Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
VOLUNTARY DISCLOSURE: 129.565 DOMANDE PRESENTATE PER UNA BASE IMPONIBILE DI 59,6 MILIARDI…ABBUONATE LE IRREGOLARITA’ PRECEDENTI AL 2009-2010
L’operazione di rientro dei capitali nascosti al fisco varata un anno fa dal governo Renzi ha
fruttato alle casse dell’Erario 3,8 miliardi di euro di gettito tra tasse non pagate e sanzioni. A prima vista un successo, ma, a conti fatti, si scopre che i 129.565 contribuenti che si sono autodenunciati hanno versato solo il 6% delle cifre regolarizzate, che ammontano a quasi 60 miliardi.
La percentuale di recupero è ben inferiore rispetto a quelle a doppia cifra paventate dai commercialisti.
Forse perchè nel frattempo il governo, proprio con l’obiettivo di far decollare la voluntary disclosure, ha incentivato l’adesione consentendo a chi ha sanato irregolarità fiscali commesse prima del 2009-2010 di farlo senza pagare nulla.
Tornando ai numeri diffusi dal Tesoro, 127.348 istanze hanno riguardato soldi occultati all’estero e le altre 2.217 capitali detenuti in Italia ma non dichiarati.
La base imponibile emersa è di 59,6 miliardi, di cui 41,5 erano in Svizzera, 4,6 miliardi nel principato di Monaco, 2,2 alle Bahamas e 1,3 a Singapore.
Seguono Lussemburgo e San Marino.
Fabrizia Lapecorella, capo del dipartimento finanze del Tesoro, ha detto che circa 16 miliardi sono rientrati in Italia. Alla stima “prudenziale” dei 3,8 miliardi di gettito si arriva sommando imposte sui redditi per oltre 704 milioni, imposte sostitutive per circa 1,2 miliardi, Iva per più di 54 milioni, Irap per 34 milioni, ritenute per oltre 15 milioni e contributi per 96 milioni.
A questi importi si aggiungono sanzioni relative a violazioni della normativa sul monitoraggio fiscale per 1,38 miliardi altre sanzioni per 322 milioni.
Va ricordato che una parte della somma recuperata è già impegnata: 1,4 miliardi Palazzo Chigi ha deciso di usarli per sterilizzare la clausola di salvaguardia sulla reverse charge, che altrimenti avrebbe fatto aumentare le accise sulla benzina fino a totalizzare 728 milioni di euro, e gli oneri (671 milioni) legati all’abolizione dell’Imu decisa nel 2013 da Enrico Letta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA: “IL CROLLO DELLA FIDUCIA PORTEREBBE GRAVI DANNI ALL’ECONOMIA”
La comunità globale degli economisti «vuole aggiungere la sua voce a tante altre esprimendo sgomento per l’attacco terroristico a Parigi e in altri luoghi, e mandando un abbraccio alle famiglie delle vittime».
Nouriel Roubini, nato nel 1958 in Turchia da famiglia ebraica iraniana, cresciuto in Italia e diventato, da cittadino americano, uno dei più prestigiosi economisti mondiali, oggi docente alla New York University, è di nuovo preoccupato.
Non per l’eccesso di speculazioni che portò alla crisi finanziaria del 2008 in America con tutto quello che ne è seguito, ma per il colpo di freno ad un sereno sviluppo mondiale che i fatti di questi giorni possono provocare.
«Intendiamoci — puntualizza — è ancora presto per una vera e propria modifica delle previsioni macroeconomiche, ma c’è il pericolo che si materializzi uno dei rischi più seri in grado per dare uno scossone alla già precaria ripresa in occidente. In particolare per la Francia ci sono seri rischi di un impatto negativo sul Pil».
In conseguenza diretta degli attacchi?
«Sì, perchè l’effetto sulla psicologia e quindi sulla fiducia, che in economia è tutto, sarà naturalmente molto violento. I tre mesi di stato d’emergenza probabilmente avranno conseguenze dirette sulla crescita, particolarmente se il turismo e anche l’attività di business rallenteranno bruscamente. In qualche misura, sulla produzione questo sarà controbilanciato dall’aumento degli investimenti pubblici in termini militari e di sicurezza, e ciò è valido in tutta Europa, avallato dalla flessibilità fiscale della commissione. Ma su queste spese militari ci sarebbe molto da discutere ».
In che senso?
