Destra di Popolo.net

AL SUD OCCORRE INVESTIRE IN SICUREZZA: L’ UNICA GARANZIA PER LO SVILUPPO E’ RIPRISTINARE LA LEGALITA’

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

SENZA QUELLA, I FONDI DEL GOVERNO AL MERIDIONE RISCHIANO DI ALIMENTARE SOLO I GUADAGNI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA E DEI POLITICI COLLUSI

Tre miliardi e mezzo di investimenti pubblici per il ‪sud‬…
Davvero creeranno ricchezza? Davvero creeranno le premesse per lo sviluppo o saranno, piuttosto – e “tanto per non cambiare” – soltanto l’ennesima “occasione” per mafia, camorra e politica collusa per “fare i soliti affari” ai danni dei contribuenti?
Se proprio investimento doveva essere, sarebbe stato più adeguato farlo sulla sicurezza. Il sud ha ricchezze immense e possibilità  e potenzialità  ancora maggiori. Quello che manca è l’affrancazione totale da “sistemi collusivi” variegati e dirompenti…
Per fare un grande meridione e, quindi, una grande Italia, l’unica sfida autenticamente incendiaria resta (sempre e comunque) quella della “riconquista del territorio” per annetterlo – definitivamente – all’unico ed indiscusso imperio delle Istituzioni Repubblicane.
Fino a quando la questione “sicurezza” rimarrà  marginale, lasciandola all’eroismo dei servitori della Patria o dei cittadini onesti, la sovranità  territoriale restera’ una chimera e la libertà , pure…
Volete un meridione davvero virtuoso?
Volete un’Italia a “trazione variamente unitaria”?
Volete un popolo davvero artefice del proprio destino?
E allora basta con le politiche “romanocentriche”! Basta con l’affidarsi al caso! Basta con l’indegna attesa (e speranza) che siano i cittadini a “consumare” un redivivo moto rivoluzionario da “quattro giornate”…
La sicurezza, la libertà  e l’affrancazione del territorio dal malaffare, dalla criminalità  organizzata e dal potere colluso, sono l’unico dovere indiscusso dello Stato.
Il resto, lasciate che lo faccia il mercato, che lo facciano i cittadini onesti e capaci. Che lo facciano i sogni delle persone. Finalmente libere e liberate.
Un popolo davvero protagonista e non più meramente destinatario delle prebende del potere deviato e colluso.
Ma questo, purtroppo, soltanto nel mondo dei sogni… Al sud arriverà  una “valanga di denaro”… Gli aguzzini saranno sicuramente già  pronti… Viva l’Italia!

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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BLOCCO BRENNERO COSTERA’ 10 MILIARDI ALL’ECONOMIA ITALIANA, CHI PLAUDE ALL’AUSTRIA E’ UN TRADITORE DEGLI INTERESSI NAZIONALI

