Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
ITALIA ULTIMA NELL’EUROGRUPPO, 25° SU 28 IN EUROPA… E ARRANCA ANCHE NELLA MINI-RIPRESA DEL 2015
Crolla la produzione industriale dell’Italia in quattro anni: nel 2014 risulta di 8,7 punti percentuali
più bassa rispetto al 2010.
La sua performance la colloca tra le peggiori dell’Eurogruppo (al quindicesimo posto), e nell’Europa a 28 (al venticinquesimo posto).
Dalle tabelle Eurostat, elaborate dall’Adnkronos, emerge che, rispetto all’anno di riferimento 2010, per 10 paesi della zona euro la produzione industriale ha registrano una riduzione, mentre per gli altri 8 c’è stato un miglioramento; la media Uem registra un aumento di 1 punto percentuale.
In Italia dopo un avvio positivo (nel 2011 la produzione ha registrato un incremento di 1,2 punti), è iniziata una discesa inarrestabile: -6,4 punti nel 2012, -3 punti nel 2013 e -0,5 punti nel 2014.
Il crollo maggiore si è registrano nel settore dell’energia, con una riduzione della produzione, dal 2010 al 2014, di ben 14,6 punti.
Nello stesso periodo la produzione industriale nel settore dei beni intermedi è diminuita di 9,9 punti, quella dei beni di consumo di 9,4 punti e quella dei beni strumentali di 6,7 punti.
Nell’euro zona l’unico settore in cui la produzione del 2014 è inferiore rispetto a quella del 2010 è l’energia (-10,4 punti); in leggero calo la produzione di beni intermedi (-0,3 punti). Mentre registra un leggero aumento il settore dei beni di consumo (+0,5 punti), e buoni risultati ottiene il settore dei beni strumentali (+8,5 punti).
Anche nel 2015, anno in cui si è intravista una timida ripresa, l’Italia ha fatto fatica ad agganciarla, come riportava qualche giorno fa la Stampa: “Il livello della produzione industriale italiana è ancora di oltre il 31% inferiore rispetto ai massimi pre-crisi e ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione. La Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
I MOMENTI DELLA SPERICOLATA OPERAZIONE
Una gigantesca operazione montata a tavolino da alcuni grandi hedge fund americani ha rischiato di
affondare Monte dei Paschi.
Sembra quasi la trama di un film: i tre giorni che hanno fatto tremare il governo e allarmato seriamente Bankitalia, Bce e sistema bancario italiano sono il frutto di una spericolata scommessa messa in piedi da almeno tre fondi speculativi americani dall’enorme dotazione finanziaria.
Difficile sapere i nomi, dato che sono controparti molto importanti in tutte le sale operative.
Alla base di tutto, secondo quanto ricostruito, il calcolo fatto sulla garanzia pubblica ipotizzata per le sofferenze di Mps la scorsa settimana. Una percentuale tra il 18 e il 20% a carico della Cdp.
Indiscrezione che ha trovato conferma in ambienti governativi, con il Mef che tiene da tempo un canale aperto con alcuni grandi hedge fund per la partita della bad bank, nell’ottica di trovare acquirenti per i prestiti non performanti delle banche italiane.
L’OPERAZIONE
Fatti due conti, dati i 24 miliardi di sofferenze nette della banca senese e i circa 10 miliardi di patrimonio netto, quella garanzia copre fino a 4/5 miliardi. Ne mancano una decina e dunque l’equity (il capitale, ovvero le azioni) di Mps vale zero.
Da qui l’operazione: scommessa al ribasso sul titolo, scommessa al rialzo sul Cds Italia nella convinzione che un dissesto o una risoluzione di Mps avrebbe portato all’aumento dello spread italiano, e pronti comprarsi le sofferenze Mps che, se la scommessa fosse risultata vincente, avrebbe portato prezzi estremamente convenienti sulle quelle stesse sofferenze “coperte” dalla garanzia della Cdp.
A questo punto, però, c’è ancora un piccolo problema: il divieto di vendite allo scoperto imposto dalla Consob.
Problema facilmente aggirabile comprando da una delle banche «market maker» sulla Borsa Italiana delle opzioni Put sul titolo.
A quel punto la banca deve “coprirsi” per le opzioni che ha venduto, e in qualità di market maker può vendere titoli allo scoperto senza incorrere in sanzioni per garantirsi sulle opzioni Put comprate dall’hedge fund.
