Febbraio 14th, 2015 Riccardo Fucile
CHI PAGHERA’ IL CONTO?…. IN ARRIVO LA BAD BANK DI STATO
“Rottamazione in banca”, la definisce un banchiere di lungo corso che ha vissuto da vicino la stagione
delle privatizzazioni degli anni Novanta.
“Rottamazione di tabù inveterati come la riforma delle Popolari” di cui si parla da vent’anni senza mai prendere il toro per le corna.
“Rottamazione come la forte moral suasion sulle piccole banche di credito cooperativo”, messe nel mirino da Banca d’Italia che ne ha denunciato inefficienze e opacità gestionale, aprendo la porta alla stagione delle fusioni.
E soprattutto “rottamazione come la costruzione di un veicolo a garanzia pubblica”, meglio conosciuto come bad bank, per alleggerire i bilanci degli istituti di credito dalla marea di sofferenze e liberare risorse per rilanciare l’economia reale, dopo averne negato l’urgenza, e l’esigenza, troppe volte in questa lunga crisi.
“In un paese come l’Italia dove la mole dei prestiti bancari è pari alla cifra mostre del 53% per cento del Pil (molto più di Francia e Germania) e rappresenta il 40% delle passività finanziarie complessive (gli Usa sono al 15% e la Francia al 23%), tutto si tiene”, continua il banchiere.
Per questo senza tracciare il quadro precario del nostro sistema bancario si capirebbe poco di questa recessione infinita e soprattutto di questa rottamazione ormai necessaria, avviata dal governo Renzi ma sospinta ben più in alto dai tavoli che contano a Bruxelles e a Francoforte.
La salute precaria delle banche italiane
Alla radice di tutto c’è che le banche italiane sono tra le meno efficienti in Europa per almeno tre motivi.
Uno. Hanno troppi sportelli e troppi dipendenti. In più negli ultimi anni hanno migliorato troppo poco la produttività .
Due. Hanno pochi derivati in pancia rispetto alle concorrenti straniere, non fanno trading, ma sono meno liquide e fanno molti meno utili.
“I profitti vengono principalmente dall’intermediazione creditizia (raccolta-impieghi), da servizi bancari tradizionali e da una quota non troppo rilevante di commissioni di gestione del risparmio e di collocamento di prodotti assicurativi”, ha colpito e affondato qualche mese fa il Wall Street Journal.
Quasi tutte linee di business mature, molte delle quali con la crisi si sono ridotte.
Tre. “I clienti tipici delle banche italiane sono i piccoli imprenditori, con i quali si guadagna poco e si rischia di perdere molto”, ragiona Fabio Bolognini, autore di uno dei più apprezzati blog finanziari italiani.
“Basti dire che, secondo i dati Cerved, su circa 2 milioni di imprese registrate quasi la metà (900.000) non sono società di capitali, cioè esiste una totale commistione tra patrimonio della famiglia e patrimonio aziendale e tra debiti della persona e dell’azienda. Altre 450.000 imprese sono micro, non arrivano a 2 milioni di fatturato e troppo spesso presentano bilanci poco trasparenti e una situazione pessima di margini, flussi di cassa e debiti.”
Aggiungiamoci i tassi dell’eurozona talmente bassi da non consentire i vecchi super guadagni sui depositi, la corsa a riempirsi di titoli di Stato (valutati alla stregua di titolo spazzatura) per aiutare il debito pubblico e il boom di sofferenze e di crediti incagliati, esplosi con la crisi economica, e si capisce il colpo di grazia ad un sistema già tradizionalmente sottocapitalizzato, oggi in grande difficoltà nel fare il proprio mestiere.
Di più. In Italia la dipendenza del paese dal sistema bancario è ancor più forte che nel resto d’Europa perchè è praticamente l’unico canale attraverso cui passa il credito che serve a far ripartire l’economia reale e attraverso cui capiremo se il Quantitative easing promosso da Mario Draghi produrrà gli effetti di stimolo sperato.
Perchè la bad bank serve come il pane
Arrivati a questo punto promuovere un veicolo di sistema che aiuti le banche a sbloccare il problema “credito-sofferenze-credito” sembra essere l’unica soluzione intelligente (ma fuori tempo massimo?).
Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’Abi (gennaio 2015), in sette anni di crisi le sofferenze lorde hanno raggiunto il record di 181 miliardi di euro.
In percentuale agli impieghi totali siamo ormai al 9,5% (7,8% un anno fa; 2,8% a fine 2007), che sale al 16% per i piccoli operatori economici (13,6% l’anno scorso; 7,1% a fine 2007), al 15,9% per le imprese (12,6% un anno fa; 3,6% a fine 2007) e si attesta al 6,9% per le famiglie (6,3% a novembre 2013; 2,9% a fine 2007).
Cento ottantuno miliardi di sofferenze lorde significa che il totale dei Non Performing Loans (NPL), i crediti deteriorati (sconfinanti, ristrutturati, incagli e sofferenze) per i quali la riscossione è a rischio e a fronte dei quali le banche devono effettuare accantonamenti prudenziali, raggiunge l’incredibile cifra di 320-330 miliardi di euro, pari al 16% di tutto il credito bancario in circolazione in Italia.