«Prendiamo gli Stati Uniti: hanno speso ormai l’incredibile somma di 2mila miliardi di dollari nelle guerre in Iraq e Afghanistan con l’unico risultato di creare più instabilità . Se l’occidente continua a ignorare le reali necessità del Medio Oriente o tratta i problemi della regione solo in termini militari, invece che affidarsi alla diplomazia e riservare le risorse finanziarie al supporto della crescita locale e alla creazione di posti di lavoro, l’instabilità e l’incertezza in tutta l’area possono solo peggiorare. E i risultati di questa scelte in ultimo danneggeranno l’Europa, gli Stati Uniti e tutta l’economia globale per molti decenni a venire».
Vuol dire che la crisi non sarebbe confinata al Medio Oriente?
«Certo che no. Che esportino terrorismo si è visto. Ma anche dal ristretto punto di vista dei mercati finanziari, lo shock da un’escalation in Siria, il caso più rovente, contagerebbe tutte le economie attraverso il canale della fiducia: investitori, imprenditori e consumatori sono molto vulnerabili. Senza contare il coinvolgimento diretto di Paesi importantissimi quali Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia. Il Fondo monetario identifica nella Cina e in altri Paesi emergenti il rischio di una nuova contrazione a livello mondiale, ma anche questa minaccia non va sottovalutata. L’intero Medio Oriente è una polveriera ora più che mai, con conseguenze mondiali. E ora non può più neanche contare sulla risorsa del petrolio per finanziare il suo sviluppo».
Perchè i prezzi sono bassi? A proposito, perchè non risalgono come era sempre successo in presenza di tante tensioni nell’area?
«Per motivi che vanno dalla sovrapproduzione alla frenata cinese. E poi perchè i mercati sono purtroppo così abituati alla tensioni in Medio Oriente da non reagire più a battaglie e terrorismo. Però bisogna seguire con la massima attenzione le relazioni interne a tutta l’area, dove le vicende militari ed economiche sono drammaticamente interconnesse. Per esempio c’è una guerra “per procura” in corso fra Arabia Saudita e Iran, non solo di potere interno all’Opec, se è vero che in Siria i due Paesi appoggiano uno le varie frange combattenti sunnite e il secondo il regime di Assad. Tutto questo conoscerà uno sviluppo ulteriore con il boom di produzione iraniana previsto appena si sbloccherà il dopo-sanzioni, che porterà a un ulteriore eccesso di offerta e quindi un ribasso dei prezzi: e visto che l’Arabia Saudita comincia ad avere seri problemi di bilancio (oggi il deficit è il 20% del Pil) e che deve fronteggiare crescenti spese militari (non solo in casa ma in Egitto, Yemen e Siria) le sue reazioni in presenza di un ennesimo crollo dei prezzi sono tutte da verificare. Infine, non dimentichiamo che la crisi in Medio Oriente ha già creato una crisi ancora maggiore in Europa con il problema dei rifugiati, che ha ovviamente riflessi economici perchè impone ai Paesi di creare infrastrutture e sostentamento per questi disperati, e anche riflessi politici tali da squassare le cancellerie».
Ha preoccupazioni per la tenuta della Merkel?
«Certo, questa vicenda, con le sue incertezze e i ripensamenti, potrebbe costarle la rielezione nel 2017. Potrebbe essere eletto allora Schaeuble, con quali risultati in termini di austerity e di stretta europea è facile immaginare. Altro che crescita. E anche Hollande, che pure sta reagendo duramente agli attacchi, rischia sul fronte immigrazione di lasciare strada alla Le Pen».
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 13th, 2015 Riccardo Fucile
LO STUDIOSO SCOZZESE E’ CONSIDERATO UN ESPERTO DI CONSUMI E POVERTA’
«Il rallentamento della crescita economica nel mondo ricco, a partire dall’Europa anche prima della
crisi finanziaria, è una delle minacce più gravi che abbiamo davanti».
E’ l’allarme che lancia il professore della Princeton University Angus Deaton, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel per l’economia.
Deaton parla via streaming dall’auditorium della sua università , e la prima domanda a cui risponde è quella che gli abbiamo inviato noi via mail.