Lunedì parte l’operazione e a Piazza Affari il titolo affonda.
Contemporaneamente lo spread dell’Italia torna a salire, con balzi come i venti punti registrati nella seduta di martedì.
Mercoledì è forse la giornata peggiore: il titolo affonda fino al 22%. Alla fine Mps vale poco più di 1,5 miliardi di euro.
La terza banca del Paese vale quanto Iren, la multiutility del Nord Ovest. Poco più di Cerved, che fornisce dati e informazioni societarie. La metà dei piumini di Moncler.
IL CAMBIO
Poi mercoledì pomeriggio succede qualcosa. Il Tesoro fa sapere ai suoi interlocutori che la situazione è cambiata. La garanzia non sarà della Cdp ma direttamente del Tesoro, che mette sul piatto 40 miliardi di euro.
Sarà attivata caso per caso, a richiesta delle banche, e la quantità di copertura dipenderà dal fabbisogno dei singoli istituti. Ecco che la scommessa non vale più. Nella seduta di ieri sono partite le ricoperture, con massicci acquisti di titoli e il prezzo che sale del 43% e chiude a 0,73 euro dai 51 centesimi della vigilia.
La capitalizzazione torna a 2,14 miliardi e tutti possono tirare un respiro di sollievo.
Il titolo scambia l’8% del capitale.
Il Governo, con il premier Matteo Renzi che la definisce risanata e «un ottimo affare» per l’eventuale compratore.
Bankitalia e Bce, allarmate da una crisi bancaria dagli esiti imprevedibili per tutti. La banca stessa, che intanto in un’ottica di trasparenza per rassicurare mercato e correntisti ha deciso di anticipare al 28 gennaio i conti del 2015 previsti per il 5 febbraio.
Gianluca Paolucci
(da “La Stampa”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
IMPIETOSO IL CONFRONTO CON IL RESTO DEL CONTINENTE
Per il 14° anno consecutivo, il Pil italiano è cresciuto a un ritmo inferiore rispetto alla media europea.
È questo il risultato più significativo di una ricerca elaborata dal centro studi ImpresaLavoro su dati OCSE.
Dall’introduzione della moneta unica ad oggi, questa differenza di ritmo di crescita (o di decrescita) è oscillata tra il minimo del 2010 (0,4%) al massimo del 2012 (2,3%), anno nel quale — a fronte del -2,8% fatto registrare dal Prodotto interno lordo nel nostro Paese — la media Ue si è fermata al -0,5%.
Comparando invece l’andamento del Pil italiano con quello tedesco, è interessante notare come, negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’Euro, l’Italia sia cresciuta a un ritmo più sostenuto della Germania.
Dopo una serie di riforme strutturali coraggiose (ed efficaci) messe in campo dal governo di Berlino, però, la tendenza si è bruscamente invertita.
E dal 2006 ad oggi l’andamento del Pil tedesco è stato nettamente superiore a quello del nostro paese, con la sola eccezione del 2009 (Italia -5,5%; Germania -5,6%).
Negli ultimi dieci anni, mentre l’Italia ha perso in media 4 punti decimali di Pil all’anno, la Germania ha fatto registrare un più che dignitoso +1,4%.
Con un ritmo di crescita del Prodotto interno lordo come quello degli ultimi anni, la strada per far tornare l’Italia ai livelli pre-crisi sembra ancora molto lunga e incerta.
Fatto 100 il Pil reale delle economie occidentali più avanzate nel primo trimestre del 2008, solo Italia e Spagna sono ancora al di sotto dei livelli precedenti al terremoto finanziario.
Francia e Germania sono “emerse” già nel primo trimestre del 2011; nel penultimo trimestre dello stesso anno è arrivato il turno degli Stati Uniti; mentre il Regno Unito ha dovuto aspettare fino al secondo trimestre del 2013.
Mancano all’appello, dunque, solo Italia e Spagna. Ma quest’ultima negli ultimi due anni sembra avere decisamente invertito la tendenza negativa, per tornare a crescere a ritmi molto più sostenuti di quelli italiani.
