Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile
MISURE DELLA CINA PER RILANCIARE IL LORO EXPORT
Doppia svalutazione dello yuan in 24 ore: borse internazionali in rosso. 
L’intervento a sorpresa di Pechino sulla moneta cinese ha come obiettivo quello di rilanciare l’economia, dopo che anche i dati sulla produzione industriale segnano una diminuzione della crescita (+6 per cento a luglio, in calo rispetto al mese precedente). Il primo intervento nelle scorse ore aveva fatto parlare di “guerra delle valute”, perchè arrivato nel momento in cui sono state deprezzate anche le monete di Australia, Corea del Sud e Singapore.
Il Fondo monetario internazionale ha accolto con favore la scelta che “permetterà al mercato di avere un ruolo maggiore”.
Le borse asiatiche registrano la seconda seduta in rosso e le preoccupazioni per gli effetti internazionali fanno partire in negativo quelle europee. Piazza Affari perde il 2,5 per cento.
La valuta cinese si è quindi ulteriormente indebolita dopo la svalutazione-record di martedì 11 agosto.
Si tratta dell’operazione più grossa dal 1994, anno in cui il Paese ha unificato i tassi. La banca centrale cinese a sorpresa ha “limato” ulteriormente il valore di riferimento dello yuan: il tasso di cambio è stato fissato a 6.3306 sul dollaro con un taglio ulteriore dell’1,62% rispetto a quello precedente che è stato dell’1,9%.
La People’s bank of China ha fatto sapere che alla luce della situazione dell’economia domestica e internazionale non ci sono ragioni economiche per una continua svalutazione dello yuan.
Secondo la Pboc la volatilità dello yuan potrebbe aumentare temporaneamente, in attesa che si trovi un equilibrio sul mercato dei cambi, ma dovrebbe diventare “ragionevolmente stabile” dopo un breve periodo di aggiustamento.
In rosso le borse asiatiche. Tokyo ha perso l’1,58%, Sydney l’1,66% e Seul lo 0,56%. Hong Kong cede il 2,12% mentre i listini di Shanghai (-0,19%) e Shenzhen (-0,51%), ‘protetti’ dalle misure governative, limitano i danni.
Lo yuan cede l’1,9% sul dollaro, ai minimi da quattro anni.
I deludenti dati macro cinesi alimentano nuovi timori di una frenata dell’economia.
Il Vecchio Continente segna, fin dalle prime battute, flessioni intorno al punto percentuale.
Ribassi che si ampliano con il passare dei minuti.
Alle 9.40 circa a Piazza Affari l’indice Ftse Mib lascia sul terreno il 2,35% a 23.144 punti — All Share -2,29% — con lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi sostanzialmente stabile a 115 punti base con un rendimento dell’1,76%.
Maglia nera per la Borsa di Parigi -2,43%, pesante anche Francoforte -2,40%. Si allineano ai ribassi i listini di Londra -1,71% Zurigo -1,15%, Madrid -1,40% e Lisbona -1,61%.
A Milano le vendite sul Ftse Mib risparmiano solo Wdf (+0,10% a 10,21 euro). Debole Pirelli (-0,07% a 15,03) all’indomani del closing dell’operazione ChemChina. In rosso il comparto bancario — l’indice settoriale cede il 2,32% -; male Exor (-2,35% a 44,42 euro) dopo l’annuncio dell’accordo che porta la famiglia Agnelli a essere il primo azionista de The Economist.
L’operazione da 405 milioni di euro consente alla società di investimento di incrementare la sua partecipazione dal 4,7% al 43,4 per cento.
Secondo i dati del National Bureau of Statistics diffusi oggi la crescita della produzione industriale cinese è aumentata meno del previsto a luglio: ha registrato infatti un +6 per cento anno su anno a luglio, più lentamente rispetto all’aumento del 6,8 per cento registrato a giugno e meno rispetto alle previsioni di una crescita del 6,6 per cento stimata dagli economisti.