Di recente lei ha detto: «Il mio messaggio generale, le mie misurazioni, tendono a mostrare che le cose stanno migliorando, ma c’è ancora molto lavoro da fare» Questo miglioramento è vero anche per l’Europa, e qual è il lavoro che il Vecchio continente deve ancora fare per ottenere una crescita economica più forte
«E’ vero che ho passato parecchio tempo a dimostrare come il mondo stia diventando un luogo migliore. Durante gli ultimi 250 anni l’umanità si è trasformata dall’essere una entità vicina alla povertà estrema, a una società dove molti di noi vivono vite più ricche e possono esprimere al meglio i propri talenti e le proprie capacità . Però enfatizzo anche che c’è ancora molto da fare. La Banca mondiale ha annunciato pochi giorni fa gli ultimi dati economici, e la povertà è scesa ormai al 10% della popolazione globale. Ciò è magnifico, ma ci sono ancora 700 milioni di persone che vivono in questa condizione, e il loro stato ha serie conseguenze per ognuno di noi. Ci sono minacce, e una delle più gravi per tutti è il rallentamento della crescita economica nel mondo ricco, decennio dopo decennio, anche prima della crisi finanziaria del 2008. Questa crisi però ha reso la situazione ancora più dura»
Perchè?
«Il rallentamento rende tutto più difficile, complica le scelte della politica, abbassa la qualità della vita delle persone, soprattutto per la gente in fondo alla scala sociale. Se sommi questo fatto alla crescente diseguaglianza, ti rendi conto che molta gente nel mondo ricco sta soffrendo. Le loro vite peggiorano, e parecchi vedono il peggioramento come una conseguenza delle buone cose che invece stanno accadendo nel resto del mondo. Questo è un sentimento davvero difficile da affrontare»
Come mai fatichiamo a capirlo?
«I dati che esistono, ma molti non vogliono vederli o svilupparli, perchè vanno contro i loro interessi».
Lei è cresciuto in condizioni economiche difficili: quanto l’ha influenzata questo fatto nella scelta dei temi da studiare?
«Ho avuto pochi soldi almeno fino a quando ho fatto il dottorato. Non dico che essere povero aiuta, però ti dà una prospettiva più chiara del mondo. Ho capito soprattutto quanto conta la fortuna: se mio padre non si fosse ammalato di tubercolosi durante la Seconda Guerra Mondiale, io non sarei neanche nato, perchè lui sarebbe morto in un’operazione militare a cui era stato destinato dove tutti i soldati persero la vita. Poi fu lui, minatore del carbone, a spingermi verso l’accademia».
A cosa si sta dedicando ora?
«Studio soprattutto l’impressionante aumento della mortalità fra gli americani di mezza età . Persone che si tolgono la vita, o muoiono di overdose. Ritengo che la diseguaglianza sia una delle minacce più gravi della nostra società , perchè influenza tutto. Ha un effetto sulla politica, ma anche sulle scelte riguardo i cambiamenti climatici, che molti rifiutano di affrontare perchè vanno contro i loro interessi. Temo un mondo dove i ricchi fanno le regole, e gli altri devono obbedire. C’è molta gente che sta soffrendo, a causa della globalizzazione. Persone di mezza età , istruite e non, che vedono svanire le promesse di benessere con cui erano cresciute e crollare i loro redditi. Sono le persone che muoiono di overdose o si suicidano, e stanno cambiando l’intero profilo della mortalità negli Stati Uniti. Non dico che tutto questo sia provocato in maniera diretta dalla diseguaglianza, ma certamente l’estrema diseguaglianza sta peggiorando le cose, creando questa emergenza che ora studio».
Paolo Mastrolilli
(da “La Stampa”)
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Settembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
A BERLINO ORA TEMONO PER GLI EFFETTI SULL’ECONOMIA
Nel giorno in cui Volkswagen subisce un altro tracollo in borsa facendo registrare un catastrofico -22% – bruciando, insieme a lunedì, 24 miliardi -, lo scandalo si allarga facendo tremare i palazzi del potere tedesco.
La questione delle emissioni diesel mette infatti nei guai anche Angela Merkel e il suo governo. Con il rischio concreto di colpire il made in Germany.
L’edizione online del Die Welt riporta che “il governo tedesco sapeva delle truffe sull’antismog”.
Nel sito web della testata tedesca si legge inoltre che “la tecnica della manipolazione dei motori è nota da tempo a Berlino e Bruxelles. Lo dimostra un documento del ministero dei Trasporti”. Il giornale cita inoltre una risposta a un’interrogazione dei Verdi in materia, che risale al 28 luglio scorso.
Una brutta grana per la Cancelliera tedesca che giovedì volerà a New York per partecipare all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, dove si parlerà di clima e di riduzione delle emissioni.
Solo cinque giorni fa, al salone dell’auto di Francoforte, a poche ore dallo scandalo dei software capaci di “truccare” i valori delle emissioni Volskwagen, la Merkel si era fatta ancora una volta paladina della salvaguardia ambientale: prima di essere fotografata insieme ai vertici Volskwagen aveva lodato infatti le compagnie automobilistiche tedesche per le loro tecnologie a basso impatto capaci di offrire “un importante contributo per gli obiettivi climatici”.