Tanto che, nell’ultimo trimestre del 2015, il Pil reale spagnolo ha ormai raggiunto il 95,8% di quello pre-crisi, mentre nel nostro paese siamo ancora fermi al 91,8%, più o meno la stessa percentuale a cui siamo inchiodati dal primo trimestre del 201 (quando la Spagna era al 91,2%)
Ci aspetta dunque una strada lunga e in salita. Ma quanto lunga?
Dipenderà , naturalmente, dal tasso di crescita del nostro Pil nel prossimo futuro.
Con una crescita annua dello 0,8%, come quella del 2015, l’Italia dovrà aspettare fino al 2026. Crescendo invece a ritmi compresi tra l’1,3% e l’1,6%, con numeri analoghi a quelli delle previsioni — molto ottimiste — elaborate dal governo italiano, l’economia italiana tornerebbe ai livelli pre-crisi tra il 2021 e il 2022.
Ma sulle previsioni dei governi, è cosa nota, bisogna sempre procedere con estrema cautela.
«L’Italia ha un problema strutturale di crescita — spiega Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro — e le variazioni leggermente positive di quest’anno, se confrontate con il resto d’Europa, confermano purtroppo le nostre difficoltà . A questo quadro già complesso vanno aggiunti un deficit e un debito che continuano a non scendere e che rappresentano una seria ipoteca sulla tenuta dei nostri conti in futuro. Sono i numeri, insomma, i primi a certificare che non stiamo uscendo dalla crisi. Per poter dire di aver iniziato la ripresa, servirebbero tassi di crescita simili a quelli di Regno Unito e Spagna, superiori rispettivamente al 2 e al 3%.»
(da “Centro Studi Impresa e Lavoro”)
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Gennaio 16th, 2016 Riccardo Fucile
TRE SAGGI PER IL FUTURO PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA: SI PARTE DA UNA ROSA DI OTTO
Si parte da una rosa di otto nomi: si tratta di Francesco Gaetano Caltagirone, patron del gruppo
Caltagirone; Gina Nieri, supermanager di Mediaset, Giuseppe Pasini, ex presidente di Federacciai; il costruttore di Agrigento Giuseppe Catanzaro; Adolfo Guzzini della Guzzini Illuminazione di Macerata; Giorgio Marsiaj di Torino; Luca Moschini di Napoli; Valentino Vascellari di Belluno.
Da questa lista, di cui dà notizia l’Ansa, si passerà al sorteggio dei tre saggi che a loro volta determineranno le candidature finali per la corsa alla presidenza di Confindustria.
L’Ansa spiega che nella lista, ancora riservatissima, al momento compaiono otto nomi, ma è previsto che debbano essere almeno sei e possono salire a nove.
L’estrazione dei tre saggi sarà il 28 gennaio.
Con le nuove regole (il debutto sulle procedure per elezione del presidente della recente riforma del sistema di via dell’Astronomia) il loro lavoro – che da sempre rappresenta un passaggio chiave e delicato nella procedura per l’elezione del leader degli industriali – è oggi ancora più incisivo: per “promuovere una selezione qualitativa dei candidati” – come sottolinea il documento di attuazione della riforma – gli viene infatti affidata “una azione proattiva che superi il ruolo meramente notarile della loro azione di consultazione”; e per questo scopo è stato ritenuto “necessario individuare un paniere di figure appartenenti al sistema associativo di particolare rilievo, lasciando alla successiva procedura di estrazione dei nomi una relativa oggettivazione della terna finale”.
Il documento della Commissione Pesenti, che ha varato la riforma, sottolinea anche “i vantaggi del meccanismo di estrazione rispetto al meccanismo elettivo” precedente: “consistono nell’evitare che si inneschino attorno alla nomina dei saggi inopportune dinamiche competitive, con l’ulteriore effetto collaterale di disincentivare la disponibilità di figure di alto profilo”.
I saggi sonderanno il consenso sulle autocandidature (altra novità della riforma, perchè precedentemente i nomi dovevano esclusivamente emergere dal lavoro di consultazione della base), raccoglieranno altre “proposte, indicazione e priorità “, e verificheranno “possibili alternative autorevoli espresse dal sistema”.
Solo gli aspiranti che al termine della verifica dei saggi risulteranno avere almeno il 20% del consenso (rispetto ai voti rappresentati dai delegati dell’assemblea) potranno poi ufficializzare la loro candidatura.