Un trend confermato dagli ultimi dati sui bilanci 2014.
Consideriamo un numero. Se le prime 11 banche italiane avessero un bilancio 2014 unico avrebbero un margine operativo (ricavi meno costi) pari a 24 miliardi e rettifiche su crediti pari a 25.
In pratica alcune banche italiane hanno lavorato a vuoto nel 2014, altre hanno pesantemente distrutto valore.
Quanto si può andare avanti così?
Le ipocrisie di sistema e l’esempio spagnolo
Il problema è che le esigenze di un intervento di sistema erano già evidenti 2-3 anni fa.
La montagna delle sofferenze cresce almeno dal 2009 ad un tasso del 20-30% annuo senza poterle cedere sul mercato perchè “i prezzi offerti sono troppo bassi e se accettati finirebbero per generare pesanti minusvalenze sui bilanci delle banche che hanno bassa copertura nel monte rettifiche accantonato”, continua Bolognini.
In più il portafoglio immobiliare, molto vasto in Italia, è da anni che non viene sufficientemente classificato e svalutato.
Eppure per lungo tempo sia Banca d’Italia che lo stesso potente sindacato delle banche (Abi) hanno negato la prospettiva della bad bank per evitare di infrangere il mito della solidità del sistema, uscito dalla crisi senza aiuti pubblici (a differenza delle banche straniere).
Su questo alibi hanno prosperato piccoli e grandi cabotaggi, piccoli e grandi conflitti di interesse, tipici di un sistema piccolo e incestuoso come quello italiano.
Banche che hanno preferito restare prudenti nelle svalutazioni per limitare bilanci in rosso e banche che hanno pensato di non dover drammatizzare la crisi sperando che passasse in fretta la nottata.
Così non è stato, anzi. Gli esami europei, prima l’Asset quality review e poi gli stress test della Bce, sono stati un bagno di realtà .
Il re è nudo e oggi le nostre banche pagano un conto salatissimo sull’altare della (supposta) solidità del sistema.
Peraltro non si può nemmeno invocare la solidarietà latina contro il rigorismo tedesco. La Spagna si è mossa in modo opposto all’Italia mettendo mano seriamente al problema delle sofferenze già da tre anni prima con la costituzione del Frob (Fondo de Restructuracià³n Ordenado Bancaria), un’istituzione interamente pubblica, dipendente dal Ministero dell’Economia, con l’obiettivo di forzare i tempi del consolidamento del sistema bancario nazionale e poi con la creazione della vera bad bank, la Sareb.
Non a caso nessuna banca spagnola oggi siede dietro la lavagna dei cattivi stilata dalla Bce.
Chi pagherà il conto?
A questa stregua e per le ragioni che abbiamo descritto è arrivato anche in Italia il momento della bad bank.
Abi e le varie lobby del credito sono capitolate, hanno smesso i toni barricadieri, si acconciano alla grande mediazione ma sanno che dovranno cedere sovranità .
Il Tesoro è al lavoro e le parole del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, non lasciano scampo.
Certo, come sarà il veicolo farà tutta la differenza. Da questo punto di vista l’intervento del governatore qualche paletto lo ha messo: “rispetto della disciplina europea sulla concorrenza” significa niente aiuti di Stato alle banche; “pieno coinvolgimento delle banche nei costi e adeguata remunerazione del sostegno pubblico” significa che gli istituti che hanno accantonato troppo poco pagheranno di più la garanzia dello Stato, necessaria a fare partire il mercato dei NPL.
E qui si torna al numerino del bilancio cumulativo raccontato prima, i 24 miliardi di margine operativo e i 25 di rettifiche sui crediti.
Se scomponiamo quel dato si vedrà che le due banche maggiori, Intesa e Unicredit, hanno fatto accantonamenti massicci in questi ultimi trimestri; il resto del gruppone ha sistematicamente accantonato troppo poco.
Unicredit da quasi tre anni, Intesa da un po’ meno, hanno attivato procedure e cambiamenti organizzativi per gestire meglio i contenziosi e possibilmente imparare a prevenirli.
Molte altre banche medio grandi hanno fatto chi i furbi chi gli incompetenti e adesso pagano dazio, devono accantonare tantissimo per recuperare il terreno perduto, facendo emergere le sofferenze nascoste e, in contropartita, aumentando sensibilmente la percentuale di rettifiche.
Questo significa che le differenze tra banche sono molto marcate per un’operazione comune di sistema che dovrà tenere insieme, nei ragionamenti che circolano al Ministero dell’Economia, alcuni ingredienti obbligati: evitare aiuti di stato, evitare regali alle banche che porterebbero voti facili ai Cinque Stelle, differenziare buone e cattive gestioni e, si sa ma non si dice apertamente, salvare Monte dei Paschi e Banca Etruria.
“Ci vorrà un miracolo per farla”, confermano alcuni operatori di mercato.
Tanto più che Unicredit e Intesa si sono chiamate fuori da operazioni comuni, annunciando di avere progetti indipendenti.
