Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRECIA E GLI ALTRI FLOP… I TEDESCHI CONTESTANO LE MISURE
A prima vista il bazooka della Bce ha ottenuto tutti i risultati: la decisione di Mario Draghi e del consiglio
della Bce hanno annunciato un piano di acquisti di titoli pubblici per 1.140 miliardi di euro sta indebolendo il cambio dell’euro con il dollaro, spingendo le Borse e abbassando il costo del credito.
Piazza Affari cresce dello 0,35 per cento, l’euro scende fino a 1,12 dollari, ai minimi del 2003, il tasso di interesse fissato dal mercato per i buoni del Tesoro italiani a 10 anni scende sotto il minimo storico, all’1,5 per cento.
Tutto bello, bellissimo. Ma soltanto in superficie.
Ci sono almeno tre segnali che invitano a ridimensionare l’ottimismo.
INCOGNITA GRECA
Nel comunicato ufficiale della Bce, Mario Draghi ha fatto un’apertura, molto discreta ma chiara, alla Grecia: la Bce non può comprare titoli di Stato di Paesi dell’eurozona con un rating al livello spazzatura, cioè Grecia e Cipro, tranne nel caso in cui siano impegnati in programmi di riforme negoziati con l’Unione europea in cambio di assistenza finanziaria. Tradotto: caro Alexis Tsipras, se quando vincerai le elezioni domenica con Syriza non sgancerai la Grecia dal rapporto con la troika (Ue-Bce-Fmi), la Banca centrale europea comprerà anche titoli greci, sostenendo l’economia e alleggerendo i bilanci delle banche locali.
Che ne hanno parecchio bisogno, visto che nei giorni scorsi hanno dovuto richiedere l’utilizzo della linea di liquidità di emergenza (ELA) per evitare che la fuga di capitali pre-elettorale causasse disastri
Ieri è arrivata la risposta di Tsipras: un eventuale governo guidato dalla sinistra di Syriza “non rispetterà accordi firmati dal suo predecessore”, cioè dall’esecutivo di centrodestra di Antonis Samaras e Nuova Democrazia.
Spiegazione di Tsipras: “Il nostro partito rispetta gli obblighi che derivano dalla partecipazione della Grecia alle istituzioni europee. Ma l’austerità non fa parte dei trattati di fondazione dell’Ue”. La carota offerta da Draghi non ha funzionato.
È GIà€ ORA DEL BIS
A meno di 30 ore dall’annuncio del Quantitative easing, atteso per mesi, il membro francese del board della Bce, Benoit Coeurè, già dice: “Se vedremo che ci sono difficoltà nel raggiungere i nostri obiettivi, dovremo continuare”.
Ufficialmente il piano di acquisti straordinari di bond dura “almeno” fino al settembre 2016.
Quindi è già noto che potrebbe continuare, ma che uno dei vertici della Bce lo dica esplicitamente così presto ha trasmesso ai trader un senso di insicurezza.
La Bce sta dicendo che è pronta a fare di tutto contro la deflazione o che non è sicura che le misure adottate funzionino?
Nel suo discorso al convegno americano di Jackson Hole, in agosto, Mario Draghi aveva invitato gli economisti a non guardare soltanto il dato dell’inflazione, ma anche un indicatore noto solo ai tecnici, lo swap quinquennale sull’inflazione che in pratica è una stima di come andranno i prezzi fra cinque anni.
Perchè la Bce prende le sue decisioni ragionando sul futuro e non sul passato. Dopo le parole di Coeurè di ieri l’indicatore ha oscillato, come se sui mercati non sapessero se prevedere una perdurante deflazione, più forte della Bce, o sentirsi rassicurati dall’ipotesi di nuovi interventi.
IL FRENO TEDESCO
A Berlino, e soprattutto nella capitale finanziaria di Francoforte, le resistenze al Quantitative easing sono state fortissime.
Draghi ha spiegato che alla fine tutti, nel consiglio della Bce, erano d’accordo sul fatto che comprare titoli di Stato non violasse lo statuto della Banca centrale.
Ma c’erano alcuni che contestavano la decisione di intervenire adesso (anche se l’inflazione è lontanissima dall’obiettivo della Bce, -0,2 per cento invece che +2). “L’acquisto di titoli di Stato nella zona euro non è strumento come gli altri. Comporta dei rischi”.
Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, attacca senza riserve il Qe annunciato ieri dalla Bce.
Weidmann, ieri, ha spiegato in un’intervista alla Bild le ragioni della sua contrarietà : “Con il nuovo programma le Banche centrali del sistema Bce diventeranno tra i principali creditori della zona euro. Questo comporta il rischio che le politiche di consolidamento fiscale vengano messe da parte”.
L’attacco è diretto a Italia e Francia. L’obiezione è fondata: finora la Bce faceva operazioni di pronti contro termine, cioè caricava sul suo bilancio titoli soltanto come garanzia di prestiti a breve termine, alla scadenza recuperava i soldi e restituiva i titoli. Ora invece li compra e acquista anche titoli a rendimento negativo (quelli tedeschi, per esempio), che cioè non portano guadagni a Francoforte e alle Banche centrali nazionali che gestiscono il grosso dell’operazione, ma perdite.
E i governi si troveranno a pagare meno interessi sul debito e quindi avranno meno incentivo a rispettare gli impegni sull’austerità .
“Non è vero”, risponde il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.
Idem il presidente francese Franà§ois Hollande: “Anzi, ci obbliga a essere più audaci”. Polemiche che Draghi sperava di evitare perchè riducono la fiducia del mercato nell’operazione.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
SUCCESSO SICURO? PER GLI ECONOMISTI BAGIONI E DE NARDIS L’EFFETTO SULLA VITA REALE POTREBBE NON ARRIVARE
Funzionerà ? Dopo l’annuncio di Mario Draghi sul maxi-piano di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea, questa è la domanda obbligata.
La risposta giusta, ovviamente, non c’è.