Per ora la Cancelliera è intervenuta sul caso auspicando un rapido chiarimento dei fatti: in questa “situazione difficile”,ha detto, serve “piena trasparenza”.
La Merkel ha aggiunto: “Spero che i fatti siano messi sul tavolo il più velocemente possibile”.
Un altro grosso problema che potrebbe innescare il “diesel-gate” è quello di macchiare l’ottima reputazione del made in Germany. Un articolo pubblicato su HuffPost Germania sottolinea proprio questo punto.
Il Deutsches Institut fur Wirtschaftsforschung (l’istituto nazionale per la ricerca sull’economia, ndt) ha messo in guardia dal danno permanente che potrebbe ricevere il marchio, finora garanzia di qualità , “made in Germany”.
Il presidente Marcel Fratzscher ha affermato alla Bild-Zeitung che oltre al caso specifico “anche altri esportatori tedeschi potrebbero rimanere danneggiati dallo scandalo, visto che finora VW era considerata un valido esempio della qualità dei prodotti “made in Germany”. Bisognerebbe ora occuparsi di “limitare i danni per VW e per gli esportatori tedeschi in generale”.
Anche il ministro dell’economia Sigmar Gabriel aveva espresso dubbi simili nella giornata di lunedì.
Anche diversi politici tedeschi hanno usato toni molto forti – il che in Germania è piuttosto insolito – arrivando a immaginare una “catastrofe per l’intera industria dell’auto”, come nel caso del parlamentare della Csu Max Straubinger. Volkswagen è il simbolo della economia tedesca, e un crollo di questa azienda potrebbe, negli scenari peggiori evocati – lo ha fatto il notista politico di NTV Heiner Bremer – avere effetti addirittura sulla crescita della locomotiva.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE AVVERTE CHE IL +2,7% REGISTRATO DALLA PRODUZIONE INDUSTRIALE A LUGLIO E’ STATO TRAINATO DAL 20,1% DEI MEZZI DI TRASPORTO, FATTO NON RIPETIBILE
Non è un caso se tra il premier Matteo Renzi e Sergio Marchionne elogi e scambi di cortesie sono ormai all’ordine del giorno.
Per la “ripresina” italiana, infatti, il governo deve ringraziare proprio il numero uno di Fiat Chrysler. Insieme alla Ducati e alla Lamborghini controllata dai tedeschi di Volkswagen.
A evidenziarlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui la crescita del 2,7% della produzione industriale registrata a luglio (rispetto allo stesso mese del 2014) “è ‘drogata’ da un aumento, probabilmente non ripetibile nel medio-lungo periodo, del settore auto”, “salito addirittura di oltre il 20%“.
Ma il boom della fabbricazione di mezzi di trasporto è frutto della ripartenza a pieno regime di molti impianti dopo i “periodi di fermo del 2014 e degli anni precedenti”. Un rimbalzo legato all’aumento delle immatricolazioni registrato negli ultimi mesi, che dipende a sua volta da un fattore congiunturale: passato il periodo peggiore della crisi, le famiglie stanno sostituendo le auto più vecchie.
Passata questa fase, è probabile che il mercato si normalizzerà .
Di conseguenza, avverte l’associazione delle piccole e medie imprese, è presto per “esultare come se fossimo ormai fuori dalla crisi e in piena ripresa”.
Perchè una crescita sostenuta e di lungo periodo richiede che a crescere siano tutti i settori — comprese le costruzioni che al contrario restano al palo.
Il governo dunque non può dare per acquisita la ripartenza ma “deve spingere tutta l’economia italiana con un piano serio volto alla riduzione del carico fiscale“.
Tra poche settimane “conosceremo il contenuto della legge di Stabilità e allora vedremo se le promesse saranno mantenute”, conclude il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Che il rialzo della produzione e la crescita del Pil superiore alle attese siano legati a doppio filo all’andamento del mercato dei mezzi di trasporto emerge in effetti con chiarezza dagli ultimi dati Istat.
Il manifatturiero nel suo complesso, per esempio, ha fatto registrare a luglio un progresso dell’1,9% proprio grazie al +20,1% segnato da quel comparto.
Ma al contrario il settore della metallurgia e della fabbricazione di prodotti in metallo si è contratto del 2,4% e hanno il segno meno anche la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-0,8%) e i prodotti chimici (-0,7%).
