tradizionale e artificiale) ne saranno realizzati solo 14 per arrivare nello scalo merci di Orbassano ad oggi scarsamente utilizzato. Una parte dei binari, dunque, sarà  ammodernata per permettere di raggiungere lo scalo cittadino di San Paolo.
Merci e passeggeri, poi, con l’adeguamento del passante ferroviario raggiungeranno la stazione di Torino Stura da dove i treni potranno immetteranno direttamente sulla rete ad alta velocità  verso Milano.
In questo modo non sarà  più realizzata la gronda merci, quasi 20 chilometri di galleria da scavare – costo stimato 1,3 miliardi – a Torino nella zona periferica di corso Marche e in alcuni quartieri densamente abitati di Collegno, Venaria e Settimo.
Tutte gli interventi dovranno essere ultimati nel 2030 quando entrerà  in funzione la nuova linea. Allora sarà  possibile collegare Torino e Lione in 1 ora e 56 minuti (oggi servono 3 ore e 43 minuti). Il tempo di viaggio tra Torino e Parigi scenderà  da 5 ore e 5 minuti a 3 ore e 26 minuti.
Il caso vuole che il documento sia stato approvato dall’Osservatorio della Torino-Lione il 20 giugno a poche ore dalla vittoria di Chiara Appendino, prima sindaca Cinquestelle del capoluogo piemontese contraria, come tutti i grillini, alla Tav.
Per loro e per il movimento valsusino l’opera resta inutile e costosa.

Maurizio Tropeano
(da “La Stampa”)

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LA STERLINA CONTINUA A CROLLARE, PIAZZA AFFARI TORNA IN ROSSO CON LE BANCHE

Giugno 27th, 2016 Riccardo Fucile

GOVERNO PENSA A INTERVENTO DA 40 MILIARDI

Un’apertura in ordine sparso, poi la virata in negativo per tutte le borse europee dopo un fine settimana passato a smaltire lo shock della vittoria della Brexit al referendum inglese.
Maglia nera ancora Milano, che subito dopo un esordio piatto ha iniziato a cedere terreno appesantita ancora dalle banche che venerdì avevano fatto crollare il listino di uno storico -12,5%.
Ubi e Mediobanca a metà  mattinata sono arrivate a crollare di oltre l’8%, Monte dei Paschi di Siena e Intesa Sanpaolo di più del 7%, Unicredit del 6%.
I titoli degli istituti di credito sono oggetto di sospensioni continue per eccesso di volatilità . Francoforte, Londra e Parigi si mantengono invece in lieve calo, come in apertura.
Madrid, che in apertura registrava un +2,5%, è passata in rosso poco prima delle 11. La Borsa di Tokyo aveva terminato la prima seduta della settimana con il segno più, dopo lo scivolone di venerdì: l’indice Nikkei ha messo a segno un rialzo del 2,39%.
Sterlina ancora a picco
I mercati restano in attesa di comprendere tempistiche e conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, nel giorno in cui Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande si vedranno a Berlino per stabilire una posizione comune su come affrontare la crisi.
Il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, dovrebbe tenere un discorso questa mattina per tentare di rassicurare i mercati finanziari. La sterlina però è crollata ancora: dopo il -10% di venerdì scorso, quando è arrivata al minimo da 31 anni nonostante gli interventi della Bank of England per sostenerla, la valuta britannica perde un ulteriore 2% in partenza arretrando a quota 1,3404 sul dollaro e dell’1,3% a 1,2153 sull’euro.
Il piano del governo per aggirare le norme Ue entrando nel capitale delle banche
Dopo i tonfi di venerdì, domenica si erano diffuse indiscrezioni su un presunto piano del governo Renzi per intervenire a gamba tesa entrando addirittura nel capitale degli istituti più deboli con un intervento da 40 miliardi.
Operazione delineata in un editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, in cui l’economista ipotizzava l’acquisto di azioni da parte dello Stato a dispetto della nuova normativa europea sul bail in.
Questo invocando il ricorso a “strumenti alternativi” al salvataggio a carico di azionisti e obbligazionisti, consentito in caso di “stress sistemici straordinari“.
Lunedì’ Bloomberg dà  credito alla notizia, citando “una fonte che ha chiesto di non essere identificata perchè i negoziati sono riservati”. Secondo l’agenzia, “il governo sta valutando misure da 40 miliardi di euro” e “potrebbe supportare il credito fornendo capitali o garanzie“. L’ammontare “è ancora in fase di discussione e una decisione finale non è stata presa”.
Spread poco mosso grazie alla Bce
Sul fronte del mercato obbligazionario, partenza poco mossa per il differenziale di rendimento (spread) tra Btp e Bund tedesco, che in avvio segna quota 163 punti contro i 160 della chiusura di venerdì. I titoli di Stato decennali italiani rendono l’1,55 per cento. Il piano di acquisti della Banca centrale europea rende del resto in questa fase praticamente impossibili tensioni significative sui debiti sovrani come quelle del 2011.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA AL NOBEL DEATON: “SE LONDRA USCIRA’ DALL’EUROPA A PAGARE IL CONTO SARANNO I PIU’ POVERI”

Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile

“IL MONDO NON SARA’ PIU’ LO STESSO, L’AUMENTO DEI DISOCCUPATI FARA’ ESPLODERE LE DISEGUAGLIANZE”