Aprile 29th, 2016 Riccardo Fucile

TURISMO E AUTOTRASPORTI IN ALLARME… IL LIMITE DI 30 ALL’ORA CAUSEREBBE INGORGHI INSOSTENIBILI

Qualcuno vede scenari catastrofici, con conseguenze calcolabili nell’ordine dei 10 miliardi e tanti operatori economici della provincia di Bozen-Bolzano il rischio della chiusura del Brennero la temono. E molto.
I numeri del traffico transfrontaliero tra Nord Tirolo e Sud Tirolo sono notevoli.
Un terzo delle merci che entrano ed escono su gomma dal nostro paese attraverso le Alpi «investono» il Brennero.
Degli 89 milioni di tonnellate di merci che complessivamente transitano ogni anno lungo i nostri confini alpini su Tir, dicono i dati 2013 di Alpinfo-Ufficio federale trasporti svizzero, circa 29 milioni passano per questo valico.
Molti di più di quelli che attraversano il Monte Bianco (8,3 milioni), il Gottardo (9,3), il Frejus (10,0), Tarvisio (15,2) e Ventimiglia (17,3 milioni di tonnellate l’anno).
Si tratta di almeno 2 milioni di camion ogni anno, verso l’Austria o verso Bolzano e poi Verona.
Se poi aggiungiamo anche gli 11,7 milioni di tonnellate di merci che viaggiano su ferrovia, la dimensione complessiva delle merci in transito sul Brennero supera i 40 milioni di tonnellate all’anno.
Un allungamento di 2 ore dei tempi avrebbe certamente un impatto sui noli di trasporto.
Gli artigiani della Cgia di Mestre in una elaborazione di alcuni studi sul trasporto europeo hanno stimato il possibile costo economico della chiusura del valico in circa 9,5 miliardi di euro l’anno, a spese in particolare delle aziende del settore autotrasporti.
Non sono affatto tranquilli alla Camera di Commercio di Bolzano. Luciano Partacini, direttore dell’ufficio politiche economiche dell’ente, oltre al problema del trasporto – con un possibile aumento dei costi dell’autotrasporto – indica un altro pericolo: quello che riguarda il turismo.
Un settore chiave per il territorio, alimentato da 3,5 milioni di arrivi (sui 6 complessivi) attraverso il Brennero.
L’ipotesi è che gli austriaci prevedano nel tratto autostradale del valico un limite di velocità  di 30 chilometri all’ora e l’obbligo di corsie separate per automobili e camion.
«I 30 all’ora – spiega Partacini – causerebbero code e rallentamenti che potrebbero scoraggiare molti turisti, specialmente quelli che fanno escursioni giornaliere o vengono per vacanze brevi. Abbiamo stimato che se soltanto l’un per cento dei turisti che passano al Brennero venisse a mancare, l’economia dell’Alto Adige perderebbe almeno 30 milioni di prodotto interno lordo».
Per non parlare di un altro «problemino», ipotizzato dal Presidente di Medici Senza Frontiere Loris De Filippi: la possibile nascita di un campo di profughi a ridosso dalla frontiera sbarrata.
È quello che è successo a Idomeni, in Grecia.

(da agenzie)

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IL NORD EST SCARICA LA LEGA: IL 72% BOCCIA I CONTROLLI AL BRENNERO

Aprile 29th, 2016 Riccardo Fucile

CONTRORDINE PADANI: DI FRONTE AI DANNI ECONOMICI CHE NE DERIVEREBBERO PER L’ECONOMIA, I VENETI PREFERISCONO GLI SCHEI A SALVINI…E SOLO IL 31% RITIENE GIUSTO CHE I COMUNI RIFIUTINO DI DARE ACCOGLIENZA AI PROFUGHI, ADDIRITTURA IL 54% DI CHI VOTA LEGA

Per mettere fine all’emergenza migranti, l’Austria usa il pugno duro. Controlli di confine al Brennero verranno istituiti nei prossimi giorni. Duecentocinquanta poliziotti austriaci regoleranno ingressi e rimpatri.
In caso di necessità , avverte il capo della polizia tirolese Helmut Tomac “saranno inviati al Brennero anche soldati”.
I lavori di allestimento di una rete metallica sul confine italo-austriaco al Brennero sono stati invece rinviati in vista dell’imminente vertice tra i ministri Sobotka e Alfano a Roma.
Ma se Vienna vive un vero proprio stato d’assedio, diversa è la sensazione che si respira nel Nord Est d’Italia.
Stando ai dati elaborati da Demos pubblicati oggi dall’Osservatorio sul Nord Est del Gazzettino, il 72% degli intervistati ritiene sbagliata la decisione austriaca di voler chiudere le proprie frontiere perchè “gli Stati non possono far parte dell’Unione Europea solo quando è comodo a loro”.
Secondo il 48% dei rispondenti l’Italia non dovrebbe chiudere le proprie frontiere come ha fatto l’Austria e non dovrebbe nemmeno respingere i profughi in mare.
Solo il 30% sostiene questa idea.
Atteggiamento che viene riscontrato maggiormente tra gli elettori di Lega Nord (55%) Forza Italia (39%) e Movimento 5 Stelle (31%).
Una minoranza molto simile (31%) ritiene che il proprio Comune abbia il diritto di rifiutare i profughi.
In crescita, rispetto all’ottobre 2015, è invece la quota di chi pensa che il proprio Comune abbia il dovere di ospitare i profughi sul proprio territorio (61%).
La platea di chi avanza questa ipotesi è trasversale e divide i vari elettorati:
Gli elettori di Forza Italia appaiono i più divisi: il 42% propende per il dovere di ospitare, mentre il 45% vorrebbe far prevalere il diritto di rifiutare i profughi da parte del proprio Comune.
Anche tra i sostenitori della Lega Nord tendono ad essere presenti quanti ritengono che i Municipi abbiano il diritto di rifiutare i profughi (42%), ma la maggioranza (54%) sottolinea il dovere dell’ospitalità .
Più in linea con i valori medi, invece, appaiono gli elettori del Movimento 5 Stelle e dei partiti minori.
A mostrare un accento più marcato sul dovere di accogliere sono i sostenitori del Partito Democratico (83%).