Per averla bisognerà attendere almeno l’estate, quando il “bazooka” del presidente della Bce avrà iniziato già da qualche mese a inondare di liquidità i Paesi dell’Eurozona e si vedranno — o meno — i primi effetti sull’economia reale: discesa dei tassi di interesse, deprezzamento dell’euro (e conseguente aumento delle esportazioni), risalita dell’inflazione, crescita dei consumi.
Ma economisti e analisti, pur apprezzando le dimensioni del programma presentato da Draghi, hanno diversi dubbi sul fatto che il “motore” dell’area della moneta unica sia pronto a ripartire in quarta e che quindi il “quantitative easing” (allentamento quantitativo) in salsa europea possa avere lo stesso successo di quello messo in campo dalla Federal Reserve statunitense tra il 2009 e il 2014.
Ad alimentare il pessimismo è innanzitutto il fatto che alcuni dei canali di trasmissione della politica monetaria alla vita reale delle persone, delle aziende e degli Stati potrebbero rivelarsi “ostruiti”.
“In Europa, e in Italia in particolare, il sistema economico è molto “bancocentrico“: le imprese si finanziano soprattutto ricorrendo al credito bancario, mentre fanno molto meno ricorso all’emissione di azioni e obbligazioni rispetto a quanto avvenga negli Stati Uniti”, spiega Angelo Baglioni, docente di Economia all’università Cattolica.
“Di conseguenza il calo dei tassi sui bond comporterà per le nostre aziende meno vantaggi”. L’allentamento quantitativo ha tra gli effetti sperati anche una maggiore facilità ad ottenere prestiti, ma questo dipende in gran parte dalla volontà degli istituti di credito.
In più, secondo Baglioni, anche la cinghia di trasmissione che passa attraverso un aumento dei consumi privati e degli investimenti potrebbe rivelarsi “arrugginita”.
Perchè le famiglie europee tendono storicamente a risparmiare più di quelle americane. Di conseguenza, anche se per effetto dell’aumento del valore delle case e delle attività finanziarie si ritroveranno più ricche non è detto che inizino a comportarsi da cicale contribuendo a rimettere in moto l’economia.
Molto dipenderà dal miglioramento o meno delle loro aspettative sul futuro.
E dall’andamento del mercato del lavoro.
Pesa, poi, il ritardo con cui la decisione è stata presa: il lungo braccio di ferro con la Germania e con gli altri Paesi del Nord Europa, riluttanti all’idea che Francoforte si sobbarcasse il rischio di subire perdite in caso di default degli Stati meno “virtuosi”, ha fatto perdere mesi preziosi durante i quali l’inflazione è scesa sottozero.
Così come le aspettative sull’andamento futuro dei prezzi, che spesso risultano addirittura più importanti del loro livello attuale.
E, alla fine, Draghi ha dovuto accettare il compromesso di lasciare sul groppone delle banche centrali nazionali l’80% di quei rischi.
“Una concessione ai falchi“, l’ha definita Donato Masciandaro, ordinario di Economia politica all’università Bocconi.
Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, ritiene che il presidente della Bce avrebbe preferito optare per la centralizzazione dei rischi: “La stessa linea espressa più volte fa dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, secondo il quale scaricare i rischi sui singoli Paesi equivale a dare il via a una nuova frammentazione finanziaria dell’Eurozona”.
Il pericolo, dice De Nardis a ilfattoquotidiano.it, è che questa concessione a Berlino possa limitare l’efficacia dell’operazione: “Può essere che gli spread si riducano meno di quanto sperato, perchè i mercati leggeranno questa decisione come un’incrinatura nella politica monetaria comune”.
Tuttavia, il punto interrogativo vero secondo De Nardis è un altro: “Questo piano era indispensabile, ma non è detto che ora sia sufficiente. La situazione dell’Eurozona si è molto deteriorata e siamo in quella che si definisce “trappola di liquidità ”: tassi bassi che però non bastano per stimolare investimenti e consumi. Per ripartire servono, oltre alla politica monetaria, altre misure di sostegno alla crescita. A partire da politiche fiscali più espansive, che però i Paesi che avrebbero potuto — vedi la Germania — non hanno voluto fino adesso mettere in atto. Mentre altri non hanno potuto a causa dei vincoli europei. Da questo punto di vista le recenti linee guida della Commissione sulla flessibilità sono un piccolo passo avanti, ma è ancora troppo poco”.
Ciliegina — avvelenata — sulla torta, la forte avversione al rischio dei risparmiatori europei.
Restii a investire i risparmi in azioni o altri strumenti finanziari redditizi ma rischiosi.
E molto più propensi a comprare titoli di Stato, anche ora che non rendono quasi nulla. Una caratteristica che non contribuisce certo a far ripartire il mercato.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
COSA E’ I QUANTITATIVE EASING: I BENEFICI, L’ESPERIENZA DEL PASSATO E I FATTORI CHE POSSONO RENDERE INEFFICACE IL BAZOOKA DI DRAGHI
Come una profezia che si autoavvera, attesa praticamente da tutti, la Banca centrale europea (Bce) ha
ufficializzato il Quantitative easing (Qe), l’acquisto di titoli di stato dei paesi membri dell’Unione per contrastare la spirale deflattiva che soffia da sud e portare l’inflazione vicina al target del 2%.
Una manovra che supera le previsioni del mercato che scommetteva su acquisti per 50 miliardi al mese per 22 mesi (1.100 miliardi di euro).
Invece la Bce rilancia con 60 miliardi di acquisti combinati (titoli pubblici e privati) per 19 mesi (il tetto è fissato al 25% degli acquisti a ogni emissione e 33% dei paesi emittenti), da marzo 2015 a settembre 2016 (per un totale di 1.140 miliardi), pronta a proseguire se ce ne fosse bisogno e l’inflazione non avesse raggiunto il target.
Lo ha annunciato il presidente Mario Draghi, protagonista di una vera svolta nella turbolenta storia dell’Eurozona che darà certamente serenità ai mercati allentando lo spread e respingendo la speculazione.