Male anche il dato da inizio gennaio che segna un +6,3% contro un +6,4% atteso dal mercato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile
AZIENDE ITALIANE IN FUGA: LE GRANDI IMPRESE PRODUCONO IL 70% ALL’ESTERO
La crisi non è ancora finita per le grande imprese italiane e solo nella manifattura si rivedono segnali
di ripresa.
Un dato su tutti allarma il paese: il 70% di quanto prodotto dalle grandi imprese italiane è “estero su estero” – senza quindi coinvolgere impianti e manodopera nel Paese – anche perchè i margini di redditività sono ben inferiori rispetto a quelli oltreconfine: il ritorno sul capitale (Roe) è del 5,2% contro il 14,3% all’estero.
Per l’industria e i servizi anche nel 2014 abbonda il segno meno, ma mentre la manifattura vede la ripresa grazie alla spinta dell’estero, il terziario, chiuso nel recinto domestico, soffre ancora.
Questa la fotografia dell’Ufficio studi di Mediobanca, che ha analizzato i dati di 2055 società industriali e terziarie di grandi e medie dimensioni operanti in Italia.
Per le grandi imprese che producono in Italia nel 2014 le vendite sono scese del 2,2% (-4,3% sul solo mercato interno), con l’occupazione in calo dell’1,1%.
Le stime per il 2015 non molto diverse: il miglioramento più probabile è nei soli investimenti.
Nel rapporto sono incluse tutte le aziende con più di 500 dipendenti e il 20% di quelle di medie dimensioni e i dati si riferiscono alle sole attività esercitate nella penisola italiana.
FATTURATO
L’industria e i servizi italiani chiudono il 2014 con un calo di vendite del 2,2%.
Cresce l’estero (+2,2%), cade il mercato interno (-4,3%) e flette l’occupazione (-1,1%), mai in positivo dal 2008.
Perdono vendite sia le imprese pubbliche (-5,7%) che le società private (-1%).
Segnali positivi arrivano comunque dalla manifattura (+1,1%), soprattutto quella di grandi dimensioni (+4,8%), che beneficia dell’effetto Fiat Chrysler.
In luce i servizi pubblici tariffati (+3,1%) e i trasporti (+2,1%). Boom dei grandi contractor di opere pubbliche (+6,1%).
Il fatturato delle 2055 imprese considerate nell’indagine resta del 4,3% sotto il 2008.
Solo le medie imprese sono oltre (+3,4%). I settori migliori sono pelli e cuoio(+33,6%), contractor (+26,8%), tutto l’alimentare (col conserviero a +21,7%) e le local utilities (+17,5%).
Male i prodotti per l’edilizia (-38,7%), l’editoria (-36,8%) e le tlc (-24,1%).
Ancora più lontani, segnala l’area studi di Mediobanca, i margini del pre-crisi (2007): -25,5% per le 2055 imprese, -21,5% per la manifattura.
“La stagnazione del mercato domestico – scrive Mediobanca – smaschera la debolezza dell’industria pubblica. La manifattura tiene il passo, anche grazie ai gruppi maggiori (effetto Fiat Chrysler). Senza il traino dell’estero si affievoliscono anche le imprese di costruzioni e trasporti”.
LAVORO
La riduzione della forza lavoro riguarda soprattutto la base operaia (-8,5% tra 2014 e 2008), in misura minore i “colletti bianchi” (-2%).
La manifattura, evidenzia il rapporto, taglia pesantemente le “tute blu” (-12,3% sul 2008), mentre tengono impiegati e quadri (-0,5%), che crescono nelle medie imprese (+6,6%), nelle medio-grandi (+3,2%), nei gruppi maggiori (+3,5%) e nel made in Italy (+5,6%). Cade al contempo il potere d’acquisto dei salari: -2,3% dal 2006.
Segnali positivi solo dalla manifattura (+1%), specialmente nella media impresa (+4,9%) e nel made in Italy (+5%).
