Settembre 1st, 2015 Riccardo Fucile
E LA CAMUSSO BACCHETTA: “BASTA PROPAGANDA”
“Dati sulla crescita Economica “come lo 0,3% non bastano, anche perchè non è merito nostro, ma è dovuto solo al dimezzamento del prezzo del petrolio, al rafforzamento del dollaro e al ‘quantative easing'”.
Lo ha sostenuto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, durante un dibattito tenutosi in occasione dell’inaugurazione del Micam, tornando a commentare i dati sul Pil del secondo trimestre diffusi oggi dall’Istat.
Secondo Squinzi “noi non abbiamo fatto le pulizie interne” per questo, ha aggiunto, “bisogna fare le riforme per fare ripartire il paese in modo forte, come merita”.
Il presidente di Confindustria aveva già toccato questi temi quando è stato ospite insieme al ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla festa dell’Unità . “I dati positivi – aveva detto Squinzi – non sono merito nostro ma della congiuntura economica”.
Squinzi si augura che “sia l’avvio di una vera ripresa”.
“Sono dati sicuramente positivi, che vanno nella direzione giusta – ha detto a margine dell’inaugurazione della fiera Micam – l’unica speranza e’ che ci sia una conferma nei mesi successivi, perche’ abbiamo visto finora che un mese positivo e un altro è negativo”.
Quanto al fatto che si veda la luce in fondo al tunnel, il presidente di Confindustria replica: “speriamo, sarei un pò più prudente. Anche quando – i dati erano negativi non ho voluto drammatizzare”.
Squinzi è tornato a parlare anche del divario nord-sud. “E’ uno dei problemi e Confindustria ne è cosciente, non a caso – ricorda – il prossimo consiglio si terrà a Taranto”.
Il segretario generale Cgil, Susanna Camusso attacca il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi per le dichiarazioni fatte sul calo della disoccupazione e il miglioramento del pil.
“Se tornassero coi piedi per terra e la smettessero con la propaganda – dice – il Paese potrebbe cogliere le opportunità che sembrano prospettarsi”.
Secondo la leader Cgil il calo della disoccupazione registrato dall’Istat è “positivo” ma va guardato attentamente “per capire come e dove intervenire per rafforzare una tendenza che è ancora, purtroppo, marginale rispetto alle reali esigenze del Paese”.
Camusso chiede di evitare la “brutta propaganda che produce solo effimere illusioni”.
Camusso afferma che “serve un impegno forte delle istituzioni, una capacità di indirizzo e di stimolo dell’economia che ancora non vediamo. Servono imprenditori che sappiano rischiare, innovare, investire, produrre lavoro e reddito. Serve un piano del lavoro che sappia cogliere le opportunità che si presentano e indirizzare un mercato incapace, da solo, di produrre ricchezza in modo stabile ed equilibrato. Vediamo invece solo molta e brutta propaganda che produce non solo effimere illusioni e false aspettative ma danni rilevanti al paese e alle future generazioni. Oggi siamo al colmo di un presidente del Consiglio che vanta i risultati già raggiunti e superati da Monti prima e da Letta poi, e di un presidente di Confindustria che si domanda come mai la crescita sia così bassa. Avevano tutti raccontato tutt’altra storia: il presidente di Confindustria che in cambio della libertà di licenziamento assicurava copiosi investimenti e assunzioni in massa, mentre il presidente del Consiglio assicurava il mondo che le sue riforme avrebbero garantito un’imprenditoria dinamica, innovativa, capace di dare lavoro e prospettive di crescita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DELLA LUISS: “AVRA’ UN IMPATTO SULLE ESPORTAZIONI, NE RISENTIREMO”
Dalla Germania all’Italia, tutti i Paesi europei dovranno fare i conti con le ripercussioni della bolla finanziaria cinese. La Germania certamente di più, vista la sua esposizione sul fronte delle esportazioni verso i paesi dell’area extra-euro, ma anche l’Italia.
La pensa così Marcello Messori, economista, direttore della Luiss School of European Political Economy e presidente delle Ferrovie di Stato Italiane.
In un’intervista all’Huffington Post, Messori spiega quali sono le ragioni del Black Monday iniziato a Shanghai e Shenzhen, dove i due principali mercati cinesi hanno trascinato giù gli indici borsistici europei e americani.
Nel Vecchio Continente sono stati bruciati 411 miliardi di euro, Milano da sola ne ha persi 38.
“Il tasso di crescita europeo è stato trainato più dalle esportazioni che non dai consumi interni. Non è un caso che uno dei Paesi più colpiti dal punto di vista borsistico sia stata proprio la Germania, che ha un avanzo di partite correnti estremamente forte rispetto alle aree esterne all’area euro – dice Messori – E questo vale in parte anche per l’Italia. Non saremo lo Stato più colpito, però certamente quel poco di crescita che abbiamo conosciuto e la riduzione della recessione registrata sono entrambe dovute alle esportazioni”.
La crisi finanziaria cinese è la prova definitiva che la locomotiva si è rotta. Perchè?