(da “Termometro politico”)

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CON BOCCIA VINCE IL MEZZOGIORNO D’AVANGUARDIA

Marzo 31st, 2016 Riccardo Fucile

AD DI ARTI GRAFICHE BOCCIA, 160 DIPENDENTI E UN FATTURATO DI 40 MILIONI DI EURO, RAPPRESENTA LA CONTINUITA’ CON LA STORIA DI CONFINDUSTRIA

Nato a Salerno, classe 1964, Vincenzo Boccia è amministratore delegato dell’azienda Arti Grafiche Boccia, fondata dal geniale padre Orazio: un’azienda che oggi conta 160 dipendenti stabili e un fatturato di oltre 40 milioni di euro, per un terzo realizzato all’estero, con uffici a Parigi, a Norimberga, ad Aarhus, a Beirut.
E investimenti – 50 milioni di euro negli ultimi dieci anni – per un’impiantistica flessibile e all’avanguardia, che la rendono capace di stampare le più esclusive riviste di design del nord Europa come i cataloghi Ikea, le figurine Panini e le etichette della Ferrarelle.
Con Boccia, dicono gli addetti ai lavori, vince il candidato che garantisce di più la continuità  con la storia di Confindustria: non è un caso che della lista dei suoi sostenitori facciano parte due ex-presidenti dell’associazione degli industriali, Emma Marcegaglia e Luigi Abete.
Tra i supporter, le associazioni imprenditoriali del Mezzogiorno, ma anche il Piemonte e Bolzano.
Boccia è sposato, ha due figlie, ama la musica classica e vive a Pontecagnano, in provincia di Salerno, a poca distanza dallo stabilimento, 25mila metri quadrati nella zona industriale di Salerno.
Laureato in Economia e Commercio, Boccia ha iniziato la sua attività  in Confindustria agli inizi degli anni Novanta, partecipando al gruppo dei Giovani Imprenditori, di cui nel 2000 è stato designato vicepresidente nazionale, con Edoardo Garrone presidente. Nel 2003 è stato eletto presidente regionale della Campania, e nel 2009 ha assunto la carica di presidente nazionale della Piccola Industria e, di diritto, quella di vicepresidente di Confindustria.
In qualità  di presidente della Piccola è entrato nella Commissione di riforma presieduta da Carlo Pesenti che ha disegnato il nuovo assetto organizzativo del sistema associativo.
Con la presidenza di Giorgio Squinzi ricopriva la carica di consigliere delegato al credito e di presidente del Comitato tecnico Credito e Finanza.
Nel suo programma, premiato dai 198 Consiglieri Generali, il rilancio della vocazione industriale del Paese, affrontando le leve di competitività  e puntando su tecnologia e innovazione; una riforma del sistema delle relazioni industriali, con la facoltà  di derogare al contratto nazionale e lo sviluppo dei contratti aziendali basati sullo scambio tra salario e produttività ; una politica del credito che supporti le imprese nei processi di investimento; un sistema che aiuti le piccole imprese a crescere, le medie a diventare grandi, le grandi a diventare multinazionali.
Quanto alla politica, Boccia afferma che se il governo Renzi “continuerà  a essere un fattore di modernizzazione avrà  il nostro sostegno, se rallenterà  la spinta sentirà  il disaccordo”.
Boccia confida in un rientro di Fca in Confindustria, e con i sindacati si dice pronto a discutere su tutto “senza preconcetti e senza pregiudizi”, purchè l’obiettivo sia quello di “recuperare produttività ”.