“E poi tra le banche di taglio medio-grande le minusvalenze nascoste sono davvero eccessive, specie tra chi in questi anni ha unito cattiva gestione a veri e propri scandali e pastette.”
In realtà la pressione che arriva da Bankitalia e da Francoforte è molto forte, una soluzione per farla si troverà . Anche se – ammonisce una fonte al Tesoro – “in una operazione in cui le minusvalenze vanno gestite a prezzi di mercato, pagare la garanzia dello stato non sarà affatto gratis per le banche.” Sarà l’ennesimo colpo al loro disastrato conto economico.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL CATTOLICO IMPEGNATO E RISERVATO COME LA FIGLIA
Arezzo «E chi mi garantisce che siate più bravi di Rolando?». 
Nel 1992, nel Valdarno aretino, si vota a Montevarchi, Comune rosso che potrebbe essere conquistato da una lista indipendente (di centrodestra).
Pier Luigi Boschi, all’epoca dirigente e punto di forza della Coldiretti, viene chiamato dai contendenti dello strapotere della sinistra di quel Comune per schierarsi contro il candidato Pds. Che si chiama Rolando Nannicini, appunto.
Ma l’ex democristiano Pier Luigi Boschi non si fa tirare dentro: «Noi siamo apolitici». E soprattutto, «chi mi garantisce che siate più bravi di Rolando?».
Chi era presente a quella riunione non fa fatica a vedere nelle parole dell’ex vicepresidente di Banca Etruria, commissariata due giorni fa da Bankitalia, quella nota di pragmatismo da Dc di provincia che si impara quando si cresce in un territorio praticamente tutto ostile, quella cultura del «vedere, capire, decidere» tipica della sua Laterina, per lungo tempo isola bianca nel mare della Toscana di sinistra.
A 20 chilometri c’è Cavriglia, che nel dopoguerra si contendeva con Castelfiorentino e Lamporecchio le percentuali più alte d’Italia a favore del Pci.
Laterina invece fu conquistata da un’alleanza Pci-Psi negli anni Settanta. È il Comune dove Boschi esercita la sua attività (è titolare di una importante azienda agricola, «Il Palagio») e dove comincia a fare politica.
Un Comune che adesso è diventato famoso. Non grazie a lui, ma a sua figlia Maria Elena, front woman prima nel «gruppo di fuoco» tutto rosa (con Simona Bonafè e Sara Biagiotti) che sosteneva Matteo Renzi nelle primarie del 2012 contro Bersani, poi spalla del Rottamatore nella conduzione delle convention all’ex stazione fiorentina della Leopolda, infine ministro per le Riforme istituzionali.
Boschi padre adesso è stato commissariato, come tutto il consiglio.
Fino a tre giorni fa lui era il vicepresidente. Un ruolo importante. Lui è il tramite con il mondo degli imprenditori agricoli, in una piccola-grande banca.
Il suo arrivo nel cda è del 2009: un «golpe bianco» lo definirono in città . Da Elio Faralli, esponente di una ricca famiglia fiorentina il timone passò a Giuseppe Fornasari, storico deputato Dc più volte sottosegretario.
Da banca «laica», molto vicina agli orafi – e secondo alcuni anche al mondo massonico: questa è comunque la patria di Licio Gelli – l’Etruria cominciò così a rivolgersi di più al mondo cattolico, alle imprese agricole, a quelle immobiliari.
Tanto che a Fornasari successe Lorenzo Rosi, presidente della coop (rossa) edile Castelnuovese.
Boschi è protagonista di quel mondo «bianco». Ma pragmatico: tanto che Faralli resterà anche nel cda del dopo golpe.
E forse, a creare l’equilibrio che sana la cesura – tanto che nel 2014 ci sarà una sola lista per il cda, nessuna di minoranza – ci si è messo anche Boschi.
Un uomo in vista, considerato potente anche nella banca, anche se non ne era il vicario, ma silenzioso. Uno che non si tira indietro e che, racconta chi lo conosce bene, «sale sugli alberi per potarli».
Tanto che cinque anni fa si fece due mesi d’ospedale perchè cadde da una scala.
Nell’epoca delle guerre ideologiche sta come oppositore dentro l’associazione intercomunale del Valdarno, però non fa crociate; cerca soluzioni.
Da dirigente della Coldiretti segue tutti i problemi degli associati, compresi gli espropri dei terreni dei contadini.
E alla fine riesce a trovare spesso accordi con i Comuni, quasi sempre gestiti da avversari politici. Segue i produttori di giaggiolo di Pian di Scò e del Pratomagno, altro scrigno da tutelare.
Ovviamente si occupa di olio, è presidente della locale Cantina sociale del Valdarno. Qui va di moda il rosso, ma lui resta bianco.
Tanto bianco che, quando nasce la Margherita, all’inizio non aderisce e resta nel Ccd, per poi approdare tra i Democratici solo con Quarta fase.
