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NUOVO RECORD DEL DEBITO PUBBLICO: AUMENTO DEL 3,9% DALL’INIZIO DELL’ANNO

Luglio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL GOVERNO DELLE CHIACCHIERE COLPISCE ANCORA

Il debito pubblico italiano è cresciuto di 83,3 miliardi, pari al 3,9%, dall’inizio dell’anno.
Lo rende noto la Banca d’Italia nel supplemento al bollettino Statistico, sottolineando che a maggio 2015 il debito tocca un nuovo record storico a 2.218,2 miliardi di euro.
Il debito è cresciuto in un solo mese di 23,4 miliardi.
L’incremento del debito è stato superiore al fabbisogno del mese (4,3 miliardi) principalmente per l’aumento di 17,8 miliardi delle disponibilità  liquide del tesoro (a fine maggio pari a 100,9 miliardi; 92,3 a maggio del 2014); complessivamente la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, il deprezzamento dell’euro e l’emissione di titoli sopra la pari hanno accresciuto il debito per 1,3 miliardi.
Con riferimento ai sottosettori, il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 22,9 miliardi, quello delle amministrazioni locali di 0,5 miliardi; il debito degli enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato.
Banca d’Italia rende noti anche i dati sulle entrate tributarie, che rimangono stabili a maggio.
Il gettito contabilizzato nel bilancio dello Stato è cresciuto dello 0,6% tra gennaio e maggio rispetto allo stesso periodo del 2014, attestandosi a 146,2 miliardi contro i 145,4 dello scorso anno.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A FASSINA: “BERLINO PUNISCE CHI TENTA DI ALZARE LA TESTA”

Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile

“TSIPRAS HA COSTRETTO IL GOVERNO TEDESCO A SCOPRIRE L’OBIETTIVO DELLA SUA POLITICA”

«Tsipras ha fatto la mossa del cavallo…».
O il gioco dell’oca, onorevole Stefano Fassina?
«No, col nuovo memorandum Tsipras ha costretto il governo tedesco a rendere chiaro l’obiettivo: far fuori l’unico governo che, per difendere l’ interesse nazionale, ha osato mettere in discussione l’ordine tedesco che domina l’eurozona».
Lei ha fatto parte della «Brigata Kalimera» volata ad Atene per sostenere il referendum. Non si è pentito?
«Nessun imbarazzo, no. Tsipras ha riaperto la partita tra politica ed economia. E adesso, visti i risultati, il governo tedesco cerca di buttare fuori la Grecia dall’eurozona per dare una punizione esemplare a chi tenta di alzare la testa. Prova ne sia la proposta ipocrita di Schà¤uble, cinque anni di Grexit».
Il piano Tsipras non è più duro di quello della ex Troika?
«Per quanto ammorbidito nel suo impatto sociale somiglia troppo, perchè il governo tedesco continua a tenere la porta chiusa sulla ristrutturazione del debito. L’impianto delle Prior actions di Atene è in continuità  con i memorandum precedenti e con la linea liberista che la Germania impone all’eurozona, aggravando le condizioni di tutte le economie e portando l’euro al naufragio».
Ammetterà  che il referendum è servito a poco…
«È servito a ridimensionare l’impatto sulla parte più debole della popolazione, ridistribuendo i costi dell’aggiustamento fiscale verso fasce di reddito più alte. Ma rimane un impianto che aggrava le condizioni della Grecia».
Tsipras ha le sue colpe?
«No, la questione vera è l’insostenibilità  del mercantilismo liberista dettato dalla Germania. Il governo Renzi, invece di avviare un’operazione verità  nel semestre di presidenza, ha puntato a fare il bravo scolaretto alla ricerca della benevolenza della maestra Merkel».
Anche l’ala dura di Syriza sconfessa Tsipras.
«Il dissenso è molto circoscritto. La valutazione negativa sul memorandum, imposto dopo una battaglia durissima, è unanime dentro Syriza e lo stesso Tsipras condivide. Mi stupisce che tanti commentatori, che consideravano il memorandum la salvezza della Grecia, da quando è stato approvato dal parlamento lo valutino la condanna di Atene».
Tutto sulla pelle dei greci.
«Vedo tanta propaganda. Quando è arrivato Tsipras il Paese aveva già  perso 25 punti di Pil, stipendi e pensioni erano stati tagliati e la disoccupazione era aumentata. Lui ha cercato di riscrivere un’agenda che stava uccidendo la Grecia, ma è stato lasciato solo, anche da governi progressisti. Chi pensa che le cose prima andavano bene e poi i capricci di Tsipras hanno causato la recessione, racconta un film inventato».
Come se ne esce?
«Con un accordo che comprenda la ristrutturazione del debito, insostenibile anche per il Fmi. La medicina ha aggravato la malattia. Il salvataggio della Grecia ha salvato le banche francesi e tedesche. Bisogna costruire un’alleanza tra tutti i Paesi che subiscono gli effetti negativi del dominio tedesco. Spagna, Grecia, Italia e Francia, che fa finta di contare qualcosa con i vertici a due di Parigi».