La locomotiva cinese si è inceppata perchè ha cercato, prima tra le grandi aree economiche mondiali, di passare da una situazione di forte sostegno alla crescita da parte del pubblico – che in questo caso si configurava come un intervento molto accentrato da parte della Banca Centrale cinese controllata dallo Stato – a un rilancio dei consumi interni. Si è fatto, in sintesi, un tentativo di decentramento economico.
Questo passaggio era molto difficile.
Premessa: la caratteristica di essere una economia con forti elementi di dirigismo era un tratto tipico dell’economia cinese che si è accentuato come risposta alla crisi internazionale del 2007-2009. Quelle che erano caratteristiche proprie dell’economia cinese, e quindi una preponderanza degli investimenti con generosi finanziamenti da parte di un settore bancario controllato dallo Stato, si sono ulteriormente accentuate. Gli investimenti sono stati dirottati nel settore delle infrastrutture. L’economia cinese da qualche trimestre ha cercato di porre fine a questo modello molto squilibrato, perchè ci si è resi conto che l’ulteriore accelerazione negli investimenti in infrastrutture stava creando una bolla finanziaria. A questa situazione si è andato ad aggiungere l’allocazione dell’eccesso di risparmio su investimenti finanziari anche azionari.
Quindi la Cina ha provato a rimediare a una situazione di forte squilibrio.
Visto che un processo di crescita dove si producono investimenti per produrre altri investimenti non può durare all’infinito, l’ovvio passaggio era quello di utilizzare la bolla finanziaria per accelerare una forte crescita dei consumi interni. Però, come è abbastanza evidente, questo comportava un difficilissimo passaggio sociale dato che implica un allargamento drastico del ceto medio. Alcuni economisti si sono illusi che questo passaggio, problematico, di specializzazione strutturale fosse molto più agevole da fare. Se ci deve essere un rilancio dei consumi ci deve essere anche una riallocazione delle risorse produttive. Cambia quindi il ruolo della Cina rispetto ai mercati internazionali. E in effetti abbiamo visto un forte riequilibrio nelle partite correnti nella bilancia commerciale cinese.
La mossa Banca Centrale cinese è stata quella di svalutare lo yuan, ma le contromisure non sembrano funzionare. Perchè?
La svalutazione va letta come una presa d’atto che questa transizione da una crescita trainata soltanto dagli investimenti a una crescita sostenuta anche dai consumi interni era molto più problematica di quanto non si pensasse. Le autorità di politica economica cinesi hanno cercato da un lato di decelerare in questo processo di transizione e dall’altro sostenerlo secondo il vecchio modello. La mia tesi è questa: ci si è resi conto di quanto fosse difficile questa transizione anche perchè la crescita Usa non era così brillante come sembrava in un primo momento; e quella europea si è rivelata più debole del previsto. In un contesto internazionale così complicato, con lo spettro di un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, le autorità cinese hanno compreso che questa transizione non è così semplice da attuare.
Quindi come va interpretata la mossa del governo cinese?
La svalutazione è un passo indietro per ridare un po’ di fiato all’economia secondo il modello internazionale per poi ripartire su questa transizione che a me appare inevitabile. Se questa transizione riuscisse, segnerebbe il passaggio della Cina da Paese emergente, seppur a tassi di crescita estremamente elevati, a un economia forte tra le aree forti. Ma questo pone degli interrogativi. Di certo dovremmo attenderci un avanti e indietro, come di certo dobbiamo dimenticarci di una Cina che cresce con tassi estremamente elevati.
Quali sono le conseguenze per i Paesi dell’Eurozona?
Certamente l’area dell’euro è colpita dal rallentamento cinese e di quello dei paesi emergenti. Anche se può sembrare strano, il tasso di crescita europeo è stato trainato più dalle esportazioni che non dai consumi interni. E quindi non è un caso che uno dei Paesi più colpiti dal punto di vista borsistico sia stata proprio la Germania, che ha un avanzo di partite correnti estremamente forte nei confronti alle aree esterne all’eurozona. E questo vale in parte anche per l’Italia. Tutti i sistemi economici con una crescita modesta trainata dalle esportazioni rischiano di risentire di questa crisi. Di certo un rilancio dei consumi interni cinesi avrebbe giovato molto a Paesi come la Germania in primis e l’Italia subito dopo. Viceversa, una difficoltà di passare a questo “nuovo” modello è uno schema più problematico. Le do un dato per comprendere: il surplus delle partite correnti dell’area euro nel suo complesso ormai supera il 3 per cento.
In particolare, quindi, per l’Italia quale sarà il contraccolpo?
L’Italia non sarà lo stato membro più colpito perchè, checchè se ne dica, il peso delle esportazioni sull’economia italiana non è così rilevante. Abbiamo un sottoinsieme di imprese molto competitivo sui mercati internazionali ma è molto limitato. Però certamente quel poco di crescita che abbiamo conosciuto e la riduzione della recessione registrata sono entrambe dovute alle esportazioni. E quindi c’è un rischio di un impatto negativo. Ma questo dipenderà molto dalle reazioni di politica economica. Qui la grande incognita è rappresentata dalla Federal Reserve. Se la Fed riterrà che l’impatto di questa possibile decelarazione cinese sia rilevante per il tasso di crescita statunitense, forse potrà posporre ulteriormente l’aumento dei tassi di interesse.