Tanto bianco che, nonostante la figlia renziana (non sempre: lei nel 2009 sostenne l’ex comunista Michele Ventura nelle primarie per il sindaco di Firenze vinte da Matteo), i renziani del Valdarno non è che lo vedano proprio bene.
Qui i più pensano che se il commissariamento della banca è diventato un caso nazionale non è certo perchè di mezzo c’era un ex presidente della Confcooperative aretina. A Laterina poi l’Etruria neppure c’è: l’unica filiale è del Montepaschi.
Marzio Fatucchi
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA BASE DEL PROVVEDIMENTO “GRAVI PERDITE DEL PATRIMONIO” CHE SONO EMERSE DAGLI ACCERTAMENTI ISPETTIVI DELLA BANCA D’ITALIA
Banca dell’Etruria, l’istituto popolare di cui il ministro Maria Elena Boschi è azionista e il padre Pier Luigi ormai ex vice presidente, è stato posto in amministrazione straordinaria.
Il commissariamento è arrivato con un provvedimento del ministero dell’Economia su proposta di Bankitalia. Spetta ora ai commissari nominati fornire i dettagli sul commissariamento, anche se la causale della proposta di via Nazionale parla chiaro: “Gravi perdite del patrimonio”.
Che sono emerse dagli “accertamenti ispettivi, avviati dalla Banca d’Italia e tuttora in corso”, come si legge in una nota della stessa Etruria. E sono dovute a “consistenti rettifiche sul portafoglio crediti“.
Che l’istituto aretino fosse in seria difficoltà non è del resto una novità .
Tanto che l’improvvisa riforma delle popolari voluta dal governo Renzi, con l’imposizione della trasformazione delle prime dieci in società per azioni e, quindi, l’impulso a fondersi con altri istituti, è stata letta anche come un aiuto alla banca di famiglia del suo ministro per le Riforme. Alla quale Bankitalia aveva già da tempo indicato la strada dell’integrazione “con una realtà bancaria maggiormente rilevante” per superare i danni provocati dalla vecchia stagione del credito facile che ha portato sofferenze e bilanci in rosso.
I commissari straordinari nominati da Bankitalia sono Riccardo Sora e Antonio Pironti, mentre Paola Leone, Silvio Martuccelli e Gaetano Maria Giovanni Presti sono componenti del Comitato di Sorveglianza, insediati tutti da mercoledì.
La procedura di amministrazione straordinaria, sotto la supervisione di Bankitalia, avrà il compito di “condurre l’attività aziendale secondo criteri di sana e prudente gestione e di individuare le iniziative necessarie per il superamento della crisi aziendale”.
La clientela, fanno ancora sapere i commissari, potrà quindi continuare a rivolgersi agli sportelli della banca che prosegue regolarmente la propria attività .
“Il Comune di Arezzo segue con apprensione l’evoluzione della vicenda di Banca Etruria. Il commissariamento segue di pochi giorni un difficile accordo sindacale che sembrava poter creare le condizioni per una svolta nella difficile situazione della banca”, è stato il primo commento del pro sindaco di Arezzo Stefano Gasperini in merito alla notizia del commissariamento della banca, arrivata durante il cda della banca.
“Adesso si tratta di attendere l’esito delle valutazioni e del lavoro dei commissari indicati da Banca Italia — prosegue Gasperini — Confermo le priorità della comunità aretina: garantire l’occupazione agli addetti dell’istituto e il sostegno al sistema economico locale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 5th, 2015 Riccardo Fucile
GLI INTERROGATIVI DA PORSI DOPO LA ROTTURA TRA IL GOVERNO GRECO E LA TROIKA
COSA HA DECISO LA BCE?
La Banca Centrale europea ha deciso che dall’11 febbraio le banche greche non potranno più utilizzare i titoli di Stato ellenici come garanzia per ricevere liquidità da Francoforte “perchè non è più certa la chiusura del memorandum con i creditori”.
Lo Statuto di Eurotower prevede che l’istituto non possa accettare come garanzia titoli giudicati “spazzatura” dalle agenzie di rating.
Quelli di Atene, scesi a questo livello da molto tempo, erano stati accettati finora grazie a una deroga cancellata ieri.
SIGNIFICA CHE LA BCE HA CHIUSO DEL TUTTO I RUBINETTI ALLA GRECIA?
No. Francoforte ha precisato nello stesso comunicato che le banche greche potranno ancora finanziarsi con le linee di credito d’emergenza (Ela) attraverso la banca centrale di Atene.
L’accesso a questi prestiti è in teoria illimitato. Nel 2012 nel periodo peggiore della crisi di Atene, le banche del paese erano tenute in vita da oltre 120 miliardi di Ela.
LA GRECIA PUO’ FINANZIARSI IN ALTRI MODI?
Le banche possono chiedere liquidità alla Ue usando altri titoli che hanno in portafoglio. Ci sono ad esempio 37 miliardi di titoli del Fondo salvastati, metà dei quali già utilizzati a garanzia.
Atene non può più emettere titoli di stato perchè ha già raggiunto il tetto di 15 miliardi concordato con i creditori.