Il costo del lavoro delle imprese pubbliche, segnala ancora l’indagine, resta del 25% superiore a quello dei privati.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELL’ISTITUTO TEDESCO HALLE: I MINORI ESBORSI PER FINANZIARE IL DEBITO PUBBLICO SUPERANO GIA’ LA CIFRA DELLE EVENTUALI PERDITE SE LA GRECIA NON RESTITUISSE I SUOI DEBITI
Se i conti pubblici tedeschi sono più floridi che mai è soprattutto per merito della crisi greca. 
Che ha avvantaggiato Berlino più di qualsiasi altro Stato europeo.
Ad affermarlo è una ricerca pubblicata dall’istituto tedesco Halle institute for economic research (Iwh), che calcola in ben 100 miliardi di euro i risparmi ottenuti da Berlino tra 2005 e 2010 grazie al calo dei tassi di interesse dovuto alla crisi del debito. Durante periodi di instabilità economica, infatti, “gli investitori preferiscono investimenti sicuri”, spiega l’istituto.
Per questo hanno acquistato in massa titoli di Stato tedeschi, determinando un calo dei rendimenti: “Ogni volta che ci sono state cattive notizie sulla Grecia, i rendimenti sui titoli tedeschi scendevano”.
Risultato: minori esborsi per le casse della Bundesrepublik per una cifra pari a oltre il 3% del pil.
Risparmi che superano gli 82-86 miliardi del terzo piano di salvataggio per Atene e che compenserebbero totalmente il Paese delle perdite sostenute nel caso in cui la Grecia non restituisca completamente il suo debito.
Di più: “Il pareggio di bilancio della Germania”, si legge nello studio, “si deve in gran parte al risparmio sui tassi interesse dovuto alla crisi del debito”.
In ultima analisi, dunque, “la Germania in ogni caso ha tratto vantaggio dalla crisi greca”.
Un verdetto sorprendente, nei giorni in cui la troika e il governo Tsipras stanno per chiudere i negoziati sul nuovo memorandum di austerità imposto a fronte dei nuovi aiuti ma Berlino con il suo ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble continua a mettersi di traverso.
Tifando per un nuovo prestito ponte e un negoziato più lungo.
Il portavoce del governo, Steffen Seibert, ha ribadito lunedì che un accordo “accurato” è preferibile a una rapida intesa.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile
LA MERMEC DI MONOPOLI HA FIRMATO UN ACCORDO CON LE FERROVIE GIAPPONESI: TECNOLOGIA ITALIANA PER GLI “SKINKANSEN”
La stessa metropoli californiana, nonostante l’asse di ferro tra un’impresa americana e una tedesca, pare decisa ad affidare la propria rete underground a lui, lo spilungone di Monopoli padrone della MerMec.
Che già si è guadagnato la fiducia di decine di metropolitane del pianeta, comprese appunto la più antica (Londra: 1863) e la più estesa (Seul: 537 chilometri).
«E il bello è che avevamo presentato l’offerta più alta».
Come mai tanta buona sorte?
È l’unico al mondo, dice, in grado di costruire «automotrici diagnostiche» capaci di monitorare le condizioni di una linea ferroviaria o metropolitana ad altissima velocità : «Fino a qualche anno fa i controlli dei binari o dello spessore della “catenaria”, il cavo elettrico che alimenta il treno dall’alto, andavano fatti manualmente. Ogni tot metri gli operai sul carrellino si fermavano ed esaminavano le rotaie o salivano sulle autoscale per misurare lo spessore del cavo col calibro. Costi e tempi abnormi. Noi siamo riusciti via via a mettere a punto locomotive che viaggiando, come è successo in Cina, a 382 chilometri l’ora, riescono a scoprire sui binari micro-fratture di mezzo millimetro o a misurare i cavi elettrici con una approssimazione di un decimo di millimetro».
Prova provata che anche nel Sud e perfino in questi anni nerissimi e segnati da grida d’allarme come quelle lanciate l’altro giorno da Svimez, c’è chi investendo su innovazione, giovani, ricerca, non solo ha tenuto botta ma anzi è cresciuto.
Conquistando uno sull’altro nuovi paesi.
Saliti ormai a 54. Al punto che dal 2008, anno d’inizio della crisi, il fatturato è andato su, su, su.