Roberto Giovannini
(da “La Stampa“)

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CONFINDUSTRIA SPACCATA SUL PRESIDENTE: BOCCIA ELETTO CON SOLI 9 VOTI DI SCARTO SU VACCHI

Marzo 31st, 2016 Riccardo Fucile

ESULTANO EMMA MARCEGAGLIA E DE LUCA, SCONFITTO MONTEZEMOLO

Nel momento più nero della storia imprenditoriale del Paese, una Confindustria quasi esangue si spacca sulla scelta del nuovo presidente e designa Vincenzo Boccia con uno scarto di soli 9 voti rispetto a quelli del concorrente Alberto Vacchi. L’imprenditore salernitano delle Arti Grafiche Boccia classe 1964 ha ricevuto 100 voti mentre il collega bolognese 50enne leader del packaging con la sua Ima ha avuto 91 preferenze, su un totale di 198 aventi diritto al consiglio generale di via dell’Astronomia.
A votare sono stati in 192 e c’è stata una scheda bianca.
Una vittoria sul filo che fa comunque esultare i grandi sostenitori di Boccia, dal presidente dell’Eni Emma Marcegaglia al conterraneo governatore della Campania, Vincenzo De Luca, mentre gli sconfitti come Luca di Montezemolo mettono il dito nella piaga delle divisioni interne alla lobby degli industriali italiani.
“Questo voto testimonia che in Confindustria ci sono due posizioni diverse ma ora non deve emergere una spaccatura”, ha commentato a caldo Vacchi per il quale “la priorità  adesso è identificare una squadra forte per il prossimo futuro perchè ci attendono sfide non banali”.
Più netto Montezemolo che insieme al numero uno di Assolombarda, Gianfelice Rocca e Antonio D’amato, era stato tra i più strenui sostenitori del candidato sconfitto: “Spiace vedere una Confindustria così spaccata e credo che questo debba essere, per il presidente uscente, un’occasione di grande rammarico. Si è persa un’occasione unica di vero cambiamento”, ha detto l’ex presidente della Ferrari.
Il successore di Giorgio Squinzi, invece, aveva dalla sua tra gli altri   Luigi Abete (“Non si lascia una Confindustria per niente spaccata”, ha replicato all’amico Montezemolo) e, soprattutto la Marcegaglia, un peso da novanta visto il suo duplice ruolo di presidente dell’Eni e con l’azienda di famiglia, di candidata all’acquisto dell’Ilva.
“Sono molto contenta che abbia vinto Boccia, è una persona di esperienza che saprà  creare la giusta discontinuità , ha un programma molto forte”, ha commentato Marcegaglia, all’uscita da Confindustria.
“Anche se c’è stato uno scarto di pochi voti — ha aggiunto — sono convinta che Confindustria si ricompatterà  anche questa volta: mentre si votava c’era un clima tranquillo e la storia di Confindustria ci ha insegnato che si ritorna sempre all’unità ”.
Sul fronte politico uno dei primi ad applaudire alla vittoria dell’imprenditore salernitano che per gli industriali da anni guida il comitato tecnico credito e finanza, è stato il governatore della Campania, Vincenzo De Luca:   “Esprimo la mia piena soddisfazione per la designazione di Vincenzo Boccia a presidente Confindustria. E’ un’occasione importante per introdurre un rinnovamento sostanziale nelle relazioni sindacali e per rilanciare sul piano nazionale le grandi questioni dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia e della coesione nazionale”, ha detto augurando buon lavoro al suo candidato ed esprimendo la sicurezza “di poter contare su una rinnovata sensibilità  da parte delle rappresentanze imprenditoriali nazionali e saremo lieti di incontrarlo nei prossimi giorni per avviare ogni possibilità  di collaborazione con l’obiettivo di creare lavoro nella nostra regione”.
Dal canto suo Boccia ha tirato dritto esprimendo la volontà  di guidare una “Confindustria che vuole essere corresponsabile della crescita del Paese” che non solo “farà  parte di un percorso collettivo“, ma porterà  avanti tanto la “continuità ” quanto “il cambiamento”.
Obiettivi piuttosto ambiziosi soprattutto alla luce del livello di partenza e della distanza ormai siderale tra gli imprenditori e il Paese. Situazione di cui   Boccia non può non essere consapevole tanto da aver richiamato i colleghi: “Oggi la complessità  che abbiamo di fronte non ci consente il lusso di litigare al nostro interno”, ha detto a caldo.
I discorsi programmatici saranno comunque ben presto alla prova dei fatti.
Da una parte c’è il tema travagliatissimo del nuovo modello contrattuale, come ha ricordato subito il segretario della Cisl, Annamaria Furlan invitando Boccia “a mettere in agenda come priorità  l’apertura del confronto con Cgil, Cisl e Uil”.
Una scelta che secondo la sindacalista “è indispensabile per rilanciare la competitività  e la produttività  delle nostre imprese e ovviamente anche per l’occupazione“.
La contrattazione “ha una funzione economico-sociale fondamentale e quindi riteniamo che, da subito, il presidente debba occuparsi di questo tema”.
Dunque “accanto ai migliori auguri, inviamo a Boccia un richiamo ai temi di grande responsabilità  che insieme a chi rappresenta imprese e lavoratori vogliamo assumerci”.
Altro fronte, meno popolare ma altrettanto delicato, è quello dei rapporti con i media e della gestione del Sole 24 Ore. E non solo per la direzione di Roberto Napoletano notoriamente vicino a D’amato.
L’editrice della Confindustria presieduta dal numero uno della Fondazione Fiera Milano Benito Benedini e guidata da Donatella Treu, entrambi in scadenza, ha appena chiuso l’ennesimo esercizio in rosso (-24 milioni di euro contro la perdita di 9,8 milioni del 2014), mentre il debito è tornato a salire (26,8 milioni) archiviando rapidamente la parentesi felice di fine 2014 quando sul bilancio aveva inciso la vendita dell’area Software, mentre il patrimonio netto si è eroso ancora arrivando a quota 86,7 milioni, contro i 121,58 del 2013.
Risultati che non hanno impedito a un Benedini nel pieno delle trattative per salvare il salvabile con la posizione della Fondazione Fiera in Arexpo, di parlare di “una squadra vitale e vincente che ha rimesso in moto una macchina straordinaria caratterizzata da grandi competenze”.
Non bisognerà  aspettare molto per sapere se anche Boccia e la sua sponsor Marcegaglia la vedono così.