Le linee di emergenza sono quindi l’unico canale di finanziamento per tenere in piedi la macchina dello Stato. Cioè pagare stipendi e onorare prestiti e interessi.
POSSONO ESSERE REVOCATE ANCHE LE LINEE D’EMERGENZA?
Sì. La Bce si riunisce ogni due settimane, la prossima sarà il 18 febbraio, per verificare la solidità come controparte delle banche greche.
Per revocare le linee d’emergenza occorre però l’ok di due terzi del consiglio di Eurotower.
COME SI PUO LEGGERE LA DECISIONE DELLA BCE?
Come un cartellino giallo (quasi rosso) al governo greco.
Obbligato ora a trovare in tempi stretti un’intesa con i suoi creditori in condizioni negoziali però molto peggiori rispetto a quelle di mercoledì mattina.
L’avviso è chiaro. Non si scherza con il fuoco. E se alla fine si alza troppo l’asticella Francoforte potrebbe chiudere del tutto i rubinetti.
E a quel punto l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe quasi inevitabile.
CHE RISCHI PUO’ AVERE LA DECISIONE DELLA BCE?
Il vero rischio è che da oggi i greci riprendano a ritirare soldi dalle banche, preoccupati dal fatto che la crisi precipiti e vengano imposti controlli sui capitali.
E’ successo di recente a Cipro. A dicembre, in vista delle elezioni, i depositi sui conti correnti sono già calati di 4 miliardi a 163 miliardi totali.
A gennaio ne sarebbero stati prelevati altri 11. Senza soldi dei correntisti in cassa, gli istituti rischiano di implodere.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DA DRAGHI E DALLA GERMANIA ARRIVA UN DOPPIO SCHIAFFO ALLE INTENZIONI DELLA GRECIA
Il colpo inferto a sorpresa da Mario Draghi fa ancora male, ma all’indomani dalla decisione della Banca
Centrale Europea di sospendere le linee di credito alle banche greche, Alexis Tsipras prova a rialzarsi.
E lo fa giocando sul tavolo due carte.
Una interna, la piazza, chiamata a raccolta per sostenere l’azione del governo greco contro il primo muro alzato dall’Europa alle richieste di Bruxelles, e una esterna, con il sì all’invito inoltrato al presidente russo Vladimir Putin a visitare il Paese, dopo una lunga telefonata tra i due.
Un messaggio, neanche troppo velato, a tutti i partner europei.
Se la giornata di giovedì era finita nel peggiore dei modi, quella di venerdì non è iniziata meglio.
Prima con l’indice della borsa di Atene prevedibilmente precipitato fino a -9%, salvo poi rientrare in chiusura di seduta a un più modesto -3,37%, poi con l’attesissimo incontro tra il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e il suo collega tedesco Wolfagng Schaeuble.
Un incontro cordiale al termine del quale le posizioni sono rimaste comunque molto distanti.
“Siamo d’accordo sull’essere in disaccordo”, ha commentato Schaeuble trovando forse la sintesi perfetta del faccia a faccia, ribadendo poi a a Varoufakis che “la Grecia deve lavorare con il Fondo monetario internazionale, la Bce e la commissione europea”, cioè con le tre istituzioni con cui ha affrontato il programma di aiuti”.
Cioè, continuare ad avere a che fare con la Troika.
Il tutto mentre, quasi simultaneamente, il premier greco Alexis Tsipras, reduce dal suo tour nelle capitali europee, giocando in casa e parlando con i parlamentari di Syriza, affermava che “la Troika è completamente finita, la Grecia non è più il misero partner che ascolta le prediche. Rispetteremo la volontà del popolo greco. Aspettiamo le proposte della Germania dalla quale non abbiamo ancora ascoltato niente di concreto”. Non solo, il partito del premier greco, forte del solido mandato popolare che lo ha portato al governo, ha chiamato a raccolta i cittadini per una grande manifestazione anti-austerità davanti al Parlamento di Atene, dove non sono mancati anche molti slogan anti-tedeschi.
Varoufakis oggi ha ribadito quanto già spiegato nei giorni scorsi, cioè che il governo greco sta cercando di avere “un programma ponte fra adesso a fine maggio”, per avere “spazio” per “dei colloqui su un nuovo contratto con la Bce, la Commissione Ue e il Fmi”.
Cioè, essenzialmente, un po’ di tempo in più.
Esattamente l’opposto di quanto l’Eurotower ha fatto capire ieri: senza un rapido accordo con i partner europei, e quindi rassicurazioni sugli impegni e le riforme che la Grecia è chiamata a realizzare, la Banca Centrale non può più utilizzare i titoli di Stato greci come garanzia per il finanziamento presso la Bce delle le banche elleniche. E anche il Fondo Monetario oggi è stato netto spiegando che l’accordo quadro sulla sostenibilità del debito greco “resta in piedi” e “non c’è stata alcuna discussione con le autorità su possibili cambiamenti”.
Alexis Tsipras, dopo una settimana all’insegna di sorrisi, doni e scambi di regali, si è trovato improvvisamente solo.