Quindi, il 17 marzo un consiglio generale straordinario designerà il nuovo leader (che presenterà programma e squadra il 28 aprile), e sarà poi l’assemblea di maggio a eleggere il nuovo presidente.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
INDUSTRIA ANCORA IN AFFANNO E LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE TROPPO ALTA
L’Italia non riesce a recuperare le perdite della crisi e a mettersi a pari dei big Ue su industria
e lavoro.
Secondo i dati Eurostat rielaborati dal ministero dello Sviluppo Economico (Mise), a stentare è soprattutto l’occupazione giovanile, che dal minimo registrato durante la crisi ha recuperato 0,9 punti (2,7 in Germania, 4,2 in Gb e 1,9 in Spagna).
Arranca la produzione industriale. In base ai dati contenuti nel “Cruscotto congiunturale” messo a punto dal Mise, il livello della produzione industriale italiana è ancora di oltre il 31% inferiore rispetto ai massimi precrisi ed ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione.
La Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%.
Il confronto è ancora più implacabile se si guarda esclusivamente al settore delle costruzioni: ad ottobre di quest’anno l’Italia era 85 punti sotto il massimo precrisi ed ha toccato il nuovo minimo assoluto dall’inizio della crisi economica.
Secondo Eurostat, tutti gli altri big hanno invece recuperato dai picchi negativi, dal 3,4% della Francia al 32,9% della Spagna.
Occupazione, dati preoccupanti.
Nel mercato del lavoro il nostro Paese torna in difficoltà rispetto agli altri. Nel terzo trimestre, il tasso di disoccupazione è sceso all’11,5%, ma in Germania era al 4,5% e nel Regno Unito al 5,2%.
La Spagna segnava ancora un grave 21,6%, tuttavia rispetto ai momenti più bui della crisi Madrid ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 punti di Roma.
Caso a sè quello della Francia: il tasso di disoccupazione è più basso di quello italiano, pari al 10,8% ma si tratta del dato peggiore degli ultimi 18 anni.
L’Italia è infine fanalino di coda nell’occupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni con un tasso del 15,1% contro il 28% della Francia, il 43,8% della Germania, il 48,8% del Regno Unito e il 17,7% della Spagna.
Rispetto ai picchi negativi della crisi il recupero è stato di 0,9 punti, contro 1,9 della Spagna, 2,7% della Germani a 4,2 della Gran Bretagna.
(da agenzie)
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Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“SE SI DELEGITTIMA BANKITALIA, INVASIONE NEL CAMPO DELLA MAGISTRATURA E RISCHIO SPREAD”… MATTARELLA E NAPOLITANO PREOCCUPATI PER LA COMMISSIONE D’INCHIESTA “COSTRUITA” DA RENZI
Il timore è che, per come l’ha messa giù Renzi, la commissione d’inchiesta (sulle banche) appicchi
l’incendio.
Pericoloso, per l’equilibrio dei poteri, in particolare per l’indipendenza della magistratura.
Rischioso, in termini economici perchè un conflitto con Bankitalia può riaprire per il paese il rischio spread.
Per questo, silenziosamente ma con fermezza, sono all’opera due pompieri di eccezione: i “due presidenti”, Sergio Mattarella, ma anche Giorgio Napolitano.
Una commissione parlamentare che indaghi sullo scandalo delle banche va fatta – è il loro pensiero — ma “di indagine”, cioè al tempo stesso rispettosa della magistratura e che con trasformi la ricerca delle disattenzioni di Bankitalia in una campagna di delegittimazione, pericolosa anche in termini economici.
Perchè già lo scandalo delle banche ha già alimentato un clima di sfiducia attorno al paese. Se il governo mette sotto processo la Banca centrale, la sfiducia è destinata a crescere, con conseguenze per il risparmio e per l’economia nazionale.
Riavvolgendo la pellicola del nastro, è stato nel corso della mozione di sfiducia sulla Boschi che si è vista la prima impronta di Napolitano.
Quando in Transatlantico, mentre l’ex capo dello Stato conversava con Pietro Ichino, è passato Walter Verini: “Walter, ti devo parlare”.
I due, che vantano un rapporto di antica consuetudine e di affinità politica, si sono appartati per un tempo non banale.