“Se vincerà  la Brexit il mondo non sarà  più lo stesso». Lo scozzese Angus Deaton, Premio Nobel per l’economia 2015 per i suoi studi su diseguaglianza e povertà , in questi giorni si trova in Italia, a Iseo, per la Summer School, il corso di studi che ogni anno riunisce oltre 70 giovani laureandi da molti Paesi del mondo per assistere alle lezioni di diversi Premi Nobel. La possibile uscita di Londra dall’Ue lo preoccupa.
Come cambierà  il mondo con la Brexit?
«Negli ultimi 40 anni il mondo è diventato più uguale. Le diseguaglianze si sono ridotte e una grande fetta delle classi più povere è ascesa a classe media. Questa evoluzione però non è dovuta alle decisioni della politica ma è un effetto della crescita economica e della globalizzazione. Ora lo sviluppo economico sta via via perdendo velocità . Allo stesso tempo stanno aumentando le diseguaglianze all’interno dei singoli Paesi. È un paradosso. E la Brexit aumenterà  maggiormente le disuguaglianze nei Paesi».
Che cosa succederà  dopo il 23 giugno?
«Difficile fare previsioni. Tanto che non ci sono piani specifici dei governi sullo scenario di una possibile uscita inglese. E’ pensabile che l’economia della Gran Bretagna rallenterà  con un conseguente calo dell’occupazione. A rimetterci saranno probabilmente le classi meno agiate che soffriranno decrescita e disoccupazione».
A votare per la Brexit sono soprattutto i meno abbienti. Quali sono le loro ragioni?
«Chi vuole l’uscita dalla Ue lo fa perchè non ha visto un miglioramento nella propria condizione economica e avverte un disagio per la diseguaglianza. Pagheranno con il portafoglio il loro voto. La Brexit potrebbe paradossalmente peggiorare questo quadro. Le ragioni del rifiuto per l’Europa vanno però anche cercate nella delusione per la politica tradizionale che non ha saputo trovare risposte giuste su temi come la crisi economica e l’immigrazione. Non sono però soltanto le classi meno agiate che vedono con favore un addio di Londra alla Ue. Il malessere è in tutti gli strati della società . Domina la paure per il futuro e i timori per le incertezze su quello che sarà  il domani dei più giovani».
Si deciderà  una partita importante per l’idea che abbiamo dell’Europa. Che futuro vede per l’euro?
«Penso avrà  una chance soltanto se ci muoveremo verso gli Stati Uniti d’Europa ma per arrivare a questa tappa occorre che i Paesi siano disposti a rinunciare a parte della loro indipendenza. E in questa fase non sembra sia così».
Cosa cambierà  nelle politiche di Londra in caso di Brexit?
«Di sicuro il governo britannico acquisirà  più controllo sulla questione dell’immigrazione. È un tema che spaventa molto e che chiede risposte immediate».
Qual è il rischio più grande che corre l’Unione Europea ?
«C’è un susseguirsi di eventi che potrebbe derivare dall’addio di Londra. All’uscita britannica potrebbe seguire una separazione dall’Unione anche dei Paesi del Nord, quelli scandinavi in particolare. A questo si aggiunge la possibile elezione di Trump in America che porterebbe a un mix pericoloso. Il rischio peggiore per l’Europa è di fare un rovinoso salto indietro fino agli anni ’30 del Novecento, quelli che hanno preceduto l’avvento di Hitler e la Seconda Guerra Mondiale».
Qual è la sua previsione, chi vincerà ?
«L’esito è ancora tutto aperto. Difficile capire cosa davvero uscirà  dall’urna e la confusione che vediamo nei sondaggi non aiuta. Quello che mi auguro è che alla fine prevalga il Remain, il voto per restare».

Sandra Riccio
(da “La Stampa”)