Anche se l’ex governatore di Bankitalia sulla partita decisiva della mutualizzazione dei rischi sui titoli sovrani ha dovuto mediare con i falchi della Bce, vincendo a metà . Per il resto, gli acquisti verranno ponderati sulla base della partecipazione che le rispettive banche centrali dei paesi membri hanno nel capitale della Bce (su un montante di 600 miliardi nel 2015 per l’Italia significa un piano di acquisti che si aggira sui 104 miliardi).
Con una postilla importante: il Consiglio direttivo è stato unanime nel riconoscere acquisto di bond come strumento di politica monetaria.
Riassunta la manovra (storica) di oggi, che ha fatto subito scattare il rally in Borsa, proviamo a capire che risultati hanno prodotto i Qe già messi in campo da altre grandi banche centrali, quali sono i rischi di un allentamento di questa portata, che effetti potrà produrre sulle economie dell’Eurozona (e sull’Italia) una iniezione così potente di liquidità e quali saranno, verosimilmente, le difficoltà di applicare il piano ad un continente peculiare come l’Europa.
Qe, il precedente di Usa e Giappone
Il ritardo con cui la Bce si sta muovendo per rianimare un’Eurozona in stagnazione e lacerata tra il blocco tedesco (Germania, Olanda e Lussemburgo) e i paesi periferici sulle priorità da dare a crescita e rigore, ha avuto almeno un pregio: Francoforte ha potuto verificare l’esperimento delle altre banche centrali (specie Federal Reserve e Banca del Giappone) che nel mezzo della crisi hanno avviato (e in parte concluso perchè le politiche non ortodosse non possono durare all’infinito altrimenti avremmo i prezzi di azioni e obbligazioni pilotati dalla mano pubblica) programmi di espansione monetaria con un triplice obiettivo, come ben riassunto dal direttore di Lettera economica, Giorgio Arfaras: “comprare e ‘schiacciare’ i rendimenti delle obbligazioni private per aiutare le famiglie, le banche e quindi le imprese; comprare e ‘schiacciare’ i rendimenti delle obbligazioni pubbliche per ridurre i costi delle politiche fiscali espansive; spingere la liquidità dei privati dalle obbligazioni verso il mercato azionario.”
Per i sostenitori la svolta “americana” della Bce rappresenta la miglior soluzione anti crisi.
Per una sorta di domino virtuoso, grazie al bazooka di Draghi, le banche aumenteranno i prestiti, l’economia crescerà e il mercato dei titoli sovrani si stabilizzerà togliendo agli investitori il maggiore fattore di incertezza sul futuro dell’area euro.
Nel frattempo l’aumento dei prezzi ridurrà il valore reale dei debiti accompagnando il deprezzamento della moneta unica.
Secondo alcuni studi citati dal Financial Times i programmi americani (ma anche giapponesi e inglesi) hanno avuto un qualche effetto nello stimolare la ripresa economica e dell’occupazione dopo la grande crisi evitando la trappola infernale della deflazione.
Nonostante la politica di bilancio sia dal 2011 neutrale o restrittiva.
Per un analista attento come Carlo Bastasin della Brookings Institution, “il fatto che i tassi di interesse a lungo termine siano stati sempre inferiori al tasso di crescita ha consentito agli Usa di ridurre i debiti di imprese e famiglie senza frenare investimenti e consumi.”
Anche in Giappone i chiaroscuri della Abenomics non hanno impedito allo yen di apprezzarsi e all’economia di Tokyo, dopo decenni di stagnazione, di tornare più attrattiva.
Ma proprio qui fa leva la malizia degli osservatori anti Qe, attenti a mostrare l’altra faccia della medaglia.
L’economia si è ripresa e i mercati finanziari sono risaliti perchè tornati in salute oppure perchè, semplicemente, il sistema è stato drogato dalla liquidità delle banche centrali?
“Forse non ci si è resi conto di cosa si è generato con la droga dei Quantitative easing: una massa monetaria impressionante che ha portato ad una incredibile bolla degli asset (e di Wall Street) senza che i soldi finissero nel circuito dell’economia reale” spiega Danilo Rambaudi, autore del blog economico-finanziario IntermarketAndMore.
Dall’inizio della crisi hanno generato liquidità per un importo superiore ai 10 trilioni di dollari. Una cifra mai vista in precedenza. “Una iniezione di monetadone”, come ironizza qualche banchiere. In ogni caso “una cura palliativa.”_
Di pari passo anche il debito pubblico complessivo è cresciuto in modo esponenziale.
Senza cedere a letture apocalittiche, il problema della sostenibilità dell’iper debito e della montagna di liquidità che tra poco inonderà l’Eurozona è reale e attraversa le discussioni dei cenacoli alla Davos.
Solo l’altro giorno un insospettabile come l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, parlando alla London School of Economics, ha invitato tutti alla prudenza evitando derive miracolistiche.
“Abbiamo avuto il più grande stimolo monetario che il mondo ricordi – ha spiegato King – ma non abbiamo ancora risolto il problema della debolezza della domanda…”
Il Qe e le divisioni politiche dell’Europa
L’automatismo secondo cui la Bce, comprando titoli di stato e altri asset sul mercato, spingerà al ribasso i tassi di interesse, inietterà liquidità nel sistema dell’economia reale, incoraggerà il credito a famiglie e imprese, stimolerà la crescita e ci allontanerà dal buco nero della deflazione, potrebbe suonare troppo ottimistico.
Nella pratica avviare un programma di espansione monetaria, specie nell’eurozona, presenta almeno quattro difficoltà .
Prima difficoltà .
L’Europa si muove tardi rispetto agli americani e soprattutto in ordine sparso, divorata com’è dagli interessi nazionali.