Poco dopo in Aula, nella sua dichiarazione di difesa della Boschi Verini ha parlato di una “commissione di indagine” sulle banche. Una posizione, su questo tema, sfasata rispetto a quella del capogruppo del Pd, Ettore Rosato, che invece ha parlato, secondo l’ordine di palazzo Chigi, di “commissione di inchiesta”.
E sfasata rispetto al testo del ddl per istituzione la commissione di inchiesta depositato da Marcucci, uno dei renziani più fedeli,
Non è stato questo l’unico contatto che ha avuto Napolitano. Enrico Morando, Giorgio Tonini, esponenti di rango della maggioranza renziana hanno ricevuto il suo preoccupato ragionamento.
Che suona così: “Fare una commissione d’inchiesta che gli stessi poteri della magistratura è pericoloso. Si rischia di mettere uno strumento delicatissimo nelle mani degli scalmanati. Alle inchieste meglio che ci pensano i magistrati che politici che si improvvisano tali per protagonismo”. Praticamente ciò che ha dichiarato anche Pier Ferdinando Casini, che con l’ex capo dello Stato ha un rapporto strettissimo.
Pure sul Colle più alto Mattarella la pensa allo stesso modo di Napolitano. Interpellando fonti ufficiali la linea è “decide il Parlamento nella sua autonomia”.
Ma il capo dello Stato, meno avvezzo del suo predecessore al gioco dei media, in una questa vicenda delle banche per la prima volta non si è limitato a operare da spettatore.
Nel discorso del suo insediamento aveva annunciato che, se i giocatori avessero commesso dei falli, si sarebbe comportato da arbitro.
Ecco, per la prima volta ha fischiato parlando alle Alte Cariche, mettendo in guardia dal rischio di un “conflitto”. Un fischio avvenuto nel corso di una girandola di incontri col governatore di Bakitalia, il presidente di Consob e il presidente dell’Autorità anticorruzione Cantone, colui che il premier ha scagliato polemicamente contro Bankitalia
Sembrano dettagli, ma la differenza tra “commissione di indagine” e di “inchiesta” è sostanza politica.
E le preoccupazioni dei due presidenti vanno al cuore dell’offensiva che Renzi vuole scatenare attraverso lo strumento, appunto, della commissione d’inchiesta.
Perchè quella di inchiesta ha poteri del tutto simili a quelli della magistratura. Non solo. Il ddl presentato da Marcucci rappresenta la formulazione più hard.
Al comma 1 dell’articolo 5 si legge: “La commissione può ottenere, anche in deroga a quanto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti o inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti inerenti all’oggetto dell’inchiesta”. Significa che su richiesta della commissione, e quindi della maggioranza che coincide con la maggioranza di governo, il pm che sta indagando non può dire di no anche di fronte a richiesta di atti su indagini coperte dal segreto istruttorio. Si può appunto derogare al segreto dell’indagine previsto dall’articolo 329.
Dunque, la politica può mettere il naso in questioni che non le competono e che riguardano i giudici.
Sussurra un parlamentare del Pd molto critico: “Se hai il potere di mettere il naso dove non ti compete, cosa vai cercando? Se ci sono inchieste in corso? O chi sono gli imputati ad Arezzo, dove ancora non si capisce se è indagato papà Boschi? O documenti utili a scaricare su altri le responsabilità ?”.
Fin qui, la potenziale invasione di campo della magistratura.
Al tempo stesso c’è il fronte che riguarda Bankitalia. Perchè il premier non vuole che la commissione indaghi gli ultimi 20 anni, non solo sui crac di Banca Etruria e delle altre tre banche finite nell’occhio del ciclone.
Vuole scavare negli atti più riservati anche di Bankitalia degli ultimi tre lustri, quando i governatori erano prima Fazio e poi Draghi e a palazzo Chigi c’erano prima Berlusconi, Prodi, Monti e Letta.
È chiaro che su questi presupposti la commissione si trasforma nel luogo del processo e della delegittimazione a Bankitalia magari — sussurrano i maligni — con l’obiettivo di cacciare qualcosa dal passato per oscurare il caso banca Etruria.