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CHE COS’E’ IL TTIP, COSA PREVEDE E PERCHE’ STA FACENDO DISCUTERE

Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile

POTREBBE CAMBIARE IL COMMERCIO E LA VITA DEI CITTADINI USA E UE… LE TANTE INCOGNITE TRA OPPORTUNITA’ E RISCHI

Rivoluzionario o dannoso. Opportunità  o condanna.
Il dibattito sul Ttip si fa sempre più acceso; è materia complessa, ma toccando da vicino la vita dei cittadini merita di essere approfondita.
In attesa di capire gli sviluppi delle trattative, abbiamo provato a fare chiarezza sui contenuti, sui nodi ancora aperti e soprattutto sulle ragioni dei favorevoli e contrari.
CHE COS’È  
Il Ttip letteralmente “Transatlantic Trade and Investment Partnership” in Italiano viene definito “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”.
È un accordo commerciale tra Gli Stati Uniti e l’Europa che prevede di integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche (i dazi) e quelle non tariffarie (regolamenti, norme e standard).
L’obiettivo è consentire la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.
TEMPI E PASSAGGI PER L’APPROVAZIONE  
Le trattative sono iniziate nel 2013 e sono tuttora in corso.
L’obiettivo (non dichiarato) è quello di arrivare alla firma definitiva prima delle presidenziali Usa previste per l’8 novembre, ma viste le criticità  che sono emerse negli ultimi mesi sembra davvero difficile che questo possa accadere.
Usa e Ue stanno lavorando per giungere almeno a un documento di impegno condiviso.
Se si concretizzerà  la firma, il Ttip dovrà  essere sottoposto al Parlamento europeo e, in caso di parere favorevole, ai 28 Stati membri dell’Ue che avrebbero facoltà  di bloccarlo.
LE RAGIONI DEI FAVOREVOLI  
Usa e Ue insieme rappresentano un mercato che vale il 50% del Pil mondiale (e oltre il 30% del commercio). Eliminare le barriere sarebbe l’opportunità  di dare vita alla più grande area di libero scambio del mondo (800 milioni di consumatori).
Una condizione fondamentale per far ripartire i consumi, favorire l’export e aumentare il livello di occupazione.
LE RAGIONI DEI CONTRARI  
Un mercato globale così vasto non giocherebbe a favore di aziende, consumatori e ambiente perchè porterebbe a un impoverimento della legislazione europea in materia di tutele.
In particolare sarebbero a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle piccole e medie imprese minacciata dallo strapotere delle multinazionali Usa.
I PUNTI CRITICI  
– Ricadute sul Pil
– Cibo e sicurezza alimentare
– Tutela dei prodotti tipici e del “Made in”
– Diritti dei lavoratori e occupazione
– Ambiente
– Controversie legali
– Farmaci
– Cosmetica, chimica e principio di precauzione
RICADUTE SUL PIL  
I fautori del Ttip prevedono una ricaduta sul Pil (al 2027) tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa.
Uno studio del “Centre for Economic Policy Research” di Londra realizzato per la Commissione Ue ha stimato che l’aumento del Pil significherebbe una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia (ogni anno).
Ma ci sono analisi che dicono il contrario.
Il centro di ricerche austriaco Ofse per esempio stima che l’accordo farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno.
CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE  
Oggi i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa sono proibitivi. Ci sono casi di attesa fino a 12 anni e i dazi talvolta rendono anti-economica l’operazione (per alcuni prodotti si supera il 100%).
Il timore però è che l’abbattimento delle barriere apra le porte a prodotti Usa che finora sono vietati: verdure ogm, carne con ormoni e antibiotici, verdure trattate con pesticidi. In generale il rischio è quello di andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari perchè la legislazione Usa è meno stringente di quella europea rinunciando a etichettatura e tracciabilità  dei prodotti. L’eurodeputato del Pd e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale per la trattativa, Paolo De Castro, però assicura: «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione».
TUTELA DEI PRODOTTI TIPICI E DEL “MADE IN”  
Secondo i favorevoli, il Ttip offrirebbe una forte opportunità  per l’export verso gli Usa anche e soprattutto per quei Paesi che hanno produzioni di qualità  in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, ma anche il cibo e il design.
Per il fronte del no l’apertura delle frontiere e la revisione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità  che si vedrebbero schiacciati dal peso della grandi multinazionali. Sempre il centro di ricerche austriaco Ofse calcola che nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’inevitabile invasione di prodotti made in Usa.
DIRITTI DEI LAVORATORI E OCCUPAZIONE
Nelle intenzioni dei promotori l’allargamento dei mercati dovrebbe provocare un aumento dell’occupazione snellendo le procedure e favorendo lo spostamento di forza lavoro.
Il fronte del no invece ritiene che questo metta a rischio i diritti dei lavoratori che notoriamente nel vecchio continente godono di tutele e condizioni migliori. Su questo punto i promotori stimano che l’aumento delle produzione e quindi la ricchezza derivata sarebbe tale da compensare eventuali perdite in materia di diritti.
Sul tema è intervenuta anche Tiziana Beghin, capo delegazione del M5S al Parlamento europeo: «Pensate al “Nafta” (il North American Free Trade Agreement, ndr). Negli Stati Uniti invece dei 500 mila posti di lavoro in più, ce ne sono stati un milione in meno. E in Messico nel solo settore agricolo si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, spazzati via dalla produzione dei grandi agro-business. Questo è quello che succede quando si mettono due sistemi diversi a competere». E anche il centro di ricerche austriaco Ofse stima che l’occupazione non aumenterebbe.
AMBIENTE  
Oltre al tema del cibo e della sicurezza alimentare, l’approvazione del Ttip potrebbe interessare anche l’ambiente e il mondo dell’energia. Per esempio Usa e Ue hanno normative molto diverse in tema di estrazioni. Greenpeace denuncia che l’apertura del nuovo mercato globale potrebbe causare l’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking o ancora facilitare l’esportazione da sabbie bituminose (tecniche ad alto impatto ambientale). Anche Legambiente ha espresso forti perplessità  sul Ttip invitando alla mobilitazione.
CONTROVERSIE LEGALI  
Un’altra novità  sarebbe la creazione di appositi tribunali speciali (Isds) che avrebbero il compito di risolvere le controversie (sul trattato) tra aziende straniere e governi nazionali senza doversi affidare alla giustizia ordinaria.
«Un nuovo sistema giudiziario, gestito da giudici nominati pubblicamente e soggetto a regole di controllo e di trasparenza — si legge nel documento approvato dai parlamentari Ue – dovrebbe sostituire le corti arbitrali private».
Un modo per snellire e le procedure e accorciare i tempi, ma secondo i contrari al Ttip la forza delle multinazionali potrebbe falsare la concorrenza. Una grande azienda statunitense potrebbe infatti citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità , cosa impossibile per una piccola media impresa.
FARMACI  
I sostenitori del Ttip sostengono che una collaborazione tra la Food and Drug Administration (Usa) e la European Medicines Agency (Ue) migliorerebbe la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici: negli Usa per esempio protesi e valvole cardiache sono soggette a normative molto stringenti.
Chi si oppone al Trattato invece reputa l’apertura del mercato molto rischiosa: in Europa i prezzi vengono stabiliti tra case farmaceutiche e governi, in più i principi attivi alla scadenza dei brevetti possono essere utilizzati per dar luogo a medicinali generici. In futuro la pressione delle grandi case farmaceutiche Usa potrebbe impedirlo.
COSMETICA, CHIMICA E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Anche nel campo della cosmetica i promotori vedono grandi opportunità . Francia e Italia che sono tra i principali Paesi esportatori potrebbero beneficiare di nuove fette di mercato.
Il problema riguarda le oltre 1300 sostanze che l’Ue considera a rischio per la salute. In Usa se ne contano solo 11. E questo approccio riguarda più in generale tutta le sfera della chimica: la legislazione europea è basata sul cosiddetto “principio di precauzione” secondo cui un prodotto o una sostanza vengono autorizzati solo se c’è un’evidente assenza di rischi. In Usa invece è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Se le procedure dovessero essere riviste al ribasso a farne le spese potrebbero essere i consumatori.

(da “La Stampa”)

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BREXIT E TTIP NEL MENU’ DI BILDEBERG, IL CLUB PIU’ SEGRETO DEL MONDO

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

I POTENTI DELLA TERRA SI RIUNISCONO A DRESDA DAL 9 AL 12 GIUGNO: TRA GLI ITALIANI JOHN ELKANN E LILLI GRUBER…. OBIETTIVI DI QUEST’ANNO LA CHIUSURA DELL’ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO TRA UE E USA E SCONGIURARE L’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE

Dall’Austria alla Germania, il Club Bilderberg, il circolo più esclusivo del mondo, torna a riunirsi dal 9 al 12 giugno a Dresda.
Nella Germania dell’Est i potenti della terra si troveranno al Kempinski-Hotel Taschenbergpalais, a pochi metri dalla Semper-Oper, dove da mesi non c’è una stanza libera: l’hotel è interamente prenotato dall’organizzazione che ha predisposto il classico cordone di sicurezza per tenere a distanza giornalisti e curiosi.
La segretezza degli incontri, nonostante la lista dei partecipanti sia ormai pubblica, resta il mantra del circolo dove a porte chiuse rappresentanti dell’economia e del mondo accademico discuteranno di globalizzazione, Russia ed elezioni americane con l’obiettivo – come recita lo statuto del Club – di “promuovere il dialogo tra Europa e America del Nord”.
Anche per questo tra i piatti principali del menù del vertice ci sarà  ancora una volta il Ttip: il trattato transatlantico di libero scambio.
Lo stesso contro il quale montano le proteste a ogni angolo del globo, proprio mentre i governi chiedono di accelerare per arrivare al via libera entro la fine dell’anno.
Altro tema forte all’ordine del giorno il rischio Brexit: il 23 giugno si terrà  il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione europea.
Negli ultimi sondaggi i no sono in vantaggio, ma i potenti della terra sono schierati in prima linea per scongiurare l’eventualità .
Non per nulla tra i membri del comitato centrale del Bilderberg spicca Micheal O’Leary, il fondatore della compagnia low cost Ryanair che offre viaggi scontati a tutti gli inglesi all’estero per votare contro Brexit.
I misteri.
Da sempre al centro delle critiche per i misteri che avvolgono il club e i suoi incontri a porte chiuse, che alimentano le teorie del complotto, il Bilderberg dal 2013 si è dotato di un ufficio stampa che pubblica l’elenco completo dei partecipanti agli incontri e rende noti i macro temi di discussione.
Nonostante tutto, resta difficile capire chi davvero entra ed esce dall’albergo: ogni anno la polizia predispone un cordone di sicurezza intorno all’hotel, che viene interamente riservato per l’occasione per tenere lontani curiosi e giornalisti.
Se le spese organizzative sono a carico dei membri del direttivo del Paese ospitante, quelle per la sicurezza sono garantite dai contribuenti: lo scorso anno l’Austria – come la Danimarca l’anno prima – non ha rivelato quanto fu speso per il meeting, ma nel 2013 il governo inglese ammise di aver speso 1,8 milioni di sterline, facendo infuriare l’opinione pubblica.
Di certo vi hanno preso parte tutti i membri dell’elite internazionale.
In passato si è scoperto che i convenuti comprendevano Henry Kissinger, il principe Carlo, Peter Mandelson, lord Carrington, David Cameron, la regina Beatrice d’Olanda, per fare qualche nome.
Negli ultimi anni i nobili sono sempre meno a favore dei grandi della finanza: da Bill Gates e Henry Kravis di Kkr, da Eric Schmidt di Google al Generale Petraeus.
E gli italiani non mancano mai: quest’anno ci saranno sicuramente il presidente di Fca John Elkann, new entry nel 2014 e oggi membro del direttivo così come Lilli Gruber.
Lo scorso anno parteciparono anche Mario Monti e Franco Bernabè con Gianfelice Rocca. Storicamente la galassia Fiat è stata sempre vicina al Bilderberg, ma tra gli ospiti non sono mancati Enrico Letta, Giulio Tremonti e Romano Prodi.
Argomenti.
Sapere di cosa si discuterà  nello specifico è praticamente impossibile dal momento che le riunioni si tengono senza un ordine del giorno, ma di fatto gli argomenti si ripetono: la Russia e il potere crescente di Putin sono sempre in cima alle preoccupazioni del mondo occidentale. Probabilmente quest’anno si parlerà  meno della Grecia dopo l’intesa raggiunta tra Atene e i suoi creditori, ma in cima al menù dei potenti ci sono sempre Europa e Stati Uniti.
Di certo i grandi lobbysti del pianeta discuteranno anche del Ttip, il trattato di libero scambio tra l’Unione europea e gli Usa: le critiche crescono, ma la volontà  dei potenti della terra è di chiudere entro fine anno, sotto la presidenza Obama.
Sarà  un caso, ma due settimane dopo il meeting di Dresda il 28 e il 29 giugno si riunirà  il Consiglio europeo durante il quale il presidente della Commissione Ue chiederà  il rinnovo del mandato a chiudere i negoziato con gli Usa. Appena cinque giorni prima, il 23 giugno, invece, si terrà  il referendum su Brexit: un terremoto che banche e Borse vogliono scongiurare ad ogni costo.
Insomma, abbastanza per alimentare le teorie del complotto: “Cosa ci fanno 140 persone chiuse in un albergo per un fine settimana?”. Decidono i destini del mondo, sostengono i detrattori. “Mettono attorno a un tavolo gli uomini più potenti della Terra per discutere off the records dello stato del mondo e per promuovere il dialogo tra Europa e Stati Uniti”, recita il sito del gruppo.

Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica”)

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INDUSTRIA, CROLLANO ORDINATIVI E FATTURATO

Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile

ISTAT: E’ LA FRENATA PEGGIORE DA AGOSTO 2013… IN CALO ANCHE L’AUTO

Battuta d’arresto per l’industria italiano che a marzo registra la peggior frenata dall’estate del 2013 con una contrazione del fatturato del 3,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e dell’1,6% su febbraio.
In discesa anche gli ordinativi (-3,3%), che però, rispetto all’anno precedente, crescono dello 0,1%.
A trainare il crollo è in particolare il comparto delle auto che scende del 6,5% registrando la prima battuta d’arresto dal dicembre del 2013.
Dati che preoccupano gli addetti ai lavori perchè rischiano di zavorrare la già  lenta ripresa economica.
Nel dettaglio, il calo del fatturato, è sintesi della flessione del 2,6% sul mercato interno e di un lieve incremento (+0,1%) su quello estero, mentre la riduzione degli ordini riguarda sia la domanda domestica (-1,5%), sia su quello straniera (-5,8%).
In particolare, gli indici destagionalizzati del fatturato segnano incrementi congiunturali per l’energia (+3,2%) mentre risultano in calo i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6%).
Per il fatturato l’incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+6,5%), mentre la maggiore diminuzione, limitatamente al comparto manifatturiero, riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,4%).
Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 come a marzo 2015), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 3,6%, con un calo del 4,4% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero.
Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano incrementi congiunturali per l’energia (+3,2%) mentre risultano in calo i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6%).
Quanto al lieve aumento tendenziale complessivo degli ordinativi, l’incremento più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+30,7%), mentre la flessione maggiore si osserva nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-13,2%).