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)

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PANICO CINESE, LA BORSA CROLLA ANCORA: – 6%. IL TELEGRAPH: “LA GRECIA IN CONFRONTO E’ NULLA”

Luglio 8th, 2015 Riccardo Fucile

A SHANGHAI SOSPESO IL 50% DEI TITOLI QUOTATI

La bolla della borsa cinese, che in 12 mesi è cresciuta di oltre il 150% fino al 12 giugno scorso, è ormai ufficialmente scoppiata e sfociata in un clima di panico.
La Borsa di Shanghai sta vivendo la sua seduta più drammatica.
Già  in apertura le contrattazioni segnavano un crollo di quasi il 7%, portando la perdita complessiva oltre il 35% in un mese.
Questo malgrado le autorità  cinesi abbiano cercato di porre rimedio, sospendendo dalle contrattazioni oltre 1.200 titoli, circa un terzo della capitalizzazione del mercato cinese.
La crisi finanziaria in Cina è, secondo un’analisi del Daily Telegraph, il vero problema, rispetto “pantomima greca”.
Secondo Jeremy Warner, vicedirettore del Telegraph, “mentre gli occidentali si stanno concentrando sulla Grecia, una crisi finanziaria potenzialmente molto più significativa si sta sviluppando dall’altra parte del mondo. Quella che alcuni stanno iniziando a chiamare il 1929 cinese”, da nome della più celebre crisi economica del secolo scorso, “che innescò la grande depressione”.
L’autorità  cinese che regola il mercato borsistico (China Securities Regulatory Commission) ritiene che sui mercati sta prevalendo “il panico irrazionale”.
La Banca Centrale cinese, riferisce l’agenzia ufficiale Xinhua, ha annunciato che garantirà  la liquidità  necessaria per stabilizzare i mercati borsistici cinesi e per scongiurare rischi sistemici.
Da Pechino giunge un ulteriore segnale: la Commissione che controlla i 112 colossi imprenditoriali di proprietà  dello Stato ha ordinato loro di non vendere azioni loro o delle loro controllate “durante questa inusuale volatilità ” del mercato.
Anzi, ha ordinato loro di acquistare azioni delle società  che controllano per stabilizzare il valore delle loro azioni.
Malgrado questi annunci, la Borsa di Shanghai ha solo leggermente limato le perdite, attestandosi attorno a -4%, per poi invertire nuovamente la rotta e chiudere in calo in calo del 5,90%.
Panic selling anche ad Hong Kong, con l’indice Hang Seng che cede il 7,7% dopo aver toccato un minimo dell’8,3%. Si tratta del peggior calo dall’ottobre 2008, stagione del fallimento della Lehman Brothers.