Tagliando e delocalizzando e sfruttando disperati rastrellati dai caporali? No. Investendo sui cervelli.
In un Paese come il nostro, che spende nella ricerca (non militare) solo l’1,3% del Pil cioè la metà della media Ocse (2,4%) e un terzo di quanto impiegano Israele, Corea o Finlandia, la MerMec investe nella «R&S» (ricerche e sviluppo) il 12% del fatturato.
E su un migliaio di dipendenti complessivi quattro su cinque sono laureati, con un affollamento di ingegneri. Seicento: «Per star due anni davanti agli altri».
Età media appena sopra la trentina. «E pensare che una volta il più giovane ero io…», ammicca Pertosa.
Alto alto, magro magro e con una risata alla Fernandel, voleva fare il medico missionario sulle orme di Schweitzer. Bene, disse papà Angelo, «ma l’estate in fabbrica».
Cominciò alle superiori: «Primo anno magazziniere, secondo anno saldatore, terzo anno tornitore… Dovesse andarmi male un mestiere ce l’ho».
Costretto a lasciar perdere l’università («un felice infortunio: fidanzamento, matrimonio e battesimo del primo figlio in tre mesi»), Vito partì con il padre da una macchina che coglieva l’uva dalle vigne: Bacco.
Finchè, vinta una gara d’appalto delle ferrovie pugliesi, si ingegnarono a costruire piccole gru per spostare casse.
«Andava bene. Il problema era farsi pagare. Qui al Sud, soprattutto. A me toccava andare a recuperare, con i carabinieri, i macchinari non pagati…»
Imboccata la strada «dell’applicazione dell’elettronica, dell’optoelettronica e della sensoristica ai sistemi di monitoraggio», la prima commessa grossa arrivò dalla Norvegia. « Bisognava sottoporre i materiali ad un delta termico molto elevato. Qui a Monopoli la neve non sappiamo manco cosa sia!», raccontò in un’intervista, «Ci chiedevano dove avevamo la sede e noi:“near the sea, in front of Albania!”». Vicino al mare, di fronte all’Albania.
Immaginatevi i norvegesi. Sbarcarono a Bari e si accorsero che la linea ferroviaria aveva un binario unico.
L’avventura poteva finire lì, se le tecnologie MerMec «non fossero state davvero le migliori».
Poco più di due decenni dopo Vito Pertosa, subentrato al padre quando aveva solo 28 anni, è a capo di un piccolo colosso centrato sull’innovazione.
Dopo i macchinari capaci di monitorare a velocità altissime le condizioni dei binari, l’imprenditore a cui Renzi aveva anche pensato («ma per carità !») come governatore dopo Vendola, ha preso il volo.
In senso letterale. Prima ha fortissimamente creduto in due ragazzi poco più che ventenni, Luciano Belviso e Angelo Petrosillo, che volevano metter su un’impresa che facesse «gli aerei ultraleggeri più avveniristici del mondo» ed erano stati sbeffeggiati («Quanti anni avete? Gli aerei? Per favore!») da 42 banche.
Scommessa vinta: due anni e la Blackshape era già leader mondiale nei velivoli biposto in fibra di carbonio.
Poi si è spostato sullo spazio: «Siamo già presenti in venti missioni spaziali. E l’anno prossimo mandiamo su i primi satelliti nostri. I primi totalmente italiani. Satelliti anche dieci volte più piccoli dei soliti. Google vuole lanciarne mille, di questi mini-satelliti e vorrebbe i nostri motori elettrici ad alimentazione solare. Li facciamo in due, al mondo. Ma i nostri…» Non lo dica: sono meglio.
Ride: «Bravo. È proprio così».
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO SVIMEZ SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO: “SOTTOSVILUPPO PERMANENTE”
Una persona su tre è a rischio povertà al Sud. 
I dati del rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno tratteggiano un panorama allarmante: in Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord.
Quanto al rischio povertà , nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud.
La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%).
La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.
Nel periodo 2011-2014 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511mila a 704mila al Sud e da 570mila a 766mila al Centro-Nord.