Già dopo il fallimento della Lehman Brothers, nell’autunno del 2008, Christine Lagarde, allora ministro delle Finanze francese, propose un intervento coordinato ispirato al Tarp americano, ma in quell’occasione ricevette un secco “no” da Angela Merkel, attenta a tenere al riparo i contribuenti tedeschi da eventuali corresponsabilizzazioni di rischi e debiti comunitari.
Seconda difficoltà .
La crisi e la disoccupazione hanno messo radici in Europa. Con inflazione negativa praticamente in tutti i paesi periferici, aziende e consumatori stanno posticipando spese e investimenti, il populismo è a livelli di guardia e i partiti istituzionali screditati come non succedeva da decenni. E domenica si vota in Grecia.
Se i buoi sono già scappati anche il Qe rischia di avere un impatto limitato, tanto più in una congiuntura in cui la banca centrale americana ha smesso di comprare titoli di stato e si parla apertamente di divorzio tra Bce e Federal Reserve.
Dilemma nel dilemma: quale sarà l’effetto sui cambi?
Terza difficoltà .
Un sistema bancocentrico è meno efficace nell’influenzare il prezzo delle attività a lungo termine.
In Europa l’80% del credito arriva dagli sportelli bancari, che conservano in pancia attività per 30 mila miliardi di euro (tre volte l’intero Pil dell’Eurozona) e gran parte dei 5mila miliardi di maggior debito pubblico emesso dagli stati da quando è scoppiata la grande crisi.
Come scrive Stefano Cingolani, “le banche europee hanno poco capitale, meno delle concorrenti americane e si tengono l’una con l’altra (un terzo dei debiti è in mano ad altre banche), impedendo lo sviluppo di un sistema finanziario più moderno e concorrenziale.” Decisamente un bel problema.
In sostanza molti istituti continentali potrebbero continuare a non concedere credito e a ridepositare la liquidità presso la Bce. Qe o non Qe.
“Con un’inflazione sotto zero anche un tasso negativo può essere accettabile rispetto a impieghi rischiosi a famiglie e imprese in difficoltà , penalizzati dal nuovo sistema di vigilanza molto stringente”, continua Bastasin.
In fondo Mario Draghi lo ha detto chiaramente la scorsa estate, a Jackson Hole (e lo ha ripetuto oggi): la politica monetaria non può fare tutto.
Ha bisogno almeno del sostegno della politica fiscale, di riforme e di bilanci pubblici risanati per tagliare le tasse e aumentare la competitività dei paesi europei.
E qui si arriva a bomba alla quarta difficoltà e alle continue divisioni dell’Europa, incapace di partorire qualcosa di più ambizioso del mediocre Piano Juncker e di una flessibilità sui conti concessa col contagocce e di malavoglia da Berlino.
Per questo la modalità con cui viene erogato il Qe diventa la cartina al tornasole di un continente in mezzo al guado dove il segnale politico è più importante dei tecnicismi di Francoforte e, se possibile, va oltre gli effetti contingenti dell’espansione monetaria.
Per intendersi: dietro il varo del Qe, certamente più capiente di quel che si immaginava (e questo è un gran merito di Draghi), non c’è il battesimo di un’autentica unione monetaria dove si mutualizzano i rischi.
La mediazione con la Bundesbank ha permesso al presidente della Bce una condivisione solo al 20% degli acquisti di titoli di stato, per il resto i rischi restano in capo alle banche centrali nazionali.
Se l’Italia dovesse fallire, ci sarebbe solo in parte l’intervento pro quota di tutte le banche centrali (e di tutti i contribuenti europei), il massimo del rischio resterà in capo a Bankitalia e ai cittadini italiani.
Il che non è propriamente un passo avanti nella costruzione europea, anzi rischia di cristallizzare l’attuale frammentazione finanziaria.
C’è una corrente dominante, in Germania (che Merkel deve assecondare magari non approvandola in toto), convinta che Mario Draghi sotto sotto faccia il doppio gioco a vantaggio dell’Italia, convinta che dargliela vinta senza mediazioni sull’espansione monetaria allenterebbe la tensione alle riforme dei paesi periferici e convinta che la Bce non debba seguire la strada della Fed perchè negli Usa esiste uno Stato centrale che emette titoli sovrani che sono molto sicuri, in Europa no.
Draghi oggi esce vincitore dalla battaglia sul Qe. Ma la guerra è solo cominciata.
Al fondo di tutto è questa la vera posta in palio del Qe.
Cominciare a superare la crisi con più integrazione oppure restare un’unione monetaria a macchia di leopardo, esposta senza troppa credibilità ai venti della stagnazione e dei mercati finanziari?
Ed è uno scontro eminentemente politico prima che economico, tra chi pensa sia sbagliato separare la moneta dal progetto europeista e chi, invece, non vuol mollare l’osso e coltiva l’idea di un continente a propria immagine e somiglianza senza condividere onori e oneri, con una moneta a metà , una politica à la carte e ricette economiche frammentate.
Quanto all’Italia, da noi il bancocentrismo se possibile è ancora più forte che nel resto d’Europa. Dal sostegno al debito pubblico all’85% dei soldi che arrivano nelle imprese e nelle case degli italiani, tutto passa dalle banche.
L’intreccio è così forte che la debolezza del sistema del credito (180 miliardi di sofferenze bancarie in pancia figlie della lunga recessione) pesa sull’intero paese e viceversa, come si è visto con gli stress test autunnali.
Per cui se immaginiamo il Qe di Draghi come un modo per far arrivare credito facile all’economia reale, ci facciamo pie illusioni.
“Se la tua azienda non ha i requisiti, i soldi non te li presto anche se ne ho tanti a basso costo. Li tengo parcheggiati a Francoforte piuttosto che portarmi in casa un credito deteriorato che mi costa tantissimo”, taglia corto un importante banchiere italiano, mettendo il dito nella piaga di un panorama di piccole imprese mediamente sotto capitalizzate e sovra indebitate.
Se invece assumiamo realisticamente il Qe al pari di una vitamina nel sangue di un sistema depresso, che invoglia un po’ i consumi del ceto medio, sgrava le banche dall’overdose di titoli di stato e permette di comprare del tempo per fare le benedette riforme, allora potrebbe servire davvero e Draghi entrerà a pieno titolo nei libri di storia.