Anche Matteo Renzi, con cui era sembrato così in sintonia appena tre giorni fa, oggi ha voltato le spalle al premier greco, spiegando che “la decisione Della banca centrale europea sulla grecia è legittima e opportuna”.
Anche per questo oggi ha deciso di giocarsi una nuova carta: quella del contatto con Vladimir Putin.
Il premier greco ha annunciato oggi che si recherà a Mosca in vista dal leader russo. Un gesto che arriva proprio mentre i rapporti tra Russia e Germania sono particolarmente tesi e la Commissione Europea sta valutando l’ipotesi di far scattare nuove sanzioni verso Mosca per via della crisi ucraina.
Sanzioni però che dovrebbero essere votate all’unanimità e che avrebbero quindi ovviamente bisogno anche del sostegno di Atene.
Prestissimo per parlare di asse, anche perchè mettersi di traverso, in solitaria, all’iniziativa di Bruxelles rischierebbe di lasciare Atene ancora più isolata.
Per la Grecia, in questo momento, il peggiore degli scenari possibili.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“CHE SI METTANO SUL TAVOLO LE ESIGENZE DI OGNUNO”
Eccolo, Yanis Varoufakis, l’uomo che terrorizza la Germania, l’Europa, addirittura il mondo a sentire il
cancelliere dello Scacchiere George Osborne.
Sorridente, meno scarmigliato del solito, il ministro delle Finanze di Tsipras si siede in una saletta dell’ambasciata greca ed espone con calma il piano per liberare Atene dal giogo del debito.
Non senza una premessa: «Ragazzi, non vi dimenticate che siamo al governo da dieci giorni, non abbiamo neanche ancora giurato. Volete darci un po’ di tempo per prendere le misure? Io, poi, sono in politica da tre settimane, finora ho fatto il professore».
Ministro, cosa chiedete all’Europa?
«Prima di tutto, non abbiamo intrapreso questo tour di capitali per chiedere favori a nessuno, ma per stabilire un programma di lavoro comune sereno e razionale, in cui le esigenze di tutti i protagonisti sono correttamente sul tavolo. Dobbiamo tutti sedere dallo stesso lato del tavolo, non schierati uno contro un altro. Lo dirò anche a Schauble, che non conosco personalmente ma di cui ho apprezzato molte pubblicazioni, pervase di spirito costruttivo e genuinamente europeista ».
Chiederete la cancellazione del debito, anche parziale?
«No. Dividiamo il debito, 300 miliardi, in tre parti. Quella verso la Bce sarà saldata per intero e nei termini, ma la prima scadenza di 3,5 miliardi è il 20 luglio. Per le altre tranche, Fmi e Paesi, proponiamo la sostituzione con nuovi bond a interessi di mercato, oggi molto bassi, con una clausola: cominceremo la restituzione per intero quando si sarà riavviata in Grecia una solida crescita. Possiamo farlo senza mancare il pareggio di bilancio e finanziando al contempo iniziative di sviluppo purchè ci si liberi dall’onere degli interessi. Anche con l’Fmi abbiamo avviato il negoziato: non vedo perchè non debba accettare una dilazione come fa sempre in casi del genere, almeno a fine anno (i primi prestiti scadono il 15 marzo per 1,9 miliardi e il 15 giugno per altrettanti, ndr). Guardate che il link restituzione- crescita era previsto già negli accordi del 2010, solo che si basava su presupposti sballati. È vero che la congiuntura è andata in modo imprevisto: come diceva Galbraith “le previsioni economiche servono per rivalutare gli astrologi”».
Qual è la vostra roadmap?
«Quattro capitoli: 1. Profonde riforme interne per rendere la nostra economia sostenibile; 2. Ristrutturazione del debito come dicevo nel presupposto che oggi l’indebitamento è insostenibile malgrado ci sia chi mette in giro voci contrarie; 3. Fissazione di una serie di obiettivi realistici da non mancare assolutamente; 4. Riforma del metodo di governo dell’Europa perchè il problema non è la Grecia ma la gestione complessiva dell’eurozona, che è concepita male e non potrà mai funzionare. Si è visto come tutto è franato di fronte alla crisi finanziaria importata dall’America nel 2008. Il governo Tsipras è stato eletto con un mandato semplice: sollevate in Europa il problema della sostenibilità delle attuali politiche dell’euro. Cosa fa una banca quando un cliente va in difficoltà ? Si siede al tavolo, discute e il più delle volte gli assegna qualche ulteriore fondo, con raziocinio, perchè questo completi i suoi progetti e torni in bonis. Si chiama incentive compatibility . Un fallimento totale non è nell’interesse di nessuno».
Da questo viaggio per capitali, al momento ha riportato sensazioni che autorizzano all’ottimismo?
«Sì, io sono ottimista che il problema sarà risolto. Anche l’altro giorno nella comunità finanziaria britannica ho trovato riscontri favorevoli, a parte che hanno capito benissimo quali erano i nostri problemi pur essendo così distanti. Erano stupiti che un radicale di sinistra avesse stilato un piano degno di un bankrupt lawyer. Ma la Grecia, diciamolo chiaro, è fallita dal 2010. Non c’è nessuna ripresa, chi vuole farlo intendere dice il falso. Proprio per questo c’è bisogno di misure eccezionali».