Cosa si aspetta che faccia ora la Fed? Forse non è ancora il momento propizio per rialzare i tassi di interesse…
È molto difficile da valutare. Nel breve termine sarebbe positivo che non rialzi i tassi, sarebbe una spinta alla crescita internazionale e un argine a una possibile recessione. Sul medio e lungo periodo ci sarebbe il rischio di ricreare bolle finanziarie. Questo è il passaggio stretto in cui si trova la Fed: non rialzare troppo presto i tassi rispetto a una congiuntura che all’inizio del 2015 forse era inattesa, ma non ritardarli così tanto da creare una bolla irreversibile.
Invece, per quanto compete alla Banca Centrale Europea?
La Bce sta attuando il QE con molta determinazione. Gli effetti sul piano reale sono meno rilevanti di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Non sottovalutiamo il fatto che le svalutazioni cinesi e gli effetti che hanno avuto sulle prospettive economiche mondiali hanno avuto come conseguenza quello di arrestare il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Per i paesi periferici, un euro che si rafforza non è una buona notizia per le esportazioni.
Quali sono le ripercussioni della crisi cinese sul prezzo del petrolio?
In questo momento è difficile stabilire causa ed effetto. In questo contesto internazionale, il prezzo delle materie prime rischiano di subire ulteriori cadute. Anche qui molto dipenderà dall’impatto di medio periodo sull’economia reale. Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 si era capito che il calo dei prezzi delle materie prime, i tassi di interesse bassi e un euro che si indeboliva fossero elementi che non avrebbero potuto durare per sempre. E all’inizio del 2015 la previsione era di un rafforzamento della crescita a livello internazionale. Adesso invece le aspettative stanno cambiando, e quindi resta la possibilità che si continui a vivere in un mondo con tassi di interesse bassi, con politiche monetarie fortemente espansive, con però difficoltà di crescita reali e quindi con un andamento dei prezzi delle materie prime molto negativo.
Un’ ultima domanda, tornando alla borsa cinese: dobbiamo abituarci a crolli periodici di Shanghai?
La volatilità di mercati come la Cina è abbastanza scontata, e in questo caso è aggravati, se ho ragione nella mia analisi, da questa difficoltà di transizione da un modello a un altro. Gli indizi che si stesse andando verso una bolla finanziaria c’erano ed erano molto forti: dall’ingresso massiccio di piccoli risparmiatori ai molti investimenti a basso rendimento e poco efficaci da un punto di vista economico e sociale, fatti solo per difendere il tasso di crescita dalla crisi internazionale. C’erano le premesse perchè ci fosse una bolla finanziaria che prima o poi scoppiasse. La volatilità mi sembra però un dato connaturato a una transizione così complicata.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
CRESCITA DEL PIL 2016 SOLO DELL’1% “INSUFFICIENTE A FAR CALARE LA DISOCCUPAZIONE”
Minore crescita della Cina (unita alla svalutazione dello yuan), aumento dei tassi di interesse negli
Usa, possibile uscita della Grecia dall’euro.
Sono questi i principali fattori di rischio che Moody’s vede per la crescita economica mondiale. Fattori esterni che peseranno anche sulla performance dell’Italia.
Nel 2016 la crescita economica dell’Italia si attesterà appena sopra l’1%, scrive Moody’s nel suo rapporto Global macro outlook.
Il Governo Renzi stima una crescita 2016 dell’1,4%.
Per l’agenzia di rating americana anche la crescita della Francia sarà intorno all’1% mentre quella dell’Eurozona in generale sarà di circa l’1,5% nel 2015 e nel 2016.
Per quest’anno invece Moody’s stima per l’Italia e per la Francia una crescita dell’1% o sotto tale soglia – sarà 0,7% secondo il Governo italiano.
I tassi di crescita di Italia e Francia, spiega l’agenzia “non saranno sufficienti a far calare la disoccupazione in modo significativo”.
L’Eurozona nel complesso, prosegue l’agenzia, trae benefici dall’euro debole e dai bassi prezzi del petrolio ma una volta che questi effetti si saranno “esauriti”, la crescita non supererà l’1,5% “per molti anni a venire”.
Moody’s spiega che al momento “non ci sono prove di un deciso aumento degli investimenti, della produttività e dell’occupazione” e che quindi “le riforme strutturali abbiano alzato il potenziale di crescita della regione”.
Moody’s mantiene la sua previsione sul Pil dei Paesi G20 al +2,7% per il 2015 e a circa +3% nel 2016, ma non prevede che la crescita torni a mostrarsi ai ritmi pre-crisi entro i prossimi cinque anni.
“La ripresa negli Usa e, in misura minore, dell’area euro e del Giappone saranno controbilanciate dal perdurante rallentamento della Cina, della crescita bassa o negativa in America Latina e da una ripartenza solo graduale della Russia dalla recessione dello scorso anno” si legge nel rapporto.
Per la Cina, Moody’s prevede una crescita del 6,8% quest’anno e del 6,5% l’anno prossimo per arrivare a un tasso attorno al 6% alla fine del decennio.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 17th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA NON DECOLLA
Nessuno sin qui lo esplicita, ma al governo non piace affatto quello 0,2% di pallido rialzo del Pil registrato dall’Istat per il secondo trimestre e reso noto alla vigilia di Ferragosto.