Un Paese, dunque, più che mai diviso a metà . Diseguale.
Dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo, -1,3%, con il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud che è tornato ai livelli di 15 anni fa.
«Rischio di sottosviluppo permanente»
Il rischio – si legge ancora nel report – è che «il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente». C’è un «forte rischio di desertificazione industriale».
Insomma, se la situazione non cambia non si intravvedono possibilità di ripresa economica, e sociale, per le regioni del Mezzogiorno.
E non è un caso se, dal 2000 al 2013, «il Sud è cresciuto del 13%: la metà della Grecia che ha segnato +24%.
Oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)».
Il lavoro
Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più.
Delle 811.000 persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576.000 sono residenti nel Mezzogiorno.
Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi.
Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità , tutti concentrati nel Centro-Nord (133.000).
Il Sud, invece, ne ha persi 45.000.
Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat.
Tornare indietro ai livelli di quasi 40 anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro.
Il crollo demografico
E preoccupano anche le statistiche demografiche. Nel 2014, sempre al Sud, si sono registrate «solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili».
Previsioni che vedono il Mezzogiorno «destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%».
Il tasso di fecondità al Sud, evidenzia ancora il report, è infatti arrivato a «1,31 figli per donna», ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica e inferiore comunque all’1,43 del Centro-Nord.
In dieci anni inoltre, dal 2001 al 2014, sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1,6 milioni di persone, rientrate 923 mila, con un saldo migratorio netto di 744 mila persone (di cui 526 mila under 34 e 205 mila laureati).
Dal 2001 al 2014 quindi la popolazione è cresciuta a livello nazionale di circa 3,8 milioni, di cui 3,4 milioni al Centro-Nord e 389 mila al Sud.
Nascite in calo anche al Centro-Nord e, per la prima volta, nelle coppie con almeno un genitore straniero, coppie che in precedenza avevano invece contribuito ad alimentare la ripresa della natalità nell’area.
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
MERCATO IN CRISI ED ESPORTAZIONI FERME: COSI’ IL SETTORE AGRICOLO AFFONDA
Da una parte il luglio record, con gli italiani che consumano il 30 per cento di frutta in più rispetto al
2014.
Dall’altra la crisi del settore e dei frutteti, dove una pianta su tre è andata perduta negli ultimi quindici anni.
E poi i costi della filiera, con i prezzi che si alzano del 500 per cento dal campo alla tavola.
Ha tanti volti la storia recente della frutta italiana, così com’è stata raccontata — ieri a Milano, tra i padiglioni di Expo 2015 — da Coldiretti.
Ma il dato è prima di tutto economico: senza export l’Italia che coltiva non sopravvive. Non bastano la ricchezza e la varietà offerte dalle nostre terre.
Con il mercato interno che si è ristretto per la crisi, le vendite verso l’estero diventano fondamentali. Specie per la frutta, che in Italia cresce tanto e bene ma altrove (leggi: in Nord Europa) molto meno.
Rischio speculazione
Dal 2000 a oggi a scomparire sono stati una pianta di limoni su due, quattro peri e peschi su dieci, tre aranci su dieci, oltre un melo su quattro.
Si è passati da 426 mila a 286 mila ettari coltivati a frutta, proprio mentre le importazioni dall’Italia crescevano del 37 per cento.
«Un trend drammatico — dice il presidente Roberto Moncalvo — che ha effetti pesanti sul piano economico e occupazionale per le imprese agricole. Occorre intervenire per promuovere i consumi interni e sostenere le esportazioni, che sono rimaste pressochè le stesse di quindici anni fa. E va frenata la speculazione: sul campo la frutta viene sottopagata, sotto i costi di produzione, e poi venduta anche a cinque o sei volte tanto».
Il nodo russo
Costerà pure troppo, ma tra i banchi del mercato la frutta sembra più popolare che mai, almeno per questo secolo.
In un luglio record, complice il caldo, la spesa per frutta e verdura ha superato per la prima volta quella per la carne: 99,5 euro per famiglia al mese, contro 97 euro per filetti e braciole.