Fra pochi giorni sarebbe in calendario l’ultima tranche di finanziamenti della vituperata Troika. Li accetterete?
«No, sui 7 miliardi previsti ne prenderemo solo 1,9 perchè sono soldi nostri, i profitti che la Bce ha incassato da certi bond acquistati nel soccorso del 2010. Per favore, le diciamo, restituiteli. Per il resto la nostra richiesta è: sospendiamo qualsiasi operazione fino a giugno. Chiamiamolo periodo ponte. Intanto riflettiamo sulle misure da prendere per una soluzione stabile. È interesse non solo nostro ma di Italia, Francia, l’Olanda che ha un problema di debito privato, e così via».
Per elaborare le strategie con un nuovo spirito è sempre valida la vostra proposta per una conferenza sul debiti?
«Certo, ma mi sembra che abbia poco seguito. Eppure ci vorrebbe una nuova Bretton Woods: del resto i disastri che quella conferenza affrontò non sono diversi dalla crisi attuale».
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DIPENDE DAL CALO DEL PREZZO DEL PETROLIO E DALLA DIMINUZIONE DELLA SPESA SUGLI INTERESSI
C’è un po’ di ”esuberanza irrazionale” in giro che sarà rafforzata domani, quando la Commissione
europea pubblicherà le sue previsioni di crescita. Che saranno discrete. Prometeia, una società di ricerca, stima per esempio che la crescita dell’Italia nel 2015 sarà +0,7 per cento.
Un po’ più cauta la Banca d’Italia che parla di un Pil in marcia al passo dello 0,4 per cento ma dell’1,2 nel 2016.
Ma il vicedirettore generale Fabio Panetta assicura che verranno presto riviste e risulteranno “significativamente superiori”.
È un po’ bizzarro fare previsioni su come saranno le previsioni, ma ormai ci siamo abituati a tutto quando la statistica ha un peso politico.
Tutti i centri studi celebrano l’impatto positivo del calo del prezzo del petrolio — e dunque, un po’, della benzina — e degli interessi sul mercato obbligazionario.
Cosa c’è dietro questo rumore statistico?
Gli 80 euro dati da Renzi non hanno prodotto alcun impatto sui consumi ma semplicemente hanno permesso di ricostruire quel cuscinetto minimo di risparmio eroso dalla crisi, come certificato dall’Istat.
Il Jobs Act e l’introduzione dei contratti a tutele crescenti con maggiore facilità di licenziamento non sono ancora testati: quando saranno disponibili i numeri delle assunzioni di gennaio, si capirà se le imprese hanno aspettato ad assumere dopo l’estate in attesa della riforma.
Per il resto sono tutti miglioramenti attribuibili a variabili esogene.
Cioè fuori dal nostro controllo.
Da luglio il prezzo del petrolio si è dimezzato (da circa 100 a 50 dollari al barile) e ora qualche beneficio si avverte anche in Italia e nei conti.
Il cambio euro-dollaro si è indebolito: da 1,4 euro per dollaro a maggio agli attuali 1,1. Merito della Bce di Mario Draghi che prima ha evocato e poi deliberato il Quantitative easing, cioè l’acquisto massiccio di titoli di Stato dell’eurozona.
Se il Tesoro due giorni fa ha presentato dati positivi, con un avanzo del settore statale di 3,4 miliardi (in cassa ci sono quindi quasi 4 miliardi in più che un anno fa), gran parte del merito è dovuto alla riduzione della spesa per interessi.
Anche questa da attribuire all’impatto della Bce sui mercati.
Senza scadere nella categoria dei “gufi” a tutti i costi, è bene ricordarsi sempre che questa ripresina non è merito nostro.
E che questi fattori positivi, fuori dal nostro controllo, possono svanire in un attimo. Basta qualche pasticcio del governo Tsipras, una mossa troppo bellicosa di Vladimir Putin o una decisione del cartello dei produttori petroliferi dell’Opec.
Per quanto suoni strano, dopo sette anni di crisi e quattro di austerità , non è il momento di essere cicale ma formiche.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
IL NUOVO MINISTRO ELLENICO DELL’ECONOMIA
Il nuovo ministro greco dell’Economia è un matematico di passaporto australiano che assomiglia a un boxeur e si veste come un rocker.
Yanis Varoufakis. La foto lo immortala in compagnia dell’omologo britannico Osborne, di cui non condivide le idee e a prima vista nemmeno il sarto.
Nei giorni scorsi l’uomo più indebitato del continente aveva già traumatizzato il pennellone olandese della Trojka addetto al recupero crediti, presentandoglisi dinnanzi a cavallo di una moto, lo zaino in spalla e la camicia fuori dai pantaloni.
Il dottor Varoufakis si veste così perchè si sente così.
Ma il suo rifiuto di adeguarsi all’esperanto sartoriale del potere è anche un segnale politico.
Si può essere diversi, si può cambiare lo schema.
