Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile
CONTINUA LA SVENDITA DEI MAGGIORI MARCHI ITALIANI
La Pirelli sta per diventare cinese. 
Un’icona dell’industria italiana nel mondo, l’azienda degli pneumatici nata 142 anni fa nella Milano della rivoluzione industriale, capitale dell’imprenditoria, avrà presto Chem-China – una conglomerata a controllo statale – come socio di maggioranza assoluta.
“Entro il weekend si chiude. Ci sono ancora dei passi da fare” ha detto il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, in serata.
Ai giornalisti che chiedevano se Pirelli resterà italiana ha risposto: “Finchè non ci saranno i comunicati non posso dire nulla”.
I cinesi dal canto loro vogliono il 51% della nuova catena di controllo: “Vogliono consolidare la partecipazione, che non sarà finanziaria, ma industriale”, spiegano i loro emissari.
E per farlo sono disposti a investire 3,5 miliardi di euro nella catena societaria del gruppo, che sarà sottoposta al quarto riassetto in quattro anni per fare spazio ai nuovi soci e dar modo ai precedenti di monetizzare parte delle quote.
Un riassetto che prevede l’offerta pubblica di acquisto su Pirelli e il suo probabile ritiro dalla quotazione a Piazza Affari, dopo 93 anni.
In Borsa Pirelli ci potrebbe tornare poi, solo con la parte pneumatici per auto (più redditizia), mentre le gomme per l’industria potrebbe unirsi ad Aeolus Tyre, controllata dei cinesi nel segmento.
I dettagli dell’operazione non sono ancora formalizzati: la convocazione dei cda dei soci della Bicocca è iniziata ieri sera con Nuove Partecipazioni (che raggruppa le quote di Tronchetti e dei sodali italiani), Unicredit e Intesa Sanpaolo. Si prosegue oggi e domani con gli altri soci Rosneft e Camfin, così lunedì l’azione riaprirà con informazioni ufficiali e simmetriche.
Ma da ieri erano giunte le ammissioni alle voci circolanti da giorni.
Ha rotto il ghiaccio la Consob, che dopo un giovedì di silenzio mentre l’azione Pirelli saliva del 3%, ieri mattina ha chiesto all’azienda un commento: “Ad oggi Pirelli non ha ricevuto alcuna formale comunicazione di un lancio di un’Opa”, è stata la risposta.
Più loquace la risposta alla Commissione fornita da Camfin, holding del 26% dei titoli Pirelli: “Camfin e i suoi soci comunicano che sono in corso trattative con un partner industriale internazionale per un’operazione sulla partecipazione in Pirelli, finalizzata a garantire stabilità , autonomia e continuità nel percorso di crescita del gruppo, che manterrebbe gli headquarter in Italia”.
Tra gli elementi in limatura, “il trasferimento dell’intera partecipazione Camfin al prezzo di euro 15 per azione a una società italiana di nuova costituzione, controllata dal partner industriale internazionale con contestuale reinvestimento di Camfin in detta società “, e a seguire “un’offerta pubblica di acquisto sulla totalità delle azioni Pirelli”.
Un secondo comunicato Camfin specificava, a scanso di cattive sorprese, che “l’Opa verrebbe lanciata sulla totalità di Pirelli al medesimo prezzo di 15 euro per azione”. A tutti 15 euro, per totali 7 miliardi: ma in due tempi diversi. Prima ai soci Camfin, che avranno 1,9 miliardi e pare ne reinvestiranno una metà per restare azionisti di peso. Poi il mercato, che ieri tra rotondi scambi anticipava gli sviluppi e ha portato Pirelli, sui massimi dagli anni ’90, a 15,23 euro (+2,2%). Senza la cedola da staccare a giugno siamo già ai prezzi dell’Opa ventura.
Tra i temi più delicati c’è la tenuta dell’azionariato nostrano. “Ciò che conta è che la centralità di Pirelli resti in Italia, vedremo – ha detto il viceministro dello sviluppo economico, Claudio De Vincenti – L’arrivo di capitali esteri in sè è un bene. E il 2015 è iniziato alla grande come mostrano Hitachi e Lucchini”.