(da agenzie)

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LA CRESCITA INFELICE

Marzo 29th, 2016 Riccardo Fucile

DAL CAPITALISMO AL SADOMASOCHISMO

Per Marcel Fratzscher, un economista tedesco non allineato al pensiero unico, quando una minoranza di persone si arricchisce ai danni di tutte le altre, il prodotto interno lordo dell’intero Paese peggiora.
A prima vista sembra una banalità : se pochi ricchi rastrellano il rastrellabile e la maggioranza dei consumatori ha sempre meno soldi in tasca e tantissima paura di spenderli, chi può ancora permettersi di comprare frigoriferi, maglioni e telefonini, alimentando la fantomatica Crescita? Invece gli economisti tedeschi di sistema si sono scagliati contro il tapino, sostenendo che i suoi dati (peraltro desunti dall’Ocse, non da Disneyland) sono sbagliati e le sue conclusioni abborracciate.
Perchè è vero che anche in Germania i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, ed è verissimo che il risanamento dei conti pubblici lo hanno pagato il ceto medio immiserito e i giovani disoccupati o sottopagati.
Ma lungi dal mortificarla, l’aumento della disuguaglianza e dell’infelicità  collettiva ha fatto bene alla signorina Crescita.
Infatti il reddito pro capite è in salita, seppure a scapito di tre tedeschi su quattro, che come nella storia dei polli di Trilussa si ritrovano abbondantemente sotto la media.
Mi guardo bene dall’entrare in queste dispute tra scienziati.
Ma se anche i rivali di Fratzscher avessero ragione, un sistema economico che cresce sulla pelle di tre quarti della popolazione e trova degli economisti disposti a menarne vanto senza proporre uno straccio di alternativa, sancisce il passaggio definitivo dal capitalismo al sadomasochismo.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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IL DEBITO PUBBLICO E’ SALITO DI 33 MILIARDI NEL 2015, SIAMO ARRIVATI A 2.169 MILIARDI