Oggi è la fiducia la moneta più urgente.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
DIVENTERANNO ISTITUTI NORMALI: SI VOTA IN BASE AL CAPITALE, NON ALLE TESTE
Piazza Affari abbocca all’amo lanciato dal premier Matteo Renzi sulla riforma delle banche Popolari.
Dopo l’annuncio di un generico “provvedimento sul credito” fatto lo scorso 16 gennaio durante la direzione del Pd, ieri Renzi ha specificato nel corso dell’assemblea dei senatori del partito che il governo discuterà le nuove misure già nel Consiglio dei ministri fissato per oggi.
In sostanza, si tratterà di abrogare tout court l’articolo 30 del Testo unico bancario che disciplina il governo societario delle banche popolari cancellando così il voto capitario (una testa, un voto) qualunque sia il numero delle azioni possedute e trasformando di fatto questi istituti in società per azioni.
In Borsa sono subito scattati gli acquisti sui titoli Bpm, Bper, Banco Popolare e Ubi che hanno tirato la volata con rialzi tra l’8 e il 14 per cento.
Gli ordini in acquisto sono comunque piovuti anche sugli altri titoli bancari che potrebbero essere coinvolti in un processo di consolidamento del settore
La rivoluzione annunciata da Renzi — voluta dalla Banca centrale europea per favorire un consolidamento del sistema bancario che oggi conta in Italia 70 istituti popolari — si trova nella bozza disegno di legge Concorrenza alla voce “Servizi bancari”.
Fra i vari articoli se ne trova infatti anche quello relativo alle “norme in materia di banche popolari”, il cui testo è stringatissimo: “L’articolo 30 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1 settembre 1993 n. 385 è abrogato. All’articolo 137 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al dl 24 febbraio 1998 n. 58 il comma 4 è abrogato”.
La rivoluzione sta tutta qui, in queste poche righe.
Se questa riforma verrà approvata sarà abrogato l’articolo 30 del Testo unico bancario che nei primi due commi prevede che ogni socio abbia un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute; inoltre nessuno, direttamente o indirettamente, può detenere azioni in misura eccedente l’1 per cento del capitale sociale, salva la facoltà statutaria di prevedere limiti più contenuti, comunque non inferiori allo 0,5 per cento.
Il presidente del Consiglio promette il miracolo, presentato come l’ennesima rottamazione dei poteri forti in banca quando in realtà l’input arriva dall’alto del sistema, e incassa il plauso del mercato ma si deve già scontrare con la levata di scudi dei sindacati che temono nuovi tagli ai dipendenti e anche con le barricate alzate dalla politica.
Daniele Capezzone, deputato di Forza Italia e presidente della commissione Finanze della Camera, si chiede quali siano i requisiti di necessità , straordinarietà e urgenza per intervenire con un decreto legge, peraltro in una situazione in cui le funzioni di capo dello Stato sono svolte dal presidente del Senato.
Dall’altra parte Stefano Fassina, ex responsabile economico del Pd, vede nella riforma “un danno gravissimo all’economia nazionale” e non solo per le banche interessate perchè le piccole e medie imprese e le famiglie italiane hanno trovato, negli ultimi anni di crisi, proprio nella banche popolari e nelle banche di credito cooperativo l’unico canale di approvvigionamento di credito ancora attivo”.
Anche per Fassina, sarebbe surreale se una simile riforma venisse proposta per decreto, senza alcuna ragione di urgenza, e in una fase di una supplenza al Quirinale. È dunque probabile che la riforma incontri una forte opposizione in un momento complicato per Renzi che non può forzare la mano in Parlamento nel bel mezzo della
partita sul Quirinale.
Gli anaisti mostrano intanto un certo scetticismo preventivo sul successo dell’iniziativa, anche perchè — scrivono i broker di Equita sim — “negli ultimi quindici anni qualsiasi progetto di modifica della governance delle Popolari, anche non riguardante l’abolizione del voto per testa, è fallito. La conseguenza immediata è tuttavia l’aumento dell’incentivo per le Popolari ad aggregarsi, visto che minacce di modifiche dello status quo potrebbe arrivare anche dalla Bce”.
Marco Franchi
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
DA SOLE SONO PIU’ RICCHE DI 20 MILIONI DI ITALIANI….DAL 2008 SI ALLARGANO A DISMISURA LE DISTANZE SOCIALI
Mentre crollava Lehman Brothers, falliva la Grecia, l’America eleggeva il primo presidente
nero, l’ultimo governo di Silvio Berlusconi scivolava via, mentre la Cina cresceva del 60% e Apple diventava la società di maggior valore al mondo, in Italia si consumava un evento storico. In sordina, però.
Magari tutti erano troppo presi a seguire gli altri eventi, quelli che hanno segnato le prime pagine dal 2008 in poi, per accorgersene.
Eppure non era invisibile, perchè è stato uno spettacolare doppiaggio a grande velocità .
E’ andata così. Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese.
I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti.
Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro.
In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno
Cinque anni dopo, e siamo nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già consumati: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri.
Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l’economia italiana balzava all’indietro di circa il 12%.
I 18 milioni di italiani al fondo delle classifiche della ricchezza sono scesi invece a 96 miliardi: una scivolata in termini reali (cioè tenuto conto dell’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione) di poco superiore al 20%.
Quanto poi a quelli che in base ai patrimoni sono gli ultimi dodici milioni di abitanti, il 20% più povero della popolazione del Paese, lo squilibrio è ancora più marcato: nel 2013 le 10 famiglie più ricche d’Italia hanno risorse patrimoniali sei volte superiori alle loro.
Sono questi i risultati più sorprendenti di un approfondimento che Repubblica ha svolto sui patrimoni degli italiani durante gli anni della crisi.