Una manovra azzardata, spericolata, quella di trascinare palazzo Koch nel gioco dei titoli facili sui giornali. Che può destabilizzare l’Istituto di via Nazionale agli occhi dell’Europa e dei mercati finanziari. Del resto, se non ci fossero dei rischi seri non si muoverebbero, sia pur sottotraccia, entrambi i presidenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
LO STUDIO DEL CENTRO STUDI “IMPRESA E LAVORO” SULLA CRISI DEGLI ISTITUTI DI CREDITO
Tre miliardi e 900 milioni è il controvalore complessivo di titoli azionari e obbligazionari subordinati
di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, andati interamente in fumo nel weekend del 21-22 novembre, in seguito ai provvedimenti di risoluzione emanati dal Governo e da Banca d’Italia per salvare la parte buona delle quattro banche dell’Italia centrale da anni in stato di crisi. Il computo fornito da ImpresaLavoro è stato realizzato sulla base dei dati contenuti negli ultimi bilanci pubblicati dalle banche cadute in liquidazione, nonchè degli ultimi aumenti di capitale e dei dati Reuters sui titoli obbligazionari colpiti.
I soci delle quattro banche, oltre agli obbligazionisti subordinati, si sono visti infatti letteralmente azzerare il valore dei propri investimenti, senza per loro alcuna chance di recupero poichè sulle nuove banche (che hanno raccolto la parte buona dei vecchi istituti) non possiedono alcun diritto, nè patrimoniale nè di voto.
La procedura di risoluzione adottata in novembre rappresenta una sorta di anticipo rispetto a quanto potrebbe accadere dal 2016 anche per altre banche con l’entrata in vigore delle norme sul bail-in, ovvero sulle procedure di salvataggio interno che limitano drasticamente — se non annullano — le possibilità di intervento del contribuente al ripianamento delle perdite degli istituti in difficoltà . In realtà , l’applicazione rigida del bail-in alle quattro banche avrebbe avuto dei risvolti ancor più drammatici poichè avrebbe comportato delle perdite anche per i titolari di obbligazioni ordinarie e, probabilmente, anche di una parte dei correntisti con giacenze superiori a 100mila euro.
Le quattro banche oggetto del “salvataggio” hanno bruciato circa 3,1 miliardi di valore in capitale azionario (di cui oltre 500 milioni raccolti — quasi tutti da piccoli risparmiatori — solamente tra il 2011 e il 2013), mentre a quasi 800 milioni corrisponde la perdita per le obbligazioni “junior”, ovvero subordinate rispetto alle più comuni ordinarie, anch’esse collocate per gran parte a piccoli risparmiatori.
Il dissesto sarà certamente ricordato tra i più gravi della storia finanziaria del nostro paese, tanto da essere già stato paragonato ai casi di Parmalat e Cirio, anche se il confronto più azzeccato — fatte le dovute proporzioni — è quello con il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, intervenuto nel 1982.
Anche allora il valore delle azioni fu azzerato, ma i soci ricevettero il diritto di partecipare al capitale del Nuovo Ambrosiano, che dopo un lungo risanamento e una serie di operazioni di fusione con altri istituti ha contribuito alla nascita dell’odierno gruppo Intesa Sanpaolo.
Le quattro banche oggetto, lo scorso mese, della procedura di risoluzione erano state da tempo commissariate da Banca d’Italia (Carife lo era addirittura dal 2013). L’amministrazione straordinaria, del resto, segnala un grave stato di crisi e negli ultimi anni ha portato metà delle banche coinvolte a chiudere i battenti, mentre l’altra metà si è salvata riprendendo la normale attività oppure trovando acquirenti come nel caso recente di Banca Tercas e Caripe, acquistate dalla Popolare di Bari.
Ad oggi tuttavia sono ancora dieci gli istituti bancari in tutta Italia sottoposti a questa procedura, e per i quali dunque perdura la situazione di crisi.
Non sono commissariate ma stanno affrontando una situazione molto delicata anche Veneto Banca e Popolare di Vicenza, le due grandi popolari del Nordest che figurano tra le società ad azionariato diffuso (ovvero tra i cui soci figurano una moltitudine di piccoli risparmiatori), che prevedono di quotarsi in Borsa solo nella primavera del 2016, momento nel quale emergerà il reale valore di mercato delle stesse.