Febbraio 15th, 2016 Riccardo Fucile

ENTI LOCALI VIRTUOSI, SPENDE DI PIU’ LO STATO CENTRALE

Il debito pubblico chiude il 2015 con una crescita di 33 miliardi e 800 milioni, attestandosi il 31 dicembre a quota 2.169,9 miliardi.
A fine 2014, svelano i dati comunicati da Bankitalia, il debito ammontava a 2.136 miliardi (132,4 per cento del Pil), mentre alla fine di novembre era sopra 2.200 miliardi.
Via Nazionale spiega che l’aumento del debito nel 2015 (33,8 miliardi) “è stato inferiore al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (49,3 miliardi), per effetto della diminuzione di 10,7 miliardi delle disponibilità  liquide del Tesoro (collocatesi a fine anno a 35,7 miliardi) e degli scarti e dei premi di emissione che hanno contenuto il debito per 5,1 miliardi”.
Significa che il Mef ha svuotato in parte il suo conto corrente, mentre la dinamica dei titoli di Stato ha favorito il contenimento del debito.
“Di contro”, precisa la nota di Bankitalia, “le variazioni dei cambi hanno aumentato il debito di 0,3 miliardi”.
Se si guarda ai luoghi dove il debito è aumentato, la “ripartizione per sottosettori” che sottolinea la nota di Palazzo Koch, si vede un comportamento virtuoso delle amministrazioni locali, mentre nel cuore dello Stato cresce l’indebitamento: “Il debito consolidato delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 40,5 miliardi, a 2.077,5, mentre quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 6,6 miliardi, a 92,3; il debito degli Enti di previdenza si è ridotto di 0,1 miliardi”.
Bankitalia fa anche il punto sul ruolo dell’Italia nel panorama degli aiuti internazionali: “Al 31 dicembre 2015 il contributo italiano al sostegno finanziario ai paesi” dell’Unione economica monetaria “ammontava a 58,2 miliardi (60,3 alla fine del 2014): 10 miliardi di prestiti bilaterali alla Grecia, 33,9 miliardi erogati per il tramite dell’European Financial Stability Facility (EFSF) e 14,3 miliardi di contributo al capitale dello European Stability Mechanism”, il nuovo fondo salva-Stati.
Sul fronte entrate, via Nazionale registra un deciso aumento delle tasse durante l’anno scorso.
A fine dicembre scorso, le entrate tributarie sono state infatti pari a 433.483 milioni di euro, con un incremento del 6,4% rispetto ai 407.579 milioni dello stesso mese del 2014. Nel solo mese di dicembre le entrate tributarie si sono attestate a 80.144 milioni di euro, contro i 68.525 di dicembre 2014.

(da agenzie)

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“BASTA FLESSIBILITA’ ALL’ITALIA: INVECE DI RIDURRE IL DEBITO FA RICHIESTE SFACCIATE”