Nel rarefarsi degli investimenti nostrani, con la crisi sono finite sotto il controllo estero Parmalat, Edison, Bulgari, Valentino, Alitalia, Ansaldo Sts, Rinascente, Coin. E il denaro cinese ha accumulato quote del 2% di Enel, Eni, Fca, Saipem, Mediobanca, Generali, Telecom, Prysmian, il 35% di Cdp Reti che controlla Terna e Snam, il 40% di Ansaldo Energia.
Per questo saranno importanti, nei patti parasociali in stesura, le prospettive di radicamento della Pirelli “italiana”: a quanto si apprende il management sarà confermato 5 anni, la sede e le attività di ricerca & sviluppo resteranno in Italia, e sono ipotizzabili clausole di riacquisto e vendita a tutela dei soci che stanno per diluirsi.
Ma il noto slogan “la potenza è nulla senza controllo” da qui in avanti suonerà più cinese che altro.
Andrea Greco
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA SI ALLONTANA, IL DATO METTE A RISCHIO LA RIPRESA DEL PIL: -2,2% RISPETTO ALL’ANNO PRIMA
La ripresa è più lontana. 
La produzione industriale a gennaio è tornata a calare registrando una contrazione dello 0,7% su dicembre e del 2,2% rispetto a gennaio 2014.
E’ quanto rileva l’Istat registrando nuovi segni meno dopo il risultato positivo di dicembre. Tutti i comparti contribuiscono alla flessione tendenziale: si tratta di un dato in qualche modo preoccupante, perchè l’andamento dell’industria è direttamente correlato a quello dell’economia del Paese.
Le fasi di contrazione della produzione hanno inciso con i periodi di recessione, mentre quelle di espansione si sono tradotte nei momenti di ripresa.
Tra i pochi dati positivi l’Istat sottolinea la crescita del 35,9% della produzione di autoveicoli a gennaio rispetto all’anno precedente: si tratta dal quarto aumento consecutivo a due cifre per il settore.
Nel dettaglio, l’indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali positive nei comparti dell’energia (+0,5%) e dei beni di consumo (+0,1%); diminuiscono invece i beni strumentali (-1,8%) e i beni intermedi (-0,2%).
In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a gennaio 2015, flessioni in tutti i comparti; diminuiscono i beni intermedi (-2,8%), l’energia (-2,7%), i beni di consumo (-2,0%) e, in misura meno rilevante, i beni strumentali (-0,9%).
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a gennaio 2015, i comparti che registrano i maggiori aumenti tendenziali sono quelli della fabbricazione di mezzi di trasporto (+16,1%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,3%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+4,3%).
Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-8,1%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,7%) e della fabbricazione di macchine e attrezzature (-5%).
(da “La Repubblica”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
L’EUROPA BOCCIA ANCORA LA GRECIA
Da oggi Francoforte, per rilanciare la crescita, inizierà una maxi iniezione di liquidità nell’eurozona
rastrellando titoli, in gran parte di Stato, a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese.
L’intenzione è di continuare almeno fino alla fine di settembre 2016 o comunque fino a quando l’inflazione invertirà la rotta e si riavvicinerà all’obiettivo del 2%. L’arsenale messo in campo da Mario Draghi per raggiungere l’obiettivo ha un potenziale di 1.140 miliardi di euro.
L’Italia dal Qe, secondo la Cgia di Mestre, dovrebbe ricevere fino a 150 miliardi di euro.
Ma il bazooka della Bce comincia a sparare colpi mentre la Grecia — il malato più grave della Ue sotto costante e tutt’altro che amichevole ‘osservazione’ — è sempre più stretta all’angolo.
Oggi l’Eurogruppo a Bruxelles valuterà il pacchetto di riforme che Atene ha inviato prima del week end all’Unione.
Ma ieri il presidente dello stesso Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem — che si è detto pronto continuare dopo 2 anni di incarico a capo dei ministeri economici Ue — ha anticipato che la “lista” dei provvedimenti è “lontana dall’essere completa”, che la sua attuazione richiederà “tempi lunghi” e che a marzo non è prevista nessuna tranche di aiuti.
Si annuncia dunque un nuovo flop per la riunione dei ministri delle Finanze, alla quale il greco Yanis Varoufakis dovrebbe portare la richiesta esplicita di allontanare definitivamente la Troika da Atene, dando a dei “team tecnici” basati a Bruxelles il compito di valutare le riforme greche prima di ciascuna riunione europea.