(da “Huffingtonpost”)

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CORO DEGLI ECONOMISTI USA: L’AUSTERITY È FOLLIA

Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile

DA STIGLITZ A KRUGMAN: “IL RIGORE HA GIA’ FALLITO”

Poco più di 48 ore e il futuro della Grecia e dell’Europa arriveranno a una svolta storica. Il referendum convocato dal primo ministro greco Alexis Tsipras per sottoporre ai propri cittadini il piano di proposte messo a punto dai creditori si è presto trasformato in una consultazione più ampia.
Un voto per dire per dire no, queste almeno le intenzioni del governo ellenico, a una ricetta che negli ultimi anni ha finito per mettere la Grecia in ginocchio, con il Pil caduto del 25% dall’inizio della crisi: quella dell’austerity.
L’edizione Usa di Huffington Post ha raccolto alcune tra le voci più critiche, tra gli economisti, che si sono espresse contro questa impostazione, che avrebbe contribuito ad aggravare, anzichè risolvere, le difficoltà  del Paese.
“È sorprendente che la troika abbia rifiutato di assumersi la responsabilità  per questo o ammesso quanto siano state pessime le sue previsioni e i modelli da essa adottati”, ha spiegato al World Post il premio Nobel Jospeh Stiglitz. “Ma è ancora più sorprendente che i leader europei non abbiano ancora capito la lezione. La troika sta ancora chiedendo che che la Grecia realizzi un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,5% del PIL entro il 2018”.
Per il docente di Harvard Ken Rogoff, che invece dell’austerity è quasi considerato uno dei massimi sostenitori, imporre ulteriori misure in questo senso alla Grecia sarebbe inutile se è il governo in prima istanza a non essere determinato a volerle implementare. “Perchè le riforme abbiano effetto, il governo greco e il suo elettorato devono prima di tutto crederci”, ha scritto per Project syndacate. Rogoff ha sottolineato come non tutte i programmi di riforme strutturali sono sbagliati, ma nel caso della Grecia potrebbero non essere la migliore risposta.
“In un mondo ideale, offrire un aiuto finanziario in cambio di riforme potrebbe aiutare chi vuole trasformare il Paese in uno stato europeo moderno. Ma vista la difficoltà  che la Grecia ha incontrato sinora nel fare i cambiamenti necessari per raggiungere l’obiettivo fissato – ha spiegato – potrebbe essere giunta l’ora di rivedere del tutto questo tipo di approccio alla crisi. Invece di un programma che garantisce dei prestiti ai paesi, potrebbe avere più senso elargire aiuti umanitari indipendentemente dal fatto che la Grecia rimanga o meno un membro dell’Eurozona”.
Altri economisti hanno sottolineato come la Grecia sia rimasta intrappolata in un circolo vizioso per via del proprio debito. Le risorse prestate alla Grecia sono servite per rimborsare i creditori privati, piuttosto che il governo greco.
“Il salvataggio messo in atto per il settore bancario è stato decisamente qualcosa di più di un normale salvataggio di istituzioni finanziarie di Paesi dell’Europa continentale che erano eccessivamente esposte con la Grecia”, ha spiegato Vicky Price consigliere e analista per il Centre for Economics and Business Research al World Post. “Il punto è che quel debito è stato scaricato in gran parte sui greci”.
Molti analisti hanno invece rilevato come il leader di Syriza Alexis Tsipras sia stato eletto proprio per combattere le proposte dei creditori e di questo gli stessi avrebbero dovuto tenere conto.
“La Troika ha utilizzato una sorta di metodo Corelone alla rovescia – ha scritto il premio Nobel Paul Krugman — hanno fatto a Tsipras un’offerta che non poteva accettare”.
Per questo — ha continuato Krugman, “l’ultimatum era, in effetti, una mossa per sostituire il governo greco. E anche se non si è dei sostenitori di Syriza, questo dovrebbe essere inquietante per chiunque creda negli ideale europei.

(da “Huffingtonpost“)

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EFFETTO GRECIA: BORSE IN FORTE PERDITA IN EUROPA, EURO IN NETTO CALO, RIPARTE LO SPREAD