Febbraio 11th, 2016 Riccardo Fucile

INTERVISTA A LARS FELD, CONSIGLIERE ECONOMICO DI ANGELA MERKEL

Direttore del Walter Eucken Institut, Lars Feld è uno dei “cinque saggi“ che consigliano Angela Merkel e il governo tedesco sull’economia.
La sua nota sintonia con Wolfgang Schaeuble è palese, anche in questa intervista.
Cosa pensa della proposta di un ministro delle Finanze europeo?
«Sono molto scettico. Chi lo propone ha ragione quando sostiene che, con poteri di intervento adeguati sui bilanci nazionali, possa aiutare a far rispettare il Patto di stabilità . Ma l’esperienza con gli Stati federali dimostra che questi poteri di intervento funzionano male. E i Paesi membri difficilmente si lasciano limitare nella loro autonomia fiscale»
Non crede che la Corte costituzionale di Karlsruhe, sempre attenta alla sovranità  tedesca, potrebbe essere un problema?
«Sì. Ma il nodo è la capacità  di intervento. Anche in Germania, dove i Land possono intervenire sui Comuni, questi ultimi si ribellano. Il controllo funziona male»
I banchieri centrali (e Schaeuble) sostengono che, se non si riesce a fare il ministro europeo, occorra essere più severi sul Fiscal compact e proteggere meglio le banche. In Italia invece Matteo Renzi chiede esplicitamente più flessibilità , in vista dell’esame dei bilanci a Bruxelles.
«Sono contrario alla flessibilità  sui conti. L’Italia non è in procedura d’infrazione, però si trova nel braccio preventivo del Patto. Che già  riconosce abbastanza flessibilità . L’Italia ha esaurito tutta la flessibilità  possibile. Di più non le può essere concesso».
Perchè?
«Il disavanzo viaggia verso il 3 per cento. Il 2,4 o 2,7 per cento nel 2016 di cui si parla ora rispecchia le proiezioni, ma alla fine conta quanto l’Italia crescerà  davvero. Sono molto scettico all’idea di concedere ulteriore flessibilità . Non dobbiamo dimenticare che l’Italia ha il 135 per cento di debito/Pil. Deve essere urgentemente tagliato».
Pensa che Berlino stia facendo pressioni sulla Commissione Ue per questo?
«La Germania sta facendo continuamente pressione perchè non venga concessa altra flessibilità . Ma alla fine decide Bruxelles».
Insomma Schaeuble è irritato con l’Italia?
«Non so se lo è in generale, ma so che il consolidamento insufficiente e la scarsa disciplina sui conti dell’Italia non gli piacciono».
Roma ha chiesto alcune eccezioni sul conteggio del disavanzo, tra cui quella per la spesa sui profughi.
«Il problema è che l’Italia cerca di approfittare di ogni eccezione possibile. Guardiamo ai dati sui profughi, gli ultimi affidabili risalgono al primo semestre 2015. In rapporto alla popolazione l’Italia ne ha accolti relativamente pochi: chiedere un’eccezione sul disavanzo è piuttosto sfacciato. I Paesi più colpiti dai flussi sono Ungheria, Austria, Svezia, probabilmente la Germania».
L’ostinato rifiuto di Angela Merkel di un tetto ai profughi è un errore?
«La Costituzione non lo consente. E l’idea che Merkel abbia deciso d’istinto è totalmente sbagliata. Gli arrivi aumentano esponenzialmente da sette anni. La decisione della Corte di Giustizia europea, nel 2015, di dichiarare la Grecia fuori dagli accordi di Dublino per ragioni umanitarie, costringe ad agire. I profughi non possono essere respinti in Grecia. Al vertice di giugno anche Renzi inorridì per il mancato accordo sulla distribuzione delle quote. Durante l’estate, giustamente, la Cancelliera ha deciso: porte aperte. Chi sostiene che non rispetti la legge, sbaglia. È vero il contrario».
Torniamo all’Unione bancaria e al fondo di garanzia per i depositi. Una parte della Bundesbank dice: mai senza un diritto fallimentare comune e una valutazione non neutrale dei titoli di Stato che sono in pancia alle banche.
«Il governo tedesco ha un altro motivo di contrarietà . Ci sono problemi di legacy in alcuni sistemi bancari. Guardiamo con quali problemi deve combattere al momento il sistema creditizio italiano e quanto sono pesanti le conseguenze politiche. E quando le banche italiane saranno libere dalle sofferenze, dovremo cominciare a parlare di come armonizzare il diritto fallimentare, che influisce pesantemente sulla loro performance. Il problema dei crediti incagliati e la cornice economica sono ostacoli per una garanzia comune ».
Quindi si farà  tra secoli.
«Non sono così pessimista. Ma solo dopo il 2020 se ne potrà  parlare seriamente».

Tonia Mastrobuoni
(da “La Repubblica“)