Dal 2014 infatti, il meccanismo interno di rivendita delle azioni di tali istituti si è sostanzialmente bloccato, sotto il peso di svalutazioni di bilancio e perdite sempre più consistenti, e della consapevolezza ormai diffusa che il prezzo delle azioni fissato “a tavolino” dal Cda negli ultimi anni è oggi ampiamente fuori mercato, e per questo tale da scoraggiarne l’acquisto.
Agli inizi di dicembre il Cda di Veneto Banca ha determinato il prezzo di recesso per le azioni in 7 euro e 30 centesimi, con una gravissima perdita (pari all’81,5%) rispetto al prezzo di 39 euro e 50 che gli stessi titoli avevano solo nove mesi prima.
Viste le numerose analogie tra i due istituti, si teme che una proporzione del genere possa applicarsi anche a Banca Popolare di Vicenza; in entrambi i casi oltre al danno si aggiunge anche la beffa, dal momento che gli scambi delle rispettive azioni sono comunque ancora bloccati e potranno riprendere solamente tra qualche mese con l’approdo in Borsa, dove potrebbero subire peraltro nuove riduzioni di valore.
Il conto delle perdite, dunque, per i soci delle grandi popolari del Nordest, potrebbe essere già oggi stimabile in 6,2 miliardi di euro, nonostante i quasi 1,9 miliardi versati dagli azionisti negli ultimi 2 anni sotto forma di aumenti di capitale e di rimborso anticipato (in azioni) di obbligazioni convertibili.
Entrambe le banche inoltre si apprestano a richiedere ai soci altri 2,5 miliardi di capitale nei primi mesi del 2016, al fine di ripristinare i livelli di patrimonio e garantire la continuità aziendale.
Al di fuori delle due popolari venete (che a dispetto della denominazione hanno nel tempo assunto una dimensione nazionale e tale da essere incluse tra le 15 “big” italiane vigilate direttamente dall’Europa), vi sono una quarantina di istituti non quotati ma con azionariato diffuso, e dunque con una compagine sociale costituita in gran parte anche da piccoli risparmiatori.
Oltre alla Popolare delle Province Calabre (commissariata), tra questi istituti non risultano altre crisi in corso paragonabili a quelle di Vicenza e Veneto Banca, ma la trasparenza dei prezzi e nelle quantità di azioni di questi istituti, scambiate attraverso i loro “borsini interni” più o meno evoluti, risulta in media molto scarsa (seppur variando significativamente tra istituto e istituto).
Oltretutto, il prezzo di tali azioni risulta in media più alto rispetto ai multipli di borsa ed è dunque possibile che, a fronte di eventuali nuove svalutazioni, emergano perdite per i loro piccoli azionisti per un totale di altri 2,5 miliardi di euro.
Molto più trasparente, ma anche molto più grave, il conto per le più grandi banche italiane quotate in Borsa.
Il mercato azionario ha punito i loro investitori sin dai primi inizi della crisi finanziaria, ovvero dal 2007.
Nonostante il netto recupero che si sta materializzando sui titoli quotati sin dal 2013, secondo i dati di Borsa Italiana il settore delle banche italiane risulta aver bruciato, rispetto al 2007, ben 100,1 miliardi di valore, a cui si devono aggiungere i 48,9 miliardi versati dai soci tramite aumenti di capitale dal 2008 a oggi.
Tra le quotate, oltre alla già citata Banca Etruria caduta in liquidazione, a presentare le perdite più vistose sono state Banca Carige e il Monte dei Paschi, che hanno però superato i più recenti test europei sul capitale. Inoltre, vanno citati anche gli azionisti di Banca Popolare di Spoleto, che vivono nell’incertezza da almeno due anni, con il titolo sospeso dalle quotazioni e con il commissariamento di Banca d’Italia (conclusosi nel 2014), ora impugnato dagli ex-vertici.
Ma la vera spada di Damocle che incombe sulle nostre banche sostanzialmente comune a tutto il sistema ed è ancora quella dell’elevato volume dei crediti deteriorati, problema ad oggi irrisolto, che corrisponde, secondo le recenti stime della European Banking Authority, addirittura a oltre 17 punti del nostro Pil.
Nella sostanziale impossibilità di un aiuto pubblico in soccorso dei dissesti bancari, rimarcata dalle nuove regole del bail-in, una cosa è certa: i piccoli risparmiatori dovranno necessariamente aumentare il proprio grado di consapevolezza, e ricordarsi che in base alle nuove norme gli unici strumenti davvero tutelati saranno i conti correnti e depositi (e solo entro i 100mila euro per istituto), mentre gli altri titoli bancari come azioni e obbligazioni (ancor di più se non quotati), già oggi possono presentare un grado di rischio più alto di quanto inizialmente prospettato.