Quanto al prodotto interno lordo, il +0,4% del primo trimestre è stato fortemente influenzato da un +28,7% degli investimenti fissi lordi nel settore dei mezzi di trasporto. Incremento “rientrato” però nel secondo trimestre, quando gli investimenti fissi del comparto sono calati del 2,7%.
Per spiegare i numeri occorre ricordare che quest’anno è ripartita a pieno regime la produzione nello stabilimento Fiat di Melfi.
Ducati, poi, nel primo semestre ha visto aumentare i volumi di vendita del 22% rispetto ai primi sei mesi del 2014.
Mentre Lamborghini prevede di toccare un nuovo record annuale, aiutata anche dagli incentivi statali concessi per produrre a Sant’Agata Bolognese il suo nuovo suv.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
COSA EMERGE DAI RAPPORTI SULL’ECONOMIA COMPARATA TRA I VARI PAESI
Il World Economic Forum — che non è certo un think tank di sinistra — ogni tanto emette rapporti sull’economia comparata tra i vari Paesi.
E oggi da questa fonte di schietto pensiero liberista apprendiamo che, sui trenta Paesi più sviluppati del mondo, l’Italia è ventiduesima per protezione sociale, nella stessa posizione per disparità , penultima per efficacia della politica nella lotta alla povertà , ultima per accesso scolastico alla Rete, penultima per accesso dei cittadini al sistema finanziario e terz’ultima per qualità dell’istruzione.
«Il sistema di protezione sociale italiano», chiosa il report dopo i numeri, «non è nè particolarmente generoso nè efficiente, il che aumenta il senso di precarietà e di esclusione nel paese».
E anche: «L’alta disoccupazione è accompagnata da un gran numero di lavoratori part-time che non vorrebbero essere tali, oltre a quelli costretti a lavorare in condizioni informali e vulnerabili» (immagino che “condizioni informali” significhi lavoro nero). Ancora: «La partecipazione delle donne nel mondo del lavoro è estremamente bassa, peggiorata da un divario retributivo di genere che è uno dei più grandi tra le economie avanzate».
Non si tratta, nel caso, di attaccare il governo Renzi: i dati su cui si basa il rapporto, di diversa provenienza, sono aggiornati al periodo 2012-2014.
Si tratta invece di polverizzare la narrazione farlocca secondo cui a mettere i freni all’economia italiana sono “i lacci e laccioli” dello stato sociale, che è invece (appunto) tra i peggiori del capitalismo avanzato.
Lo stesso report, fra l’altro, contiene una classifica in cui l’Italia invece è ai primi posti, che è quella sulla corruzione: la prima cosa di cui ti parlano gli imprenditori stranieri quando gli si chiede di investire nel nostro Paese.
Sarebbe ora di sbugiardare la mistificazione con cui si produce da anni quell’egemonia culturale che, attraverso i media, ha ormai influenzato buona parte della coscienza comune.
Non è vero che la torta della ricchezza complessiva aumenta se aumentano le iniquità e se diminuisce lo stato sociale.
Semmai è vero il contrario, cioè che le iniquità e la riduzione delle protezioni sociali sono una concausa del mancato aumento della torta: dato che producono insicurezza e incertezza verso il futuro, quindi contribuiscono a far calare i consumi, che sono il carburante di qualsiasi economia.
(da “gilioli.blogautore”)
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Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
SOLO LA GRECIA, TRA LE 30 ECONOMIE AVANZATE, PEGGIO DI NOI
Italia fanalino di coda, tra i paesi avanzati, per la crescita inclusiva.
La Penisola colleziona una serie di pesanti insufficienze nell’Inclusive growth and development report 2015 del World economic forum, uno studio pubblicato al termine di due anni di ricerche sul tema delle disparità di reddito e dell’inclusione sociale.
I ‘voti’ della pagella italiana sono “ampiamente sotto la media” se paragonati agli altri 29 Paesi avanzati.
Solo la Grecia appare in generale su posizioni più difficili di quelle italiane.
Per l’etica della politica e del business l’italia è al 29esimo posto, con un punteggio di 2,96.
La Finlandia è a 6,3 e i Paesi nordici sono in generale sopra al 6.
L’insufficienza è netta anche nell’imprenditorialità (29esimo posto con un punteggio di 3,53). Ultimo posto per le infrastrutture di base e digitali.
Penultimo per l’inclusione del sistema finanziario e per l’occupazione produttiva, mentre c’è un sorprendente ottavo posto per le retribuzioni.