«Nel settore ci sono dei punti di forza clamorosi, ed Expo è l’occasione anche per mostrarli ai 140 Paesi presenti», dice il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina.
Che ammette tutti i guai legati al blocco delle importazioni verso la Russia, imposto da Putin il 7 agosto 2014.
«Siamo in un passaggio delicato, con tanti prodotti da gestire a fronte della situazione. Nell’ultimo Consiglio agricolo europeo l’Italia ha ottenuto un risultato importante: sarà la Ue a ritirare 50 mila tonnellate di prodotti italiani — per la prima volta anche frutta fresca di stagione — e aiutare così le aziende in difficoltà ».
La qualità non basta
Eppure problemi e ostacoli non vengono solo da lontano.
Molti dipendono anche da limiti tutti nostri.
«Dobbiamo essere umili: la qualità non basta. I prodotti bisogna saperli vendere, e c’è chi lo fa meglio di noi».
È la provocazione di Sergio Fessia, commerciante piemontese che seleziona frutta e verdura per i negozi Eataly del nord Italia.
«I contadini non sono sciocchi: piantano quando possono guadagnare. E negli ultimi anni ci sono stati casi di peschi tagliati, in Emilia e Piemonte, con i frutti attaccati al ramo. Non conveniva nemmeno raccoglierli. Se non esporta, l’agricoltura chiude. E oggi il Nord Europa compra frutta in quantità , ma spesso da Paesi che sanno vendere meglio — Spagna in primis e poi Francia — e anche quando offrono qualità inferiore e prezzi più alti. A volte le nostre aziende sono troppo piccole per evadere ordini che arrivano anche a duemila quintali: ecco perchè serve l’umiltà e la capacità di unirsi e fare consorzi più forti».
Stefano Rizzato
(da “La Stampa“)
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Luglio 28th, 2015 Riccardo Fucile
GLI INVESTITORI ESTERI HANNO CONQUISTATO IL 41,8% DEL TOTALE DELLE AZIONI
Quattro società italiane quotate su dieci hanno padroni fuori dai confini nazionali; lo shopping estero nel made in Italy di Piazza Affari, che vale sempre di più, ha portato agli stranieri sempre più pezzi di industria italiana.
Nell’ultimo anno le azioni italiane quotate in Borsa hanno visto crescere la capitalizzazione complessiva di 159 miliardi di euro nell’ultimo anno: da gennaio 2013 a gennaio 2014, il capitale delle spa quotate del nostro Paese è passato da 354,7 miliardi di euro a 514,3 miliardi in crescita di 159,5 miliardi (+45%).
Mentre il 53% delle imprese (anche le non quotate) è controllato dalle famiglie, sul listino tricolore cresce il peso degli azionisti “non italiani”, che ora hanno partecipazioni di imprese quotate della Penisola pari a 215,1 miliardi, il 41,8% del totale.
Predominante, seppur in leggera diminuzione, il peso delle famiglie nel capitale delle aziende (quotate e non) con partecipazioni pari a 893 miliardi, in aumento di 111,7 miliardi.
Sono questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa, sull’andamento del valore delle aziende italiane nell’ultimo anno.
“Se da una parte va valutato positivamente l’aumento del valore delle imprese italiane, dall’altro bisogna guardare con attenzione la presenza degli stranieri e capire fino a che punto si tratta di investimenti utili allo sviluppo e dove finisce, invece, l’attività speculativa”, commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
“La fortissima crisi che sta colpendo l’Italia più di altri paesi sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri, che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo o di investimento, ma spesso per fini speculativi” aggiunge Longobardi.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 28th, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER ITALIANO DEL CALCESTRUZZO VENDE PER 1,67 MILIARDI
Un’altra grande impresa italiana finisce in mani estere. 
Questa volta però a comprare non sono i francesi, come accaduto spesso negli ultimi mesi, bensì i tedeschi.
Si tratta del gruppo Heidelberg Cement, che ha raggiunto un accordo con Italmobiliare, la finanziaria della famiglia bergamasca, per rilevare la sua quota in Italcementi, pari al 45% del capitale.