Giugno 29th, 2015 Riccardo Fucile

CROLLANO I LISTINI EUROPEI, BRUCIATI 340 MILIARDI IN UN’ORA

Mercati internazionali in preda al panico dopo il fallimento della trattativa sulla Grecia. Apre in netto calo Piazza Affari, con il Ftse Mib in calo del 2,1%, per poi accentuare il rosso fino a -5%.
In rosso tutto il listino, con pesanti perdite per le banche: Intesa Sanpaolo cede il 7,71%, Unicredit il 7,74%, Mediobanca il 6,67%, Bper oltre il 7%.
Ancora sospese Carige ed Mps.
Male anche le altre piazze europee, con l’apertura di Francoforte in flessione dell’1,4%, Londra in calo del 2,2%; più accentuate le perdite per Madrid (-5%), Parigi (-4,5%) e Zurigo (-3%). Chiusa Atene, almeno fino a martedì 7 luglio.
Nella prima ora di contrattazione i listini europei hanno visto andare in fumo 340 miliardi di euro sulla base dell’indice Eurostoxx 600 che lascia sul terreno il 3,25%.
Le banche tedesche sono le più esposte verso la Grecia con 13,2 miliardi di dollari a fine 2014, di cui 5,8 miliardi verso le aziende, 5 verso le banche e solo 219 milioni al settore pubblico, mentre quelle italiane sono a un livello molto più basso: 1,3 miliardi di dollari, di cui 398 milioni verso il debito pubblico di Atene.
E’ quanto si ricava dalle tabelle della Bri, la banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea secondo cui Gran Bretagna e Usa viaggiano sui 12 miliardi e la Francia 1,6.
Un assaggio della giornata viene dall’Oceania e dall’Asia, che vedono i principali listini in forte calo proprio per i timori di contagio della crisi greca su altre economie e sull’Eurozona.
Chiude in perdita la borsa di Sydney, con l’indice S&P/ASX200 che cede il 2,23% fino a 5.422,5 punti.
Chiude in rosso la borsa di Seul, con l’indice Kospi in frenata dell’1,4% fino a 2.060,49 punti, la più grande perdita in un solo giorno dal 27 maggio scorso.
La borsa di Tokyo archivia in perdita la seduta, con l’indice Nikkei in calo del 2,9% fino a 20.109,95 punti, la flessione più ampia in un solo giorno dal 6 gennaio scorso. La borsa di Shanghai nella seconda parte della seduta crolla di oltre il 7% scivolando sotto i 4 mila punti, poi argina il crollo e chiude a -3,3%.
Caduta di oltre il 6% per la piazza di Shenzhen.
Le inquietudini per la crisi greca colpiscono anche Hong Kong dove l’indice è in calo del 3,63 per cento.
Non ci sono solo le Borse. Vola lo spread fra Btp e Bund tedeschi in avvio dei mercati sui timori del’uscita della Grecia dall’euro. Il differenziale schizza a 197 punti contro i 123 della chiusura di venerdì. Il rendimento espresso è pari al 2,7%.
Vola anche lo spread dei ‘bonos’ spagnoli a 182 punti.
Dopo pochi minuti, il differenziale fra titoli italiani e tedeschi ha fatto marcia indietro, attestandosi a 164 punti.
Il possibile default della Grecia pesa in avvio sul cambio tra euro e dollaro: all’apertura dei principali mercati valutari del vecchio Continente la moneta unica europea viene scambiata con il biglietto verde a 1,1023 in significativa discesa rispetto alla rilevazione di venerdì scorso della Bce.
L’effetto Grecia si fa sentire anche sulle quotazioni del petrolio sia per il rialzo del dollaro sia per il probabile contraccolpo sull’economia del Vecchio Continente da un’uscita di Atene dall’euro.
Il greggio Wti del Texas cede così 1 dollaro a 58,63 mentre il Brent del Mare del Nord arretra dell’1,4% a 62,4 dollari al barile.

(da “Huffingtonpost”)

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BASTA CON LE BANCHE, IL DESTINO DELL’EUROPA LO SCELGANO I POPOLI

Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO DEL FILOSOFO TEDESCO JURGEN HABERMAS: “I POLITICI NON SI NASCONDANO DIETRO L’INCAPACITA’ DELLE ISTITUZIONI”