Per l’istruzione la Penisola è 26esima, sostenuta dall’accesso alla scolarità (15esima posizione), ma trainata verso il basso dalla qualità (28esima).
Per la protezione sociale (voto 4,33) è 22esima.
Il rapporto – alla sua prima edizione – analizza un totale di 112 paesi, suddivisi per grado di sviluppo (le nazioni avanzate sono 30) e li esamina in 7 macro-aree (istruzione, occupazione e retribuzioni, imprenditorialità , intermediazione finanziaria, corruzione, servizi e infrastrutture di base, trasferimenti fiscali), ricorrendo a 140 indicatori quantitativi che ‘scannerizzano’ il contesto individuando punti deboli e best practice nel rapporto tra crescita economica ed equità .
L’obiettivo dello studio è “migliorare la comprensione di come i paesi possono utilizzare i meccanismi istituzionali e gli incentivi di politica per rendere la crescita economica più socialmente inclusiva”, cioè fare sì che l’innalzamento degli standard di vita vada a beneficio di tutti. Il giudizio sull’Italia è tagliente.
Sono fonte di “particolare preoccupazione l’alto livello di corruzione e la scarsa etica della politica e del business, che hanno implicazioni per molte altre aree e sono tra le peggiori tra i Paesi avanzati. La disoccupazione è alta ed è associata ad elevate percentuali di lavoratori part-time involontari e da persone con occupazione precarie e vulnerabili. La partecipazione delle donne alla forza-lavoro è estremamente bassa ed è peggiorata da un divario salariale di genere che è tra i più alti nei paesi avanzati. E’ scarsa la creazione di nuove imprese che possano alimentare nuove opportunità di occupazione, nè è agevole ottenere i finanziamenti per farlo. Il sistema di protezione sociale, che non è nè particolarmente generoso, nè particolarmente efficiente, accresce il senso di precarietà e di esclusione del paese”.
Pescando tra i vari indicatori quantitativi, colpisce l’ultimo posto rimediato dall’Italia per l’entità e l’effetto della tassazione sugli incentivi sia al lavoro (voto 1,95 su 7), sia agli investimenti (2,03). Per il cuneo fiscale c’è la 25esima piazza. In compenso il Belpaese è al settimo posto per il totale delle entrate fiscali sul Pil, con il 42,9%.
Per l’efficacia del governo nella riduzione della povertà e delle disparità il voto è 2,51 su 7 che assegna all’Italia un penultimo posto.
Un’altra maglia nera arriva per lo spreco del denaro pubblico, con un punteggio di 1,87.
Lo studio elenca anche i principali indicatori di performance, quali il Pil pro capite (34.715 dollari, 22esimo posto), la produttività (20esimo), la disparità di reddito sulla base dell’indicatore di Gini (19esimo posto ante-trasferimento fiscali e il 22esimo post-trasferimenti), il tasso di povertà (12,6%, 21esimo posto).
Tra i calcoli dello studio anche l’equità tra generazioni che vede l’Italia al 28esimo posto per il debito pubblico e al 26esimo per il risparmio netto.
Il Wef sottolinea che per tutti i paesi c’è ampio margine di miglioramento, ma al tempo stesso evidenzia che i paesi più inclusivi sono anche quelli più competitivi.
E l’Italia, quanto a competitività totale, resta saldamente nel plotone di coda, con un 27esimo posto.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
LARS FELD, IL CONSIGLIERE ECONOMICO DELLA MERKEL BOCCIA RENZI
Lars Feld, l’economista più influente della Germania, non ha dubbi. Mentre secondo Pier Carlo
Padoan il funerale delle tasse sulla casa annunciato da Matteo Renzi per il prossimo dicembre si farà e sarà seguito dalla scomparsa di molte altre imposizioni fiscali, per l’ascoltatissimo consigliere di Angela Merkel, quella del premier italiano è una scelta irragionevole e molto probabilmente dettata da esigenze elettorali.
E il motivo della sua valutazione non sta in un teutonico no alla violazione delle regole comunitarie, bensì nella semplice constatazione del fatto che la cancellazione di Imu,Tasi e affini non avrà alcun impatto sulla crescita italiana.
E per di più potrebbe costarci nuovi tagli della spesa pubblica già fresca di poderose sforbiciate a colonne portanti del welfare come la sanità .