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A BAZOLI: “DIO, LE BANCHE E LE BATTAGLIE SUL CORRIERE”

Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DI INTESA: “NON MI SONO MAI SENTITO UN BANCHIERE, SONO UN GIURISTA”…”IO, CUCCIA, IL CORRIERE E LA STAGIONE DELLA FINANZA CATTOLICA”

«Io sconfitto per l’Opa sul Corriere? Guardi che ho lasciato i miei incarichi. E poi, le consiglierei di aspettare un momentO. Oggi non so proprio come andrà  a finire». Giovanni Bazoli, 83 anni, lascia la guida di Banca Intesa dopo averla costruita pezzo per pezzo dalle macerie del Banco Ambrosiano, finito impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra con Roberto Calvi.
Questa è la sua prima intervista dopo aver lasciato la presidenza della più importante banca italiana, proprio mentre scoppia la terza guerra tra Intesa e Mediobanca, questa volta attorno al Corriere.
Professore, lei è cattolico, di rito bresciano, montiniano e democratico. Si è sentito banchiere di Dio in questi anni?
«Non mi sono mai sentito neppure banchiere. Uno è ciò che ha studiato, e io sono un giurista. Prima che cominciasse tutto, nel 1982, è questa l’obiezione che ho fatto a Ciampi e Andreatta che volevano convincermi a diventare presidente del Nuovo Ambrosiano. Camminammo a lungo a braccetto nei corridoi di Bankitalia, che quel giorno mi sembrarono lunghissimi, prima di entrare nell’incontro decisivo. Nella riunione le sette banche dissero che come presidente indicavano il professor Bazoli. Non mi conosceva nessuno. Mi alzai: “Bazoli sarei io. Ma non penso di essere adatto, chiedo 24 ore per decidere”».
Chi la convinse?
«Nessuno, tanto che alla fine andai da Andreatta e gli dissi di pensare ad un altro nome. Mi disarmò: “A tutti costa assumere una grande responsabilità  in condizioni di emergenza. Devo prendere atto che tu non te la senti”. Se è così, risposi, io accetto».
Che Italia era quella del 1982? La P2 dilagante, Bankitalia violata dall’attacco della Procura di Roma a Baffi e Sarcinelli, Sindona che poco prima fa assassinare Ambrosoli, il “suicidio” di Calvi. Il crimine che si muoveva dietro quel Banco lo ha mai incontrato?
«No. A Ferragosto io e Gallo, il direttore generale, entriamo in banca. La prima telefonata è del questore di Milano, Pirella, che ci convoca nel suo ufficio. Sentite, dice, dietro la morte di Calvi c’è la peggior organizzazione criminale del mondo. Io non ho i mezzi per proteggervi, ci deve pensare la banca. Uscimmo dalla questura in una Milano deserta, guardandoci attorno. Ecco il Paese com’era. Ma c’era anche un’Italia di galantuomini: senza Ciampi e Andreatta non avrei mai accettato».
Le due Italie si scontrarono sull’Ambrosiano?
«L’opinione pubblica era divisa e forze importanti, diciamolo, avevano cercato di impedire la liquidazione coatta dell’Ambrosiano di Calvi».
Faccia dei nomi: chi era contro?
«Andreatta dovette fronteggiare Andreotti. E altri».
Ma nell’89, sette anni dopo, lei fa la prima fusione con la Banca Cattolica del Veneto e nasce l’Ambroveneto. Aveva già  in mente la grande banca?
«No davvero. Ho sempre fatto un passo alla volta. Ma dopo la prima operazione, cominciammo a suscitare appetiti. Tanto che nacque il primo scontro con Mediobanca, che cercò di convincere Schlesinger, presidente della Popolare di Milano, a non rivolgersi a noi, come lo obbligava il patto di sindacato, ma a Generali. Avevo solo un mese di tempo per trovare qualcuno in grado di fare una controfferta. Per di più, dovevo partire per il Fondo Monetario: non sapevo a che santo votarmi».
Come trovò un santo francese?
«Fu un caso. In una riunione al Fondo avanzai la proposta a un funzionario del Crèdit Agricole, che la trasmise ai suoi. Per convincerli andai a Parigi, in incognito. L’offerta scritta, firmata dal direttore generale Jaffrè, giunse il penultimo giorno utile, ma per una svista portava la data del giorno dopo e quell’errore venne impugnato. Avevamo poche ore per rimediare e tutti i poteri forti schierati contro di noi, Generali, Fiat, Mediobanca. Per fortuna Jaffrè era al carnevale di Venezia, lo trovai e gli chiesi di correre a Milano. Era in vacanza, venne in pullover, sembrava un intruso: dovette mostrare la carta d’identità . Passammo. Dopo qualche giorno scoprii che Gianni Agnelli aveva detto a un amico, col suo linguaggio sportivo: io tengo per Bazoli».
Lo conosceva?
«Lo avevo incontrato a un seminario Ambrosetti. Era curioso di conoscermi. A bruciapelo mi chiese di spiegargli il significato della finanza cattolica ».
Cosa gli rispose?
«Che gli statuti delle banche cattoliche prevedono la rinuncia a una parte degli utili a favore di opere benefiche. Oggi parlare di finanza cattolica non ha più senso. Ma mio nonno avrebbe saputo spiegare bene cosa significava andare in giro per le campagne a creare le cooperative bianche ».
Nel 1997 Ambroveneto acquista Cariplo, la più grande Cassa di Risparmio del mondo, con un’offerta che prevale su quella avanzata dalla Comit. E’ lo scontro tra finanza laica e finanza cattolica, nella seconda guerra con Mediobanca?
«Lo abbiamo evitato grazie a una svolta nei miei rapporti con Cuccia, in circostanze eccezionali. Era appena scomparso in un incidente stradale il mio unico fratello, che lasciava quattro figli, già  orfani della madre, vittima della strage di Piazza della Loggia a Brescia. In quel momento ero così disperato che pensavo di lasciare tutto. Ad ottobre, prima che partisse la gara, andai da Cuccia e gli confidai il mio stato d’animo: lei non capirà  ma io non sono in condizione di fare una guerra, se vi opponete io lascio. “Tre giorni fa è morta mia moglie — rispose -, dopo 60 anni di matrimonio. Non è il caso che le dica che capisco tutto. Vada avanti”. Si è alzato e ci siamo abbracciati ».