La tensione rimane alta, alimentata, come più volte è successo in questi giorni, da incomprensioni e correzioni di tiro.
L’ultima, dello stesso Varoufakis, sull’ipotesi di un referendum che un pò tutti pensavano sulla permanenza nell’euro e che invece il ministro intendeva sulle misure che l’esecutivo di Atene intende mettere in campo.
L’alternativa — avrebbe lasciato intendere – sarebbero nuove elezioni.
E che le trattative e i contatti siano frenetici e che vadano dai livelli tecnici a quelli politici più alti, lo dimostrano le telefonate che il premier Alexis Tsipras ha fatto ieri: la prima al presidente della Bce Mario Draghi e la seconda a quello francese Francois Hollande.
A Draghi Tsipras (che aveva parlato di cappio al collo greco messo dalla Bce) avrebbe confermato il rispetto per l’indipendenza dell’Eurotower, raccomandandosi però che questa non soccomba alle pressioni politiche.
Con Hollande avrebbe invece manifestato la volontà di sempre maggiore collaborazione e l’intenzione di incontrasi a Parigi in tempi stretti.
La lista di riforme che Atene ha inviato all’Eurogruppo e che dovrebbe essere esaminata oggi, comprende l’istituzione di “un consiglio di bilancio” indipendente per monitorare la spesa del governo, la sua politica di bilancio e quindi valutare se gli obiettivi vengono raggiunti; migliorie sul fronte della predisposizione del bilancio; la messa a punto di uno schema per la lotta all’evasione dell’Iva; un nuovo piano e leggi più dure per riscuotere le tasse non pagate da contribuenti e imprese; un nuovo piano per emettere licenze alle aziende di gioco d’azzardo online; la riduzione della burocrazia e iniziative per affrontare la crisi umanitaria con l’introduzione di buoni pasto, misure per garantire energia elettrica e assistenza abitativa.
Costo complessivo: 200,29 milioni di euro.
Stefano Citati
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2015 Riccardo Fucile
MEDIOLANUM PIAZZERA’ AI CLIENTI IL FONDO ALGEBRIS DEL FINANZIERE RENZIANO
Il nuovo patto del Nazareno? È finanziario. 
A stringerlo con il giglio magico renziano non è stavolta Silvio Berlusconi ma il suo amico (nonchè socio in Fininvest) Ennio Doris.
Il patron di Mediolanum ha infatti organizzato la mega convention del suo gruppo all’Adriatic Arena di Pesaro: in mezzo alla platea di 4.500 family banker provenienti da tutta Italia sono spuntati anche alcuni prestigiosi ospiti.
Come Oscar Farinetti, mister Eataly assai vicino al premier, e soprattutto il finanziere Davide Serra arrivato da Londra con tanto di stampelle dopo un brutto incidente sugli sci che nei giorni scorsi gli ha imposto di rimandare l’audizione in Consob sulle ipotesi di insider trading legate alla riforma delle Popolari
La presenza del fondatore di Algebris non è però casuale perchè Serra e Doris — a quest’ultimo il fisco ha contestato 500 milioni di euro a fine 2014 tra imposte non versate e sanzioni — hanno deciso di fare affari insieme.
Banca Mediolanum ha infatti avviato una collaborazione con Algebris per la distribuzione ai clienti di un fondo che investe in azioni e obbligazioni denominato “Financial Income Strategy”.
L’annuncio è stato dato ieri proprio dal palco della convention da Massimo Doris, vicepresidente del gruppo e figlio di Ennio.
Una “partnership strategica”, l’ha definita Serra che non ha voluto far commenti su altri temi come le Popolari e si è limitato a ricordare che di Mediolanum si era occupato ai tempi della quotazione in Borsa del gruppo milanese, quando lavorava per Morgan Stanley
Quanto a Doris jr, ha tenuto a precisare che la decisione di avere Algebris come partner per uno dei nuovi fondi da proporre ai clienti “è una scelta tecnica, non per la visibilità di Davide Serra”.
Nè quindi per i rapporti fra il finanziere e il presidente del Consiglio.
Rapporti che continuano a far discutere.