“Non credo che sia una scelta ragionevole. Penso che la pressione fiscale in Italia sia molto alta, ma se Renzi vuole spingere la crescita, deve migliorare le condizioni di investimento — spiega a ilfattoquotidiano.it il professore dell’Università di Friburgo nel corso di un’intervista a margine del Forum The European House Ambrosetti -. Questo significa che le tasse sugli utili delle imprese e quelle sui redditi individuali sono molto più importanti delle imposte sulla proprietà o delle tasse sulla casa. E vuol dire che se Renzi vuole attenuare la pressione fiscale, deve ragionare su altri tipi di tassazione, non su quelle sulla casa”.
Proprio come suggerisce Bruxelles e, va riconosciuto, come sarebbe effettivamente ragionevole nonchè utile a spingere investimenti e consumi. Ma come mai allora il presidente del Consiglio italiano insiste nell’andare nella direzione opposta?
“Non saprei. Forse ha paura che gli elettori sarebbero scontenti se le tasse sulla casa dovessero rimanere alte mentre vengono tagliate delle altre imposte”, commenta senza mezzi termini l’economista che siede nel Consiglio Tedesco degli Esperti Economici, ammettendo che la politica fiscale è sempre una “scelta politica“, dato che “c’è sempre una sorta di ridistribuzione in base alla tipologia di tasse sulle quali si decide di agire”.
Da Bruxelles, in ogni caso, è probabile che non arriveranno “conseguenze troppo pesanti”, a condizione chiaramente che il taglio delle tasse sulla casa non comporti uno “sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil.
Quello che questa nuova scelta fiscale farà , è modificare le misure di prevenzione contenute nel patto di stabilità e crescita e le stime sulla capacità del Paese di ridurre il rapporto debito/Pil”. Naturale quindi ritenere che “la Commissione chiederà delle compensazioni, forse sul fronte dei tagli“.
Cioè ulteriori coperture attraverso una riduzione della spesa pubblica. Un conto che potrebbe essere salato viste le cifre in gioco, nonostante gli effetti positivi sulla crescita della cancellazione di Tasi e Imu siano ancora tutti da dimostrare.
“Non credo ci sarà alcun effetto sulla crescita. La speranza è che i consumi aumentino in seguito al taglio delle tasse sulla casa, ma non è il problema principale dell’economia italiana, che invece riguarda le condizioni di investimento troppo sfavorevoli per gli investitori e questo deve essere migliorato”.
Il riferimento è ancora una volta alle imposte sugli utili delle imprese “che in Italia sono alte in confronto al resto d’Europa e del mondo e che quindi andrebbero abbassate”.
Ma non solo: “Ci sono cose oltre alle tasse che frenano gli investitori, principalmente le condizioni del mercato del lavoro“, aggiunge.
Una doccia fredda per Renzi che non più tardi di 20 giorni fa nel corso della visita della Merkel all’Expo meneghina aveva tessuto le lodi della sua riforma del lavoro, sottolineando che i dati Inps sull’occupazione a tempo indeterminato “dimostrano come il Jobs Act stia funzionando molto bene”.
Evidentemente Berlino, nonostante gli elogi espressi a Roma quando la riforma era appena stata approvata, non la pensa esattamente così.
Cosa non va nel Jobs act?
“Innanzitutto manca l’implementazione: avete fatto la riforma, ma il sistema giudiridico ha ancora un forte peso sul reale impatto della regolamentazione. Se per esempio si confrontano le leggi sul licenziamento e le decisioni dei tribunali sui licenziamenti individuali, non è cambiato molto. Il successo della riforma del lavoro italiana è legato alla riforma del sistema giuridico e non credo che questo possa essere raggiunto facilmente. Avrei preferito una riduzione dell’impatto delle decisioni del sistema giuridico sulla regolamentazione del mercato del lavoro”.
Anche perchè “avere una chiara indicazione su quanto ti costerà licenziare qualcuno è molto importante per chi investe”.
Quanto alla relazione tra le performance dei singoli Paesi Ue e le rispettive bilance commerciali, Feld nega che il surplus tedesco nell’export possa tradursi in un ostacolo per i partner europei.
“Le bilance commerciali sono il risultato dalle decisioni individuali di consumatori e imprese dei singoli Paesi. Non appena le diverse economie diventeranno più competitive la bilancia cambierà . In particolare se guardiamo ai dati più recenti possiamo dire che la bilancia commerciale bilaterale tra la Germania e i partner della zona euro è cambiata diventando più equilibrata. Paese a parte è la Francia, non l’Italia. Quindi la bilancia commerciale non è più un problema nell’unione monetaria se non per i francesi. L’abbondante surplus che la Germania sta realizzando arriva da Paesi esterni alla Ue, principalmente dagli Usa, che stanno diventando il più importante partner commerciale al posto della Francia, e dall’altro lato dai Paesi emergenti come la Cina“.