Non piace perchè, se tutto va bene, nel 2015 l’Italia porterà a casa quanto previsto in aprile col Def, lo 0,7% in più di crescita.
Uno scenario da minimo sindacale e probabilmente da Cenerentola d’Europa, non a caso definito dal governo stesso in quel Documento di economia e finanza “prudenziale”.
Un modo per restare bassi, scommettendo sotto sotto sull’effetto a sorpresa del +1% a fine anno.
Effetto che ora sembra dileguarsi. Non solo.
L’Italia dovrà sudare per tenersi stretto almeno lo 0,7%, a detta di analisti ed economisti, assicurandosi un +0,4 e un +0,3 nei restanti due trimestri senza compromettere pure le previsioni per il 2016 (+1,4).
E ancor di più per ottenere da Bruxelles gli sconti auspicati. Con performance così poco brillanti, per la verità condivise pure da Francia e Germania, la trattativa con l’Europa riparte in salita. Pur essendo cruciale, mai come quest’anno
La legge di Stabilità , da confezionare entro la metà di ottobre, viaggia già attorno ai 25 miliardi lordi.
Ne servono ben 19 solo per scongiurare le clausole di salvaguardia (aumento di Iva e accise e taglio delle detrazioni), per applicare tre sentenze della Consulta (Robin tax bocciata, rivalutazione delle pensioni e rinnovo dei contratti pubblici) e lo stop dell’Ue alla reverse charge per i fornitori della grande distribuzione, un meccanismo tributario contro l’evasione Iva.
E poi ci sono le tante promesse fatte dal premier Renzi e dai suoi ministri.
Sei su tutte: risorse per i poveri (i cosiddetti incapienti, tagliati fuori dal bonus da 80 euro), gli autonomi, il Mezzogiorno, la flessibilità in uscita per le pensioni, gli sgravi per il lavoro, la casa.
Solo il piano casa è un capitolo sterminato.
Renzi ha intenzione di cancellare dal 2016 la Tasi sulle prime abitazioni, l’Imu agricola e quella sui macchinari imbullonati, cioè ancorati al suolo. Costo: 5 miliardi. Nello stesso tempo ha rinviato all’autunno la riforma del catasto (con la revisione delle rendite) e l’introduzione della Local tax.
Ce la farà ? Nell’ottica del triennio 2016-2018, quello che accompagna il Paese alle elezioni, le tasse dovrebbero poi calare di ben 35 miliardi (casa compresa), la famosa “rivoluzione copernicana” annunciata a luglio.
Nel 2017 tocca alle imprese (15 miliardi in meno tra Irap e Ires giù al 24%, «un punto in meno della Spagna»). Nel 2018 ai lavoratori (15 miliardi in meno di Irpef).
Come finanziare un programma così ambizioso, voluto per spingere i due pilastri dell’economia italiana fino ad oggi così recalcitranti, cioè crescita e occupazione?
Il taglio della spesa — il piano Gutgeld da 10 miliardi — è pericoloso, si sa.
Toccare sanità e agevolazioni fiscali, seppur evitando l’accetta, può avere un effetto depressivo, l’opposto di quanto ripromesso.
Oltre che alimentare sollevazioni popolari, come il caso della stretta sulle analisi cliniche e la diagnostica dimostra (ma ancora da declinare).
E poi 10 miliardi sono pochi, data l’agenda.
L’altro ruscello a cui abbeverarsi è la flessibilità targata Bruxelles.
L’Italia si è già assicurata due clausole: quella per ciclo economico avverso, con uno sconto dallo 0,5 allo 0,25% dell’aggiustamento richiesto, e l’altra per le riforme (che vale 6,4 miliardi sul 2016, eventualmente da estendere al 2017).
Ora punta alla terza: la clausola per gli investimenti.
L’argomento debole è la crescita. Quello forte, il deficit, ben sotto il 3% (violato da molti in Europa, a partire dalla Francia): non sarà difficile chiudere quest’anno al 2,6%, il prossimo si prevede l’1,8% (e il pareggio nel 2017).
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile
SEI BUONI MOTIVI PER PREOCCUPARSI
Meglio poco che niente, per carità . 
La stima preliminare Istat dice che il Prodotto interno lordo-cioè la ricchezza prodotta in Italia -nel secondo trimestre di quest’anno è aumentato dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente (e dello 0,5 rispetto a un anno prima, quando eravamo in recessione).
Abbastanza in linea con le attese, un po’ meno di quanto avrebbe voluto il governo: la variazione del Pil acquisita per il 2015 è, infatti, + 0,4% in linea con la previsione finale scritta nel Def dal governo di +0,7%.
E qui, purtroppo, finiscono le buone notizie, mentre abbondano i motivi per cui tutti gli apparatcik renziani che ieri festeggiavano la fine della crisi (dal responsabile economia Filippo Taddei passando per i vicesegretari Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini fino ai peones d’ogni ordine e grado) farebbero bene ad essere preoccupati. Eccoli.
PRIMO.