L’analisi si basa sui dati pubblicati dalla Banca d’Italia relativi alla ricchezza netta nel Paese e la sua suddivisione fra strati sociali.
Per le famiglie con i dieci maggiori patrimoni, una lista che negli anni è cambiata, le informazioni sono tratte dalla classifica annuale dei più ricchi stilata dalla rivista Forbes .
Inevitabilmente nè l’una nè l’altra serie di dati è perfetta, molte informazioni sui patrimoni non sono pubbliche e restano soggette a stime più o meno accurate.
Ma le tendenze emergono con prepotenza e raccontano due storie di segno diverso. La prima non è a lieto fine: dal 2008 l’Italia ha subito un colossale abbattimento di ricchezza che si è scaricato con forza verso la parte bassa della scala sociale, mentre al vertice tutto si svolgeva in modo opposto.
Lassù il ritmo dell’accumulazione di patrimoni personali accelerava come forse mai negli ultimi decenni.
La seconda storia invece fa intravedere un po’ di luce in fondo al tunnel, perchè la lista dei super-ricchi è cambiata in modo tale da alimentare qualche speranza sulle capacità del Paese di produrre in futuro più innovazione, lavoro e reddito e meno rendite più o meno parassitarie.
Sicuramente il punto di partenza di questi anni non è incoraggiante.
Calcolata in euro del 2013, la ricchezza netta totale degli italiani crolla di 814 miliardi negli ultimi cinque anni (quelli per i quali sono disponibili i dati, fino appunto al 2013).
Sparisce nella voragine della recessione quasi un decimo di patrimonio netto delle persone che vivono in questo Paese. Circa due terzi di questa erosione si spiega con il calo del valore delle case, mentre il resto è dovuto a perdite finanziarie o al ricorso di certe famiglie ai risparmi per sostenere le spese quotidiane.
Per la parte della ricchezza in mano ai ceti meno ricchi, “Repubblica” assume che la loro quota nel 2013 sul totale del patrimonio degli italiani sia rimasta invariata rispetto al 2010: è ad allora che risalgono gli ultimi dati disponibili.
In realtà questa è una stima ottimistica, perchè la tendenza alla diminuzione della quota di patrimonio dei più poveri è evidente dagli anni precedenti.
Nel 2000 per esempio il 40% più povero della popolazione residente in Italia, 24 milioni di persone, aveva patrimoni pari al 4,8% della ricchezza netta totale del Paese. Dieci anni dopo quella quota era già scesa al 4,2%.
Anche così, il calo dei patrimoni della “seconda” metà d’Italia, l’Italia meno ricca, è superiore alla media del Paese.
Chi è già povero si impoverisce più in fretta.
Nel 2013 quei 30 milioni di italiani avevano nel complesso 829 miliardi (mentre gli altri 30 controllavano gli altri 8500).
Nel 2008 però quegli stessi 30 milioni di persone avevano (in euro 2013) per l’esattezza 935 miliardi.
Dunque la “seconda” metà del Paese durante la Grande Recessione è andata giù dell’11,3% in termini patrimoniali.
La prima metà invece, i 30 milioni di italiani più ricchi, è scesa dell’8,2%. Gli uni non solo erano molto più poveri degli altri prima della crisi: si sono impoveriti di più durante.
Tutt’altro Paese invece per le prime dieci famiglie.
La loro ricchezza netta sale di oltre il 60% in termini reali fra il 2008 e il 2013 e la loro quota sul patrimonio totale degli italiani aumenta.
Cambia però anche un altro dettaglio: la loro composizione.
I più ricchi del 2013 non sono gli stessi del 2008 o del 2004 e per certi aspetti formano una lista più interessante.
Ora nel gruppo si trovano famiglie meno dedite alle rendite di posizione, alla speculazione pura o al rapporto con la politica per fare affari.
Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo.
Negli anni, escono dalla graduatoria di Forbes o scivolano in basso i capitalisti italiani che basano i loro affari su concessioni pubbliche o investimenti immobiliari e finanziari.
Emblematica – non isolata – la vicenda dei Berlusconi, che negli ultimi cinque anni perdono 3,2 miliardi di patrimonio e scivolano dal primo posto del 2004, al terzo del 2008, al sesto del 2013.
Sale in fretta invece il patrimonio di produttori industriali dediti all’export. Succede nell’alimentare (i Ferrero o i Perfetti), nella moda e lusso (Del Vecchio di Luxottica, Giorgio Armani, Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Renzo Rosso), nella farmaceutica e nell’industria ad alto contenuto tecnologico (Stefano Pessina o i Rocca di Techint). Escono dalla top ten invece investitori finanziari-immobiliari come Caltagirone o chi in passato ha puntato troppo sulle banche.
Questa diversa qualità del capitale vincente è un passo avanti di un’Italia sempre più piena di squilibri.
È un Paese che forse però si sta liberando, nel dolore, di alcuni dei peggiori vizi del suo capitalismo.
Meglio, quanto a questo, della Gran Bretagna, dove Oxfam ha condotto un’inchiesta di cui questa di Repubblica è la replica per l’Italia.
Lì i più ricchi, sempre più ricchi, restano gli eredi della vecchia nobiltà proprietaria di decine di ettari di palazzi a Londra come il duca di Westminster o i Cardogan, o imprenditori indiani come gli Hinduja o i Reuben.
Se risolverà il problema della povertà , e uscirà dalla crisi, forse è l’Italia fra le due a potersi ritrovare con una marcia in più.
Federico Fubini
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 18th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2014 HANNO CHIUSO 15.605 IMPRESE (+ 9%)
Due fallimenti all’ora, 62 al giorno.
Piccole e grandi aziende che si arrendono alla crisi e portano i libri in tribunale: in testa i settori dell’edilizia e del commercio all’ingrosso, ma gettano la spugna anche macchinari industriali e computer.
E’ la mappa dell’Italia che chiude, una mappa che negli ultimi sei anni è andata espandendosi e non dà segni di ridimensionamento.