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea getta una luce impietosa su un errore di fondo della costruzione europea: quello di aver costituito un’unione monetaria senza un’unione politica.
Tutti i cittadini dovrebbero essere grati a Mario Draghi, che nell’estate 2012 scongiurò con un’unica frase le conseguenze disastrose dell’incombente collasso della valuta europea.
Aveva tolto la patata bollente dalle mani dell’Eurogruppo annunciando la disponibilità  all’acquisto di titoli di stato senza limiti quantitativi in caso di necessità : un salto in avanti cui l’aveva costretto l’inerzia dei capi di governo, paralizzati dallo shock e incapaci di agire nell’interesse comune dell’Europa, aggrappati com’erano ai loro interessi nazionali.
I mercati finanziari reagirono positivamente a quell’unica frase, benchè il capo della Bce avesse simulato una sovranità  fiscale che non possedeva, dato che oggi come ieri, sono le banche centrali degli Stati membri a dover garantire i crediti in ultima istanza.
GLI SPAZI DELLA BCE
Di fatto, la Corte di Giustizia europea non poteva confermare questa competenza, in contraddizione col testo dei Trattati europei; ma dalla sua decisione consegue la possibilità  per la Banca centrale europea di disporre — tranne poche limitazioni – dei margini di manovra di un erogatore di crediti di ultima istanza.
La Corte di Giustizia ha dunque ratificato quell’azione di salvataggio, benchè non del tutto conforme alla Costituzione.
Verrebbe voglia di dire che il diritto europeo dev’essere in qualche modo piegato, anche se non proprio forzato, dai suoi stessi custodi, per appianare di volta in volta le conseguenze negative del difetto strutturale dell’unione monetaria.
L’unione monetaria resterà  instabile finchè non sarà  integrata da un’unione bancaria, economica e fiscale. In altri termini, se non vogliamo che la democrazia sia palesemente ridotta a puro elemento decorativo, dobbiamo arrivare ad un’unione politica.
Fin dal maggio 2010 la cancelliera tedesca ha anteposto gli interessi degli investitori al risanamento dell’economia greca.
Il risultato è che siamo di nuovo nel mezzo di una crisi che pone in luce, in tutta la sua nuda realtà , un altro deficit istituzionale.
L’esito elettorale greco è quello di una nazione la cui netta maggioranza insorge contro l’opprimente e avvilente miseria sociale imposta al paese dall’austerità .
In quel voto non c’è nulla da interpretare: la popolazione rifiuta la prosecuzione di una politica di cui subisce il fallimento sulla propria pelle. Sorretto da questa legittimazione democratica, il governo greco sta tentando di ottenere un cambio di politica nell’Eurozona; ma a Bruxelles si scontra coi rappresentanti di altri 18 paesi che giustificano il loro rifiuto adducendo con freddezza il proprio mandato democratico.
Il velo su questo deficit istituzionale non è ancora del tutto strappato.
Le elezioni greche hanno gettato sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, dato che in questo caso gli stessi cittadini hanno deciso su un’alternativa di politica europea subita dolorosamente sulla propria pelle.
Altrove i rappresentanti dei governi prendono le decisioni in separata sede, a livelli tecnocratici, al riparo dell’opinione pubblica, tenuta a bada con inquietanti diversivi.
Le trattative per la ricerca di un compromesso a Bruxelles sono in stallo, soprattutto perchè da entrambi i lati si tende a incolpare gli interlocutori del mancato esito nei negoziati, piuttosto che imputarlo ai difetti strutturali delle istituzioni e delle procedure.
Certo, nel caso di specie siamo di fronte all’attaccamento cieco ostinato a una politica di austerità  giudicata negativamente dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale.
Ma il conflitto di fondo è un altro: mentre una delle parti chiede un cambiamento di rotta, quella contrapposta rifiuta ostinatamente persino l’apertura di una trattativa a livello politico: ed è qui che si rivela una più profonda asimmetria.
SCELTE SCANDALOSE
Occorre avere ben chiaro il carattere scandaloso di un tale rifiuto: se il compromesso fallisce, non è per qualche miliardo in più o in meno, e neppure per la mancata accettazione di una qualche condizione, ma unicamente per via della richiesta greca di dare la possibilità  di un nuovo inizio all’economia della Grecia, e alla sua popolazione sfruttata dalle èlite corrotte, attraverso un taglio del debito o una misura analoga, quale ad esempio una moratoria collegata alla crescita.
I creditori insistono invece sul riconoscimento di una montagna di debiti che l’economia greca non riuscirà  mai a smaltire.
Si noti che presto o tardi un taglio del debito sarà  inevitabile.
Eppure, contro ogni buon senso, i creditori non cessano di esigere il riconoscimento formale di un onere debitorio realmente insostenibile.
Fino a poco tempo fa ribadivano anzi una pretesa surreale: quella di un avanzo primario superiore al 4%, ridotto poi a un 1% comunque non realistico.
Così è fallito finora ogni tentativo di arrivare un accordo da cui dipende il futuro dell’Ue, soltanto in nome della pretesa dei creditori di mantenere in piedi una finzione.
Per parte mia, non sono in grado di giudicare se i procedimenti tattici del governo greco siano fondati su una strategia ragionata, o in qualche misura determinati da condizionamenti politici, incompetenza o inesperienza dei suoi esponenti.
Ma le carenze del governo greco non tolgono nulla allo scandalo dell’atteggiamento dei politici di Bruxelles e Berlino, che rifiutano di incontrare i loro colleghi di Atene in quanto politici. Anche se si presentano come tali, sono presi in considerazione esclusivamente sul piano economico, nel loro ruolo di creditori.
Questa trasformazione in zombie ha il significato di conferire alle annose insolvenze di uno Stato la parvenza di una questione di diritto privato, da deferire a un tribunale. In tal modo risulta anche più facile negare qualsiasi responsabilità  politica.
L’ADDIO DELLA TROIKA
La nostra stampa ironizza sul cambio di nome della troika, che effettivamente assomiglia a un’operazione di magia.
Ma è anche espressione del desiderio legittimo di far uscire allo scoperto, dietro la maschera dei finanziatori, il volto dei politici. Perchè è solo in quanto tali che i responsabili possono essere chiamati a rispondere di un fallimento che porta alla distruzione di massa delle opportunità  di vita, alla disoccupazione, alle malattie, alla miseria sociale, alla disperazione.
Per le sue opinabili misure di salvataggio Angela Merkel ha coinvolto fin dall’inizio l’Fmi.
Questa dissoluzione della politica nel conformismo di mercato spiega tra l’altro l’arroganza con cui i rappresentanti del governo federale tedesco — persone moralmente ineccepibili, senza eccezione alcuna – rifiutano di ammettere la propria corresponsabilità  politica per le devastanti conseguenze sociali che pure hanno messo in conto nell’attuazione del programma neoliberista. Lo scandalo nello scandalo è l’ingenerosità  con cui il governo tedesco interpreta il proprio ruolo di guida.
IL RUOLO TEDESCO
La Germania deve lo slancio della sua ascesa economica, di cui si alimenta tuttora, alla saggezza delle nazioni creditrici, che nell’accordo di Londra del 1954 le condonarono la metà  circa dei suoi debiti.
Ma non si tratta qui di scrupoli moralistici, bensì di un punto politico essenziale: le èlite della politica europea non possono più nascondersi ai loro elettori, eludendo le decisioni da prendere a fronte dei problemi creati dalle lacune politiche dell’unità  monetaria.
Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa.
E davanti all’intorpidimento post-democratico di un’opinione pubblica tenuta ove possibile lontano dai conflitti, ovviamente anche la stampa dovrà  fare la sua parte. I giornalisti non possono continuare a inseguire come un gregge quegli arieti della classe politici che li già  li avevano ridotti a fare da giardinieri.