Intanto questa sembra finora e, secondo le stime tanto del Fmi quanto dello stesso governo, sarà a lungo (se dura) una jobless recovery, ovvero una ripresa del Pil senza aumento dell’occupazione. E infatti l’ultimo dato sulla disoccupazione dice 12,7%, più o meno dove stava l’anno scorso e pure nel 2013.
SECONDO.
Anche centrare l’obiettivo dello 0,7% di crescita per il 2015 scritto nel Pil non è un fatto scontato:per riuscirci, ci dicono gli statistici, servono un paio di +0,4% nei prossimi due trimestri, cioè una crescita più sostenuta di quanto abbiamo avuto nei primi sei mesi dell’anno (+0,3 gennaio-marzo, +0,2 aprile-giugno).
TERZO. Come ha scritto l’economista Francesco Daveri su lavoce.info anche centrando gli obiettivi la ripresa è molto debole: “Se anche l’attuale ripresa si irrobustisse in modo da replicare quella del 2009-2011, la crescita di allora (+3,4% in otto trimestri) sarebbe solo sufficiente a riportare a fine 2016 il livello del Pil trimestrale a 397 miliardi, cioè grosso modo dov’era nel primo trimestre 2012.
In ogni caso, mancherebbero ancora 10 miliardi per ritornare ai livelli di prima dell’estate 2011 e ben 28 miliardi per ritornare ai livelli di inizio 2008.
Meno miliardi di Pil vogliono dire meno redditi, meno produzione industriale , meno consumi, meno occupazione”.
QUARTO.
Il traino dell’economia mondiale è più lento rispetto alle precedenti uscite da recessione.
Ancora Daveri: “Alla fine degli anni Novanta,a metà degli anni Duemila e anche nel 2009-11, il ritorno alla crescita fu agevolato da una rapida crescita dell’economia mondiale (vicina al +5,5% annuo in ognuno degli episodi).
Oggi invece il mondo-malgrado il petrolio basso e il denaro che non costa — cresce solo del 3,5% annuo. Il volano della crescita mondiale è meno efficace”.
QUINTO.
C’è una notizia che dovrebbe davvero preoccupare il governo e tutti gli italiani.
Scrive l’Istat nel suo comunicato di ieri: “Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale(al lordo delle scorte)e un apporto negativo della componente estera netta”.
Significa che le esportazioni — su cui l’esecutivo Renzi ha basato buona parte della sua politica economica-non stanno dando l’apporto sperato alla crescita del Prodotto interno lordo.
SESTO. L’Euro zona, che è il principale partner commerciale italiano, langue (+0,3%). Non solo il Pil di Francia e Germania — i due principali paesi della moneta unica-cresce poco, ma soprattutto è preoccupante il dato della produzione industriale tedesca di giugno: -1,4% (e la mini svalutazione difensiva dello yuan) non farà migliorare il dato nei prossimi mesi.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 14th, 2015 Riccardo Fucile
NONOSTANTE IL PREZZO DEL PETROLIO E IL QUANTITATIVE EASING NON SI VEDONO SEGNALI DI CRESCITA
L’Italia conferma le previsioni, ma ancora stenta.
Nel secondo trimestre del 2015 il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nel confronto con il secondo trimestre del 2014: un risultato in linea con le attese dell’Istat e di Bankitalia che per fine anno prevede una progressione dello 0,7%.
Il passo della Penisola, però, resta ancora lento rispetto all’economie avanzate soprattutto in considerazione di fattori esogeni come il crollo dei prezzi del petrolio e il quantitative easing lanciato dalla Bce.
“Il Pil del secondo trimestre cresce come dalle attese” dice il portavoce del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan.
Di segno diverso il parere del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: “E’ quello che ci aspettavamo. Purtroppo è la conferma che non c’è una ripartenza vera”.
Negli dettaglio, la variazione congiunturale rilevata dall’Istat è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, di un aumento nei servizi, e di una variazione nulla nell’insieme dell’industria.
Dal lato della domanda, invece, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.
I timidi progressi dell’Italia, come detto, non sono paragonabili a quelli di Stati Uniti o Regno Unito dove il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% e dello 0,7% con una progressione su base annua, rispettivamente, del 2,3% e deI 2,6%.
Per l’Italia, invece, la variazione acquisita per il 2015, ovvero crescita annuale che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell’anno, è pari a 0,4%.
Non stanno meglio, invece, Francia e Germania.
L’economia francese è rimasta stagnante nel secondo trimestre dopo il +0,7% di gennaio-marzo e contro attese di +0,2%.
Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, però, la progressione è dell’1%.
Cresce meno del previsto anche Berlino: il Pil tedesco segna un rialzo dello 0,4%, contro attese per una crescita dello 0,5%.
Eurozona.
L’area della moneta unica è cresciuta dello 0,3% nel secondo trimestre 2015 nell’Ue-19 dopo aver registra un +0,4% nei primi tre mesi dell’anno così come nell’ultima parte del 2014.
Rispetto allo stesso trimestre 2014 il rialzo è dell’1,2%.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
I PREZZI AL RIBASSO SPIAZZANO BCE E FED, IMPEGNATE CONTRO LA DEFLAZIONE
Perchè la svalutazione dello yuan cinese preoccupa così tanto il mondo? 