Il turbocapitalismo finanziario che da vent’anni ha uniformato le grisaglie e ammutolito le forze sociali è solo uno dei tanti mondi possibili
Il ministro scamiciato viene fatto passare per comunista o per pazzo, eppure dice cose di buon senso.
Per esempio che la Grecia pagherà i debiti quando ricomincerà a vivere perchè pagarli adesso significherebbe morire.
Forse Varoufakis durerà poco.
Di sicuro, come tutti i monelli, ispira simpatia.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile
PICCOLA RIPRESA DOPO IL SISMA MA 2014 DISATROSO
Il caseificio Albalat sta vivendo anni bui. Nel 2012 il suo magazzino fu distrutto dal terremoto. L’azienda modenese provò a rialzarsi, ma una notte di novembre del 2013 dovette fare i conti con un furto di 380 forme di Parmigiano reggiano.
Poi arrivò l’alluvione che portò nuovi guai. «Tutte le vie d’accesso erano bloccate. I camion non potevano partire. L’acqua era ovunque» ricorda Fabrizio Bigliardi, responsabile dell’area casearia di Albalat.
Viaggio nelle case del Parmigiano
Il 2014 doveva essere per tutti i produttori del Parmigiano reggiano l’anno della rinascita. È stato invece quello della più pesante crisi del settore.
Il simbolo della Food Valley emiliana non ha mai sofferto così tanto. Ha resistito al sisma del 2012, ma questa volta fatica a risalire la china.
Le immagini delle forme scaraventate per terra dalle scosse fecero il giro del mondo. La solidarietà via web alleviò il dramma dei produttori, che si misero subito al lavoro per tornare alla normalità .
Oggi, visitando i caseifici più colpiti, il colpo d’occhio è notevole: tutto è stato ricostruito a prova di terremoto.
Eppure da queste parti da molto tempo non si sorride più.
«Il Parmigiano reggiano oggi è venduto a poco più di 7 euro al chilo invece che a 9 euro – calcola Bigliardi -. Così è impossibile coprire i costi di produzione. C’è chi è attrezzato e tiene botta. I più piccoli soffrono»
L’azienda di Oriano Caretti di San Giovanni in Persiceto è una di queste.
Produce 15 mila forme all’anno contro le 34 mila di Albalat. Più di altre si ritrova esposta a una crisi originata da un calo di consumi tutto italiano.
Anche il prezzo del latte è sceso vertiginosamente. E poi, come se non bastasse, incide e parecchio l’embargo dell’Unione Europea nei confronti della Russia, paese che si è rivelato un ghiotto amante del più prestigioso formaggio made in Italy.
«È come tornare indietro di 20 anni», scuote la testa Bigliardi. Le aziende che fanno capo al consorzio del Parmigiano non sanno più che pesci pigliare.
L’idea di diminuire la produzione del 5% è sfumata. Tanti hanno detto di no pur di tenersi le mani libere. Albalat, ad esempio, ha scelto di aumentarla, la produzione.
L’obiettivo è rubare quote di mercato ai concorrenti. «Questa è una selezione naturale», ammette Bigliardi. I più piccoli, per sopravvivere, possono solo associarsi con i più grandi. Chi non ci sta, rischia di scomparire.
«Se continua così, però, non si salva nessuno. Di crisi cicliche il nostro settore ne ha viste tante, ma questa è devastante», prevede Caretti.
La sua è stata una delle aziende simbolo, una delle più martoriate dal terremoto del 20 e 29 maggio 2012.
«Abbiamo perso 5 milioni di euro. Aspettiamo i contributi dallo Stato che non abbiamo ancora visto ». Dopo un anno dal sisma, però, gli affari sono ricominciati a girare. «Vendevamo a 9, anche 11 euro al chilo, non come adesso. Dopo la tempesta, il sole era tornato a splendere».
Un solo anno di luce, in realtà , perchè nel 2014 i produttori sono entrati dentro a un nuovo tunnel.
«Con questa crisi economica alcune classi sociali hanno rinunciato a prodotti di pregio come il nostro. In questo modo non c’è spazio per nessuno – alza le mani Caretti –. Le grandi aziende proveranno a produrre di più e accaparrarsi quote di mercato, ma questo è cannibalismo».
L’unica soluzione, nell’attesa che in Italia i consumi riprendano a girare, è aumentare l’export. «Oggi su tre forme, una viene venduta all’estero. Non basta, dobbiamo fare di più, bisogna mirare a nuovi mercati prima che lì arrivino altri».
La Cappelletta è un’altra cooperativa che non ha avuto il tempo di asciugarsi le lacrime dal sisma.
«Ieri il nostro parmigiano era buono, ma il terremoto ce l’ha distrutto.
Anche oggi è buono, ma la gente non ha soldi da spendere» si dispera il responsabile Luciano Dotti.
Pure la sua azienda sta soffrendo molto questa fase. Eppure non gli passa dalla testa di produrre un formaggio più economico: «Perchè noi siamo quelli del parmigiano e continueremo a fare il parmigiano».
Fatto con latte buono e tanto orgoglio.
Beppe Persichella
(da “La Repubblica”)
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