Jà¼rgen Habermas
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
(da “La Repubblica”)

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DEBITI PA: NEL 2014 IL RITARDO DEI PAGAMENTI E’ COSTATO ALLE IMPRESE CREDITRICI 6,1 MILIARDI

Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile

IL DEBITO DELLA NOSTRA PA NEI CONFRONTI DEI FORNITORI PRIVATI AMMONTAVA AL 31 DICEMBRE A 70 MILIARDI DI EURO

Un’informazione preziosa, dal momento che dallo scorso 30 gennaio la “Piattaforma per la certificazione dei crediti” del Mef   non ha più aggiornato il monitoraggio del pagamento dei debiti maturati dalla PA al 31 dicembre 2013.
All’epoca il Governo sosteneva di aver pagato 36,5 miliardi su un totale di 74,2 miliardi di euro: poco meno della metà  del dovuto.
Il dato fornito adesso da Bankitalia non fa che confermare quanto denunciato a febbraio dal Centro studi ImpresaLavoro: i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo.
Pertanto liquidare (e solo in parte) i debiti pregressi di per sè non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.
Ne consegue altresì che il ritardo del Governo nel pagamento di questi debiti sia costato nel 2014 alle imprese italiane la cifra di 6,1 miliardi di euro.
Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra PA (così come certificato da Bankitalia), l’andamento della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti.
Elaborando i dati trimestrali di Bankitalia, stimiamo pertanto che questo costo sia stato nel 2014 pari all’8,97% su base annua (in leggero calo rispetto al 9,10% nel 2013).