Paolo Ermano
Centro Studi Impresa Lavoro
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Dicembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
CEDUTO UN PEZZO DI STORIA DEL DESIGN ITALIANO CAPACE DI CONQUISTARE IL MONDO
Mancava solo la firma, che è arrivata nel primo pomeriggio, a suggellare l’accordo tra il gruppo indiano Mahindra & Mahindra e Pincar, azionista di controllo di Pininfarina, la società italiana attiva nell’automotive design.
Le azioni della società erano state sospese dalle contrattazioni in attesa della nota e dell’incontro stampa del pomeriggio.
Le negoziazioni con il più grande produttore indiano di veicoli sportivi erano in corso da mesi (le prime indiscrezioni risalgono a marzo di quest’anno) e l’accordo ha portato al passaggio di mano al colosso asiatico dello storico gruppo del Made in Italy fondato a Torino nel 1930.
Mahindra acquisterà da Pincar il 76% del capitale di Pininfarina, al prezzo di 1,10 euro per azione.
Successivamente lancerà un’Opa sul titolo in Borsa allo stesso prezzo. Il controvalore complessivo dell’operazione ammonta a circa 25 milioni di euro.
A cui si sommeranno altri 20 milioni di euro mediante un aumento di capitale in Pininfarina entro il 2016.
L’accordo prevede le dimissioni dell’attuale Cda al momento del closing. Contestualmente alla firma dell’intesa sono stati conclusi l’accordo di ristrutturazione dei debiti di Pininfarina, che prevede che l’indebitamento finanziario delle banche sarà ripagato dal 2017 con un tasso di interesse che resterà invariato allo 0,25% su base annua.
Tutti i soci della famiglia Pininfarina, della catena di controllo di Pincar, il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale dell’azienda hanno approvato l’operazione «prendendo atto con soddisfazione del raggiungimento di questi importanti accordi per la continuità aziendale e lo sviluppo di Pininfarina nella continuità della tradizione e dei valori che hanno fatto della società un leader nel mondo del design e creatività industriale italiana».
Nella seduta di venerdì il titolo aveva fatto uno scivolone (-9% a 4 euro) per i timori legati alla liquidazione della holding Pincar.
La società aveva poi precisato che le trattative con Mahindra andavano avanti. Pininfarina collabora già con Mahindra allo sviluppo dei suoi SUV e ha lavorato, in particolare, sul nuovo modello compatto denominato TUV300.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
“L’ITALIA NON PUO’ PERMETTERSELO”
Verso Matteo Renzi questa volta dal Financial Times arriva una critica netta: sull’evasione fiscale il governo “adotta una posizione confusa” e “non può permettersi questo lusso”.
Scrive il quotidiano londinese. “La dimensione dell’economia sommersa da tempo è diventata uno dei principali ostacoli alla modernizzazione del Paese. Oggi vale circa un quinto del prodotto interno lordo. Dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi primo ministro combattere questo problema (..). Stranamente, il governo di Matteo Renzi sta andando nella direzione opposta”.
Il riferimento del Financial Times è alla decisione di alzare il tetto del contante da 1000 a 3000 euro.
“Questa mosa – rileva l’Ft – non ha senso. Le transazioni di contanti sono molto più difficili da tracciare di quelle attraverso le carte di credito o i bonifici. Renzi fornisce così una grande possibilità a singoli e organizzazioni che sono abili a eludere il fisco. Questa scelta dà poi più margine di azione alle piccole imprese nel non dichiarare i propri profitti”.
Da un lato, ricorda il quotidiano, il governo è sembrato impegnato nel sconfiggere l’economia sommersa introducendo una misura che costringe i commercianti ad accettare i pagamenti elettronici anche per le transazioni più piccole. Dall’altro quest’anno, il premier “ha alzato la soglia di non punibilità per le tasse evase da 50 mila a 150 mila euro”.
“L’Italia – scrive il Financial Times- non può permettersi una linea così confusa sull’evasione fiscale.
(da agenzie)
argomento: economia | Commenta »