Secondo un articolo apparso sul Messaggero, Serra ha deciso di rilanciare su Banca Etruria. Dopo una prima lettera inviata all’istituto aretino all’inizio di febbraio e dopo il commissariamento della banca deciso da Bankitalia l’11 febbraio, il patron del fondo Algebris è tornato alla carica con un’altra lettera, datata 19 febbraio, indirizzata ai due commissari Riccardo Sora e Antonio Pironti e, per conoscenza a via Nazionale. Nella missiva — secondo quanto scrive il quotidiano romano — il finanziere ha formulato “una proposta di cooperazione, risanamento e rilancio di Banca Etruria”.
La proposta avrebbe una portata più ampia di quella precedente con cui si era fatto avanti per acquisire i cosiddetti non performing loans (npl), ovvero le sofferenze. Serra è infatti disposto a farsi carico di 20 dipendenti dell’istituto basandoli ad Arezzo e di 40 di Etruria Informatica.
E sarebbe infine pronto a reclutare partner che possano ricapitalizzare l’Etruria facendola uscire dalle secche. Non solo.
Invece di attendere come accade in questi casi, che i commissari completino l’indagine prima di farsi avanti con un’offerta, Serra si è dunque mosso solo otto giorni dopo l’avvio della gestione straordinaria
La notizia ha riacceso subito le polemiche sul fronte politico: “Scopriamo che Serra avrebbe già sottoposto ai commissari di Bankitalia che governano Popolare dell’Etruria una proposta di cooperazione, risanamento e rilancio. E questo avviene insolitamente prima ancora che sia stata completata dai commissari un’indagine sulla reale situazione della banca e quindi al buio, a meno che non si disponga di altre informazioni”, ha sottolineato il capogruppo di Sel in commissione Finanze a Montecitorio, Giovanni Paglia.
Aggiungendo che “Consob, Bankitalia e Tesoro non possono restare inerti in un quadro simile, pena la perdita di credibilità del Paese, e per questo chiederemo – conclude Paglia – che la commissione Finanze di Montecitorio abbia da loro un supplemento di informazioni e valutazioni”.
Intanto, sul palco dell’evento di Mediolanum ieri è salito un altro supporter renziano della prima ora, Oscar Farinetti, che ha addirittura tenuto una lezione per motivare la rete di vendita.
Dietro il patron di Eataly veniva proiettato a caratteri cubitali lo slogan della convention, anch’esso molto renziano: “Io cambio”.
Il Nazareno è vivo e lotta insieme a Doris.
Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 1st, 2015 Riccardo Fucile
TRE LE NAVI IMPEGNATE PER PROTEGGERE L’IMPIANTO DI SABRATHA
Se non è un piano di intervento militare gli assomiglia molto. Le manovre navali nel Mediterraneo svelate ieri vengono confermate dai vertici dell’esercito.
Le navi sono tre, potrebbero arrivare a quattro.
Formalmente parlano di operazioni di addestramento il generale Claudio Graziano, subentrato ieri come capo di Stato Maggiore della Difesa all’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, e Pierpaolo Ribuffo, comandante del Gruppo navale impegnato in «Mare Aperto», l’esercitazione che prende il via dopo lo stop di Mare Nostrum.
La coincidenza con la crisi libica è però troppo evidente per rimanere sullo sfondo.
Niente illusioni ammette il ministro della Difesa Roberta Pinotti, «il periodo che abbiamo di fronte non sarà dei più facili».
Posizionamento strategico
Motivo per cui sia Graziano che Ribuffo ammettono come le attività addestrative svolgano «certamente anche un ruolo di sicurezza, deterrenza» e di «dissuasione». Attività che non escludono il dovere «di intervenire – precisa Binelli Mantelli – di fronte a violazioni del diritto internazionale».
La linea lungo la quale si muoveranno le navi è un posizionamento strategico a ridosso dalle acque internazionali.
Nessuno ormai nasconde il rischio che il caos in Libia possa inghiottire gli interessi italiani.
A partire dalla piattaforma offshore di Sabratha, a 80 chilometri dalle spiagge libiche.
È la struttura da difendere a ogni costo, con priorità altissima: se venisse colpita staccherebbe il rifornimento al terminal di Mellitah, che triangola con il gasdotto dell’Eni Greenstream, collegato alla Sicilia.
Il personale posto a guardia potrebbe non bastare in caso di attacco, come è avvenuto a metà febbraio ai giacimenti di Mesla e di el-Sarir, vicino a Tobruk.