Centro Studi Impresa-Lavoro

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DA 14 TRIMESTRI IL NOSTRO PIL E’ SOTTO LA MEDIA EUROPEA

Maggio 20th, 2015 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL CENTRO STUDI IMPRESA LAVORO: SIAMO IL FANALINO DI COSA IN EUROPA, PEGGIO DI NOI NESSUNO

Altro che crescita: per il quattordicesimo trimestre di fila, il Pil italiano fa segnare un andamento peggiore di quello della media dell’Unione Europea.
Un’analisi del Centro studi Impresa Lavoro (condotta analizzando le rilevazioni che misurano lo scostamento rispetto al trimestre precedente) rivela infatti che dall’insediamento del Governo Monti ad oggi il nostro Prodotto interno lordo è sempre andato peggio della media dei nostri partner europei.
Il +0,3% fatto segnare nel primo trimestre del 2015 non deve trarre in inganno.
Se guardato in chiave comparata si tratta di un dato tutt’altro che esaltante: la media dell’Europa a 28 cresce dello 0,4%, la Spagna dello 0,9%, la Francia dello 0,6%. Come noi crescono sia Germania che Regno Unito, ma con una piccola differenza: questi Paesi hanno sempre fatto sensibilmente meglio di noi in tutti i 13 precedenti trimestri.
E solo in un trimestre su quattordici non siamo risultati gli ultimi in assoluto tra i grandi Paesi europei: è accaduto nel terzo trimestre del 2012, quando la Spagna ha fatto leggermente peggio di noi (-0,30% contro -0,20%).
Concretamente questo significa che — fatto 100 il Pil nel terzo trimestre 2011 — quello italiano vale oggi in termini reali 95,4 contro una media europea di 101,8.
Ci battono praticamente tutti i Paesi: negli ultimi 14 trimestre il Regno Unito ha visto crescere il suo Pil del 6%, la Germania del 3,8%, la Francia dell’1,1%, la Spagna dello 0,5%.
Il reddito prodotto in Italia è invece sceso del 4,6%.