Secondo i dati di Cribis D&B (società del gruppo Crif specializzata in business information), nel 2014 ci sono stati 15.605 fallimenti, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente e del 66% rispetto al 2009, il periodo a partire dal quale la crisi economica ha prodotto i suoi effetti sul territorio.
Ma il picco estremo è stato toccato nell’ultimo quadrimestre dello scorso anno, che ha visto fallire 4.502 imprese: è il dato più alto dal 2009
Non si vede dunque un’inversione di tendenza: negli ultimi sei anni, sottolinea lo studio, oltre 75 mila imprese hanno portato i libri in tribunale, nella maggior parte dei casi società di capitali, quindi di dimensione non necessariamente ridotta.
Le aziende piccole infatti, quando sono in difficoltà chiudono in tempi brevi, direttamente, senza avviare il giudiziario.
I fallimenti sono il risultato finale di una crisi che si manifesta in aziende più grandi e che vede i primi segnali nella difficoltà di far fronte ai pagamenti.
Cribis D&B fa notare che fallimenti, difficoltà di far onore ai debiti o di riscuotere i crediti vanno di pari passo.
Dal 2010 ad oggi c’è stato un aumente to del 252,7% dei ritardi gravi (dai trenta giorni in su).
In realtà solo il 37,5% delle imprese italiane è puntuale nei versamenti. E la difficile liquidità di cassa è spesso il campanello d’allarme di un futuro fallimento.
«La situazione è critica nel commercio e nell’edilizia, settori dove nell’ultimo anno sono fallipercorso 4 mila imprese», commenta Marco Preti, amministratore delegato di Cribis. L’unica nota positiva, puntualizza, «è che negli ultimi anni le aziende italiane hanno investito molto in strumenti che consentono di intercettare tempestivamente i segnali di deterioramento. Sono quindi riuscite a prevenire e limitare meglio i rischi e a fare previsioni sui flussi di cassa». Nella lunga lista delle aziende fallite, accanto a quelle che costruiscono nuovi edifici (1.899 solo nel 2014) o installazioni (1.309) o commerciano all’ingrosso beni durevoli (1.197), ci sono anche bar e ristoranti (720), trasporti, abbigliamento, alimentari, produzioni di macchine industriali e computer.
La crisi non risparmia le aree ad alta densità industriale.
In testa alla classifica c’è quindi la Lombardia che assorbe da sola oltre il 22% dei fallimenti nazionali e che dal 2009 ad oggi ha visto portare i libri in tribunale 16.578 aziende.
La seguono il Lazio (10,5), la Campania (8,7) e il Veneto (con l’8,4%).
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
ANNUNCIA 1000 ASSUNZIONI PRECARIE A MELFI, MA I LAVORATORI SONO PASSATI DA 44.000 DEL 2003 A MENO DI 23.000 NEL 2015
Un coro di felicitazioni rotto solo da una nota della Fiom-Cgil, che fa notare come si tratti solo della
“prima inversione di tendenza dopo anni di declino caratterizzato da pesanti perdite occupazionali“.
L’annuncio delle 1.000 assunzioni che Fca si appresta a fare nello stabilimento di Melfi, in cui rientreranno anche tutti i 5.418 dipendenti in cassa integrazione, è stato accolto con soddisfazione anche dalla maggior parte delle sigle sindacali, e non poteva essere altrimenti.
Ma i numeri complessivi relativi ai lavoratori Fiat Chrysler in Italia raccontano una realtà ben lontana dagli annunci trionfalistici.
Soprattutto se li si confronta con quelli di una decina di anni fa, prima dell’arrivo di Sergio Marchionne alla guida del gruppo.
Infatti — fermo restando che nel 2004 il manager italo-canadese ha preso le redini di un’azienda in un rosso e a un passo dal fallimento, mentre oggi la Fiat post fusione con Chrysler è in utile — il bilancio in termini di posti di lavoro è drammatico.
Nel 2003 gli occupati di Fiat nel settore auto erano, nella Penisola, 44.653 (su 174mila occupati totali nel mondo) mentre ora sono meno di 23mila (su 225.587 complessivi).
E di questi quasi la metà è in cassa integrazione o contratto di solidarietà .
“E anche solo farli rientrare tutti al lavoro è una sfida molto difficile da vincere”, spiega Giuseppe Berta, storico dell’industria, professore alla Bocconi e grande esperto del gruppo automobilistico. “Dipenderà da come va il rilancio dell’Alfa Romeo, una sfida non da poco considerato che non sono auto di lusso come le Maserati ma vetture di segmento alto, quello in cui la concorrenza è più forte”.
Di conseguenza è tutto da vedere se gli operai di Cassino, circa 3.800 attualmente in cassa a rotazione, potranno riprendere l’attività a ritmo pieno.
Quanto a Mirafiori, che — ricorda Berta — “dal 1929 agli anni 80 è stata la più grande fabbrica italiana per addetti e capacità produttiva” — qui il “processo di snellimento iniziato già nei primi anni 90 ha subito con Marchionne un’accelerazione fortissima: oggi resta in funzione solo la linea dell’Alfa Mito, mentre entro fine 2015 dovrebbe iniziare la produzione del suv Levante ma in volumi modesti”.
Di conseguenza “se le cose vanno bene, al massimo verranno riassorbiti i circa 4mila lavoratori in cassa”.
Che insieme ai circa 2.700 della Maserati di Grugliasco, dove la produzione è a pieno regime e l’estate scorsa sono stati trasferiti 500 lavoratori di Mirafiori, andranno a costituire il nuovo “polo del lusso” di Fca.
Infine Pomigliano, dove si produce la Panda: fino allo scorso autunno era un’isola (relativamente) felice, nel senso che solo una parte dei 4.500 dipendenti era in contratto di solidarietà , ma in ottobre l’azienda ha chiesto la prima settimana di cassa integrazione a causa del calo della domanda.
Un quadro che si spiega ovviamente non solo con la crisi conclamata del settore, ma anche con il trasferimento di molte produzioni all’estero.
Quel che è certo è che nel 2003 la Fiat produceva in Italia quasi 1 milione di auto, mentre oggi sono meno di 400mila su un totale di 4,4 milioni di veicoli assemblati nel mondo da Fca.
Il piano industriale presentato da Marchione nel maggio scorso prevede che il numero complessivo salga a 7 milioni nel 2018.
Di cui però solo 500mila nella Penisola.
Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
E SCIVOLA AL 141° POSTO AL MONDO
L’Italia resta la matrigna d’Europa per quanto riguarda le tasse sulle imprese.
Lo dimostra un’elaborazione del Centro studi “ImpresaLavoro” sui nuovi dati riferiti al 2014 contenuti nel rapporto Doing Business 2015.
Nel rank generale che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale l’Italia si classifica ultima a livello continentale e 141esima nel mondo, riuscendo a fare addirittura peggio dell’anno scorso quando si classificò 137esima.
Un risultato determinato da un mix micidiale composto da pressione fiscale elevata, sistema fiscale complesso, tempi lunghi anche per pagare quanto dovuto allo Stato. Tra i Paesi dell’Europa a 28 la palma di miglior sistema fiscale va all’Irlanda, seguita dalla Danimarca e dal Regno Unito.
Dietro, ma comunque meglio dell’Italia, tutte le tradizionali economie dell’area euro: l’Olanda è sesta, la Germania 18esima, la Spagna 20esima e la Francia 25esima.
In termini di Total Tax Rate sulle imprese l’Italia fa leggermente meglio dello scorso anno e passa da un prelievo complessivo del 65,8% ad uno del 65,4%.
Una cifra comunque inferiore alla sola Francia (66,6%) e che distanzia di molto tutti i principali partner europei.
Anche volendo tralasciare sistemi di particolare favore verso le imprese come quello croato (Total Tax Rate al 18,8%) e Irlanda (25,9%), non si può fare a meno di notare come, tranne la Francia di cui si è detto, nessuno dei nostri partner tradizionali a livello comunitario sconti una pressione fiscale cosi asfissiante: la Germania si ferma a 16,6 punti percentuali di Total Taxe Rate in meno (48,8%) e anche Grecia (49,9%), Portogallo (42,4%) e Spagna (58,2%) fanno meglio di noi.
Per tacere di una grande economia matura come quella del Regno Unito che riesce comunque a garantire alle sue imprese un prelievo statale complessivo del 33,7%.
Al prelievo elevato, nel nostro Paese, si associa anche un sistema burocratico particolarmente complicato. Tra Ires, Irap, tasse sugli immobili, versamenti IVA e contributi sociali in Italia un imprenditore medio effettua in un anno 15 versamenti al fisco, 6 in più di un suo collega tedesco, 7 in più di un inglese, di uno spagnolo o di un francese e 9 in più di uno svedese.
Anche per essere in regola con il fisco le nostre aziende sono costrette ad occupare una parte consistente del loro tempo: con 269 ore l’anno impiegate per adempimenti fiscali, l’Italia è sesta in Europa e prima tra le grandi economie.
Un’azienda tedesca ha bisogno di “sole” 218 ore all’anno (51 in meno) e fa comunque peggio di Spagna (167 ore, 102 in meno dell’Italia) e Francia (137 ore, 132 in meno). Particolare la situazione del Regno Unito: a un sistema fiscale già leggero in termini quantitativi si accompagna un sistema di pagamento molto semplice.
Gli imprenditori inglesi effettuano in un anno una media di 8 versamenti al fisco, occupando “solo” 110 ore del loro tempo, meno della metà di un imprenditore italiano
Centro studi Impresa e lavoro
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“RISCHIO CHE LA BCE FALLISCA IL MANDATO E’ PIU’ ALTO DI SEI MESA FA”
Mario Draghi si tira fuori dalla corsa al Quirinale, conferma la sua permanenza alla Bce fino alla fine del mandato, nel 2019, e in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt si dice pronto a usare il bazooka.
QUIRINALE
“Non voglio essere un politico” afferma il presidente della Bce, rispondendo a una domanda su un suo possibile impegno politico in Italia e sull’eventuale successione a Giorgio Napolitano. “Il mio mandato di presidente Bce prosegue fino al 2019”.
DEFLAZIONE
In Europa il rischio di deflazione “non è escluso, ma è limitato” dice Draghi, secondo cui “il rischio che noi non adempiamo al nostro mandato di stabilità dei prezzi è più alto di quanto non fosse sei mesi fa”.
Per questo “stiamo nella fase tecnica di preparazione per modificare le dimensioni, la velocità e la composizione delle nostre misure all’inizio del 2015, se queste dovessero essere necessarie, per reagire a un periodo troppo lungo di bassa inflazione”. E su questo, ha sottolineato Draghi, “c’è unanimità in seno al consiglio direttivo della Bce”.
CRESCITA.
Draghi si dice “prudentemente ottimista” sull’andamento dell’economia nel 2015. Il numero uno dell’Eurotower ha spiegato che oggi ci troviamo in un “lungo periodo di debolezza” dell’economia, “non di una crisi”.
“Io penso che la combinazione della nostra politica monetaria e delle riforme da parte degli stati membri ripristinerà la fiducia perduta”, ha aggiunto Draghi, dicendosi fiducioso sul fatto che l’economia della zona euro il prossimo anno tornerà a crescere.
Ha auspicato che tutti i membri dell’Eurozona aumentino gli sforzi a favore delle riforme strutturali e lavorino per ridurre la pressione fiscale.
Perchè, ha sottolineato, “rilevo troppa burocrazia e tasse. In Europa abbiamo uno dei più elevati carichi fiscali al mondo: è un pesante svantaggio competitivo”.
In sostanza, secondo Draghi “le importanti riforme strutturali – mercato del lavoro flessibile, meno burocrazie, meno tasse – si muovono troppo lentamente”.
(da “Huffingtonpost”)
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