Fortunatamente le attività Eni sono in prevalenza concentrate nelle regioni occidentali, meno esposte per ora alla furia jihadista.
Precauzioni difensive
La situazione incontrollata suggerisce però precauzioni difensive definibili, appunto, «dissuasive».
D’altronde, che l’opzione militare non sia un tabù lo attestano le parole di Pinotti, per la quale nella risposta alle crisi internazionali «la componente militare deve sapersi combinare» con le vie diplomatiche, economiche e di intelligence.
E anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, pur sottolineando la contrarietà a interventi esterni, avverte l’«urgenza di raggiungere risultati», per mettere al riparo l’Italia dalle mire terroristiche.
L’elenco dei target di difesa aerea e antisommergibile è ampio, ammettono dalla Difesa, il che spiega il coinvolgimento degli incursori del Comsubin partiti da La Spezia – vera e propria unità di anti-terrorismo – di marò del San Marco e di elicotteri imbarcati ieri.
Un dispiegamento massiccio da impiegare in caso di necessità .
È in questo scenario che si collocano le ricostruzioni delle ultime ore sulla nave San Giorgio che nel cuore della notte carica forze speciali e mezzi a La Spezia, per poi dirigersi alla base di Augusta da dove assieme al cacciatorpediniere Duilio e alla fregata Bergamini salpati da Taranto punterà a lambire le acque libiche.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
“RENZI HA CONTRIBUITO BEN POCO”
“Renzi raccoglie i frutti del lavoro ‘sporco’ di Monti e Letta. La ripresa? È ancora lontana. E comunque l’azione del governo ha contribuito poco o pochissimo”.
Daniel Gros, direttore del Centro Studi Ceps di Bruxelles è abituato a parlare chiaro. E anche di fronte alla accoppiata, apparente, di buone notizie piovute oggi sulla nostra economia — lo spread sceso sotto quota 100 punti e i primi segnali di crescita certificati dall’Istat per il primo trimestre – invita alla prudenza.
Lo spread è tornato sotto quota 100, significa che il Paese è giudicato più affidabile dal mercato?
“Di certo non siamo più nel 2011, ma il differenziale così basso non è una specificità italiana. Il calo dello spread è generalizzato in tutti i Paesi periferici dell’Europa, non solo in Italia. E dipende prevalentemente non dalle performance dei singoli Paesi. Negli ultimi tempi, ad esempio, molto si deve al programma di Quantitative Easing che la Bce lancerà a marzo”.
Però l’Istat proprio oggi certifica una inversione di tendenza, con il pil in crescita nel primo trimestre. È iniziata finalmente la ripresa?
“Non penso che questa fase di stagnazione sia finita. Quella che è cambiata è la costellazione intorno. Con il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro, il calo del prezzo del petrolio e i bassi tassi d’interesse. Meglio di così, per l’Italia, era davvero difficile che potesse andare”.
Non crede che abbia contribuito neanche un po’ la cosiddetta “Agenda Renzi”?
“Io penso ancora poco. Anzi, tra poco e pochissimo. Unico elemento concreto fino ad ora è stata la riforma del Lavoro, che però essendo appena stata approvata deve ancora mostrare i propri effetti. Aiuterà senz’altro a far crescere l’economia, ma nei prossimi anni.
Eppure il governo ha scommesso molto sugli 80 euro. Possibile che non abbia aiutato in qualche modo?
“Secondo quasi tutti gli studi l’intervento sugli 80 euro è stato un buco nell’acqua. Penso invece che Renzi raccolga ora i frutti di quanto seminato da Monti e Letta, che hanno fatto il lavoro sporco e difficile”.
Mercoledì la Commissione ha promosso la nostra legge di stabilità , riconoscendo quella flessibilità che il governo si era preso in autunno. Ha fatto bene Bruxelles ad adottare questa linea morbida?
“Secondo me l’Italia avrebbe potuto fare di più. Di fatto, quell’aggiustamento che era stato richiesto all’inizio lo ha fatto il tasso di interesse che riduce le spese che il Paese deve sostenere rimborsando il proprio debito. Il problema vero è che non è stata fatta sul serio la Spending Review. Non si può pensare ad alcuna manovra di alleggerimento fiscale senza la revisione della spesa”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
L’AMICO DI RENZI, TRAMITE IL FONDO ALGEBRIS, VUOLE COMPRARSI I CREDITI DELLA BANCA POPOLARE
Dalle Popolari, al business delle sofferenze bancarie passando per la cosiddetta bad bank. 