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I GIORNI DELL’IRAN: ROHANI IN ITALIA, ACCORDI DA 17 MILIARDI

Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile

“VIAGGIO STORICO” DEL LEADER IRANIANO: VEDRA’ MATTARELLA, RENZI E PAPA FRANCESCO

Il viaggio in Italia e in Francia “avviene dopo l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, e quindi arriva in un momento storico”.
A dirlo, lasciando Teheran per volare a Roma, è lo stesso presidente iraniano Hassan Rohani, che incontrerà  oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Matteo Renzi.
“Vogliamo trarre massimo profitto per lo sviluppo del Paese e l’occupazione dei giovani, rafforzando la cooperazione economica e facilitando gli investimenti delle società  italiane e francesi”, ha sottolineato il capo dello Stato, citato dalla tv iraniana. Accompagnato da una foltissima delegazione — 120 tra imprenditori e dirigenti delle aziende pubbliche e sei ministri – Rohani ha annunciato la firma di “documenti importanti, road map a medio e lungo termine con Italia e Francia”.
Secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, a Roma saranno siglati accordi per 17 miliardi di dollari, mentre in Francia verrà  suggellato il patto per l’acquisto di 114 airbus.
Del bottino italiano, Saipem dovrebbe fare la parte del leone – è attesa un’intesa da 5 miliardi — ma affari d’oro sono in vista anche per Ferrovie dello Stato, Danieli, Condotte, Gavio e Fincantieri.
La cifra complessiva di 17 miliardi sarà  raggiunta anche grazie ad alcuni accordi “al buio”, vale a dire settori e opere in cui il governo iraniano si impegna a chiudere appalti con aziende italiane.
L’agenda di Rohani prevede prima un incontro con Mattarella attorno alle 12, seguito da un pranzo al Quirinale (rigorosamente senza vino).
Nel pomeriggio il presidente iraniano vedrà  Renzi; seguirà  una cena con vista sui Fori. Martedì mattina Rohani interverrà  al forum Italia-Iran organizzato da Confindustria e Ice insieme all’ambasciata iraniana. Alle 11 sarà  ricevuto da Papa Francesco in Vaticano.
Mercoledì mattina la visita in Italia si concluderà  con una conferenza stampa. Atteso anche un incontro con l’ad dell’Eni, Claudio De Scalzi.
Pur non potendo prescindere dai grandi temi politici, la visita a Roma del presidente iraniano sarà  soprattutto focalizzata sul rilancio della cooperazione tra i due paesi. Non solo petrolio ed energia, ma anche trasporti, infrastrutture, costruzioni.
Dopo la fine delle sanzioni contro Teheran, infatti, Roma guarda con interesse al grande mercato persiano e non vuole perdere l’opportunità  di ritornare il primo partner commerciale dell’Iran.
L’obiettivo è riportare l’interscambio con l’Iran ai livelli del 2010, ovvero a 7 miliardi di euro, e l’export a 2,5 miliardi entro il 2018. Una cifra che nel 2014 è scesa a 1,596 miliardi (con un saldo positivo per l’Italia di 714 milioni). Si prevede, inoltre, che il sistema bancario iraniano possa rientrare nel sistema Swift entro uno-due mesi, permettendo così il ritorno delle normali transazioni finanziarie internazionali finora impedite dalle sanzioni.
Il settore economicamente più rilevante è ovviamente quello del petrolio.
L’Eni ha in Iran una presenza importante dal 1957 ma le sanzioni hanno di fatto bloccato ogni sviluppo.
Ora si attende una revisione del sistema contrattuale e una soluzione, che appare ormai vicina, sugli 800 milioni di arretrati dovuti dalla compagnia statale Nioc. In ogni caso, in autunno è già  stata firmata una bozza di memorandum di intesa per l’espansione della cooperazione bilaterale nel campo delle perforazioni petrolifere con la National Iranian Drilling Company.
Vicino sembra anche un accordo per il recupero dei crediti di Sace, esposta per circa 1 miliardo nei confronti della banca centrale iraniana.
Ma a scaldare i motori è anche tutto il settore delle costruzioni per la manutenzione e l’ampliamento di molte infrastrutture nel Paese, dalle autostrade ai porti e soprattutto quello delle ferrovie.
L’Iran programma investimenti infrastrutturali per 15 miliardi di dollari, aperti anche alle iniziative italiane. In ballo la costruzione dell’ammodernamento della rete ferroviaria e della costruzione di una linea di alta velocità  con aziende italiane a fare capofila del progetto.
Si parla in particolare della tratta tra Teheran e Mashad e dell’alta velocità  tra Teheran e Qom. Sempre su questo fronte, dopo la missione italiana a novembre, si sarebbero aperte altre opportunità  tra Fs e ferrovie iraniane con progetti in collaborazione in paesi terzi. Al centro dell’attenzione anche lo sviluppo delle strade, testimoniato dal recente incontro italo-iraniano all’Ance di Roma, presenti Anas e grandi gruppi come Astalli, Impregilo e Salini.
Come spiega Alberto Negri sul Sole24Ore, per Roma è fondamentale essere in “pole position” nella corsa al tesoro iraniano.
“Secondo l’Economist, nei prossimi dieci anni il Pil iraniano potrebbe superare quello di sauditi e turchi. Le potenzialità  sono enormi: è il secondo Paese al mondo per le riserve di gas, il quarto per quelle di petrolio, possiede un apparato industriale che produce la maggior parte delle auto del Medio Oriente, è il più importante produttore d’acciaio e venta un settore tecnologico tra i più avanzati della regione che si aspetta ovviamente di fare un salto ulteriore con la fine delle sanzioni”.
Con Mattarella e con Renzi il leader iraniano affronterà  anche i principali dossier del Medio Oriente, dalla guerra in Siria alla situazione incandescente nel Golfo Persico, fino al pericolo del terrorismo islamista.
Ai temi della politica estera è dedicato l’incontro, previsto per martedì alla Farnesina, tra il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il suo omologo iraniano Javad Zarif.

(da “Huffingtonpost”)

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