L’integrazione con la Comit, la banca laica che era stata di Raffaele Mattioli, fu il frutto di quell’incontro con Cuccia?
«Sì. Era nato un rapporto confidenziale. Quando fu lanciata un’Opa ostile di Unicredit contro la Comit, Cuccia puntò su di noi. Imparai che esisteva un passaggio nascosto sotto via Filodrammatici, ci trovavamo segretamente in quattro, Cuccia, Maranghi, il notaio Marchetti ed io. Vede che le relazioni contano, negli affari come nella vita? »
Lei è stato accusato di aver inventato una “banca di relazione”, “banca di sistema”. Lo sta rivendicando?
«No, dico che le relazioni possono essere buone o cattive. E vanno giudicate per questo. Io non ho mai teorizzato la banca di sistema».
Lo ha fatto Corrado Passera quando era amministratore delegato di Intesa, mettendo in piedi il cosiddetto “salvataggio” di Alitalia. Lei c’era, no?
«Sono noti a tutti i dubbi che avevo al riguardo ».
Insieme a Passera avete fatto la fusione con il San Paolo di Torino, nel ’99. Un’operazione bancaria o di potere?
«Direi un’operazione di importanza vitale per il sistema bancario italiano. Io avevo un buon rapporto con Enrico Salza. Avevamo un grande amico comune, Alfonso Desiata, malato da tempo. Decidemmo di andarlo a trovare insieme: passammo un giorno in viaggio, ci confidammo l’idea, la discutemmo tornando a casa. Tutto è nato in auto. Poi incontri riservati, questa volta nello studio Pedersoli di Milano, e con Franzo Grande Stevens, presidente della Compagnia di San Paolo».
Tutto sempre d’estate, perchè?
«Coincidenze. Però è vero che quando la gente è in vacanza e le città  sono vuote, è più facile appartarsi e negoziare riservatamente».
Sembra che non parli di affari, ma di colpi di mano. Qualche volta avrà  pure preso delle sberle, no?
«Vuole sapere se ho rischiato di finire con le ossa rotte? Non una sola volta. Nel ’94 ad esempio la Comit lanciò su di noi un’Opa diabolica e zoppa, perchè era rivolta soltanto ai primi due soci che avrebbero risposto, non a tutti. Il valore dei titoli era salito al doppio del prezzo di Borsa, il killeraggio mio e di Agricole era praticamente scritto ».
Cosa vi salvò?
«La percezione di qualcosa nell’aria. Una settimana prima dell’Opa vidi a Verona i presidenti delle Banche Popolari Venete, che si erano già  dichiarate venditrici, e proposi: datemi un’esclusiva per un mese, al prezzo che concordiamo qui, oggi. Raggiunto l’accordo, chiesi di metterlo per iscritto. Mi risposero: “Mica si fa così, per queste cose ci vogliono gli avvocati”. Ma io sono avvocato, insistetti, chiamiamo una segretaria, dettiamo, scriviamo e firmiamo. Abbiamo firmato».
Veneto, Popolari, Bazoli: la finanza cattolica non avrà  più senso, come dice lei, però qualche volta aiuta, non le pare?
«Non come pensa lei. Sa per cosa è di aiuto essere cattolici? Per avvertire la responsabilità  sociale di una banca. Per sentirsi cioè responsabili dei risparmi delle famiglie, dello sviluppo delle imprese e della crescita del Paese. E soprattutto per aver piena consapevolezza che il problema fondamentale oggi è la riduzione delle disuguaglianze. Vale per tutti, naturalmente: ma un cattolico come fa a dimenticarlo?».
Bisognava chiederlo a monsignor Marcinkus. La massoneria spadroneggia nelle banche?
«Mai trovato un banchiere che si confessi massone. Ho avuto molte dichiarazioni (da me non richieste) di estraneità  alle Logge, nessuna ammissione, tanti sospetti».
Non pensa che ci sia anche una massoneria di piccolo traffico provinciale d’influenza, come nel caso di Banca Etruria?
«Non conosco il dossier, nè i protagonisti. Vedo però che quattro banche con appena l’1 per cento di quote di mercato hanno generato nel sistema contraccolpi impensabili».
La P2 però l’ha incontrata, nei suoi primi anni a Milano. O almeno era dietro la sua porta. Ha avuto avvertimenti?
«No. Ma sapevo che erano i padroni occulti dell’Ambrosiano e del Corriere. E che potevano affondare l’Italia».
Ha citato la sua grande ossessione, il Corriere della Sera. Era il giornale lombardo che entrava in casa sua da bambino?
«Per la verità  no. Mio padre leggeva la Stampa. Ha presente la laicità  repubblicana e costituzionale di un cattolico come Arturo Carlo Jemolo? »
Ma quando prende in mano l’Ambrosiano lei trova nel Banco il 40 per cento della Rizzoli, e la posizione di primo creditore. Che fa?
«La Rizzoli chiese e ottenne quasi subito l’amministrazione controllata, da cui si poteva uscire solo in due modi: o con un ritorno “in bonis”, o col fallimento diretto. Lo sa che metà  dei nostri azio- nisti era per il fallimento?»
Ci provarono?
«Certo. Nel 1983 dovevamo approvare le condizioni poste dal giudice per concedere il secondo anno di amministrazione controllata. Bene, l’ultimo giorno utile per deliberare non si presentarono metà  dei consiglieri per far mancare il numero legale. Ma non si era tenuto conto di un consigliere di Bnl che, in rotta col presidente Nesi, da sei mesi disertava le riunioni. Appena percepito il pericolo, telefonai a Nesi che rintracciò in extremis l’interessato e lo mandò a prendere a casa d’urgenza. Passammo, con quel voto»
Come convinse Agnelli a rientrare in Rizzoli?
«Con fatica. Vedeva il rischio di quel mondo oscuro. Feci leva su quel senso di orgoglio nazionale, o forse di establishment, la metta come vuole, che era nel suo Dna. Alla fine si convinse».
Una volta lei mi disse che il suo principale merito non era quello di aver scelto dei bravi direttori (come certo ci sono stati) per il Corriere, ma di essere riuscito ad evitarne alcuni pessimi. Oggi conferma?
«Assolutamente sì’».
E chi erano quelli sbagliati, e perchè?
«Il criterio da seguire è quello di scegliere un bravo giornalista che sappia garantire l’indipendenza del giornale. Questo è sempre stato il punto, per me. Ma un giorno mi trovai i due principali azionisti di Rcs che mi proponevano un nome legato strettamente al potere politico dominante. Dissi che non avrei mai dato il mio consenso e che avrei spiegato pubblicamente perchè. Rinunciarono e scegliemmo un buon direttore».
Era il periodo berlusconiano?
«Veda un po’ lei. Diciamo che quel ventennio non fu facile, anche perchè bisognava scegliere uomini indipendenti, ma sapendo che l’anima dei lettori del Corriere era prevalentemente moderata. Mi pare che l’indipendenza del giornale sia stata salvata, anche a costo di qualche compromesso ».
Come il patto col diavolo tra lei e Geronzi, due cattolici opposti?
«A parte il fatto che non riesco a vedere in Geronzi aspetti diabolici, certo ho fatto accordi con lui, nell’interesse del giornale, con il risultato di riuscire a nominare un bravissimo direttore come Ferruccio De Bortoli».
Ma quand’è che un direttore è cattivo per lei?
«Quando è cinico».
Ha mai avuto pressioni da Berlusconi per il Corriere?
«No, mai».
E dal suo amico Prodi?
«Nemmeno».
E’ vero che prima di morire l’Avvocato le passò il testimone del Corriere?
«E’ vero che volle vedermi quando stava già  molto male, e la Fiat forse stava peggio. Andai a trovarlo a casa. “Noi insieme a Milano abbiamo fatto finora una storia positiva — disse -: adesso facciamo un accordo a due per il futuro di Rcs”. C’è un patto di sindacato, risposi, non si può. Allora aggiunse: “Dirò comunque a Grande Stevens di decidere sempre d’accordo con lei”».
Ma oggi la Fiat è uscita dalla Rcs firmando un’intesa con il nostro editore, il Gruppo Espresso. Si aspettava questa decisione?
«Devo dire di no, mi ha stupito, anche se sapevo che la Fiat si era disamorata di Rcs, anche a causa dei dissidi tra i soci».
Lei è stato attaccato da Della Valle con Geronzi, “due arzilli vecchietti” invitati ad andarsene. Come se lo spiega?
«Non me lo spiego, anche perchè con Della Valle non sono mancati dei momenti di intesa. Ricordo che una volta mi fece recapitare una torta ad Ischia, dove ero in vacanza con mia moglie. Probabilmente tutto dipende dalla sua delusione per gli investimenti fatti in Rcs».
In queste ore è ripartita la guerra tra Intesa e Mediobanca per il Corriere: come vede lei la contrapposizione tra Bonomi e Cairo?
«Guardi, mi limito a dire che Intesa Sanpaolo, essendo il principale creditore di Rcs, è interessata a una soluzione proprietaria che assicuri la migliore gestione dell’azienda. Se non si fosse ammalato, sa chi avrei appoggiato? Rotelli, che aveva per l’editoria una vera passione, più forte persino di quella per la sanità ».
Ma avete appoggiato Cairo, che oggi sembra perdente. Dunque si sente sconfitto?
«Aspettiamo, le ho detto. In ogni caso, io non ho più ruoli attivi, ho conosciuto Cairo solo recentemente. Ma mi è sembrato serio, umile, libero politicamente. Ed è uno che quando esce da una stanza spegne la luce».
Dica la verità , dopo tre decenni passati nel salotto di comando la spaventa l’idea di avere col Corriere un rapporto da semplice lettore, comprandolo in edicola?
«E perchè mai dovrebbe spaventarmi? A patto, naturalmente, che sia diretto bene».
Senta, lei parla di indipendenza dei giornali, ma qualche anno fa stava per diventare leader dell’Ulivo, su spinta di Andreatta. Quanto ci andò vicino?
«Per me poco, secondo Andreatta molto. Gli dissi di no, fino in fondo. Ma dopo il mio no, in un’assemblea al Senato tracciò un identikit in cui tutti mi riconobbero. Pochi giorni dopo Andreatta entrò in coma e non si sarebbe più ripreso. Senza di lui quello che già  era del tutto improbabile diventò impossibile. Feci un’intervista al Corriere per ribadire che i miei impegni erano in banca. Mi telefonò persino D’Alema per rammaricarsi, ma a cose fatte».
Decise da solo?
«Avevo una consuetudine, gli incontri a tu per tu col cardinal Martini. Quando mi confidai con lui su quella proposta, mi rispose: interroghi la sua coscienza. Capisce? La coscienza. Così posso dirle che decisi da solo».
Fosse toccato a lei avrebbe detto la frase di Renzi dopo il voto sulle unioni civili e la protesta cattolica: ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo?
«Una frase giusta, corretta».
Cosa voterà  al referendum istituzionale?
«Io non ho preso posizioni politiche da quando sono impegnato in banca, ma sono anche docente di diritto pubblico. È una brutta riforma, scritta male, ma è meglio che nessuna riforma. E temo che se saltasse, diventerebbe impossibile riformare alcunchè».
Professore, dopo 34 anni di banca, da credente si assolve?
«Vede, essere credenti significa sentirsi sempre inadeguati rispetto ai compiti che la nostra coscienza ci indica, cioè peccatori. Ma, nello stesso tempo — e non è un paradosso — la fede ci aiuta ad avere fiducia in noi stessi e negli uomini. Tutti. Perchè credenti o non credenti, per tutti la vita è un mistero».

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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MENO MALE CHE CI SONO GLI IMMIGRATI A FARE IMPRESA: CRESCONO DEL 21,3%, PAGANO LE TASSE E FANNO CRESCERE IL PIL DEL 6,7%

Maggio 4th, 2016 Riccardo Fucile

PIU’ FORTI DELLA CRISI, ORMAI SONO UNA AZIENDA SU DIECI…QUELLE ITALIANE CALANO DEL 2,6%… I SETTORI PIU’ BATTUTI SONO COMMERCIO, EDILIZIA E SERVIZI

Hai bisogno di un artigiano? Cercalo tra gli immigrati, avrai più possibilità  di trovarlo. Sì, perchè la carica degli imprenditori stranieri non si arresta.
L’esercito delle aziende condotte da immigrati continua infatti a ingrossarsi: oggi sono oltre 550mila.
Negli ultimi quattro anni sono cresciute del 21,3%, mentre le imprese italiane sono diminuite del 2,6%. Con casi record: oggi in Toscana quasi il 20% delle imprese artigiane è a conduzione straniera.
A fotografare la vitalità  imprenditoriale degli immigrati è uno studio della Fondazione Leone Moressa.
I risultati? Su circa 6 milioni di imprese operanti in Italia nel 2015, oltre 550mila sono condotte da persone nate all’estero, ovvero il 9,1% del totale.
Di queste, la stragrande maggioranza (94,2%) è di esclusiva conduzione straniera, “segno di una ancora scarsa interazione con soci italiani”.
Cosa fanno? Oltre un terzo delle imprese straniere si concentra nel settore del commercio (38,5%). Seguono l’edilizia (24,8%) e i servizi (17,6%).
Rispetto al 2011, le imprese di immigrati sono aumentate del 21,3%, contro una diminuzione delle imprese italiane del 2,6%.
Gli aumenti più significativi si registrano nella ristorazione (+37,3%) e nei servizi (+32,2%). A livello territoriale, quasi un quinto degli imprenditori stranieri opera in Lombardia (19,1%), seguita da Lazio (12,8%) e Toscana (9,5%).
La dinamicità  degli immigrati emerge soprattutto dal saldo tra imprese nate e cessate nel 2015.
Mentre quello degli stranieri è in attivo di 24.795 unità , le imprese italiane mostrano un saldo negativo di 10mila.
E ancora: in Italia le 550mila imprese condotte da immigrati contribuiscono con 96 miliardi di euro al 6,7% della ricchezza complessiva.
A livello territoriale, oltre metà  della loro ricchezza si concentra in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna.
Guardando ai settori produttivi, le aziende straniere che concorrono alla creazione della ricchezza maggiore sono quelle dei servizi: si tratta di oltre 41 miliardi di euro.
Il commercio produce 20 miliardi e la manifattura 17.
Non è tutto: un terzo delle imprese straniere è costituito da aziende artigiane (180mila).
Per capire, oggi le aziende di immigrati rappresentano il 13,2% del totale delle imprese artigiane. La loro maggiore incidenza è in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana.
In quest’ultima regione, in particolare, ben il 19,1% delle imprese artigiane è a conduzione straniera. Pochi invece gli immigrati nei settori emergenti: tre le Startup innovative, solo il 2,1% è guidato da stranieri.
“L’imprenditoria è uno degli ambiti in cui si manifesta maggiormente il contributo dell’immigrazione al sistema nazionale – scrivono i ricercatori della Moressa – i dati testimoniano la crescente importanza dell’imprenditoria straniera: una realtà  in crescita in tutte le regioni e in tutti i settori che, se adeguatamente valorizzata, potrebbe aprire nuove opportunità  di sviluppo in termini di occupazione, nascita di nuovi servizi, rapporti commerciali con i Paesi d’origine e indotto”.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)

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GREENPEACE ACCUSA: “TTIP, GLI USA VOGLIONO FAR SALTARE LE REGOLE UE SU AMBIENTE E SALUTE

Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

LE PRESSIONI STATUNITENSI CONTRO LE TUTELE E IL “PRINCIPIO DI PRECAUZIONE EUROPEO”

Nel mirino dei negoziatori americani che trattano con quelli europei le regole del trattato TTIP (il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti) ci sarebbero proprio le regole europee a tutela della salute e dell’ambiente.
Lo rivelerebbero una serie di documenti segreti – note a scopo interno scritte dai negoziatori europei – su cui ha messo le mani l’organizzazione ecologista Greenpeace, e che sono stati visionato da una serie di media come il quotidiano francese «Le Monde», quello britannico «The Guardian», e il sito italiano «Eunews».
I negoziati per il progetto di trattato sono in corso da oltre tre anni, e oggettivamente vanno a rilento per differenze «inconciliabili» in molti settori.
Nei giorni scorsi il presidente USA Barack Obama ha sollecitato una rapida firma dell’accordo, che per i fautori creerà  la più grande area di libero scambio del pianeta, sommando due economie che insieme, rappresentando oltre 800 milioni di persone, ammontano già  oggi al oltre il 46% del Pil dell’intero pianeta.
Un trattato che però è fortemente osteggiato in molti paesi europei, perchè considerato in grado di aggirare o far saltare molte delle norme europee in tema di salute, ambiente e protezione dei consumatori, consentendo ai prodotti americani di essere liberamente venduti in Europa anche se non rispettosi delle norme Ue.
A insospettire molti c’è anche la segretezza con cui i negoziati – giunti al 12esimo round – sono stati condotti, e la famosa clausola che permetterebbe alle multinazionali americane di citare gli Stati europei rei di limitare la loro attività  presso una corte arbitrale.
Contro il progetto del Ttip hanno manifestato pochi giorni fa 250mila persone in Germania, e il 7 maggio una manifestazione nazionale è previsto anche a Roma.
Non è detto che l’accordo venga chiuso: a quel che si sa ci sono ancora grandi differenze su molti temi.
Certo è che a prendendo per buoni i documenti diffusi da Greenpeace – 240 pagine di carte – emerge che, per spingere all’accordo su maggiori importazioni di prodotti agricoli e alimentari americani in Europa, Washington minaccia di bloccare le facilitazioni sulle esportazioni per l’industria automobilistica europea.
Allo stesso tempo gli americani attaccano il cosiddetto «principio di precauzione» che è alla base delle norme di tutela del consumatore europeo, e che oggi proteggono 500 milioni di consumatori dall’ingegneria genetica negli alimenti e dalla carne trattata con ormoni.
Dai documenti, poi, emerge la rigida tattica adottata dagli americani: secondo la tedesca «Sueddeutsche Zeitung», «mentre l’Ue rende pubbliche le sue proposte, gli Usa si ostinano a mantenere segrete le posizioni, garantendosi così uno spazio di manovra tattico».
Gli americani cercano con forza di far saltare le regole europee che mettono al bando i cosmetici testati sugli animali, cercano di proteggere il loro settore dell’engineering, e propongono che l’Unione Europea debba informare preventivamente tutte le industrie Usa su possibili nuove regolamentazioni (anche su aspetti tecnici molto limitati), coinvolgendole (come le industrie europee) nella fase di preparazione dei provvedimenti.
Jorgo Riss, direttore di Greenpeace per l’Unione europea, sostiene che «questi documenti trapelati ci consentono uno sguardo senza precedenti sull’ampiezza delle richieste americane, che vogliono che l’Ue abbassi o aggiri le sue tutele dell’ambiente e della salute pubblica nell’ambito del Ttip».
Secondo l’esponente ecologista, «la posizione europea è brutta, ma quella americana è terribile» e, secondo lui, «si sta spianando la strada a una gara al ribasso negli standard ambientali, della salute e della tutela dei consumatori».

Roberto Giovannini

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