Laddove c’è un provvedimento approvato o messo in cantiere da Matteo Renzi su questioni che riguardano da vicino il mondo della finanza ecco che spunta il fondatore di Algebris, Davide Serra, a fare business cavalcando la furia rottamatrice del premier. Coincidenze, sicuramente. Che però hanno fatto discutere.
Soprattutto per i movimenti anomali dei titoli delle banche Popolari su cui hanno acceso i riflettori sia la Consob sia la Procura di Roma.
All’inizio di febbraio lo stesso Renzi era stato molto chiaro nel salotto a Porta a Porta: “Se qualcuno, chiunque sia, ha utilizzato informazioni riservate, sono il primo a chiedere le indagini più rigorose e chi ha fatto il furbo deve pagare fino all’ultimo giorno”, aveva detto a Bruno Vespa.
Parole che sono suonate a molti osservatori come una presa di distanza dalle mosse del suo finanziatore di campagne elettorali.
Serra ha precisato che Algebris non ha mai effettuato investimenti nella Popolare dell’Etruria e che l’unica operazione, per altro in perdita, è stata in quel periodo la dismissione di 5,2 milioni di azioni del Banco Popolare.
L’affare potrebbe, però, essere un altro.
Secondo quanto scritto ieri dal quotidiano MF-Milano Finanza, tra i fondi che si sono affacciati per acquisire asset, e nel caso specifico non performing loan (crediti dalla riscossione incerta), della Popolare dell’Etruria commissariata l’11 febbraio, c’è anche Algebris Npl Fund 1.
Ovvero il fondo di Serra riservato a investitori istituzionali lanciato a ottobre 2014 che si era posto come obiettivo di raccolta 400 milioni di euro e ne ha invece raccolti 440. Al business delle sofferenze bancarie è inoltre connesso il progetto di bad bank al vaglio del governo la cui novità principale sarà proprio l’introduzione di strumenti atti a facilitare l’escussione della garanzia immobiliare alle famiglie in difficoltà nel pagare le rate del mutuo.
Il finanziere ha spesso avuto un ottimo fiuto.
Prendiamo Mps, nel cui capitale potrebbe entrare a luglio il Tesoro se non si farà avanti un nuovo partner finanziario portando in dote la liquidità necessaria per rimborsare gli interessi sui Monti bond.
Ad aprile 2014 in un’intervista a Radio 24, Serra illustra la sua tesi sull’istituto senese: “Altro che aumento da tre miliardi, per il Monte dei Paschi ne servono almeno il doppio”, dice puntando il dito sui tassi di copertura delle sofferenze e crediti incagliati in vista degli stress test europei che qualche mese dopo avrebbero bocciato proprio Mps e Carige.
Dando pienamente ragione a Serra che su Siena aveva visto giusto considerando anche che il Monte è dovuto tornare a chiedere altri soldi al mercato con il nuovo aumento di capitale da varare entro giugno).
Qualche settimana prima di intervenire in radio il finanziere aveva comunicato alla Consob la sua decisione di vendere allo scoperto l’1 per cento del capitale del Monte “perchè il prezzo attuale non ha senso, è altissimo rispetto ad altre banche”.
Non solo. A fine ottobre dell’anno scorso un articolo del Sole 24 Ore citava Algebris tra gli investitori attivi sulla due diligence (esame preventivo) del pacchetto di 1,2 miliardi di crediti dubbi del Monte dei Paschi.
Non sempre però Serra ha puntato sul cavallo giusto.
In un suo ritratto apparso mercoledì scorso sul Blog di Beppe Grillo si ripercorre la carriera del finanziere, comprese le scommesse sbagliate.
Fra cui quella su Lehman Brothers: “Nel giugno 2008, Serra si spese su giornali e tv a favore del management della banca, e in particolare di Richard Fuld, capo azienda di Lehman, dopo aver investito nella banca svariate decine di milioni di dollari. Di nuovo una tempistica eccellente visto il fallimento di Lehman pochi mesi dopo“, scrive l’anonimo autore del profilo sul blog grillino.