I tedeschi hanno offerto 10,6 euro per azione con un premio del 70 per cento sugli ultimi due mesi del prezzo di Borsa.
A passare di mano sarà il 45% in mano ai Pesenti per un valore di 1,67 miliardi. L’operazione, una volta ottenute le autorizzazioni, dovrebbe essere realizzata nel corso del 2016.
Nascerà così il primo gruppo del cemento nel mondo, che avrà un socio di controllo tedesco mentre la famiglia italiana resterà in minoranza.
Nel dettaglio, spiega una nota diffusa in serata, Italmobiliare riceverà come parte del corrispettivo della transazione azioni ordinarie Heidelberg Cement — tramite un aumento di capitale riservato – corrispondenti a una quota compresa fra il 4% e il 5,3% del capitale post aumento per un controvalore tra 560 e 760 milioni di euro.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 27th, 2015 Riccardo Fucile
O SONO CERTI VECCHI E PACIOSI “SCIENZIATI LIBERALI” A FARLO APPARIRE TALE?
Il più delle volte mi rendo conto che le persone hanno idee socialiste anche perchè nessuno si è mai degnato “di scendere dal piedistallo” per spiegar loro le autentiche ragioni sottese al liberismo economico ed alla necessità di un visione alternativa a quella di uno “Stato-Padre” o di un sistema di clientele che, poi, all’occorrenza, “ti portano il conto”.
Fino a quando si continuerà a ragionare ed a comunicare sulla scorta di asettici, sterili e fuorvianti stereotipi di erudita speculazione concettuale.
Fin quando il “mondo liberale” avrà sempre, e soltanto, “referenti” accademici, peraltro vecchi, paciosi e crassi.
Sino a quando si continuerà a relazionarsi sulla scorta di astruse formule “magiche” – peraltro travolte dalla coeva dimensione politico-valoriale – e fin quando la “politica” rimarrà “cosa da TV” o da “salotti buoni”, conservandosi nelle neglette logiche da èlite, le “ragioni” di una visione autenticamente alternativa alla “schiavitù” non arriveranno mai al cuore della gente.
E allora l’allegoria comunicazionale di sostanza pure serve, perchè se non “arrivi” al cuore della gente vuol dire che stai perdendo solo tempo: dietro alle illusioni; dietro al nulla che hai l’arroganza e la presunzione di elevare a sostanza; dietro al “vuoto” che evidentemente c’è “dentro e fuori” di te.
Il liberismo non è cosa da ricchi, anzi.
L’uomo è vocazionalmente libero e la stessa libertà non è “cosa” che si consumi soltanto negli schemi etico-valoriali o nelle specualzioni concettuali, laiche o meno che esse siano. Essa involge direttamente anche la stessa economia, soprattutto “quella spicciola”.
Peccato che gli “scienziati liberali”, siano essi conservatori o meno, siano così pieni di loro stessi da non porsi il problema di farsi comprendere anche da chi non abbia letto – per scelta consapevole o per impossibilità oggettiva – qualche libro di economia o qualche saggio di pseudo-filosofia della politica.
Per la Thatcher la politica era “cosa pratica”. Dal punto di vista strettamente economico, era “far quadrare i conti” ed in ragione di una specifica visione. Ma Lei era una fuoriclasse, però. Una fuoriclasse capace di modificare il corso della storia coniugando, sapientemente, economia e valori, forma e sostanza, conservazione e modernità !
Ciò non di meno, sono assolutamente convinto che sarebbe riuscita “a parlare” anche con “donna Concetta”, la portiera sotto casa, per farle vivere la grande magia del sogno che diventa storica ed incendiaria rivoluzione democratica.
Passione, passione, passione. Quella passione capace di tagliare l’aria “a fette”. Fervente. “Elevante”. Incondizionata e ribelle.
Quel moto dell’anima che vive in ciascuno di noi. Sommesso e irrefrenabile…
Oltre l’inedia. Contro la rassegnazione. Pronto a fare la storia…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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