Non è tanto il fatto in sè, quanto l’impressione che i governanti della Cina siano in difficoltà . In una economia globale che stenta a trovare le energie per una crescita robusta, se un peso massimo come la Cina invece di cooperare cerca di scaricare i suoi problemi sugli altri, sono guai per tutti.
In che senso la Cina vuole scaricare i suoi problemi sugli altri?
Le tre grandi banche centrali del mondo avanzato, Federal Reserve americana, Bce, Banca del Giappone, stanno impegnando tutte le loro forze nella lotta contro la deflazione. Ritengono che prezzi fermi o in ribasso ostacolino la ripresa dell’economia, dunque cercano di creare aspettative di rialzo. Se la Cina, numero uno del commercio mondiale, annuncia che i prezzi delle sue merci si muovono al ribasso esercita una potente spinta in senso contrario.
Lo yuan più debole significa anche che per i cinesi i prodotti stranieri diventeranno più cari. Le esportazioni europee saranno danneggiate?
In sè i numeri per ora non sono preoccupanti. Lo yuan in due giorni si è svalutato poco meno del 4% dopo che si era apprezzato del 15% nei dodici mesi precedenti, dunque è prematuro fasciarsi la testa; ogni conto su meno esportazioni europee in Cina o più importazioni di merci cinesi in Europa è aleatorio. La Repubblica popolare assorbe solo il 6% dell’export tedesco e il 3% circa di quello italiano. Certo che altre valute asiatiche, come già subito quella del Vietnam, vadano a loro volta al ribasso una influenza la può avere. Ma la strombazzata «guerra delle monete» è improbabile: una rapida discesa dello yuan metterebbe in moto una fuga di capitali all’estero. Questo sarebbe molto pericoloso per il sistema finanziario cinese che è già molto fragile. Ciò che i mercati temono in questi giorni è piuttosto il rischio che dentro la Cina qualcosa vada storto. Ovvero, che all’economia mondiale venga a mancare il contributo della crescita di un Paese tanto grande.
Già c’era stato il crollo della Borsa di Shanghai, in luglio… Al quale pure il governo cinese aveva reagito in modo nervoso, con un assurdo tentativo di sostenere artificialmente le quotazioni. Negli anni passati, la leadership di Pechino si era mostrata molto abile nel reagire alle novità ; ripeteva di sapere benissimo che il pianeta è troppo piccolo perchè un Paese enorme come la Cina possa indefinitamente svilupparsi solo esportando. Lo sforzo per investire sul futuro ha ormai raggiunto i suoi limiti: grattacieli per uffici vuoti, autostrade con poco traffico, fabbriche che non sanno a chi vendere se il potere d’acquisto della popolazione non aumenta. Ma la grande svolta verso una crescita affidata ai consumi interni si è rivelata ardua; tutta una struttura di potere consolidatasi negli anni resiste all’aumento dei salari che sarebbe necessario. Così l’economia rallenta sempre più e nasce la tentazione di tornare indietro, ad esempio svalutando la moneta.
Il governo di Pechino si giustifica sostenendo che ha solo cominciato ad adeguare il cambio al mercato, perchè vuole che lo yuan sia riconosciuto come moneta mondiale. E’ vero?
Solo in piccola parte. La moneta cinese, ufficialmente chiamata Renminbi, non è convertibile (non si può comprare e vendere liberamente, al contrario di dollaro, euro, sterlina, yen giapponese) e questo rappresenta un freno al ruolo della Cina nell’economia mondiale. Logico che il governo di Pechino voglia cambiare. Ma il Fondo monetario internazionale, che all’inizio dell’anno prossimo dovrà discutere se riconoscere lo yuan come valuta di riserva, ha accolto le decisioni dell’altro ieri con grande cautela.
Stefano Lepri
(da “la Stampa“)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA VERA MINACCIA PER L’ITALIA NON ‘ IL CAMBIO, MA LO STOP DELL’ECONOMIA DI PECHINO
Mentre la Cina prova a mettere il turbo alle proprie esportazioni svalutando ancora la propria moneta, per la terza volta in tre giorni, dall’altra parte del globo crescono le inquietudini sull’impatto che lo scossone asiatico potrà avere sulle economie europee.
Per l’Italia le turbolenze sullo yuan arrivano a ridosso di un appuntamento con un dato molto atteso, quello sulla crescita registrata dall’Istat nel primo trimestre, che anche se ovviamente non sconta in alcun modo gli eventi degli ultimi giorni, potrebbe quantomeno già dire se l’obiettivo di crescita del Pil fissati per quest’anno, +0,7%, sia ancora a portata di mano.
Cina permettendo, visto che dal Tesoro si registra una certa apprensione sulle conseguenze impreviste che le turbolenze potrebbero avere sulla nostra ripresa.
“Non c’è dubbio cje quanto accade in Cina parla all’Italia e desta preoccupazione”, ha spiegato a Repubblica il viceministro dell’Economia Enrico Morando.
Niente panico, sintetizzano gli addetti ai lavori. Non sono le manovre sul cambio a doverci impensierire.
“Siamo focalizzati sulla svalutazione ma il vero problema è l’andamento dell’economia cinese che mostra già da tempo segnali di debolezza”, spiega ad Huffpost Luca Mezzomo responsabile analisi macroeconomica della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo.
“Il commercio estero sta registrando una forte contrazione e stava già generando effetti negativi anche su Europa e Italia”.
Quanto alle svalutazioni degli gli ultimi giorni però i timori sono contenuti.
“La variazione non è preoccupante, stiamo parlando di una svalutaizone del 4,5% sul dollaro, che va a riassorbire il rafforzamento del remminbi (lo yuan ndr) che si era realizzato nell’anno precedente”, spiega Mezzomo.
“Gli interventi sul cambio avranno poco effetto, anche nei settori che sono stati maggiormente colpiti in Borsa,non penso che porteranno a grosse variazioni nei volumi di vendita”.
La vera paura, come detto, è altrove.
“Quello che si sta avverando è una crisi delle prospettive dell’economia cinese. Ci si era abituati a ritmi di crescita alti, ora si è cominciato a capire che anche al Cina si sta muovendo ai ritmi di sviluppo delle economie avanzate”. Non solo.
“Viviamo una fase di passaggio con un problema di instabilità finanziaria. È la prima volta che la Cina si trova a fronteggiare un eccesso di indebitamento, che parte dal 2007 nel settore privato. Ci sono problemi strutturali che devono essere affrontati e c’è incertezza da parte delle autorità su come gestirli”.
Sono quindi i timori di una Cina che rallenti la propria corsa a dover impensierire le nostre aziende, come già ha evidenziato in mattinata anche dalla Bce, secondo cui – si legge nei verbali del Consiglio di luglio, ovvero settimane prima della svalutazione, gli sviluppi finanziari in Cina “potrebbero avere un impatto negativo maggiore del previsto, dato il suo ruolo importante nel commercio globale”.
“Il nostro Paese è prevalentemente esportatore e le nostre esportazioni sono fatte principalmente da imprese piccole e medie e una svalutazione porta un ritorno in termini di minore competività , mette in guardia ad Huffpost l’ad di Invitalia Domenico Arcuri, anche membro della Fondazone Italia-Cina.
“Le nostre Pmi però sono dinamiche e sono in grado di reagire, saranno in grado di ovviare in tempi ragionevoli ai problemi causati dagli eventi di questi giorni”.
“Peraltro – prosegue Arcuri- si verifica anche un interessante paradosso: economie come quella europea che si sono fondate per anni sulle svalutazioni, ora che non sono più in grado di farlo si trovano ad essere colpiti dalla stessa arma che hanno usato per decenni”.
Ma sui rischi per la nostra già fragile ripresa anche Arcuri è ottimista: “Dire che cresceremo di meno perchè la Cina ha svalutato mi sembra prematuro”.
Giudizio condiviso anche dal direttore generale dell’Ice Roberto Luongo. “Non vedo un rischio immediato per le imprese italiane. Se si dovessero protrarre queste svalutazioni competitive o se ci fosse un forte rallentamento dell’economia cinese questo sarebbe preoccupante. Queste svalutazioni per ora sono assorbili”, ha detto in una intervista all’Adnkronos
Cina o non Cina, un primo segnale chiaro se il nostro Paese sia o meno sulla buona strada per centrare gli obiettivi del Def arriverà venerdì mattina dall’Istat.
“Per quello che si è visto fino ad ora il secondo semestre è stato positivo per la Spagna e persino per la Grecia, anche se bisognerà capire meglio perchè”, spiega ad Huffpost Francsco Daveri, ordinario di Economia all’Università Cattolica e docente alla Bocconi.
“Anche se la produzione industriale ha frenato mi aspetto un dato positivo, simile o migliore a quello registrato nel primo trimestre, quindi intorno al +0,3%”.
Un buon dato al giro di boa che consentirebbe di agganciare l’obiettivo fissato dal governo. “Come spiegherò in una articolo su lavoce.info, per centrare lo 0,7% serviranno lo 0,4% nel terzo trimestre e il +0,3% nel quarto trimestre”.
Quanto alla Cina, le imprese italiane possono dormire sonni relativamente tranquilli.
“Alcune delle imprese italiane di punta, come quelle del lusso, sono state più colpite da altre mosse del governo cinese, più che dalla svalutazione. Penso alla battaglia alla corruzione ad esempio, con cui si combatte un uso improprio di soldi che non vengono contabilizzati e che spesso venivano utilizzati per consumi opulenti”, spiega ancora Daveri.
“Rispetto alle nostre esportazioni in Cina, rappresentano meno del 7% del totale, un dato molto basso se confrontato con il resto dei Paesi europei o gli Stati Uniti. Non dobbiamo proeccuparci”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
SYRIZA SI SPACCA ANCORA, ATENE VOTA IL PIANO DI SALVATAGGIO
Il Pil greco cresce a sorpresa nel secondo trimestre con un +0,8% sui 3 mesi precedenti messo a
segno nonostante il durissimo negoziato con i creditori e malgrado le attese di una flessione dello 0,5% da parte degli economisti.
Su base annua l’incremento è del 1,5%.
L’istituto statistico ha anche rivisto in meglio le stime per i primi 3 mesi dell’anno, in stagnazione rispetto al -0,2% stimato in precedenza.
I parlamentari greci hanno cominciato a discutere nelle commissioni parlamentari il nuovo accordo con i creditori internazionali che questa sera sarà poi votato dall’assemblea parlamentare.
“Il calendario è serrato e siamo costretti a questa procedura di emergenza”, ha detto Gerasimos Balaouras, deputato di Syriza, avviando la discussione.
Il deputato ha ricordato che la Grecia deve rimborsare giovedì prossimo 3,4 miliardi di euro alla Bce e punta, con il voto sul terzo piano di salvataggio del paese, a ottenere una prima rata degli aiuti, che oscillano tra gli 80 e gli 86 miliardi di euro nei prossimi tre anni.
Dopo le commissioni parlamentari, il disegno di legge sarà discusso in seduta plenaria con i 300 parlamentari, con il voto previsto in tarda serata.
Il governo di Alexis Tsipras dovrebbe ottenere l’approvazione del piano grazie anche ai 106 voti dei principali partiti di opposizione, ma sarà chiamato di nuovo a confrontarsi con l’ala minoritaria del suo partito, contraria alle nuove misure di austerità , con diverse defezioni tra i deputati di Syriza, come già avvenuto nelle scorse votazioni di luglio.
Il portavoce del governo di Atene non esclude un voto in autunno.
“È noto – afferma in un’intervista televisiva – che alcuni parlamentari di Syriza non voteranno a favore dell’accordo” e che “un governo che non ha una maggioranza per governare non può andare lontano”.
Sulle divisioni dentro Syriza il portavoce chiarisce che “è possibile che in futuro si possa cercare il modo di ottenere un nuovo mandato popolare… Questo accadrà quando avremo una valutazione sulla possibilità di indire nuove elezioni”. Tsipras ha già deciso che Syriza terrà un congresso straordinario dopo il dibattito parlamentare.
L’ex ministro dell’energia greco, Panagiotis Lafazanis, che guida l’ala radicale di Syriza, ha annunciato la creazione di un nuovo movimento politico anti-piano di salvataggio.
In un documento siglato da Lafazanis e da altri 11 esponenti del partito del premier Tsipras, i ribelli hanno preannunciato la creazione di “un movimento unitario che risponderà alla necessità della popolazione in termini di democrazia e giustizia sociale”.
La lotta contro il nuovo memorandum of understanding “inizia da subito con la mobilizzazione dei cittadini in tutti gli angoli del paese”.
Yanis Varoufakis, ex-ministro delle Finanze greco, continua a dire che non ci sono dubbi sul fatto che il nuovo piano di aiuti concordato da Atene con i creditori internazionali non è sostenibile: “non chiedete a me – ha detto in un’intervista alla Bbc – chiedete a Wolfgang Schaeuble, al board dell’Fmi, a chiunque ne capisca qualcosa dell’economia greca. Tutti vi diranno che l’accordo non può funzionare”.
Secondo Varoufakis, anche il suo successore alle Finanze, Euklidis Tsakalotos, è della stessa opinione. “Sono sicuro – ha previsto Varoufakis – che Schaeuble andrà al Bundestag e dovrà ammettere di fronte ai deputati che l’accordo non è sostenibile”.
Secondo il Financial Times, Wolfgang Schaeuble muoverà nuove obiezioni al terzo piano di salvataggio.
Nei giorni scorsi la Germania ha chiesto ad Atene di accettare un prestito ponte che consenta una negoziazione più accurata del nuovo piano di salvataggio, considerato da Berlino “insufficiente”.
Non è chiaro se una simile proposta verrà riproposta venerdì all’Eurogruppo. In ogni modo, secondo il Ft, Schaeuble, senza respingere quanto finora concordato tra Atene e i creditori, intende avanzare “alcune questioni aperte da indirizzare all’Eurogruppo”. Sono tre le sue principali obiezioni: la sostenibilità del debito greco, i possibili rinvii alle riforme e il ruolo del Fmi, che nei due precedenti salvataggi ha affiancato Bruxelles negli aiuti.
Schaeuble nota che alcune delle riforme concordate contengono alcuni rinvii ad ottobre e novembre per l’implementazione e altre “non sono ancora specificate”.
In un’intervista alla radio tedesca Deutschlandfunk il viceministro delle finanze tedesco, Jens Spahn, apre a una riduzione del debito greco, anche se continua a escludere un haircut.
“Quello che non è possibile è un haircut, ovvero rinunciare a una parte del debito, non previsto neppure dal trattato dell’Eurozona. Potrebbero esserci comunque riduzioni del debito attraverso un allungamento delle scadenze o periodi senza tassi di interessi, di questo si può parlare. L’abbiamo sempre detto”, ha affermato sottolineando “la grande disponibilità alle riforme e l’atteggiamento costruttivo” del governo greco che “si è dato molto da fare”.
Spahn ha comunque aggiunto che “la Grecia deve cambiare se vuole restare nell’Eurozona. E’ stato raggiunto molto, ma trovo del tutto naturale che si pongano domande e si valuti quanto realizzato” e come si voglia procedere, in particolare riguardo al fondo sulle privatizzazioni.
(da “Huffingtonpost”)
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