Siamo andati a verificare ed effettivamente nell’estate del 2008 Algebris era diventato azionista di Lehman Brothers.
Il fondo aveva investito nella banca d’investimento americana poco meno di 90 milioni di dollari.
Secondo quanto emerge da un documento depositato presso la Sec (la Consob Usa), nel corso del secondo trimestre del 2008 il fondo britannico guidato da Serra aveva comprato 4,4 milioni di azioni ordinarie pari a circa lo 0,8 per cento del capitale del gruppo guidato dada Fuld, già in forte difficoltà a causa della crisi dei mutui subprime.
Il 15 settembre dello stesso anno il colosso americano fa il crac che sconvolgerà l’economia di tutto il mondo.
Marco Franchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
RESTANO IN FUNZIONE I POZZI PETROLEFERI DELL’ENI… MOLTE AZIENDE COSTRETTE A SOSPENDERE COMMESSE E CANTIERI
«Se questi tre non tornano subito, giuro che vado a prenderli io».
È angosciato Dino Piacentini, 57 anni, presidente dell’azienda di costruzioni fondata dal padre Stefano nel 1949 a Palagano nell’Appennino modenese che oggi fattura per il 70% all’estero.
«Ci sono ancora tre italiani in cantiere che cercano in qualche modo di portare avanti il lavoro. Abbiamo avuto già tre rapiti l’anno scorso, miracolosamente riportati a casa: gli abitanti di al-Zwara dove stiamo ristrutturando e ampliando il porto, unica speranza per un futuro migliore della città , ci chiedono di restare, ma per noi è troppo, troppo rischioso ».
La commessa era di 40 milioni. I lavori, cominciati a novembre 2013 nel breve momento in cui sembrava ripristinata in Libia una parvenza di sviluppo, dovevano finire nell’ottobre 2015.
«Invece, chissà . Intanto questo guaio e altri problemi minori ci hanno fatto ridurre il fatturato a 90 milioni nel 2014 da 126 del 2013», dice Piacentini che è anche presidente dell’Aniem, l’associazione delle imprese edili manifatturiere aderente a Confimi.
I tre dipendenti di Piacentini non sono gli ultimi italiani che malgrado tutto continuano a lavorare nell’inferno libico.
«Una quarantina di connazionali, per lo più piccoli imprenditori, tiene fede ai suoi impegni nella manutenzione degli oleodotti, nell’impiantistica elettrica, in altri servizi », rivela Gianfranco Damiano, presidente della Camera di commercio italo-libica, il cui ufficio a Tripoli è peraltro tenuto ancora aperto dal segretario libico Nadim Elghalali.
«Sono le retroguardie del centinaio di piccole imprese presenti in Libia, quelle che tutte insieme hanno garantito al nostro Paese quasi 3 miliardi di export nel 2014. Lavorano nella zona sud, lontano dagli scontri, ma se la guerra si allargherà resteranno bloccati».
La dislocazione territoriale favorisce anche l’Eni, i cui pozzi sono per lo più nell’ovest del Paese e tuttora funzionanti (con personale quasi tutto libico): i giacimenti offshore Bahr Essalam (che attraverso la piattaforma di Sabratha fornisce gas al centro di trattamento di Mellitah e di qui al gasdotto Greenstream per l’Italia) e Bouri (petrolio).
Operativi restano anche i campi nel deserto di Wafa (gas e petrolio) ed Elephant (greggio).
È chiuso solo il campo petrolifero di Abu Attifel in Cirenaica.
Se il gas sembra regolare, l’import italiano di greggio dalla Libia è sceso dai 14 milioni di tonnellate del 2012 agli 8 del 2014 e ai 4 del 2014, anche se l’Eni assicura che il suo livello produttivo è vicino al potenziale.
Quanto al valore, è crollato (anche per il fattore prezzo) dagli 8 miliardi del 2013 a meno di cinque
L’Italia è il primo partner commerciale della Libia: il maggior acquirente delle sue esportazioni e il maggior fornitore per le sue importazioni, «costituite per poco meno della metà dai prodotti della raffinazione lavorati sulla base dello stesso greggio che loro esportano», precisa Alessandro Terzulli, capo economista della Sace, la società pubblica di finanziamento e assicurazione dell’export.