Insomma, niente illusoni: “Riequilibrare la bilancia commerciale tedesca attraverso uno stimolo della domanda interna non è al momento un obiettivo del governo di Angela Merkel”.
La parola d’ordine rimane sempre la stessa: competitività .
Ma non si tratta di pianificare la produzione industriale o di sterzare sul mercato dei servizi.
Feld si fida del mercato: “Sono un economista liberale, per questo sostengo che anche in Italia si debba semplicemente aiutare gli investitori e loro troveranno da soli i prodotti che vendono. Sono sempre rimasto impressionato dalla capacità delle imprese italiane di vendere prodotti di alta qualità all’estero nonostante le molte “restrizioni” che subiscono dal lato politico. Ma adesso le “restrizioni” per loro sono troppo forti, al punto che non saranno in grado di innovare come hanno fatto finora. Parliamoci chiaro: ormai molte aziende italiane investono all’estero. E una delle imprese leader, la Fiat, non è più un’azienda italiana”.
F. Baraggino e G. Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO DEL GOVERNO E’ CREARE CONFUSIONE SUI DATI E RENDERE DIFFICILE VALUTARE LE POLITICHE PUBBLICHE
Il titolo dell’intervista di Matteo Renzi al Corriere della Sera, domenica scorsa, era questo: “In arrivo dati positivi, le unioni civili si faranno”.
Lunedì l’Huffington Post pubblica un retroscena: “Istat, il governo ottimista sui nuovi dati sull’occupazione”.
A Palazzo Chigi “ora si respira ottimismo:i nuovi dati sull’occupazione che l’Istat diramerà domani, questa volta molto probabilmente saranno positivi”.
Eppure la politica non dovrebbe conoscere in anticipo i dati ufficiali sull’economia. Da alcuni anni,l’Istat è molto attento a comunicare in anticipo il calendario dei suoi comunicati: la puntualità e la prevedibilità sono cruciali per garantire che i dati siano credibili.
Ci si potrebbe mai fidare di un istituto di statistica che anticipa i dati positivi sul Pilin tempo per una conferenza stampa del premier o li ritarda per evitargli domande scomode in un talk show? Ovviamente no.
In Grecia il dato trimestrale sul balzo del Pil (+0,9 per cento) giusto prima delle elezioni anticipate è guardato con sospetto perchè l’Istat greco non è stato ancora reso completamente indipendente dal governo, nonostante i ripetuti richiami europei.
In una intervista al Fatto, il presidente dell’Istat Giorgio Alleva ha parlato di un “caos desolante” sull’uso dei dati sul lavoro e ha proposto che sia il suo istituto a coordinare, con ministero del Lavoro e Inps, un monitoraggio ordinato dell’effetto delle riforme su occupazione e crescita.
Ma il governo ha un altro approccio. Quando si avvicina un comunicato Istat importante, il ministero del Lavoro diffonde un suo monitoraggio sull’occupazione (che non è una statistica), spesso i dati sono piegati alle esigenze della propaganda. L’ultima volta il ministro Giuliano Poletti ha esagerato e ha comunicato che nei primi sette mesi del 2015 si erano registrati 630.585 contratti a tempo indeterminato in più, ma aveva sbagliato le addizioni, erano solo 327.758 Palazzo Chigi invece fa precedere i comunicati Istat da una raffica di retroscena che raccontano come al governo riescano a stento a trattenere l’entusiasmo, pregustando le notizie positive in arrivo. L’Istat poi comunica variazioni da zero virgola o dati che richiedono quantomeno prudenza (è una buona notizia se tornano a lavorare solo gli over 50 mentre i giovani fino a 34 restano disoccupati? E si può esultare se il Pil cresce di poco ma il motore dell’export si è fermato?).
E subito il governo parte con la grancassa: ieri addirittura un videomessaggio di Renzi e una sequenza di tweet del suo portavoce Filippo Sensi, di questo tenore: “Poi c’era la propaganda, il galleggiamento, già , me li ricordo #theysaid”.
Servono a spiegare ai giornali come raccontare i dati. Di solito funziona.
Ma come fa Renzi a sapere in anticipo quali saranno i dati dell’Istat?Ha un sofisticato sistema di previsioni a Palazzo Chigi che gli permette di bruciare sul tempo le statistiche ufficiali?
Strano che nessuno ne sappia nulla.
Oppure ha talpe dentro l’Istat che gli sussurrano i numeri in anteprima?
Difficile.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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