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PIRELLI, UN ACQUISTO CON IL DEBITO SCARICATO SULL’AZIENDA ITALIANA

Marzo 24th, 2015 Riccardo Fucile

L’AZIENDA POTEVA IN ALTERNATIVA CRESCERE ATTRAVERSO ACQUISIZIONI E AUMENTI

A chi conviene veramente l’operazione Pirelli-Chem-China?
L’interrogativo se lo stanno ponendo in queste ore banchieri, manager e osservatori di vario genere, ma è difficile dare una risposta precisa senza sapere quale sarà  il risultato dell’Opa, il perno attorno cui ruota tutta l’impalcatura pensata da Marco Tronchetti Provera e dai suoi advisor.
Ma sembra anche difficile sostenere che questa era l’unica soluzione possibile per Pirelli, altrimenti sarebbe finita mangiata da qualche concorrente o private equity di turno.
Anzi, sembra di capire che cinesi, russi e italiani abbiano proceduto a fare un’operazione di “leverage”, cioè di acquisto a debito di Pirelli prima che lo facesse qualcun altro.
Ma procediamo con ordine e seguiamo il percorso dei soldi, come nelle migliori tradizioni.
L’attuale Camfin, in cambio della vendita del suo pacchetto di azioni Pirelli (23% più il bond convertibile si arriva al 26,2%), riceverà  circa 1,6 miliardi e abbatterà  il debito residuo di 250 milioni.
Resteranno 1,35 miliardi da dividere al 50% tra i russi di Rosneft e gli italiani racchiusi nella Coinv (Nuove Partecipazioni 76%, Unicredit 12% e Intesa Sanpaolo 12%).
A questo punto lo schema dell’operazione prevede la capitalizzazione della Newco che, attraverso due scatole finanziarie sottostanti costituite ad hoc, lancerà  l’Opa sul capitale restante di Pirelli sia ordinario che di risparmio.
La Newco avrà  una necessità  finanziaria di 7,4 miliardi, di cui 4,2 miliardi saranno garantiti dalla Jp Morgan, 2,05 miliardi vengono versati da ChemChina e 1,15 da soci italiani e russi in proporzioni diverse.
Gli italiani in questa prima fase reinvestiranno tutto ciò che incassano dalla vendita della quota Camfin mentre Rosneft si mette in saccoccia poco meno di 300 milioni.
Ecco dunque che viene confermata la necessità  dei russi di far cassa viste le mutate condizioni economiche della Russia, tra crollo del prezzo del petrolio e forte svalutazione del rublo.
Gli italiani, però, potranno recuperare liquidità  nel caso con l’Opa non si arrivasse al 100% oppure utilizzarla per aumentare la propria quota. Si vedrà .
Tuttavia non ci vuole molto a comprendere che la parte del leone nell’operazione la farà  il debito concesso da Jp Morgan, che verrà  inizialmente posto nelle scatole sotto Newco e che poi — se si riuscirà  a effettuare il delisting — verranno fuse in Pirelli aumentando fortemente il debito di quest’ultima.
Le simulazioni dei banchieri rivelano che la leva della Pirelli, oggi pari a 0,7 volte il Mol (margine operativo lordo), potrà  arrivare fino a 4 volte il Mol.
Livello simile a quello oggi utilizzato dai fondi di private equity, dunque un’operazione di leverage buy out in piena regola.
Le cose si complicheranno un po’ se le adesioni all’Opa saranno basse e non si riuscisse a superare la soglia del 67%, che permetterebbe comunque la fusione inversa e dunque l’uscita della Pirelli dalla Borsa.
Se la società  rimarrà  quotata, Tronchetti Provera e soci dovranno condividere lo scorporo dei “truck” e la fusione Aeolus insieme al mercato e tutto diventerebbe più difficile.
A questo punto è lecito chiedersi se era proprio necessario, per crescere nel settore pneumatici pesanti, cedere la maggioranza a ChemChina e far uscire dalla Borsa la Pirelli.
Non c’erano percorsi alternativi? Forse sì ma passavano dalla crescita organica e da acquisizioni che avrebbero forse richiesto aumenti di capitale che Camfin e i suoi soci non erano in grado di sostenere.
«Pirelli aveva una strada maestra che non è stata perseguita, la crescita organica — sostiene Francesco Gori, fino al 2012 ad di Pirelli Tyre — la società , grazie alla duplice strategia “global premium” nel business Consumer e “regional” nel business Industrial perseguita dai primissimi anni duemila, inizia a produrre cassa per la prima volta dopo molti anni».
E Pirelli, nonostante incidenti di percorso non indifferenti, come l’avventura in Telecom, aziende in perdita ereditate da Camfin, il rifinanziamento di Prelios o i soldi investiti in Alitalia, riesce comunque a finanziare nuove piattaforme produttive focalizzate sulle gomme alto di gamma in Romania, Cina e Messico che sono alla base della elevata redditività  di oggi.
Ma arrivati a questo punto che cosa si sarebbe potuto fare?
«Oggi si erano aperti due scenari — continua Gori — perseguire nella strategia di crescita aumentando gli investimenti a fronte di un mercato da tutti ritenuto in continuo aumento per molti anni grazie anche a Cina e India, finanziandoli con maggiore indebitamento, consentito dai bassi debiti, o con aumenti di capitale (con questa strategia il titolo Continental è cresciuto ben più di quello Pirelli); oppure — conclude Gori — massimizzare il valore di Camfin e della propria buonuscita sacrificando l’indipendenza di Pirelli e rinunciando a farne una public company».
Tronchetti Provera ha invece scelto la strada del leverage con i cinesi e i russi, la partnership industriale nei truck, la permanenza in sella per altri cinque anni e la monetizzazione assicurata di Camfin grazie alla put o alla scissione tra cinque anni.

Giovanni Pon
(da “La Repubblica”)

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