«Ma ora tutto questo si sta sfaldando. Gli stessi prodotti raffinati rallentano vistosamente, e per l’industria manifatturiera già i dati dei primi 11 mesi del 2014 erano pesanti: — 33% per le forniture di meccanica strumentale sullo stesso periodo dell’anno precedente, — 58% per i mezzi di trasporto, — 35% per i metalli. Insomma un calo generalizzato che sembra il preludio alla paralisi totale degli scambi, così come del resto dell’economia libica».
Eppure la transizione post-Gheddafi sembrava inizialmente un punto di lancio verso traguardi da Paese industrializzato.
Imponente era lo sforzo infrastrutturale. Il governo Monti aveva perfino confermato all’inizio del 2012 il controverso accordo firmato a Bengasi da Berlusconi con il colonnello nel 2008, in virtù del quale l’Italia avrebbe finanziato grandi opere per 5 miliardi in vent’anni, purchè realizzate da imprese italiane.
Emblema di questo piano di sviluppo era l’autostrada costiera, 1.700 chilometri dall’Egitto alla Tunisia, il cammino che oggi invece percorrono le milizie dell’Is. Titolare della commessa è tuttora il consorzio guidato da Salini-Impregilo con Condotte, Pizzarotti e la Cmc di Ravenna.
Tutto fermo: alla Salini si limitano a riferire che le aree “cantierabili” del primo lotto da Ras Ejdyer ad Emssad dove sono appena iniziati gli sbancamenti -400 chilometri con 12 ponti, 8 aree di servizio, 6 zone parking, un ordine da 944,5 milioni — sono sorvegliate da guardie libiche.
Ma ovviamente non si sa nulla del futuro. Così come non si sa come finirà il mega auditorium di Tripoli progettato da Zaha Hadid, 258 milioni di commessa sulla carta, o l’appalto da 57 milioni per l’aeroporto di Al Kufra, altre due gare vinte da Salini. Rimasti incompiuti, come la transizione libica.
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2014 RECORD DI CHIUSURE AZIENDALE, SONO 82.000 DALL’INIZIO DELLA CRISI…AUMENTO DEL 10,7% RISPETTO AL 2013
Dall’inizio della crisi, nel 2008, oltre 82mila imprese italiane sono fallite.
Di queste, 15mila solo l’anno scorso.
Si tratta del dato peggiore da oltre un decennio e superiore del 10,7% rispetto al 2013. Per di più, sommando le procedure concorsuali non fallimentari e le liquidazione volontarie, il dato sale a 104mila. I numeri arrivano dall’osservatorio del Cerved su fallimenti, procedure concorsuali e chiusure, in base al quale 4.479 aziende, il 7% in più in confronto con l’anno precedente, sono state dichiarate fallite nel solo quarto trimestre 2014.
E’ il massimo osservato in un singolo trimestre dall’inizio della serie storica, nel 2001.
L’unico fronte positivo è quello delle liquidazioni volontarie, in calo per la prima volta da quattro anni: nel 2014 sono 86mila, il 5,3% in meno rispetto alle 91mila del 2013.
A livello geografico, la diminuzione è particolarmente visibile nel Centro-Sud dove le società liquidate sono scese del 16,1% attestandosi a circa 10mila, mentre al Centro il calo è del 12%.
Per quanto riguarda i posti di lavoro persi, la serie storica dei dati “mostra chiaramente come i costi occupazionali siano stati elevatissimi, fino a raggiungere il picco nel 2013 quando 176mila lavoratori hanno perso il posto”.
Il dato 2014, in questo senso, rappresenta un miglioramento visto che i posti sono calati “solo” di 175mila unità .
Ma solo perchè si è ridotta la dimensione media delle imprese che hanno portato i libri in tribunale.
In ogni caso si tratta di un numero più che doppio rispetto ai 74mila contratti “cancellati” nel 2008.
A livello geografico l’area più colpita l’anno scorso è stata il Nord Ovest, con oltre 59mila impieghi persi (314mila tra 2008 e 2014), di cui 40mila solo in Lombardia (220 mila nei sei anni di crisi).
Dal punto di vista settoriale, le aziende del terziario risultano quelle più coinvolte, con 29mila posti persi nei servizi non finanziari e 27mila nella distribuzione.
In ambito manifatturiero è stato particolarmente colpito il sistema moda, con un’emorragia occupazionale di 9mila posti.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »